sabato 12 maggio 2012

Uscire


Brava compagna, bravo compagno.

Dal tuo sito, o blog, o pagina di qualcosa-network ci hai detto e raccontato tutto. Sappiamo ogni cosa di te, dei tuoi sogni, delle tue lotte, dei tuoi slanci, delle tue illusioni e delle tue contraddizioni. Sappiamo tutto della tua storia, del tuo percorso personale e/o collettivo. Sappiamo in che modo non ci sei stato quarant'anni fa, e non ci stai (o, invece, ci stai benissimo) nel tempo presente. Sappiamo come ti sei coinvolto e come ti sei isolato; di come cerchi di partecipare; di come ti poni di fronte all'ingiustizia, allo sfruttamento, alla violenza; per farla breve, sappiamo davvero tutto. Ce lo hai detto tu stesso. Internet ti ha dato uno strumento assolutamente straordinario, un "mondo nuovo" da popolare. E così ti sei gustato la tua "libertà virtuale", dando sfogo alla tua creatività altrimenti repressa, senza quasi mai accorgerti che, in cambio, ti chiedevano una cosa molto semplice: la tua obbedienza reale. 

Hai utilizzato, dici, questi strumenti per comunicare. Non c'è mai stata tanta comunicazione come adesso; talmente tanta, che il risultato è stato lo svuotamento totale del significato. La dittatura, anzi l'autocrazia, del "tempo reale". L'urto continuo delle notizie (che, naturalmente, si aggrovigliano ai tanti te-stessi di cui infarcisci gli eventi: i tuoi "gusti", i tuoi libri, i tuoi cibi, i tuoi amori e odi). Con tutto questo, credi di aver fatto una scelta di campo. Definitiva. Di fronte allo strapotere, dici spesso di "disertare"; è una parola che ami molto. Ti compiaci di disertare da ogni cosa di disertabile, spesso e volentieri facendo ostentata professione di non violenza. Non importa se la Storia ha sempre messo davanti (e continua a farlo) ad un'alternativa netta, senza mezzi termini né appelli: obbedire o ribellarsi. L'obbedienza ha coltivato e diffuso armi micidiali, tra le quali la più subdola ed efficace è quella di far credere di "ribellarsi" in diecimila modi, fondamentalmente innocui seppur giudicati "radicali" a vario livello, per cementare e perpetuare invece l'obbedienza. Non c'è soldatino più obbediente del "disertore" che dice: getto le armi. O bravo. E quando le hai gettate, che fai? La "resistenza"? E a che cosa conduce, questa tua "resistenza", quella che propagandi tanto accoratamente ed a cui inviti in ogni momento dal tuo "spazio virtuale"? Hai visto per caso dei risultati pratici? Hai visto diminuire di una goccia l'obbedienza assoluta che è imposta a noialtri sudditi? Devi, dobbiamo avere il coraggio, finalmente, di dire una cosa. La "resistenza" che crediamo di fare pur chiamandoci fuori si ferma, generalmente, all'uscio di casa (se la si ha). Più in là non va. Non usciamo. Abbiamo preferito diventare tutti gran cittadini del "mondo virtuale"; il quale, sparando "libertà" a dritta e a manca, non ha cessato di rivelare quel che in realtà è: uno strumento di controllo. Sempre tracciabile. Sempre ripercorribile. 

E' ora di uscirvi. E' ora di tornare a rivoltarsi davvero contro l'ordine immutabile. Solo nella rivolta contro l'ordine i sudditi possono realmente cessare di essere tali, e definirsi individui liberi, e dare un senso alle aspirazioni che hanno espresso quotidianamente raccontando al mondo la propria vita, la propria storia, i propri ideali. Una rivolta che deve, in primo luogo, salvarsi dall'essere messa al servizio di chi è preposto a reprimerla. Perché, cara compagna, caro compagno, di questo forse te ne sarai almeno un po' accorto. Poi, per forza che ti pigliano per il culo col "ribellismo", disprezzato con sufficienza nei commenti e negli editoriali più o meno paludati; chi si ribella sul serio, va a finire in galera. E ci va, molto spesso, perché è solo. Perché alle spalle non ha un movimento di solidarietà attivo, numeroso e che abbia ben presente come si stabiliscono e consolidano i rapporti di forza. Chi si ribella seriamente, adesso, ha alle spalle soltanto una pletora di bloggers che non smuovono il culo dalla sedia. Sennò uno, che so io, s'immagina che la Valsusa l'abbiano fatta, e la stiano facendo, a base di siti e Facebook. Li hanno, certo, usati; ma su Facebook non mi sembra che abbiano ancora istituito il bottone Request Rebellion. Ma è meglio non scriverlo troppo, sennò magari il signor Montedizucchero lo fa davvero.

Uscire. E uscire, finalmente, dal "mondo virtuale". Uscire da tutta una serie di logiche, ma uscirne non con una semplice "diserzione" del cazzo. Altrimenti lo Strapotere, con la sua polizia, i suoi carceri, la sua repressione, i suoi ipermercati (in tutte le accezioni del termine), i suoi media, tutto, non sarà (e non è) certo soltanto questione di "banche", di "mercati" e quant'altro. Sarà (ed è) questione, anche e soprattutto, di coloro che dicono tanto di combatterlo. Del "novantanove per cento" che s'indigna a fasi alterne chiedendo "lavoro e futuro", ponendosi così al servizio perfetto dello Strapotere. I sudditi, anche quelli "disertori", anche quelli "ribelli", hanno come scopo quello di apportare dei miglioramenti allo Strapotere, non di distruggerlo. E guai a non rientrare nella "legalità"! Si rimprovera fortemente, anzi, l'uso della violenza. 

Pur trovandoci eternamente in una condizione di violenza. Pur essendo nati e cresciuti in una serie di galere, a partire dalla "famiglia". Allora la violenza la scambiamo per "pace", e in galera non ci accorgiamo più nemmeno di starci. Tutto normale. Condizioni naturali. E, se un bel giorno ci piglia la fregola di non starci più, che cosa facciamo attualmente? Apriamo un blog. Magari lo chiamiamo "Black Blog", che fa tanto figo. In mezzo alle nostre quotidiane ribellioni (invettive, disillusioni ecc.) ci infiliamo peraltro di tutto: dai ricordi della rivoluzione mancata agli aneddoti curiosi, dalle ricette di cucina ai contorcimenti esistenziali, dalle "informazioni" alle solidarietà a lotte generalmente lontane e dalle quali la maggior parte di noi scapperebbero dopo tre minuti. Intanto continuiamo, anche se rifiutiamo di crederci, a far parte del gregge asservito. Allora, se davvero vogliamo ribellarci, dobbiamo uscire. Dobbiamo uscirne. Non significa mica chiudere il proprio beneamato "spazio virtuale", se vogliamo che continui a esistere; significa tornare a stabilire un legame indissolubile tra idea e azione. Per sconfiggere il nemico non è sufficiente dichiarare di non servirlo, non è sufficiente non averci a che fare. Occorre attaccarlo per distruggerlo. E l'attacco deve essere diretto.

giovedì 10 maggio 2012

Ultrà di sinistra dilaniato. Da un autorevole quotidiano del 10 maggio 1978.


Riprendo da Live Sicilia - Quotidiano Online. 

