martedì 10 aprile 2012

Illenisti


Sono usualmente assai restio a segnalare qua dentro post provenienti dagli altri "membri" dell'Asocial Network; essendo giustappunto una "rete asociale", i blog che la compongono sono anch'essi pienamente asociali e, generalmente, si ignorano a vicenda preferendo occuparsi delle loro cose. Il Treggia's Blog di vecchie autovetture e la Gatta Pampalea, quando le va, di pinzillacchere inerenti alla città di Firenze.

Però, visto che ultimamente non mi sento molte cose da dire (ammesso e non concesso che il mio parere sia indispensabile per l'umano consesso), e che osservo scrupolosamente la regola di tacere (e di non copia-incollare) quando poco o punto mi vien da esprimere, stavolta farò un'eccezione segnalando che sul Treggia's Blog è in corso una serie di post sugli Illenisti. Chi sono gli Illenisti? Lo scoprirete soltanto leggendo la serie in questione. Sappiate, però, che l'umanità intera potrebbe essere in grave pericolo, e che il "TB" si è assunto il grave compito di parlarne documentatamente.

Altro che 21 dicembre, altro che profezia Maya. La fine del mondo potrebbe essere già parcheggiata in un quartiere della periferia genovese, sotto forma di Iveco Daily. Leggete e diffondete!

sabato 7 aprile 2012

Concertazione!


(Dal film La patata bollente, 1979, regia di Steno.
Interpreti: Renato Pozzetto, Massimo Ranieri, Edwige Fenech)

giovedì 5 aprile 2012

Chissà


Chissà se è Giuseppe Verdi quello che tamburella
coi pugni sui coperchi della sua bancarella.



Non lo sapremo mai. La via dei genitori
col camion fa i mercati, non i conservatori.



Chissà se è Anna Magnani la ragazzina in pianto
che conta i suoi peccati con il ragazzo accanto.



Non lo sapremo mai. Ben presto avrà uno straccio
per non stracciarsi il cuore, nel petto un po' di ghiaccio.



Chissà se poi è De André l'ubriaco che fischietta
al cesso in discoteca, mentre i compagni han fretta.



Non lo sapremo mai. Nella sua compagnia
si va spesso a ballare, non si fa mai poesia.



Chissà se poi è Van Gogh quel tizio che graffitta
sul muro qui di sotto con la sua bomboletta.



Non lo sapremo mai. Ha già un posto sicuro,
e il sindaco farà sbiancare anche quel muro.



Chissà se è Che Guevara quello che volantina
davanti alla sua scuola nel freddo ogni mattina.



Non lo sapremo mai. Già preme la famiglia
che dia una mano al bar, fottuta la guerriglia.



Chissà se poi è Gesù quello che hanno beccato
mentre stava rubando in un supermercato.



Non lo sapremo mai. Povere foglie morte,
per un dio di successo milioni fan da corte.



Allain Leprest (1954-2011).

La canzone s'intitola, nell'originale francese, C'est peut-être.


E' stata adattata in lingua italiana da Alessio Lega.


Qui Alessio la interpreta con Guido Baldoni alla fisarmonica.
Guido Baldoni è il figlio di Enzo Baldoni.

Allain Leprest lo conoscevano in pochi in Francia, figurarsi in Italia.
Si è suicidato il 15 agosto 2011.

Acqua pubblica



Non amo la poesia comune e odio
la strada aperta a chiunque.
Odio un amante goduto da tutti
e non bevo a una pubblica fontana.
Odio ogni cosa divisa con altri.
Certo, Lisània è bello! Bello! E ancora
non l'ho detto che un eco già ripete:
"È anche di un altro."

Callimaco, Epigramma 28
(traduzione di Salvatore Quasimodo)

martedì 3 aprile 2012

Un libro di bordo


Un blog se n'è andato via. Diciamo per la seconda volta, vai. Ora userò una parola buffa: la prima volta mi ero "attivato". Mi dispiaceva non leggere più di quella persona, delle sue cose, delle sue vicende, del suo tutto e del suo niente; così avevo provato a dire qualcosa. Il blog era tornato, seppure del tutto nuovo; quello vecchio era stato definitivamente rimosso. Non so se, poi, nella cosa avevo davvero avuto una qualche parte; non era importante, in definitiva. Ora anche l'altro blog è stato eliminato; e non dirò più niente. Mi dispiace, certo, come quell'altra volta. In quel blog si erano riformate cose, vicende, il tutto e il niente. Spero, naturalmente, che dietro non ci sia qualcosa di grave; ma se ho disturbato il primo silenzio, non ritengo opportuno disturbare il secondo. Le decisioni altrui possono addolorare, ma chiedono di essere rispettate e basta; è un principio, tra le altre cose, che risparmierebbe la vita di parecchie persone, soprattutto donne.

