giovedì 14 gennaio 2021

Tornando a casa (Il lungo sonno, 2a puntata)



Riassunto della puntata precedente. Il Blogger, dopo una lunga dormita durata quasi un anno e mezzo, si risveglia su un treno in corsa accorgendosi di alcune strane cose che accadono attorno a lui. Da alcuni indizi capisce che dev'essere scoppiata la guerra. Scende a una stazione secondaria della sua città natale con l'intenzione di prendersi un caffè seduto a un tavolino. NB. In questa seconda puntata entra in scena un personaggio fondamentale: Rosalinda, la Vocetta Interiore del Blogger che interloquisce con lui dandogli sovente suggerimenti improntati al buon senso.

Però, che strana guerra dev'essere scoppiata durante la mia dormita; sono d'accordo che ho il sonno assai pesante; però, diàmine, un colpo d'artiglieria mi avrebbe ben dovuto svegliare. Una granata, una sventagliata di mitraglia, le grida di un assalto alla baionetta, un bombardamento...ma icché, niente di niente. Forse dev'essere davvero un conflitto esclusivamente batteriologico, condotto con invisibili armi biologiche; scendo dal treno, tutti -uomini, donne, bambini- portano le mascherine come sugli autobus cinesi e nei mercatini di Singapore, e si evitano accuratamente. Berrettone di lana in testa, zaino in spalla (peso spiombato, come sempre) e un bisunto carrellino da spesa a fare da improbabile trolley, mi avvio comunque all'agognato bar e al bramato caffeino, ché i malanni cardiaci che ho avuto non mi hanno lasciato affatto -come sembra a volte succeda- il disgusto per i semi tostati dell'alberello delle Rubiacee. Il bar lo vedo aperto, appena fuori dalla scalinata che mena alla piazzetta appena fuori dalla stazione di Rifredi, che non ha manco un nome, o perlomeno non me lo ricordo. 

E' aperto sì, il bar; ma proseguono le cose bizzarre. Vedo persone entrare una alla volta e uscire tutte con un bicchierino di carta in mano, allontanandosi e quasi nascondendosi prima di abbassarsi la mascherina per bere. Qualcuno ha in mano una palettina e la bustina dello zucchero, e posa tutto sul primo appoggio che gli capita (uno scalino, un bidone della spazzatura); di tavolini, neanche l'ombra. Entro. Il bancone del bar e la cassa sono protetti da una lastra di plexiglass; timidamente chiedo un caffè, e ancor prima di aver terminato la richiesta il barista mi investe con un profluvio di raccomandazioni: miraccomandolobevafuoriaccinquantametriminimosennòmichiudonoibbàrre. Come un bischero, prendo il mio bicchierino bollente che fra poco mi spello le mani, la bustina non importa ché tanto ci ho dietro la mia polverina di stevia da diabetico, però piglio la palettina ed esco a passo quasi podistico dirigendomi verso un angolo bujo. Non propriamente, insomma, quel che avevo sperato dopo il risveglio dalla mia lunga dormita; ma, mi dico, c'è la guerra. E, durante una guerra, ringraziamo che il caffè c'è ancora; ricordo i' mi' pòero babbo quando mi raccontava dei succedanei che si bevevano a' su' tempi, ancora prima della guerra mondiale, il meglio dei quali sapeva di cartone ondulato, però con un gradevole retrogusto di catrame.

Quello che sto bevendo, indubbiamente, è caffè. Non sarà magari quello, famosissimo, cacato dagli animaletti indonesiani e che costa uno sproposito; ma è caffè. Sorbendolo in quella strana maniera, faccio in tempo a gettare una distratta occhiata alla porta a vetri del bar; mi accorgo che è completamente ricoperta di avvisi, disegnini, divieti, indicazioni scritte anche in un inglese agghiacciante; saranno -mi dico- le comunicazioni diramente alla popolazione dai comandi militari. Riesco anche a scorgere una parola ripetuta più volte, anche se da lontano leggo malissimo dato che non sono propriamente una lince, e che la mia bestemmia preferita è "Dio 'ttrìa"; parola che rafforza la mia convinzione di essermi risvegliato nell'infuriare di una stramaledetta guerra batteriologica. La parola è "Covi"; Covi di qui, Covi di là, Covi sotto e Covi sopra. I' Covi, nella mia città natale, è una notissima ditta di autospurghi e vuotatura di bottini, letamaj, merdaj, sterquilinij e quant'altro. Un'azienda che, evidentemente, in queste tragiche e particolari circostanze deve avere assunto un'importanza strategica di primo piano.