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Quello che segue è l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 10 maggio 1978 a pagina 13, subito dopo l’ampia panoramica dedicata al delitto Moro. Il pezzo, firmato dalla sigla S.V., fornisce la presunta ricostruzione dei fatti accaduti lungo la ferrovia Trapani-Palermo all’altezza di Terrasini due notti prima. Da notare come il cronista tratti la morte di Impastato riconducendola o all’esito di un fallito attentato di matrice politica, o al gesto suicida di un giovane depresso. Nell’articolo Peppino Impastato viene erroneamente chiamato Giovanni.

A 38 chilometri da Palermo sulla linea per Trapani


ULTRA’ DI SINISTRA DILANIATO
DALLA SUA BOMBA SUL BINARIO


Un treno è passato sulle rotaie semidivelte, rischiando di deragliare.
Sparsi tutt’intorno i resti della vittima, un aderente di Democrazia
Proletaria – All’ipotesi dell’attentato s’intreccia quella del suicidio

Suicidio, attentato o l’uno e l’altro assieme? Ieri mattina poco dopo le cinque il conducente del treno Trapani-Palermo, all’altezza di Cinisi, trentotto chilometri prima del capoluogo siciliano, ha avvertito una pericolosa impennata del locomotore. Ha frenato immediatamente e, sceso dal treno, ha notato che un binario per una lunghezza di un metro circa era quasi divelto dalla traversa, anche se non era bastato a fare deragliare il convoglio. Ha dato l’allarme e i carabinieri subito intervenuti hanno constatato che il danno alla rotaia era stato provocato da un’esplosione. Cercando meglio nella campagna, hanno trovato, per un raggio di circa cinquanta metri, i resti, alcuni non più grandi di un pugno, di quel che era stato (l’hanno accertato successivamente) Giovanni Impastato, di 30 anni, saltato in aria nei pressi del binario con una potente carica di esplosivo.
Nel giro di poche ore le indagini, cui partecipavano anche gli uomini della Digos, davano i seguenti risultati: Giovanni Impastato, figlio di un commerciante, studente fuori corso di filosofia, era stato, in passato, militante del Partito comunista marxista-leninista; quindi nel ‘73 aveva aderito a Lotta Continua per approdare infine nel ‘76 a Democrazia Proletaria, nelle cui liste doveva presentarsi candidato alle regionali di quell’anno. Non era stato eletto, ma non perciò aveva rinunciato all’attività politica: si era dedicato a una radio privata, di cui aveva curato i programmi sino all’altro ieri, Radio AUT, ascoltata soprattutto sulla riviera occidentale dell’isola.
La notte fra lunedì e martedì, terminata la trasmissione, con una poderosa carica di esplosivo in borsa, Giovanni Impastato si è recato sulla linea ferroviaria. Era sua intenzione divellere i binari e, nel mettere a punto l’ordigno, è saltato in aria come Feltrinelli?
L’ipotesi del suicidio si fonda invece sul rinvenimento in casa del giovane di un biglietto che secondo il fratello sarebbe sicuramente di suo pugno. Gli inquirenti non ne hanno reso noto il testo, si conosce però il suo contenuto: Giovanni dice di ritenersi fallito come uomo e come politico e di desiderare che i suoi resti siano cremati e le sue ceneri disparse al vento.
E’ accertato che l’esplosione è avvenuta verso l’una e trenta della notte fra lunedì e martedì. Nessuno l’ha udita. Se l’attentato fosse stato compiutamente portato a termine, se i binari fossero stati divelti, il treno transitando circa quattro ore dopo certamente sarebbe deragliato.
Sarebbe stato questo il primo grave attentato di colore politico in Sicilia. Si ricordano solo due episodi precedenti: l’assassinio ad Alcamo Marina di due carabinieri nel 1976 e una modesta bomba nella sede dell’Intersind di Palermo. L’assassinio dei carabinieri, rivendicato in un primo tempo da “Nuclei armati Sicilia”, si è rivelato in seguito frutto dello spirito vendicativo di un giovane alterato (che si doveva impiccare in cella) che non era riuscito ad ottenere una pensione. La bomba dell’Intersind, che provocò pochi danni, fu rivendicata da un gruppo di “Unità combattenti per il comunismo”, il quale però, probabilmente in trasferta, in seguito non ha dato più segno di volere operare in Sicilia.

S.V.

Il dieci di maggio dell'Asociale



Ils ont voté, diceva l'anarchista Léo Ferré; e, infatti, hanno votato un po' dappertutto in questi ultimi giorni. Francia, Grecia, qualcosa anche in Germania e in Italia. Nel frattempo, l'Asociale (ammetto che ogni tanto provo a nominarmi in terza persona per vedere il buffissimo effetto che fa) osservava uno dei suoi periodi di silenzio, mentre ora si beve un caffè stracarico in una giornata che si preannuncia estiva. Oh che bello, si diceva, hanno votato; in mezzo, tra le altre cose, alla solita sventagliata di suicidi. Ora il suicidio sembra essere diventato parecchio à la page, “fa notizia” e quando poi si ammazzano persino quelli del partito democratico vuol dire che se non ti suicidi proprio non sei più nessuno. Certo che c'è suicidio e suicidio, se ne parlava iersera in una casa davanti a una specie di ecomostro, in prossimità di un casello autostradale che ha di recente cambiato nome. Ci sono, sì, i suicidi per autentica disperazione; però quelli, a pensarci bene, esistono da un paio di milioni d'anni e usualmente non fanno tanto clamore a parte qualche caso eclatante in cui all'atto si accompagna un qualche gesto di protesta sociale più o meno forte. Protesta che, peraltro, non ha presa; ho il sospetto per niente vago che del disoccupato che si dà fuoco o si spara non freghi poi molto a nessuno al di là di qualche parola o “solidarietà” di circostanza, e di qualche post blogghesco che il giorno dopo lascia spazio ad altro argomento; c'è sempre un film o un libro di cui parlare. Poi, ultimamente, c'è l'oramai famoso suicidio dell'imprenditore; è quello che, in massima parte, sta facendo notizia. Prodotto perfetto di venti o trent'anni di esaltazione dell' “imprenditorialità”, bisognerebbe metterci sopra il riquadro dei pacchetti di sigarette. Il benesserino che va a farsi fottere. Il managerello che, a un certo punto, fa la stessa fine del dipendente che due anni prima non avrebbe esitato nemmeno un momento a spedire sul lastrico assieme a tutta la famiglia; ora basta una cartella di Equitalia per mettere in azione pistole, quarti piani e sdraiamenti sulle rotaie. Brutta gatta da pelare non poter più finire di pagarsi il SUV; o dammi retta, imprenditore, se sei così allo sparo vènditi la villetta o qualsiasi altra cosa; e sennò vuol dire che l'imprenditorialità è il cimitero di una società intera, dato che presuppone delle cose letali: la competizione, il lavoro massacrante per te e per gli altri, lo sfruttamento, l'alea di un imprevisto. O non te lo avevano mai detto che per ogni imprenditore di successo ce ne sono trecento che falliscono? Chi cazzo te l'avrà fatto fare, tutte le sirene che ti volevano “motore della nazione” e “silenzioso alfiere del Made in Italy”? Sì, certo, magari sarai anche stato onesto; peccato che nella gara che ora ti ammazza, quelli che hanno più probabilità di venirne fuori sono proprio i disonesti. E talvolta va male pure a loro; pensa, che so io, a Raoul Gardini. S'è ammazzato come te, però tu ti ammazzi per la villetta e per la famigliuola cui non puoi più dare un certo tenore di vita fatto in massima parte di cazzate immani e di consumi inventati; lui perlomeno si divertiva in barchetta col Moro di Venezia, quando tutta l'Italia vegliava per guardare le boline e le strambate. Buona strambata a te, ora. Strambo il mondo, e ancor più strambo quello che ti ammazza. Perché sono stracerto che nemmeno all'ultimo momento penserai che è stato il capitalismo, la tua rovina. Darai la colpa a diecimila cose, ma non a quella che in definitiva ti sta mettendo la corda al collo. O vallo a comprare ora il Sole 24 Ore. Dicci dell'andamento dei mercati mentre sta arrivando l'Intercity 599 o il treno merci che, poi andrà a saltare in aria alla stazione di Viareggio, a cura di un altro fulgido managerone. Piccolo ometto che stai dandoti la morte senza, fondamentalmente, capirci una sega nemmeno in extremis. Tanto quelli che ti riempivano la testa di puttanate son sempre tutti lì, e, a proposito, come correvi a votarli.