Ma qui, certo, si sta parlando soltanto di un blog. Un blog non è altro che un diario personale, e del resto il suo nome contiene la denominazione del "libro di bordo" (log). Ecco, sí, un libro di bordo. Il resoconto della nostra navigazione messo a disposizione di chiunque; e la navigazione, a un certo punto, finisce. Con l'arrivo in un porto, con un naufragio, con lo sbarco definitivo a terra. Debbo dire che amo parecchio leggere le rotte altrui, di chi conosco e di chi non conosco. Persino di quelli che non sopporto o addirittura odio. Da un giorno all'altro, senza nessuna avvisaglia; o forse, chissà, la mia mancata appartenenza al magico mondo dei social networks mi ha impedito di venirne a conoscenza perché, magari, l'interessato ne aveva parlato. Ma se domani chiudesse anche il blog del mio peggior nemico, o di qualcuno che vorrei vedere malmorto, proverei le stesse cose. Sarei privato di una rotta che, volente o nolente, ha incrociato e continua a incrociare la mia. Sarei privato di storie, di musiche, di esperienze. Sarei privato di percezioni differenti dalla mia. Sarei privato di conoscenze e rabbie. Sarei, comunque la si voglia mettere, diminuito.

Bene. Da oggi sono diminuito. Ovviamente parlo in prima persona, perché non posso fare altro. Non cercherò "informazioni" né niente; ultimamente sono sempre più convinto che le informazioni debbano, casomai, venire a cercarmi e per vie nemmeno troppo comode. Se ci tengono davvero a trovarmi, si diano da fare. Silenzio e basta; serberò dei precisi ricordi di quel navigare che è terminato, o che si è interrotto. Poi, chissà, sto scrivendo del niente perché ci può essere sempre stato un errore tecnico; la piattaforma Blogger non sarebbe nuova a simili lacchezzi. Fra tre ore, magari, il blog di cui sto parlando ricompare; o forse no. Comunque sia, sono cose che avevo voglia di dire. Valgono per tutti coloro che compaiono coi loro libri di bordo nel mio. Valgono anche per qualcuno che non vi compare. Io non credo nelle "inesistenze", per il semplicissimo motivo che le inesistenze...non esistono.

Comunque sia andata o vada, spero che la persona che teneva quel blog, se mi legge, stia bene e in salute; particolarmente a quest'ultima cosa sono, per forza di cose, parecchio sensibile. Il resto, se lo immagini pure come più gli aggrada, oppure non se lo immagini affatto se preferisce così. Sappia solo che leggere progressivamente di lui e del suo essere mi ha suscitato, sempre, molte cose. Sappia che non sempre sono stato d'accordo con lui, così come lui non sarà stato sempre d'accordo con me; ma, del resto, entrambi lo sappiamo già benissimo. Sappia che da qualche parte, prima o poi, ci si rivedrà. Più in là non posso e non voglio andare. Buona fortuna e grazie.

Però, un'ultima cosa. Per quel che mi riguarda, il link a quel blog rimane dov'è. Passerà il tempo, ci sarà prima o poi scritto "ultimo aggiornamento 8 anni fa", ma rimane là. Mi sarà permesso questo piccolo omaggio. Per me, la navigazione invece continua; ha rischiato di interrompersi già una volta, e non con la rimozione del blog ma direttamente del blogger. Mi piace 'sto mare di merda, e bisognerà pur tenere un libro di bordo dopo che si è rischiato di essere inghiottiti dal Maelström.