. Ehi....scusa, ma te la posso dire una cosa...?

- Che c'è, Rosalinda...?

- Ma niente...volevo solo dirti che, forse, faresti meglio a controllare sullo smartòfono quel che succede...magari riesci a capire meglio...

- Rosalinduccia mia tesoro...ma io a volte mi domando se ci sei o se ci fai....sei la mia Vocetta Interiore da una caterva d'anni ormai e lo sai che io lo smartòfono non ce l'ho, non l'ho mai avuto e manco lo voglio...

- E sarebbe bene che te ne prendessi uno, fava di lesso che non sei altro! Ma non vedi che ormai ce lo hanno anche i neonati e i cagnolini da passeggio...?

Tiro fuori, con malcelato orgoglio, il mio telefonino stile Realismo Socialista, made in Cecoslovacchia anno 1953, e lo fo vedere alla Rosalinda, che allarga le braccine e scompare con un sibilo. Inoltre, dopo un anno e mezzo di dormita sarà anche un po' scarico, e non ho più pagato quei diciotto rubli della ricarica alla Kim-Il Sung Communications. Poco importa, e è ora di cercar di tornare a quel che resta di casa mia, sempre che non ci trovi una voragine al suo posto dopo un raid aereo o, come più probabile, una foresta di erbacce. Mi avvio quindi verso Piazza Dalmazia per andare a prendere il tram.

Certo, però, che è davvero una drôle de guerre, questa. Mascherine, avvisi degli autospurghi Covi e caffè semiclandestino a parte, sembra tutto normale. Certo, c'è poca gente in giro; ma, perdiana, siamo di gennaio, fa un freddo che si pela e capisco che s'abbia poca voglia di uscire. Però passano gli autobus, in fondo a via Carlo Giuliani -no, Reginaldo, mi sbaglio sempre da quando i' Mào gli voleva cambiare il nome ma non il cognome, a quella strada- c'è sempre un po' d'ingorgo, in piazza Dalmazia c'è persino un po' di traffico e, per fortuna, non si vedono in giro fascisti discesi armati dalla montagna Pistoiese. Ché, insomma, durante una guerra bisogna pur tenerne conto, di una cosa del genere. Mah. La fermata del tram c'è ancora. Naturalmente non ci ho il biglietto, e vorrà dire che viaggerò sperando di non beccare il controllore; e se poi lo becco, pazienza.

Salgo sul tram, e ricominciano le cose un po' fuori dall'ordinario. Sulla porta automatica c'è scritto che, al massimo, possono salire 136 persone. Io mi ricordo che, prima della dormita, c'eran certe domeniche mattina che, prima di riuscire a infilarsi a Batoni su un tram stracolmo di giapponesi, cinesi, americani, sloveni, birmani, sammarinesi, kazakhi, livornesi e venusiani, bisognava aspettare un'ora buona dato che sul convoglio urbano erano stipate almeno 1136 persone ai limiti dell'asfissia; ora mi risveglio, sul tram di persone non ce ne sono nemmeno venti, ci si può mettere a sedere un seggiolino sì e uno no con degli avvisi perentori assai (tipo: "Morino, se ti metti a sedé' qui ti si porta al Poligono e ti si fucila senza processo, e poi ti si multa anche la mamma pe' avé' cahato una testa a pinolo come te") e sul tram ci son dappertutto boccettine di una roba appiccicosa trasparente con un odorino a metà tra lo spirito e lo sciampo andato a male. Tutti salgono e scendono, e ci si sdrùsciano le mane con vigore, facendo giravolte con le dita degne del mago Silvan.

- Ohei....dàttela anche te...

- Rieccola....o Rosalinda, icché mi devo dà....?!?

- Quella roba lì...