L'Europa in crisi è percorsa da fremiti di grandiosa protesta. La protesta si esprime radicalizzando. In Grecia, ad esempio, arriva l'Alba Dorata ma avanzano anche i Komunisti (si chiama “KKE”, quindi le K ci stanno bene) e l' "altra sinistra", che ci ha un nome, Syriza, che sembra uno sciroppo per la tosse; si rivedono però anche le vecchie, care maggioranze silenziose. Quelle che sono stufe delle proteste di piazza, violente o meno che siano, e che pensano a salvaguardare l' “unico bene rimasto”. In certi paesi dove batte il sole, questo “unico bene” è sempre il turismo. Non si scampa al turismo, perché dove piove di continuo la crisi non c'è mai (in Europa; in Bangladesh vengono giù acquate micidiali che fanno in media cinquecentomila morti a botta, ma del Bangladesh a noi che ce ne stracatafrega?). Per questo anche gli arcivescovi invocano la pioggia, che iddio li strafulmini senz'ombrello. Quindi anche in Grecia hai voglia a suicidarti; come mi assicura uno che conosco, e che di Grecia ha notizie giornaliere, i suicidi vengono generalmente considerati con malcelato fastidio a parte quelli che poi vanno a attaccare i bigliettini in piazza Syntagmatos. Piazza della Costituzione, vuol dire. Tutto il mondo è paese, per quanto riguarda le piazze. Io credo che le Costituzioni andrebbero prese e bruciate, assieme ai relativi stati, apparati, parlamenti e istituzioni. Sono la più tragica fregatura che attanagli questa palla tonda che gira nel cosmo, ma se qualcuno mi chiedesse il fatidico E perché...?, lo manderei con grande indifferenza a farselo troncare nel culo. L'evidenza è difficile da ammettere. La risposta è in ogni attimo che viviamo. Chi ha risposto in questo modo viene perseguitato, sgomberato, incarcerato, non di rado ammazzato. Ci son sempre una polizia e una magistratura che si occupano di mettere a tacere chi dà certe risposte. Sono pagate per questo. Va bene, d'accordo. Sono quelli come me che sono considerati fuori dal mondo; indi per cui, quelli come voi ci sono dentro. Buon pro vi faccia. State pure a farvi gargarismi mentali col lavoro, magari sognando pure quello “gratificante” perché sennò, poverini, vi annoiate. Non mangiate. Ciomp! Non potete andare a farvi il viaggio di nozze alle Maldive. Spos! Non potete comprare l'ultimo ipod ipad iped. Jobs! Poi tanto ve lo comprate lo stesso, facendo pure a cazzotti alle sei di mattina davanti al Megastore. E sticazzi.

Ne sto vedendo di tutte, altro che il famoso discorsino “ho visto cose che voi umani...”; mi sono sentito offendere e sbeffeggiare da autentici imbecilli che, qualche volta, volevano persino fare la rivoluzione. E come se la frignano, ripensandoci! Ma cosa cazzo avete fatto, cretini? A parte camparci sopra per decenni, poi, mettendovi però prima al riparo con qualche bell'impiego statale (gettonatissime le Poste, ma anche le varie agenzie non scherzano) con il pretesto bell'e pronto che “è bello fregare soldi allo stato”. Devo ammettere che se cominciassero a licenziarvi ammodino, un bel po' ci godrei; magari sareste costretti, chissà, a mandare davvero in culo quel famoso lavoro che disprezzate sí, però passando a incassare lo stipendio tutti i mesetti. O forse sareste costretti a fare la rivoluzione! Bella quand'era un giochino, lottavano così come si gioca eccetera, il commissario stronzo che ti svegliava all'alba e ti teneva d'occhio*, e i morti. Però, con tutti i vostri incubi, avete famigliato, figliato, scritto, letto, sentenziato; e continuate a farlo. Poveri piccoli, vomitevoli stronzi di merda. C'è più rivoluzione nel diciassettenne di periferia che si butta via a birre, che in tutta la vostra vita di cazzoni sputati. Se c'è qualcosa di cui mi pento amaramente, è quella di esservi venuto a cercare per buona parte della mia vita. Chissà che venivo a cercare, quando nella mia dissipazione continua avevo già tutto; e, infatti, mi sento vivo. Voi siete morti. Spesso non ho nemmeno saputo come arrivare al giorno dopo, eppure non ho mollato. In culo a voi e alle vostre disillusioni di cartapesta, ai vostri gloriosi anni di merda, alle vostre canzoncine commoventi, ai vostri raduni e alle vostre “storie”. E' ora di regolarli perbene, certi conti; e me li regolo da solo. Finché avrò un fil di fiato in gola.

