giovedì 3 ottobre 2013

Parbuckling



Ho come la vaga impressione che, a Lampedusa, non ci sarà nessuna operazione di parbuckling. E che non se ne continuerà a parlare a distanza di anni. La legge per vietare gli “inchini” l'hanno fatta subito dopo la grande impresa del comandante Schettino, mentre un po' più in giù si continua ad applicare la Bossi-Fini. Si arrestano gli “scafisti”, ma non ci si interroga nemmeno un po' perché gli scafisti esistono. Eppure dovrebbe essere chiaro: esistono perché niente consente alle persone di immigrare legalmente. Esistono perché la clandestinità è un business. Esistono per il profitto. Pare che, negli ultimi anni, nel Mediterraneo siano morti circa 6000 immigrati, seimila; e viene il sospetto che quelli di oggi facciano notizia solo perché la cosa è avvenuta a cinquecento metri dalla riva e non al largo. Perché i cadaveri sono stati allineati coi teli sopra e sono diventati immagini; diverso è quando tutto accade in mezzo al mare e le persone sono inghiottite dagli abissi. Così possono restare cadaveri invisibili, diventano quasi leggendari. Oggi, nessuna leggenda. Si tocca con mano tutto quanto. Si possono mettere finalmente in moto i cordogli, i lutti nazionali, i tweet del papa, i sindaci in lacrime, le guardie costiere, i ministri, i leghisti, i blog. 

Restano masse di senzanome. Al Giglio cercano ancora due dispersi con nome e cognome, che per questo restano e resteranno persone; a Lampedusa, e in tutto il Mediterraneo, si ragiona esclusivamente per provenienza: “somali”, “siriani”. E, naturalmente, per “donne incinte” e per “bambini”; le donne incinte e i bambini fra i morti hanno, praticamente, la stessa funzione dei pupazzetti di pelouche fotografati tra le macerie dei terremoti o dopo la disastrosa alluvione. Naturalmente, oggi, ci sentiamo tutti quanti “colpiti”, tutti quanti “commossi” nell'attesa della partita di coppa UEFA. Nel profondo dell'animo di molti, si tirano anche dei gran sospiri di sollievo: due o trecento immigrati in meno. Non importa nemmeno “ributtarli a mare”, il mare ci pensa da solo. Il tizio che, solo ieri, era protagonista della telenovela istituzionale di palazzo, oggi si mette gli abiti di ministro e i lutti colmi di fermezza e vola a Lampedusa; a fare che cosa? Non si capisce. Si capirebbe meglio se, una buona volta, ci decidessimo a prendere uno di quei barconi malandati e a infilarceli sopra loro, tutti quanti, destinazione di sola andata per la Somalia. 

 I morti, sì. Sembra che ci siano anche centocinquanta superstiti, attesi dai CIE. Attesi da razzismi, da odio, da indifferenza. Anche sull' “emozione” che ci prende non ci giurerei affatto; si vedono dei teli e dei lenzuoli, magari si percepisce che sotto c'è il corpo morto di qualcuno ma, in realtà, non ce ne importa assolutamente nulla. Figuriamoci, poi, se si fanno ragionamenti sul profitto, sul capitale e quant'altro; al massimo si chiedono “aiuti all'Europa”, aiuti per continuare a fare gli sbirri alle frontiere dell'Impero. E quelli che ce la fanno a passare senza finire in mare? Rosarno. Pomodori. Capitanate e Agri Domiziani. Ma, tanto, sono sempre gli stessi discorsi. 

Dunque accettiamo di dover constatare la morte di massa che, del resto, è già pronta per una rapidissima rimozione. Mica stiamo a Lampedusa; mica sbarcano a Marina di Pisa o a Lignano Sabbiadoro. In fondo, le “tragedie” come quelle di oggi sono dai più percepite come una sorta di selezione naturale; e chi se ne frega. Fossa comune. Logiche necessarie. Inevitabili. Certi paesi servono solo a tirar su materie prime, a vendere armi e a esercitare strategie; ciò ha peraltro, di fatto, eliminato il pericolo di una “guerra globale”. Non ce n'è nessun bisogno, ci sono le valvole di sfogo di turno, e chi vi abita, beh, sculo loro. C'è sempre un bel barcone che li aspetta. Ci sono le Bossi-Fini italiane come ci sono quelle australiane. Ci sono le Albe Dorate che ti accoltellano, e ci sono le Leghe che proteggono Trecate e Pieve di Cadore dagli sbarchi. E, naturalmente, c'è il mare. Ti avvicini a fare un inchino alla terra promessa, e non importa nemmeno la manovra sbagliata del comandante imbecille: basta il tuo peso a far rovesciare l'imbarcazione. Puoi scegliere tra il lager o il telo, tra il diventare carne da sicurezza o carne da cordogli. Tra Alfano in elicottero o i tweet del papa.

martedì 1 ottobre 2013

A Mikis Theodorakis (nientepopodimeno).



