domenica 11 novembre 2007

Ovviamente si è suicidato, ovvero Il pacchetto Morte.


Quando la polizia spara, c'è sempre un ottimo motivo.

Non vorrete mica che un agente, perdio, si metta a sparare colpi a scopo intimidatorio senza un motivo plausibile!

La polizia è qui per difenderci. Per tutelare la sicurezza e la legalità. Per arrestare mafiosi, terroristi, anarcoinsurrezionalisti, rumeni, lavavetri, finocchi e pedofili.

Quando spara, non spara mai. Partono colpi accidentali.

Quando ammazza, non ammazza mai. E' sempre una tragica fatalità.

Ma sicuramente ieri mattina 11 novembre, all'area di servizio di Badia al Pino, stava accadendo qualcosa di indicibile. Qualcosa che non sapremo mai, come chi ha messo la bomba in piazza Fontana.

Ma io so tutto.

Gabriele Sandri si chiamava in realtà Gibril al-Sandur. Dietro la sua attività di disc-jockey ("Gabbodj") nascondeva un'attività di pericolosissimo terrorista facente parte della cellula "SS Lazio" di Al-Qaeda, implicata probabilmente nella sparizione delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, prima che le forze della democrazia riuscissero a trovarle. Perché c'erano! Esistevano!

E' semplicemente arrivata una segnalazione.

La missione è stata compiuta, nonostante la vera e propria trasformazione cui Gibril Al-Sandur era stato sottoposto dagli abilissimi chirurghi plastici dell'Organizzazione. Erano riusciti addirittura a dargli l'aspetto di un autentico ragazzo de borgata.

Non è quindi necessario chiedersi come mai in questo nostro stato di diritto l'agente che ha portato a termine questa pericolosa missione non risulti neppure indagato.

Ci aspettiamo, anzi, che venga gratificato al più presto di una promozione coi relativi benefici economici.

Si pensi solo al fatto che quel pericoloso terrorista, per cercare di fuorviare le forze dell'ordine, sembra stesse fingendo di dormire a bordo di un'auto. Grazie alla capillare e professionale opera di intelligence del Ministero dell'Interno e dei Servizi Segreti, la sua criminosa attività è stata sgominata.

Sono verità, queste, che davvero non si possono dire.

Sarà necessario inventarne di tutti i colori, per coprirle. I copritori di stato sono già all'opera, e a pieno regime. In questo momento, mentre sto scrivendo, stanno dicendo che gli agenti pensavano che si trattasse di una rapina. Domani chissà quale versione dei fatti sarà utilizzata per non dire che cosa veramente c'era sotto.

Tra non molto verremo ovviamente a sapere che -vistosi perduto, Gabriele Sandri, alias Gibril al-Sandur, si è suicidato.

Nel frattempo, la popolazione italiana -tutta presa dalla sua insopprimibile voglia di legalità- potrà così cominciare ad apprezzare i benefici effetti del pacchetto sicurezza. Peccato che su questo pacchetto non ci sia scritto che UCCIDE, bello grosso, come su quelli delle sigarette.

Ma ci corre naturalmente l'obbligo di esprimere tutta la nostra solidarietà alle forze dell'ordine.

Lo vogliamo fare con una canzone.

Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto!

E' certo che nessuno mancherà di notare
il duplice vantaggio di una polizia locale
l'agente di quartiere dirà all'imprenditore
"Se bruci qualche negro non sporcare per favore"

Questo è a 120, mannaggia è l'avvocato!
questo è a 120, mia cugina col marito
questo è a 120 e di santi non ne ha
io gli tolgo la patente è per questo che son qua!

Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto!

Alla mattina sgombero di un'altra palazzina
l'immobiliare prospera, la gente va in rovina
al pomeriggio scarichi la nuova suoneria
faccetta nera prima nelle chart di polizia

Questo è a 180, cazzo l'eurodeputato!
questo è a 180, presidente del Senato!
questo è a 180 è un collega dice dai,
c'è una festa sii discreto, ci si vede a Bolzaneto!

Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto!

Fratello poliziotto che ascolti questa voce
può darsi che ti senta ingiustamente maltrattato
ma non venirmi a dire che questo è il tuo mestiere
che dei diritti umani sei l'alfiere.

Fratello poliziotto dai fai la cosa giusta
puoi sempre riciclarti come ladro o come artista,
puoi stringere un po i denti, lavorare come un mulo
o più semplicemente puoi andare a fare in culo!

Fratello poliziotto...
può darsi che ti senta ingiustamente maltrattato
ma non venirmi a dire che questo è il tuo mestiere
che dei diritti umani sei l'alfiere.

Fratello poliziotto dai fai la cosa giusta
puoi sempre riciclarti come ladro o come artista,
puoi stringere un po i denti, lavorare come un mulo
o più semplicemente puoi andare...
...in giro per il mondo che bello guerreggiare
ma non pensare male, è polizia internazionale

Portare occupazione, libertà e democrazia
portare occupazione, libertà e democrazia,
tanti posti di lavoro tutti nella polizia!

Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto,
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto, giustizia no!
Polizia dappertutto
!

(Punkreas)

giovedì 8 novembre 2007

Un coccodrillo per RV

Sono state, queste, giornate di cadaveri eccellenti. In due giorni sono scomparsi ben due giornalisti (Biagi e Bortoluzzi) e un grande uomo di calcio (Liedholm). Superlavoro per i facitori di "coccodrilli", insomma. Ho pensato quindi di farmene fare uno anche a me, lanciando l'iniziativa sul newsgroup italia.firenze.discussioni e promettendo, per quello che avrei ritenuto a mio insindacabile giudizio il migliore, la pubblicazione su questo blog e una cena pagata alla taverna greca "Dioniso" di via San Gallo. Per il vincitore, ovviamente, resta la cena; ma poiché, a rigore, mi piacevano tutti quanti (anche quelli che non mi sono particolarmente favorevoli), ho deciso di pubblicarli tutti.

Sia dato però il dovuto onore al vincitore, dal quale attendo comunicazione per la sua disponibilità (giorno e ora) alla cena ellenica. Si tratta di febo@delenda.net, al quale, oltre che per il coccodrillo, vanno i miei complimenti anche per l'ottimo inglese (ma toh!!!!). Quello che segue è il suo obituary per Riccardo Venturi, nato il 25 settembre 1963 e passato virtualmente a miglior vita il 6 novembre 2007 all'età di anni 44 e qualcosa. Va da sé che sono ancora vivo; ma almeno, al momento della mia dipartita, potrò contare sul mio bel coccodrillino. E dico poco!

Premio "Un coccodrillo per Riccardo Venturi"
Vincitore: febo@delenda.net

Richard Venturi, co-author of What do we know about Etruscan?' is no more.