- Sì, ma io unno so miha icché gliè qui' troiaio...

- Ma tu dàttelo lo stesso sulle mane...magari è l'antidoto...

Ecco, a volte la mia Vocetta Interiore sa come toccare certe corde col suo inveterato buon senso. Non ci avevo pensato: l'antidoto. C'è la guerra batteriologica, e qualcuno avrà sicuramente trovato l'antidoto alle misteriose sostanze concepite per isterminarci a tutti...anche se, immagino, saranno sorti come funghi anche i movimenti No-Antidòt perché dentro le boccette sparse ovunque c'è una cacchina inventata da George Soros con l'aiuto dei pedofili, contenente microchips, scie chimiche, pericolosissimi acari mutati provenienti dalla Cina, caccole di Giorgia Meloni interconnesse via Instagram con le ragadi anali di Elon Musk...di tutto, insomma, per dominare finalmente il mondo. Però mi dico che, stavolta, forse la Rosalinda ha ragione e mi spalmo voluttuosamente le mani con quel gel nominalmente prodotto dalla ditta Eleuterio Pinzauti di S. Giuseppe in Collotorto, alcool 72%, boia dé o stavvedère che ci si piglia anche una bella ciucca.

Intanto, il tram fa il suo percorso di sempre. La mia città. Non vi dirò qual è, spinto anche da un improvviso impulso letterario ripensando a Sussi e Biribissi. Mezza vuota, come s'addice in tempo di guerra. Scorrono le fermate: Alamanni Stazione, Porta a Prato Leopolda, Cascine Carlo Monni, Sansovino, Batoni....si sente uno scoppio...ecco ci siamo, altro che batteri, qui ora bombardano...invece è un Gasolone che ha beccato in pieno una Kia Sorento e ora stavvedè' che se le danno...il 9 che mi parte sotto il naso....tutto normale, tutto quasi normale...aspetterò l'autobus dopo, o forse vo a piedi attraversando l'Isolotto Vecchio, canticchiandomi una canzone di tant'anni fa...2021...ho dormito tanto...




lunedì 11 gennaio 2021

Il lungo sonno


Ahhhhhhh....!!! Che dormita! Mi ci voleva proprio, una pennichella di quelle serie!

Solo che, perdiana, mi sono risvegliato in un posto un po' singolare. No...niente di esotico, non sono certo su una spiaggia delle Maldive o in una strada di Santo Domingo; sono su un treno. Dico, un posto un po' singolare per risvegliarsi da una dormita veramente galattica; ma non che un treno sia il primo posto dove ritrovarsi al risveglio da un lungo, lungo sonno. Ma è, almeno a una prima occhiata dopo la stiratona di prammatica, un normalissimo treno, mi sembra un "Intercity", coi vagoni e tutto il resto, che corre su delle rotaie, passa per certe stazioni e si ferma a certe altre. Il problema è che, a bordo di questo treno, le cose singolari non sono affatto terminate; lì per lì non ci avevo fatto caso, mezzo assonnato e con gli occhi ancora impastati; poi mi sono alzato per andare a sciacquarmi un po' la faccia in bagno, e ho constatato che la mia dormita deve essere stata davvero interminabile. Per un momento ho temuto di aver dormito i famosi vent'anni di Rip van Winkle, ma poi mi sono accorto che è soltanto il 2021. Undici gennaio duemilaventuno. Ho dormito per un anno e quattro mesi; il 9 settembre 2019 ho ricopiato una lettera di un condannato all'ergastolo, e poi mi sono addormentato. Certo, un anno e quattro mesi non saranno i venti del protagonista della novella di Washington Irving, ma è pur sempre un sonnellino rispettabile.

