mercoledì 13 marzo 2013

Dopo il corteo antifascista del 9 marzo: alcune valutazioni


Nota del blogger. In questo caso, il presente blog ritiene opportuno riprendere il comunicato emesso da poco da Firenze Antifascista riguardo alla manifestazione di sabato scorso, condividendolo. Chi scrive ha comunque partecipato a tutte le riunioni preparatorie del corteo antifascista del 9 marzo (nonché al corteo stesso) e può quindi confermare tutto ciò che viene affermato nel comunicato in questione. Un originale del comunicato si trova sul blog del Centro Popolare Autogestito Firenze Sud, ma non si nutre alcun dubbio che verrà ripreso anche dalle altre realtà che, più che "formare" Firenze Antifascista, in essa (ma non soltanto in essa) esplicano quella pratica quotidiana dell'Antifascismo militante in questa città, la quale si contrappone a quello che, giustamente, nel comunicato viene defiinito "antifascismo perdente" e che il sottoscritto non esita a chiosare ulteriormente come assai più vicino al fascismo che del resto ha foraggiato e continua a foraggiare. NB. Nel riprodurre il comunicato, introduco soltanto una paragrafazione per aumentarne la leggibilità, ed alcune sottolineature di passi che ritengo opportuno mettere in maggiore evidenza.

Come Firenze Antifascista, viste anche le dichiarazioni sulla stampa e il comunicato di Silvano Sarti, crediamo necessario intervenire rispetto al corteo antifascista di sabato scorso. Un corteo, sottolineiamo, partecipato da circa 1500 persone, studenti, lavoratori, militanti e semplici cittadini, che hanno contrastato ancora una volta la presenza dei fascisti nella nostra città. 

Il corteo è stato lanciato preparato e autofinanziato, come ormai da anni, da Firenze Antifascista, coordinamento di realtà politiche, sociali e studentesche di cui fanno parte anche diversi circoli territoriali dell'ANPI. Questi circoli hanno proposto all'ANPI Provinciale ed al suo presidente Sarti, di aderire formalmente all'iniziativa. Appare quindi sconcertante, diremmo anche ridicola oltre che in palese malafede, la ricostruzione che Sarti fa della nascita della manifestazione, sostenendo che l'ANPI provinciale ne fosse il promotore. Così come appare sconcertante che dica di aver preso la testa del corteo proprio quando sono stati i compagni di Firenze Antifascista a chiamarlo per fare un intervento in cui ha detto: "Noi non abbiamo mai cambiato nome in settanta anni. Voi siete quello che rappresenta l'antifascismo oggi". Ma con chi pensava di parlare? Con i manifestanti di Firenze Antifascista o con il Pd-Ds-Pds-Pci? mah… E per ultimo, sembra assurdo che sempre il Sarti si lamenti della strumentalizzazione della stampa e del fatto che non si sia parlato del corteo ma solo delle polemiche...proprio lui che si è lasciato andare a dichiarazioni indecenti… 

Nella fase preparatoria del corteo era stato chiarito che non sarebbero state gradite le bandiere di quei partiti che hanno di fatto legittimato la presenza dei neofascisti nella politica italiana.
In nome della cosiddetta “memoria condivisa” i dirigenti del PD hanno appoggiato al pari di Storace, Berlusconi, Totaro e Meloni l’istituzione del Giorno del Ricordo. Hanno legittimato la presenza delle sedi dei neofascisti e le loro iniziative pubbliche in nome della “libertà d’espressione”. Sono arrivati a cercare di spiegarci le ragioni dei cosiddetti “ragazzi di Salò”. In questa città l’assessore Giani nel 2007 e 2009 assistette addirittura alla commemorazione in Largo Martiri delle foibe ricevendo il ringraziamento di Donzelli. In questa città Renzi ha legittimato la presenza della sede di Casa Pound a pochi mesi dalla strage di Piazza Dalmazia. Ci domandiamo quindi se le militanti del PD non abbiano per caso sbagliato partito!
Nonostante l'apporto di PD e SEL all'organizzazione di questa giornata fosse stato pari a zero, in piazza pretendevano di sventolare le loro bandiere.
Dopo l'invito a toglierle ne è nata una breve discussione che non è mai sfociata in qualcosa di più delle parole: quando il corteo ha iniziato a sfilare le militanti del PD e di SEL hanno deciso volontariamente - come da loro stessi affermato - di andarsene, assieme a quei pochi che evidentemente si sono sentiti di troppo. 


La presenza solitaria del segretario CGIL Fuso e della neo parlamentare di SEL Chiavacci (ci chiediamo dove fossero i numerosi militanti antifascisti di CGIL e SEL) arrivati con il Sarti, già con fare arrogante e provocatorio con la volontà di mettersi davanti al corteo e subito pronti a scatenare la gazzarra e poi pronti ad andare via con al seguito solo il codazzo di qualche giornalista., dimostra con chiarezza la strumentalità della loro presenza.
Ed è bene ribadirlo: da quella piazza se ne sono andati in cinque!
Chi, come la Gazzetta del PD (alias La Repubblica) parla addirittura di purghe (!!) era evidentemente in piazza solo per garantire visibilità alla provocazione. Una provocazione messa in piedi per attaccare chi, con una pratica antifascista chiara, attuale e non celebrativa, riesce ancora ad avere radicamento e consenso in questa città.
 

Non stupisce in questo senso il ruolo di servitù svolto da Repubblica fin dai primi minuti successivi alla partenza del corteo, con il suo giovane redattore prono a svolgere il ruolo affidatogli fino ad inventarsi un gruppetto di ragazzi che derideva il partigiano, né stupisce quanto trasmesso il giorno dopo da Controradio (che sarebbe l'ora togliesse quel “contro” davanti…): una radio che si vanta di essere alternativa ma che non è in grado di mandare neanche un collaboratore in una piazza come quella di sabato per poi raccogliere le veline della Gazzetta del PD facendole proprie.
Ma che vogliamo… bisogna pur mangiare e se i soldi arrivano da PD, Regione e Comune, un mediocre come il direttore Bufano è ben contento di fare un buon servizio ai suoi padroni, impedendo addirittura ad un partigiano dell'ANPI, "Sugo", attivo in Firenze Antifascista, di intervenire perché avrebbe rotto lo schema “cattivoni” contro partigiani.
 

La verità è che esiste un antifascismo perdente, triste, celebrativo, da corona d'alloro, buono solo per appuntarsi una medaglina sul petto accompagnandosi al partigiano di turno. Che si trascina da decenni tra una cerimonia e l'altra, senza più un minimo di partecipazione, mentre in Italia ed in Europa crescono cultura, organizzazioni politiche e spinte dichiaratamente neofasciste. Un antifascismo che fa comodo al sistema, conservativo, cui però si contrappone un antifascismo scomodo, non istituzionale, che fa della presenza sul territorio la propria bandiera.
C'è chi ancora, non ce ne voglia Sarti, crede esista un arco costituzionale e pensa di essere rimasto al 1948: andrebbe spiegato a lor signori che solo alle ultime elezioni i partiti dichiaratamente fascisti erano almeno 4 e che non passa giorno in cui non si dica che il fascismo delle origini era buono (quale, quello che bruciava le camere del lavoro?), che Mussolini ha fatto le bonifiche, che il fascismo non era razzista fino al '38 ed altre amenità del genere.
 