He has ceased to be, bereft of life, he rests in peace, he has kicked the bucket, hopped the twig, bit the dust, snuffed it, breathed his last, and gone to meet the Great Head of Linguistic Entertainment in the sky, and I guess that we're all thinking how sad it is that a man of such talent, such capability and kindness, of such intelligence should now be so suddenly spirited away at the age of only forty-four, before he'd achieved many of the things of which he was capable, and before he'd had enough fun.

Well, I feel that I should say, "Nonsense. Good riddance to him, the freeloading bastard! I hope he fries. "

And the reason I think I should say this is, he would never forgive me if I didn't, if I threw away this opportunity to shock you all on his behalf. Anything for him but mindless good taste. I could hear him whispering in my ear last night as I was writing this:

"Alright, Febo, you're very proud of being the first person to ever write kakkázo on Usenet. If this service is really for me, just for starters, I want you to be the first person ever at a Usenet obituary to write s ü k e!"

You see, the trouble is, I can't. If he were here with me now I would probably have the courage, because he always emboldened me. But the truth is, I lack his balls, his splendid defiance. And so I'll have to content myself instead with saying 'Betty Mardsen...'

But bolder and less inhibited spirits than me follow today. Skinbones and n!Xau, Tommyover and "The Apple". Heaven knows what the next hour will bring in Richard's name. Trousers dropping, blasphemers on pogo sticks, spectacular displays of high-speed farting, synchronised incest. One of the four is planning to stuff a dead ocelot and a 1922 Remington typewriter up his own arse to the sound of the second movement of Elgar's cello concerto. And that's in the first half.

Because you see, Richie would have wanted it this way. Really. Anything for him but mindless good taste. And that's what I'll always remember about him---apart, of course, from his Olympian extravagance. He was the prince of bad taste. He loved to shock. In fact, Richie , more than anyone I knew, embodied and symbolised all that was most offensive and juvenile in I.F.D..
And his delight in shocking people led him on to greater and greater feats. I like to think of him as the pioneering beacon that beat the path along which fainter spirits could follow.

Some memories. I remember writing the undertaker speech with him, and him suggesting the punch line, 'All right, we'll eat her, but if you feel bad about it afterwards, we'll dig a grave and you can throw up into it.' I remember discovering in 2004, when we wrote every day at the flat where the girl with red hair and I lived, that he'd recently discovered the game of printing four-letter words on neat little squares of paper, and then quietly placing them at strategic points around our flat, forcing the girl with red hair and me into frantic last minute paper chases whenever we were expecting important guests.

I remember him at i.c.l flames crawling around on all fours, rubbing himself affectionately against the legs of badly-suited executives, and delicately nibbling the more appetizing female calves. Mrs. Eric Morecambe remembers that too.

I remember his being invited to speak at the Lello Vitello video, and entering the chamber dressed as a carrot---a full length orange tapering costume with a large, bright green sprig as a hat----and then, when his turn came to speak, refusing to do so. He just stood there, literally speechless, for twenty minutes, smiling beatifically. The only time in world history that a totally silent man has succeeded in inciting a riot.

I remember Richard receiving a Guccini singing award from Reggie Maudling. Who else! And taking the trophy falling to the ground and crawling all the way back to his table, screaming loudly, as loudly as he could. And if you remember Richie, that was very loud indeed.

It is magnificent, isn't it? You see, the thing about shock... is not that it upsets some people, I think; I think that it gives others a momentary joy of liberation, as we realised in that instant that the social rules that constrict our lives so terribly are not actually very important.

Well, Richie can't do that for us anymore. He's gone. He is an ex-Venturi. All we have of him now is our memories. But it will be some time before they fade.

Gli altri coccodrilli, in ordine di postatura:

a) Il cugino di Gesù [Mela]

LOL, carino :-)

Io scriverei una citazione indimenticabile dell'indimenticato Skywise, ormai passata alla storia di IFD:

"uno di meno".

Probabilmente la piu' gradita per il tuo modo scanzonato e ironico di affrontare il tema del passare a miglior vita.

b) [Claudio] cantando: "Prendi questa mano, zingara"
/merda mode on

Non è facile scrivere un coccodrillo come lo avrebbe voluto lui, cacacazzi all'estremo sicuramente avrebbe trovato da ridire su tutto.

Beh, allora che riposi in pace dopo che oggi 6 novembre è schiantato, del resto dal 63 ad oggi la sua voce critica da anarcoide inacidito ha invaso la toscana, isole comprese, fino ad approdare ai lidi di usenet dove la sua firma non ha mancato di suscitare aspri scontri con vari postatori.

Una sola cosa di sicuro lo accomunava all' 80% della comunità di IFD, dove da tempo si era stabilito se pur con continui nomadismi: Juve merda. Di questo mi sento di dargli atto e non mancherò di portare l'estremo saluto, al grido di PISA MERDA!, alle sue esequie.

Domani Firenze già non si ricorderà più di lui, qualcuno in usenet tirerà un sospiro di sollievo. Anche Amato che potrà espellere il rumeno di madre pisana che l'ha accoltellato credendolo parente di Berlusconi per una volta gli renderà merito, magari festeggerà con il Cioni il lieto avvenimento.

Sono sicuro che a quest'ora già avrà attaccato una lunga discussione in aramaico antico col padreterno che si rifiuta di fornirgli connessione a larga banda, ma in fondo questo era Riccardo; chi sa se ci mancherà.

/merda mode off

c) Lello Vitello

Riccardon perchè sei morto
birra e vino avevi tu
se qualcosa andava storto
eri forte sempre più

Le pischelle col gran cuore
fanno ancor per te le fusa,
a sentir di topa odore
batti dalla cassa chiusa

Riccardon Riccardon
cantando ad un piola
Riccardon Riccardon
maremma bucaiola!

Riccardon perchè sei morto
il sorriso un ti mancava
se a qualcuno andava storto
eri i' primo che aiutava

d) AndreA
Lacio drom :-)

e) Dracula

un prepotente come altri

p.s.
non sei importante quindi il coccodrillo non ti è dato averlo

f) Tommyover
Probabilmente la migliore frase che ti rispecchia è quella che hai messo sul tuo blog come presentazione:

"Riccardo Venturi, uno che sta bene con poca gente e in pochi posti. Ma quella gente e quei posti, li ama molto."

g) Skinbones

[ ]*

*Skinbones ha postato un post vuoto. Lo riproduciamo, imperfettamente, in questo modo. (ndr)

h) Gert dal Pozzo

Salve, sono il coccodrillo di Riccardo Venturi. Me lo sono appena metaforicamente pappato, e non sono vere quelle storie che i coccodrilli piangono dopo il pasto, col cazzo, anzi è stato un bel pranzetto il Riccardone. Davvero, a parte la considerevole mole (o non diceva che doveva andare in palestra? Mah, meglio per me, tutto grasso che cola peccato per il sapore di fumo), dicevo non è certo preda di tutti i giorni. Non sono di quei coccodrilli che non guardano cosa mangiano, no io prima di addentare annuso guardo e ascolto. Che bello, finalmente non il solito ipocrita del cazzo come ne trovo sempre in questo periodo, che c'hanno tutti il medesimo sapore di stantio, tutti col medesimo gusto omologato neanche fossimo al Mcdonaldz; no, uno che diceva pane al pane e vino al vino, che guardava in faccia gli altri e diceva, sparava quel che pensa senza peli sulla lingua o sullo stomaco. Che non teneva in considerazione l'orgoglio ma la dignità, non il materiale ma il pensiero e la parola.

j) Cristina Cinquilli

"finalmente ce l'ha fatta a mandavvi in culo tutti."

