mercoledì 22 marzo 2017

Tutti sbirri!



La cosa era nell'aria da tempo. Mancava soltanto la consacrazione ufficiale, che però si è puntualmente avuta ieri 21 marzo 2017, primo giorno di primavera. Fioriscono i prati, sbocciano le margherite e, finalmente sancito anche dalla piazza e dai giòvani, siamo tutti sbirri.

L'attenta osservazione della realtà è una pratica sempre raccomandabile; essa permette, tra le altre cose, di prepararsi per tempo a ciò che verrà. Per quel che mi riguarda, io non ho atteso certamente questa primavera dell'anno corrente, e sono sbirro già dal 2005, come si può vedere dalla foto che mi ritrae mentre, con piglio atlètico, sto passando di corsa il Terzolle.

Certo, nel raccontare le mie avventure da sbirro, la produzione di RIS - Delitti Imperfetti si trovò di fronte a un problema non di poco conto: come dire, non buco il teleschermo, per usare un eufemismo. Decise quindi di farmi interpretare da un signore di bell'aspetto, tale Lorenzo Flaherty; decisione quanto mai opportuna che mi ha permesso, tra le altre cose, pure di baciare un congruo numero di belle donne:


Un'altra gradita conseguenza del mio notevole anticipo nell'essere tutti sbirri, è che ho una mia personale pagina Wikipedia. Ed è inutile qui che facciate tanto gl'indifferenti e i finti modesti: si sa benissimo che ambireste tutti ad averla. Bene, io cellò, e voi no. Cellò da sbirro? E vabbè, mica potevo pretenderla, che so io, come autore di un corso di islandese o come blogger di un non meglio precisato Asocial Network. L'importante è che cellò.

Essere sempre non solo al passo coi tempi, ma saperli prevedere e anticipare. Non passerà infatti molto tempo che saremo chiamati alla tappa successiva: essere tutti Don Ciotti.

Qui, non lo nascondo, avrò un po' più di difficoltà. D'accordo, essere tutti sbirri non è in fondo difficile, ma essere preti antimafia...? E se il mio aspetto ha obbligato la produzione delle mie avventure sbirresche a farmi interpretare dal sig. Flaherty, chi mi toccherà come prete? Terence Hill è già occupato con Don Matteo, disgraziatamente; sarebbe stato perfetto, in quanto riunisce meravigliosamente in sé sia lo sbirro che il prete. 

Se però posso esercitare un'opzione, quando dovremo essere tutti Don Ciotti (senza naturalmente cessare di essere tutti sbirri, va da sé), è la seguente:



venerdì 17 marzo 2017

Diarsera posi un giglio



Se sulla prima, Maremma amara, non c'è alcun dubbio, sulla seconda ci potrebbe essere una qualche contesa. Sto parlando delle canzoni popolari toscane più famose, lo avrete capito: sono uno, del resto, che ha sempre fatto gran giri per il mondo per poi tornare sempre dalle mie parti, alle quali sono abbarbicato come una pianta di rosmarino.

Vada come vada, prima o seconda che sia, c'è qualcuno, anzi qualcuna, che c'è sempre di mezzo. Si chiama Caterina Bueno, e il sedici di luglio di quest'anno saranno dieci anni che se n'è andata, con certezza a fare la “Raccattacanzoni” in qualche ignota dimensione o galassia, con la sua vecchia 500, il registratore, il taccuino e le sigarette. 

A modo mio, oppure in qualche modo, ho inteso anche io, nella mia vita, fare il Raccattacanzoni. Dovessi rendere questa parola, inventata da Caterina, in una qualche lingua, mi sarebbe del tutto impossibile; raccattare canzoni come si raccatta un cencio per terra, un oggetto buttato via, una monetina da due centesimi scivolata da una tasca. Raccattare canzoni come si raccatta un qualche sogno dimenticato, e le parole e le musiche che, in un qualche tempo o momento, hanno potuto far sognare, divertire, incazzare, pensare, amare, odiare.