Sí, sí, tanto che non scrivevo. Il caffè è finito da ore. Non ho assolutamente voglia di fare un cazzo. E non lo faccio! Dicevo prima di quelli che hanno votato. Certo che son proprio dei ganzi, ora per “protestare” ricorrono a Beppe Grillo. E' un comico e, devo dirlo, il suo mestiere lo sa fare bene. Sa fare ridere. I flussi elettorali: ma esisterà qualcosa di più intensamente comico? Il convogliamento del voto di protesta. Il sindaco grillino. La voglia di pulizia. Oggi c'è qualcuno che dice persino che Grillo era anarchico: costui è Pippo Baudo. Sabato, invece, andrò a Pisa; per un ragazzo che, quarant'anni fa precisi, venti giorni prima d'essere ammazzato di botte dalla polizia, voleva far eleggere in parlamento Pietro Valpreda. Pietro Valpreda era, con ogni probabilità, un imbecille esaltato che era perfetto per fare da vittima sacrificale; era in galera. Se fosse stato eletto in parlamento, sarebbe stato liberato. Non so giudicare che cosa abbia voluto fare, e la parola “giudicare” mi sta pure parecchio sui coglioni; quarant'anni fa avevo nove anni. Però, Franco Serantini è una persona che ho sempe sentito vicina a me; non lo so nemmeno io perché. E me ne starò parecchio defilato. Ci saranno, probabilmente, quelli che c'erano, anche ai suoi funerali. Non mi ricordo bene chi, forse Corrado Stajano, li paragonò a quelli di Durruti. Non c'ero nemmeno ai funerali di Durruti, ora che ci penso. Starò nel mezzo, invece, a una gran folla di persone che sono state dovunque, a volte persino in due o tre posti contemporaneamente. Io non sono mai stato da nessuna parte, nemmeno quelle poche volte che c'ero. Ecco, Serantini me lo immagino come me. Sarà forse un parto della mia fantasia, ma alla fine la fantasia è l'unica, vera cosa che ci resta. E pensare che la volevano mandare al potere. Del resto, anche al figlio di nessuno sardo avevano dato un nome di fantasia, e ci vorrà tutta la fantasia che ho per percorrere le strade pisane immaginandoselo coi suoi occhialoni spessi, a farsi una passeggiata insieme e, magari, a conoscersi. Giuro, Franco, che ti faccio votare per tutti i Valpreda che ti pare. E' andata poi a finire che di galera l'hanno tirato fuori, e che ha morto la sua morte di malattia; a te ne è toccata una di massacro. Che buffa cosa, tutto. Non posso bere la birra per via della glicemia; e nemmeno una coca cola, se per questo. Ci s'andrà a fare un'acqua minerale gassata, in culo a tutti quei briachi, e in culo anche all'anarchia. O non mi dire che, poi, prima o poi saresti finito anche tu alle Poste. O a farti la famigliuola (ché ho letto recentemente pure dell'esaltazione dell'amor familiare da parte di un'anarchico). O a votare Beppe Grillo. Finisce qui. Sono le ore 17,19 di giovedì 10 maggio 2012. La foto sotto il titolo reca un'interessante proposta dalla Sicilia**, e la Sicilia è notoriamente terra di proposte interessantissime. Peccato che non me le posso più mangiare per via del diabete!

* E verso il quale costoro hanno, regolarmente, un afflato di nostalgia se non addirittura di comprensione. Trovo parecchio interessante, ma non stupefacente, che dai discorsi di molti di questi qua la Polizia "dei loro anni" sia vista con qualcosa che rasenta l'ammirazione. Come fosse stato davvero un bel gioco a guardie e ladri, anche se c'erano parecchi inconvenienti. Non di rado c'è un "commissario", stronzo quanto ti pare, ma trattato fondamentalmente con rispetto; "nemico" sì, ma cui viene riconosciuta sia "umanità", sia -soprattutto- parte in causa. Non trovo casuale che non pochi di questi signori abbiano versato qualche lacrima pure per Cossiga, quand'è morto; né che alcuni di loro abbiano intrapreso (con vario successo) la carriera di scrittori di polizieschi. Ma è una cosa di cui, probabilmente, riparlerò.

**Victor Bedis, Palermo. Per l'Anarchia. Associazione degli Egoisti. (Cerchio nero con profilo di Max Stirner, ndr). Non votare! Nessuno può rappresentarti meglio di te stesso! Non delegare! 


venerdì 27 aprile 2012

Skanditschentum und Rassenhasse. Beiträge zur Theorie der wissenschaftlichen Gherikunde.


La foto sopra ritrae, in anni sicuramente più verdi, un curioso personaggio che forma l'oggetto di questo serissimo articolo scientifico (il quale, essendo tale, è stato vergato dapprima in lingua tedesca e poi adattato in italiano; ho voluto però mantenere il titolo originale per dare un'idea).

Inizio col dire che il personaggio in questione, che svolgeva -come si può ben vedere dall'immagine, l'attività di disc-jockey in discoteche ed altri locali consimilari- è per me titolare di un autentico mistero. Non discuto l'usanza, per chiunque svolga un'attività passibile di sviluppare una generica notorietà (da quella puramente locale fino a quella universale), di scegliersi uno pseudonimo (nome d'arte, nom de plume ecc.), che ha un po' la funzione del "marchio di fabbrica". Se il signor Gianfranco Corsi ha voluto essere noto come Franco Zeffirelli, oppure la signora Maria Ilva Biolcati come Milva, oppure ancora Mr Robert Allen Zimmerman come Bob Dylan, si tratta di procedimenti consueti, accettabili e dotati di loro precise logiche. Mettiamo però che al sottoscritto venga l'idea, per redigere questo blog, di scegliersi uno pseudonimo: certamente non gli salterebbe mai in testa l'idea di fabbricarlo invertendo il nome e il cognome. In pratica: invece di Riccardo Venturi, scrivere come Venturi Riccardo. Orbene, il signore nella foto si chiama Guido Gheri. Ed è noto come Gheri Guido. Tutto questo, sinceramente, mi sfugge. Non discuto il diritto del sig. Gheri a invertirsi tutto ciò che vuole, ma rimango perplesso.

Il sig. Guido Gheri, anzi Gheri Guido, è di Scandicci. Scandicci è un grosso centro dell'hinterland fiorentino, peraltro molto vicino a dove abito. Fino agli anni '20 o '30 si chiamava Casellina e Torri; poi è stato inscandicciato per motivi che non conosco e che saranno sicuramente spiegati a dovere su Wikipedia. Scandicci è noto a livello nazionale, purtroppo, per le tristi (anzi terribili) vicende del Mostro di Firenze, da alcuni definito Mostro di Scandicci non senza qualche ragione: il misterioso killer delle coppiette ha colpito infatti più volte in quel comune. Scandicci ha dato poi i natali a un parlamentare grasso e, appunto, a Gheri Guido. Credo siano pure abbastanza amici e sodali. Si tratta, storicamente, di un comune di sinistra perché in Toscana 'e s'è tutti di sinistra più o meno; Gheri Guido e il parlamentare obeso sono invece di destra. E su questo non c'è nient'altro da dire, perché la cosa afferisce alla libertà delle opinioni che forma il fvlcro della nostra δημοκρατία, termine greco che si rende in scandiccese con potere a i' pòpholo.

Gheri Guido, dopo avere espletato con successo l'attività di disc-jockey, ha fondato un'emittente radiofonica. Si chiama Radio Studio 54, e non so esattamente se quel "54" derivi dalla frequenza in megahertz, o chilocicli, o chissà che altro; dal numero civico della strada onde ha sede; oppure dal peso in chilogrammi del titolare. Radio Studio 54 esiste da un bel po' di tempo, e viste le idee politiche propalate da Gheri Guido, viene generalmente etichettata come radio di destra. Il suo palinsesto, però, non si distingue agevolmente da altre emittenti della zona etichettate in modo diverso, essendo basato fondamentalmente (come le altre) su:

1. Megatoni di pubblicità, che ovviamente permette l'esistenza eccetera;
2. Tonnellate di musica, generalmente di merda;
3. I' notizziàrio lohale, a varie ore;
4. Quintali di pallone, che va dall'ovvia Fiorentina fino alle squadrette delle frazioni, con resoconti dell'avvicente derby Triozzi-Sangiustese;
5. Attualità polìtiha e sociale.