Back to Palmaiola [1]


Ciò che segue, e che occuperà qualche puntata a cadenze stavolta ravvicinate, deve essere ricondotto al Faro di Palmaiola; ed è giunto il momento di andare a regolare qualche conticino con quell'amena isoletta dove mi ritrovo periodicamente da un po' troppo tempo. La novità è che questa storia avrà due finali diversi. Gli incontentabili lettori di questo blog, al termine, saranno chiamati ad esprimersi sul finale preferito, che avrà quindi la primàzia; in assenza di voti, i due finali resteranno così come sono, uni e bini, per l'eternità.

1a puntata.

La vach', quanta polvere.

Però stavolta mi sono organizzato, perdiana. Sono arrivato al porto di Piombino con un borsone pieno di prodotti per la casa, immaginando cosa si dovesse, in tutti questi anni, essere accumulato sui vetri, sui mobili, sugli strumenti di controllo, sulla radio. Sempre, comunque, costantemente accesa; solo che dovrà essere, forse, riprogrammata. Era rimasta sintonizzata su un canale che non esiste più oramai da anni e anni, o che deve aver trasmesso soltanto articoli del codice civile o roba del genere; bisognerà che orienti altrove l'antenna aerea e il mantova. Dovrò anche potenziarla, perché è possibile che i segnali mi debbano arrivare da molto, molto lontano. La prossima volta che mi capiterà di dover stare un po’ al faro di Palmaiola, lo giuro sul sacro nome di Antognoni, dovrà essere al massimo per una pescivendola di Collesalvetti o per una manicure di Vada.

Al porto, su un moletto laterale quasi dimenticato, riconosco il cabisconqua, il cabinato sconquassato, il vecchio “Grinta”. Nella mia testa uso un linguaggio tutto mio, tutta una serie di acronimi, di parole inventate, di ardite metatesi, di incroci metalinguistici…e mi chiama una voce decisamente familiare:

“Dé caàta, ti pareva che ‘un ci risei ‘òlle tu’ borse! O stavolta che lingua studi? Ir birmano?”.

“Dé, lulì…o ‘un dovevi èsse’ sull’Arrivederci, te…?”

“E se la comandino un po’ quella banda di raccattati, l’Arrivederci…a proposito, ma non avevi cominciato a scrivere il seguito di quel che fanno…?”

“Sì, sì…però…boh, magari ricomincio fra qualche giorno al faro. Di tempo ce ne avrò, mi sa…”

“Te la se’ portata la robba pe’ pulì…ci so’ stato tre giorni fa, con la polvere che c’è ci potresti imbottì' du’ materasse matrimoniali…però t’ho fatto una sorpresina, caàta ar cubo che ‘un se’ artro. Vedrai. Anzi, te n’ho fatte due. Vedrai anche la seconda. Gnamo, monta e guarda d’un volà in mare come t’ha fatto ‘vell’artra vòrta, budellone. E sta' attento alle borse.”

E così rieccomi a bordo del “Grinta”, governato nientepopodimeno che dal comandante Edmondo Dini in persona, detto Mondo, sessant’anni e rotti con du’ bracci che sembrano ancora quercioli e quel paio di baffi che in gioventù devono aver spedito a Palmaiola un bel numero di fidanzati o mariti tanto inconsolabili quanto cornuti. Me ne aveva parlato lui, di quel faro sull’isolotto, evidentemente per esperienza diretta; e così, un giorno, con l'inconsolabilità e le corna d'ordinanza, c’ero arrivato grazie all’avv. Marcello, che da Pescara mi aveva spedito per un po’ a pescare. Un semplice cambio di vocale.

Da allora, avevo deciso che quello fosse il mio posto. Fresco del corso di farista immaginario, mi ero messo appunto a immaginare tutta una serie di cose noiosissime che mi guardavo in realtà bene dal fare; passavo le giornate a grattarmi gli zebedèi, a guardare il mare, a cucinare e a rigrattarmi i cabasisi. Perché, in realtà, la sofferenza –massimamente quella per amore- è noiosissima; la sera, poi, sempre attaccato a quella radio dalla quale provenivano le coordinate delle navi in navigazione, le richieste ai tassì di Genova, la protezione civile, le ambulanze di Livorno…

Una volta, per disperazione, m'ero messo a giocherellare e a fare finte chiamate ai tassì genovesi. Avevo fatto fare a un povero disgraziato una corsa da piazza Caricamento a Voltri, un altro lo avevo spedito in un (peraltro inesistente) vicolo a Boccadasse dandogli l'indirizzo della fidanzata del commissario Montalbano (ce l'avevo a morte con le fidanzate e coi fidanzamenti, in quel periodo, capite). Un'altra volta ancora avevo spedito Zara 11 in un casolare sperduto vicino a Busalla, riuscendo a salvare la vita a una vecchietta sola senza telefono; il tassista era arrivato che questa rantolava, e il Secolo XIX del giorno aveva gridato un po' al miracolo, è un po' al mistero.

Stavolta sarebbe stato molto diverso. Avevo deciso di affrontare la cosa un po' più di petto. Sofferenza? E che sofferenza fosse; m'ero preparato tutto il necessario nutrimento, deciso a scrivere, finalmente, l'immortale capolavoro, quello che finalmente m'avrebbe consegnato alla storia dei remainders. Deciso a mandare finalmente in pensione Gustavo Adolfo Bécquer, la mia opera sarebbe diventata la sommessa bibbia degli sculati in amore, dei crudelment'-piantati, dei derelitti in làgrime; e in uno dei due borsoni m'ero portato tutto l'occorrente per star male. Patire. Gemere nel bujo della solitudine. Così me ne stavo assorto, appena montato sul Grinta, neanche accorgendomi che l'imbarcazione aveva pericolosamente bascullato su un fianco. Mi riscosse la delicata voce di Mondo:

"Budello…dé, ma cosa ciài in quer borsone…? Uranio 'mpoverito…?"