Ma si parlava delle canzoni toscane, e di quale sia la seconda più famosa. Tra le contendenti, questa qua ha parecchie possibilità di prendersi la medaglia d'argento; però, molti che la conoscono (tra i quali, per esempio, Francesco De Gregori e Roberto Vecchioni) sono tentati di assegnarle la medaglia d'oro per la più bella. Naturalmente è una canzon d'amore; come si dice nel gergo di noialtri raccattacanzoni, sarebbe un Rispetto, quanto a forma poetica e musicale.

E cinquecento catenelle d'oro, la Caterina, la infilò per la prima volta in un suo disco del 1968, chiamato La veglia, pubblicato nei “Dischi del Sole”. Negli anni '60, in Toscana o altrove, si potevano ancora raccattare canzoni per le campagne, magari sulla scorta di vecchi libracci polverosi scritti da preti o da maestri elementari; ora non è più possibile. Il raccattacanzoni del Dumila e rotti raccatta tutto su Internet, a parte qualche fortuito caso personale oppure se lo assiste la memoria. Su Internet lo raccatta, comunque, e su Internet lo rimette.

Girava per le Maremme e per il Valdarno, la Caterina, e da qualche parte si dev'essere sentita cantare di queste catenelle d'oro, che ha reso famose tanto da penetrare nella canzone d'autore. Cinquecento la bagnarola della Caterina, cinquecento le catenelle d'oro, e Cinquecento, con tutta probabilità, anche gli anni che deve aver girato questa canzone prima di approdare al registratore, al taccuino e alla chitarra della Caterina che girava per le campagne toscane nel decennio della rivoluzione, dei Beatles, del rock e della fantasia al potere, andando a cercare vecchie contadine che si ricordavano di qualche canzone che avevano magari imparata da bimba, così come da bimba l'aveva imparata sua nonna che gliela aveva cantata. Da qualche parte c'era il maggio francese, e lei cercava qualche Calendimaggio a Arcidosso o a San Giovanni Valdarno.

Poi faceva i dischi, del Sole o della Luna. Con quella sua vociaccia senza filtro, viene quasi da dire che si fumava due pacchetti di canzoni al giorno. Certo che, poi, le canzoni che raccattava, le rimetteva un po' in sesto. I contadini valdarnesi non ci avevano di certo la chitarrina e non sapevano che quel che stavano cantando era un “rispetto” o qualcos'altro; cantavano con voci ora fioche, ora che rassomigliavano a una zappa. Poi la Caterina, quando faceva i dischi, rendeva “ascoltabili” quegli strazi secolari.

E così, anche le meravigliose catenelle d'oro, sono meravigliose perché ci ha messo mano la Caterina. Ha sempre funzionato così, quando il canto popolare e rurale è stato dato in pasto ad un'epoca che non è più la sua. Se si ascoltassero le registrazioni originali della Caterina e di chiunque altro abbia raccattato canzoni, non si resisterebbe nemmeno cinque minuti; se volete, provate, che so, a ascoltare il contadino Pietro Zeppi di Bivigliano (Firenze) mentre canta Su fratelli pugnamo da forti. Si dice che per la prima volta, lo Zeppi cantò quella cosa alla Caterina dopo essere sceso giù da un ulivo che stava potando; poi, nel 1964, la Caterina lo portò a Milano e lo mise a cantare davanti a Roberto Leydi che registrava, e gli era un gran viaggio di nulla. Dopodiché lo si confronti con la versione che, della medesima canzone, hanno fatto Les Anarchistes quando ancora ci sonava e cantava Marco Rovelli.

La Caterina, a volte, metteva mano anche alle parole. I canti popolari sono quasi sempre più lunghi di quelli che si ascoltano. Quelli originali, a volte, sono delle lungagnate spaventose che, da soli, occuperebbero un lato intero del vostro disco, vi pungesse vaghezza di inciderne uno (a vostre spese, ovviamente, perché cose del genere non le pubblica più nessuno). I canti popolari, quando vengono proposti, sono generalmente abbreviati; si cantano solo alcune strofe, quelle magari che più “colpiscono”. Le catenelle d'oro della Caterina ne sono un esempio, anche se il testo originale non è in questo caso lunghissimo.