Su quest'ultimo punto, Gheri Guido ha costruito le proprie fortune iscritte pienamente nell'alveo della Skanditschentum. In pratica, dai microfoni della sua Radio Studio 54 è diventato, a Firenze e dintorni, la voce della destra. Gli originali ingredienti sono stati: degrado, sihurezza, estrahomunitàri, delinguenza, crònaha, 'nterviste, la parola agli ascortathòri (le telefonate in diretta, insomma). Mi direte: ma scusa, questi sono sono anche gli stessi ingredienti delle attuali radio di sinistra? E dove sta la differenza? Non ho nulla da controbattere. Però Gheri Guido, come dire, ci ha messo uno stile "tutto suo", frutto evidente di precisi e rigorosi studi effettuati presso la discotèha Da Guartièro di S. Colombano a Settimo e d'i' bàrre I' ghepardo Viola di via della Pace Mondiale. E il successo lohale è stato forgorànte, madonna su' i' ciùho. Ben presto, Gheri Guido ha diviso Scandicci; finalmente un campione làvve e òrdere nella rossa cittadina. Un punto di riferimento, e non solo per gli scandiccesi; ad esempio, anche numerosi tassisti fiorentini lo hanno eletto a proprio eroe, sintonizzando fisse le radio di bordo sulla storica emittente.

Fatto sta che, ad un certo punto, l'ingresso in polìtiha di Gheri Guido è stato naturale. Φύσει. Ma uno come lui, che s'è fatto tutto da solo, non poteva certo accontentarsi di un partito istituzionale, sia pur corrispondende alla sua vertansciàunghe. No. Ha fondato la lista civica; e siccome la su' specialità in radio è sempre staha quella di fa' parlà i cittadini 'he si lamentano de' negri 'he pisciano su' muri, delle vecchine scippate da' delinguenti (ma ne scippassero un po' di più de 'ste befane, aggiungo io; oggi sono politihàlli scorrett), delle porverière 'he so' diventahi i 'huartieri, della paura, d'i' degràdo, dell'insihurezza, d' i' pallone e de' cinesi a Prào, la sua lista l'ha chiamata esattamente: Bòce a i' pòpholo. Ora, naturalmente, la sua denominazione è in italiano corrente; però preferisco renderla come effettivamente viene pronunziata da queste parti, perché 'e bisogna dà bòce a i' pòpholo, iohàne, e ascortà' icché 'e cià daddì' e tutti i probrèmi della gente reale stufa de' partìhi, de' negri 'he ci rubano i' laòro, degli zìngani 'he ci rubano l'aipòdde e ci rapìscano i bimbi, e tutto i'resto. Perché qui 'e s'è di sinistra, però la sinistra 'e unn'ha sapùho 'nterpretà (e io invece dico che lo ha fatto alla perfezione, perché in linea di massima i' sinistro toscano l'ha sempre pensata esattamente come il destro Gheri Guido, organizzando magari anche parecchie fiaccolatone anti-Rom dalle "case del popolo" o dai circoli dedicati a i' partigiano). 

Insomma, con la sua Boce a i' Pòpholo, Gheri Guido è riuscito addirittura a farsi eleggere in consiglio comunale a Scandicci. Carica che ricopre tuttora. Ad esempio, se putacaso 'e vu' fòssite fidanzàhi e vu' decidèssite di sposàvvegnene a Scandicci, 'e vi potrebbe sposà Gheri Guido. Sappiatelo. Una marcia inarrestabile, contro la quale a nulla sono valsi, ad esempio, gruppi Facebook intitolati "Odio Gheri Guido". Se qualcuno di voi mi trova un qualsiasi gruppo Facebook che abbia avuto qualche risultato pratico, mi faccia un fìstio. Portano anche sculo, secondo me: ogni qual volta se ne fabbrica uno per ritrovare una persona scomparsa, dopo due giorni essa viene ritrovata morta. Ci avete mai fatto caso?

Inarrestabile? Tsk tsk. Saltiamo all'oggi.

Sembra che ieri, i Regi Carabinieri si siano presentati alla sede di Radio Studio 54 muniti di un'ordinanza di Sequestro preventivo firmata dalla procuratrice di Karlsruhe Firenze, Christine von Borries e da un provvedimento esecutivo firmato dal GIP Angelo Pezzuti. Motivazioni delle ordinanze: diffamazione e incitamento all'odio razziale. Madonnarbùio. Passi per la diffamazione; ma l'incitamento all'odio razziale? E che siamo, a Scandicci o a Mississippi Bàrningh? Eppure ce n'è stato abbastanza per chiudere Radio Studio 54, storica emittente, e cancellarla dall'etere. Sigilli. Spranghe. Lucchetti. Cingomma nelle serrature. 'Gnihosa. All'improvviso, i tassisti e i' pòpholo 'e si so' ritrovahi privi della su' bòce; e Gheri Guido (assieme a un suo collaboratore), pure indagato dalla magistratura (e non con accuse di poco conto, debbo dire; tanto più che i reati contestati sono avvenuti a mezzo etere, quindi con un mezzo di pubblica e larga diffusione).

Ma che è avvenuto esattamente?
Lo si può leggere, ad esempio, da Repubblica (giornale che si distingue spesso per analoghe istigazioni, ma che è progressista e di sinistra), dalla quale riprendo l'intera notiziuola (con tanto di classico refuso nel titolo):

DIFFAMAZIONE E ODIO RAZZIALE
SEQUESTRARA RADIO STUDIO 54

I carabinieri hanno denunciato il titolare Ghido Gheri e il suo collaboratore Salvatore Buono. Hanno preso di mira un esperto i nsicurezza del lavoro e hanno continuato a bersagliarlo anche dopo una prima denuncia. Molte le frasi contro rom e immigrati in genere.

I Carabinieri di Scandicci hanno sequestrato le apparecchiature di trasmissione di Radio Studio 54, l’emittente creata da Guido Gheri, più noto come Gheri Guido, consigliere comunale a Scandicci per la lista civica Voce al popolo. Guido Gheri e il suo collaboratore Salvatore Buono sono accusati di diffamazione aggravata nei confronti di un esperto in sicurezza del lavoro, bersagliato via radio con gli epiteti più brucianti, e di istigazione all’odio razziale.

In gennaio Gheri e Buono avevano ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini per diffamazione ma, secondo le accuse, avevano continuato a ingiuriare per radio il loro bersaglio, ribattezzato Mistersicurezza. Per questo il pm Christine von Borries ha chiesto il sequestro preventivo della radio e il gip Angelo Antonio Pezzuti lo ha disposto. Riguardo all’odio razziale, Gheri e Buono sono accusati di aver pronunciato alla radio, nei primi mesi del 2011, frasi incendiarie contro gli extracomunitari. Sui rom: "Noi non si può accettare di avere per le strade questa gente che campa solo andando a rubare". Sugli immigrati: "Gli anni Sessanta erano un periodo bello. Non eravamo invasi da tutti questi clandestini extracomunitari. C’è stato un aumento impressionante di cose brutte da quando questi signori della sinistra hanno fatto arrivare cani e porci". Sui senegalesi che vendono oggetti nel parcheggio di Careggi: "Una bella scarica di legnate da una squadra del Calcio Storico". Sui tunisini fuggiti dalla guerra civile: "Abbiamo sul territorio moltissimi di questi tunisini scappati dalle galere. Confermo: questa m... e questa c... è arrivata in Italia".