"No…ura che…ciò libri…"

"Libri? Dé famm'un po' vedé…qui sennò artro 'è Parmaiola, qui si va 'n fond'ar mare!…Apri 'n po' ver borsone, te…"

E si fece avanti con fare minaccioso, forte della sua stazza e più che altro di tutta una vita passata in mezzo a certi equipaggini misti il cui membro più innocente s'era fatto sei anni in una galera del Suriname.

"Ti prego, Mondo, TI PREGO! So' libri 'mportanti…"

" 'Mportanti 'sta ceppa di 'azzo! Si va a fondo! Fammi vedé qui…cos'è 'sta roba…? Storia lagrimevole d'un innamorato mandato al gas?…"

"Ma…"

"Ma una sega! A' pesci! "

E la storia lagrimèvole terminò tra i flutti in mezzo al mio disperato "NOOOOOOOOOoooooooo! I' mi' libriniiiii…."

"O quest'artro?… Manuale di patimenti per giòvini lasciati con esercizi pratici di sofferenza?… Via a fa' ir bagno! Bada 'vestooo…La triste vicenda di Guidobaldo e Piergiorgiana…? O cosa sarebbe…?"

" E' la storia di due amanti, lei sposata a un parrucchiere di Campobasso e lui vigile urbano a Termoli…finisce malissimo, con lui che tenta disperato di fare la multa al di lei consorte…"

Mondo restò un attimo col libro in mano, e con un'espressione indefinibile; poi lo depositò in mare con un gesto delicato, senz'altro per una forma di rispetto verso l'infelice amore di quei due disgraziati. Io, oramai rassegnato, me ne stavo a sedere attendendo gl'inevitabili eventi.

"Come sdilinquirsi meglio se lei ti ha lasciato?… Via! Frammenti di un'incazzatura amorosa di Roland Tarthes? 'Ni si fa fa' splàsce! Amori senza fine finiti a puttane? L'epistolario della giovane ragioniera innamorata monacata a forza?…Registro carico e scarico IVA…o questo di cosa parla…?"

"Ah…ecco dov'era finito ché non lo trovavo più dal '95…", dissi non alzando neppure lo sguardo; uno dopo l'altro, tutti i miei strumenti di struggimento, le fonti di quello che sarebbe dovuto essere il mio capolavoro, volarono nel canale di Piombino senza nessuna possibilità d'essere ricuperati. Quand'ebbe terminato, Mondo mi si avvicinò con fare paterno e mi disse:

"Sent'un po', te, fava, ora bisogna 'è ti dìa un par di 'ose."

Gli risposi con un addiacciante silenzio, eloquente quanto un discorso di Mike Bongiorno alla "Ruota della fortuna".

"Te la devi abbozzà. Ogni pòo rieccoti 'vì. Ora pure 'ò libriccini pe' stà male. Ma lo vòi 'apì che così 'un pòi andà avanti, te…? Ora ci penzo io, àrtro che storie. Ma lo vòi 'apì…no, dìo, te ne vai 'n un posto dove si stà meglio der papa e dell'arcivescovo di 'Ostantinopoli mess'inzieme, ciài da mangià, da bé, da fumà, te ne vai a pesca e fondamentalmente 'un fai un cazzo dalla mattina alla sera…"

"Ma quello…"

"Sì, sì, lo so, te 'un t'hà' mai fatto un cazzo dalla mattina alla sera, ma 'nzomma…ma poi te l'ho detto, vedrai 'e sorpresine. E te la do io la storia lagrimevole. A carcinculo ti fo lagrimà' !"

Il Grinta, nel frattempo, liberato dal pesante fardello dei libri sagrificati, aveva riguadagnato il suo assetto; e filava non si sa come, perché comunque sembrava sul punto di affondare anche dieci minuti dopo essere stato varato, verso la sua destinazione. Già si scorgeva Palmaiola nella foschia del crepuscolo; tutto aveva un'aria così familiare e straniata, così prepotentemente solita e inconsueta al tempo stesso.

(1. continua)

mercoledì 7 novembre 2007

Le testimonianze di Travale


Nel Bignami di Riccardo Venturi, ogni tanto e con somma moderazione, trova posto qualcosa di "linguistico". Il "linguista" Riccardo Venturi svolge tale attività in modo del tutto corrispondente al classico otium: scrive cose utilissime come corsi di islandese (mettendoci ventidue anni, mica bazzecole) o manuali di bretone (da quattro anni), elucubra sui popoli e sulle lingue della Campania Antica, va a disturbare il sonno secolare della Dichiarazione di Paxia, oppure, più semplicemente, fa ammattire i poveri partecipanti del newsgroup it.cultura.linguistica, del quale è peraltro utente fondatore. Da quest'ultimo newsgroup è tratta questa cosa. La quale, ovviamente, è anche una storia. Molto antica, e inattualissima; il tributino all'attualità è stato già pagato ieri parlando della dipartita del krante ciornalista.

Siccome in certe sere (e notti) non si ha più la benché minima voglia di questo tempo presente, vado a raccontarvi una poverissima e banalissima storia avvenuta nell'anno 1158 nelle campagne intorno a Volterra. E' una storia in gran parte da immaginare, perché di essa non ci restano che poche frasi spezzettate e disperse in due documenti giudiziari. Se si esclude la controversa Postilla amiatina, probabilmente anteriore, queste poche frasi sono però la più antica testimonianza scritta di un volgare toscano; e siccome è una storia di poveracci, è anche la prima volta che compare per iscritto il verbo "mangiare". Non ho ovviamente nessuna pretesa che interessi a qualcuno; mi va semplicemente di raccontarla.

Le cosiddette Testimonianze di Travale sono state studiate e analizzate da un grande studioso fiorentino, Arrigo Castellani; il quale, pensate un po', per un certo periodo ha insegnato all'Università di Friburgo. Ma le questioni linguistiche più specialistiche non interessano questa storia; la quale risulta da due pergamene scritte da un giudice chiamato Balduino, conservate presso l'Archivio Vescovile di Volterra, e riguardanti una controversia sorta fra il conte Ranieri d'Ugolino Pannocchia (detto semplicemente "Il Pannocchia") e Galgano, vescovo di Volterra. Una questione di proprietà: si tratta infatti dell'appartenenza o meno di certi casolari siti a Travale (che si trova vicino a Massa Marittima, in piene Colline Metallifere) al conte o al vescovo (o meglio, a un suo vassallo di nome Gerfalco). Non si sa esattamente se i casolari fossero o meno abitati; fossero stati abitati, sarebbero appartenuti al vescovo o al conte anche i relativi contadini. Non se ne fa però menzione alcuna.