La seguente è -addirittura- una risposta a Mikis Theodorakis a proposito delle sue affermazioni del 28 settembre scorso, in relazione all'assassinio del rapper antifascista Pavlos Fyssas e del susseguente arresto dei vertici di Alba Dorata. L'immagine sotto il titolo è un disegno originale di Gian Piero Testa, la cui spiegazione si trova qui.

Ma sì che lo sapevano, Mikis. E lo sapevi benissimo anche tu, che in parlamento ci sei stato chissà quanto tempo; potrai essere morto politicamente, ma mi rifiuto di credere che, alla tua veneranda età, tu faccia il finto tonto. Naturalmente non è così; ancor più naturalmente, la tua, è una domanda retorica.

Lo sapevano benissimo con chi stavano nel “parlamento”, anzi, nella βουλή. Quella bellissima parola ellenica, che alla lettera significa “volontà”; imparentata persino etimologicamente, in modo esatto, col nostro verbo volere. E, infatti, si tratta di una volontà ben precisa; e, soprattutto, di un comodo ben preciso.

Ora, tutto può essere al mondo, Mikis, fuorché tu non conosca i fascisti. Non starò a ripercorrere la tua vita, i tuoi campi di concentramento, i tuoi esili. Nella Grecia del 1967 i fascisti facevano un gran comodo, come lo hanno sempre fatto quando ci sono un po' di cose da rimettere a posto alla svelta e senza tanti complimenti. Sono fatti per questo, no? Sono nati per questo, e c'è chi li ha fatti nascere per questo.

Si chiama capitale, si chiama possesso, si chiama industriale o si chiama agrario. Si chiama finanza, si chiama cannoni, si chiama aeroplani, si chiama Krupp o si chiama Fiat. Si chiama “nazionalismo”, si chiama “liberalismo” e, non di rado, si chiama anche “democrazia”.

Il resto, sono i necessari condimenti, quelli che servono per ottenere il consenso. Un tempo possono essere consistiti in colonie, in “imperi”, in “tradizioni”, in “religioni”; adesso consistono prevalentemente, questi condimenti, in “stranieri”, in “sicurezza”, in “valori”, in “famiglia”. Ma ce ne sono infiniti altri, ad libitum.

Come dici giustamente, Mikis, perché la “sfilata si svegliasse” c'è voluto che ammazzassero “un ragazzo” che non resuscita. Dici giustamente che il ragazzo ha avuto bisogno d'essere greco; le decine, le centinaia di immigrati assaltati, massacrati e, in alcuni casi, uccisi dai fascisti di Alba Dorata non avevano fatto svegliare nessuna sfilata. Cerchi, sicuramente, di stare sulla terra anche se ti definisci un “morto” mentre un'organizzazione nazista si prendeva la Grecia aiutata dalla sua filiale, quella cosa che va sotto il nome di “Polizia”.

Cerchi di stare sulla terra, perché sono cose, queste, che hai già viste e pagate carissime. Il “sangue greco”? Eri in quella piazza il 20 luglio 1965, sì un venti di luglio, quando la polizia greca imbottita di fascisti ora come allora ammazzava un altro ragazzo, Sotiris Petroulas. In una piazza che si chiama “dei Giuliani”, pensa un po'. Ci scrivesti sopra anche una famosa canzone. Ma questi ragazzi morti non li hanno fermati. Non li ha fermati Alexis Grigoropoulos. Non li ha fermati nessuno.

Mikis Theodorakis: Canzone per Sotiris Petroulas (Τραγούδι Σωτήρη Πέτρουλα).
Interpretazione di Maria Farandouri.

E non li ha fermati nessuno perché sono gli organizzatori della violenza al servizio del potere. Il suo strumento più utile. Intimidire la gente. Creare un clima di incertezza per prospettare “soluzioni” di forza (la cosiddetta “sicurezza”). Legami precisi non soltanto con la Polizia, ma con le autorità investigative e coi Servizi. E che ti sto a dire, Mikis Theodorakis? Faccio solo il punto, da persona del mio paese, che ha visto tutte queste cose, bagnate dal sangue delle banche agricole, dei treni popolari, delle piazze.

E ti domandi, Mikis, se costoro “non sapevano” con chi sedevano nel parlamento? Sedevano coi loro sodali. Perché Alba Dorata faceva esattamente il suo comodo proprio alla “democrazia”, a quella cosa di cui il parlamento dici essere il Tempio. Ο ναός in greco, altra solenne parola e antichissima.

Come ogni partito nazifascista, Alba Dorata opera a favore del sistema. Nel “parlamento”, o “tempio della democrazia”, vota regolarmente a favore di armatori, banchieri e potentati finanziari; nella società, invece, si presenta come partito “anti-sistema”. E che è, forse, qualcosa di nuovo? Il fascismo è nato così, e così è stato ovunque perché non può essere altro che lo strumento più duro e autoritario del capitale. “Il nazionalsocialismo ha liberato l’operaio tedesco dalla morsa di un dogma, quello comunista, che era fondamentalmente ostile sia al datore di lavoro che al lavoratore. Adolf Hitler ha restituito l’operaio alla sua nazione. Lo ha trasformato in un disciplinato soldato del lavoro e quindi in un nostro compagno”. Lo affermava, nel 1934, l'industriale tedesco Alfred Krupp. 