E cinquecento catenelle d'oro passa per una stupefacente canzone d'amore eterno; ma, in origine, era un canto nuziale e non era affatto l'innamorata che lo cantava all'innamorato, o viceversa, in qualche segreto convegno perché all'epoca le ragazze stavano rinchiuse in casa, e se le beccavano a cantarsi le canzoncine con l'innamorato, le monacavano. Di origine cinque o seicentesca, era un canto che le amiche della sposa, o le donne di casa, intonavano mentre le preparavano il letto per la prima notte di nozze, quello dove la fanciulla avrebbe cessato di essere tale per diventare una cacafigli (continuando, magari, a spezzarsi la schiena nei campi e in casa). Il canto si chiamava, propriamente, Diarsera posi un giglio, e in certe sue strofe, quelle centrali, diventa stranamente dolente. Stranamente ma non troppo: quelle strofe parlano d'un giglio che sboccia, la fanciullezza alla quale si vuole tanto bene. Il giglio cresce, e cresce, e cresce; e, alla fine, bisogna ricordarsi del bene che gli si è voluto. E così, mentre le donne preparano il letto alla sposa, si rammentano che su quel letto si comincia a appassire. Poi riattaccano con le catenelle.

Quand'ero ragazzino, di fronte a me, in città, stavano due vecchi contadini inurbati. Lui Torello, lei non mi ricordo come si chiamava. Lui la zappa e tre guerre, lei la zappa e cinque figli. Una volta, lei raccontò del suo matrimonio, avvenuto alle Sieci nel 1920 o giù di lì. Le Sieci, prima di Pontassieve, nel 1920, non erano “campagna” rispetto a Firenze: erano campagna lontana. Tant'è che dopo il matrimonio, durato il tempo della messa e d'una bicchierata di vino fra gli uomini (mentre la sposa riceveva i regali: “tre pentole tutte nòve”, e fine), lo sposo la portò a fare il viaggio: un giorno a Firenze, che lei non aveva mai visto, portati su un carro. Poi via nei campi e a fare figli, e chissà se le su' amiche gliele avranno cantate, le catenelle, alla nonna Cencetti (il nome non me lo ricordo, ma il cognome sì; morì un bel po' prima del marito, che ha campato fino a centotré anni).

E così, la Caterina, quelle strofe centrali di cui dicevo prima, non ce le ha messe mica. E non ce le mette mai nessuno, o quasi, almeno a mia conoscenza. Il canto nuziale ha mantenuto solo le catenelle che lo hanno reso canto d'amore, e di quelli che sciolgono chiunque lo ascolti non solo dalla stupefacente raucedine tabaccosa di Caterina, ma anche dalla Ginevrona Di Marco e di chissà quant'altre e altri. Qui sotto, ad esempio, ve lo faccio sentire in virile e possente versione dalla bella voce baritonale di Alessandro Giobbi, detto “Il Menestrello”, che ora, a quanto ne so, fa il babbo a Cecina pur essendo fiorentino DOC. Prima, si sente Carlo Monni.


Insomma, come dire: noialtri Raccattacanzoni, a volte, si “bara” un po'. Si sa quel che c'è dietro, perché i sogni del canto popolare non sono mai del tutto lieti, quando e se lo sono. Viene dai poveri, e i poveri non sono mai stati bene. Quando approda ad un'altra epoca, rimaneggiato o meno che sia, non è mai del tutto quel che era per davvero (con l'unica eccezione, forse, dei canti politici e sociali un po' più recenti). Poi, naturalmente, rimane l'ambiguità di fondo di chi si strugge nell'ascoltar d'amore eterno e di catenelle d'oro che dovrebbero legare per sempre due esseri umani in un mondo dove le relazioni umane, ivi comprese quelle “amorose”, hanno cessato di essere assolute per aspirazione ideale venendo sostituite, casomai, dal possesso.