Comunque sia, la lite va avanti per anni, tra un cavillo e l'altro; finché il giudice Balduino non si risolve, laus Deo, a far la cosa più ovvia: interrogare contadini e guardiani della zona. Il volgo, insomma. La plebe. Ciò comporta una cosa di non poco conto: i servi della gleba, gli zappalaterra, non parlano il latino (peraltro orrendo) in cui vengono redatti tutti i documenti ufficiali. Bisogna dunque trascrivere in qualche modo quel che dicono in volgare; quasi tutti i documenti più antichi dei parlari italiani hanno questa origine, ivi compresi i famosi "Placiti capuani" (Sao ko kelle terre...) degli anni 960 e 961. Vengono dunque invitati a deporre in tribunale, dinanzi al giudice Balduino, sei boni homines et legales (ovvero dei brav'òmini d'età adulta), tutti ingaggiati dal conte Pannocchia e convinti a deporre in suo favore, contro il vescovo. Gli è che, formatosi circa un anno prima un collegio arbitrale, questo aveva emesso un lodo che assegnava i casolari e le terre circostanti al vassallo vescovile Gerfalco; il conte non si rassegna e desidera farlo rivedere.

I sei contadini si presentano, e forse ce li dobbiamo immaginare coi loro soli stracci, con il loro puzzo e con le loro croste mentre entrano nel Palazzo. Oppure, chissà, è solo quello che ho in testa senza nessun fondamento; in ogni caso, uno ad uno sono invitati a parlare per dire la loro, vale a dire quello che il conte Pannocchia ha ordinato loro di dire. Magari ci scappano due sacchi di farina, e due sacchi di farina fanno sempre il loro. Qui cominciano le sei testimonianze di Travale. E' meglio riportarle nell'originale, ché tanto si capisce bene. Dice più d'ogni altra cosa. Qualcuno penserà d'esser di fronte al linguaggio dell'Armata Brancaleone; e non ha torto.

a. Quorum primo Berardinus quondam Tebaldi testatur de curte de Travale esse sicut: territorium mascie de Castagneto tenet de antiquo, quod primo habuit Andreas Starna qui Nappaio vocabatur; de mascia Montanina dicit quod est de curte de Travale antiquum, scilicet eius quod Martinus Cavalieri tenuit.

b. Viventi quondam filius, qui Henrigulus vocatur, dicit quod audivit dicere Berardinum predictum quod isti de Casa Magii, hii sunt li Nappari, fuerunt de la curte de Travale, ut ipse audivit dicere; de la Montanina dicit: "Io de presi pane e vino per li maccioni a Travale"; de illa que est da Casa Magii dicit quod non recepit inde servitium; audivit dicere quod perdonatum fuit.


c. Martinus quondam Petri dicit: "Deus scit quod ego certetham aliam non scio nisi per auditam: de casa Magii e de le Castagneta e de la Montanina audivi a patre meo quod erat de la curte di Travale. De curte de Gerfalco dicit quod nescit alios terrifines nisi quos hic audivit palam dicere, nec de la curte di Travale. Nullum invenit qui sibi diceret, ut super anima eius iuraret, terrifines alios.


d. Brunettus quondam Eldithelli dicit quod audivit dicere, e non scit inde nisi per auditam, de Casa Magii et Castagneta e la Montanina quod erat de la curte de Travale.

e. Saracenus quondam Benthuli dicit quod audivit ab avia sua quod Maccingki, li Napparii et Starni et del Rosso da Castagneta et quelli da la Montanina erant de la curte di Travale; dicit quod aliud non scit inde, nec aliud ponit.


f. Pogkino, qui Petrus dicitur, dicit quod ipse stetit cum Gkisolfolo Africinu et ab eo audivit quod Casa Magii erat de la Curte de Travale et fecit ibi servitium, non quod ipse viderit vel sciat; et ab eodem Gkisolfolo audivit quod Malfredus fecit la guaita a Travale. Sero ascendit murum et dixit: "Guaita, guaita male. Non mangiai ma mezopane". Et ob id remissum fuit sibi servitium, et amplius "non tornò mai a far guaita", ut ab aliis audivit, quia veritatem inde nescit.

Primissime testimonianze di un volgare toscano, e una delle rarissime volte in cui i poveri hanno il loro nome. In un certo senso, ed è una cosa che mi sentirete dire ben di rado, bisogna un po' ringraziare giudici e notai. Di solito, di un servo o di un contadino non si faceva il nome neppure quando veniva appeso a un albero; qui abbiamo dei nomi. Cioè delle storie. Cioè un attimo della vita di quella gente lontanissima nel tempo. E ne vien fuori, seguendo un po' l'origine dei loro nomi, un miscuglio etnico assolutamente inarrivabile, un guazzabuglio da dedicare sentitamente ai fautori di purezze varie che non hanno nessun fondamento storico. C'è il Berardino di Tebaldo (o Berardino Tebaldi) che porta nome e patronimico di chiara origine germanica; Ghisolfolo Africino ha un nome tedesco e un soprannome che riporta chiaramente all'Africa (ricordo che siamo in un'epoca in cui il soprannome deve essere giustificato, e se qualcuno vien chiamato Africino dev'essere quantomeno molto scuro di pelle); c'è un Saraceno del quondam Benzolo, che mi puzza d'arabo lontano un miglio; c'è la famiglia dei Nappai, o Nappari; ci sono i latini (Vivenzo, Martino di Pietro, Brunetto); c'è un altro Pietro, soprannominato Pogkino, cioè "pochino", non si sa se per il suo aspetto minuto o perché fosse povero in canna (forse tutte e due le cose); ci sono altri germani (Malfredo, Henrigulus -Enrichetto-); c'è tutto un mondo. Ma forse sto andando troppo oltre.

Tutte queste persone raccontano aneddoti. C'è chi ha sentito dire dal padre che quei casolari erano della corte di Travale; un altro tira in ballo addirittura la nonna ("avia"). E poi, soprattutto, ci son le piccole e grandi ingiustizie ovvio appannaggio de' poveracci. Enrichetto (Henrigulus) dice d'aver portato pane e vino per dei muratori ("maccioni", parola germanica derivata da *makjo, a sua volta dal verbo *makon "fare", quello dell'inglese moderno make e del tedesco machen; da qui anche il francese maçon, tornato in italiano come "massone" per indicare il "libero muratore". Vedete un po' che razza di giri pèsca fanno le parole...) a Travale, servizio per il quale nessuno lo ha pagato (non recepit inde servitium). C'è Malfredo che, davanti al giudice, trova un'occasione unica per sfogarsi. Inviato a far la guardia o la sentinella (guaita, dal fràncone *wahta-, che poi è lo stesso del tedesco Wacht e dell'inglese wake, dal quale deriva anche l'antico verbo italiano guatare che molti credono una storpiatura di "guardare") sempre a Travale, il pover'uomo sale sulle mura lamentandosi di non poter assolvere bene al suo compito (guaita, guaita male) perché durante il giorno non gli avevano dato da mangiare che una mezza pagnotta (non mangiai ma mezo pane, in cui il "ma" ha l'antico senso limitativo che si ritrova ancora, curiosamente, nell'analoga congiunzione inglese but: I didn't eat but half a loaf). Proviamo a immaginarci una bella notte di guardia in mezzo alla campagna, con addosso una fame nera. Mezza pagnotta. E Malfredo sconta quella sua frase: non tornò più a far guaita (in cui "mai" ha ancora il senso etimologico del latino magis) perché remissum fuit sibi servitium. Traduzione in ufficialese del tempo: "Gli fu condonato il servizio". Traduzione effettiva: fu licenziato. Buttato fuori. Cacciato via.