Preferiscono attaccarci e dare a noi di “fascisti” quando per anni hanno taciuto sulle prepotenze e le ingiustizie compiute dai fascisti… quelli veri. Commemorano poi chi dai fascisti fu trucidato 70 anni fa e fingono di non vedere che i fascisti uccidono ancora oggi come nel caso di Dax, ucciso 10 anni fa a Milano, di Nicola, ucciso a Verona, o di Renato, ucciso ad Ostia.
Dov'erano il PD, l'ARCI e la CGIL quando i fascisti giravano armati di bastoni per il centro di Firenze? Dov'erano quando CasaPound cercava di distribuire il pane al Galluzzo? E quando aprì la sede? Dove sono quando i fascisti vanno a cercare di intimidire i compagni dei collettivi davanti alle scuole? E la lista sarebbe ancora lunga…
Dov'erano insomma tutti questi solerti democratici quando c’era bisogno di denunciare le peggiori nefandezze compiute dai fascisti? Assenti. Non pervenuti. Sono riapparsi tutti assieme quando c’è stato da difendere due bandiere di partito!
 

Al blocco politico composto da CGIL, ARCI, PD, SEL evidentemente non è rimasto altro che qualche mezzuccio provocatorio per avere qualche titolo e queste misere provocazioni evidenziano la natura del loro totale smarrimento e la pesante difficoltà di consenso specialmente tra quelle nuove generazioni che si sono viste “barattare” il futuro con i diktat europei in nome dello spread e del profitto e che proprio per questo sono in piazza pronte a lottare.
Sabato scorso in corteo con Firenze Antifascista c’erano tantissimi di questi giovani, insieme a lavoratori e antifascisti di ogni età. Noi non abbiamo bisogno di usare mezzucci per trovare spazi, noi i nostri spazi li conquistiamo e li difendiamo giorno per giorno.
Noi l'antifascismo lo pratichiamo quotidianamente, noi non dobbiamo ripartire.
Noi non abbiamo bisogno di pensare a cosa fare il prossimo 25 aprile: il 25 aprile lo organizziamo già da tempo e anche quest’anno saremo in S.Spirito nella nostra storica piazza insieme a tutti coloro che si riconoscono nella Resistenza di ieri per combattere il fascismo di oggi.

Firenze Antifascista

martedì 12 marzo 2013

दो मुक्त हत्यारों



(Il titolo, in lingua hindi, significa: due assassini liberi.)

domenica 10 marzo 2013

'a Bbidonara, er Piddirindiddì e l'Antifascismo


E l'è rinova!

'A Bbidonara ha colpito ancora. Eh sì, sto parlando proprio di lei: della (oramai ex) gggggiòvane Giorgia Meloni, qualcuno si ricorda ancora della ministra d'a'a' ggggioventù del governo Berlusconi nonché di quella che voleva fare le "primarie der piddièlle" per poi, una volta tornato in campo il Grande Capo Supremo, andare a rifinire in Fratelli d'Italia?

Oggi, a Firenze, c'è stata l'annuale passeggiatina sul viale Milton (il cui capolavoro, Paradiso Perduto, ben si attaglia alla maggior parte dei passeggiatori in questione) dei tricolorati; insomma, per farla parecchio breve, la solita cinquantina o poco più di fascistoni e fascistelli che sfilano per la "giornata della memoria" sulle foibe; cioè, oramai, per una cosa che, con tutta probabilità, anche loro stessi considerano alla stregua poco più di una presa per il culo. Oltretutto, quest'anno è toccato loro anche un pomeriggio in cui marzo ha fatto il pazzo, come da tradizione; e con parecchia acqua a catinelle.

Anche per quest'anno, in pompa magna e su tutte le migliaia di manifesti per il "Corteo delle foibe", era stata preannunciata la presenza di Giorgia Meloni; dico "anche per quest'anno", dato che l'anno scorso la suddetta aveva pensato bene di dare forfait all'ultimo momento, preferendosene evidentemente restare al calduccio (nel 2012 la "giornata della memoria" si era svolta regolarmente in febbraio, e il corteo si era svolto in un pomeriggio in cui a Firenze c'erano sette gradi sottozero).

Quest'anno, invece, nonostante la pioggia la temperatura era alquanto gradevole (faceva quasi caldo...); però, appunto, pioveva parecchio. Et revoilà: all'ultimo momento, la Meloni ha fatto sapere di avere improcrastinabili impegni ed ha lasciato di nuovo i suoi (scarsi) cameratucci a "ricordare" e, soprattutto, a inzupparsi d'acqua. Oh, mica scema! 

Sembra che il prossimo anno, per avere finalmente la Meloni al "corteo delle foibe", i tricolorati siano intenzionati a spostare la "giornata della memoria" nel mese di luglio. Ovviamente si beccheranno la famosa ondata di caldo ("Satana", "Belzebù" o come vorranno chiamarla) e l'ex Ministronza farà sapere all'ultimo momento di essere indisponibile. Troppo ganza, 'a Bbidonara!


Da un'altra parte, ma abbastanza vicino (più vicino era impossibile dato che, per proteggere quella cinquantina di fascistelli smelonati, era stato messo su uno schieramento di sbirri che nemmeno ci fosse stato il presidente degli stat'uniti), qualche po' di gente in più stava a beccarsi la stessa acqua sul groppone per ricordare a tutti che questa città una storia ce l'ha, ma non inventata come quella delle "foibe". Ce l'ha e ben precisa; e si dà pure il caso che parecchie, ma parecchie persone non siano per nulla disposte a rinunciarvi.

A proposito di storie inventate, però, oggi nessuno ha battuto (e come dubitarne?), "Repubblica". La quale s'è accalorata molto per il trattamento riservato a qualche demente provocatore der Piddirindiddì che è stato invitato a levarsi fuori dai coglioni assieme alle sue bandierine di merda. Fate bene attenzione, perché l'articolo di "Repubblica" è stato praticamente dettato dai piddirindiddini, e contiene una serie di menzogne (e di inesattezze) che definire agghiaccianti sarebbe uno squisito eufemismo.