Alba Dorata è finanziata dall'imprenditoria greca. E c'è un ministro in Grecia, tale Nikos Dendias, che fino a pochi giorni fa si inalberava contro chiunque rivelasse i legami tra Alba Dorata, la Polizia e i corpi di Sicurezza. Escludeva categoricamente, il signor ministro, che la Polizia compisse attacchi a sfondo razziale; minacciava, sempre il signor ministro, il giornale inglese Guardian per un articolo dedicato a tutto ciò. All'improvviso, il signor Dendias fa una conversione a U: si sveglia una mattina e fa mettere in galera mezza Alba Dorata, ivi compreso il Führer, Michaloliakos. 

E si sospetta allora, in modo esageratamente preciso, il gioco di potere. Prima si inventa la favola, e poi la si fa terminare per diventarne gli eroi. Dopo il “sangue greco” versato (quello pakistano o di altri paesi del genere, Mikis, ti sei già accorto da solo che conta poco o nulla) si mettono su gli arresti in pompa magna, con tanto di “Stato che risponde” e di “Democrazia salda”, provocando la reazione dell'Alba Dorata perseguitata. E così ci saranno altri scontri, e scorrerà altro sangue in base sia a decisioni prese a tavolino, sia in base alla realtà contingente. 

Continuerai allora a chiederti, Mikis Theodorakis, come mai “accettavano di sedere nel Tempio della Democrazia assieme a simili rifiuti”? Lo accettavano, semplicemente, perché Alba Dorata è un'utile componente del sistema, del loro stesso sistema. I fascisti sono sempre stati, e sempre saranno, una componente dello Stato, e ne fanno pienamente parte. Di converso, lo Stato considera i fascisti dei suoi rappresentanti assai dinamici, oltre che uno strumento facile da utilizzare. Lo si è visto fin dalla nascita del fascismo. Ovunque si sia manifestato, i suoi modus operandi sono stati pressoché identici, come identici sono stati i suoi finanziatori più o meno occulti. 
La “sfilata” non si è svegliata, probabilmente, neppure per il “sangue greco” del rapper antifascista Pavlos Fyssas. “Killah P” è stato preso al volo, in un momento in cui Alba Dorata veniva accreditata del 12% dei voti nei sondaggi, ed in cui l'erosione dell'elettorato conservatore stava facendosi assai preoccupante per “Nuova Democrazia”; la creazione di nuova paura ha funzionato benissimo, e chi ha votato per i nazisti nell'infinita devastazione greca, tornerà in gran parte all'ovile. Non soltanto: la paura è servita a rendere i cittadini ancor più conservatori.


Lo Stato, con tutte le sue istituzioni, non “accetta” i fascisti. Non c'è nessun bisogno che li “accetti”, e sedersi accanto a loro nel parlamento è del tutto normale. Nel parlamento italiano nessuno ha mai avuto problemi a sedersi accanto a torturatori e assassini fascisti; qualcuno magari si ricorderà, che so io, dell'onorevole Sandro Saccucci. Nell'attuale parlamento italiano siede una Mussolini (mentre in quello tedesco non siede una Hitler, va detto). I fascisti non sono “accettati”: sono parte integrante, e necessaria, del sistema istituzionale statale. Fanno il gioco sporco, e a volte capita che li buttino -per finta- nella spazzatura; ma sono sempre lì, pronti alla bisogna.


Credo, Mikis Theodorakis, che questo andasse, seppur sommariamente, detto prima del tuo ben giustificato e sdegnato ritorno nella tomba. Gradirei però che in una tomba, non soltanto politica, ci finissero quei luridi topi di fogna assieme a tutti coloro che li foraggiano, finanziano, sostengono.

Con deferenza, RV.

Odio le fabbriche, di Sandrone Dazieri.


di Sandrone Dazieri.

Credo che fosse una delle mie prime occupazioni, una fabbrichetta dismessa a Milano che durò giusto il tempo di farci una cena militante prima che arrivasse la polizia. Ricordo che salii all’ultimo piano, dove c’erano tre o quattro stanzoni che una volta contenevano macchinari pesanti, di cui rimanevano solo graffi sull’impiantito e cavi penzolanti. Tutti gli stanzoni si aprivano nei muri divisori con una finestra orizzontale protetta ancora da vetri sporchi. Ero con un compagno più vecchio – anche se più giovane di come sono ora – e gli chiesi a cosa servisse. Lui mi fece mettere di fronte alla finestra del primo stanzone, che scoprii essere perfettamente allineata alle altre. “Da qualsiasi punto si può vedere quello che succede in tutti i reparti” mi disse. “Per controllare”.

