martedì 15 ottobre 2013

Isola d'Elba, 14 ottobre 2013



Sarò perdonato (e se poi non lo sarò, chissenefrega) se, in questi giorni d'ottobre oramai inoltrato non ero a Roma a difendere la Costituzione, "sana e robusta" come titolava il "Manifesto - Quotidiano Comunista" (ah ah ah!). Il fatto gli è che, con la loro "Costituzione", per me ci si possono anche pulire il culo fare la birra, questi signori qua che, con un semplice cambio di sillaba iniziale, si troverebbero assai meglio a difendere la Prostituzione; la morte loro. E anche la loro "repubblica" (sia lo stato, che il giornale), il loro "lavoro", la loro "legalità" e tutto il resto. Si accomodino. A dire il vero, sabato 12 ottobre all'Elba era un po' nuvolo; un paio di giorni dopo, invece, si poteva tranquillamente fare il bagno e l'acqua non era nemmeno quel granché di diaccio; indi per cui, in tutta la mia smajante bruttezza e col mio fisico da urlo (di raccapriccio), me' so buttato a mare dedicando sentitamente un bras d'honneur a parecchia gente, e anche alla "crisi", ai guai, alle costituzioni, alle repubbliche, ai quotidiani "comunisti", alle galere, alle repressioni, alle famije che nun cia'a' fanno, ai nazisti morti, alle larghe intese, alle decadenze da senatore e a tutto il resto. Anche perché quel che si vede nella foto sopra deve essere accompagnato dalle foto sotto:



Ecco qua: una spiaggia d'ottobre completamente vuota alle tre del pomeriggio. Del tutto priva di Prodotto Interno Lordo. Assolutamente indifferente all'Economia reale, e anche a quella irreale che vi sta schiacciando a tutti quanti, babbei. Con un mare sovrano e maestosamente calmo. E pensare che c'è chi si suicida; io, invece, piglio un traghetto senza nemmeno sapere se avrò i soldi per tornare indietro. Homme libre, toujours tu chériras la mer...

mercoledì 9 ottobre 2013

Il volo


Stasera una ragazzina di 12 anni si è buttata dalla finestra, a Firenze. Un volo di dieci metri, gravissima all'ospedale. Il motivo: un rimprovero della madre perché non aveva finito i “compiti di matematica”.

Non è matematica, quella. La matematica è creazione, è inventiva, è poesia. Quella è, come tutte le altre cose, mercato. Non è lingua inglese o francese quella che ti sparano addosso senza costrutto, non mettendoti in grado di chiedere neppure del cesso in Inghilterra o in Francia. Non è letteratura italiana, la letteratura italiana ha dei segreti senza fondo che ti verranno sempre tenuti nascosti. Non è scienza, non è conoscenza, non è niente. E' soltanto macello cui dovresti rispondere con la ribellione, ché la ribellione viene meglio a dodici anni che a cinquanta.

Ma, certamente, c'è la famiglia. La tua piccola galera quotidiana, come il panaccio del Paternoster. C'è la mamma che, a dodici anni, covava in sé un infantile bisogno di scappare, non appena percepito, seppur vagamente, il fardello di merde secolari, millenarie, universali recate in sé dall'istituzione primaria e intoccabile. Si legge che i genitori, alias trombatori ad uso riproduzione dell'orripilante razza umana, siano disperati. Ah ah ah. Creperai, forse, ragazzina dodicenne, per un compito di matematica. Avrai intuito, sia pure per un milionesimo di secondo, l'assurdità dell'imposizione, di qualsivoglia imposizione.

Ci sono delle serate in cui si rimpiange di non essere un valente portiere. Di non essere stato là sotto a quella finestra di famiglia, dieci metri sotto, e di non averti parata, ragazzina unica e irripetibile. E di non averti presa e portata via per farti vedere una via differente, senza galere e matematiche inesistenti. Di non avere acchiappato al volo il tuo sorriso e averlo incamminato su stradacce erte e petrose, come erta e petrosa è ogni conoscenza che promana dalla consapevolezza.

