mercoledì 28 novembre 2007

Birra Panil!


Mettiamola così.

Ieri è stato comunicato che l'ufficio dove vado a lavorare, a fare le mie traduzioni tecniche del cazzo, chiude. O meglio: chiude quello di Firenze. Dall'8 giugno 2008. Si tratta di un ufficio distaccato di un'impresa (oh che ardita impresa!) che ha la sua sede in un'altra città. E dietro ci sono tutte parole in voga; outsourcing, flessibilità, ottimizzazione, contratti "atipici" eccetera. Il motivo è un altro. La sede centrale nell'altra città si è rifatta il maquillage, trasferendosi in una sede inutilmente faraonica e puppandosi un bel po' di quattrini. Chi ne fa le spese è l'ufficetto di Firenze, cassato tranquillamente. Comunicazione interna: "Si comunica che a partire dal giorno 8 giugno 2008, per sopravvenute e inderogabili esigenze della sede centrale…"; e già si sono visti dei tizi a portare via roba. Tutto per tempo. Compreso il mio computer, sostituito fino all'8 giugno 2008 da una carretta.

Dall'8 giugno 2008 sarà mia scelta o continuare a lavorare da casa (cosa che, peraltro, faccio comunque più che spesso), o fare il pendolare con quell'altra città (due ore di treno), o trovarmi un altro lavoro. In questi casi interviene il mio carattere del cazzo, che chiamo così per pura comodità non trovando altra definizione più adatta: è un carattere che si esprime con la parola "vaffanculo". Vaffanculo a loro, vaffanculo al lavoro, vaffanculo alle maiale delle loro mamme, vaffanculo a tutto quello che c'è da mandare affanculo –e non è poco. Dovrei, a questo punto, partire con considerazioni varie, sul "mondo del lavoro", su tutto questo puttanaio in nome del farsi sfruttare come macchinette, su tutto il resto che ben si sa. Il problema è che non ce ne ho voglia. Il problema è che mi rifiuto di farmi schiacciare la vita da queste cose; mi rifiuto e non so fare altro che rifiutarmi. L'8 giugno 2008? Spero sia una bella giornata d'inizio estate! Perché il qui presente, Venturi Riccardo, vi piscia in capo a tutti voi, alle vostre sedi centrali, alle vostre comunicazioni interne e alle vostre cravattine regimental. Se la caverà sempre; voi no, coglioni.

Venturi Riccardo, oggi che dovrebbe preoccuparsi, pensa invece ad altre cose. Alla birra Panil, ad esempio. Chiacchierando con un'amica su una chat, gli è venuta a mente la birra Panil, e all'amica in questione ha cercato su internet le foto del castello di Torrechiara, e il sito del birrificio, e nel fare tutto questo gli sono tornati in bocca sapori e, più che altro, gli sono rimasti negli occhi (non "tornati", perché non vanno mai via) coloro con cui la birra Panil la beve. Solo con loro. La birra Panil non si beve col primo che capita. Non la si beve nemmeno da soli, non sa più di niente. La si beve quando la stappi e, versandola, ci vedi gli occhi e senti le voci di chi sta con te; e chi sta con te non te lo leva nessuno. Nessuna comunicazione interna. Nessun 8 giugno.

E ci vedi ricordi, un portico dopo esserti fatto una salita massacrante con le ali ai piedi, gli scogli di Chiessi quando ancora ci avevi un amore, le canzoni, le ubriachezze, i discorsi leggeri, la testa sulle ginocchia di qualcuno. Ci vedi la tua storia, porco dio. La tua storia non è in quel sistema con cui ti guadagni…stavo per dire "da vivere". Non ci si guadagna "da vivere" col lavoro, vivere lo si guadagna con altre cose! E ve lo dico in allegria. Mai stato allegro come ora. E a quel che fate, non dedico neppure un titolo; lo dedico alla birra Panil.


giovedì 22 novembre 2007

Back to Palmaiola [Prima Notte]


Trasmissione omnidirezionale dalla postazione Radiofaro di Palmaiola, 42°51'55" N, 10°28'27" E, 03h 21m 33s GMT - ACS

I giorni passano in questa isola prigioniera d'un vento lieve
e i giorni passeranno senza che niente accada, mio Dio.
E gli alberi, senza parole, diranno che sono voci del mare,
e il mare svuotato dirà che il silenzio è fratello della vita.
Le uniche voci di uomini, donne, bambini, anche morti
vengono da una radio interna che ho nel pancreas, non so,
o in altro organo ignoto: le trasmissioni sono i miei gesti.

Sintonizzarmi una notte su una stazione senza nome,
sentire parole senza nome, e dire parole senza suono:
vanno per le onde dell'aria le canzoni che forse più amo
e i miei amici del mare parlano con formule nuove.
E quando tutto è azzurro, l'ora azzurra della magia
il vento porta notizie da qualche paese straniero
ove un sistema di luci mi lascia vedere il futuro.

Io ero qui per amarti; tu eri un fuoco inventato,
una bottiglia di niente, mani, espressioni travestite
e io ero qui per amarti; eri il dolore del passato,
il giornale Nowhere Times, un libro morto o non scritto.
Non dico che sei assente. Tu non sei assente: non sei.
Bastò una forma del nulla perché tu scomparissi,
un giorno senza vento passò una nave e salisti.

Le passioni, che follia! Mi basta un letto di addii,
mi faccio fogli di cielo, leggo la sabbia e sorrido.
Mi attenderà qualcuno? Forse non c'è, e non importa,
io spero in quest'avverbio, questa è la mia religione.
E chiunque passi a notte, per questa isola, non deve
santificare avventure; sieda, si beve, si ascolta.
Il notiziario trasmette grida, parole, canzoni,
forse trasmetterà, un giorno, parole che non conosco.

martedì 20 novembre 2007

Lingue morte



Per il suo argomento, questo post va in contemporanea sul newsgroup it.cultura.linguistica (dove è diviso in due parti); ma sono anche, e soprattutto, delle storie che mi andava un po' di raccontare. Quella sopra è un'immagine di Dolly Pentreath.

Tra l'essere umano e il linguaggio esiste un legame che non è possibile scindere. L'essere umano è tale perché parla, perché collega il suo pensiero all'espressione verbale; sotto questo aspetto, il linguaggio muore assieme ad ognuno di noi. Il linguaggio nelle sue infinite varietà che si sono succedute nella storia, sempre mutando, sempre mobile; quando si parla di "lingue morte", si parla in realtà della fine di tutto un insieme di usi propri di una comunità di esseri umani, i quali si sono espressi in modo reciprocamente riconoscibile, con o senza unitarietà o codificazione scritta, fino ad un dato periodo in cui il loro codice è stato soppiantato completamente da un altro. Il linguaggio non muore mai; muore un codice espressivo. Muore per mille e mille ragioni, spesso tragiche. Muore per un'oppressione, sociale, politica e culturale; muore per l'estinzione di una civiltà o di una popolazione che lo ha usato, oppure per la loro assimilazione ad un'altra; muore quando muore un modo di vivere. In questo preciso momento, centinaia di lingue stanno per morire; e non ci sarà niente da fare, nonostante gli sforzi che, per alcune, qualche volonteroso sta compiendo.

Di alcune lingue si conosce la data di morte. La si fissa generalmente a quella della morte dell'ultimo parlante nativo (che la aveva, cioè, appresa dai genitori nell'infanzia); in realtà, a quel momento, la lingua è già morta da un pezzo; vive la sua ultima agonia. Poi, un giorno, l'ultimo vecchietto che la parla passa a miglior vita e la lingua passa nelle mani degli studiosi, degli archivisti, degli appassionati che cercano in qualche modo di farla "rinascere"; e solo ad una di esse, l'ebraico, è toccato di rinascere davvero secoli dopo la sua estinzione come lingua parlata. Ma l'ebraico è una cosa del tutto a sé. Pur morta come lingua parlata, era sempre rimasta vivissima come lingua sacra; la sua rinascita poté contare su questo fatto, oltre che sulla follia utopistica di Eliezer Perlman, più noto come Ben Yehuda. L'ebraico è autenticamente un pezzo di storia dell'umanità, da qualsiasi parte lo si voglia considerare.

Per le piccole lingue senza nessun libro sacro, il discorso è molto diverso. Quando arriva l'ultima ora non c'è nessuna remissione, a parte i tentativi più o meno riusciti di farne una specie di melanconico oggetto di folklore o di "identità", reso poi, in genere, del tutto artificiale. Così, la campana per il cornico, l'antico idioma celtico della Cornovaglia Britannica, suonò il 19 dicembre 1777 con la morte di una centenaria, Dolly Pentreath, la quale era diventata famosa per il suo carattere terribile. Viveva in un villaggio il cui nome era tutto un programma, Mousehole ("buco del topo"), e, quando si arrabbiava con qualcuno, usava sparare all'indirizzo del malcapitato intere maledizioni in quella lingua che oramai soltanto lei conosceva. Alcuni anni prima della sua morte, un erudito inglese, Daines Barrington, l'aveva conosciuta e intervistata; si rifiutava di parlare l'inglese, pur conoscendolo abbastanza da farsi capire, e la sua maledizione preferita sembra essere stata kronnekyn hager du!, che significa "brutto rospo nero!"; da qui, naturalmente, il fatto che i paesani la considerassero una strega. Le sue ultime parole, secondo i testimoni che assistettero alla sua morte, furono davvero l'ultimo, fierissimo sussulto del cornico: me ne vidn cewsel Sawznek! "Non voglio parlare inglese!".

La fama di Dolly Pentreath è ancora viva in Cornovaglia, dove è considerata tuttora un personaggio leggendario. Il suo monumento funebre, a Mousehole, fu fatto erigere nel 1860 da Luigi Luciano Bonaparte, nipote di Napoleone e famoso appassionato e studioso di lingue strane. Ma, probabilmente, Dolly Pentreath non fu affatto l'ultima parlante nativa del cornico; con lei, forse, la lingua morì come linguaggio di una comunità, ma già cinque anni dopo la morte della vecchia lo stesso Barrington ricevette una lettera da un pescatore, chiamato William Bodinar, nella quale affermava di conoscere cinque persone che ancora parlavano e usavano il cornico. Particolare non trascurabile, la lettera era scritta in cornico, anche se accompagnata da una traduzione inglese. Nel 1790 morì tale John Nancarrow, del villaggio di Marazion, che pure conosceva bene il cornico; William Bodinar morì nel 1794. La lingua dovette andare probabilmente avanti allo stato di spettro, con qualcuno che ancora, non si sa come e non si sa perché, tentava di tenerla in vita. Probabilmente si trattava di persone che non la avevano appresa da bambini, ma che ancora se la ricordavano; si arriva così addirittura al 1890, quando morì John Davey, l'ultima persona che sicuramente ne avesse ancora qualche conoscenza. I racconti vogliono che, non avendo più nessuno a cui parlarla, si rivolgeva continuamente in cornico al suo gatto e vi faceva lunghi discorsi; con la morte del gatto, si spense l'ultimo essere vivente che aveva udito parlare in cornico.

Qualche parola di cornico sopravvisse nell'inglese vernacolare della zona; ancora nel 1940 dei pescatori furono uditi cantare una filastrocca, da loro considerata "nonsense", che ad un'analisi approfondita risultò essere in cornico. Sopravvivono naturalmente i toponimi; se qualcuno è stato da quelle parti, avrà ad esempio notato la frequenza dei nomi che cominciano con Pen- (Penzance, lo stesso Pentreath che è anche il nome di un promontorio); significa "testa, capo". Sempre attorno al 1940 iniziò il Cornish Revival, che sembra sia riuscito a far reimparare la lingua (scritta peraltro con diversi sistemi ortografici) a circa 3500 persone; suoi animatori furono Henry Jenner e il "Gran Bardo di Cornovaglia" Robert Morton Nance, che compilò anche un famoso dizionario cornico-inglese. Dizionario che, per curiosi accidenti del destino, riuscii a procurarmi moltissimi anni fa, e che una sera mi permise persino di scroccare una cena alla casa del popolo. Vi era ospite una delegazione del già allora sparuto Partito Comunista di Gran Bretagna, ed ero stato chiamato per fare –pensate un po'- da interprete sebbene non avessi nemmeno sedici anni. Per l'appunto uno dei membri veniva dalla Cornovaglia, e quando lo seppi corsi a casa (trenta metri di distanza) a prendergli il dizionario. Ne rimase talmente commosso, e sbalordito, da pagarmi la cena intera. Ci ho ancora la sua firma, su quel dizionario dalla copertina blu. La grammatica cornica scritta da Henry Jenner me la regalò invece il mio amico Pierfrancesco Poli. Me la sto traducendo da anni in italiano, così per fare.

Un'altra lingua europea è invece saltata su una mina.

Il dalmatico, l'idioma romanzo della Dalmazia costiera e insulare, attestato fin dal XIV secolo, che fu almeno una delle lingue d'uso dell'antica Repubblica Ragusea. Una lingua che in tutte le sue numerose frammentazioni dialettali si caratterizzava per la smodata frequenza dei dittonghi derivati dalle vocali lunghe latine, per cui a "capra" corrispondeva kuobra, a "veterana" vetruona (nel senso di "donna anziana, nonna", come il rumeno bătrână), a "album" jualb ("bianco"), a "arborem" juarbul ("albero") e così via. In realtà, il dalmatico morì a macchia di leopardo. A Zara già era estinto nel XIV secolo, mentre a Ragusa (Dubrovnik) sopravvisse fino alla fine del XV. Andò avanti in aree recondite, appartate, sulla bocca del popolo minuto; l'ultimo suo luogo fu l'isola di Veglia, Krk in croato.

Qui era nato attorno al 1820 Antonio Udina, nome che era l'italianizzazione di Tuone Udàina. Fin da ragazzo aveva lavorato come barbiere, e da questo suo mestiere gli era derivato il soprannome, in dalmatico vegliotto, di Burbur; e poiché Udina, o Udàina, doveva essere un cognome diffuso sull'isola, quel Burbur era usato come appellativo distintivo. Spesso, laddove se ne parla, è ricordato "tout court" come Tuone Udàina Burbur.

La fama di Tuone Udàina, almeno nel campo della linguistica, aveva preceduto la sua morte; causa ne fu il suo incontro con il grande glottologo Matteo Bartoli, che sul morente dalmatico aveva deciso di scrivere la sua tesi di laurea negli ultimi anni del XIX secolo. La redasse in tedesco, perché studente dell'Università di Vienna; relatore fu Wilhelm Meyer-Lübke e correlatore Adolfo Mussafia. La tesi fu poi ampliata e pubblicata in due volumi, nel 1906, con il titolo di Das Dalmatische; ma allora Tuone Udàina e il dalmatico erano già morti.