Ma dicevo delle cose singolari assai che ho notato a bordo del treno in cui mi sono risvegliato. I passeggeri, prima di tutto; pochi, e tutti con sulla faccia una mascherina chirurgica a coprire la bocca e il naso; e la cosa più singolare di tutte e che, prendendomi la voglia di grattarmi il naso, mi sono accorto che ce la avevo anche io, la mascherina. Qualcuno deve avermela messa mentre dormivo, di sicuro. E, grattandomi la pera, mi sono ovviamente chiesto che cosa stia succedendo. Mi sono detto che i casi sono due: o siamo stati invasi dai giapponesi, che hanno imposto a bordo dei mezzi pubblici l'uso della mascherina come sulla metropolitana di Tokyo, oppure deve essere in corso qualcosa di estremamente grave di cui non mi riesce comprendere bene l'entità. Mi guardo attorno, e vedo davanti a me una signora che legge un libro e che, ogni tanto, si disinfetta le mani con una boccetta di Amuchina. Passa il controllore, e ha pure lui la mascherina (ma col "logo" delle Ferrovie); passano gli agenti di polizia, e pure loro con la mascherina. Tutti mascherati, tutti travisati. Che sia stata finalmente abolita la Legge Reale?

Mi alzo per cercare di capirne qualcosa di più; come risveglio, insomma, lo si capirà, è abbastanza bizzarro, nonostante sia una radiosa giornata invernale e il convoglio passi per distese di campi lungo la pianura, dove sicuramente neri alberi stanchi son come amanti dopo l'avventura. Le stazioni mi sono familiari: "Fidenza", "Parma", "Reggio Emilia"...ma guardando dai finestrini, non si avverte il consueto viavai di gente. Vado in bagno un'altra volta, per una pisciatina e per sciacquarmi, stavolta, la faccia un po' meglio; su un sedile, abbandonata, la copia di un giornale, non so se la Gazzetta della Sera, il Quotidiano del Giorno o il Corriere delle Quattro e un Quarto; c'è un titolone che parla di Decreti, di Zone Rosse e di Coprifuoco. 

Ecco, ora la terribile verità mi appare chiara; mentre dormivo, è scoppiata la guerra. Alla fine, dài pìcchia e mena, ce l'abbiamo fatta a arrivarci, perdiana. Le mascherine? Del tutto ovvio: figuriamoci se, nel 2021, non c'è il pericolo di una guerra batteriologica. Il coprifuoco, persino; bella roba! Quindi, fra un po', seguendo la logica, ci sarà anche l'oscuramento. E ci credo, allora, che mi sono fatto una dormita cosmica. E dove staranno bombardando? Le nostre truppe al fronte come si comportano? L'abbiamo finalmente presa quella maledetta Gorizia?

Certo che, durante questo mio sonno, mi devo essere perso un bel po' di cose, e tutte estremamente interessanti; mentre dormivo, in effetti, avvertivo un brusio continuo, un ronzio planetario; era il flusso della Comunicazione. Tutti che mi comunicavano addosso, e io dormivo. Nel mio sonno profondo, mi sembrava di sentire un armonioso canto di uccellini, e invece era Whatsapp. Quante analisi, quanti approfondimenti, quante immagini, quante battute, quante notizie, quanti filosofi, quanta libera espressione mi devo essere perso! Sentivo tutto quel "zzzzzzzzzz", e quasi quasi mi conciliava il sonno; e, nel frattempo, il mondo entrava a capofitto dentro la catastrofe.

Però, poi, mi sono accorto, guardando meglio la prima pagina del quotidiano abbandonato, che non tutto deve essere cambiato. Sotto il titolone del coprifuoco, vedo una grossa foto di Matteo Renzi, e noto che non è cambiato per niente: la solita faccia a bìschero. Distrattamente, vedo che stavolta, in piena guerra batteriologica, ce l'ha con tale "Conte"; mi chiedo che cosa mai gli abbia fatto l'allenatore dell'Inter, forse che la Fiorentina stia lottando con l'Ambrosiana per lo scudetto, e abbia subito un grave torto arbitrale? Oppure Renzi, per un motivo che mi resta francamente incomprensibile, ce l'ha col cantautore astigiano, quello che faceva l'avvocato e gli piacevano le Topolino amaranto...? Mah. Vallo a capire, quel personaggio. Nella foto, tra l'altro, sembra averci i capelli ancor più unti del solito.