Pensai che un posto costruito per il controllo fosse un abominio. Non solo per i controllati, ma anche per i controllori. Come diventi passando la vita a spiare i gesti degli altri, a impedire che escano dagli standard, che si batta la fiacca? Come si diventa a ripetere tutti i giorni il medesimo movimento? Sperai che tutte le fabbriche diventassero come quella dove stavo, vuota e polverosa.

Odio le fabbriche.

Da bambino, a casa mia arrivava due volte il giorno il suono di una sirena. Veniva da lontano e la immaginavo sull’altra riva del Po, anche se probabilmente si generava poco dietro il mio quartiere. Mia madre mi aveva spiegato che si trattava della sirena di inizio turno di una fabbrica. Mi figuravo gli operai che entravano correndo e poi uscivano al secondo fischio lenti, coperti di polvere e le facce stanche. Li vedevo dentro aspettare quel suono che li avrebbe liberati, sentirlo anche di notte mentre dormivano. Quando anni dopo vidi Metropolis, scoprii che la marcia cadenzata dei lavoratori era identica a quella che immaginavo da bambino. Anche le facce erano le stesse.

Odio le fabbriche.

Gli operai devono lottare, salire sulle torri, minacciare il suicidio, per avere il privilegio di rientrare in luoghi che fanno di tutto per renderli omogenei a un modello. Che li costringono a compiti infami, ubbidendo all’arbitrio di una complessa e ottusa catena di comando. Che fanno loro produrre merci di cui spesso non vedono la totalità. Che li ammazzano. Li schiacciano. Li bruciano. Li fanno ammalare. E schiacciano, bruciano e fanno ammalare quanto circonda la fabbrica. Quando chiudono, quando falliscono, non capisco perché ci si disperi. Io gioisco. Io dispero per chi è costretto a tornarvi.

Odio le fabbriche.

E come campano gli operai se chiudono le fabbriche? Questa è la domanda cui tutti sembrano avere una sola risposta. Le fabbriche non devono chiudere e gli operai devono tornarvi. Anche se le condizioni saranno peggiori, anche se si tratta di una mostruosità avvelenatrice come l’Ilva, del buco nero di una miniera di carbone. Una volta gli operai barattavno la loro vita con la certezza di un reddito, ora la barattano con un’insicurezza prolungata. Se la fabbrica chiude bisognerebbe dare un premio a quelli che vi si sono consumati. Li si dovrebbe accogliere come chi esce da un carcere, come chi esce da un lager. Li si dovrebbe ringraziare per il sacrificio, e aiutarli a trascorrere una vita serena. Date un’occhiata al valore delle transazioni finanziarie che si effettuano in un solo minuto, a quanto costa un cacciabombardiere. Con una frazione di quei soldi come reddito di cittadinanza, nessuno dovrebbe tornare in fabbrica. Potrebbero non fare niente, oppure dedicarsi a lavori socialmente utili. Gli scarcerati delle fabbriche potrebbero diventare protettori del patrimonio artistico nazionale, dei boschi, delle coste. Ausiliari nelle scuole. Ripagherebbero i soldi spesi per il loro reddito in mille modi, a loro volta generatori di reddito. E quelli che vogliono o se la sentono, potrebbero essere accompagnati ad attività artigianali, ad aprire un negozio, a imparare un’arte o un mestiere nuovo. Potremmo investire su di loro, sulla loro voglia di fare. Ma a dirlo si passa per eretici. Per criminali. Perché la fabbrica ce l’abbiamo in testa. E tutto si ribalta. I padroni vogliono chiudere, i compagni vogliono tenerle aperte, perché non riusciamo a immaginare o praticare alternative.

Odio le fabbriche.

Lo so. Sto scrivendo un post contro le fabbriche su un computer assemblato in una fabbrica cinese, e sappiamo come ci si sta. Probabilmente un capo del mio abbigliamento – oggi sono sull’elegante – l’ha cucito qualche bambino in un’altra fabbrica. E anche il cavo che mi porta la corrente è uscito da una fabbrica, la corrente stessa è prodotta in un luogo molto simile a una fabbrica. Se davvero chiudesse tutto, mi dicono gli amici, come faresti? Lo stesso argomento si può usare per tutto. Come faresti senza gli schiavi, dicevano agli Abolizionisti, come faresti senza la pena di morte o il laudano? Da piccolo leggevo fantascienza. A quei tempi si osava immaginare futuri rosei, dove i lavori ripetitivi li facevano le macchine, e all’umanità rimaneva il tempo per tutto il resto. Supervisionare le macchine e inventarle, ovviamente, esplorare lo spazio, combattere gli alieni (solo quelli cattivi), espandere la coscienza. Trascendere. Ora si immagina solo la povertà e l’obbligo. Ma anche senza i robot, siamo sicuri che vi sia un unico modello possibile produttivo? Che l’obsolescenza programmata delle merci sia necessaria? Ah, ma tu stai parlando della fine del capitalismo, mi dirà qualcuno. Forse, rispondo io, ma più probabilmente della sua trasformazione, anzi di un capitalismo che si è già trasformato, mentre noi siamo rimasti al palo. Comunque, non è compito mio trovare le alternative economiche. L’importante è non difendere un esistente che non esiste più e che, quando c’era, non era nemmeno bello.