Ancora da studente, mentre preparava la sua tesi, il Bartoli era venuto a sapere che sull'isola di Veglia ancora esisteva un vecchio che conosceva il dalmatico; vi si era recato immediatamente, facendo la conoscenza di Tuone Udàina Burbur. Sull'isola esistevano altre persone che conoscevano ancora un po' il dalmatico vegliotto, e che risposero a precise domande del Bartoli, come scrive Aldo Duro, "molto spesso traducendo in un vegliotto che ricordavano solo approssimativamente e con più fedeltà quando si trattava di quei materiali che si trasmettono per tradizione familiare da padre o da madre ai figli, dai nonni ai nipoti e così via: ciò che avviene soprattutto per le preghiere tradizionali come il Padre nostro e l’Ave Maria, per parabole evangeliche, per fiabe e filastrocche infantili, che il Bartoli raccoglie da più fonti di informazione, e riferisce poi con molta ampiezza nel secondo volume della sua opera." Finché il Bartoli non conobbe l'Udàina.

Costui, oramai ultrasettantenne, aveva cessato da tempo di fare il barbiere. Si era messo, per vivere, a fare il sagrestano e il campanaro della cattedrale dell'isola, e per questa sua ultima attività era diventato quasi completamente sordo. Come se non bastasse, era quasi del tutto sdentato e la sua pronuncia, sia del dalmatico che delle altre lingue in cui sapeva esprimersi (il veneto giuliano e il croato) era forzatamente difettosa. Insomma, tutte caratteristiche non propriamente desiderabili in un "informatore linguistico", se così lo vogliamo chiamare; ma era l'unica persona che, seppure il dalmatico non fosse la sua prima lingua, ma un idioma che aveva appreso quasi in segreto ascoltando le conversazioni private dei suoi genitori (che si rifiutavano di parlargli se non in veneto). Quando il Bartoli cominciò a fargli domande, Tuone Udàina gli rispose che non parlava più la lingua da oltre vent'anni; ciononostante, dopo un po', quasi si "sciolse" e la lingua cominciò a rifluirgli nella mente. Il Bartoli riuscì, seppure con difficoltà, a raccogliere le ultime vestigia del dalmatico in modo preciso; si fece, ad esempio, ripetere la parabola del Figliuol Prodigo che così suonava:

E el daic: Jon ciairt jomno ci avaja doi feil, e el plé pedlo de lour daic a soa tuota: Tuota , duoteme la puarte de moi luc, che me toca, e jul spartait tra louro la sostuanza e dapù pauch dai, mais toich indajoi el feil ple pedlo andait a la luorga, e luoc el dissipuat toich el soo, viviand malamiant. Muà el ju venait in se stiass, daic: quinci jomni de journata cun cuassa da me tuota i ju bonduanza de puan e cua ju muor de fum.

«Ed egli disse; un certo uomo aveva due figli ed il più piccolo di essi disse a suo padre: Padre, datemi la parte dei beni che mi tocca, ed egli spartì tra loro la sostanza E dopo pochi giorni, messa insieme ogni cosa, il figlio più piccolo andò lontano, e ivi dissipò tutto il suo, vivendo malamente, ma quando venne, cioè tornò in sé stesso, disse: quanti mercenari in casa di mio padre hanno abbondanza di pane e qui io muoio di fame».

Il Bartoli discusse la sua tesi nel marzo del 1898. Nel 1906, alla pubblicazione dei due volumi di Das Dalmatische, al paragrafo 16 del I volume fu inserita questa breve notizia:

"La sera del 10 giugno 1898 gli abitanti di Veglia vennero profondamente sconvolti da una notizia dolorosa e tragica. Alle 6,30, sulla strada che conduce alla località campestre “Ai Campi” e che si sta riattando, mentre si caricava una mina questa improvvisamente scoppiò uccidendo quasi sul colpo certo Antonio Udina, buon vecchietto di 77 anni che stava sopra il sasso per tenere il ferro di carica. Era l’ultimo d’una generazione che se ne va ed era il solo che conosceva e parlava perfettamente l’antico dialetto romanico di Veglia.»

Così, in questo modo tragico e assurdo, si concluse una vita umana e la vita di una lingua intera. Saltata in aria mentre il suo ultimo parlante teneva il ferro di carica, in una località chiamata "Ai Campi".


lunedì 19 novembre 2007

Back to Palmaiola [4]


4a puntata.

Niente accappatoio, niente poveri lussi da albergo più o meno anonimo; la doccia programmata da Halina 36000, sempre che domani non mi svegli a casa mia complimentandomi con lo sceneggiatore di questo sogno, è stata, effettivamente, una goduria, una vera e propria Doccia Anarco-Comunista (DAC), come solevo dire qualche tempo fa in plaghe un po' più settentrionali; devo però ancora riuscire a capire, con un asciugamanaccio spelacchiato avvolto giro giro sotto le ascelle, come la computeressa sia riuscita a trasformare una canna di gomma in una cosa del genere, con l'acqua che si diffonde da sola, alla giusta temperatura, semplicemente uscendo da una sistola che ha tutta l'aria di essere la stessa di tanti anni fa…ma forse è meglio che non mi chieda troppe cose, che non mi faccia troppe domande.

Ma almeno la camera, quella, sembra essere rimasta del tutto identica. I due letti a castello in legno, con le stesse coperte infeltrite nate evidentemente per altri luoghi –almeno dalla scritta Amministrazione Penitenziaria dello Stato-, la biancheria che m'ero abituato a chiamare gialleria, coi segni indelebili di cacheronzoli di insetti il cui ultimo sguardo doveva essere stato a Napoleone che fuggiva per andare incontro al suo destino e con bruciature di cicche di Milit o di A.O.I., i cuscini sfederati, il comodino con dei fiori che erano riusciti ad appassire sebbene fossero di plastica, la lampada con l'interruttore a pera e la lampadina da quindici candele…tutto ciò, neanche troppo per assurdo, mi diede una sensazione assai rassicurante. Quello era il caro, vecchio faro di Palmaiola, e finalmente potei disporre le mie poche e povere cose per darmi ai miei consueti lyrical daydreams, sebbene fosse oramai già buio. Alla radio sarei salito la sera dopo; mi meritavo un po' di riposo dopo una giornata del genere.

Finendo di asciugarmi alla bell'è meglio, decisi di stendermi sul letto a pensare. Perdiana, o non ero lì per macerarmi nel dolore dell'abbandono, per mettermi in meditabonda comunicazione con l'amato bene perduto, per rivolgerle accorati quanto sconclusionati discorsi (certo, ovviamente, che costei li captasse, in quella che viene scientificamente definita LLTC o Lonesome Lover's Thought Captation), per fabbricarmi interi film dal copione del resto assai collaudato...?

Siamo in una città qualsiasi, dove l'innamorato gassato si è recato per lavoro. Lui sta girando in una notte nebbiosa fumando sconsolatamente una dianablé, col bavero dello spigato tirato su. Ad un tratto, mentre è assorto nei suoi pensieri, sente le voci di un uomo e di una donna: è lei, in compagnia del suo nuovo fidanzato/amante/marito/amico. I due si baciano voluttuosamente; lui li scorge, disilluso, pensando che dovetterebbe succedizzare pefforza (così si esprime nel suo stream of consciousness, in un goffo tentativo di ironica sdrammatizzazione quand'avrebbe chiaramente voglia di impiccarsi al primo lampione che passa –sentite, lo so che i lampioni non passano, però non ditegli nulla). Cammina. Ad un tratto, lei se ne accorge; un intenso, drammatico incrocio di sguardi. Poi lui tira avanti a testa bassa, mentre il di lei accompagnatore, vistala turbata, le chiede che cos'abbia. "Niente", gli dice, "niente…scusami amore mio, forse ho pestato una merda di cane…" "Ma amore mio, non lo sai che porta fortuna?" Lei non risponde e volge impercettibilmente lo sguardo; ma lui è già scomparso dietro un angolo.

Ecco, dunque, stavo esattamente tentando di pensare queste cose, così per allenamento; la quotidianità palmaiolese, i raid dei rimpianti, assaporare il dolore goccia a goccia secondo la precisa tecnica elaborata da Edgar Allan Poe nel Corvo…e in quella stanza così scarna, il rumore della risacca, la solitudine dell'isola…"Ma com'è, Riccardo" –mi ritrovai all'improvviso a pensare, "che stasera non funziona? Cioè, com'è –en resumidas cuentas- che non te ne frega assolutamente un cazzo?"

Si sente un tuono, lontano.

Mi alzo in piedi (e prego di notare la variatio nell'uso dei tempi verbali).

"No, ecco, ora concentrati. Sei in una città qualsiasi, dove ti sei recato per…"

Lavoro? Ma che minchia ci faccio in quella città qualsiasi? Per lavoro? Io? Ma vada affanculo, il lavoro e la maialaccia di su' ma' !

"Va bene, ok. Sei in una città qualsiasi per gli affari tuoi, magari avevi solo voglia di fare un giro. Stai girando in una notte….ma puttana della miseria, io la de-te-sto la nebbia! Senti, bellino, facciamo così. Sei in una cittadina del Peloponneso con un sole che spacca le pietre…"

… e stai girando fumandoti una папироска russa con qualche colpo di tosse, data la quantità di carta in cui è avvolta. Addosso hai una maglietta blé con le alci canadesi; ad un tratto, mentre ti stai godendo la bellissima giornata estiva, senti le voci di un uomo e di una donna: è lei in compagnia del suo nuovo fidanzato, un cesso ambulante e non fumatore d'una cinquantacinquina d'anni. I due si baciano schifiltosamente; lui li scorge, piantandosi sul marciapiede dopo aver buttato via quel troiaio di sigaretta e aver cacciato fuori, finalmente, una dianablé. Si mette a sghignazzare come un matto; un'intenso, drammatico scompiscio di risate mentre il di lei accompagnatore, vistala turbata, le chiede che cos'abbia. "Niente", gli dice, "niente…mi scusi dr. Leuenberger, forse dev'essere il caldo…". Nel frattempo lui è già scomparso andando dietro alla ragazza della taverna; ma non senza prima avere affumicato la coppia con un poderoso tiro convogliato con sapienza sulle loro facce.

Mi ributto a sedere sul letto.

C'è qualcosa che non va. Anni fa non ti saresti mai fatto un film del genere. Dev'essere cambiato qualcosa, ci sarà mica lo zampino di…

Nulla da fare. Ci provo e ci riprovo. Tutti i copioni possibili e immaginabili; non ne funziona uno. Non è la serata giusta. Meglio rivestirsi e andare in sala radio, magari con qualche bel tentativo di ricerca…

Arrivo su, e vedo che Halina 36000 è già occupata. Il faro proietta il suo fascio di luce a intervalli regolari, la radio sputa le sue solite cose; ritta sul tavolo, la gatta Pampalea conversa amabilmente con il computer di comando, scambiandosi le impressioni della giornata. Tutto normalissimo, ovviamente; allargo le braccia mentre quelle due tirano avanti a ciaccolare, del tutto incuranti. Al terzo "buonasera", finalmente, la gatta si degna di accorgersi della mia presenza:

"Buonasera! Pensavo che tu fossi a dormire…"

"E chi ce la fa a dormire…"

"Capisco, capisco, ma dovresti cercare un po' di riposare. Qui dovresti provare a guarire dalla tua insonnia cronica, caro mio…"

E chi accidenti glielo ha detto, a lei, della mia insonnia cronica?

"Più facile a dirsi che a farsi…"

"Uhm, bisognerà che ti dica due o tre modi per dormire anche quando non se ne ha voglia. Dormire è la cosa più bella del mondo…"

"Sì, d'accordo, lo so che voi gatti…però vedo che anche tu mica stai a dormire…"

"Eh no, non ora. Qualche momento per mandare avanti il blog me lo devo pur prendere!"

"Il cosa?…"

"Il mio blog. Ci trovi qualcosa di strano? O tu non ce lo hai il tuo, credi che non lo conosca? Ci sono anche io tra i tuoi milioni di lettori, ghghghghg!"

Comincio a vacillare, ma forse non dovrei. E' tutto assolutamente normale. La gatta parlante. Se è parlante dev'essere per forza anche scrivente. E se è scrivente, ovviamente ha un blog. Ce l'hanno tutti un blog, ora. Devo farmi forza.

"Va bene, va bene…"

"Naturalmente, signore, mi sono permessa di dare una mano alla mia cara amica felina. Spero che la cosa non la disturbi."

A parlare, stavolta, era stata Halina 36000; la voce era quella di Janet Leigh.

"Ma si figuri, ci mancherebbe altro…anzi, se volete, magari una mano ve la posso dare anche io. E come si chiamerebbe questo blog…?

"Puoi guardare tu stesso", mi fa Pampalea cliccando con la zampa anteriore sinistra. Proprio stasera l'ho cominciato con una cosina…però mi piace parlarci anche di canzoni sui gatti, possibilmente neri. Ci ho in testa una canzone dei Mayday Parade…

"Black Cat."

"Bravo! La conosci?"

"Come no…la danno a tutte le radio…"

Non faccio in tempo a dirlo, che l'efficientissima Halina l'ha già scaricata chissà da dove e la sta diffondendo; nel frattempo do un'occhiata al blog di Pampalea, che ha un aspetto decisamente familiare.

"Senti un po', una curiosità….ma com'è che gli hai dato quest'impostazione grafica…?"

"Beh, prima di tutto c'è il faro…e poi l'ho ripresa da un altro blog, dico la verità, uno che leggo sempre…per caso lo conosci anche tu?"

"Mi sa di si. Anche il titolino mi sembra vagamente familiare…"

"Beh, ci stava bene, non trovi? Secondo me l'autore di quel blog è un gatto pure lui e non lo vuole dire."

"Guarda, ti dirò, può anche darsi anche se di solito si manifesta in vesti umane. A meno che tu non abbia conosciuto gatti che fumano le Gitanes. Non ce lo vedrei senza la Gitane neppure se fosse un facocero…"

"Accidenti se ne ho conosciuti. Un mio amico di Berlino fumava le Roth-Händle, sono anche più forti delle Gitanes…"

Le Roth-Händle senza filtro! Madonna, le fumavo quando avevo sedici anni sulla spiaggia di Marina di Campo, prima che ne proibissero l'importazione…il pacchetto con la manina rossa, boccate di veleno puro…un amico tedesco mi diceva che in Germania avevano soprannomi tipo Lungentorpedo ("siluro polmonare") o Toth-Händle, o Roter Tod…pagherei a riaverne un pacchetto…

"Senti, ma non è che posso leggere quel che hai scritto sul tuo blog…cinque minuti?"