A tale riguardo sarebbe invece da ricordare che, a Firenze come altrove, è stato proprio il PD a sdoganare decisivamente i fascisti, ma che dico a sdoganare? A blandire, coccolare, foraggiare. E questo anche ben prima della giunta di Matteino Renzi. Giova ricordare che il "Largo Martiri delle Foibe", vale a dire lo squallidissimo ex slargo finale del viale Milton, è stato istituito dalla giunta Domenici-Cioni; che l'assessore PD Giani, lo scorso anno, partecipò in prima persona al corteo fascista tricolorato; che la giunta Renzi non ha avuto nulla da ridire all'installazione in pieno centro (via Sant'Anna, a due passi da S.Marco) della sede di Casapound dopo tutto ciò che è successo in Piazza Dalmazia; che, contemporaneamente a tutto questo, le realtà antagoniste fiorentine, oltre ad essere sottoposte alla quotidiana repressione da parte degli apparati dello Stato, sono costantemente sotto minaccia di sgomberi (via dei Conciatori, un esempio) e vendite (il CPA) da parte della giunta PD; e così via.

Ci sarebbe da chiedersi quale diverso trattamento si aspettavano quelli e quelle der Piddirindiddì oggi, al corteo di Firenze Antifascista (a cui ha aderito, per la prima volta, anche l'ANPI provinciale; tant'è che il suo presidente, "Pillo" Sarti, ha tenuto anche un discorso alla fine del corteo e non si è affatto "staccato" come dichiarato nella collezione di bugie travestita da articolo di "Repubblica").  E' stato riservato loro il trattamento logico riservato a dei complici dei fascisti, sotto ogni aspetto. Nulla può avere a che vedere il PD con l'antifascismo, quando ovunque agisce in modo scientemente contrario. Semplicemente devono scomparire dalla faccia della terra, cosa verso la quale sono peraltr e fortunatamente ben avviati.

Appare quindi chiaro che il tutto è da ricondursi a un rozzo tentativo di provocazione, all'esclusivo fine di poter dire di essere stati "aggrediti" (non sono stati nemmeno toccati, e direi che gli antifascisti fiorentini se ne sarebbero comunque guardati bene, visto che erano privi di disinfettanti) e di andare a spacciare agli amichetti di "Repubblica" un comunicato forse già preparato in anticipo. Quanto a "Repubblica", mi chiedo se per caso i suoi scribacchini & pennaiuoli di vario grado siano sottoposti ad una sorta di "test di Pinocchio" prima di entrare a lavorarvi.

La pratica dell'Antifascismo già deve confrontarsi con una realtà ostile e, sicuramente, in parecchi casi contraddittoria al suo interno stesso, e passibile sia di gravi rischi che di difformità di metodi. Credo che, però, a Firenze come altrove, su una cosa tutti gli Antifascisti autentici, appartenenti ai movimenti antagonisti o a realtà differenti, siano d'accordo: per il PD non c'è e non ci può essere più alcun posto. Vadano, d'ora in poi, a fare pure il "corteo delle foibe": ci staranno benissimo, visto peraltro che il decreto di istituzione della "giornata della memoria" è stato firmato dal loro caro Napolitano.

venerdì 8 marzo 2013

8 martie, diseară





Ca din minune se ridică noaptea,
în linişte umblă încă cu ochii închişi
ca şi cum aude un cântec vrăjit
şi întoarce pe leagăn să visează

Cu lunga rochie, cu faţă de lapte,
cu raze de lună în părul său des.
Statuia de ceară s-apleacă dintre flori,
cu invidie o pândesc nişte spiriduşi.

Leagănă leagănă, vântul o împinge
pentru dorinţă îşi captură stele.
Din zid se îndepărtă o umbră tainică,
în jocul de fată se pierde o femeie.

Un strigăt la zori în mijlocul căii,
un om de bucată invocă pe croitor,
cu voce confuză repetează întruna:
“Eu nu vream să-o deştept aşa,
Eu nu vream să-o deştept aşa”

giovedì 7 marzo 2013

Il gioielliere, il coltello e la danza


Si comincia col cognome, si nasce con un cognome che manco si sa bene come si scrive. Κοεμτζής (Koemtzìs) nella forma più generalmente nota; ma all'anagrafe di Eginio di Pieria, nel 1938, è scritto Κουγιουμτζής (Kuyumtzìs). E sarebbe questa, probabilmente, la forma più autentica e corretta: un cognome di origine turca, derivato da kuyumcu, che significa “gioielliere”.

È la sera del 24 febbraio 1973 quando due fratelli entrano in un locale notturno ateniese, il Neraïda tis Athinas (“Fata di Atene”), dove due altri fratelli, i Romios, suonano il bouzouki accompagnati da un'orchestra. Il locale, tenuto da tali Karousakis e Athanasiadis, è uno di quelli che, a Atene, vengono detti skyladika: dei “posti da cani”. Locali notturni di infimo ordine dove si suona e si balla esclusivamente musica popolare greca, frequentati da un sottobosco di piccoli criminali, alcolisti, prostitute e tipacci a vario titolo; ma dove anche, si dice, è possibile cogliere la “vera anima greca”. Possibile; però, a chi li frequenta, della vera anima greca non deve importare assolutamente una minchia. Stanno lì per ballare, per affogare, per dimenticare, per scoparsene una disponibile, per bere in mezzo all'aria irrespirabile dal fumo. Trovare dei motivi validi per tutto questo, è probabile che non sia punto difficile nell'Atene e nella Grecia del '73, così come -per motivi al tempo stesso diversi e molto simili- non sarebbe difficile trovarne ora, nella Grecia d'oggi.

Nikos Koemtzìs.

I due fratelli che entrano dentro quel locale di merda si chiamano Nikos e Dimosthènis Koemtzìs; Nikos, il maggiore, ha trentacinque anni; il fratello minore, cui vuole un bene dell'anima, ne ha qualcuno in meno e sa ballare bene. Nonostante il loro cognome, la cui origine etimologica probabilmente non conoscono affatto, sono tutt'altro che “gioiellieri”; di gioielli non ne hanno visto nemmeno uno nella loro vita grama e dura di proletari, o sottoproletari. Sono nati in un posto in culo al diavolo; Eginio di Pieria, nella Macedonia centrale, nord egeo della Grecia abitato ancora in massa, all'epoca, da slavi (il paese, fino al 1926, aveva il nome slavo di “Libanovo”). Un posticino simpatico dove, appena finita la guerra mondiale, inizia subito la guerra civile. Nel 1945 il padre dei due ragazzi, comunista, scappa in montagna e si dà alla macchia; per paura di rappresaglie da parte delle autorità, i paesani si tengono alla larga da Nikos, che è solo un ragazzino. Solo come un cane, e che deve occuparsi del fratellino; già da allora capisce bene che cosa significhi essere, al tempo stesso, tenuto d'occhio dalla Polizia (che, probabilmente, ne segue le mosse per arrivare al padre) e scansato dai compaesani impauriti. A un certo punto, piglia il fratello e se ne va via. Da qualche parte, va tutto bene. Salonicco dista soltanto quaranta chilometri, poi arrivano a Atene e poi chissà dove, di qua e di là. Nikos lavora come operaio a giornata, si proclama comunista e si accorge in men che non si dica che, nella Grecia degli anni '50 e '60, da operaio comunista si patisce la fame. Perdipiù quando si è segnati già “di famiglia” e si è nel mirino dello Stato. Comincia quindi a rubare, e naturalmente a entrare ed uscire dalle galere.