Ora, non è possibile nutrire alcun dubbio (lasciando perdere la diffamazione dei confronti di "Mistersicurezza") che questa sia, effettivamente, la bòce d' i' pòpholo. Tutto si potrà dire di Gheri Guido, fuorché non abbia tenuto fede a quel che propugna. Ha dato la voce al popolo. Compreso sui senegalesi che vendono oggetti, per i quali ha proposto una vera e propria spedizione punitiva. Ma cosa mi viene a mente al riguardo...? O non c'è davvero stata, a Firenze, una spedizione punitiva nei confronti dei senegalesi....? O dov'è successa, che non me ne ricordo...? In una piazza....come si chiamava....piazza Slovenia...piazza Istria...ah no, ecco! Piazza Dalmazia! 

Tant'è vero, che il Gheri Guido e la sua radio hanno immediatamente incassato la solidarietà di alcuni diretti interessati alla cosa; non i calcianti storici, bensì, udite udite, quelli di Casapound. Chi meglio di loro può esprimere solidarietà? Insomma, perdiana, il Gheri Guido chiama alla spedizione contro i senegalesi, e Casapound provvede in maniera assai efficace; e non con una scarica di legnate, ma direttamente con una scarica di revolverate.

Si noti, peraltro, che nel suo comunicato di solidarietà a Gheri Guido, autèntiha bòce libera, i casalinghi di Elsa Pound hanno adoperato lo stesso procedimento sperimentato col Casseri Gianluca (qui, ora, si metterà sempre il cognome prima del nome): invocare la responsabilità personale rifiutando categoricamente quella politica. L'incitamento all'odio razziale, del resto, non è prerogativa esclusiva di Casapound o del Gheri Guido; è una responsabilità collettiva e generale di tutti i mezzi di "informazione" italiani e delle parti "politiche" cui fanno riferimento. Con le stesse motivazioni espresse dalla magistratura per chiudere una radiolina di Scandicci, si potrebbero agevolmente chiudere, che so io, Libero e Il Giornale. Oppure si potrebbe chiudere anche Repubblica, tranquillamente: ve la ricordate la "lettera del sig. Poverini"? Si potrebbe chiudere quel razzista schifoso di genovese, Beppe Grillo (e m'importasega se fa pure il "NO TAV"); si potrebbe chiudere mezzo Partito Democratico, tipo quella famosa sezione di Ponticelli che fece affiggere un certo manifesto sui muri della zona dopo il pogrom al campo Rom in seguito al finto "rapimento della bambina"; si potrebbe chiudere la Juventus Fùtboll Clèb, i cui tifosi sono stati autori di analogo pogrom a Torino in occasione di uno stupro inventato; si potrebbero chiudere fior di parlamentari di tutti gli schieramenti, che con le loro sicurezze hanno trasformato questo paese in un lager; si potrebbe chiudere il compagno Enrico Rossi, governatore di sinistra della Regione Toscana e fervido sostenitore dei CIE; si potrebbe chiudere il sindaco sgomberatore Matteo Renzi, per incitamento all'odio razziale nei cartelli "attenti agli abusivi" del Mercato di San Lorenzo, raffiguranti per l'appunto dei senegalesi; si potrebbe chiudere La Ladrònia, quotidiano della Lega in oro massiccio e platino Nord; si potrebbero chiudere parecchie cose.

Invece si chiude soltanto la radiolina del Gheri Guido, perfetto rappresentante, al tempo stesso, della Skanditschentum e della cosiddetta "italianità". Questa Theorie der Gherikunde è in realtà una Theorie des Italienertums; però è toccato a lui. Tranquilli; tornerà presto, Radio Studio 54, e tornerà alla svelta anche la Bòce d' i' Pòpholo. E torneranno anche i senegalesi stecchiti nei mercatini, con relative ondatone emozionali. Poi basterà sintonizzarsi sulla frequenza giusta: quella dell'odio a buon mercato. Quella dell'odio che produce. Quella del terrorismo. E' questo il terrorismo, quello vero. Capillare. Però se ne accorgono, ogni tanto, soltanto per una radiolina del cazzo guidata da un ex disc-jockey.

domenica 22 aprile 2012

Da ogni tempo, da ogni luogo

O mio buon Jean, mio collega
mi succede proprio una bella cosa.
Ma in che razza di mondo siamo?
O non mi hanno detto: Vattene, fannullone.
Ecco perché: nella fabbrica
Dove lavoro da quarant'anni
Il padrone mi guardava male.
Non dicevo nulla, i miei figli hanno fame
E anche se non facevo nessuna pausa
al lavoro lui non è contento,
al lavoro non era contento.

Oh, ne ho voluto sapere la causa
Dato che durava da troppo tempo.
Ieri alla fine ho perso la pazienza
E sono andato a vedere il padrone
E gli ho detto, a testa bassa:
"È perché non faccio abbastanza,
Pensate che lavoro troppo poco
E che non posso più contentarvi?"

"Incominci a esser vecchio",
Mi risponde squadrandomi tranquillo,
"Da un po' di tempo il tuo lavoro
è mal fatto e poi sei un fannullone.
Se ti ho tenuto fino ad ora
È per pietà, ma ora è finita.
Ti do ancora qualche giorno."
Credevo di svenire.

"Mi buttate via come uno straccio,
a me, che in centomila modi
mi sono chinato per arricchirvi."
Mi dice: "Non convieni più tanto,
Sei fiacco, vai piano sul lavoro,
Hai i capelli bianchi, ti sei ingobbito
E poi sei un fannullone, vattene, su,
E poi sei un fannullone."

Per ora non lo dico da dove vengono, e di chi sono, questi versi. Vengono da ogni luogo e da ogni momento della società industriale capitalista. Vengono dall'Inghilterra dell'inizio del XX secolo come dall'Italia degli anni '20 o del secondo dopoguerra. Vengono dagli Stati Uniti della Grande Depressione come dalle fabbriche tedesche della repubblica di Weimar. Vengono dalla Grecia e dall'Italia di oggi, dalla Spagna: Jean può chiamarsi Giovanni, Yannis, Juan. Può avere lottato oppure essersi piegato. Può avere avuto rigurgiti xenofobi cadendo nella trappola della contrapposizione tra sfruttati ("ci rubano il lavoro"). Può essere un lavoratore svedese perché non sono mai esistiti paradisi, come un immigrato su un'impalcatura. Può essere, in definitiva, chiunque di noi. E non si sa come va a finire la storia narrata nei versi; può terminare con una ribellione o con il suicidio. Può terminare nella rassegnazione o nella coscienza. Il termine di questa storia può essere ancora tutto da scrivere


La storia di quei versi proviene dalla Marsiglia degli ultimi anni del XIX secolo. I versi, scritti in dialetto occitano marsigliese (ora praticamente estinto) dal poeta Joan Lo Ribèca, sono del 1897 e si intitolano Feniant, che vuol dire: Fannullone. Sono stati messi in musica nel 2000 dal gruppo marsigliese dei Dupain, che hanno fatto come Mathieu Kassowitz nel cinema: un inizio folgorante, spaventoso, enorme. Dopo, il nulla o quasi. Il primo album dei Dupain è come il film La haine. Da togliere il fiato.