E tutto, così, ruota attorno alla fame. Al mangiare. Non per niente, come ho detto all'inizio, nelle testimonianze di Travale si ha la primissima attestazione del verbo "mangiare". Si tratta di un francesismo che un po' alla volta deve aver soppiantato il più antico manicare (con le varianti rizotoniche mandùca, manùca), ancora testimoniato dal termine manicaretto e dal rumeno -lingua sorella!- mâncare (infinito lungo sostantivato; quello breve verbale è a mânca.)

Non si sa come sia andata a finire la questione. Secondo la pergamena conservata a Volterra (XII dec.6 n.16 Arch. Ep. Volat.),edita la prima volta da uno studioso russo trapiantato in Italia, Fëdor Schneider ("Regestum Volaterranum", 1907, n° 186), dopo le sei testimonianze registrate ne sarebbero dovute seguire altre sei di altri boni homines et legales di Fosini, altra campagna nelle vicinanze. Ma il tutto si interrompe. Forse è andato perso. Forse non c'è mai stato. Si faccia un rapido calcolo: fanno ottocentoquarantanove anni fa.

Usavo, e uso ancora, passare da Colle Val d'Elsa e Volterra per andare da Firenze all'Isola d'Elba. E' una strada che, per me, ha un significato che va ben al di là d'un semplice percorso. E' entrare nel cuore della Toscana, della mia terra. E' entrare nelle sue viscere più antiche. E' entrare dentro me stesso, dentro quel che sono e che sarò sempre. Fanno vent'anni o quasi che, una volta, andando da solo all'Elba a bordo di una 127 amaranto già decrepita allora, una mattina d'autunno, mi ritrovai a pensare alle testimonianze di Travale, che avevo studiato da non molto per l'esame di storia della lingua italiana sostenuto proprio con il professor Castellani. Siccome avevo tempo e non mi aspettava nessuno, decisi di fare una lunga e sconclusionata deviazione, prendendo una strada deserta per Massa Marittima. Fino a Travale, che peraltro non avevo mai visto.

Mi fermai là per un quarto d'ora, scendendo dalla macchina. Non c'era assolutamente nessuno. Non sorridete troppo se vi dico che mi posi a cercar di sentire, dal fondo della terra, delle voci remote. Credetti forse di sentire un guaita, guaita male; ma era soltanto il vento.

martedì 6 novembre 2007

Non è morto nessuno



O meglio, è morta tanta gente. Il personaggio famoso e decine, centinaia di perfetti sconosciuti. Come si suol dire, ripòsino tutti in pace; oppure ripòsino come più loro aggrada. Libertà anche nell'eterna quiete.

Non conoscendo bene la situazione degli altri paesi, mi limito a detestare una delle caratteristiche che trovo più odiose del giornalismo nostrano: quella di autocelebrarsi. La detesto perché non ne esiste nessun motivo plausibile. Non è questione di scrivere più o meno bene; è questione di quel che si dice. E' questione di come si agisce.

In questo, Enzo Biagi è stato un giornalista di regime né più e né meno degli altri suoi colleghi. Sicuramente più dotato di altri, ma con la stessa propensione di tutto il giornalismo italiano ad avere comunque un padrone (spesso variabile, ma comunque un padrone), e con la stessa capacità di non dire assolutamente nulla dando l'impressione di dire tante cose. Oh, anche questa sarà un'arte; se la avessi avuta, magari avrei fatto il giornalista anch'io.

Al pari dei suoi colleghi, la carriera di Enzo Biagi si è svolta interamente all'interno della tv e della stampa di regime. Giocoforza hanno tutti quanti, fra di sé, una "grossa stima reciproca" al di là delle "posizioni" che propugnano: chi va col padrone di destra, chi va con la Confidustria, chi va con la "sinistra", chi va con Berlusconi e chi con gli Agnelli. Con qualche incidente di percorso, va da sé. Si fanno, a volte, la guerra in nome dei loro padroni. Il fascista fondatore del "Giornale", Montanelli, quello che invitava a votare DC turandosi il naso, alla fine della vita sterzava a "sinistra" per dissidi col vecchio padroncino.

Biagi, invece, comincia la carriera con un licenziamento dal "Resto del Carlino" di Bologna, accusato di essere un "comunista sovversivo" perché aveva firmato il manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica. Dopo varie vicissitudini, nel 1971 del "Resto del Carlino" diventa direttore. Il "comunista sovversivo", nel 1975, dà una grossa mano all'amico Montanelli nella fondazione del "Giornale". Insomma, una perfetta carriera.

Poi, al momento della loro umana dipartita, ecco i coccodrilli, ecco le lodi sperticate, ecco quel che facevano in gioventù. Chi era fascista e chi era partigiano. Chi andava volontario in Abissinia e chi in "Giustizia e Libertà". La gioventù avventurosa, o almeno una parte di essa, fa necessariamente parte dell'iconografia del giornalista di regime italiano. Non mi è mai riuscito capire come mai nessuno di questi grandi giornalisti sia morto in combattimento, in Abissinia o nella guerra partigiana. Tutti belli vivi.

Nei coccodrilli post-mortem, tutti sono "maestri" e tutti "coraggiosi". Sulla loro maestria nel destreggiarsi nell'informazione di regime, non c'è francamente nessun dubbio. A volte riescono perfino a trasformarsi in buffi martiri per essere rimasti cinque anni senza comparire in video grazie a una leticata con il politicante di turno; il quale politicante, va da sé, poi "chiede scusa" e oggi porta il suo bravo mattoncino ai cordogli nazionali.

Sul "coraggio" di costoro, invece ci avrei qualcosina da dire; ma si sa come va da queste parti. Il coraggio, in Italia, corrisponde sempre ad avere il giusto protettore facendo però credere di non averne nessuno, e di essere "indipendente". Mi si perdoni se, al posto del cordoglio, io ci ho una sghignazzata; è uno dei vantaggi dell'essere un signor nessuno, e me ne approfitto biecamente.