Quella sera del febbraio del '73, quando Nikos entra nel locale assieme al fratello, ha appena finito di scontare sei anni di carcere per furto. Gli ennesimi. Voleva, si dice, “mettere la testa a posto”; si era persino fidanzato con una brava ragazza, che stava per sposare. La Polizia, vedendolo così bene intenzionato, gli aveva fatto la grande proposta: diventare un informatore. Una spia. Sotto una dittatura, poi, le spie sono fondamentali. Lo avrebbero lasciato in pace e persino ricompensato, e si sarebbe sposato la sua ragazza e fatto tanti bei piccoli schiavi. Ma Nikos Koemtzìs è pazzo; in tali casi, si definisce “pazzo” chiunque non agisca come Potere vuole, e anzi si ribella. Una cosa da pazzi, appunto. Alla proposta della Polizia, dice no. Rifiuta, senza fornire nessuna spiegazione; no e basta. Nessuna intenzione di guadagnarsi da vivere e da star tranquillo facendo l'infame; ce ne sono già abbastanza. Pazzo com'è, sa benissimo a che cosa sta per andare incontro, e che gliela avrebbero fatta pagare carissima; presentendolo, da Atene scappa a Salonicco, di nuovo. Quelli lo raggiungono a Salonicco, capirai che sarà è c'è già pure l'autostrada, e lo riempiono di botte per fargli capire bene come va il mondo. Torna a Atene ridotto a una merda umana, e per ribadire il concetto gli fanno fare un giretto in certi sotterranei di qualche commissariato, da dove i rumori non si sentono nemmeno quando sono in forma di grida; se anche si sentissero, poi, nessuno muoverebbe un dito.

Non ha un soldo; sicuramente si rimetterà a rubare, e altra galera, e anche qualcosa di peggio visto l'andazzo. Gli resta il matrimonio, la sua adoratissima fidanzata; gli sbirri gli mandano a monte anche quello, per completare l'opera. Prelevano la ragazza e la “convincono”, servendosi anche dei genitori che, spaventati a morte, “consigliano” alla figlia di troncare con Nikos e di trovarsene un altro bravo, cristiano e lavoratore; e il fidanzamento viene interrotto. Così Nikos è solo, col fratello minore che balla. Quando si è soli, senza un soldo, con la vita finita, pazzi, braccati dalla Polizia, sotto una dittatura militare, persino comunisti e appartenenti a una classe che manco si sa quale sia oramai, che cosa si fa? Si va nel primo locale a bere e a veder ballare il fratello bravo. Bisognerà parlare a questo punto di che cosa sapeva ballare Dimosthènis.

Sa ballare lo zeïbekiko. Il nome di questa danza deriva da una parola, turca pure lei, che indicava, sotto l'Impero Ottomano, i greci che si erano islamizzati di facciata, mantenendo però tutte le abitudini culturali (e la lingua). Specialmente nelle danze popolari, gli zeïbekides dimostravano di essere ancora greci, di aver mantenuto la propria anima; da qui il nome della danza stessa, che -si dice- ancora oggi sia capace di esprimere tutto quel che si ha dentro col linguaggio del corpo, col movimento che risponde al moto dell'animo. Lo zeïbekiko, però, ha le sue regole. La principale è che deve essere ballato rigorosamente da soli. E' una danza personale, nella quale l'uomo sputa fuori le sue pene, le sue gioie, le sue passioni, le sue vite e le sue morti; guai se qualcuno va a rompergli i coglioni mentre balla. E' un'offesa mortale; in pratica, nei locali, quando qualcuno richiede uno zeïbekiko, chiunque si trovi in pista o in sala deve sloggiare e mettersi a sedere. E guardare. Chi balla si mette a nudo davanti agli altri, comunica loro chi è e che cosa ha nelle viscere, e quindi nessuno deve azzardarsi a mettersi a ballare assieme a lui.

La richiesta di uno zeïbekiko ai suonatori ha un nome specifico: si chiama parangelià. Con l'accento sulla “a” finale vuol dire soltanto quello: la richiesta che un uomo fa di suonare uno zeïbekiko che andrà, da solo, a ballare. La lingua greca, lo avrete capito tutti da certe cose che da un po' di tempo scrivo qua dentro, è strana parecchio; basta spostare un accento, dire parangelìa con l'accento sulla “i”, e diventa un comunissimo termine per “ordine, comando, incarico”. Quella sera, Nikos ha voglia che il fratello balli uno zeïbekiko; attraverso il fratello e la sua danza, ha bisogno di sentire bene che cosa stia accadendo dentro di sé. Gli dice quindi di andare a chiedere una “parangelià” al caporchestra, che accetta immediatamente. Anche perché rifiutare una parangelià da parte di qualcuno che gliela chiede, in quei posti potrebbe costare la classica “aspettatina fuori”, e non per andarsi a bere un bicchierino assieme. La cosa segue poi una specie di rituale; il caporchestra fa terminare il pezzo che si sta suonando, poi urla: “Parangelià! Richiesta!”. A questo punto, chi è in pista deve mettersi a sedere; il richiedente va quindi in pista, comincia la musica e l'uomo si mette a danzare. E' consuetudine che, durante la danza, il pubblico getti in pista ogni sorta di cosa che si rompe: soprattutto piatti e bicchieri. Negli skyladika ateniesi, e specialmente nei bouzouxidika, i “locali di bouzouki”, si cammina e si balla letteralmente su un tappeto di cocci, che poi gli inservienti spazzano via alla fine di ogni pezzo. Questo perché il danzatore deve dimostrare sia estrema abilità, sia la totale mancanza della paura di ferirsi; va da sé che, in origine, lo zeïbekiko deve essere stata una danza di guerra, e che non possano ballarlo le donne.

Il locale "Neraïda tis Athinas".

Dunque, Dimosthenis va in pista; si sa anche quale pezzo ha richiesto, Vergoules di Markos Vamvakaris, uno dei grandi del “rebetiko”. Comincia a ballare e il fratello lo guarda, estasiato, con qualcosa che gli sale dentro. Non si erano accorti prima, che un paio di persone li stavano tenendo d'occhio; e avrebbero fatto meglio ad accorgersene. Queste due persone, infatti, sono in pista; una di loro è accompagnata da una donna che se ne sta a un tavolino. Stanno in pista e non si levano. Non vanno a sedersi e, quel che è peggio, girano le spalle al danzatore e continuano a ballare per i fatti loro. E' un gesto di sfida e di provocazione intollerabile: Dimosthènis urla: “Questo pezzo è mio!”, e tenta di spingere via i due; quelli, per risposta, gli si gettano addosso e lo buttano a terra, sui cocci di piatti rotti. Urla. Nikos si alza come invasato, gridando quasi incredulo: “E' una parangelià! E' una richiesta!”; e cava fuori un coltello, un lepidhi a lama incavata. Comincia a menare fendenti a dritta e a manca, dirigendosi verso i due che hanno provocato il fratello; ed è del tutto logico che lo abbiano fatto. Nel locale c'erano entrati per controllare, dato che è il loro mestiere di merda: sono due poliziotti.