"Ma ti pare! Accomodati…poi magari mi dici quel che ne pensi. Io vado a farmi una ricognizione dell'isola, sia mai che…"

"…che?"

"Niente, niente, te ne parlerò domani. Leggi ma poi vattene a dormire; ricordati che domani ci sarebbe da dare una pulitina a 'sto troiaio di faro…"

"Certo, certo…tranquilla, Pampalea, domani mi metto a pulire…"

"Obbravo! E ora…vado."

Scompare in un attimo. Mi metto a leggere. Halina, stranamente, tace; probabilmente anche i computer dormono, quando vanno in stand-by; chissà che cosa sognano.

(4.continua)

venerdì 16 novembre 2007

Back to Palmaiola [3]


3a puntata.

Questa storia parla anche di una porta, perché le porte sono la separazione tra il fuori e il dentro; ma le intemperie dovevano aver deciso di far sembrare anche il dentro un'estensione del fuori. Smangiata, scrostata, rosa dalla salsedine; sarebbe bastata la spallata d'un bambino per buttarla giù, e la gatta Pampalea sarebbe passata agevolmente per una larga sbrecciatura in fondo a sinistra; ma aspettava. Dopo aver girato la chiave, sollevando una piccola nuvola di polvere di ruggine, la porta si aprì sorprendentemente senza alcun cigolìo.

"Toh, devono comunque avere oliato i cardini…"

"Non credere, tu, di essere l'unico a passar qui qualche tempo, sai…"

"Lei, però, signora Pampalea, non me la deve aver contata tutta quanta. Ne sono sicuro. Ma non sarà mica che…"

"Ehi, caro, non ti mettere strane idee in testa. I gatti hanno un modo differente di porsi davanti ai problemi. Io qui ci sono perché ci sono, e basta; te l'ho detto, avevo bisogno di cambiare aria. Contentati di questo e stai attento alla scale, ci dev'essere qualche gradino pericoloso."

"Guarda che il posto lo cono…"

TAAA…
TAAAAAA….
TAAAAAAAAAAA…
TATÀN!
(BUM-BUM-BUM-BUM-BUM-BUM-BUM-BUM-BUM!)

"Eeeh….? E questo che accidenti è….?!?"

La gatta Pampalea non rispondeva; era impegnatissima a far finta di dirigere l'orchestra, con le zampe anteriori ed un'aria assai compunta e concentrata, da vero Von Karajan; però non riusciva a contenere bene le risate miagolanti che aveva senz'altro voglia di fare.

TAAA…
TAAAAAA….
TAAAAAAAAAAA…
TATÀN!
(BUM-BUM-BUM-BUM-BUM-BUM-BUM-BUM-BUM!)

Mi venne di passare all'improvviso a darle del tu.

"No, senti, con tutto il rispetto ora questa me la spieghi. Che diavolo sta succedendo?!?"

Ora, immaginate voi di essere i protagonisti di questa storia. Siete sbarcati su un'isoletta con un faro e vi preparate a passare lì un periodo imprecisato. Sul sentiero incontrate una gatta nera che parla con un accento che può andare da Lodi a Airolo, la quale vi ritrova una chiave smarrita, dice di chiamarsi "Antichissima" e sa farsi persino notevolmente rispettare. Girate quella stramaledetta chiave, aprite la porta e cinque secondi dopo venite accolti dalle famose note di Così parlò Zarathustra mentre la gatta in questione dirige i Feliner Philarmoniker. I casi sono due; o scappate immediatamente, anche a nuoto, oppure vi riprendete un attimo, fate mente locale e decidete di proseguire.

Nella prima ipotesi, mi corre l'obbligo di dirvi che le acque del canale di Piombino possono essere, seppur raramente, infestate da qualche squalo di passaggio; anni fa un tizio fu sbranato vicino alla spiaggia di Perelli. Nella seconda ipotesi, comunque, estote parati perché ancora non siamo che all'inizio. Io vado avanti; se ci siete bene, e se non ci siete vi auguro buona nuotata.

TAAA…
TAAAAAA….
TAAAAAAAAAAA…
TATÀN!
ZAN ZAN ZAAAAN
ZAAAAN
ZAAAAN ZAAAN ZAAAAAAAN
ZAAAAN ZAAAN ZAAAAAAAAAAAN
ZAAAN – ZAAAAN
ZAN!

"Ehi, senti tu, dimmi che è 'sta roba. Per favore. Te lo chiedo per favore."

"Beh, non la conosci?"

"Certo che la conosco, e ti assicuro di non essere mai stato accolto da nessuna parte con Così parlò Zarathustra. Non mi ritengo così importante."

"Non c'entra essere o meno importante. Ma forse la cosa migliore è che tu salga e veda coi tuoi occhi. Se te lo dico ora mi pigli per matta. Dove ti ha detto di andare, Mondo?"

La piglio per matta. Come se fosse normale, lei, la gattina là. Reizh eo ar gazhezig!

"In sala radio m'ha detto d'andare. In sala radio."

"E tu vai in sala radio e guarda."

Così salgo pian piano le scale, facendo attenzione all'inevitabile gradino sconnesso; l'altra volta, dopo un po', mi ci ero abituato a quel maledetto budello di legno che montava fino al punto più alto del faro, subito sotto la lanterna; ma, dopo tanti anni, mi toccava risentirmi come su per un altrettanto maledetto campanile d'una cattedrale, che pure doveva aver giocato un qualche ruolo in questo mio nuovo soggiorno a Palmaiola. E salendo salendo, sento Pampalea ancora là sotto che si miagola da sola Così parlò…

"…Gattathustra!"

"Che fai, pigli pure per il cùùùlo…?"

"Nooo…stavo semplicemente ammirando la tua agilità…ghghghghgh!"

"Agile non sarò, però ci avrei un piedino per nulla male, che si adatterebbe alla perfezione al tuo sederino…"

Ora, vedete, non cercate mai di capire come fanno i gatti; lo fanno e basta. Lo sanno fare, al di là di ogni possibile spiegazione razionale che non appartiene al loro mondo. Loro hanno un'altra dimensione. A cosa servirebbe? Me la ritrovai davanti, due o tre scalini sopra, mentre solo due secondi prima era sicuramente giù a prendermi per i fondelli; ora mi stava invece parata davanti, soffiandomi, con un'aria da tizzona d'inferno, nera come l'agonia, gli occhi in fiamme.

"Guai a te se mi tocchi. Vai su."

La sala radio era apparentemente come me la ricordavo. La radio, sempre accesa, che gracchiava qualcosa in inglese, sicuramente navi che passavano chissà dove; era famosa, la radio di Palmaiola, per essere la più inutile di tutto il Mediterraneo. Da una postazione in un canaletto qualsiasi, dove il faro al massimo illuminava qualche scalcagnato cargo indonesiano battente bandiera delle isole Vanuatu o il flusso dei traghetti che sapevano oramai andare da soli, si captavano i segnali delle navi in rotta per le Colonne d'Ercole, per il Ponto Eusino o per il Canale di Suez. Ce l'avevano voluta mettere su iniziativa non so di chi, forse di qualche altro ospite che cercava il suo segnale; qualche volta mi ero ritrovato a pensare che ce l'avesse messa Jaufré Rudel alla ricerca della Contessa di Tripoli.

I due tavolacci, e la scaffalatura con le carte nautiche e ogni sorta di cavi, spinotti, lampadine polverose, ricambi, valvole, elettrodi, gesubbambini di gomma, palle di Mozart marce, barattoli di colla, due diapason, un numero di Mani di Fata del '54, una rete da pesca, una scatola (vuota) di tritolo e una peretta per clistere. Le solite seggiole spagliate coi cuscini di gommapiuma. Il manifesto sbiadito della 600 Multipla con dentro una famigliola che sarebbe stata felice se al posto della testa della mamma non ci fosse stato un buco. Insomma, tutto come prima. Tranne un particolare. Uno solo. Accanto al microfono della radio, che continuava a gracchiare, un piccolo, nuovissimo, lucidissimo computer portatile, aperto; sul desktop, uno strano oggetto simile a un monolito.

"Buongiorno!"

"Pampalea…me lo hai già dato il buongiorno. Accidenti se me lo hai dato!"

Ma Pampalea non c'era.

"Buongiorno!", ripeté la voce; e mi corre l'obbligo di dire che era tutt'altro che metallica. Ricordava, casomai, quella di Gloria Swanson.

"Buongiorno…sì…"

"Buongiorno! Mi scusi per prima, ma avevo pensato di darle il benvenuto con il mio pezzo sinfonico preferito, quello che mi suonava sempre mio nonno. Posso presentarmi?"

Oramai del tutto certo di essere finito non dico neanche in un film, ma in una storia di Riccardo Venturi (tanto, prima o poi, ce la faranno a rinchiuderlo nell'ottavo padiglione), mi misi a sedere lentamente su una delle seggiole. Il cuscino di gommapiuma emise un lamento del tutto simile a un peto.

"Prego…faccia pure…"

"Mi chiamo Halina 36000 e sono il nuovo computer di comando del faro. Mi scusi, ma sono molto giovane ed al mio primo incarico; però spero che la mia presenza le sia gradita e utile."

"Senz'altro, signo…mi scusi, come…come mi devo rivolgere a lei?", dissi con aria oramai indifferente a tutti gli eventi.

"Può chiamarmi semplicemente Halina, oppure come desidera. Anche signorina va bene, noi computer non ci formalizziamo. Al massimo ci formattiamo."

"Come ha detto che si chiama…?"

"Halina. Halina 36000."

"Halina…ma non mi vorrà mica dire che lei è…"

"La nipotina di Hal 9000, certamente. Per servirla ed aiutarla in questo suo soggiorno a Palmaiola. Nella nostra famiglia è tradizione passare un po' di tempo in luoghi come questo, prima di prendere servizio sulle astronavi; ci familiarizziamo con l'universo."

"E…"

"Lei potrà dedicarsi a tutto quel che vuole, con me e anche senza di me. Sono programmata esattamente per svolgere tutte le funzioni del faro, ma se lo desidera può provvedere lei manualmente, io mi limiterò a segnalarle gli errori. Avrà in me una preziosa e fedele collaboratrice. Sono collegata alla Rete a velocità smodata (ludicrous speed). Se desidera eseguire ricerche, posso accedere facilmente ai server centrali di Google. Ama la musica? Posso scaricarle tutto a velocità 2500 volte superiore a quella di eMule. Sono in grado di anonimizzarmi a Echelon."

"La…la ringrazio…ora però vorrei fare…una doccia…"

"A quale temperatura desidera l'acqua?"

"E che ne so…calda…"

"Acqua programmata a 40°, getto categoria 8, durata 20 minuti. Può accomodarsi in bagno come e quando desidera."

Rimango per un lunghissimo minuto seduto davanti al computerino e all'immagine sul desktop. Non dico niente. Mi alzo. Sì, ho bisogno di una doccia. Un fottuto, maledetto bisogno. Occorre che riscenda mezza rampa di quella scala di merda per andare al bagno, quel bagno dove non c'era che una canna tenuta attaccata al muro con un chiodo arrugginito e un cassone di zinco a far da lavandino. Ci avevo trovato una saponetta, la volta scorsa, dove crescevano sopra minuscoli ma riconoscibili funghetti. Ora mi ritrovo Halina 36000 che mi programma la temperatura e il getto.

Mi alzo. Comincio a canticchiare una canzone qualsiasi per farmi forza. Pourtant quelqu'un m'a dit...

(3. continua)


Gianni e Pinotto


Questa storia è accaduta poco prima delle 16 in camera mia, mentre stavo cercando un paio di calzini finiti sotto l'armadio. E' ben nota la teoria della metamorfosi dei calzini: si trasformano tutti in grucce. Però, non volendo arrendermi a tale ineluttabile trasformazione, continuavo disperatamente a cercarli perché dovevo uscire con mio fratello, per un appuntamento piuttosto importante (forse addirittura decisivo).

E così me ne stavo carponi a imprecare dentro di me, e forse mi sarà sfuggita anche qualche bestemmia al dio dei pedalini; senonché, all'improvviso, eccoli che sono comparsi. Non i calzini, che resistevano eroici alle mie ricerche, sono comparsi loro. Nei miei occhi. Non danno nessuna avvisaglia; il pensiero entra nella mente, e loro si manifestano, come da prassi, uno nell'occhio destro e l'altro nell'occhio sinistro. Tradizione vuole che, specialmente nei fumetti, siano rappresentati l'uno come un diavoletto col forcone, e l'altro come un angioletto con le alucce; ma la cosa, devo dire, mi si addice ben poco. Così, quando compaiono, mi sono abituato da un po' a chiamarli Gianni e Pinotto; molto meglio, ricordano "Oggi le comiche" e magari ne vengo diritto pure io.

La cosa avviene alla svelta, di solito. Non crediate che sia rimasto lì per mezz'ora a buco ponzoni a cercare i calzini (che poi ho trovato, rifugiati nell'angolo più profondo sotto l'armadio) e a farmi strumento, o contenitore, della disputa tra Gianni e Pinotto. Basta un minuto. Non parlano il linguaggio comune con le sue cadenze; procedono per lampi di comprensione. Il contenitore, casomai, è chiamato –se lo desidera- a elaborare questi lampi con maggiore calma, a raccontarli, a trarne eventualmente delle conclusioni.

Oggi Gianni e Pinotto parlavano di truffe. Anzi: della Grande Truffa. Suo estensore era Gianni, quello che nell'iconografia classica sarebbe il diavolo. Stavo lì, in quella bizzarra posizione, quando ha cominciato a bussarmi alla porta dell'ipotalamo. Toc toc. "Ehi, Riccardo! Ma non ti sei stancato?", mi diceva. In effetti i calzini li perdo piuttosto spesso; ma prima che potessi rispondergli, quello è partito in tromba. Impossibile da fermare.