Ma, in ogni caso, quel che si canta, che si sia un individuo o una comunità, maschera sempre. Figuriamoci se non lo sapeva Caterina Bueno! E così si prendono anche le catenelle d'oro, cinquecento di numero, mentre si sta abbracciati con occhioni sognanti alla persona amata, o mentre si rimpiange qualcosa che è finito, o mentre ci si appronta a stringere una di quelle catenelle al collo dell'amore eterno fino a strangolarlo. E poi si va a raccattare altre canzoni.

Però sto facendo gran discorsi notturni, lo so. Come se tutti quelli che leggeranno (molto eventualmente) queste cose non facciano altro che cantarsi di catenelle toscane da mane a sera al posto dei karma occidentali e dell'ultimo successo rockettaro americano. Magari non la conoscete nemmeno, 'sta canzone; e allora, spendeteci quei tre minuti che dura, che ora sapete che è pure abbreviata. Se vi va, naturalmente; viene da un'altra epoca, da un altro mondo. Ora non ci sono più le catenelle d'oro, ci sono le catene di montaggio.

E cinquecento catenelle d’oro
Hanno legato lo tuo cuore al mio

E l’hanno fatto tanto stretto il nodo,
Che non si scioglierà né te, né io

E l’hanno fatto un nodo tanto forte
Che non si scioglierà fino alla morte

Diarsera posi un giglio alla finestra
Diarsera ‘l posi e stamani gli è nato

O giglio, giglio, quanto sei crescente
Ricordati del ben ch’io ti vo’ sempre

O giglio giglio quanto sei cresciuto
Ricordati del ben ch’io t’ho voluto

E cinquecento catenelle d’oro
Hanno legato lo tuo cuore al mio

E l’hanno fatto un nodo tanto forte
Che non si scioglierà fino alla morte.


lunedì 13 marzo 2017

Piccolo test per gli scarsi frequentatori / scarse frequentatrici di questo blog, mezzo oramai obsoleto e superato nel mondo dominato dai Social, dai cinguettii e dai gruppi Whatsapp delle mamme (come diceva Mario Merola in O' Uazzappatore: I figli so' piezz' 'e core!)


Un piccolo test rivolto ai frequentatori e alle frequentatrici di questo blog.

Di fronte a tale immagine, qual è il tuo pensiero immediato?

Hai tre libere e democratiche possibilità, sottolineate dalla grafica assolutamente egualitaria:

1) Una sensazione di giovanile freschezza, di rinnovamento, di voglia di fare,
di ottimismo, di progresso nella legalità, di superamento della crisi economica
e morale della Nazione; in una parola, come so' carini !

2) In Siberia! 


3) Una massa di fetenti, di fighetti, di bugiardi, di cialtroni e di occhialuti stile "cervello in fuga",
ma comunque meglio di Salvini, della Meloni e di De Maio....

(Avvertenza: naturalmente non intendo conculcare il tuo diritto di scelta sancito
dalla Costituzione più Bella del Mondo, perché la Libbertà è il sommo bene;
però, se scegli le possibilità 1) e 3) puoi anche fare a meno di continuare a frequentare
- sia pur saltuariamente - questo arcaico blog. Dammi retta: 'un ci venì più.)

giovedì 2 marzo 2017

Claudia aggrappata



Casa mia, che è un buco, ha detto basta. Di libri non ce n'entrano più. Sono dappertutto, scaffali, impilati, in bagno, sulla cassettiera, si stanno inghiottendo anche il televisore e il ripiano della carta igienica, del cotone idrofilo e delle salviette. Così, da un po', ho preso a prendermeli in biblioteca, i libri; l'altro giorno, ad esempio, ho preso in prestito i Quaderni di Lanzarote di José Saramago, che non avevo mai letto. L'edizione italiana è una silloge; non sono certamente tutto il diario che il portoghese tenne a partire dal 1993, quando se ne andò a stare nell'isola delle Canarie assieme alla moglie dopo gli attacchi subiti in Portogallo dopo la pubblicazione del Vangelo secondo Gesù Cristo.