Così come la ho nel vedere tanti bravi amici, signori nessuno come me, accodarsi ai rimpianti, alle lodi, alle "grandi perdite" e a quant'altro. Avete perso, ladies and gentlemen, un pennaiolo che, certamente, la penna la sapeva usare con proprietà e bello stile. Mo' tenetevi i pennaioli analfabeti, ma la sostanza cambia poco o punto.

Non è morto proprio nessuno, oggi. E' morto, serenamente e munito di tutti i conforti, un vecchietto di ottantasett'anni; gli andrebbe tributato al massimo un buon viaggio. Ma non è morta l'informazione, quella vera; quella è già morta da un pezzetto, oppure se ne sta nascosta in luoghi che non avranno mai nessun cordoglio e nessun coccodrillo.

sabato 3 novembre 2007

Генуезская носталгия


La prima volta che ho scritto questa cosa è stata il 17 maggio del 1999; ma è una di quelle che non sono mai state uguali. Ogni volta che mi è capitato di sbatterla da qualche parte, ci ho cambiato qualcosa; perché certe cose che si scrivono sono mutevoli, come mutevole è il ricordo e come mutevoli sono alcune persone che pure lo hanno popolato. Resta, è vero, il nucleo originario, l' "impianto"; ma o certe cose non erano ancora avvenute, o certe altre non sono più importanti (e forse non lo erano neanche allora), o certe altre ancora semplicemente non mi piacciono più e le ho tolte oppure totalmente riscritte. Questa che segue è probabilmente la versione più cambiata rispetto a quella originale; chissà come sarà, se ci sarà, la prossima. Non si deve, secondo me, avere nessun timore nel mettere mano, quando lo si stimi necessario, a qualcosa che si è già scritto. E' comunque una cosa propria, un compagno di strada d'un lungo viaggio che qualche volta ha pur bisogno di cambiarsi d'abito.

Il titolo, in russo, significa "Nostalgia genovese". Non sono un gran facitore di titoli, e questo ne è un esempio perfetto. Rendendomene conto, a volte cerco di "impreziosirlo" presentandolo in qualche lingua esotica; così facendo, mi accorgo spesso di aver peggiorato la situazione. Ma oramai 'sta cosa, con tutte le sue versioni, si chiama così. Si dovrebbe leggere, all'incirca, "ghinuièskaia nastàlghia".

Dico con la comunanza che un òmo di mare ha verso tutti i luoghi sciabordati da onde salate, che ho avuto la fortuna di vivere un po' a Genova. Ognuno di noi, forse, ha nel proprio destino anche una componente geografica.

Genova è De André. Lo era anche ben prima che avessi la fortuna di abitarci, assieme ad una persona che è del tutto scomparsa dalla mia vita, anche se ogni tanto, fino a qualche anno fa, soleva rientrarvi con alcuni flash improvvisi e distribuiti disorganicamente tra il sogno e la realtà. Un giorno anche quei brevi lampi si sono estinti.

Abitavamo sulla collina di San Fruttuoso, in una strada digradante e tortuosa; una piccola casa ai margini di un giardino pubblico. C'erano veramente delle colonie di gattacci onnipotenti, quei gatti di mare che sono diversi da tutti gli altri; e c'era soprattutto l'autobus che quasi tutti i giorni, per circa un anno e nonostante i miei frequenti ritorni "in giù", mi portava nella melassa umana del centro storico. I vicoli, i carruggi; dire di avervi camminato in compagnia di Fabrizio potrebbe sembrare soltanto inutile retorica. Eppure qualcosa c'era, sia pure, e evidentemente, instillata dall'autosuggestione.

Lo sanno forse solo i genovesi cosa vuol dire canticchiare "Via del Campo" mentre si mette un passo dietro l'altro proprio in via del Campo. Sgomitare per via Pré in qualche sabato puzzolente, andare a prendersi la propria razione di fritto di pesce in Sottoripa e poi farsi di nuovo ingoiare dai vicoli. Quelli dove s'incontravano il tipo strano che per tremila lire ha venduto sua madre a un nano, e il vecchio professore che ogni mese dilapida mezza pensione per farsi dire micio bello e bamboccione.

Ricordo una strada. Si chiama "Vico dell'Amor Perfetto". Poi mi spiegavano che era tutta una mia immagine, che era solo qualcosa che volevo vedere e che non esisteva più. L'amor perfetto, peraltro, altro non è che una pianta; ve n'era, chissà, una a qualche finestra. Entravo nei bar o nella pasticceria Klainguti e mi parlavano della decadenza di Genova, mi sventolavano bandiere d'intolleranza, mi parlavano di sicurezza, di tasse, di disoccupazione, di italiani e di marocchini. Ed io lì, con il mio accento forestiero, a tentare di cogliere inflessioni, parole, occhiate; a cercare i dizionari genovesi per qualche bancarella fra via Soziglia e la Loggia dei Banchi, a misurare via Luccoli fino a Piazza delle Fontane Marose dove qualche volta prendevo l'autobus per andare a Boccadasse, mi sembra il 42.

Decisi di imparare almeno un po' il genovese. Non soltanto assieme a Fabrizio e al suo genovese che i più mi assicurano quasi inventato; non soltanto assieme ai grandi poeti di Genova, al Grillo Cantadö di Firpo, ma soprattutto assieme alle voci della strada. Se non sentivo il dialetto, perché non è più tanto comune sentire quello vero, mi accontentavo di carpire l'inflessione, di qualche parola infilata qua e là. Mi stavo ricreando la mia melassa personale, in tasca al mondo che cambia; i miei luoghi sono un impasto di odori, rumori e sguardi.

È andata a finire che devo avere imparato, sbagliandolo, qualche brandello di genovese che non esiste, e che qualche volta mi sono messo pure, buffamente, a scrivere. Una lingua tutta mia fatta perlopiù di parole e modi dire ripresi da vecchi dizionari ristampati, da lacerti di suoni faucali che ogni tanto tentavo di cogliere dalle telefonate che un mio amico faceva a sua madre; un mio amico che poi se n'è andato a morire alle Maldive su un motorino, durante un tentativo di colpo di stato.

Credo d'essere stato a Genova per un bel po' orientandomi a lume di naso, senza una cartina, senza niente. Eppure non mi perdevo mai, sebbene chi conosca Genova sappia che razza di casbah è il centro. Una cosa del genere m'è successa tanto tempo dopo solo in un'altra città, Praga. Ci trovavamo in via Macaggi, poi, dove lei lavorava, e tornavamo in quella casa piena di giornali vecchi, col letto sfatto e tante cose che non ci dicevamo. Troppe cose. L'esplosione, fortunatamente, avvenne lontano dalla Lanterna, quella che un sindaco non voleva più come simbolo della città.