Ché niente sta nelle finte regole cui devi sottostare, e che si riproducono e si rincorrono in una tremenda sarabanda di convenzioni e di autorità assolute. Senza che io ti consideri minimamente “figlia”, ma mia uguale e sodale; senza gerarchie, senza sangui costringenti, senza prigioni quotidiane, senza orari e senza bandiere. E senza definizioni.

Stroncare la famiglia come si dovrebbe stroncare la finta conoscenza, la cultura fatta di schifose nozioni da quiz televisivo. Insegnare vuol dire trasmettere la libertà assoluta di pensare, vuol dire giocare come se il gioco fosse profondità dell'essere, e come se essere in profondo fosse giocare. Lo vedi che cosa ha significato: gettarsi nel vuoto, un breve e libero volo prima del selciato.

Ma tu vivrai, vero? Non può, non può finire così. Anzi, tutto deve incominciare. Bisogna scardinare tutto, bambina mia. Hai quell'età in cui lo scardinamento è vita, in cui la mammina che ti rimprovera obbedendo a melme cui non ha saputo opporsi e che intende darti un'educazione senza sapere nemmeno da lontano che cosa significhi elevarsi da pecora a pensiero fondante e elèutero si rivela come misero strumento di oppressione non diverso dal carceriere e, en resumidas cuentas, dal boia, in cui ti si affaccia la morte che, da meravigliosa sorella qual è al di là del deleterio e spiccio francescanesimo di cartapesta, ti orienta a bivi di vita.

Rifiuterai gli ingranaggi.

Il pericolo è che tua figlia, un giorno, se ne avrai una, ricada da quella finestra. Non sottostare al lager della famiglia. Lascia evolvere la tua vita. Scappa. Non avere mai maestri, ma compagni e compagne. Forza ogni lucchetto, ogni gabbia, ogni destino precotto. La biologia dell'uovo e dello sperma ti frega ogni istante che vivi. La tua matematica sia appresa dall'osservazione senza confini, i tuoi padri veri sono Euclide, Eulero, l'adolescente Étienne Galois. Le tue stelle si confrontino con Galileo in persona, di meno non vali. Le tue parole si formino dal magma indistinto che hai dentro e che si attiva soltanto con la libertà assoluta e immediata fin dalla tua nascita da un corpo che si dovrebbe guadagnare nei fatti la qualifica di vivizie e di progenie, e non per decreto istituzionale.

Tu puoi cambiare il mondo, puoi invertire la rotta tracciata che ha inghiottito quel povero essere che ora si dispera. E' tutto falso. Ha servito come serva di qualcosa che non capisce, tua madre. Che si fotta, lei e la sua disperazione. Lo vada a fare lei, il compito di matematica. Calcoli la velocità accelerata con cui sei caduta al suolo, obbediente pedissequa alla schiavitù predeterminata.

Stanotte c'è un filo senza fine. Nella pioggia che è caduta, nelle stelle che si son fatte strada. Nelle biglie che rotolano e schizzano, nell'angiporto dei tuoi sguardi voltaici, nell'inizio e nella fine, nel sonno che genera insottomissione al posto dei mostri, nel Peter Pan che è foriero di scienza, nelle sbarre che crollano sotto i colpi, implacabili, della ribellione.