Il treno corre; il risveglio si completa. Do un'occhiata al mio vecchio portafoglio, mezzo disfatto, e -con mia estrema sorpresa- ci trovo dentro un regolare biglietto ferroviario e ben quaranta euro in contanti. Sul biglietto c'è scritto che devo scendere a Firenze Rifredi, e quindi significa che sto tornando a casa. Qualcuno, sì, deve avermi infilato su questo treno, e lo capisco; anche mentre dormo, sono una presenza piuttosto ingombrante. Oppure che abbia dormito sui treni per un anno e mezzo? Certo, vacca boia, mi chiedo che ne sia stato di casa mia, poerammé. Sempre che nel frattempo non la abbiano pignorata e assegnata alla Pia Confraternita di S. Filomena de' Sottaceti, o non l'abbia occupata il Centro Pranoterapeutico Ayurvedico, cosa ci troverò dentro? Il Museo Nazionale delle Ragnatele? Una colonia di gufi? Una famiglia di kossovari? E chi lo sa; nel qual caso, caro lettore, cara lettrice -sempre che qualcuno di voi esista ancora,- sappi che fra qualche ora mi vedrò costretto a bussarti alla porta e a chiederti ospitalità per stanotte. Mi contenterò di un morbido letto a baldacchino e di una frugale cenetta a base di Blinis Strogonoff e caviale Malossol, innaffiata con un modesto Chateauneuf-du-Pape del 1952. Non ti chiedo molto, in fondo, e soltanto per una notte.

Ad ogni modo, appena sceso alla stazione di Rifredi, una cosa me la concederò senz'altro, perdìo. Quale risveglio può esistere senza un buon caffè? Mi siedero al tavolino del primo bar, stravaccando i miei piedacci e restando seduto almeno una mezz'oretta servito e riverito; con quei quarant'euro che ho in tasca potrei concedermi persino la cena in pur modesta trattoria familiare. E poi? Boh. Poi torno a casa. E domani, magari, mi riaddormento; la vida è suegno.



lunedì 9 settembre 2019

Lettera ai compagni (di Cesare Battisti)


