lunedì 19 gennaio 2009

Erau zilele când



Erano i giorni in cui il tiranno, intabarrato nel suo pastrano di pelliccia e col colbacco in testa, si affacciava alla finestra del Palazzo, davanti alla folla che cominciava a gridargli di assassino, senza più paura. Non seppe più cosa dire. Gridava degli assurdi “Alò, alò” mentre partivano i primi spari, le prime raffiche di mitra. Era la Rivoluzione, e la Rivoluzione in diretta televisiva. Pochi giorni dopo, dopo un processo farsesco, il tiranno e la moglie (“eminente scienziata” che sapeva a malapena leggere e scrivere, ma insignita di lauree honoris causa in mezzo mondo e di attestati di benemerenza firmati, tra gli altri, da Giulio Andreotti) venivano messi al muro e fucilati senza tante storie. Era il giorno di Natale del 1989.

Erano i giorni in cui il Muro era caduto da poco più di un mese. I giorni in cui si sgretolava il Comunismo. Era tutta una serie di Domeniche delle salme, una dietro l'altra, regolari, periodiche. I giorni in cui il mondo libero esultava per la fine della Cortina di Ferro, in cui intere nazioni rimaste tagliate fuori tornavano in Europa. Tutti si sentivano Europei, in quei giorni di calcinacci, di sangue o di velluti, di Trabant, di libertà ch'è sì cara, di popoli interi che invadevano i supermercati e i sexy shop. Ancora dovevano arrivare le guerre jugoslave. Ancora dovevano arrivare i nazisti a fare dell'ex DDR la loro roccaforte. Ancora, soprattutto, dovevano arrivare le ondate di immigrati; ché il barbaro comunismo la aveva tenuta a freno, quella gente. Con le buone o con le cattive, e soprattutto con le cattive. Erano i giorni del trionfo di Ronald Reagan, di Helmut Kohl, di papa Wojtyła.

Erano i giorni in cui c'erano state troppe rivoluzioni pacifiche, in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Polonia. Ci voleva una bella rivoluzione sul serio, bella sanguinosa, e la Romania del Dracula antico e di quello moderno la offriva su un piatto d'argento, anche a costo di bufale giornalistiche clamorose come quella delle fosse comuni di Timişoara. Televisioni dappertutto. Televiziunea Românǎ Liberǎ. L'arresto in diretta dell'odiato figlio del tiranno. La Securitate e il generale Militaru. L'elicottero che fuggiva. La folla che invadeva le strade, il conteggio dei morti, gli inviati speciali, lo stillicidio delle frontiere chiuse o aperte. Era dal 1956 che mancava una bella, grassa cosa del genere; un paese “socialista” che si sbarazzava del socialismo, e stavolta senza nessun “aiuto fraterno” da parte sovietica. Occhi che brillavano, mani che si fregavano.

Erano i giorni in cui i giornali italiani, tra cui La Nazione, laico e mazziniano, sparavano prime pagine con titoli a caratteri cubitali; le pagine interne dedicate all'avvenimento, anche cinque o sei per numero, recavano il “logo” della bandiera col buco, alfine sforbiciata dall'odiato stemma comunista (quello rumeno era composto dall'immancabile stella rossa, dal profilo di una foresta e da due pozzi di petrolio); consuetudine inaugurata con la rivolta ungherese del 1956. Un profluvio di bandiere rumene col buco. Nel frattempo, alcuni soldati rivoltosi penetrati nell'enorme palazzo del tiranno trovavano in uno sgabuzzino, abbandonata in mezzo agli escrementi, la madre centenaria della moglie del dittatore. Gli articoli della Nazione erano un inno alla fratellanza e alla solidarietà: aiutiamo la Romania! Numeri di conto corrente, vaglia postali, foto di bambini smunti e spauriti, e cronache, cronache, cronache. Le rubriche della posta dei lettori rigurgitavano anticomunismo, sconfitto dal valore del popolo oppresso; poi si venne a sapere che era stata tutta una riuscita congiura di palazzo, e che il nuovo ducetto della Romania, tale Iliescu, era stato pappa e ciccia col tiranno fino a pochi anni prima, per poi cadere in disgrazia ed essere messo da parte (e gli era andata anche bene, a non essere spedito di malagrazia tra i più).