Odio le fabbriche.

E odio la retorica sulla classe operaia, sull’etica del lavoro, sui luoghi di ricomposizione di classe. 





Quando copioincollo, di solito il "cappelletto" lo faccio prima di riportare la cosa scritta da qualcun altro. Per questa cosa scritta da Sandrone Dazieri, lo faccio dopo. Non lo so nemmeno io perché,  e del resto non ha grande importanza. Spero, comunque, che abbiate letto queste parole; e queste tre righe le potete anche, e tranquillamente, saltare. 

lunedì 30 settembre 2013

Mikis e i parlamenti



Είστε τυχεροί γιατί πολιτικά είμαι νεκρός και δεν μπορώ να μιλήσω!
Μέσα στο σκοτάδι που βρίκομαι θέλω να σας πω ότι αηδιάζω, ντρέπομαι γιατί είμαι Έλληνας, γιατί περίμεναν να σκοτωθεί ένα παλληκάρι για να ξυπνήσει όλη αυτή η σειρά όχι 20, 30 και 100 χρυσαυγίτες να βάλουν φυλακή ΤΟ ΠΑΙΔΙ ΔΕΝ ΑΝΑΣΤΑΙΝΕΤΑΙ!
Και θέλω να ξέρω ότι ξαφνικά βρέθηκε αυτή η οργάνωση, το κόμμα να είναι εγκληματικό; Δεν ξέραν κάτω όλοι αυτοί και η κυβέρνηση και η αντιπολίτευση, οι βουλευτές, ότι στενάζει η κοινωνία κάτω;
Ένας γιατρός είπε ότι είχαμε 1000 μαχαιρώματα. Ένας Πακιστανός είπε στη Νίκαια, είχαμε 800 μαχαιρώματα! Αυτά δεν τα ξέρανε αυτοί; Και δέχονταν να κάτσουνε στη Βουλή μέσα, σε αυτόν τον Ναό της Δημοκρατίας, μ΄αυτά τα καθάρματα;
Ξαναμπαίνω πάλι στον τάφο μου!!!

Siete fortunati perché politicamente sono un morto e non posso parlare!
Nel buio in cui mi trovo voglio dirvi che arrossisco, mi vergogno di essere Greco, poiché hanno aspettato che venisse ucciso un ragazzo perché si svegliasse questa sfilata. Non 20, 30 e 100 albadoristi da mettere in prigione, IL RAGAZZO NON RESUSCITA!
E voglio sapere come all'improvviso si è scoperta questa organizzazione, che quel partito è criminale? Non lo sapevano tutti costoro, sia il governo sia l'opposizione, i deputati, che lo strato inferiore della società è tormentato?
Un medico ha detto che abbiamo avuto 1000 accoltellamenti. Un Pachistano ha detto a Nicea, abbiamo 800 accoltellamenti! Non le sapevano queste cose costoro? E accettavano di sedere in Parlamento, nel Tempio della Democrazia, con simili rifiuti?
Me ne ritorno nella mia tomba!!!

Μίκης Θεοδωράκης
Mikis Theodorakis
28 settembre 2013

Macchie solari


Stai attento/a se qualcuno ti dice che sei una “persona solare”; significa che stai per fare una fine bruttissima. Sgozzata dall'ex fidanzato, caduto da un'impalcatura, travolto da un SUV impazzito; qualsiasi cosa che, naturalmente, preveda il reportage televisivo e la troupe che intervista i conoscenti. Prima non scampavi soltanto agli applausi alla tua bara; ora ti tocca anche passare per la “solarità” di ordinanza. “Giuseppina? Non capisco, mi sembra incredibile. Era una persona solare”. “Ermenegildo? Un ragazzo buono, solare, mandava da solo avanti la famiglia...” Si viene poi a sapere, en passant, che Giuseppina era così solare mentre il marito, giovane imprenditore che l'ha appena ammazzata, aveva una relazione da tempo con la stagista brasiliana e che la aveva messa incinta; oppure che Ermenegildo mandava avanti la famiglia da precario costretto ad accettare ogni stracatacazzo di lavoretto (uno dei quali gli ha fatto crollare addosso un intero muro pericolante, oppure lo ha asfissiato con qualche fantasioso gas in una cisterna da lavare). Che importa; negli anni '80, secondo Andy Warhol, non si negava un quarto d'ora di celebrità a nessuno, mentre negli anni '10 del XXI secolo non si negano a nessuno due minuti di solarità. Naturalmente a condizione che tu sia rigorosamente morto/a. Anzi: morto/a male. Se non muori male rimani, sappilo, una testa di cazzo qualsiasi; non arriva nessuna troupe, non intervistano nessuno e, tutto sommato, il prete all'altare mantiene in generale un certo contegno anche se non è escluso che qualche sacerdote particolarmente à la page e con il suo bravo profilo Facebook qualche “solare” se lo faccia scappare durante l'omelia funebre.