[Riceviamo e pubblichiamo senza commenti, che lasciamo ai lettori.] [*]
Mi si chiede, era veramente necessario assumermi le responsabilità politiche e penali, insomma la dichiarazione al procuratore di Milano? Mi chiedo, quale necessità muove coloro che si pongono questa domanda? Perché, se io sapessi esattamente cosa ci si aspettava da me, mi sarebbe allora più facile calarmi al loro posto e magari trovarci qualche buona ragione, che sicuramente non manca, per dubitare dell’opportunità o meno della mia decisione.
Ma quanti di questi, a cui vorrei sinceramente rispondere, non solo perché lo meritano, ma anche perché lo considero un dovere di compagno, possono veramente calarsi al mio posto? Ossia, come faccio a spiegare cosa mi succede adesso, senza poter dire che l’oggi è il risultato accumulato negli ultimi quarant’anni, soprattutto da febbraio 2004 in Francia fino al 23 marzo a Oristano?
Prendiamo solo questi ultimi quindici anni. Sono stati un inferno continuo, tra anni di carcere, arresti rocamboleschi, enorme dispendio di energia personale e di forze solidali, in una persecuzione spietata, senza riserve e mai vista prima. Mi ha visto abbandonare più volte casa, famiglia, ripudiato nella pubblica via, scacciato dai posti di lavoro, quando ne trovavo uno, a causa di un’opinione pubblica avvelenata da una propaganda di media senza scrupoli, con lo scopo di disarcionarmi ogni volta che riuscivo ad aggrapparmi a una speranza di vita normale. Lasciamo perdere i gravi problemi finanziari, rischierei di essere patetico.
Per questo, mi chiedo, sarà possibile che con una persecuzione simile, che ha superato in mezzi e durata l’immaginabile, è possibile, dico io, che quelle buone teste di compagni lungimiranti siano riuscite a resistere all’avvelenamento della disinformazione, che non si siano lasciate attingere anche loro, inconsciamente, in maniera moderata, come il martello che a forza di battere ha ragione del chiodo, da una tale organizzazione scientifica della menzogna? Perché, se così non fosse, come spiegare allora che alcuni compagni pretendano da me esattamente quello che da me si aspettano l’opinione pubblica, leggi, istituzioni?
Il “mito Battisti” è stato creato per abbatterlo, questo si capisce ed ha una logica feroce; quello che non si capisce è il “mito” ripreso anche dai compagni, un buon “mito” da sventolare in nome della lotta rivoluzionaria. E succede che poco importa che quel “mito” sia fatto di carne e ossa, che non ne possa più di essere martirizzato – martire da agitare, secondo i gusti, da un lato o dall’altro della barricata.
In fondo, chi avrei realmente danneggiato assumendo le mie responsabilità relative a un processo definitivo, archiviato, demonizzato? Non avrei dovuto dire del fallimento della lotta armata? E perché no? Giacché l’avevo sonoramente dichiarato nel 1981 e ripetuto. C’è qualcuno oggi che può onestamente dire che la lotta armata era da fare, che ne sia valsa la pena? (E non confondiamo Movimento con partiti combattenti). Ho preso questa decisione perché se non smitizzavo il mostro, se non dicevo che sono appena umano, allora sarebbe stato meglio se mi avessero scaraventato subito giù dall’aereo di Stato.
Volete avere un’idea certa su ciò da cui dovevo liberarmi? Ebbene, chiedete pure agli amici di strada, parenti, conoscenti qualunque, colleghi, chiedete loro cosa pensano di Cesare Battisti e avrete la risposta su cosa era che mi toglieva il respiro. Ho confessato senza chiedere una riduzione di pena, è stata anzi la premessa e proprio in questi giorni avete assistito alla conferma dell’ergastolo da parte della Corte d’Assise di Milano, la quale ha grossolanamente legalizzato un sequestro di persona in Bolivia. Ergastolo, tra l’altro, unico al processo PAC!
La domanda da porre sarebbe più concretamente questa: valeva la pena? Sì, indubbiamente (a parte le omissioni che ho lasciato passare al momento della firma, lamento la stanchezza), perché, nonostante il massacro, ho ancora voglia di avere un cervello tutto mio, una sedia e un tavolo per scrivere a voi, alla famiglia e a tutti quelli che ancora vogliono leggere.
Ho scritto d’un sol getto, non farò correzioni e, se incoraggiato, posso raccontare in seguito i retroscena di Ciampino, immagino che i media ci abbiano vomitato su.
Un abbraccio a chi lo vuole.
[*] La lettera è stata pubblicata da Carmilla On Line. Viene qui riprodotta integralmente.  I commenti, ovviamente, si riferiscono ai lettori del sito in questione. Da parte mia, un abbraccio a Cesare Battisti; è l'unico commento che faccio.

mercoledì 4 settembre 2019

Nomina omina!



Speranza alla salute
Costa all'ambiente
Pisano all'innovazione
Boccia agli affari regionali
Provenzano al sud

sabato 29 giugno 2019

Carola la violentatrice




"Sono responsabile per le 42 persone salvate in mare, che non ce la fanno più. La loro vita viene prima di ogni gioco politico."

La "cronaca" la leggerete e la guarderete in queste ore, se non lo state già facendo, su giornali, tv, media, pagine Facebook, altri "media": ce ne sono di tutti i tipi. Così saprete che, stamani, Carola Rackete ha forzato il "blocco" a Lampedusa, con la Sea Watch, ha fatto sbarcare i 42 migranti che aveva a bordo ed è stata immediatamente arrestata per il reato di "resistenza o violenza a nave da guerra" (che prevede fino a 10 anni di carcere).

Povera nave da guerra. E' tutta una violenza. A Lampedusa, mentre molti manifestavano in solidarietà con la Capitana, c'era pure un gruppetto di leghisti -guidati dall'ex sindaca Angela Maraventano. La quale dichiarava (anzi berciava, come sembra): "Vergognatevi! Siete i complici degli scafisti. Questa è la mia isola e voi la state invadendo. Fate scendere i migranti ma la capitana deve essere arrestata immediatamente. L'Italia questa sera è stata violentata."