Erano i giorni in cui il giovine segretario di un partito di destra, che ancora non aveva passato le acque termali, dalle colonne del Secolo d'Italia esaltava il “valoroso popolo rumeno, fratello latino di lingua e di sangue” che finalmente si risvegliava -come dice il suo inno nazionale, fino ad allora proibitissimo-. Erano i giorni in cui tutti, persino gli ex comunisti che si avviavano a cambiare nome, volevano infilare la testa in quel buco nella bandiera. Erano i giorni in cui, in questo paese “fratello di lingua e di sangue”, tutti erano rumeni, rumenissimi, rumenanti.

Erano giorni di gran lavoro anche per il sottoscritto, che aveva avuto la ventura di imparare la lingua rumena molti anni prima, quasi per gioco. A quei tempi lavoravo per la Confederazione delle Misericordie come interprete e traduttore; arrivavano aeroplanate intere di bambini dalla Romania, bambini che venivano accolti in Italia come eroi, smagriti, dagli occhi grandi e dalle teste grosse. Li mandavano a curare nei modernissimi ed efficientissimi ospedali italiani, negli ospedali del mondo libero, a respirare finalmente cosa significa la libertà. Chissà quanti di quei bambini ce li ritroviamo, adesso, sotto qualche cavalcavia, in qualche baracca, a lavorare nei cantieri, a crepare da un'impalcatura, ad essere bruciati dal datore di lavoro Iannece Cosimo, a servire con un crimine per una bella campagna elettorale e per i relativi pogrom legalizzati e ben supportati, magari proprio dallo stesso giornale che ci aveva le pagine con la bandiera bucata.

Ché mi ricordo di un mio intervento all'aeroporto di Pisa, trentacinque ambulanze mandate a prendere quei bambini per distribuirle negli ospedali toscani, con generi di conforto, giocattoli, festoni e viva la libertà, trăiască libertatea in rumeno. Mi ricordo di tutte queste cose che seguivo, anch'io, trepidante. L'avere bene o male imparato la sua lingua, fin da ragazzino, mi aveva messo in un particolare stato d'animo nei confronti della Romania; ci avevo ventitré anni, ci avevo. Contemporaneamente a quel bislacco lavoro stavo svolgendo anche il servizio civile, sempre su ambulanze, sempre a strascinare feriti e malati. E ancora lo faccio, come ancora mi ritrovo a dire, e a dirmi, trăiască libertatea.

Quelli che allora inneggiavano, invece, oggi sono tutti rivolti alla sicurezza e al controllo dell'immigrazione clandestina, ad esempio contro quei maledetti rumeni che della libertate hanno approfittato un po' troppo. Ad esempio venendo in massa dalle nostre parti, bambini compresi, ma senza aeroplani, senza generi di conforto, senza giocattoli. Quei maledetti rumeni che stuprano, ché del resto altro non sanno fare perché discendono direttamente da Dracula ed è un miracolo se le donne italiane, oltre a stuprarle, non le vampirizzino pure. Quei maledetti rumeni che sono diventati tutti zingari (ed offesa peggiore per un rumeno non può esservi, visto l'odio autentico che in buona parte provano per i Rom). Quei maledetti rumeni che almeno Ceauşescu li teneva a casina loro, e che non venivano a rubare, a togliere il lavoro, a violentare, ad ammazzare. Quelle maledette rumene tutte puttane e badanti, e a volte anche badanti puttane. Niente più buchi nelle bandiere; il buco, ora, piuttosto andrebbe fatto nella testa dei rumeni. Nella testa di quel valoroso popolo, fratello latino di lingua e di sangue. Altro che fratello, altro che latino. Degli zingari balcanici. Non si sente più nemmeno in giro la storiella cretina dei romagnoli e dei rumeni che si capirebbero, ché una volta -a presa per il culo- ho detto due semplici frasette in rumeno a un romagnolo e non ci ha capito, come è ovvio, un cazzo.

Erano giorni in cui si facevano le prove generali dell'ipocrisia e della carogneria italiana. I risultati, quelli veri, si vedono nella fotografia. Accompagnata dalla “croce celtica”. Chissà se a quei signori tutti Irlanda, hobbit e William Butler Yeats sarebbero piaciuti così tanto, i celti, se fossero emigrati in massa in Italia ai tempi della carestia delle patate. Magari avrebbero scritto “Celti puzzate”.