Due sbirri che, avendo riconosciuti quei due “pazzi” dei fratelli Koemtzìs, avevano deciso di provocarli, probabilmente aspettandosi la loro reazione in modo da poterli impacchettare e portarli in galera, magari con previo passaggio per qualche scantinato di caserma o roba del genere. Quello che sicuramente non si aspettavano era la furia, autentica, di Nikos Koemtzìs; avevano beccato la serata sbagliata. Ci aveva dentro tutta la sua vita e la sua rabbia, quella sera, che voleva sfogare guardando ballare il fratello; poiché glielo avevano impedito, la trasferì nel suo lepidhi. Ammazzò come cani i due poliziotti, uno mentre gli stava mostrando il tesserino tentando di salvarsi; poi un'altro avventore che era intervenuto nella rissa; e ferì gravemente altre sette persone. Tre morti e sette feriti da solo e con un solo coltello; non sapeva ballare lo zeïbekiko, Nikos, ma se ne era fabbricato uno tutto suo, coltello alla mano, forse più vicino alla danza di guerra originale di chissà quanti secoli prima. Nella confusione pazzesca che segue, prende il fratello che è insanguinato a terra, e lo trascina via con sé; poi scappa.

Lo scovano poco dopo, arrivati in forze. A quel punto Nikos desidera morire combattendo; prende e lancia il coltello sui poliziotti. Che devono, evidentemente, avere l'ordine di prenderlo vivo; gli sparano, infatti, alle gambe. Il resto lo fa il solito “zelante cittadino”, uno di quelli che non sanno mai farsi i cazzi propri , magari con la speranza di averne qualche beneficio; nella fattispecie il padrone di una taverna che esce dal locale brandendo un'asse (forse una panca) e tramortisce Nikos Koemtzìs a terra, già ferito.

Il resto. Già, il resto. E come si vuole che sia, il resto. Galera. Il processo a Nikos Koemtzìs e al fratello si svolge a Atene in un mesetto che ve lo raccomando, il novembre del 1973. Infuria la rivolta studentesca del Politecnico, poi repressa nel sangue coi carri armati; e mentre la dittatura dei Colonnelli comincia a scavarsi la tomba che terminerà nel luglio successivo con l'avventura cipriota. Al processo, Nikos va rassegnato e senza nessun sentore che sta divenendo, in quei giorni, una specie di eroe popolare; cosa più che normale, del resto. Ammazzando due sbirri, in quei frangenti sarebbe diventato un eroe pure Pietro Gambadilegno (magari facendo fuori quei due coglioni di Basettoni e Manetta, perché no; e pure quel merdoso di Topolino per completare l'opera). Sa che cosa lo aspetta, Nikos; e, infatti, non si stupisce quando l'Illustre Corte gli ammannisce tre condanne a morte e quattro ergastoli. Le sentenze tribunalizie riescono ad avere uno spunto di comicità anche nella peggiore delle tragedie; tre fucilazioni e, una volta scontate, quattro galere a vita. Proprio ganzo. Poi succede quel che deve succedere, crolla la dittatura, torna 'a democrazzìa (parola greca), e a Nikos Koemtzìs abbuonano le tre esecuzioni e tre degli ergastoli. La democrazzìa è buona, e di ergastoli te ne dà uno solo. Dimenticavo un paio di cose: la prima che che il fratello, Dimosthènis, fu pure condannato a nove anni di carcere per non aver fatto niente; anzi, per essere stato pestato e ferito sui cocci dei piatti da un paio di stronzi mentecatti che non gli avevano fatto ballare uno zeïbekiko di Markos Vamvakaris. La seconda è che, qualche tempo dopo, a morte ci fu condannato proprio il capo dei “Colonnelli” in persona, Georgios Papadopoulos. Quello del golpe del 21 aprile '67. Quello della “Grecia dei greci cristiani” al quale i rivoltosi del Politecnico rispondevano “Grecia dei greci torturati” (o “incarcerati”). Però anche a lui commutarono la pena in ergastolo.


Novembre 1973: Nikos Koemtzìs viene infilato da due poliziotti nella gabbia degli imputati, al processo.

Poi accadde anche qualcosa dopo, con Nikos Koemtzìs rinchiuso dentro per sempre. La stampa, prima di tutto. Naturalmente, scatenata; per qualche tempo, addirittura, coniò una nuova parola. Quando avveniva un fatto di sangue particolarmente efferato, gli articoli parlavano di koemtzides, facendo il plurale del cognome di Nikos; cognome che era diventato sinonimo di “belva sanguinaria”. Così era presentato dai giornali, anche dopo la fine della dittatura; ma non c'era, effettivamente, granché da stupirsi. E neppure, mi vien fatto di dire, della reazione di parecchi “intellettuali”, specialmente musicisti e cantautori pure “progressisti” e “democratici”, che si uniformarono volentieri alle definizioni correnti quando un qualche reporter andava a intervistarli e a chieder loro un parere sulla vicenda di Nikos Koemtzìs. Tutti tranne un paio. Il primo, Grigoris Bithikotsis, era uno dei più grandi cantanti greci e s'era fatto non so quanti Theodorakis (chiunque canti, in Grecia, con intendimenti d'arte s'è puppato un Theodorakis; ma dico questo, ovviamente, con grande affetto verso il vecchio Mikis). Il giornalista che gli si presentò in casa, dopo due minuti fu buttato fuori a calci nel culo mentre Bithikotsis gli urlava: “Ma che te lo spiego a fare?”

Il secondo fu un altro cantautore, Dionysis Savvopoulos. Uno strano tipo, somigliante come una goccia d'acqua a Augusto Daolio dei Nomadi, e con la caratteristica di scrivere testi che fanno ammattire chiunque tenti di tradurli in una qualche lingua, tanto sono difficili e oscuri. E lunghissimi. Qualche anno dopo, mentre Nikos Koemtzìs era in galera, scrisse una canzone su di lui, intitolata Il lungo zeïbekiko di Nikos Koemtzìs: tredici minuti. Novanta e rotti versi, un fiume; tutta la storia narrata per filo e per segno, ma con un andamento poetico da capogiro che la ha fatta terminare, dicono, in non poche antologie della letteratura neoellenica. La musica, naturalmente, è uno zeïbekiko; ma chi volesse andarlo a ballare dovrebbe averci un gran fiato per portarlo a termine. Nella canzone, tra le altre cose, si racconta pure di quando Bithikotsis cacciò il reporter a calci.