Se, invece, sei trapassato/a in maniera tale da suscitare un sia pur rapido interesse mediatico, locale o nazionale che sia, l'astro meridiano s'impossessa di te senza che tu possa dire “bà” (e non solo perché sei, ovviamente, morto). I casi più frequenti sono quelli della solarità individuale per tragici incidenti stradali; non hai ancora finito di essere spiaccicato sulla A14 o carbonizzato sulla Carlo Felice, che già sei diventato solare a Studio Aperto, sulla Gazzetta della Romagna o su Tele Ogliastra Semilibera. Seguono le solarità in seguito alle stragi familiari, dove spesso la devi condividere coi tuoi cari fatti fuori dal marito depresso; qui, però, c'è non di rado una variante inattesa, perché intervistano anche i parenti o i vicini di casa dell'assassino i quali, zàc, nel manifestare incredulità per l'accaduto lo definiscono immediatamente, a sua volta, un ragazzo solare (chi compie una strage in famiglia è generalmente un “ragazzo” anche se ha una sessantina d'anni, ndr). Si arriva, in casi fortunatamente rari, alla solarità di massa: le trentadue vittime della Costa Concordia, ad esempio, hanno subito un trattamento di solarità che nemmeno nei migliori resort ai Tropici. Gli occupanti del pullman volato di sotto dal viadotto in Irpinia hanno subito la stessa sorte collettiva. Essere solare, insomma, è diventata la nuova frontiera della tua morte che va in qualche pagina di giornale, dalla prima in poi; e magari, pensa, eri uno incazzato fisso, che ti giravano i coglioni acca-ventiquattro, che mandavi in culo le vecchiette sulle strisce (qualcuna la avrai, magari, solarizzata pure tu...), che auguravi alla zingarella sul marciapiede di essere schiacciata dal 42 barrato.

Esattamente, poi, non lo so cosa diavolo vuol dire, essere “solare”. Che fai, sorridi sempre e hai uno sguardo luminoso fisso? Cinguetti anche quando non stai su Twitter? Sei sempre terribilmente buono e non ti riservi nemmeno cinque minuti di sana carogneria? Aspetterei a gloria qualcuno vivo, di sana e robusta costituzione, che andasse in tivvù e dicesse finalmente: “Sono solare”. Macchè; non c'è verso. Anche perché è oramai chiarissimo che porta una jella straripante. Ti toccherà, caro mio, cara mia, da morto. Da morto male, anzi, come si è detto finora. Guardatene bene e metti in campo, se possibile, qualche antidoto.

Ad esempio, se io dovessi morire in qualche bizzarro modo che mi facesse guadagnare gli onori sia pure del “Reporter dell'Isolotto”, diffido chiunque, e sottolineo chiunque, dal definirmi “solare”. Anzi, io mi ritengo, casomai, del tutto lunare. Non che assomigli a un etereo Pierrot, tutt'altro; ma dopo una vita di passeggiate notturne e solitarie, dopo aver praticato con discreto successo l'arte del rintanamento, dopo ardirsi a scrivere post del genere in frementi giornate di spread e di IVA che aumenta e dopo aver ceduto a un'anziana signora di Casoria il posto a sedere che pure avevo prenotato sull'intercity 1583 Milano-Napoli, rivendico la mia lunarità e non intendo sottostare all'ennesima e stupida moda lessicale che ci fa diventare tutti quanti carne da giornaletti. Al limite, se vi intervisteranno, dite che il Venturi era una persona così venusiana, ci aveva quelle strane braccia lunghe sei metri e pure le antennine verdi. Dite che era tanto uraniano, che nessuno saprà che cazzo vuol dire come, del resto, non sa nemmeno che voglia dire “solare”. Oppure ditegli che era così siriano (da Sirio, naturalmente), così invece che gli applausi alla bara vengono gli ispettori dell'ONU a cercargli in casa le armi chimiche (e trovano i suoi calzini).

venerdì 27 settembre 2013

La Barillaise

Da cantarsi sull'aria della "Marsigliese", con esagerato accento francese.

Allonsanfàn de' maccheroni,
le giùr de gluar etarrivé.
Contre i ghèi de' rigatoni
l'étandar Barillà è levé!
L'étandar Barillà è levé!
La bandiera della famija
che si leva tra i sughi e i mulèn,
con la mamma, er papà e la fija
che se sbàfeno li tortellèn!

Os arme, les italièn!
Mangè vos tortiglions!
Marsciòn, marsciòn,
bolle il pentolòn,
à bas les culattons!

Nu somm les ruà, le paladèn
de la famij' tradisionnèll!
Prima che er papà un mattèn
ce faccia sartà les cervèll!
Ce faccia sartà les cervèll
perchè cià la depressione
e ha perso tutto au videopokèr,
o perchè é in cassintegrazione
o la mamm' l'ha mandato a caghèr!