Auguri, ragazza mia. Auguri, dodicenne mia pari e complice.
Ti voglio un libero bene.
Ti spiegherei come una favola quel che so.
Quel che non so, lo creerei per te.
Mi spiegheresti come una favola quel che sai.
Quel che non sai, lo creeresti per me.

martedì 8 ottobre 2013

Ma vattinn'



Il mondo di Roberto Saviano, come oramai dovrebbe essere noto a tutti, ruota interamente attorno a Roberto Saviano anche se, più esattamente, si dovrebbe parlare di Universo. Roberto Saviano è il perseguitato più presente (e presenzialista) della storia. Uno legge quella parola, "perseguitato", e s'immagina oscuri antri, Pinocchio inseguito dagli assassini, l'attenzione estrema a non lasciare nessuna traccia; Roberto Saviano ha totalmente ribaltato questa immagine. Lui incarna praticamente tutto: il futuro, la speranza, l'impegno civico, la resistenza e l'autentica mozzarella di bufala. Le pagine dei ringraziamenti dei suoi libri sono oramai più vaste di un sacrario militare; ha ringraziato le più sconosciute forze dell'ordine e magistrature della Terra, dai poliziotti campestri kazaki alla procura della Repubblica di Asunción. Altrettanto vaste le sue figure di merda, come quella con la madre di Peppino Impastato; ma non è niente di fronte alla sua Divinità. Roberto Saviano è ovunque; mentre sta a Zuccotti Park è anche al processo dei Casalesi, e mentre sta al processo dei Casalesi è anche da Fabio Fazio, e mentre è da Fabio Fazio sta anche spiegando la Costituzione a' bambini, e mentre spiega la Costituzione a' bambini è pure in copertina di Vanity Fair.

Il prodotto "Roberto Saviano", giusto giusto a un processo di Casalesi in corso questi giorni, ha finalmente espresso la sua volontà di abbandonare definitivamente l'Italia con una "nuova identità", per poter finalmente "vivere la sua vita" (con tutti i soldini che deve aver guadagnato, è senz'altro un'aspirazione legittima). Mi sia permesso, però, dubitare fortemente di tutto questo. Il cambio di identità a fini di protezione è una faccenda parecchio complicata; comporta una reale sparizione, una nuova vita, la cancellazione pressoché totale del proprio passato e dei propri legami. in un altro luogo e, forse, addrittura in un altro tempo. Mi viene a mente il caso del rappresentante di commercio che assistette all'omicidio del giudice Livatino, fornendo la sua testimonianza: di lui non si è saputo assolutamente più niente. Lui soltanto sa, chissà dove, che un tempo si chiamava con un altro nome, che ha avuto una famiglia e un lavoro, e che è come morto. Ce lo vedete, Roberto Saviano? Lui rinunciare alla sua immagine così fotogenica, da copertina? Non potrebbe più presentarsi da Fabio Fazio. Dovrebbe, lontano da tutto, vivere realmente una vita "normale" con una diversa identità; rientrare, e definitivamente, nell'anonimato. Mi viene, praticamente, da ridere. Roberto Saviano ha bisogno dei Casalesi come il pane, si tratta di una simbiosi. In un momento in cui l'attenzione sul suo Prodotto si è allentata, è bastato paventare la sua definitiva dipartita dall'Italia per scatenare il coro di solidarietà e, ovviamente, gli articoli di Repubblica.

Ma come sarebbe un Roberto Saviano anonimo, in un paese lontano? La sua immagine è oramai fissata nell'immaginario collettivo, e non sarebbe quindi un giochetto da ragazzi. Quelle che seguono sono alcune possibilità:


1. Roberto Saviano con una nuova identità nella Repubblica del Nepal
(da dove alcuni intrepidi viaggiatori sono tornati parlando di
uno strano "Abominevole uomo delle nevi" con accento napoletano).

 
2. Roberto Saviano con una nuova identità in Australia durante un 
corso intensivo di lancio del boomerang. Si è lasciato sfuggire,
durante una segretissima intervista a "Ragazza In":
"Erano meglio i Casalesi".


3. Hróðbertur Sávjánsson hinn Sterki, la nuova identità vichinga di
Roberto Saviano nell'estremo nord della Norvegia.
In un'intervista esclusiva a "Miracoli" (in vendita a solo 1 euro!),
ha mostrato la sua perfetta padronanza della lingua norrena
esclamando: "Maronn' ! Teng' nu' fridd'..."