Successe poi che, l'anno dopo, nel 1980, basandosi proprio su quella canzone un regista cinematografico, Pavlos Tasios, ci fece sopra un film. Lo intitolò, pensate un po', Parangelià e ve lo faccio vedere tutto quanto, qua sotto. In greco, ovviamente; ma non per snobismo o qualcos'altro di disdicevole (ma, del resto, ve l'ho sempre detto di non studiare quell'inglese di merda, ché tanto poi non ci capite un cazzo lo stesso).  È perché non è mai uscito fuori dalla Grecia, comunque. Come si dice in Gallia, “tout se tient”; nel film, la parte di Nikos Koemtzìs è affidata all'attore Andonis Andoniou, che in quel momento faceva anche il marito di Katerina Gogou. E la stessa Gogou recita nel film, in due sensi: come attrice (lei stessa apre il film, nella scena iniziale), e come poetessa. Declama infatti, sulla musica di Kyriakos Sfetsas, delle sue poesie tratte da “Tre scatti a sinistra”, la sua raccolta del 1978 dedicata proprio a Nikos Koemtzìs. Con quelle poesie e quella musica, nel 1981 fu prodotto l'album Στο δρόμο, “Sulla strada”.


Dunque, finisce qui? Non del tutto. C'è Nikos Koemtzìs in carcere, dove si mette a scrivere tutta la sua storia; ma non cominciandola da quel ventiquattro di febbraio del '73, ma dall'inizio. La sua vita intera; tanto ne ha, di tempo. La intitola, questa autobiografia, in modo originalissimo: Il lungo zeïbekiko. Il 29 marzo 1996, dopo ventitré anni di galera, viene rimesso in libertà; per vivere, si mette a vendere il suo libro per le strade. L'ultimo zeïbekiko, il vecchio Nikos se lo danza il 23 settembre 2011, L'ultimo zeïbekiko, il vecchio Nikos se lo danza il 23 settembre 2011, quando lo trovano riverso a terra, morto, in una strada di Monastiraki; da solo, proprio come nella danza. Avevo progettato di mettere una specie di “morale della favola” in fondo a tutto questo che favola non è; ma poi mi sono accorto di non averne voglia. Se la faccia ognuno da solo, se vuole; io mi fermo qui.

Nikos Koemtzìs mentre vende la sua autobiografia a Monastiraki.

martedì 5 marzo 2013

Beppegrilling®


E' pur vero che si è affidato a un grand' esperto di marketing, e anche che qualsiasi cosa che termini in -ing tende a mettercelo voluttuosamente nel culo. Però va detto che il prodotto "Beppegrillo®", in questo particolare momento, si vende praticamente da solo. Anche per questo ha funzionato la "strategia" di non comparire mai, di far sì che tutti ne parlassero e di amplificare tutto questo grazie alla "Rete"; ma non è tutto. Nel calderone del prodotto "Beppegrillo®", una cospicua parte è occupata, come dovrebbe essere chiaro a tutti, dal "movimentismo", o meglio da una serie di istanze che, in questi ultimi anni, sembravano essere l'ultima roccaforte dei vari movimenti antagonisti, da quello NO TAV agli "Indignati", dagli "Occhiupài" all'altermondialismo. Istanze che, vorrei ricordarlo, sono costate anni di lotte, di battaglie in alta montagna, di scontri di piazza, di repressione e di galera. Il prodotto "Beppegrillo®" ha trovato tutto già bell'e confezionato; vi si è inserito al momento giusto, se ne è servito per attrarre come una calamita ed il risultato è tangibile. Non solo mi piacerebbe andare a vedere quanti, anche nei centri e movimenti antagonisti, siano andati a mettere una croce sulle 5 Stelle (sospetto parecchi parecchi, e da un bel po' ho ricevuto un'ammissione diretta), ma ho davanti -ad esempio- le cifre della Grilleria in Val di Susa, dove devono avere scordato che quando hanno cominciato a battersi contro il TAV il Beppegrillo® era ancora a fare il Topo Galileo al cinematografo.

E così Grillo s'è pappato senza colpo ferire tutto quel che i movimenti anticapitalisti eccetera avevano mandato avanti in questi anni; se l'è pappato, digerito e non tarderà a cacarlo. Non voglio andare troppo oltre, anche se una cosa mi sento proprio di dirla: in un Paese dove si procede generalmente per concetti alla moda basati su assai consolatorie frasi fatte, è ora molto in voga dire che "i Grillini non sono Grillo". In pratica, ci si pasce del fatto che i cosiddetti "Grillini" siano capaci di agire realmente secondo la famosa "democrazia diretta" (simboleggiata perfettamente dalla "Rete") e che il Guru-padrone si pieghi democraticamente alla "Base". Si cerca di esorcizzare l'ennesimo Dvce con la "speranza" che la gggente sia capace di pensare con la propria testa e, addirittura, di imporre la propria volontà quando non converga con quella del Capo Supremo e del suo Viceré ipertecnològggico. A me, invece, la "gggente" fa ben più paura di Grillo, ed ho il ben fondato timore che, a lungo andare, si dimostrerà ancor peggio dell'imbonitore genovese. Del resto, le prime uscite di parecchi "Grillini" stanno già qua a dimostrarlo; l'aspirazione è quella a un "fascismo buono" fatto di "onestà" e ben travestito da democrazia al di sopra delle ideologie; magari sì, senza il TAV, coi "costi della politica" abbassati, senza più la "Casta" (ma povera Laetitia, che cazzo gli avrà fatto...), con gli urloni e le "battute comiche" che piacciono tanto (finalmente le Formiche Incazzate sono andate al potere!) e così via. E i "movimenti"? Possono accomodarsi, hanno esaurito la loro funzione storica: quella di essere uno dei serbatoi del Pompiere. Dico "uno dei"; ce ne sono altri, tipo quello dei qualunquisti, quello degli "Io-non-sono-razzista-però" (penso che il famoso signor Poverini della lettera a "Repubblica" abbia votato Grillo a man bassa), quello dei "Cittadini dalle facce pulite" e così via. Stiamo per passare da essere il paese della Pizza a quello dei Pizzarotti, che del resto somiglia molto ai panzerotti.

In tutto questo, certo, una bella parte della colpa risiede proprio nei "movimenti". Com'è che, dopo una lotta di anni e anni, si sono lasciati così tranquillamente inglobare nel Grillismo? Certo, qualcosina sopravviverà pure, degli "irriducibili", dei riottosi; ma prevedo, almeno a medio termine, un futuro gramo. Grillo ha espletato nel più efficace dei modi la tendenza storica di questo paese a rifugiarsi nel caldo abbraccio dell'Imbonitore, del "Venghino-Siori-Venghino", del venditore di un prodotto buono per ogni cosa (viene a mente Ubik!). E così le "avanguardie" sono, come sempre, ridotte al ruolo di "ideatoio" da saccheggiare al momento giusto, quando la "gggente" (quell'entità indistinta alla quale vengono attribuite tutte le sofferenze di questo mondo e, al tempo stesso, tutti i più grandi rimedi per il raddrizzamento delle storture e delle ingiustizie) va dietro alla Mamma Ebe di turno. Tra Grillo e Mamma Ebe ci sono, infatti, parecchi punti di contatto; entrambi promettono la guarigione, entrambi spazzano via la Malattia con piglio taumaturgico, entrambi traggono le proprie fortune dalla "gente comune". Per una Mamma Ebe ci può ben stare un Babbo Beppe (assieme allo Zio Casaleggio) che rimetterà tutto a posto, caccerà via i parassiti eliminerà gli sprechi e realizzerà, perché no, il programma illuminato del "fascismo primitivo".