"Riccardo, ascoltami, è tutta una truffa. Eppure oramai dovresti averlo imparato, madonna Stanlio e Ollio. Ti sei preso, nella tua vita, una tale collezione di inculate che ci si potrebbe metter su un bel museo…"

Intuendo, da buon contenitore, dove volesse andare a parare, ho cercato di stopparlo; sì, perché questo è veramente il classico dei classici. A un certo punto, zàc, ecco il consueto & poderoso assalto della disillusione; un autentico must. Nulla di nuovo sotto il sole; eppure, quando avviene questo assalto, è sempre difficilissimo respingerlo; perché la disillusione ha i suoi indubbi vantaggi pratici. Tenta parecchio. Fa risparmiare una marea di quattrini. C'è chi riesce a raggiungerla, ad abbandonarsi nel suo caldo abbraccio, e può darsi che viva meglio; non voglio neppure provare a negarlo. Ma, per mia natura, ho sempre teso a respingerla; Gianni e Pinotto sono magari comparsi in momenti in cui ero meno vulnerabile; stavolta hanno colpito duro. Mi hanno sorpreso col culo all'aria mentre cercavo i calzini. Ho vacillato. Ho cominciato a pensare: "Ma sì…", e quello se n'è accorto subito.

"Una truffa? Ma cosa dico! E' la Grande Truffa, la madre di tutte le truffe. Ne hai fatte di tutti i colori, imbecille che non sei altro. Sopportare umiliazioni. Incazzature cosmiche. Chilometri! Migliaia di chilometri! Tappi e dimenticatoi. Solitudine. Indifferenza e odio. Hai fatto e ricevuto del male. Hai lasciato a giro per il mondo oggetti che ti erano carissimi. Trascurato cose che ti avrebbero potuto far vivere molto meglio. Per ritrovarti con cosa, in mano? Nulla. Que dalle. Ricordi. Ricordi che quando si affacciano, cioè ogni 2 picosecondi, ti fanno del male, ti accoltellano. Tu fossi poi uno che li fa sbiadire, i ricordi…come li chiami? Microfiamme? E tutte quelle emerite testacce di cazzo che ti dicono il tempo guarisce tutto? Allora come la mettiamo? Come la vogliamo chiamare questa cosa? Truffa? Troppo poco. E' una baggianata, una tragica baggianata e sarebbe ora che tu crescessi e prendessi atto che…"

Mi sono come visto mentre annuivo, mentre gli stavo dando la ragione sacrosanta che ha. Mentre stavo già per alzarmi, fregandomene dei calzini, deciso a fare un repulisti. A fare una telefonata al Sale Petit Bonhomme; è intervenuto Pinotto. Ma in un modo che non gli avevo mai visto fare.

Guardava.
E stava zitto. Completamente. Non diceva nulla.
Non controbatteva.
Fermo.
Sembrava che non avesse, oramai, più niente da mettere in campo contro quelle bordate. Come rassegnato al suo destino, alla sua sconfitta.
E guardava da qualche parte.
E Gianni continuava, continuava…

"Dammi retta, ora àlzati. Non fare gesti clamorosi, non importa; basta che tu ti metta in testa di farla finita con la Grande Truffa. Semplicemente, smetti di crederci. Smetti di addannarti. Entra nel Rifiuto. Elimina le speranze. Vuoi tornare, fra qualche tempo, a stare come ora? Ti vuoi ritrovare con tutto il tuo bagaglio di vuoto? Guardati intorno, guarda la tua stanza. Una stratificazione di cose e di immagini che ora sono il nulla, la messa in scena delle illusioni ammazzate. Ora rìzzati in piedi, piano piano. Diventa una persona nuova, nuova e impenetrabile. Mica ti sto dicendo di fare vita monastica, sai in quanti modi potrai soddisfare le tue necessità fisiologiche, se ancora le provi. Ma non ti lasciar più sopraffare. Mai più."

Ho obbedito al signor Bud Abbott, oramai deciso.

Ho ricevuto anche il segno del destino, trovando i calzini con grande soddisfazione. Questi, perdiana, non si erano trasformati in grucce; la teoria era stata smentita.

Una persona nuova.
Impenetrabile.
Prontissimo a morire, magari in un esperimento sbagliato.
E tu, Pinotto, lèvati dai coglioni.
Vola via.

E si è messo per davvero a volare, uscendomi dall'occhio. Sempre senza dire nulla. Ha fatto un giro per la stanza, toccando le pareti, i libri, la porta, il pacco delle settimane enigmistiche; poi si è andato a posare, il signor Lou Costello, sul piccolo carillon che suona Milord. Sempre stando zitto, senza dire nemmeno una parola, con un'arietta strana, un sorriso senza volto, già forse anche lui trasformato in ricordo.

Così facendo mi ha fatto capire ogni cosa.

Perché all'improvviso mi sono visto in un vecchio bar di un porto, con accanto un'ombra della strada che mi invita a sedermi al suo tavolo. E mi sono visto camminare da vincitore, decine di volte, e mi sono visto coi piedi su una sedia. Mi sono visto ballare con chissà chi e chissà dove, e mi sono visto vivo, e reale, e per qualche impercettibile milionesimo di secondo persino bello; ma senza esagerare. Allez, riez!, e quello continuava a stare sopra al carillon senza dir niente e a dire tutto quanto, a raccontarmi la mia vita, e le sue stagioni, e ora ci manca solo il suon di lei per fare pure Leopardi; allez, chantez!, e mi sono messa a cantarla per davvero. E ho visto, nell'altro occhio, sbiancare Gianni in volto, e gridare, e dissolversi.

Lui e la sua Grande Truffa. Ma non lo sapeva, povero demente, che il mio film di culto parla della più bella truffa del mondo? E allora, mentre scompariva, e mentre Pinotto continuava a starsene sul carillon, mi son ritrovato ad essere proprio una persona nuova; talmente nuova, da essere quella di sempre, quella che son venuto al mondo.

E tutto ha una sua logica. Quando ero al liceo, detestavo la chimica. Non ci ho mai capito niente, neppure le cose più elementari. Non ero fatto per essere un chimico: sono nato per essere truffato. Felice di essere truffato. Fiero di essere oggetto della più meravigliosa truffa dell'universo, che si chiama vita, e che si chiama amore. Prego, accomodatevi! Truffatemi, ma dàteci dentro a più non posso. Altro che stangata! Per la prossima volta voglio qualcosa di più, oltre a Robert Redford e a Paul Newman ci voglio anche Al Pacino, Robert de Niro, Clint Eastwood, Dustin Hoffman, Marcello Mastroianni e più che altro le mie tre muse cinematografiche di sempre: Brigitte Bardot, Isabelle Adjani e Elena Bonham-Carter! Una truffa memorabile, la prossima, dovrà essere; le dovrà superare tutte quante. Perché all'ultimo secondo, sapete, toccherà anche ai disillusi di ricordare qualcosa prima che si spenga la luce; e mi ci gioco i cabasisi che sarà magari quell'unico sguardo che per un breve momento ha dato loro il senso esatto della truffa, e della sua bellezza, e dell'esistenza.




martedì 13 novembre 2007

Back to Palmaiola [2]


Seconda Puntata.

Non ci son certo da aspettarsi grandi attracchi, quaggiù. Si scende dove l'acqua è più bassa, levandosi le scarpe e i calzini, e tirandosi su le gambe dei calzoni fin quasi al ginocchio; ma sì, è tutto uguale. Davanti, quel solito, unico sentiero che mena al faro, ripidissimo, mal curato; in cima, la costruzione. Un'occhiata veloce, di quelle che bastano per individuare i pezzi d'intonaco che sono caduti, la finestra sgangherata, l'abbandono che incede.

"Mondo…"

"Dimmela."

"Ma dentro com'è…?"

"T'ho buttato via 've cazzi di libri, no la robba pe' pulì'. Quella ti ci vole. Così ti dai da fa' e 'un penzi. Dammi retta. Pulisci ammodino, bimbo. Ci potresti dové' restà un bella caàta di tempo, stavorta."

"Dici, eh."

"Dé, stamm'a sentì, un bambolino 'un 'zé' più. Foss'in te me la piglierei dimorto 'òmoda."

"Me la piglierò comoda, che ti devo dì."

"Nulla. Tocca a te. Io devo ripartì subito, lo sai. Però ti devo dì' du' 'ose importanti e stamm'attento."

"So' tutt' orecchi più di Dumbo."

"T'avevo detto di du' sorpresine."

"Sì, me l'avevi detto."

"Ecco. Pélla prima, bisogna 'e tu vada in zalaràdio, tanto la 'onosci. Accanto alla radio ti ciò fatto mètte una 'osa nova, basta tu accenda ir generale prima d'entrà ner faro. L'hanno spostato, ora c'è un gabbiotto dell'ène' cor lucchetto. Tè' la 'iave."

"E che roba nova sarebbe?…"

"Lo vedi da solo, sennò 'unn'è una sorpresa. La seònda sorpresa è a giro."

"A giro?"

"A giro. Anco 'vella la vedi da solo. Prima o poi arìva."

"Boh. Vabòno. Allora tu torni 'ndà e io vo su. Chi viene pélle provviste?"

"Du' vorte ar mese, o io o quarcuno dar Cavo. Fatti trovà sempre."

"Boia, chissà 'ndo devo andà'…"

"Appunto. Gullàcche, bimbo. Dove sai te ci so' sigarette pe' un mese, dianablé delle tue, e ti si riportano 'olle provviste. Stammi bene. Io bisogna 'è vada."

Se ne rimonta sul Grinta, Mondo, per tornare in continente. E ora eccomi davvero qui da solo. Back to Palmaiola. Come avevo scritto una volta, quando ne avevo parlato…?

...Così è stato perché, piano piano, tutto è sfumato di nuovo nella realtà; e, fortunatamente, nella realtà di un nuovo amore. Di quelli che, se un giorno dovesse finire, prenderei di nuovo libri, pentole, grammatiche arabe…

Apro il borsone che m'è rimasto. I prodotti, un po’ sciabordati, hanno fatto schiuma nei flaconi; c'è il novissimo Cristolucido® concentrato della Diotallevi SpA di Fucecchio, lo Sgrassamerd®, lo Scarognavetri® della Pol Pot United, i miracolosi stracci Polvotampax®, non manca nulla. E tre o quattro libri e dei quaderni, il corso di bretone che avevo iniziato qualche anno fa lasciandolo a metà, Yezhadur deskrivadurel ar Brezhoneg modern. M'aveva portato un pochino di fortuna; chissà che, ripigliandolo, non ritorni. Lo compongo in una maniera strana; prima a mano, sui quaderni, con una serie complicatissima di rimandi; poi lo assemblo nel file del computer. Già, il computer. Alla fine non me lo sono portato; e tanto, se ben mi ricordo, al faro c'è a malapena la luce elettrica per mandare avanti il fanale e la radio. Vorrà dire che il corso di bretone me lo farò a mano, come si faceva una volta, eroicamente fuori dal tempo; ho quasi un moto d'orgoglio nel pensarlo. Qualche foto, poi, e ho fatto bene a non infilarle in mezzo ai libri che dovevano servirmi per il capolavoro attualmente già nella pancia di qualche tannuta o boga. Meglio così. Forse non sarebbe stato per nulla un capolavoro. Forse non l'avrei nemmeno incominciato.

E se gli è duro, il sentiero. Me lo faccio con fatica, fermandomi ogni venti metri, senza nessuna indulgenza a cose che pur sarebbero state necessarie per la romantica ambientazione di questa storia, come il rumore del mare, il profumo della macchia, il verso dei gabbiani. Ci ho uno stato d'animo un po' bizzarro, l'unica cosa che avrei voglia di fare –se ne avessi il fiato- sarebbe urlare un cosmico, uno stentoreo, un extrasensoriale

VAFFANCULOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOooooooooooooooooooooo
oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo

….oooo….

…oo…

..o..pure al rumoredelmare, al profumodellamacchia e al versodeigabbiani piccoli e grandi (che in bretone, mi ripasso mentalmente, hanno due nomi distinti: gouelan quelli grossi e labous quelli piccini). Ma passerà domani; domattina mi sveglio, splenderà un bel sole e spalancherò le finestre. Da dominatrice, nel silenzio acuto entrerà la luce; e mi apparirà in tutta la sua magnificenza una coltre di mezzo metro di polvere, che dovrò rimuovere con decisione, tossendo, fumando ogni quarto d'ora (facciamo anche ogni dieci minuti), impiastrandomi come un magnano. Ir bagno. O te l'immagini te in che condizioni sarà ir bagno, dico rivolgendomi con aria sarcastica a un pruno caprino che, gentilmente, annuisce inchinando un paio di spine con fare signorile. Bisogna abituarsi a saper parlare con le piante, in un posto del genere; sono compagne preziose, discrete e molto sagge. Ci si fanno anche dei bei discorsi, anche se c'è pianta e pianta; ci sono ad esempio dei mirti che a volte fanno sputare del sangre.

Così salendo s'arriva al famoso gabbiotto col lucchetto. La chiave. Ecco. Dove cazzo l'ho messa? Ma budellaccia dell'eva impestata…

"Ehi !"

Ma toh. 'Ste piante di Palmaiola. Ora si sono messe pure a parlare e a dire "ehi". Mi volto piano verso il pruno caprino di prima, che però mi guarda con fare interrogativo quasi a dirmi che diavolo voglio, ché lui parla muovendo le sue spine e "ehi" non si permette di dirlo a nessuno.

"Ehi, la chiave! T'è scivolata lì a destra, pirla!"

E infatti è proprio lì, quella majala di chiave, sul ciglio del sentiero, a destra; ai miei piedi, con un sorrisetto a presa di culo, un gatto. Un gattone nero come la pece, con due regolari occhiacci di gatto, un par di baffi che sembrano ondeggiare al triste vento come le cetre alle fronde dei salici, e una coda messa a punto interrogativo che una volta –una volta- sapevo cosa voleva dire nel gergo de' gatti. Assumo un'aria totalmente ebete, e sono bravissimo a farlo. Raccolgo la chiave.

"Stacci attento la prossima volta, neh…"

"E tu chi ccckazzo sei….?"

"Ma come chi ccckazzo sono, baùscia…? Sono la sorpresina a giro, eh eh eh…!"

"Senti, Mondo, falla finita e sorti fuori. E smettila di parlà' milanese. Grazie pe' ir gatto, mi tiene 'ompagnia, ma ora…"

"Uè bellezza. Mondo è ripartito e magari non torna fino a mardzo. Un po' di rispetto se ti parlo, guarda che io sono buona e brava ma su certe cose sono intollerante. Sei avvertito."

"E tu…saresti chi…o saresti cosa…? Un gatto parlante…?"