L'assassino, come si dice, torna sempre sul luogo del delitto. Così, quando mi è capitato di stare per un po' in un posto, mi succede quasi sempre di ritornarci per caso. O con dei pretesti. Per una semplice "gita" assieme a qualche altra persona cui tutto quel che senti è necessariamente estraneo; per un'incombenza qualsiasi; per una Piola, del tutto casualmente organizzata in quel ristorante giordano dove s'andava sempre, nel vico Falamonica, proprio sotto De Ferrari. Consigliando a tutti di prendere lo stesso caffè al cinnamomo, ordinando gli stessi piatti, mettendosi a sedere allo stesso posto. Però nessuno lo sapeva.

O per un'altra Piola, in un posto diverso; o per portarvi in un ospedale un ragazzo ridotto in fin di vita da una stupida partita di calcio; o, infine, per andare a farsi rincorrere da una polizia assassina, ritrovandosi a pensare che cosa sarebbe successo se tu fossi scappato per la strada sbagliata, o se tu fossi andato a dormire nella macelleria messicana. E non ci sono più stato da allora, a Genova. Anni senza mettervi più piede, soltanto passaggi autostradali, dall'alto, cercando una goffa e impraticabile scusa. Ci fermiamo a mangiare qualcosa? Ma no, perché ci dovremmo infilare nella confusione…

Ti me perduniæ o magùn
Ma te penso contr'o sô
E o sò ben, t'ammìi o mä
'n pö ciù a-o largo do dûlù...

giovedì 1 novembre 2007

Stasera m'ha aspettato il vento


Cala novembre. Ma stasera, di inquietanti nebbie, come nella vecchia canzone di Guccini che faceva il verso a Cenne e Folgòre, non se ne vedono proprio; tira, anzi, un bel vento. Brioso. Scoppiettante. Neppure freddo. Sono uscito per pochi minuti, prima, e mi ha dato un istante di allegria.

Già lo si sentiva prima di uscire, nell'androne del palazzo; qualche finestra sbattuta, una porta che cigolava nel suo andirivieni. Appena spalancato il portone, una folata ha trasformato quel gesto, talmente usuale da essere automatico, in un ricordo. La genesi dei ricordi è una cosa che, generalmente, sfugge; raramente si ha la percezione precisa che un accadimento possa installarsi nella memoria lunga. Non sto parlando, ovviamente, degli eventi più importanti della propria vita; eventi che, peraltro, a lungo andare possono essere persino dimenticati, o rimossi.

Parlo di insignificanze, di momenti apparentemente banali, di qualunquerie che si succedono in tutti i nostri giorni. Aprire una porta e uscire, ed essere sorpresi da un vento che si vuole inaspettato, sebbene, in realtà, abbia soffiato per tutta la giornata. Capire che quel breve momento si è trasformato in qualcosa che non abbandonerà mai la stanza della memoria, senza che, peraltro, intervenga alcun tipo di decisione.

Essere colti da un attimo, e dallo scatto impercettibile del sovvenimento. Mettere in moto le gambe: si stava uscendo per qualcosa, per comprare le sigarette, per due semplici passi, per incontrare il proprio destino. Una televisione che gracchia il solito fatto saliente è coperta da una raffica d'aria ancor più forte.

E il ricordo appena formato, il ricordo bambino, ne richiama altri; quel pezzo di cartone preso a calci il 24 settembre 1979, a poche ore dal mio sedicesimo compleanno, e trasportato per quasi un chilometro in una sorta di assurda e buffa sfida; persino tornando indietro per un nuovo calcio, se il precedente non aveva sortito l'effetto di far avanzare quell'oggetto.

Non mi ricordo assolutamente per che cosa ero uscito; era un tardo pomeriggio ancora caldo. L'incombenza principale non conta niente; conta soltanto ciò che la mente decide. Decise, allora, per un pezzo di cartone; stasera ha deciso per un soffio di vento nella sera del primo giorno di novembre.

Seduto, qui, mentre scrivo, mi viene da ragionare su una mia bizzarra caratteristica; quella di collegare questi momenti alla data precisa, e di fissarla assieme all'evento. Ma può darsi, in fondo, che sia una cosa più comune di quanto io non creda. Di fronte a cose di questo genere si tende forse a crearsi dei falsi miti su se stessi, a voler essere convinti della propria unicità; quasi mai è così.

E allora è bene attenersi ai fatti. Mi ricordo che, il 18 novembre 1979, raccolsi una foglia che stava cadendo da un albero in via Piagentina. Camminavo per andare, forse, a prendere un autobus; vidi questa foglia che cadeva lentamente, lentamente, piano, descrivendo volute impensabili. Tesi la mano, mettendomi quasi ad inseguirla per farvela atterrare; e la conservai a lungo. E' possibile che, un giorno, il caso mi faccia aprire un libro e che ve la ritrovi.

Sono un po' come Marcovaldo, forse; o, più probabilmente, si tratta di uno dei famosi collegamenti letterari che si mettono in atto, ancora una volta, per credersi unici. In realtà sarei così anche se il Marcovaldo di Italo Calvino non lo avessi mai letto, anche se non sapessi che Italo Calvino sia mai esistito. Semplicemente, sono uno che ricorda e che ai suoi ricordi attacca una data.

Hanno costruito, questi ricordi, quelli pesanti e quelli leggeri, l'edificio della mia vita. Li tengo per il mio maggior tesoro, come riserva cui attingere nei momenti in cui le inquietanti nebbie calano davvero. Ricordi che sono accompagnati da tutta una serie di gesti che, in definitiva, sono dei controlli, uno screening vitale. Controllo di essere vivo, che tutto vada.

Va tutto quanto. Le gambe camminano. La testa è attaccata al collo. Gli occhi vedono. I polmoni respirano. Il cuore batte. La testa ragiona. C'è di che essere soddisfatti. Qualcuno ti starà pensando? Ti starà amando o odiando? Qualcuno starà parlando di te, in quel preciso momento? E tu, a chi o a che cosa stai pensando?

Rendersene conto con onestà. Mi sono colto a pensare al momento in cui, ieri sera, Bobone Vieri ha depositato la palla in rete contro il Napoli. Stavo facendo lo stesso brevissimo tragitto, dalla casa fino al circolo Andreoni. Nulla di più e nulla di meno. Nessuna grande cosa; e, forse, in quell'istante qualcuno o qualcosa ti avrà cominciato a cambiare la vita. Lontano, vicino. Forse addirittura, se volgessi lo sguardo da un'altra parte, potresti vederla; o forse è talmente lontana, oltre il vento, oltre il mare, oltre l'orizzonte. Chi lo sa. Chi vuole saperlo.

Un giorno qualsiasi si uscirà di casa per andare chissà dove; e ti starà aspettando. Pronto ad accoglierti o a cacciarti via, a renderti felice o a farti desiderare di fermarti. Stasera, rendendomi partecipe delle sue discrete particelle di mobilità senza nome, m'ha aspettato il vento.