Ma 'sti "movimenti", del quale anche io peraltro ho fatto e continuo a far parte, dove si sono impantanati oltre che, ovviamente, nelle paure degli arresti e della galera e nello stare a discutere di "rappresentanze", "legalità", "beni comuni" e quant'altro? O la famosa "Rete"? Non avevano persino a disposizione tutto 'sto bendiddio di "comunicazione interattiva", quella cosa che avrebbe finalmente permesso la Rivoluzione® ? Eppure, oh, si dice che il Grillo abbia cominciato con un blog. Certo, il "nome famoso" lo aveva già, aveva quella sua aura di martire perché era stato cacciato via dalla televisione (verso la quale si è preso la sua vendetta), era uno che suscitava "risate intelligenti", smascherava l'imbroglio della Parmalat eccetera; però qui non stiamo a ragionare del nostro singolo blogghino del cavolo, come questo, ma di "movimenti" interi che chiamavano alla "coscienza di classe", alla mobilitazione, a complesse analisi socioeconomiche, all'opposizione, al rifiuto della logica della democrazia borghese, alla lotta contro la repressione degli apparati statali e polizieschi, all'anticapitalismo. Movimenti che, alla fine, non hanno saputo mobilitare un cazzo. Si sono infilati nella "Rete", ma non ne sono più usciti a differenza di Grillo che, va detto, è tornato fuori e ha rispolverato la cara, vecchia piazza. Noialtri, invece, da un lato rinchiusi nei nostri ghetti e, dall'altro, dediti a quel favoloso mix di "social networks", blog, "microblogging" (altro "-ing"!), "interattività", flashmob ed altre emerite stronzate fini a se stesse. Evidentemente ci siamo sentiti al sicuro, in luoghi dove è possibile fare tutto e il contrario di tutto, dal sentirsi "sovversivi" e "rivoluzionari" appena usciti dal cesso mentre, al tempo stesso, si vomitano sentenze e orrori su chi, sbagliando o facendo la cosa giusta, ha deciso di passare all'azione nuda e cruda. Il 15 ottobre 2011 si è avuta la prova generale del Grillismus Triumphans®, con la "sinistra radicale" impegnata nella delazione e nella "legalità" (poi ci si stupisce che una parte sia andata dietro al solito mandaingalera, tale Ingroia, facendo oltretutto lingua in bocca con un fascista forcaiolo come Di Pietro), lo scarno movimentismo duro lasciato solo ad essere delato e incarcerato, e la grande massa che, quel giorno, ha cominciato a ingrillarsi come si deve. Occhiupài e Indignàmoce, ed ecco tutti dietro a Babbo Ebe.

La Grande Truffa, vale a dire la "Rete", insomma, ha funzionato a puntino. Ci ha ingabbiati tutti. Quando abbiamo provato ad uscire, con la velleità di "mobilitare le masse" nel periodo propizio della "crisi", riproponendo concetti, metodi e azioni già presenti da una vita, ci siamo accorti che la Grande Truffa ci aveva fatti impantanare. Prigionieri di tonnellate di parole, parole, parole che viaggiano in un tempo che si definisce falsamente "reale", ma che è diventato (per natura) il temp(i)o dell'Irrealtà. Come sempre, la "gggente", quella per cui tanto ci siamo accorati, è andata dietro al Grande Capo, o a Mamma Ebe che dir si voglia; quello che disprezzava tanto Internet, per poi scoprirla e farne la base della sua scalata al potere. Del resto, il Truffatore non poteva fare altro che servirsi della Grande Truffa; come dire che il pittore si serve del pennello, o il chirurgo del bisturi. Strumenti necessari. Attrezzi. Gli stessi che anche noi abbiamo avuto ed abbiamo la possibilità di usare, ma con una capacità di mobilitare pari a zero. Anche perché i mobilitandi, vale a dire la "gggente", preferiscono di gran lunga i pompieri al fuoco. Il fuoco brucia, e qui evidentemente non c'è ancora nulla per cui valga veramente la pena di farsi bruciare. Attualmente l'Italia è un paese morto per il quale un Grillo, e tutto il Beppegrilling® correlato, può servire ottimamente da becchino. Il beccamorti migliore, infatti, è quello che riesce a farci pensare di essere ancora vivi mentre ci sta già tirando addosso le prime palate di terra. Quando, finalmente, ce ne accorgeremo sarà troppo tardi. 

Cosa fare? Una soluzione, che ritengo logica e persino raccomandabile, sarebbe quella di arrendersi. Non ci stiamo a raccontare frottole: questo è pur sempre un mondo meraviglioso. Ci abbiamo ricordi, attrattive, bellezze, amori, pagine Facebook, ristoranti del Gambero Rosso, filmini, sesso a camionate, e persino la possibilità di continuare a fare i "rivoluzionari", magari con la canonica "disillusione". Le storie de' tempi eroici; i celeberrimi "vent'anni" e, ogni tanto, un bel funerale del Compagno Morto® che ci permette di ritrovarci, di cantare un'Internazionale e di sfoderare pugni chiusi e quant'altro; poi tutti a casa a mobilitare le coscienze, di solito con centoquaranta caratteri. A compiere trenta, cinquanta o sessant'anni e a dichiarare con orgoglio di "essere sempre stati se stessi"; oh che bello. Fregarsene e sbaraccare; e il bello è che scrivo queste cose forse con sarcasmo, ma senza avere nessun tipo di disprezzo. Tutt'altro. E' una via, una soluzione naturale; la quale, peraltro, presenta la non lieve comodità di suicidarsi senza ricorrere al suicidio. Attualmente io non li capisco, i suicidi; al mondo d'oggi, e massime in questo paese, è possibilissimo ammazzarsi restando biologicamente vivi. Perché non approfittarne?

Un'altra soluzione sarebbe quella di continuare a illudersi, magari col Beppegrilling® di turno (dopo questo ne verrà un altro, e poi un altro ancora). Ma di questo s'è già abbondantemente parlato in questo post.