lunedì 2 aprile 2012

Magyarország halála


A noialtri, in realtà, dell' "Europa" non ce ne fotte proprio una minchia. Siamo onesti; tutti là a occhiupaiàre, le banche, il debito, il capitalismo, la Grecia, il novantanovepercento e tutta una bell'altra zuppa di discorsi. Nel frattempo, in un paese europeo a poco più di 450 km da Venezia, si sta letteralmente morendo. Il paese si chiama Ungheria, ci fa venire a mente la paprika e una famosa rivolta antistalinista, si sa vagamente che ci si parla una lingua impossibile (che, peraltro, è una delle più divertenti del mondo) e che invece di "ungheresi" si può dire anche "magiari". C'è stato il barbaro comunismo, in Ungheria; poi, nel fatidico ottantanove, è crollato anche lì. Dopo la rivolta del '56, col regime del signor Giovanni Giuseppe Czermanich (un fiumano di nascita più noto come Kádár János -in Ungheria bisogna sempre mettere il cognome prima del nome, come in cinese), l'Ungheria era famosa per essere il paese del blocco socialista dove "si stava meglio"; il metro dello "stare meglio" era naturalmente del tutto commisurato ai parametri occidentali. Agli ungheresi era benignamente concesso di recarsi all'estero più o meno liberamente, c'era un certo "benessere" e ci si vedevano persino le automobili italiane o tedesche. Una pacchia, insomma; e, sicuramente, non pochi ungheresi stanno ricominciando a considerare quel periodo come tale, in confronto a quel che è adesso.

L'Ungheria attuale è sintetizzabile in poche parole: un paese parafascista, se non fascista tout court. Guidato da un tizio, tale Orbán Viktor, che lo ha rispedito direttamente ai cari, bei vecchi tempi del regime dell'ammiraglio Horthy von Nagybánya e al feudalesimo clericale che lo contraddistingueva. Spedito al potere mediante le solite "democratiche elezioni" che hanno fatto stravincere il partito di Orbán; il quale si chiamerebbe ufficialmente Magyar Polgári Szövetség, cioè "Unione Civica Ungherese", ma è più noto come Fidesz, vale a dire la resa ungherese della parola latina fides, "fede". Membro, sentite un po', del Partito Popolare Europeo e dell'Internazionale Democratica Centrista. Uno s'immaginerebbe, che so io, un Pierferdinando Casini in salsa magiara; e invece qui siamo di fronte a un partito fascista clericale in piena regola, da riferire assai più alla Falange di Francisco Franco.

Con la maggioranza schiacciante (52%) ottenuta alle ultime elezioni politiche, Orbán Viktor e la sua Fidesz hanno fatto approvare una nuova Costituzione. Cominciamo col dire che l'Ungheria non è più nemmeno una repubblica, ma solamente l'Ungheria. Comincia in questo modo: Dio benedica l'Ungheria; e Dio, come primo benedicente atto, ha ridotto il numero di confessioni religiose ammesse a fruire di fondi pubblici da circa 300 a 14. Nella nuova costituzione ungherese si stabilisce ufficialmente che l'embrione è un essere umano fin dall'inizio della gravidanza, e che i matrimoni possono avere luogo solo fra un uomo e una donna (scritto nella Costituzione, capite?). Nel frattempo, il partito di Orbán mette completamente il bavaglio alla stampa e ai media indipendenti, con leggi e decreti; la legislazione ungherese attuale in materia fa apparire quella tentata da Berlusconi come una lieve barzelletta. Aumentata l'IVA al 27%: nemmeno Monti e la Fornero sono arrivati a tanto. In due anni da primo ministro, Orbán ha trasformato l'Ungheria, paese membro dell'Unione Europea, in un'autocrazia; non gli è sfuggito niente. La Banca Centrale Nazionale (Magyar Nemzeti Bank) è stata posta sotto il controllo totale dell'esecutivo; ma lo devono sicuramente volere sia Santo Stefano (Szent István), sotto la cui corona l'ex repubblica ungherese è stata posta, sia i feti la cui vita deve "essere protetta fin dal concepimento" (frase tolta di peso dal testo della nuova costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 2012). Santo e feti che hanno poi di fatto eliminato la Corte Costituzionale ungherese, la quale non può più decidere su alcuna legge ed ha solo valore consultivo, compreso in materia fiscale. Viene inoltre introdotto l'obbligo di una maggioranza qualificata su diversi temi: per introdurre nuove tasse sarà necessario approvarle con una maggioranza di due terzi, rendendo quasi intoccabili le riforme create dall'attuale governo. Sulla legge finanziaria, inoltre, viene introdotta la possibilità di veto da parte del Consiglio di bilancio, una sorte di Corte dei conti, i cui membri, in carica per i prossimi sette anni, verranno nominati proprio da Fidesz. Viene creata, inoltre, la norma secondo cui, se il parlamento non è in grado di approvare una legge finanziaria entro il 31 marzo di ogni anno, il presidente della Repubblica lo può sciogliere e indire nuove elezioni. Soprattutto queste due ultime norme rischiano, secondo molti osservatori, di garantire al partito del premier un controllo su parlamento e governo anche nel caso di una sconfitta elettorale alle prossime elezioni del 2014.