La Marsiglia degli anni tra il 188o e il 1910 vede, da un lato, l'immigrazione di un numero spaventoso di manodopera industriale e portuale straniera, soprattutto dall'Italia. E vede lotte operaie continue e represse nel sangue. La strategia padronale è la seguente: dividere i lavoratori su base nazionalistica. Francesi contro italiani, accusati di "rubare il lavoro". Sono gli anni delle stragi di italiani, come quella di Aigues Mortes del 1883; ma anche a Marsiglia, dove emigrano circa 250.000 lavoratori stranieri, non va diversamente.

Quando si leggono queste cose, si tende immediatamente a pensare che siano state scritte appena ieri, o roba del genere. Lo si pensa e lo si dice con un misto di finto stupore e di ipocrita meraviglia, quando si sa benissimo che i meccanismi del capitalismo, pur nella logica evoluzione degli eventi, delle tecnologie, degli sfondi politici e sociali e delle ideologie predominanti, sono sempre stati gli stessi e sempre lo saranno. Bisognerebbe accogliere tutto questo con coscienza ferma e con le idee chiare; quando si legge dei gesti di Dimitris Christoulas o di Savas Metoikidis è necessario pensare a tutti coloro che li hanno preceduti nella storia, e sono legioni oramai senza nome.

Nella Marsiglia di quegli anni, dopo un po', i lavoratori si accorsero in che modo i padroni giocavano con loro; cominciarono, prima timidamente e poi in modo deciso, le manifestazioni e gli scioperi in comune, fianco a fianco. Lavoratori francesi e immigrati italiani e di altri paesi. Fronte comune, e repressione che si abbatté su entrambi, ancora più feroce. Cominciarono a comparire cartelli come Vive la France, vive l'Italie, vive la lutte contre les patrons. E non a caso il poeta Joan Lo Ribèca scelse di scrivere in un linguaggio morente come l'occitano marsigliese; mediante quell'ultimo resto di un idioma antichissimo e glorioso, volle come utilizzare il simbolo di una lingua comune a tutti e senza tempo. La lingua della lotta è una sola. Viene da ogni tempo e da ogni luogo, e dovrebbe essere da tutti compresa. Come la comprende chi muore di lavoro, sotto ogni forma. Come chi muore di disperazione e di rabbia. Come chi muore per arricchire coloro che poi gli danno di "fannullone".

O moun bòn Joan, o moun coulèga
m'en arriva una que'm pega.
Mas de que paoun de mòun essian?
M'an pas dit vai t'en mal, feniant.
Veçì la causa: dins l'usina
Ount eri desprès quarante ans
Lou patroun me fesait la mina.
Desièu ren, mis pichouns an fam,
Maougar que je sitgi de paouva
Aou travailh, el n'ès pas countent,
Aou travailh, era pas countent.

O, querì ne saouper l'encaou,
Ca durà desprès trop loungtemps.
Hier enfin, ma paciença lassa,
Anèri veure lou patroun
E li diguèri, testa bassa:
"Ès-çi perqué n'en fai pas prou,
Trouvàs que travailh trop gaire,
Que podi plu vous countentar?"

"Coumençàs a venir dins l'atge",
Me respuent en me sussent plan,
"Desprès quelque temps vuest ouvratge
Ès mal fait e pues sias feniant.
Si vous ai gardat ientges qu'ara
Ès par pietat, n'ès finit.
Vous doni quelques journs encara."
Ieu cresièu de m'estavanhir.

"Coum un esfàs me jetàs,
Me, que de cent miles manieres
Pour v'enrichir m'essièu vourtat."
Me dis: "Me reportàs plu fuars,
Sias muelh, vas adaisou aou travailh,
às el pelh blanc, toun corps se tuort
E pues sias feniant, vai t'en, vai,
E pues sias feniant."

giovedì 19 aprile 2012

Fiore ha cento penne


Fiore, stasera, è piombata al CPA mentre infuriava la preparazione della "cena de' vecchi". Siccome il mercoledì c'è la cena de' giovani, il giovedì c'è quella de' vecchi; il fatto è che Fiore ha dodici anni e mezzo e fa la seconda media. Si chiama proprio così, Fiore; è entrata in cucina coi libri e i quaderni di scuola in mano, dichiarando che doveva studiare inglese e Tamara De Lèmpiha; e io subito a fare il pedante, e a dirle che bisognerebbe dire Lempìzka. E lei: "A me mi va bene Lèmpiha". E zitto te, Venturi.

Guardi la Fiore, che è figlia per l'appunto di un vecchio del CPA, e ti sembra di fare un salto indietro di qualche secolo. Viene direttamente da un quadro del Rinascimento. Altissima, filiforme, la grazia incarnata. Bionda, gli occhi chiarissimi, acquosi, di un colore indefinibile. Una bellezza di un tempo che non c'è più; e, al tempo stesso, una ragazzina d'oggi. Cava fuori il diario dove c'è scritto "Fiore" in tutte le salse; telefona a una compagna per chiederle chissà cosa; apre bocca e la bellezza rinascimentale si mischia alla Lèmpiha e a un modo di parlare da fare scompisciare, perché è di una simpatia unica.

Nel frattempo, bisogna che vi presenti il CPA, noto covo di terroristi e fucina di galere e arresti domiciliari, in una serata qualsiasi. Al tavolo c'è Giancarlo, un tambocchiolino di un metro e sessanta, con la chitarra e il suo quadernone dei testi. Spettinato in modo quasi artistico. Giancarlo, tutta la sua enormità l'ha messa nella voce; ha una canna di fiato da stiantà un bove. Si mette a cantare e lo sentono da Bologna. Più in là c'è il cantore popolare ufficiale del Centro: come si chiami per davvero se lo dev'essere dimenticato pure lui, visto che per tutti è Il Menestrello. Uno che nel suo repertorio mescola i canti partigiani col Tango di Piazza Piattellina, le canzoni politiche degli anni '70 con quelle da caserma; o che lo volete i' popolo? Le canzonacce da caserma, dice il partigiano Sugo, le cantavano a profusione anche lassù in montagna, con le armi in pugno a liberar l'Italia dai nazifascisti. Poi ci sono io che vago; a un certo punto mi metto a cantare assieme al Menestrello Fagioli 'olle 'otenne, noto "hit" livornese. Ci sono la Diàola e i' Diàolo, coppietta ovviamente diabolica; in cucina c'è un casino indescrivibile, affettamenti di cipolle, mescolamenti di lampredotto e trippa, asparagi che bollono, cortellàte su i' tagliere, bestemmie sanguinose, l'immancabile capannello col discorso politico serio, la gente che va e viene dalla "Biblioteca Majakovskij". E la Fiore che fa l'inglese e Tamara de Lèmpiha. Quand'ero in seconda media io, manco si sapeva che esisteva, quella lì; al massimo, ci si scambiavano le figurine e i giornalini dei Fantastici Quattro (io me li scambiavo sempre con un ragazzo che aveva, in assoluto, gli orecchi più sudici e merdosi che abbia mai visto; alla fine, un giorno, glielo dissi e ci rimase malissimo).