4. Infine, la nuova identità che ha palesemente più soddisfatto le aspirazioni
di Roberto Saviano: Dio.
 

domenica 6 ottobre 2013

È morto Võ



Post pedante e didascalico. Siete avvertit*.

È morto il generale Võ, capo dei Việt Minh e dell'Esercito Popolare Vietnamita. Aveva centodue anni (almeno così si dice, dato che la sua reale data di nascita -fissata per convenzione al 25 agosto 1911- non è in realtà per nulla certa). In tutto il mondo stanno dicendo che è morto tale "generale Giáp", ma sarebbe come dire che è morto il generale Piero o il generale Giacomo; secondo le regole dell'onomastica vietnamita (che ricalcano quelle cinesi), infatti, il cognome (o nome di famiglia) viene al primo posto. Nel nome Võ Nguyên Giáp, quindi, "Võ" è il cognome, "Nguyên" è il secondo nome o "tribale" (comunissimo in Vietnam) e "Giáp" è il nome dato, il given name. Funziona esattamente come in "Mao Tse Tung": "Mao" è il nome di famiglia, e infatti tutto il mondo lo chiama giustamente "Mao"; con il generale vietnamita, invece, sarebbe come se qualcuno dicesse "Tung" per chiamare Mao. Il grande timoniere Tung, o il libretto rosso del presidente Tung, insomma. Cose strane, ma -naturalmente- Giáp è Giáp rimane. La "á" su "Giáp" indica uno dei sei toni del vietnamita standard: esattamente quello ascendente.

Il vietnamita si scrive con l'alfabeto latino (integrato da una miriade di segnetti) oramai da diversi secoli: tutto è dovuto ai missionari europei, in particolare francesi, portoghesi e italiani. Ai portoghesi, naturalmente, è dovuta la grafia "nh": Hồ Chí Minh ("Ho che illumina") funziona come il portoghese minho. Agli italiani è dovuta invece proprio la grafia di Giáp, con quel "gi" che, un tempo, si pronunciava proprio come in "Giappone". Poi la pronuncia si è evoluta e modificata: attualmente si pronuncia "z". Si dovrebbe, quindi, dire "Záp". Capisco però che è un po' troppo. Già si dovrebbe parlare del generale Võ, il generale Záp provocherebbe in molti delle autentiche crisi di identità e, forse, di rigetto. Tanto più nel paese dei Carefré salvaslip, del dentifrico Colgàte e del detersivo Tìde. Saluti e buonanotte, sapendo che vi sto mandando a letto più consapevoli.

Nota a margine. In vietnamita, Mao Tse Tung è Mao Trạch Đông. Niente in confronto al Vahcuengh, importante lingua parlata in Cina, dove è Mauz Cwzdungh. L'ho imparato dalla Wikipedia in Vahcuengh, che del resto si chiama Veizgiek Bakgoh.



giovedì 3 ottobre 2013

Parbuckling



Ho come la vaga impressione che, a Lampedusa, non ci sarà nessuna operazione di parbuckling. E che non se ne continuerà a parlare a distanza di anni. La legge per vietare gli “inchini” l'hanno fatta subito dopo la grande impresa del comandante Schettino, mentre un po' più in giù si continua ad applicare la Bossi-Fini. Si arrestano gli “scafisti”, ma non ci si interroga nemmeno un po' perché gli scafisti esistono. Eppure dovrebbe essere chiaro: esistono perché niente consente alle persone di immigrare legalmente. Esistono perché la clandestinità è un business. Esistono per il profitto. Pare che, negli ultimi anni, nel Mediterraneo siano morti circa 6000 immigrati, seimila; e viene il sospetto che quelli di oggi facciano notizia solo perché la cosa è avvenuta a cinquecento metri dalla riva e non al largo. Perché i cadaveri sono stati allineati coi teli sopra e sono diventati immagini; diverso è quando tutto accade in mezzo al mare e le persone sono inghiottite dagli abissi. Così possono restare cadaveri invisibili, diventano quasi leggendari. Oggi, nessuna leggenda. Si tocca con mano tutto quanto. Si possono mettere finalmente in moto i cordogli, i lutti nazionali, i tweet del papa, i sindaci in lacrime, le guardie costiere, i ministri, i leghisti, i blog. 