Intanto, in Ungheria, il paese delle Croci Frecciate che riuscirono anche a stupire le SS nello zelo che misero nella persecuzione e nello sterminio di ebrei e rom durante la II guerra mondiale, si stanno giustappunto riformando milizie nazifasciste. Sí, perché non c'è solamente Fidesz; ci sono anche i fascisti ultranazionalisti dichiarati, quelli di Jobbik, che ha votato sí contro l'approvazione della Costituzione, ma che ha comunque partecipato alla sua stesura. Jobbik ha ottenuto il 17% alle "libere elezioni democratiche", mica noccioline. Partito xenofobo, il quale, con i suoi militanti inquadrati, ha recentemente posto in essere azioni precise contro i rom, naturalmente col benestare delle forze dell'ordine. Nelle due cittadine di Gyöngyöspata e Hajdúhadhaz, i miliziani jobbisti, in uniforme nera, hanno pattugliato le vie chiedendo i documenti alle persone che incontravano per la strada.

Il tutto, va quasi da sé, inserito in una crisi economica che ha spinto, grazie anche e soprattutto alla politica di Orbán, l'Ungheria sull'orlo del collasso; ma sembra che la cosa non tocchi quasi nessuno. Eppure le ripercussioni della crisi economica ungherese sono gravissime, paragonabili a quelle greche; il rapporto tra il debito e il Pil dello stato è aumentato del 7% solo nel 2011. La situazione ha portato a tagli disastrosi e conosciuti anche in Italia: subito è scattato il blocco del turn-over e l’aumento dell’età pensionabile a 62 anni a partire da chi è entrato nel lavoro dal 1988. La crisi ha portato le banche a chiedere interessi sempre maggiori in un Mercato ormai fuori portata. Lo stato evidenzia come l’Europa sia complice della Crisi Economica in Ungheria, per la sottovalutazione del problema. I fondi speculativi hanno declassato lo stato, tanto che la crisi economica in Ungheria non potrà permettere di garantire il pareggio nel 2013. Il bilancio appare fortemente negativo e si pensa che il debito arriverà al 10% del Pil ungherese. La crisi economica ungherese significa maggior ricorso ai tagli sia a livello dello stato italiano sia nel circolo Europa: si aggiunge così a quella irlandese, portoghese, greca, italiana e, a breve, anche inglese.

Con la sua arroganza e spavalderia, Orbán Viktor non ha soltanto trasformato l'Ungheria nel primo paese fascista autoritario dell'Unione Europea, ma lo ha portato anche alla rovina economica. Qui un sunto della situazione attuale; oggi stesso, poi, dall'Ungheria arrivano notizie raccapriccianti. Il Presidente della Repubblica, Schmitt Pál, anch'egli di Fidesz e fatto nominare da Orbán in persona (è, peraltro, colui che ha apposto la sua firma alla nuova Costituzione), ha dovuto dimettersi per uno scandalo. In pratica, la corona di Santo Stefano, il santo nome d'Ungheria, i feti protetti e le ronde in camicia nera non hanno impedito a questo losco figuro di "laurearsi" ricopiando di sana pianta la sua tesi da uno studio precedente. E così l'Ungheria si ritrova del tutto isolata, considerata un paese dittatoriale e in preda ad una crisi economica e morale. Non ci sarebbe nulla da stupirsi, perché questi sono i risultati usuali di ogni bella destrona nazionalista e delle derive populiste, ovunque esse si producano. Poi, naturalmente, si può e si deve ragionare su come il capitalismo incoraggi e nutra regolarmente tali derive, arrecando disastri che, ora, non sono più limitati ad un solo paese; e su come la cosiddetta "Unione Europea" non si spinga, nei confronti dell'Ungheria, molto al di là di una specie di moral suasion che lascia il tempo che trova.