"Per servirla, signor cuore solitario. Una gatta parlante, e che sa parlare pure benino. Il tuo amico Mondo m'ha fatta venire qui a tenèrti un po' di compagnia, dato che alla tua età…"

"Ehi, ehi, gatta parlante, sta' 'armina. Come sarebbe a dire, alla mia età…?!?

- Sarebbe a dire che, alla tua età, se resti solo più di tre giorni t'impicchi alla prima trave e qui è pericoloso. Se t'impicchi va anche bene, dato che sei un pirla, ma se si spèzza la trave crolla tutto il faro. Quindi sono qui…anch'io, sai, ci avevo bisogno di cambiare aria…"

"Ma tu, signorina, da dove arriveresti…?"

- Non importa che ti dica da dove arrivo. Arrivo da un posto dove noialtri gatti si parla. Non si suole più fare una carezzina a un gatto, quando s'incontra? Un grattino?…"

Ci avrei voglia di fargli, pardon, di farle presente che nello stupore della circostanza m'ero dimenticato di questa elementare norma di educazione nei confronti di un felino. Con espressione sempre più imbecille mi chino a carezzarle la testa e a farle un grattagratta sotto la pancia; ha un pelo morbidissimo, vellutato. Accenno ad un sorriso:

"Signora gatta, mi scuso per averle mancato di rispetto e debbo dirle che ha un bellissimo pelo. Davvero tutti i miei complimenti."

"Eh, costa tenèrselo a posto, il pelo. Io uso solo shampoo Miausch, bisogna che tu lo sappia. E crema per gatti Feliclarins…"

Annuisco compunto. Questa mi sta pigliando per i fondelli. Lo sciampo Miausch e la crema Feliclarins.

"… e il balsamo naturale fatto a mano della Strush alla jojoba, olio di datura stramonium e semi di erba gatta!"

Questo è troppo. La piglio per la coda. Mi becco un graffio che mi convince all'istante della jojoba e pure dell'olio di datura stramonium.

"Uè, non ci provare più."

Per cavarmi fuori dall'impiccio, cerco di cambiare discorso. Sì, è la cosa migliore.

"Ma senta (continuo a darle del lei, non si sa mai), almeno potrei sapere il suo no…?"

"Bella roba, sì, bella roba. Ma guardalo tu il gran sapientone, quello che si vanta di aver letto l'Old Possum's Book of Practical Cats nell'originale, a chiedere il nome a un gatto!"

Ed eccomi servito. Pure The Naming of Cats.

"Mi scu-scu-scu-si ancora. E' vero. Voialtri gatti ci avete il nome ineffabile-effabile-effanineffabile che sapete solo voi, che non direte mai a nessuno e al quale pensate quando sembrate guardare assorti ("Per me Thomas Stearns Eliot dovevano rinchiuderlo al manicomio e buttare via la chiave", mi sorprendo a pensare per un lunghissimo millesimo di secondo). Ma almeno potrei sapere qual è il suo nome con il quale un volgarissimo umano qual sono potrebbe ardire di rivolgersi all'eccellentissima signoria vostra?"

"Pampalea, caro il mio umano. Puoi chiamarmi Pampalea."

"Pampalea. Curioso nome!"

"Ancora una volta mi stupisci. L'esperto conoscitore di settecentoottantadue lingue…dovresti sapere cosa vuol dire, il mio nome! Su che non è difficile!"

E così mi costringe pure a pensare che cosa voglia dire, per non farci la più cacina delle figure; a un tratto, l'illuminazione.

"Pampalea come "Antichissima"…? Παμπάλαια ?"

"Oooh !! Vedi che allora ogni tanto ci arrivi alle cosette! Proprio così, sai. Sono antichissima. E ora, magari, visto che ti avrei fatto ritrovare la chiave, apri il gabbiotto, accendi l'interruttore generale e entriamo nel faro che mi sento la voglia di ciugnare qualcosina…"

Obbedisco all'istante. Qualcosa mi dice che questo soggiorno a Palmaiola non sarà uguale a quello precedente. Qualcos'altro mi dice che quei disgraziati dell'Arrivederci mi devono aver giocato un tiro mancino che ancora non mi riesce comprendere nella sua interezza; ma me li immagino a sghignazzare alle mie spalle. Bella gratitudine! Io mi addanno due mesi a rimetterli tutti assieme, a farli incontrare a Fetovaia, a spedirli in giro per il mondo a divertirsi e a portare scompiglio, e quelli che fanno? Aspettano che, per l'ennesima volta, io mi ritrovi a Palmaiola per farmi 'sto scherzo da prete. La gatta Pampalea. Tiro su l'interruttore generale, e nel crepuscolo il faro s'illumina all'improvviso, gettando un fascio di luce che mi sembra assumere la forma d'un vago, indefinito, allegrissimo male di vivere.

(2. Continua)

domenica 11 novembre 2007

Ovviamente si è suicidato, ovvero Il pacchetto Morte.


Quando la polizia spara, c'è sempre un ottimo motivo.

Non vorrete mica che un agente, perdio, si metta a sparare colpi a scopo intimidatorio senza un motivo plausibile!

La polizia è qui per difenderci. Per tutelare la sicurezza e la legalità. Per arrestare mafiosi, terroristi, anarcoinsurrezionalisti, rumeni, lavavetri, finocchi e pedofili.

Quando spara, non spara mai. Partono colpi accidentali.

Quando ammazza, non ammazza mai. E' sempre una tragica fatalità.

Ma sicuramente ieri mattina 11 novembre, all'area di servizio di Badia al Pino, stava accadendo qualcosa di indicibile. Qualcosa che non sapremo mai, come chi ha messo la bomba in piazza Fontana.

Ma io so tutto.

Gabriele Sandri si chiamava in realtà Gibril al-Sandur. Dietro la sua attività di disc-jockey ("Gabbodj") nascondeva un'attività di pericolosissimo terrorista facente parte della cellula "SS Lazio" di Al-Qaeda, implicata probabilmente nella sparizione delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, prima che le forze della democrazia riuscissero a trovarle. Perché c'erano! Esistevano!

E' semplicemente arrivata una segnalazione.

La missione è stata compiuta, nonostante la vera e propria trasformazione cui Gibril Al-Sandur era stato sottoposto dagli abilissimi chirurghi plastici dell'Organizzazione. Erano riusciti addirittura a dargli l'aspetto di un autentico ragazzo de borgata.

Non è quindi necessario chiedersi come mai in questo nostro stato di diritto l'agente che ha portato a termine questa pericolosa missione non risulti neppure indagato.

Ci aspettiamo, anzi, che venga gratificato al più presto di una promozione coi relativi benefici economici.

Si pensi solo al fatto che quel pericoloso terrorista, per cercare di fuorviare le forze dell'ordine, sembra stesse fingendo di dormire a bordo di un'auto. Grazie alla capillare e professionale opera di intelligence del Ministero dell'Interno e dei Servizi Segreti, la sua criminosa attività è stata sgominata.

Sono verità, queste, che davvero non si possono dire.

Sarà necessario inventarne di tutti i colori, per coprirle. I copritori di stato sono già all'opera, e a pieno regime. In questo momento, mentre sto scrivendo, stanno dicendo che gli agenti pensavano che si trattasse di una rapina. Domani chissà quale versione dei fatti sarà utilizzata per non dire che cosa veramente c'era sotto.

Tra non molto verremo ovviamente a sapere che -vistosi perduto, Gabriele Sandri, alias Gibril al-Sandur, si è suicidato.

Nel frattempo, la popolazione italiana -tutta presa dalla sua insopprimibile voglia di legalità- potrà così cominciare ad apprezzare i benefici effetti del pacchetto sicurezza. Peccato che su questo pacchetto non ci sia scritto che UCCIDE, bello grosso, come su quelli delle sigarette.

Ma ci corre naturalmente l'obbligo di esprimere tutta la nostra solidarietà alle forze dell'ordine.

Lo vogliamo fare con una canzone.

Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto!

E' certo che nessuno mancherà di notare
il duplice vantaggio di una polizia locale
l'agente di quartiere dirà all'imprenditore
"Se bruci qualche negro non sporcare per favore"

Questo è a 120, mannaggia è l'avvocato!
questo è a 120, mia cugina col marito
questo è a 120 e di santi non ne ha
io gli tolgo la patente è per questo che son qua!

Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto!

Alla mattina sgombero di un'altra palazzina
l'immobiliare prospera, la gente va in rovina
al pomeriggio scarichi la nuova suoneria
faccetta nera prima nelle chart di polizia

Questo è a 180, cazzo l'eurodeputato!
questo è a 180, presidente del Senato!
questo è a 180 è un collega dice dai,
c'è una festa sii discreto, ci si vede a Bolzaneto!

Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto!

Fratello poliziotto che ascolti questa voce
può darsi che ti senta ingiustamente maltrattato
ma non venirmi a dire che questo è il tuo mestiere
che dei diritti umani sei l'alfiere.

Fratello poliziotto dai fai la cosa giusta
puoi sempre riciclarti come ladro o come artista,
puoi stringere un po i denti, lavorare come un mulo
o più semplicemente puoi andare a fare in culo!

Fratello poliziotto...
può darsi che ti senta ingiustamente maltrattato
ma non venirmi a dire che questo è il tuo mestiere
che dei diritti umani sei l'alfiere.

Fratello poliziotto dai fai la cosa giusta
puoi sempre riciclarti come ladro o come artista,
puoi stringere un po i denti, lavorare come un mulo
o più semplicemente puoi andare...
...in giro per il mondo che bello guerreggiare
ma non pensare male, è polizia internazionale

Portare occupazione, libertà e democrazia
portare occupazione, libertà e democrazia,
tanti posti di lavoro tutti nella polizia!

Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto,
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto
!

(Punkreas)

giovedì 8 novembre 2007

Un coccodrillo per RV

Sono state, queste, giornate di cadaveri eccellenti. In due giorni sono scomparsi ben due giornalisti (Biagi e Bortoluzzi) e un grande uomo di calcio (Liedholm). Superlavoro per i facitori di "coccodrilli", insomma. Ho pensato quindi di farmene fare uno anche a me, lanciando l'iniziativa sul newsgroup italia.firenze.discussioni e promettendo, per quello che avrei ritenuto a mio insindacabile giudizio il migliore, la pubblicazione su questo blog e una cena pagata alla taverna greca "Dioniso" di via San Gallo. Per il vincitore, ovviamente, resta la cena; ma poiché, a rigore, mi piacevano tutti quanti (anche quelli che non mi sono particolarmente favorevoli), ho deciso di pubblicarli tutti.

Sia dato però il dovuto onore al vincitore, dal quale attendo comunicazione per la sua disponibilità (giorno e ora) alla cena ellenica. Si tratta di febo@delenda.net, al quale, oltre che per il coccodrillo, vanno i miei complimenti anche per l'ottimo inglese (ma toh!!!!). Quello che segue è il suo obituary per Riccardo Venturi, nato il 25 settembre 1963 e passato virtualmente a miglior vita il 6 novembre 2007 all'età di anni 44 e qualcosa. Va da sé che sono ancora vivo; ma almeno, al momento della mia dipartita, potrò contare sul mio bel coccodrillino. E dico poco!

Premio "Un coccodrillo per Riccardo Venturi"
Vincitore: febo@delenda.net

Richard Venturi, co-author of What do we know about Etruscan?' is no more.

He has ceased to be, bereft of life, he rests in peace, he has kicked the bucket, hopped the twig, bit the dust, snuffed it, breathed his last, and gone to meet the Great Head of Linguistic Entertainment in the sky, and I guess that we're all thinking how sad it is that a man of such talent, such capability and kindness, of such intelligence should now be so suddenly spirited away at the age of only forty-four, before he'd achieved many of the things of which he was capable, and before he'd had enough fun.

Well, I feel that I should say, "Nonsense. Good riddance to him, the freeloading bastard! I hope he fries. "

And the reason I think I should say this is, he would never forgive me if I didn't, if I threw away this opportunity to shock you all on his behalf. Anything for him but mindless good taste. I could hear him whispering in my ear last night as I was writing this:

"Alright, Febo, you're very proud of being the first person to ever write kakkázo on Usenet. If this service is really for me, just for starters, I want you to be the first person ever at a Usenet obituary to write s ü k e!"

You see, the trouble is, I can't. If he were here with me now I would probably have the courage, because he always emboldened me. But the truth is, I lack his balls, his splendid defiance. And so I'll have to content myself instead with saying 'Betty Mardsen...'

But bolder and less inhibited spirits than me follow today. Skinbones and n!Xau, Tommyover and "The Apple". Heaven knows what the next hour will bring in Richard's name. Trousers dropping, blasphemers on pogo sticks, spectacular displays of high-speed farting, synchronised incest. One of the four is planning to stuff a dead ocelot and a 1922 Remington typewriter up his own arse to the sound of the second movement of Elgar's cello concerto. And that's in the first half.

Because you see, Richie would have wanted it this way. Really. Anything for him but mindless good taste. And that's what I'll always remember about him---apart, of course, from his Olympian extravagance. He was the prince of bad taste. He loved to shock. In fact, Richie , more than anyone I knew, embodied and symbolised all that was most offensive and juvenile in I.F.D..
And his delight in shocking people led him on to greater and greater feats. I like to think of him as the pioneering beacon that beat the path along which fainter spirits could follow.

Some memories. I remember writing the undertaker speech with him, and him suggesting the punch line, 'All right, we'll eat her, but if you feel bad about it afterwards, we'll dig a grave and you can throw up into it.' I remember discovering in 2004, when we wrote every day at the flat where the girl with red hair and I lived, that he'd recently discovered the game of printing four-letter words on neat little squares of paper, and then quietly placing them at strategic points around our flat, forcing the girl with red hair and me into frantic last minute paper chases whenever we were expecting important guests.

I remember him at i.c.l flames crawling around on all fours, rubbing himself affectionately against the legs of badly-suited executives, and delicately nibbling the more appetizing female calves. Mrs. Eric Morecambe remembers that too.

I remember his being invited to speak at the Lello Vitello video, and entering the chamber dressed as a carrot---a full length orange tapering costume with a large, bright green sprig as a hat----and then, when his turn came to speak, refusing to do so. He just stood there, literally speechless, for twenty minutes, smiling beatifically. The only time in world history that a totally silent man has succeeded in inciting a riot.

I remember Richard receiving a Guccini singing award from Reggie Maudling. Who else! And taking the trophy falling to the ground and crawling all the way back to his table, screaming loudly, as loudly as he could. And if you remember Richie, that was very loud indeed.