A scanso di equivoci: non amo particolarmente la lettura dei diari di scrittori. Anche quello di Saramago, in certa parte, non fa eccezione: viaggi qua e là, incontri, resoconti piuttosto noiosi. A sua scusante, probabilmente, quella che i suoi quaderni erano affare suo personale; ma il diario di un premio Nobel per la letteratura non è il diario Vitt. Morto lo scrittore, viene pubblicato (l'edizione italiana è, infatti, del 2010), e lui lo sa benissimo che troverà avidi lettori della sua cosiddetta vita quotidiana, che comprende anche tutta una serie di cani (anzi, di cagne) arrivatigli a casa. Ecco, sì, sono uno di quelli. Per Saramago prendo anche il diario in biblioteca, d'accordo. Nella mia vita non ho mai avuto molti lussi, ma quello di aver potuto leggere L'anno della morte di Ricardo Reis direttamente in portoghese, sì. E così, dai Quaderni, ho addirittura appreso del giorno in cui gli venne (a Saramago, dico, non a Ricardo Reis) l'idea di scrivere Cecità. Poi ci sono alcuni pensieri e considerazioni, un divertente appunto sugli orgasmi di Santa Teresa d'Avila, una sparata a zero su Teresa di Calcutta che mi ha provocato scomposte reazioni di entusiasmo.

C'è anche un pensiero su quando una persona si accorge di essere diventata vecchia. È del 31 dicembre 1996. Il 31 dicembre 1996 Saramago aveva settantaquattro anni e io ne avevo trentatré. Dice così: "Credo di avere scoperto stamattina che cos'è realmente la vecchiaia. Ero ancora a metà tra la veglia e il sonno, come ad Amherst, la mattina in cui mi 'vidi' sfilare dentro la testa il nocciolo di Tutti i nomi, e all'improvviso ho capito che si entra nella vecchiaia quando si ha l'impressione di occupare sempre meno spazio nel mondo. Durante l'infanzia e l'adolescenza crediamo che lo spazio sia tutto nostro ed esista apposta per essere nostro, nell'età matura cominciamo a sospettare che in definitiva non sia proprio così e lottiamo perché lo sembri, e si comincia ad essere vecchi quando ci accorgiamo che la nostra esistenza è indifferente al mondo. È chiaro che lo era sempre stata, ma noi non lo sapevamo."

In ultima analisi, per queste poche righe è valsa perfettamente la pena essermi sciroppato anche i resoconti degli incontri letterari, dei viaggi e di quant'altro. Mi correggo: ne è valsa la pena anche per la storia di un cinese conoscitore della lingua portoghese, che negli anni precedenti la "rivoluzione culturale" aveva quasi ultimato la traduzione in cinese dei Lusiadi di Camões. Fu redarguito e minacciato dalle "guardie rosse" in quanto stava occupandosi di un'opera straniera; ed erano minacce da non prendere certo alla leggera. Si tenne quindi un consiglio di famiglia sul da farsi; la traduzione cinese dei Lusiadi, centinaia di pagine, fu bruciata.

Quanto allo spazio nel mondo, i pensieri ne debbono sempre generare altri, a condizione che si sia disposti a coglierli sia da Saramago come dal proprio vicino di casa, dai quaderni del Premio Nobel come dall'elenco del telefono (che sta scomparendo). Non è poi che il pensiero di Saramago mi abbia generato chissà quale elevatezza da riportare qua dentro, una cosa che è pur sempre un diario seppure non quadernato. Mi è venuto da pensare, quale che sia la mia età attuale, che di spazio nel mondo ne ho comunque occupato abbastanza, viste le mie dimensioni. Nell'adolescenza, anzi, ne occupavo di meno, visto che ero parecchio più secco di adesso; quanto a quello che occuperò in vecchiaia, vattelappesca. Sono però ragionevolmente certo che occuperò, alla fine, una buca di circa due metri di lunghezza a meno che qualcuno, come mi piacerebbe, non si occupi di buttarmi in mare, opportunamente zavorrato, di fronte a Galenzana. Un pochino al largo, però. Se mi buttate dalla riva, l'acqua è alta mezzo metro fino a non si sa dove e mi ritrovo al massimo a fare il morto. Tutto intero, comunque; ai pesci piace la ciccia, non le ceneri.