Restano masse di senzanome. Al Giglio cercano ancora due dispersi con nome e cognome, che per questo restano e resteranno persone; a Lampedusa, e in tutto il Mediterraneo, si ragiona esclusivamente per provenienza: “somali”, “siriani”. E, naturalmente, per “donne incinte” e per “bambini”; le donne incinte e i bambini fra i morti hanno, praticamente, la stessa funzione dei pupazzetti di pelouche fotografati tra le macerie dei terremoti o dopo la disastrosa alluvione. Naturalmente, oggi, ci sentiamo tutti quanti “colpiti”, tutti quanti “commossi” nell'attesa della partita di coppa UEFA. Nel profondo dell'animo di molti, si tirano anche dei gran sospiri di sollievo: due o trecento immigrati in meno. Non importa nemmeno “ributtarli a mare”, il mare ci pensa da solo. Il tizio che, solo ieri, era protagonista della telenovela istituzionale di palazzo, oggi si mette gli abiti di ministro e i lutti colmi di fermezza e vola a Lampedusa; a fare che cosa? Non si capisce. Si capirebbe meglio se, una buona volta, ci decidessimo a prendere uno di quei barconi malandati e a infilarceli sopra loro, tutti quanti, destinazione di sola andata per la Somalia. 

 I morti, sì. Sembra che ci siano anche centocinquanta superstiti, attesi dai CIE. Attesi da razzismi, da odio, da indifferenza. Anche sull' “emozione” che ci prende non ci giurerei affatto; si vedono dei teli e dei lenzuoli, magari si percepisce che sotto c'è il corpo morto di qualcuno ma, in realtà, non ce ne importa assolutamente nulla. Figuriamoci, poi, se si fanno ragionamenti sul profitto, sul capitale e quant'altro; al massimo si chiedono “aiuti all'Europa”, aiuti per continuare a fare gli sbirri alle frontiere dell'Impero. E quelli che ce la fanno a passare senza finire in mare? Rosarno. Pomodori. Capitanate e Agri Domiziani. Ma, tanto, sono sempre gli stessi discorsi. 

Dunque accettiamo di dover constatare la morte di massa che, del resto, è già pronta per una rapidissima rimozione. Mica stiamo a Lampedusa; mica sbarcano a Marina di Pisa o a Lignano Sabbiadoro. In fondo, le “tragedie” come quelle di oggi sono dai più percepite come una sorta di selezione naturale; e chi se ne frega. Fossa comune. Logiche necessarie. Inevitabili. Certi paesi servono solo a tirar su materie prime, a vendere armi e a esercitare strategie; ciò ha peraltro, di fatto, eliminato il pericolo di una “guerra globale”. Non ce n'è nessun bisogno, ci sono le valvole di sfogo di turno, e chi vi abita, beh, sculo loro. C'è sempre un bel barcone che li aspetta. Ci sono le Bossi-Fini italiane come ci sono quelle australiane. Ci sono le Albe Dorate che ti accoltellano, e ci sono le Leghe che proteggono Trecate e Pieve di Cadore dagli sbarchi. E, naturalmente, c'è il mare. Ti avvicini a fare un inchino alla terra promessa, e non importa nemmeno la manovra sbagliata del comandante imbecille: basta il tuo peso a far rovesciare l'imbarcazione. Puoi scegliere tra il lager o il telo, tra il diventare carne da sicurezza o carne da cordogli. Tra Alfano in elicottero o i tweet del papa.

martedì 1 ottobre 2013

A Mikis Theodorakis (nientepopodimeno).