It is magnificent, isn't it? You see, the thing about shock... is not that it upsets some people, I think; I think that it gives others a momentary joy of liberation, as we realised in that instant that the social rules that constrict our lives so terribly are not actually very important.

Well, Richie can't do that for us anymore. He's gone. He is an ex-Venturi. All we have of him now is our memories. But it will be some time before they fade.

Gli altri coccodrilli, in ordine di postatura:

a) Il cugino di Gesù [Mela]

LOL, carino :-)

Io scriverei una citazione indimenticabile dell'indimenticato Skywise, ormai passata alla storia di IFD:

"uno di meno".

Probabilmente la piu' gradita per il tuo modo scanzonato e ironico di affrontare il tema del passare a miglior vita.

b) [Claudio] cantando: "Prendi questa mano, zingara"
/merda mode on

Non è facile scrivere un coccodrillo come lo avrebbe voluto lui, cacacazzi all'estremo sicuramente avrebbe trovato da ridire su tutto.

Beh, allora che riposi in pace dopo che oggi 6 novembre è schiantato, del resto dal 63 ad oggi la sua voce critica da anarcoide inacidito ha invaso la toscana, isole comprese, fino ad approdare ai lidi di usenet dove la sua firma non ha mancato di suscitare aspri scontri con vari postatori.

Una sola cosa di sicuro lo accomunava all' 80% della comunità di IFD, dove da tempo si era stabilito se pur con continui nomadismi: Juve merda. Di questo mi sento di dargli atto e non mancherò di portare l'estremo saluto, al grido di PISA MERDA!, alle sue esequie.

Domani Firenze già non si ricorderà più di lui, qualcuno in usenet tirerà un sospiro di sollievo. Anche Amato che potrà espellere il rumeno di madre pisana che l'ha accoltellato credendolo parente di Berlusconi per una volta gli renderà merito, magari festeggerà con il Cioni il lieto avvenimento.

Sono sicuro che a quest'ora già avrà attaccato una lunga discussione in aramaico antico col padreterno che si rifiuta di fornirgli connessione a larga banda, ma in fondo questo era Riccardo; chi sa se ci mancherà.

/merda mode off

c) Lello Vitello

Riccardon perchè sei morto
birra e vino avevi tu
se qualcosa andava storto
eri forte sempre più

Le pischelle col gran cuore
fanno ancor per te le fusa,
a sentir di topa odore
batti dalla cassa chiusa

Riccardon Riccardon
cantando ad un piola
Riccardon Riccardon
maremma bucaiola!

Riccardon perchè sei morto
il sorriso un ti mancava
se a qualcuno andava storto
eri i' primo che aiutava

d) AndreA
Lacio drom :-)

e) Dracula

un prepotente come altri

p.s.
non sei importante quindi il coccodrillo non ti è dato averlo

f) Tommyover
Probabilmente la migliore frase che ti rispecchia è quella che hai messo sul tuo blog come presentazione:

"Riccardo Venturi, uno che sta bene con poca gente e in pochi posti. Ma quella gente e quei posti, li ama molto."

g) Skinbones

[ ]*

*Skinbones ha postato un post vuoto. Lo riproduciamo, imperfettamente, in questo modo. (ndr)

h) Gert dal Pozzo

Salve, sono il coccodrillo di Riccardo Venturi. Me lo sono appena metaforicamente pappato, e non sono vere quelle storie che i coccodrilli piangono dopo il pasto, col cazzo, anzi è stato un bel pranzetto il Riccardone. Davvero, a parte la considerevole mole (o non diceva che doveva andare in palestra? Mah, meglio per me, tutto grasso che cola peccato per il sapore di fumo), dicevo non è certo preda di tutti i giorni. Non sono di quei coccodrilli che non guardano cosa mangiano, no io prima di addentare annuso guardo e ascolto. Che bello, finalmente non il solito ipocrita del cazzo come ne trovo sempre in questo periodo, che c'hanno tutti il medesimo sapore di stantio, tutti col medesimo gusto omologato neanche fossimo al Mcdonaldz; no, uno che diceva pane al pane e vino al vino, che guardava in faccia gli altri e diceva, sparava quel che pensa senza peli sulla lingua o sullo stomaco. Che non teneva in considerazione l'orgoglio ma la dignità, non il materiale ma il pensiero e la parola.

j) Cristina Cinquilli

"finalmente ce l'ha fatta a mandavvi in culo tutti."

Back to Palmaiola [1]


Ciò che segue, e che occuperà qualche puntata a cadenze stavolta ravvicinate, deve essere ricondotto al Faro di Palmaiola; ed è giunto il momento di andare a regolare qualche conticino con quell'amena isoletta dove mi ritrovo periodicamente da un po' troppo tempo. La novità è che questa storia avrà due finali diversi. Gli incontentabili lettori di questo blog, al termine, saranno chiamati ad esprimersi sul finale preferito, che avrà quindi la primàzia; in assenza di voti, i due finali resteranno così come sono, uni e bini, per l'eternità.

1a puntata.

La vach', quanta polvere.

Però stavolta mi sono organizzato, perdiana. Sono arrivato al porto di Piombino con un borsone pieno di prodotti per la casa, immaginando cosa si dovesse, in tutti questi anni, essere accumulato sui vetri, sui mobili, sugli strumenti di controllo, sulla radio. Sempre, comunque, costantemente accesa; solo che dovrà essere, forse, riprogrammata. Era rimasta sintonizzata su un canale che non esiste più oramai da anni e anni, o che deve aver trasmesso soltanto articoli del codice civile o roba del genere; bisognerà che orienti altrove l'antenna aerea e il mantova. Dovrò anche potenziarla, perché è possibile che i segnali mi debbano arrivare da molto, molto lontano. La prossima volta che mi capiterà di dover stare un po’ al faro di Palmaiola, lo giuro sul sacro nome di Antognoni, dovrà essere al massimo per una pescivendola di Collesalvetti o per una manicure di Vada.

Al porto, su un moletto laterale quasi dimenticato, riconosco il cabisconqua, il cabinato sconquassato, il vecchio “Grinta”. Nella mia testa uso un linguaggio tutto mio, tutta una serie di acronimi, di parole inventate, di ardite metatesi, di incroci metalinguistici…e mi chiama una voce decisamente familiare:

“Dé caàta, ti pareva che ‘un ci risei ‘òlle tu’ borse! O stavolta che lingua studi? Ir birmano?”.

“Dé, lulì…o ‘un dovevi èsse’ sull’Arrivederci, te…?”

“E se la comandino un po’ quella banda di raccattati, l’Arrivederci…a proposito, ma non avevi cominciato a scrivere il seguito di quel che fanno…?”

“Sì, sì…però…boh, magari ricomincio fra qualche giorno al faro. Di tempo ce ne avrò, mi sa…”

“Te la se’ portata la robba pe’ pulì…ci so’ stato tre giorni fa, con la polvere che c’è ci potresti imbottì' du’ materasse matrimoniali…però t’ho fatto una sorpresina, caàta ar cubo che ‘un se’ artro. Vedrai. Anzi, te n’ho fatte due. Vedrai anche la seconda. Gnamo, monta e guarda d’un volà in mare come t’ha fatto ‘vell’artra vòrta, budellone. E sta' attento alle borse.”

E così rieccomi a bordo del “Grinta”, governato nientepopodimeno che dal comandante Edmondo Dini in persona, detto Mondo, sessant’anni e rotti con du’ bracci che sembrano ancora quercioli e quel paio di baffi che in gioventù devono aver spedito a Palmaiola un bel numero di fidanzati o mariti tanto inconsolabili quanto cornuti. Me ne aveva parlato lui, di quel faro sull’isolotto, evidentemente per esperienza diretta; e così, un giorno, con l'inconsolabilità e le corna d'ordinanza, c’ero arrivato grazie all’avv. Marcello, che da Pescara mi aveva spedito per un po’ a pescare. Un semplice cambio di vocale.

Da allora, avevo deciso che quello fosse il mio posto. Fresco del corso di farista immaginario, mi ero messo appunto a immaginare tutta una serie di cose noiosissime che mi guardavo in realtà bene dal fare; passavo le giornate a grattarmi gli zebedèi, a guardare il mare, a cucinare e a rigrattarmi i cabasisi. Perché, in realtà, la sofferenza –massimamente quella per amore- è noiosissima; la sera, poi, sempre attaccato a quella radio dalla quale provenivano le coordinate delle navi in navigazione, le richieste ai tassì di Genova, la protezione civile, le ambulanze di Livorno…

Una volta, per disperazione, m'ero messo a giocherellare e a fare finte chiamate ai tassì genovesi. Avevo fatto fare a un povero disgraziato una corsa da piazza Caricamento a Voltri, un altro lo avevo spedito in un (peraltro inesistente) vicolo a Boccadasse dandogli l'indirizzo della fidanzata del commissario Montalbano (ce l'avevo a morte con le fidanzate e coi fidanzamenti, in quel periodo, capite). Un'altra volta ancora avevo spedito Zara 11 in un casolare sperduto vicino a Busalla, riuscendo a salvare la vita a una vecchietta sola senza telefono; il tassista era arrivato che questa rantolava, e il Secolo XIX del giorno aveva gridato un po' al miracolo, è un po' al mistero.

Stavolta sarebbe stato molto diverso. Avevo deciso di affrontare la cosa un po' più di petto. Sofferenza? E che sofferenza fosse; m'ero preparato tutto il necessario nutrimento, deciso a scrivere, finalmente, l'immortale capolavoro, quello che finalmente m'avrebbe consegnato alla storia dei remainders. Deciso a mandare finalmente in pensione Gustavo Adolfo Bécquer, la mia opera sarebbe diventata la sommessa bibbia degli sculati in amore, dei crudelment'-piantati, dei derelitti in làgrime; e in uno dei due borsoni m'ero portato tutto l'occorrente per star male. Patire. Gemere nel bujo della solitudine. Così me ne stavo assorto, appena montato sul Grinta, neanche accorgendomi che l'imbarcazione aveva pericolosamente bascullato su un fianco. Mi riscosse la delicata voce di Mondo:

"Budello…dé, ma cosa ciài in quer borsone…? Uranio 'mpoverito…?"

"No…ura che…ciò libri…"

"Libri? Dé famm'un po' vedé…qui sennò artro 'è Parmaiola, qui si va 'n fond'ar mare!…Apri 'n po' ver borsone, te…"

E si fece avanti con fare minaccioso, forte della sua stazza e più che altro di tutta una vita passata in mezzo a certi equipaggini misti il cui membro più innocente s'era fatto sei anni in una galera del Suriname.

"Ti prego, Mondo, TI PREGO! So' libri 'mportanti…"

" 'Mportanti 'sta ceppa di 'azzo! Si va a fondo! Fammi vedé qui…cos'è 'sta roba…? Storia lagrimevole d'un innamorato mandato al gas?…"

"Ma…"

"Ma una sega! A' pesci! "

E la storia lagrimèvole terminò tra i flutti in mezzo al mio disperato "NOOOOOOOOOoooooooo! I' mi' libriniiiii…."

"O quest'artro?… Manuale di patimenti per giòvini lasciati con esercizi pratici di sofferenza?… Via a fa' ir bagno! Bada 'vestooo…La triste vicenda di Guidobaldo e Piergiorgiana…? O cosa sarebbe…?"

" E' la storia di due amanti, lei sposata a un parrucchiere di Campobasso e lui vigile urbano a Termoli…finisce malissimo, con lui che tenta disperato di fare la multa al di lei consorte…"

Mondo restò un attimo col libro in mano, e con un'espressione indefinibile; poi lo depositò in mare con un gesto delicato, senz'altro per una forma di rispetto verso l'infelice amore di quei due disgraziati. Io, oramai rassegnato, me ne stavo a sedere attendendo gl'inevitabili eventi.

"Come sdilinquirsi meglio se lei ti ha lasciato?… Via! Frammenti di un'incazzatura amorosa di Roland Tarthes? 'Ni si fa fa' splàsce! Amori senza fine finiti a puttane? L'epistolario della giovane ragioniera innamorata monacata a forza?…Registro carico e scarico IVA…o questo di cosa parla…?"

"Ah…ecco dov'era finito ché non lo trovavo più dal '95…", dissi non alzando neppure lo sguardo; uno dopo l'altro, tutti i miei strumenti di struggimento, le fonti di quello che sarebbe dovuto essere il mio capolavoro, volarono nel canale di Piombino senza nessuna possibilità d'essere ricuperati. Quand'ebbe terminato, Mondo mi si avvicinò con fare paterno e mi disse:

"Sent'un po', te, fava, ora bisogna 'è ti dìa un par di 'ose."

Gli risposi con un addiacciante silenzio, eloquente quanto un discorso di Mike Bongiorno alla "Ruota della fortuna".

"Te la devi abbozzà. Ogni pòo rieccoti 'vì. Ora pure 'ò libriccini pe' stà male. Ma lo vòi 'apì che così 'un pòi andà avanti, te…? Ora ci penzo io, àrtro che storie. Ma lo vòi 'apì…no, dìo, te ne vai 'n un posto dove si stà meglio der papa e dell'arcivescovo di 'Ostantinopoli mess'inzieme, ciài da mangià, da bé, da fumà, te ne vai a pesca e fondamentalmente 'un fai un cazzo dalla mattina alla sera…"

"Ma quello…"

"Sì, sì, lo so, te 'un t'hà' mai fatto un cazzo dalla mattina alla sera, ma 'nzomma…ma poi te l'ho detto, vedrai 'e sorpresine. E te la do io la storia lagrimevole. A carcinculo ti fo lagrimà' !"

Il Grinta, nel frattempo, liberato dal pesante fardello dei libri sagrificati, aveva riguadagnato il suo assetto; e filava non si sa come, perché comunque sembrava sul punto di affondare anche dieci minuti dopo essere stato varato, verso la sua destinazione. Già si scorgeva Palmaiola nella foschia del crepuscolo; tutto aveva un'aria così familiare e straniata, così prepotentemente solita e inconsueta al tempo stesso.

(1. continua)

mercoledì 7 novembre 2007

Le testimonianze di Travale


Nel Bignami di Riccardo Venturi, ogni tanto e con somma moderazione, trova posto qualcosa di "linguistico". Il "linguista" Riccardo Venturi svolge tale attività in modo del tutto corrispondente al classico otium: scrive cose utilissime come corsi di islandese (mettendoci ventidue anni, mica bazzecole) o manuali di bretone (da quattro anni), elucubra sui popoli e sulle lingue della Campania Antica, va a disturbare il sonno secolare della Dichiarazione di Paxia, oppure, più semplicemente, fa ammattire i poveri partecipanti del newsgroup it.cultura.linguistica, del quale è peraltro utente fondatore. Da quest'ultimo newsgroup è tratta questa cosa. La quale, ovviamente, è anche una storia. Molto antica, e inattualissima; il tributino all'attualità è stato già pagato ieri parlando della dipartita del krante ciornalista.