Infine, ci sarebbe l'ardua e sconsigliabile possibilità del non arrendersi, del continuare a "combattere" (madonna, oggi glien'ho date veramente secche con le virgolette), della disperazione del sentirsi vivi e di voler continuare ad esserlo sul serio. Chiaramente non serve a niente e, anzi, ora come ora non può servire a niente; e non si sa neppure se potrà servire in futuro. Non arriverei mai a consigliare a nessuno questa soluzione, ammesso e non concesso d'essere, ego subscriptus, abilitato a dare consigli di qual sorta che sia; bisogna sapere a che cosa si va incontro, vale a dire al nulla, alla solitudine, al rischio di essere distrutti anche fisicamente. Non si mobiliterà nessuno o quasi; si continuerà a stare nelle nostre oasi finché non le butteranno giù. Lo avranno pensato anche parecchi che, ultimamente, si sono dati al Beppegrilling® con vari gradi di convinzione, dal "vediamo che fa, peggio degli altri non sarà" all'attivismo.  Forse, un giorno, tutto comincerà in cinque minuti; chi lo sa. E', questa, ultima, la soluzione di chi crede in quei cinque minuti che non vedrà mai. Nel frattempo, buon Beppegrilling® a tutti, ovviamente anche agli eventuali "Grillini" che mi stiano leggendo.


sabato 2 marzo 2013

Katerina



Qualche volta

Qualche volta si apre la porta piano piano, ed entri.
Porti un vestito tutto bianco e scarpe di lino.
Ti chini e mi infili affettuosamente nel palmo della mano
settantadue dracme e te ne vai.
Ho aspettato dove mi hai lasciata
per ritrovarmi.
Però dev'essere passato parecchio tempo
perché mi si sono allungate le unghie
e i miei amici hanno paura di me.

Tutti i giorni mi cucino patate,
non ho più un briciolo di fantasia.
E quando sento chiamarmi, “Katerina”, mi spavento.
Bisogna, credo, che denunci qualcuno.

Ho conservato dei ritagli di giornale con sopra
qualcuno che, dicono, sei tu.
So che dicono bugie, i giornali,
perché hanno scritto che ti hanno sparato alle gambe.
Io so che non mirano mai alle gambe.
Il cervello è il Bersaglio,
fa' attenzione, eh?

Καμιά φορά

Καμιά φορά ανοίγει η πόρτα σίγα σιγά και μπαίνεις.
Φοράς άσπρο κάτασπρο κουστούμι και λινά παπούτσια.
Σκύβεις βάζεις στοργικά στη χούφτα μου
72 φράγκα και φεύγεις.
Έχω μείνει στη θέση που μ’ άφησες
για να με ξαναβρεις.
Όμως πρέπει νά ‘χει περάσει πολύς καιρός
γιατί τα νύχια μου μακρύνανε
κι οι φίλοι (μου) με φοβούνται.

Κάθε μέρα μαγειρεύω πατάτες
έχω χάσει την φαντασία μου
κι όταν ακούω «Κατερίνα» τρομάζω.
Νομίζω πως πρέπει να καταδώσω κάποιον.

Έχω φυλάξει κάτι αποκόμματα με κάποιον
που λέγανε πως είσαι συ.
Ξέρω πως λένε ψέματα οι εφημερίδες,
γιατί γράψανε πως σου ρίξανε στα πόδια.
Ξέρω πως ποτέ δε σημαδεύουνε στα πόδια.
Στο μυαλό είναι ο Στόχος,
το νου σου ε;

 

 Il venticinque maggio

Aprirò la porta, una mattina,
e uscirò per le strade
come ieri.
E non penserò a niente
tranne a quel pezzo di mio padre
e a quel pezzo di mare
- i pezzi che m'hanno lasciato -
e alla città. La città che hanno fatto marcire
e ai nostri amici perduti.

Aprirò la porta, una mattina,
diritta dentro al fuoco.
E uscirò, come ieri,
urlando: Fascisti !
Alzando barricate e tirando pietre,
con una bandiera rossa
tenuta su a stagliarsi nel sole.

Aprirò la porta
e non è, no, che ho paura;
ma, voglio dirti, non ce l'ho fatta
e tu devi imparare
a non scendere in piazza disarmato
come invece ho fatto io;
perché io non ce l'ho fatta,
e allora sarai perduto come me,
“così”, “vagamente”,
e ti faranno a pezzi.
A pezzi di mare, d'anni d'infanzia
e di striscioni rossi.

Aprirò la porta, una mattina
e sparirò
col sogno della rivoluzione
dentro l'immensa solitudine
delle strade in fiamme,
dentro l'immensa solitudine
delle barricate di carta,
bollata, ma non gli credere!,
di provocatrice.

25 Μαίου

Ένα πρωί θ' ανοίξω την πόρτα
και θα βγω στους δρόμους
όπως και χτες.
Και δεν θα συλλογιέμαι παρά
ένα κομμάτι από τον πατέρα
κι ένα κομμάτι από τη θάλασσα
-αυτά που μ' άφησαν-
και την πόλη. Την πόλη που τη σάπισαν.
Και τους φίλους μας που χάθηκαν.

Ένα πρωί θα ανοίξω την πόρτα
ίσα ολόισα στη φωτιά
και θα μπω όπως και χτες
φωνάζοντας "φασίστες!!"
στήνοντας οδοφράγματα και πετώντας πέτρες
μ' ένα κόκκινο λάβαρο
ψηλά να γυαλίζει στον ήλιο.

Θ' ανοίξω την πόρτα
και είναι -όχι πως φοβάμαι-
μα να, θέλω να σου πω, πως δεν πρόλαβα
και πως εσύ πρέπει να μάθεις
να μην κατεβαίνεις στο δρόμο
χωρίς όπλα όπως εγώ
- γιατί εγώ δεν πρόλαβα-
γιατί τότε θα χαθείς όπως και εγώ
"έτσι" "αόριστα"
σπασμένη σε κομματάκια
από θάλασσα, χρόνια παιδικά
και κόκκινα λάβαρα.

Ένα πρωί θ' ανοίξω την πόρτα
και θα χαθώ
με τ΄όνειρο της επανάστασης
μες την απέραντη μοναξιά
των δρόμων που θα καίγονται,
μες την απέραντη μοναξιά
των χάρτινων οδοφραγμάτων
με το χαρακτηρισμό -μην τους πιστέψεις-
Προβοκάτορας.





Katerina Gogou.
Ateniese nata il 1° giugno 1940, morta suicida il 3 ottobre 1993.
Fu una delle principali attrici del cinema greco, interpretando oltre trenta film.
Poetessa anarchica. Pubblicò due volumi di poesie, Τρία κλικ αριστερά ("Tre scatti a sinistra") e
Ιδιώνυμο ("Nome proprio"); nel 1981 alcune sue poesie furono musicate da Kyriakos Sfetsas nell'album Στο δρόμο ("Sulla strada").
Altre sue poesie furono inserite nel film Παραγγελία, dedicato alla vicenda di Nikos Koemtzis.
Ma di Nikos Koemtzis racconterò un'altra volta, magari la prossima.