Os arme, les italièn!
Mangè vos tortiglions!
Marsciòn, marsciòn,
bolle il pentolòn,
à bas les culattons!

Nu ne fesòn publisité,
avec le ghei e le lesbienn'!
Macchè parité e parité,
vive le farfall' e le penn' !
Vive le farfall' e le penn',
ma che cazzo avete entendu?...
Noi si dice les maccheròn,
che vendòn dans le monde partout
e non pà le fasciste bretòn!

Os arme, les italièn!
Mangè vos tortiglions!
Marsciòn, marsciòn,
bolle il pentolòn,
à bas les culattons!

Viv' la famij, viv' la cuisine,
viv' l'italienne tradisiòn!
Le pays des mandolines,
de la pizzà et des spaghettòn!
De la pizzà e des spaghettòn,
Barillà, avant sur la route
qui mène au Moulin Blanc
où la mère et la fille sans doute
le papà l'a sgozzate en mangeant!

Os arme, les italièn!
Mangè vos tortiglions!
Marsciòn, marsciòn,
bolle il pentolòn,
à bas les culattons!

Et se les ghèi e mèm les ghèe
voglian mangià l'amatricièn,
nun se faccian venì cert'idee,
Barillà no nun c'entra rien!
Barillà no nun c'entra rien,
Barillà c'est pour la famille
très heureuse et très eterò,
où le père se trombe la fille
et la mère se fait lo ziò!

Os arme, les italièn!
Mangè vos tortiglions!
Marsciòn, marsciòn,
bolle il pentolòn,
à bas les culattons!

mercoledì 25 settembre 2013

Cinquanta


Vi siete mai rintanati, voialtri? Non lo so, e non sono nemmeno affari miei. Io, ogni tanto, mi rintano. Scappo via dal mondo, ma non sento il bisogno di paesi lontani o di rifugi solitari su alte montagne; mi basta una città, la mia. Conosco certi posti fuori mano dove non mi scovereste mai neppure se mi cercaste facendovi aiutare da Sherlock Holmes o, tanto per restare sul locale, dal commissario Bordelli. Ora, ad esempio, sto rintanato su una panchina in un giardinetto di un minuscolo e antichissimo borgo di periferia che si è ritrovato incastrato tra una caserma e una ferrovia; soffia un vento che si sta portando via l'estate, nonostante il tardo pomeriggio di fine settembre sia bellissimo, scrivo con una penna blu sul quadernetto a righe con la copertina rossa che mi porto sempre dietro, e domani avrò cinquant'anni.

Dal 29 luglio scorso non ho scritto più niente su questo "blog", e nemmeno l'ho mai aperto per vedere come stava. Il 4 agosto scorso, una macchina ha schiacciato il gatto Redelnoir davanti a casa mia, e la finestra rimane aperta come se dovesse rientrare da un momento all'altro. Da quel momento non mi è più venuto da scrivere nulla; il gatto nero non è nero a caso. Con la sua vita che se ne va, consegna il nero che impedisce anche le vuote parole scritte e lascia l'assenza finché, un dato giorno, comanda all'arco azzurro che si estende da uno sguardo all'altro di considerare tutto come una parte della vita. Che sia un gatto o una pietra, un alito d'aria o una persona, un libro, un'astrusità impercettibile, un ricordo. Non si domanda di capire, ma di inserire tra i passi di un cammino; e sono queste, anche queste, le traiettorie dei gatti.

Cinquanta può essere espresso in mille modi, tutti quanti frutti della convenzione. Filtra il sole dai rami di un albero mentre dalla strada, trafficata, sovrastante si sente il rumore dei bassi provenire dall'impianto stereo di una macchina che passa. È un giorno come un altro, e non lo è; è il giorno in cui viene fatto di pensare che non verrà mai raddoppiato. A venti, a venticinque, a trentacinque o quaranta lo si può raddoppiare; a cinquanta appare difficilissimo, impossibile. Eppure la vita sembra tutt'altro che finita; un appuntamento è stato dato, ci siamo salutati con gelido rispetto e abbiamo tirato per la nostra strada. Tanto ci s'icontrerà di nuovo in rue Froidevaux, o qualcosa del genere. Oggi ho passato quasi tutta la giornata da una vecchia signora un po' malata, che ha la figlia lontanissima, in un altro continente. Ci siamo tenuti compagnia a vicenda, le ho preparato da mangiare e, a parte, mi sono fatto una mia micidiale salsina tritando con la mezzaluna sei peperoncini grossi con tutti i semi, quattro spicchi d'aglio e due cucchiaini d'aceto di vino rosso. A cinquant'anni, detesto l'aceto balsamico quasi quanto tutti quei gran dialoghi fra atei e papi che vanno di gran moda ultimamente. 