Siccome in certe sere (e notti) non si ha più la benché minima voglia di questo tempo presente, vado a raccontarvi una poverissima e banalissima storia avvenuta nell'anno 1158 nelle campagne intorno a Volterra. E' una storia in gran parte da immaginare, perché di essa non ci restano che poche frasi spezzettate e disperse in due documenti giudiziari. Se si esclude la controversa Postilla amiatina, probabilmente anteriore, queste poche frasi sono però la più antica testimonianza scritta di un volgare toscano; e siccome è una storia di poveracci, è anche la prima volta che compare per iscritto il verbo "mangiare". Non ho ovviamente nessuna pretesa che interessi a qualcuno; mi va semplicemente di raccontarla.

Le cosiddette Testimonianze di Travale sono state studiate e analizzate da un grande studioso fiorentino, Arrigo Castellani; il quale, pensate un po', per un certo periodo ha insegnato all'Università di Friburgo. Ma le questioni linguistiche più specialistiche non interessano questa storia; la quale risulta da due pergamene scritte da un giudice chiamato Balduino, conservate presso l'Archivio Vescovile di Volterra, e riguardanti una controversia sorta fra il conte Ranieri d'Ugolino Pannocchia (detto semplicemente "Il Pannocchia") e Galgano, vescovo di Volterra. Una questione di proprietà: si tratta infatti dell'appartenenza o meno di certi casolari siti a Travale (che si trova vicino a Massa Marittima, in piene Colline Metallifere) al conte o al vescovo (o meglio, a un suo vassallo di nome Gerfalco). Non si sa esattamente se i casolari fossero o meno abitati; fossero stati abitati, sarebbero appartenuti al vescovo o al conte anche i relativi contadini. Non se ne fa però menzione alcuna.

Comunque sia, la lite va avanti per anni, tra un cavillo e l'altro; finché il giudice Balduino non si risolve, laus Deo, a far la cosa più ovvia: interrogare contadini e guardiani della zona. Il volgo, insomma. La plebe. Ciò comporta una cosa di non poco conto: i servi della gleba, gli zappalaterra, non parlano il latino (peraltro orrendo) in cui vengono redatti tutti i documenti ufficiali. Bisogna dunque trascrivere in qualche modo quel che dicono in volgare; quasi tutti i documenti più antichi dei parlari italiani hanno questa origine, ivi compresi i famosi "Placiti capuani" (Sao ko kelle terre...) degli anni 960 e 961. Vengono dunque invitati a deporre in tribunale, dinanzi al giudice Balduino, sei boni homines et legales (ovvero dei brav'òmini d'età adulta), tutti ingaggiati dal conte Pannocchia e convinti a deporre in suo favore, contro il vescovo. Gli è che, formatosi circa un anno prima un collegio arbitrale, questo aveva emesso un lodo che assegnava i casolari e le terre circostanti al vassallo vescovile Gerfalco; il conte non si rassegna e desidera farlo rivedere.

I sei contadini si presentano, e forse ce li dobbiamo immaginare coi loro soli stracci, con il loro puzzo e con le loro croste mentre entrano nel Palazzo. Oppure, chissà, è solo quello che ho in testa senza nessun fondamento; in ogni caso, uno ad uno sono invitati a parlare per dire la loro, vale a dire quello che il conte Pannocchia ha ordinato loro di dire. Magari ci scappano due sacchi di farina, e due sacchi di farina fanno sempre il loro. Qui cominciano le sei testimonianze di Travale. E' meglio riportarle nell'originale, ché tanto si capisce bene. Dice più d'ogni altra cosa. Qualcuno penserà d'esser di fronte al linguaggio dell'Armata Brancaleone; e non ha torto.

a. Quorum primo Berardinus quondam Tebaldi testatur de curte de Travale esse sicut: territorium mascie de Castagneto tenet de antiquo, quod primo habuit Andreas Starna qui Nappaio vocabatur; de mascia Montanina dicit quod est de curte de Travale antiquum, scilicet eius quod Martinus Cavalieri tenuit.

b. Viventi quondam filius, qui Henrigulus vocatur, dicit quod audivit dicere Berardinum predictum quod isti de Casa Magii, hii sunt li Nappari, fuerunt de la curte de Travale, ut ipse audivit dicere; de la Montanina dicit: "Io de presi pane e vino per li maccioni a Travale"; de illa que est da Casa Magii dicit quod non recepit inde servitium; audivit dicere quod perdonatum fuit.


c. Martinus quondam Petri dicit: "Deus scit quod ego certetham aliam non scio nisi per auditam: de casa Magii e de le Castagneta e de la Montanina audivi a patre meo quod erat de la curte di Travale. De curte de Gerfalco dicit quod nescit alios terrifines nisi quos hic audivit palam dicere, nec de la curte di Travale. Nullum invenit qui sibi diceret, ut super anima eius iuraret, terrifines alios.


d. Brunettus quondam Eldithelli dicit quod audivit dicere, e non scit inde nisi per auditam, de Casa Magii et Castagneta e la Montanina quod erat de la curte de Travale.

e. Saracenus quondam Benthuli dicit quod audivit ab avia sua quod Maccingki, li Napparii et Starni et del Rosso da Castagneta et quelli da la Montanina erant de la curte di Travale; dicit quod aliud non scit inde, nec aliud ponit.


f. Pogkino, qui Petrus dicitur, dicit quod ipse stetit cum Gkisolfolo Africinu et ab eo audivit quod Casa Magii erat de la Curte de Travale et fecit ibi servitium, non quod ipse viderit vel sciat; et ab eodem Gkisolfolo audivit quod Malfredus fecit la guaita a Travale. Sero ascendit murum et dixit: "Guaita, guaita male. Non mangiai ma mezopane". Et ob id remissum fuit sibi servitium, et amplius "non tornò mai a far guaita", ut ab aliis audivit, quia veritatem inde nescit.

Primissime testimonianze di un volgare toscano, e una delle rarissime volte in cui i poveri hanno il loro nome. In un certo senso, ed è una cosa che mi sentirete dire ben di rado, bisogna un po' ringraziare giudici e notai. Di solito, di un servo o di un contadino non si faceva il nome neppure quando veniva appeso a un albero; qui abbiamo dei nomi. Cioè delle storie. Cioè un attimo della vita di quella gente lontanissima nel tempo. E ne vien fuori, seguendo un po' l'origine dei loro nomi, un miscuglio etnico assolutamente inarrivabile, un guazzabuglio da dedicare sentitamente ai fautori di purezze varie che non hanno nessun fondamento storico. C'è il Berardino di Tebaldo (o Berardino Tebaldi) che porta nome e patronimico di chiara origine germanica; Ghisolfolo Africino ha un nome tedesco e un soprannome che riporta chiaramente all'Africa (ricordo che siamo in un'epoca in cui il soprannome deve essere giustificato, e se qualcuno vien chiamato Africino dev'essere quantomeno molto scuro di pelle); c'è un Saraceno del quondam Benzolo, che mi puzza d'arabo lontano un miglio; c'è la famiglia dei Nappai, o Nappari; ci sono i latini (Vivenzo, Martino di Pietro, Brunetto); c'è un altro Pietro, soprannominato Pogkino, cioè "pochino", non si sa se per il suo aspetto minuto o perché fosse povero in canna (forse tutte e due le cose); ci sono altri germani (Malfredo, Henrigulus -Enrichetto-); c'è tutto un mondo. Ma forse sto andando troppo oltre.

Tutte queste persone raccontano aneddoti. C'è chi ha sentito dire dal padre che quei casolari erano della corte di Travale; un altro tira in ballo addirittura la nonna ("avia"). E poi, soprattutto, ci son le piccole e grandi ingiustizie ovvio appannaggio de' poveracci. Enrichetto (Henrigulus) dice d'aver portato pane e vino per dei muratori ("maccioni", parola germanica derivata da *makjo, a sua volta dal verbo *makon "fare", quello dell'inglese moderno make e del tedesco machen; da qui anche il francese maçon, tornato in italiano come "massone" per indicare il "libero muratore". Vedete un po' che razza di giri pèsca fanno le parole...) a Travale, servizio per il quale nessuno lo ha pagato (non recepit inde servitium). C'è Malfredo che, davanti al giudice, trova un'occasione unica per sfogarsi. Inviato a far la guardia o la sentinella (guaita, dal fràncone *wahta-, che poi è lo stesso del tedesco Wacht e dell'inglese wake, dal quale deriva anche l'antico verbo italiano guatare che molti credono una storpiatura di "guardare") sempre a Travale, il pover'uomo sale sulle mura lamentandosi di non poter assolvere bene al suo compito (guaita, guaita male) perché durante il giorno non gli avevano dato da mangiare che una mezza pagnotta (non mangiai ma mezo pane, in cui il "ma" ha l'antico senso limitativo che si ritrova ancora, curiosamente, nell'analoga congiunzione inglese but: I didn't eat but half a loaf). Proviamo a immaginarci una bella notte di guardia in mezzo alla campagna, con addosso una fame nera. Mezza pagnotta. E Malfredo sconta quella sua frase: non tornò più a far guaita (in cui "mai" ha ancora il senso etimologico del latino magis) perché remissum fuit sibi servitium. Traduzione in ufficialese del tempo: "Gli fu condonato il servizio". Traduzione effettiva: fu licenziato. Buttato fuori. Cacciato via.

E tutto, così, ruota attorno alla fame. Al mangiare. Non per niente, come ho detto all'inizio, nelle testimonianze di Travale si ha la primissima attestazione del verbo "mangiare". Si tratta di un francesismo che un po' alla volta deve aver soppiantato il più antico manicare (con le varianti rizotoniche mandùca, manùca), ancora testimoniato dal termine manicaretto e dal rumeno -lingua sorella!- mâncare (infinito lungo sostantivato; quello breve verbale è a mânca.)

Non si sa come sia andata a finire la questione. Secondo la pergamena conservata a Volterra (XII dec.6 n.16 Arch. Ep. Volat.),edita la prima volta da uno studioso russo trapiantato in Italia, Fëdor Schneider ("Regestum Volaterranum", 1907, n° 186), dopo le sei testimonianze registrate ne sarebbero dovute seguire altre sei di altri boni homines et legales di Fosini, altra campagna nelle vicinanze. Ma il tutto si interrompe. Forse è andato perso. Forse non c'è mai stato. Si faccia un rapido calcolo: fanno ottocentoquarantanove anni fa.

Usavo, e uso ancora, passare da Colle Val d'Elsa e Volterra per andare da Firenze all'Isola d'Elba. E' una strada che, per me, ha un significato che va ben al di là d'un semplice percorso. E' entrare nel cuore della Toscana, della mia terra. E' entrare nelle sue viscere più antiche. E' entrare dentro me stesso, dentro quel che sono e che sarò sempre. Fanno vent'anni o quasi che, una volta, andando da solo all'Elba a bordo di una 127 amaranto già decrepita allora, una mattina d'autunno, mi ritrovai a pensare alle testimonianze di Travale, che avevo studiato da non molto per l'esame di storia della lingua italiana sostenuto proprio con il professor Castellani. Siccome avevo tempo e non mi aspettava nessuno, decisi di fare una lunga e sconclusionata deviazione, prendendo una strada deserta per Massa Marittima. Fino a Travale, che peraltro non avevo mai visto.

Mi fermai là per un quarto d'ora, scendendo dalla macchina. Non c'era assolutamente nessuno. Non sorridete troppo se vi dico che mi posi a cercar di sentire, dal fondo della terra, delle voci remote. Credetti forse di sentire un guaita, guaita male; ma era soltanto il vento.

martedì 6 novembre 2007

Non è morto nessuno



O meglio, è morta tanta gente. Il personaggio famoso e decine, centinaia di perfetti sconosciuti. Come si suol dire, ripòsino tutti in pace; oppure ripòsino come più loro aggrada. Libertà anche nell'eterna quiete.

Non conoscendo bene la situazione degli altri paesi, mi limito a detestare una delle caratteristiche che trovo più odiose del giornalismo nostrano: quella di autocelebrarsi. La detesto perché non ne esiste nessun motivo plausibile. Non è questione di scrivere più o meno bene; è questione di quel che si dice. E' questione di come si agisce.

In questo, Enzo Biagi è stato un giornalista di regime né più e né meno degli altri suoi colleghi. Sicuramente più dotato di altri, ma con la stessa propensione di tutto il giornalismo italiano ad avere comunque un padrone (spesso variabile, ma comunque un padrone), e con la stessa capacità di non dire assolutamente nulla dando l'impressione di dire tante cose. Oh, anche questa sarà un'arte; se la avessi avuta, magari avrei fatto il giornalista anch'io.

Al pari dei suoi colleghi, la carriera di Enzo Biagi si è svolta interamente all'interno della tv e della stampa di regime. Giocoforza hanno tutti quanti, fra di sé, una "grossa stima reciproca" al di là delle "posizioni" che propugnano: chi va col padrone di destra, chi va con la Confidustria, chi va con la "sinistra", chi va con Berlusconi e chi con gli Agnelli. Con qualche incidente di percorso, va da sé. Si fanno, a volte, la guerra in nome dei loro padroni. Il fascista fondatore del "Giornale", Montanelli, quello che invitava a votare DC turandosi il naso, alla fine della vita sterzava a "sinistra" per dissidi col vecchio padroncino.

Biagi, invece, comincia la carriera con un licenziamento dal "Resto del Carlino" di Bologna, accusato di essere un "comunista sovversivo" perché aveva firmato il manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica. Dopo varie vicissitudini, nel 1971 del "Resto del Carlino" diventa direttore. Il "comunista sovversivo", nel 1975, dà una grossa mano all'amico Montanelli nella fondazione del "Giornale". Insomma, una perfetta carriera.

Poi, al momento della loro umana dipartita, ecco i coccodrilli, ecco le lodi sperticate, ecco quel che facevano in gioventù. Chi era fascista e chi era partigiano. Chi andava volontario in Abissinia e chi in "Giustizia e Libertà". La gioventù avventurosa, o almeno una parte di essa, fa necessariamente parte dell'iconografia del giornalista di regime italiano. Non mi è mai riuscito capire come mai nessuno di questi grandi giornalisti sia morto in combattimento, in Abissinia o nella guerra partigiana. Tutti belli vivi.