Poi è arrivato il partigiano Sugo, che ha un po' più di dodici anni e mezzo; e s'è messo a chiacchierare con la Cristina e con altra gente. Giancarlo spaziava da Bob Dylan a qualche improbabile gruppo militante còrso, sempre con quella sua voce da demolire i muri (e demolirli al CPA, a dire il vero, non sarebbe propriamente difficile). Io e il Menestrello s'ascoltava. Poi la Fiore ha chiuso i libri e ha preso un quaderno con sopra raffigurato un personaggio che non conosco, un giovanotto col ciuffo, sonasega chi gli è. Bisognerebbe avere dodici anni per saperlo, probabilmente; ma senza arrivare agli ottantasei anni del Sugo, anch'io appartengo oramai a un passato lontanissimo per quella ragazzina. Ha chiesto, la Fiore, se poteva cantare una canzone anche lei, e figuriamoci; Giancarlo le ha dato subito la chitarra. Perché la Fiore la sa strimpellare. Dico "strimpellare" con tutta l'invidia provata da uno come me, che non sa sa fare nemmeno mezzo accordo e che non ha mai imparato; e la Fiore ha cominciato a cantare, con una vocina bassa bassa. Talmente bassa che, all'improvviso, è calato il silenzio. Sul suo quadernetto col ragazzo ciuffato, sul quale ragionevolmente ci si aspetterebbero i tizianiferri o i giastinbìber, aveva trascritto una canzone partigiana. Il bersagliere ha cento penne.


Mentre la fiore cantava, è arrivato il Sugo come spinto da una molla; ma senza dire una parola. Io lì col braccio al collo del Menestrello. Giancarlo a bocca spalancata. Zitto perfino il Bellino che giocava a carte. In cucina, tutti fermi; mezzelune a mezz'aria, discorsi politici troncati, soffritti sospesi, le cipolle che forse ascoltavano anche loro prima di essere tritate. E la Fiore che andava avanti, con quelle sue manine raffaellesche, a suonare e a cantare del partigiano che di penne non ne ha nemmeno una e che riman lassù anche se venisse l'inferno. Il sugo in pentola che bolliva nel silenzio, e il Sugo partigiano che si era messo a piangere. Non sono esagerazioni; semplicemente ci s'ha da mettere nella testa di quel vecchio che sentiva cantare una canzone del genere da una ragazzina, dopo averla sentita nella sua vita chissà da chi. Anche perché lassù nei boschi di Fontesanta, col fucile in mano, era poco più grande di lei; aveva diciassett'anni. E Gogliardo Fiaschi, quand'era entrato in Modena liberata in testa ai compagni e portando la bandiera, di anni ne aveva quattordici e mezzo.

E la Fiore che attaccava l'ultima strofa di quella canzone, che è breve. Alzando un po' la vocina agli ultimi due versi, quelli che dicono: Perché se libero un uomo muore, Non gli importa di morir. Il padre, che è un ragazzone terroristicamente buono come il pane, con gli occhi lucidi. Mi scuserete questo profluvio di làgrime che vi farà sicuramente pensare chissà cosa; ma siccome un po' ce le avevo anch'io, che non sono particolarmente propenso alla commozione, dovete pigliare tutto per buono. Solo per la Fiore doveva essere una cosa normalissima; come no, a dodici anni e mezzo cantare una canzone partigiana anonima del 1944 in mezzo a un posto del genere, è roba da nulla. Anzi, talmente da nulla, che alla Fiore non glien'è fregato manco un po' nemmeno dell'applauso, che del resto non le è stato fatto. Ha avuto strette di mano e abbracci. Qua e là un pugnetto chiuso da qualcuno, ma senza farsi vedere troppo; per quelli veri e palesi, se lo vorrà lei, c'è tutto il tempo. Ora c'è la Tamara de Lèmpiha e l'inglese. Probabilmente, sul quadernetto col ragazzo ciuffato ci sono anche Tiziano Ferro e Justin Bieber; oppure, chissà, c'è qualche altro canto partigiano.

E son ricominciate non a fiorire le viole, in questo aprile novembrino, ma a soffriggere le cipolle oramai rassegnate al loro destino; del resto, fanno piangere e sicuramente era colpa loro. Son tornati mòccoli e urli, i discorsi seri, Giancarlo ha ricominciato a berciare Sindo Garay e Me and Bobby McGee; la Fiore deve andare a letto presto, domani c'è scuola e se n'è andata via col babbo. E io? Io là, a pigliarmi la pasticca di metformina in attesa di mangiare il risotto con gli asparagi e il brie. Mica si scherza al CPA, sulla cucina; come la chiamano, l'Enoteca Minchiorri. E qualcosa mi si formava in testa, perché suonare la musica non so, ma suonare le parole un pochino sí; e la Fiore se lo merita, perdiana, in questo giorno che è il primo del mese di Floreale, o Fiorile. Senza trarre morali o far discorsi roboanti su speranze che non muoiono, anche se forse non muoiono davvero.

Nella foto c'è la Banda Corbari. Forse non c'entra niente, o forse sí.

mercoledì 18 aprile 2012

Dezuccherare tutto, ovvero la "Liberare tutti" del diabetico


Tornando a parlare di argomenti serissimi dopo la parentesi su quella ridicola cosa che si chiama "lavoro", debbo dire che la crisi vera, per me, è cominciata domenica scorsa. Raramente sono invitato a una festa, ma ogni tanto mi succede; e si dà il caso che fosse una festa di compleanno. Sic. Io che, lo scorso anno, l'ho festeggiato in un reparto di terapia intensiva. Dove, per altro, dalle numerose analisi che mi hanno fatto è risultato pure che sono diabetico. Sigh. E i dolci, porca paletta, mi garba(va)no pure parecchio. Insomma, domenica scorsa mi sono trovato di fronte a un delirio in tavola: torte di ogni specie, pasticcini, biscotti, e tutti che sbafavano. E io, invece, a sorbirmi una macedonia di frutta senza zucchero. In me si è fatta strada la decisione di ogni rivoluzionario che si rispetti: l'insurrezione. E non esiste insurrezione senza canzoni! Ne ho quindi composta una, dove peraltro si nomina una certa piantina che potrebbe risultare parecchio utile. Si dia quindi inizio alla rivoluzione; ho preso a prestito una famosa canzone che parlava di "liberare tutti". Mi è presa così, e del resto sono un ragazzo abbastanza iconoclasta per permettermelo!

Ci sono tanti dolci
di cui siamo privati
perché i pasticcieri
li fanno zuccherati

E sono fianco a fianco
sopra sugli scaffali,
torte e sfogliatelle
t'occhieggiano carnali

Ma noi abbiam deciso:
il saccarosio fuori
dalle pasticcerie,
da meringhe e pandori!

Per questo abbiam bisogno
di stevia a profusione,
forza a darci da fare
con la coltivazione

Dezuccherare tutto
vuol dir mangiare ancora
caterve di dolciumi
ad ogni ora!

Sennò si piscia dolce
e poi la nostra urina
si mette nel caffè
che si beve in tazzina

E tutto il saccarosio
lo butteremo via,
sennò vanno a dumila
glicata e glicemia!

Porco glucosio,
c'hai mandati a gallina,
ci tocca farci pere
con l'insulina!

Facciam vedere
che ne facciamo a meno,
con fonti alternative
di torte faremo il pieno!

Ci avrei una voglia cane
di farmene una fetta
di quella torta immane,
sembra che là m'aspetta.

Dezuccherare tutto
vuol dir mangiare ancora
caterve di dolciumi
ad ogni ora!

Dedicata a Fvrivs Necroclericvs che mi ha regalato la stevia
e a Serena che l'ha scoperta (e rispondi al telefono, perdiana!)