E noialtri? Non resta che terminare come s'era cominciato. Non ce ne importa un cavolo. Siamo altamente selettivi, forse perché, per quanto riguarda l'Ungheria, non abbiamo ancora da "fare il tifo" per anarchici, ribelli, cani Kanellos, rivolte e quant'altro. In Ungheria non c'è nemmeno una TAV piccina picciò a cui opporsi con tutta la poderosa solidarietà di cui siamo capaci a ondate alterne. E, invece, l'Ungheria è vicinissima. E' un paese che sta mostrando scenari di cui tutti in Europa siamo passibili; e sono scenari di guerra. Sarebbe bene tenerne il debito conto, e ricordarcene almeno un po' nel nostro antagonismo a macchia di leopardo dalla quale l'Ungheria sembra restare inspiegabilmente esclusa.

Nella foto sotto il titolo: sulla prima pagina del quotidiano ungherese "Blikk" del 24 novembre 2006 si mostra l'on. Gyenge Zsolt, 35 anni, deputato di Fidesz, in divisa da SS. La dicitura recita: "SCANDALO! Il deputato di Fidesz in uniforme nazista." L'on. Gyenge (che in ungherese significa "debole") è poi passato al partito di ultradestra Jobbik. Il titolo di questo post, in lingua ungherese, significa "la morte dell'Ungheria".

Pioggia e presidio NO TAV: altro che preghierine del cazzo!


Oggi inizia a Firenze il presidio NO TAV contro la costruzione del tunnel sotto la città con annesso ipercentro commerciale travestito da "stazione", affidato al solito geniale architetto (in questo caso, l'americano Foster, quello che si chiama come la birra australiana). Lo ritengo un giorno importante per Firenze, e fortunatamente non penso di essere l'unico; ma non soltanto per Firenze. A partire da oggi pomeriggio, nel largo Gennarelli al Campo di Marte (esattamente davanti all'ingresso del cantiere TAV da dove partirà -dicono a metà maggio- la "talpa Monnalisa" che sventrerà le viscere di Firenze), il presidio (che durerà fino a venerdì 6 aprile) baderà di fornire all'esimia cittadinanza fiorentina -o perlomeno a quella sua parte che non pàlpita eccessivamente per le disgrazie della squadra di pallone che occupano, fisse, le locandine delle gazzette- tutta una serie di ovvietà, di banalità e di naturalità.

Tali termini non hanno qui valore negativo. Si tratta, semplicemente, di cose che tutti già sanno alla perfezione; e proprio per questo necessitano di essere ribadite con forza. Cose ovvie, banali, naturali che, proprio per questo motivo, non possono essere dette. Danno fastidio, ed è un fastidio che mette in moto meccanismi di repressione sempre più generalizzata. Avvia procuratori e pennaioli, anchormen e politicanti, questure e opinionisti un tanto al chilo, matematici tuttologi e capitani d'industria. Meritano di essere riassunte, queste cose, prendendo a prestito le parole del comunicato di apertura del presidio:

" Il TAV è un treno e molto di più. Il TAV è un modo di gestire i soldi pubblici, socializzando le perdite e regalando facili profitti ai privati, ai grandi cartelli di costruttori. Il sottoattraversamento TAV di Firenze e il centro commerciale mascherato da stazione annesso, costeranno forse 3 miliardi di euro. Gli investimenti per l'intera rete regionale dei treni pendolari è pari a 350 milioni spalmati sui prossimi anni. Sono quindi un decimo di quanto si spenderà per realizzare 7,5 chilometri di tunnel TAV e la faraonica stazione Foster. 350 milioni è quanto costerebbe adeguare le attuali linee fiorentine per far passare il TAV in superficie, secondo un progetto alternativo mai preso davvero in considerazione. Con il passaggio in superficie si risparmiano risorse da destinare alle priorità del trasporto pendolari ed alla messa in sicurezza della rete ferroviaria, perchè non accadano più stragi colpevoli frutto della mancanza di manutenzione, come a Viareggio nel giugno 2009. Il tunnel sotto Firenze mette a rischio molte case, farà barriera sulla falda acquifera che corre nel sottosuolo alzandola a monte e abbassandola a valle. Il materiale di scavo già ora viene portato via da camion: sono più di 100 al giorno soltanto per il cantiere nella zona del Lippi, e gli scavi per il tunnel devono ancora iniziare. Significa polveri sottili per tutti, strade rotte e traffico impazzito. Infine le terre estratte, impastate dalle sostanze chimiche sono rifiuti. dove li metteranno ? Sono tutte considerazioni legittime e di banale buon senso, ma il TAV non è soltanto un treno, è una professione di fede. Bisogna crederci. TAV significa credere nel progresso che marcia sui binari veloci dell'economia di mercato. Significa sopprimere i treni notte, e quindi lasciare a casa 800 lavoratori, ora in esubero, oppure licenziare chi si impegna per la verità e la giustizia sulla strage di Viareggio, come il ferroviere Riccardo Antonini. Significa, come è stato fatto nel Mugello, far scomparire 81 torrenti, prosciugare più di 60 tra pozzi e sorgenti, inquinare 24 corsi d'acqua e alla fine far dire da un tribunale "che volete ? i danni son connaturati all'opera". Significa ghiotti affari per la giungla dei subappalti, terreno fertile per le infiltrazioni mafiose. Significa incontrollabili voragini finanziarie a scapito del debito pubblico, che poi dovremo ripagare noi. Il TAV è un modo di pensare il mondo diviso per classi di reddito. Come la stazione di Santa Maria Novella: sala d'aspetto climatizzata per i clienti gold e panchine in mezzo all'atrio, al caldo d'estate e al gelo d'inverno, per il resto dei viaggiatori. Il TAV non si può scegliere, ma si deve imporre, perchè è tutto fuorchè soltanto un treno. "

Il bello è che, con tutto questo popo' di sconquasso idrogeologico che, sotto Firenze, si andrà ad aggiungere a quello già provocato dalla TAV e da altre "megaopere" nel Mugello, a Firenze e dintorni ora ci si preoccupa tanto della "siccità". Non piove. Si mette addirittura in azione l'arcivescovo, Betori, che invita i fedeli a pregare perché piova, quasi fosse un capo indiano. Gli si potrebbe rispondere che il presidio NO TAV funziona molto meglio del suo padreterno, dato che per martedì 3 aprile sono previste piogge abbondanti su tutta la città. Naturalmente! Ci si piazza lì, e piove. E, del resto, invece di pregare è sufficiente dare un'occhiata ai cinquemila bollettini meteorologici che vengono diramati ogni giorno, 24 ore su 24. Forse, quindi, sarebbe meglio che Sua Eminenza invitasse a pregare perché si fermi la "talpa" i cui effetti saranno anche più perniciosi della siccità; anche perché l'acqua che viene dal cielo ha bisogno di certe precise cose sottoterra, le quali verranno sconvolte, sconciate, spazzate via in nome di un altro dio che, comunque, a Santa Romana Chiesa è sempre piaciuto non poco. Trattasi del Dio Denaro, come tutti avranno ben inteso.

No, nel TAV noi non ci crediamo per nulla. E stiamo con la Val di Susa e con tutti coloro che, in tutta Italia e in tutto il mondo, si oppongono ai devastatori con ragioni tanto più pragmatiche quanto, proprio per questo, messe a tacere (e in galera). Ancora dal comunicato di apertura del presidio:

" Noi non crediamo nel TAV, ma preferiamo la Val di Susa. Preferiamo quella popolazione coraggiosa che da decenni s'oppone con le proprie ragioni pragmatiche alla realizzazione alla linea Tav Torino-Lione. Non crediamo che quella Valle sia un fastidioso neo che ci separa dall'Europa, un problema di ordine pubblico da schiacciare manu militari. Non è andare da Torino a Lione in un paio d'ore di treno che ci legherà gli uni agli altri. La vera speranza risiede invece in quel sentimento di solidarietà e di reciproco sostegno grazie ai quali la Valle continua a resistere. Ci sentiamo vicini a coloro che sono stati arrestati per questo lotta e a fianco di Luca Abbà. Per saperne di più sulla questione Tav e sottoattraversamento di Firenze, per conoscerci e discutere assieme vi invitiamo tutti a passare dal 2 al 6 aprile presso il presidio permanente NO TAV in largo Gennarelli (giardini di Viale Malta) "