Nei coccodrilli post-mortem, tutti sono "maestri" e tutti "coraggiosi". Sulla loro maestria nel destreggiarsi nell'informazione di regime, non c'è francamente nessun dubbio. A volte riescono perfino a trasformarsi in buffi martiri per essere rimasti cinque anni senza comparire in video grazie a una leticata con il politicante di turno; il quale politicante, va da sé, poi "chiede scusa" e oggi porta il suo bravo mattoncino ai cordogli nazionali.

Sul "coraggio" di costoro, invece ci avrei qualcosina da dire; ma si sa come va da queste parti. Il coraggio, in Italia, corrisponde sempre ad avere il giusto protettore facendo però credere di non averne nessuno, e di essere "indipendente". Mi si perdoni se, al posto del cordoglio, io ci ho una sghignazzata; è uno dei vantaggi dell'essere un signor nessuno, e me ne approfitto biecamente.

Così come la ho nel vedere tanti bravi amici, signori nessuno come me, accodarsi ai rimpianti, alle lodi, alle "grandi perdite" e a quant'altro. Avete perso, ladies and gentlemen, un pennaiolo che, certamente, la penna la sapeva usare con proprietà e bello stile. Mo' tenetevi i pennaioli analfabeti, ma la sostanza cambia poco o punto.

Non è morto proprio nessuno, oggi. E' morto, serenamente e munito di tutti i conforti, un vecchietto di ottantasett'anni; gli andrebbe tributato al massimo un buon viaggio. Ma non è morta l'informazione, quella vera; quella è già morta da un pezzetto, oppure se ne sta nascosta in luoghi che non avranno mai nessun cordoglio e nessun coccodrillo.

sabato 3 novembre 2007

Генуезская носталгия


La prima volta che ho scritto questa cosa è stata il 17 maggio del 1999; ma è una di quelle che non sono mai state uguali. Ogni volta che mi è capitato di sbatterla da qualche parte, ci ho cambiato qualcosa; perché certe cose che si scrivono sono mutevoli, come mutevole è il ricordo e come mutevoli sono alcune persone che pure lo hanno popolato. Resta, è vero, il nucleo originario, l' "impianto"; ma o certe cose non erano ancora avvenute, o certe altre non sono più importanti (e forse non lo erano neanche allora), o certe altre ancora semplicemente non mi piacciono più e le ho tolte oppure totalmente riscritte. Questa che segue è probabilmente la versione più cambiata rispetto a quella originale; chissà come sarà, se ci sarà, la prossima. Non si deve, secondo me, avere nessun timore nel mettere mano, quando lo si stimi necessario, a qualcosa che si è già scritto. E' comunque una cosa propria, un compagno di strada d'un lungo viaggio che qualche volta ha pur bisogno di cambiarsi d'abito.

Il titolo, in russo, significa "Nostalgia genovese". Non sono un gran facitore di titoli, e questo ne è un esempio perfetto. Rendendomene conto, a volte cerco di "impreziosirlo" presentandolo in qualche lingua esotica; così facendo, mi accorgo spesso di aver peggiorato la situazione. Ma oramai 'sta cosa, con tutte le sue versioni, si chiama così. Si dovrebbe leggere, all'incirca, "ghinuièskaia nastàlghia".

Dico con la comunanza che un òmo di mare ha verso tutti i luoghi sciabordati da onde salate, che ho avuto la fortuna di vivere un po' a Genova. Ognuno di noi, forse, ha nel proprio destino anche una componente geografica.

Genova è De André. Lo era anche ben prima che avessi la fortuna di abitarci, assieme ad una persona che è del tutto scomparsa dalla mia vita, anche se ogni tanto, fino a qualche anno fa, soleva rientrarvi con alcuni flash improvvisi e distribuiti disorganicamente tra il sogno e la realtà. Un giorno anche quei brevi lampi si sono estinti.

Abitavamo sulla collina di San Fruttuoso, in una strada digradante e tortuosa; una piccola casa ai margini di un giardino pubblico. C'erano veramente delle colonie di gattacci onnipotenti, quei gatti di mare che sono diversi da tutti gli altri; e c'era soprattutto l'autobus che quasi tutti i giorni, per circa un anno e nonostante i miei frequenti ritorni "in giù", mi portava nella melassa umana del centro storico. I vicoli, i carruggi; dire di avervi camminato in compagnia di Fabrizio potrebbe sembrare soltanto inutile retorica. Eppure qualcosa c'era, sia pure, e evidentemente, instillata dall'autosuggestione.

Lo sanno forse solo i genovesi cosa vuol dire canticchiare "Via del Campo" mentre si mette un passo dietro l'altro proprio in via del Campo. Sgomitare per via Pré in qualche sabato puzzolente, andare a prendersi la propria razione di fritto di pesce in Sottoripa e poi farsi di nuovo ingoiare dai vicoli. Quelli dove s'incontravano il tipo strano che per tremila lire ha venduto sua madre a un nano, e il vecchio professore che ogni mese dilapida mezza pensione per farsi dire micio bello e bamboccione.

Ricordo una strada. Si chiama "Vico dell'Amor Perfetto". Poi mi spiegavano che era tutta una mia immagine, che era solo qualcosa che volevo vedere e che non esisteva più. L'amor perfetto, peraltro, altro non è che una pianta; ve n'era, chissà, una a qualche finestra. Entravo nei bar o nella pasticceria Klainguti e mi parlavano della decadenza di Genova, mi sventolavano bandiere d'intolleranza, mi parlavano di sicurezza, di tasse, di disoccupazione, di italiani e di marocchini. Ed io lì, con il mio accento forestiero, a tentare di cogliere inflessioni, parole, occhiate; a cercare i dizionari genovesi per qualche bancarella fra via Soziglia e la Loggia dei Banchi, a misurare via Luccoli fino a Piazza delle Fontane Marose dove qualche volta prendevo l'autobus per andare a Boccadasse, mi sembra il 42.

Decisi di imparare almeno un po' il genovese. Non soltanto assieme a Fabrizio e al suo genovese che i più mi assicurano quasi inventato; non soltanto assieme ai grandi poeti di Genova, al Grillo Cantadö di Firpo, ma soprattutto assieme alle voci della strada. Se non sentivo il dialetto, perché non è più tanto comune sentire quello vero, mi accontentavo di carpire l'inflessione, di qualche parola infilata qua e là. Mi stavo ricreando la mia melassa personale, in tasca al mondo che cambia; i miei luoghi sono un impasto di odori, rumori e sguardi.

È andata a finire che devo avere imparato, sbagliandolo, qualche brandello di genovese che non esiste, e che qualche volta mi sono messo pure, buffamente, a scrivere. Una lingua tutta mia fatta perlopiù di parole e modi dire ripresi da vecchi dizionari ristampati, da lacerti di suoni faucali che ogni tanto tentavo di cogliere dalle telefonate che un mio amico faceva a sua madre; un mio amico che poi se n'è andato a morire alle Maldive su un motorino, durante un tentativo di colpo di stato.

Credo d'essere stato a Genova per un bel po' orientandomi a lume di naso, senza una cartina, senza niente. Eppure non mi perdevo mai, sebbene chi conosca Genova sappia che razza di casbah è il centro. Una cosa del genere m'è successa tanto tempo dopo solo in un'altra città, Praga. Ci trovavamo in via Macaggi, poi, dove lei lavorava, e tornavamo in quella casa piena di giornali vecchi, col letto sfatto e tante cose che non ci dicevamo. Troppe cose. L'esplosione, fortunatamente, avvenne lontano dalla Lanterna, quella che un sindaco non voleva più come simbolo della città.

L'assassino, come si dice, torna sempre sul luogo del delitto. Così, quando mi è capitato di stare per un po' in un posto, mi succede quasi sempre di ritornarci per caso. O con dei pretesti. Per una semplice "gita" assieme a qualche altra persona cui tutto quel che senti è necessariamente estraneo; per un'incombenza qualsiasi; per una Piola, del tutto casualmente organizzata in quel ristorante giordano dove s'andava sempre, nel vico Falamonica, proprio sotto De Ferrari. Consigliando a tutti di prendere lo stesso caffè al cinnamomo, ordinando gli stessi piatti, mettendosi a sedere allo stesso posto. Però nessuno lo sapeva.

O per un'altra Piola, in un posto diverso; o per portarvi in un ospedale un ragazzo ridotto in fin di vita da una stupida partita di calcio; o, infine, per andare a farsi rincorrere da una polizia assassina, ritrovandosi a pensare che cosa sarebbe successo se tu fossi scappato per la strada sbagliata, o se tu fossi andato a dormire nella macelleria messicana. E non ci sono più stato da allora, a Genova. Anni senza mettervi più piede, soltanto passaggi autostradali, dall'alto, cercando una goffa e impraticabile scusa. Ci fermiamo a mangiare qualcosa? Ma no, perché ci dovremmo infilare nella confusione…

Ti me perduniæ o magùn
Ma te penso contr'o sô
E o sò ben, t'ammìi o mä
'n pö ciù a-o largo do dûlù...

giovedì 1 novembre 2007

Stasera m'ha aspettato il vento


Cala novembre. Ma stasera, di inquietanti nebbie, come nella vecchia canzone di Guccini che faceva il verso a Cenne e Folgòre, non se ne vedono proprio; tira, anzi, un bel vento. Brioso. Scoppiettante. Neppure freddo. Sono uscito per pochi minuti, prima, e mi ha dato un istante di allegria.

Già lo si sentiva prima di uscire, nell'androne del palazzo; qualche finestra sbattuta, una porta che cigolava nel suo andirivieni. Appena spalancato il portone, una folata ha trasformato quel gesto, talmente usuale da essere automatico, in un ricordo. La genesi dei ricordi è una cosa che, generalmente, sfugge; raramente si ha la percezione precisa che un accadimento possa installarsi nella memoria lunga. Non sto parlando, ovviamente, degli eventi più importanti della propria vita; eventi che, peraltro, a lungo andare possono essere persino dimenticati, o rimossi.

Parlo di insignificanze, di momenti apparentemente banali, di qualunquerie che si succedono in tutti i nostri giorni. Aprire una porta e uscire, ed essere sorpresi da un vento che si vuole inaspettato, sebbene, in realtà, abbia soffiato per tutta la giornata. Capire che quel breve momento si è trasformato in qualcosa che non abbandonerà mai la stanza della memoria, senza che, peraltro, intervenga alcun tipo di decisione.

Essere colti da un attimo, e dallo scatto impercettibile del sovvenimento. Mettere in moto le gambe: si stava uscendo per qualcosa, per comprare le sigarette, per due semplici passi, per incontrare il proprio destino. Una televisione che gracchia il solito fatto saliente è coperta da una raffica d'aria ancor più forte.

E il ricordo appena formato, il ricordo bambino, ne richiama altri; quel pezzo di cartone preso a calci il 24 settembre 1979, a poche ore dal mio sedicesimo compleanno, e trasportato per quasi un chilometro in una sorta di assurda e buffa sfida; persino tornando indietro per un nuovo calcio, se il precedente non aveva sortito l'effetto di far avanzare quell'oggetto.

Non mi ricordo assolutamente per che cosa ero uscito; era un tardo pomeriggio ancora caldo. L'incombenza principale non conta niente; conta soltanto ciò che la mente decide. Decise, allora, per un pezzo di cartone; stasera ha deciso per un soffio di vento nella sera del primo giorno di novembre.

Seduto, qui, mentre scrivo, mi viene da ragionare su una mia bizzarra caratteristica; quella di collegare questi momenti alla data precisa, e di fissarla assieme all'evento. Ma può darsi, in fondo, che sia una cosa più comune di quanto io non creda. Di fronte a cose di questo genere si tende forse a crearsi dei falsi miti su se stessi, a voler essere convinti della propria unicità; quasi mai è così.

E allora è bene attenersi ai fatti. Mi ricordo che, il 18 novembre 1979, raccolsi una foglia che stava cadendo da un albero in via Piagentina. Camminavo per andare, forse, a prendere un autobus; vidi questa foglia che cadeva lentamente, lentamente, piano, descrivendo volute impensabili. Tesi la mano, mettendomi quasi ad inseguirla per farvela atterrare; e la conservai a lungo. E' possibile che, un giorno, il caso mi faccia aprire un libro e che ve la ritrovi.

Sono un po' come Marcovaldo, forse; o, più probabilmente, si tratta di uno dei famosi collegamenti letterari che si mettono in atto, ancora una volta, per credersi unici. In realtà sarei così anche se il Marcovaldo di Italo Calvino non lo avessi mai letto, anche se non sapessi che Italo Calvino sia mai esistito. Semplicemente, sono uno che ricorda e che ai suoi ricordi attacca una data.

Hanno costruito, questi ricordi, quelli pesanti e quelli leggeri, l'edificio della mia vita. Li tengo per il mio maggior tesoro, come riserva cui attingere nei momenti in cui le inquietanti nebbie calano davvero. Ricordi che sono accompagnati da tutta una serie di gesti che, in definitiva, sono dei controlli, uno screening vitale. Controllo di essere vivo, che tutto vada.

Va tutto quanto. Le gambe camminano. La testa è attaccata al collo. Gli occhi vedono. I polmoni respirano. Il cuore batte. La testa ragiona. C'è di che essere soddisfatti. Qualcuno ti starà pensando? Ti starà amando o odiando? Qualcuno starà parlando di te, in quel preciso momento? E tu, a chi o a che cosa stai pensando?

Rendersene conto con onestà. Mi sono colto a pensare al momento in cui, ieri sera, Bobone Vieri ha depositato la palla in rete contro il Napoli. Stavo facendo lo stesso brevissimo tragitto, dalla casa fino al circolo Andreoni. Nulla di più e nulla di meno. Nessuna grande cosa; e, forse, in quell'istante qualcuno o qualcosa ti avrà cominciato a cambiare la vita. Lontano, vicino. Forse addirittura, se volgessi lo sguardo da un'altra parte, potresti vederla; o forse è talmente lontana, oltre il vento, oltre il mare, oltre l'orizzonte. Chi lo sa. Chi vuole saperlo.

Un giorno qualsiasi si uscirà di casa per andare chissà dove; e ti starà aspettando. Pronto ad accoglierti o a cacciarti via, a renderti felice o a farti desiderare di fermarti. Stasera, rendendomi partecipe delle sue discrete particelle di mobilità senza nome, m'ha aspettato il vento.