Libri. Non ne parlo spesso, ed è meglio così perché, in fondo, non ne so neppure parlare molto bene. Quelli di cui so parlare peggio e con più difficoltà sono proprio quelli che davvero hanno significato qualcosa per me. Nei libri, poi, a volte si trovano cose del tutto inaspettate; ed è a questo punto che, da questo mio diario fatto di quaderni elettronici, vorrei per una volta rivolgermi direttamente a José Saramago. Mi piace pensare che lo interesserebbe, o quantomeno incuriosirebbe.

Caro Saramago, nella copia dei tuoi Quaderni di Lanzarote in silloge e in traduzione italiana che ho preso in prestito sabato scorso, 25 febbraio 2017, alla biblioteca comunale dell'Isolotto (Firenze), c'è una cosa. Qualcuno ci ha scritto quel che pare un incubo, non si sa se a occhi chiusi o aperti.

In fondo al volume, sulla pagina bianca prima dell'indice, quel qualcuno ha preso addirittura un pennarello (nero), dimostrando sì scarso senso civico ma evidentemente spinto da un bisogno impellente, imprescindibile e insopprimibile, e ha scritto quanto segue:

"Naufragio in città (onde altissime) con Claudia che si aggrappa ed io insanguinato la spingo via."

Segue un'altra parola che non mi è riuscito decifrare. Potrebbe essere "sono", ma potrebbe essere anche "sesso". La parola è staccata dalla frase precedente, in disparte sulla sinistra. Personalmente, propendo per il "sono" come prima persona del verbo "essere"; potrebbe essere stato l'inizio di un periodo che continuava a descrivere l'incubo, ma qualcosa ha interrotto il qualcuno. Finanche un addetto della biblioteca che si è accorto che stava scrivendo con un pennarello su un libro di pubblica lettura, e che lo ha rimproverato oppure buttato fuori a calci nel culo.

Che ne sarà stato, però, del naufragio in città e di Claudia che si aggrappa a lui insanguinato? L'espulsione dalla biblioteca lo avrà indotto a naufragare tra via Chiusi, piazza Sansepolcro e via Massa, mentre Claudia si ritrovava, spinta via e di lui insanguinata, di fronte all'Esselunga di via Canova...? E le onde altissime? Avrà, per vendicarsi, preso a martellate il fontanello di Renzi di fronte alla biblioteca, provocando un'alluvione di acqua gassata...? Non lo si saprà mai. Caro Saramago, indicativamente sarei tentato di proporti di continuare tu la storia; del resto, si trova come lacerto, come frammento, come disiectum membrum su un tuo libro, sui tuoi quaderni di Lanzarote. Ah, mi dici che sei morto. E che sarà mai? Di morti che scrivono, sai quanti ce ne sono; prendi, che so io, Alessandro Baricco o Susanna Tamaro, non mi dirai mica che non può scrivere qualcosa José Saramago morto...?

Se proprio non te la senti, mi è venuta un'idea: prima o poi la scrivo io. Ho già pronto il titolo: "Claudia aggrappata". Quando sarà pronta, però, almeno la prefazione me la fai ché sarebbe una bella promozione, accidenti. Riccardo Venturi, Claudia aggrappata, prefazione di José Saramago. Poi, se ti va, si va a occupare pure un po' di spazio nel mondo e a mangiare qualcosa. Però paghi tu.