Povera nave da guerra. E povera isola della leghista sicula, così "violentata" assieme all'Italia intera. Uno stupro di massa perpetrato da una ragazza tedesca al comando di una nave che va a salvare delle persone in mezzo al mare, una delle prime leggi elementari dell'Umanità. Povera "guardia di finanza", la cui motovedetta rischia di essere schiacciata da una nave che sta cercando di attraccare in un porto: un reato gravissimo. Tipo quello della "nave da guerra" italiana, tale corvetta "Sibilla", che il 28 marzo 1997, giorno del Venerdì Santo, schiacciò giustappunto una carretta albanese carica di 120 profughi, la Katër i Radës, mentre cercava di attraccare in un porto italiano, un porto di questo paese così violentato. E ci riuscì benissimo, la "Sibilla", la nave da guerra: 81 migranti morti. Grazie al blocco navale allora decretato, si badi bene, dal governo di Romano Prodi. "Katër i Radës", il nome della nave che non resistette alla nave da guerra, significa: "Battello in rada".


Di fronte a tutta questa cieca violenza nei confronti della nave da guerra, dell'isola della Maraventano (Lampedusa è sua, se non lo si fosse capito: infatti è nata a San Benedetto del Tronto, e si fece notare, nel periodo in cui era sindaca, per la proposta di annettere Lampedusa alla provincia di Bergamo) e dell'Italia intera si potrebbero dire tante cose. Ma ora come ora non credo sia il caso. Ne bastano due, molto semplici.

La prima è che Carola Rackete va nelle galere di uno stato fascista, guidato da un bambino che gioca nella vasca con le paperette e che fa la collezioncina di felpe e divise di ogni tipo mentre si prepara gli spaghetti col sugo Star. Uno stato fascista e oramai del tutto disumano, come disumano è il crasso consenso che riscuote. Carola va in galera, infatti, proprio in nome dell'Umanità superstite, ferita, sconciata, derisa, incarcerata; ma esiste ancora e forza i blocchi.

La seconda potrebbe essere riassunta con una sola parola. Ma non la dico. Coraggio, Carola, du hast wohl getan.



martedì 4 giugno 2019

Fozzammàte



Le inevitabili premesse sono: a) che, come sempre, non sono andato a "votare" per le "elezioni europee" e roba del genere; b) che sono profondamente convinto, come messo in luce e ribadito da tanti, che tutte le percentuali che comunque ne sono venute fuori sono in realtà percentuali di percentuali (il famoso 34% di Salvini è il 34% del 68%, ad esempio); c) che, per me, tutte le feste di "repubbliche" con annesse sfilate e parate militari potrebbero tranquillamente finire nel cesso dimenticatoio assieme alle relative repubbliche, "costituzioni", "elezioni" e quant'altro.

Detto questo, mi ritrovo davanti (grazie a Autolesionistяа) ad un'immagine del genere, scattata davanti ar Colossèo durante la festa della repubblica del due giugno. Esiste, cioè, un cinque o sei per cento del sessantotto per cento che sono andati a votare per tale "giorgia meloni" e per il suo raggruppamento di fratelli d'itàglia, tra i quali gli autori dello striscione raffigurato nella foto.

Ora, alcuni -e forse a ragione- li definiscono una mànica di fascisti. Come tutte le màniche di fascisti che imperversano attualmente in questa repubblica, hanno attualmente un gran successone e non v'è da stupirsene affatto; né tantomeno che lo abbiano in quartieri proletari e/o in città storicamente "rosse" come Pisa, Livorno o Piombino (dove, addirittura, sta per essere eletto sindaco un candidato proprio dei suddetti fratelli d'itàglia).

Detto questo, bisognerebbe però avere presente la giorgiamelòni. E i suoi accoliti. Bisognerebbe, e il condizionale è d'obbligo. Immaginarla come amazzone guerriera, che so io. No peace, no love. Immaginarla a capo delle forze armate che piacciono tanto a' su' fratelli d'itàglia. Immaginarla in tenuta da combattimento; immaginarla mentre difende eroicamente la nazione dalle 'nvasioni, giòvine e ardita pulzella non seconda a Giovanna d'Arco.

Bisognerebbe, appunto; ma dubito che, in fondo, servirebbe a qualcosa nell'attuale idiocrazia itagliàna, dominio del ridicolo. E' per l'appunto il ridicolo che è pericolosissimo; molto più del fascismo. E è del tutto trasversale.