All'improvviso, per uno dei miei soliti capricci del destino, mi sono ritrovato tra le mani una vecchissima e enorme Mercedes bianca ultratrentenne. Usciva di fabbrica che avevo diciassett'anni; cinque metri e dieci di lunghezza, una specie di Kunsthistorisches Museum delle sbollature e della ruggine, impianto a gas, quasi duecentomila chilometri e, nella targa, sia la Paura che il Morto che Parla. Sembra o la macchina degli zingari, o del Conte Mascetti. Ai semafori, a volte, colgo sguardi perplessi o addirittura meravigliati; mi ha portato, una volta uscito dalla casa della vecchia signora, a questo giardino là dove una strada lunghissima termina addosso a un muro. Alla vigilia dei cinquant'anni, quella vigilia dove vado a gas, risparmio e non inquino. 

I "post dei compleanni" non mi sono mai stati a genio, dico sottovoce alla "Tratto Clip" blu mentre le riservo la versione sciatta della mia calligrafia. Sogghigno, ché tanto non mi vede nessuno; sto scrivendo una cosa assolutamente, graniticamente autoreferenziale. Mi prende pure l'idea delle fotografie; ma bisogna pur avere un po' una specie di coraggio, a volte, di parlare alla propria penna. Le dico ancora, mentre il sole sta declinando, che non ho la minima intenzione di proclamarmi "me stesso", e respingo tale tipica rivendicazione proprio nel suo momento più deputato. Non saprei nemmeno da dove si comincia, del resto. Sono stati, questi, cinquant'anni in cui di "me stessi" ne ho visti sfilare più che alla parata di apertura di un'Olimpiade. E hanno gareggiato, naturalmente; sono arrivati quasi sempre ultimi. Hanno sgomitato, questi me stessi, si sono azzuffati, sono inciampati insieme all'ultimo ostacolo, hanno fatto un capitombolo spaventoso nella buca piena d'acqua dei tremila siepi. Sono arrivati in fondo ansimanti e dopo la musica; ma lo spirito Decoubertiniano non è mai venuto meno. La sconfitta non è mai stata nemmeno contemplata, e almeno su una cosa i me stessi sono sempre stati d'accordo: la sentita pietà per i vincitori. Quando sento o leggo qualcuno dichiarare di "essere sempre stato se stesso", cerco di assumere l'espressione più sorridentemente ebete che mi riesce; poveraccio. Anche perché mente sapendo di mentire; in questo giardinetto ci sono altre quattro panchine. E su ognuna di esse c'è un me stesso che sta scrivendo la sua versione dei suoi cinquant'anni. 

Ce n'è uno che mi guarda un po' stranito mentre picchia come un forsennato sui tasti del suo PC; un altro ci ha addirittura il tablet. Un altro ancora scrive con una matita su dei fogli a protocollo a righe perché deve consegnare il tema prima del suono della campanella. Si affacciano vecchie figure, vecchi amori, vecchi odi, lotte incatramate, incertezze, diavoli con la coda, la scalinata Uz Posat, un paio di figli che hanno fatto marcia indietro, il Calimero che ruota su se stesso in mezzo al canale di Piombino, gli addii e le indifferenze, la grammatica turca a Capo Poro, la stazione di Como San Giovanni, il pub di Livorno e la sua cucciola di pitbull che beveva le mezze pinte di birra, le mutevoli idee, una corsa nell'antico stadio e un gatto nero che va da una panchina all'altra, mostrando cerimoniosamente di comprendere.

Passa un treno.

Tra cinquant'anni, in questo giardinetto ci sarà, forse, qualcun altro. Ci saranno, forse, altri se stessi di qualcuno che, in questo momento, sta nascendo; e io sarò invece in quel vastissimo Nulla, dove non mi toccheranno né l'Adesso, né il Qui. Però un'ultima traccia di sole illumina un lembo di prato, e il vento carezza l'erba. Ho aspettato cinquant'anni per vedere tutto questo, solo, fumando un sigaro a sedere su una panchina; e, per un momento, ci mettiamo tutti quanti assieme, a farci la foto di gruppo. Felici come pischelli, io e i miei non so quanti me stessi; ci si fanno le corna con le dita, di nascosto; ci si tirano pizzicotti; ci si manda affanculo come si manda affanculo chi si conosce da parecchio tempo, mettiamo cinquant'anni. Ci siamo fatti questo regalo; e ci è stato regalato anche un libro per imparare a riconoscere perfino quell'erba che continua ad essere accarezzata dal vento.

E ci alziamo tutti assieme per andare a fare i cretini in mezzo alla strada deserta, mostrando il culo alle macchine che passano sul viadotto, urlando sconcezze alla curiosa che sbircia dalla persiana, scrivendo "LAVALA" su una macchina impolverata, declamando qualche verso di Aristofane superstite chissà come nella memoria e terminando con un abbraccio prima di incamminarci, ognuno, verso la propria mestessa imponderatezza.

Accidenti, ci stavamo dimenticando lo zaino sulla panchina. E il quadernetto dove c'è scritta questa cosa. 


S. Andrea a Rovezzano
24 settembre 2013, ore 18.40