mercoledì 1 marzo 2017

La parola Morte


La parola Morte [*], che indica un avvenimento ed un concetto fondamentali nella vita dell'essere animato e vegetale (sebbene, poi, con tutte le possibili ramificazioni metaforiche; anche le più comuni metafore sono di antichissima origine), è, nella lingua italiana ed in tutte le altre lingue neolatine, o romanze, derivata direttamente dal latino: *-morte(m), accusativo di mors. Nel latino letterario, generalmente, il termine non era utilizzato al plurale (laddove in italiano, ad esempio, si può dire “tante morti”, “tutte quelle morti inutili”). In quanto termine fondamentale astratto non attraversato da mutamenti religiosi, tecnologici e di altra natura (e, quindi, facente parte del lessico quotidiano e familiare), le lingue derivate direttamente dal latino parlato lo hanno conservato senza soluzione di continuità, ognuna con le sue peculiari evoluzioni fonetiche: il francese e il catalano mort, il provenzale antico mortz, il castigliano muerte, il portoghese e galiziano (e sardo logudorese) morte, il friulano muart, il rumeno moarte.

La parola Morte appartiene alla più remota antichità indoeuropea, come appare palese dal confronto con le altre lingue di tale grande famiglia linguistica. La radice del “morire” è stata individuata nella forma *mer- / *mor- / *m, con i tre gradi apofonici (detti, rispettivamente, “debole”, “forte” e “ridotto”) di ogni radice originaria. Il significato originario della radice pare però essere stato differente: indicava, con buona probabilità, concetti quali “strisciare”, “trasportare trascinando” e, per traslato, “portare via”. Il passaggio della radice al suo significato millenario del “morire” dev'essere stato, a sua volta, un altro traslato originato dal destino che spetta ai mortali al momento della fine: quello di essere “trasportato via”, “trascinato” all'ultima dimora durante il funerale; ancora oggi, nel toscano popolare, il funerale è detto semplicemente “trasporto”. Il “morire” e la “morte” sono quindi stati associati, in origine, con l'ultimo viaggio del mortale, come una sorta di traduzione in suoni del trascinamento del feretro fino alla sepoltura.

Si hanno così, nelle varie lingue indoeuropee, gli omologhi astratti (tutti per “morte” e formati con un'estensione in dentale tipica degli astratti) quali il sanscrito mṛti e il lituano mirtìs; e, ancora, per il “morire” come concetto verbale, il sanscrito márate “muore”, il latino morior “muoio”, il russo у-мирать / у-мереть [umirat' / umeret'] “morire”. Così l'aggettivo e participio per “morto”: sanscrito mṛta-, latino mortuus, paleoslavo мрътвъ [mrŭtvŭ], armeno marb [← *martwos, del tutto analogo alle altre forme testè nominate). Soltanto, naturalmente, per citarne alcuni.

In epoca altrettanto antica, il termine comincia ad essere usato in alcune aree indoeuropee per indicare l' “essere mortale”, vale a dire il destino dell'uomo e di ogni essere vivente; in particolare lo si nota nella lingua greca. Il greco dorico μορτός [mortós] significa “soggetto a morte, mortale”; nella lingua classica attica si usa la forma βροτός [brotós], da *mr-tós (formato sulla radice di grado ridotto, mentre il dorico utilizza la radice di grado forte) con successiva epentesi in labiale sonora [*m-b-r-o-tós] per motivi di eufonia (esattamente come, nel fiorentino parlato, si dice comunemente Isdraele per “Israele”, con epentesi però di una dentale sonora).

Fondamentalmente la stessa cosa accade nelle lingue indoiraniche: già il sanscrito martá- significa “mortale”, ed inizia ad assumere gradatamente il significato di “essere umano, uomo” in quanto essere mortale per eccellenza. Nell'area, il passaggio definitivo avviene nelle lingue iraniche, cosicché il persiano moderno mard significa esclusivamente “uomo” (“il mortale”).

Da notare che la lingua greca, una volta spostata l'antica radice indoeuropea verso la “mortalità”, per il concetto del “morire” e della “morte” prenda a utilizzare una radice di origine sconosciuta (probabilmente pregreca e preindoeuropea), *than- / thṇ-, da cui il verbo con suffisso incoativo θνῄ-σκω muoio” [thnḗskō] (nel greco classico si usa comunemente il composto ἀπο-θνῄσκω [ apothnḗskō]), aoristo -θανον [éthanon] (si veda l'alternanza apofonica ridotto-forte tra il sistema del presente e quello dell'aoristo; dall'aoristo del comune composto classico si è formato il greco moderno πεθαίνω, aoristo πέθανα). Il sostantivo greco comune per “morte”, θάνατος [thánatos, inalterato nel greco moderno], è anch'esso da tale radice esclusivamente greca, ma appare formato pure con l'estensione astratta in dentale.

Un'evoluzione analoga avviene nelle lingue germaniche. In esse, l'antica radice indoeuropea del “morire” e della “morte” ha però preso un'accezione ancora differente, quella del “dare la morte” ovvero dell' “uccidere”. E' un passaggio semplice, come ad esempio si può vedere dal comune uso popolare (ad esempio in spagnolo, ma anche nel toscano e in altri dialetti italiani) di morire usato transitivamente per “ammazzare”: he muerto a un hombre “ho ammazzato un uomo” o, come dissero i famosi agenti di polizia a proposito del giovane Federico Aldrovandi, è stato morto un ragazzo”.

Così, nelle lingue germaniche, l'antico astratto per “morte” significa “omicidio, assassinio”: islandese antico morðr, tedesco Mord (l'inglese murder è probabimente di derivazione scandinava diretta, oppure è formato con un diverso suffisso astratto, -*tro-). Il termine diviene talmente “tipico” delle società germaniche, che dà luogo tout court al mediolatino mordrum, oltre che passare direttamente nel francese meurtre e derivati. Come il greco, le lingue germaniche utilizzano per il “morire” e la “morte” una radice autoctona, non presente cioè nelle altre lingue indoeuropee: *dau-. Con varie derivazioni e formazioni, è quella dell'inglese die, dead, death, del tedesco Tod,tot (ma, per “morire”, il tedesco usa per traslato esclusivamente sterben, propriamente “morire di fame” come l'inglese starve “morire di fame o di freddo”), dello svedese dö, död. La radice appare già nel gotico dauan “morire” nella sua forma più antica. Da notare che anche le lingue slave, pur avendo conservato la radice del “morire” e della “morte” in senso proprio, la usano anche per l'”uccidere”; serbocroato u-moriti, per traslato anche “stancare, affaticare” (umor significa solo “stanchezza, spossatezza”, esattamente come noi diciamo “stanco morto”).

Se ne può concludere che, nelle lingue indoeuropee, la più comune radice per la parola Morte non ha alcuna connotazione “spirituale” o “magica / sciamanica”; è, bensì, derivata dalla più elementare sensazione visiva e uditiva dei vivi al momento del trasporto di una salma (si potrebbe ipotizzare persino, come alcuni hanno del resto fatto, il rumore prodotto dal trasporto del feretro a contatto con il suolo, non su un carro, tirato da altre persone o da un animale: mrrrrrrr.....). Le connotazioni “spirituali” e ultraterrene non sono certamente assenti da parecchi termini fondamentali indoeuropei, così come i tabù (tipico: il nome del “lupo”, ma se ne avrà, chissà, a riparlare), ma è altresì vero che la magia, lo sciamanesimo e il culto magico degli antenati hanno sovente afflitto la ricerca linguistica più del dovuto. In definitiva, gli antichi erano uguali a noi. Ascoltavano rumori e li associavano agli atti formando parole (come noi abbiamo inventato, millenni dopo, crack, zig-zag, scrosciare e altre centinaia di parole).

[*] Ogni parola nome di una cosa
è un nome singolare della morte
tranne la vita che non è parola.

La biblioteca di Alessandria arse
insieme a un libro che narrava l'incendio
che arse la biblioteca di Alessandria.

Ogni orologio che fa l'orologiaio
è uno strumento per segnare l'ora
in cui dovrà fermarsi l'orologio.

Juan Rodolfo Wilcock, La parola Morte, 14.