La seguente è -addirittura- una risposta a Mikis Theodorakis a proposito delle sue affermazioni del 28 settembre scorso, in relazione all'assassinio del rapper antifascista Pavlos Fyssas e del susseguente arresto dei vertici di Alba Dorata. L'immagine sotto il titolo è un disegno originale di Gian Piero Testa, la cui spiegazione si trova qui.

Ma sì che lo sapevano, Mikis. E lo sapevi benissimo anche tu, che in parlamento ci sei stato chissà quanto tempo; potrai essere morto politicamente, ma mi rifiuto di credere che, alla tua veneranda età, tu faccia il finto tonto. Naturalmente non è così; ancor più naturalmente, la tua, è una domanda retorica.

Lo sapevano benissimo con chi stavano nel “parlamento”, anzi, nella βουλή. Quella bellissima parola ellenica, che alla lettera significa “volontà”; imparentata persino etimologicamente, in modo esatto, col nostro verbo volere. E, infatti, si tratta di una volontà ben precisa; e, soprattutto, di un comodo ben preciso.

Ora, tutto può essere al mondo, Mikis, fuorché tu non conosca i fascisti. Non starò a ripercorrere la tua vita, i tuoi campi di concentramento, i tuoi esili. Nella Grecia del 1967 i fascisti facevano un gran comodo, come lo hanno sempre fatto quando ci sono un po' di cose da rimettere a posto alla svelta e senza tanti complimenti. Sono fatti per questo, no? Sono nati per questo, e c'è chi li ha fatti nascere per questo.

Si chiama capitale, si chiama possesso, si chiama industriale o si chiama agrario. Si chiama finanza, si chiama cannoni, si chiama aeroplani, si chiama Krupp o si chiama Fiat. Si chiama “nazionalismo”, si chiama “liberalismo” e, non di rado, si chiama anche “democrazia”.

Il resto, sono i necessari condimenti, quelli che servono per ottenere il consenso. Un tempo possono essere consistiti in colonie, in “imperi”, in “tradizioni”, in “religioni”; adesso consistono prevalentemente, questi condimenti, in “stranieri”, in “sicurezza”, in “valori”, in “famiglia”. Ma ce ne sono infiniti altri, ad libitum.

Come dici giustamente, Mikis, perché la “sfilata si svegliasse” c'è voluto che ammazzassero “un ragazzo” che non resuscita. Dici giustamente che il ragazzo ha avuto bisogno d'essere greco; le decine, le centinaia di immigrati assaltati, massacrati e, in alcuni casi, uccisi dai fascisti di Alba Dorata non avevano fatto svegliare nessuna sfilata. Cerchi, sicuramente, di stare sulla terra anche se ti definisci un “morto” mentre un'organizzazione nazista si prendeva la Grecia aiutata dalla sua filiale, quella cosa che va sotto il nome di “Polizia”.

Cerchi di stare sulla terra, perché sono cose, queste, che hai già viste e pagate carissime. Il “sangue greco”? Eri in quella piazza il 20 luglio 1965, sì un venti di luglio, quando la polizia greca imbottita di fascisti ora come allora ammazzava un altro ragazzo, Sotiris Petroulas. In una piazza che si chiama “dei Giuliani”, pensa un po'. Ci scrivesti sopra anche una famosa canzone. Ma questi ragazzi morti non li hanno fermati. Non li ha fermati Alexis Grigoropoulos. Non li ha fermati nessuno.

Mikis Theodorakis: Canzone per Sotiris Petroulas (Τραγούδι Σωτήρη Πέτρουλα).
Interpretazione di Maria Farandouri.

E non li ha fermati nessuno perché sono gli organizzatori della violenza al servizio del potere. Il suo strumento più utile. Intimidire la gente. Creare un clima di incertezza per prospettare “soluzioni” di forza (la cosiddetta “sicurezza”). Legami precisi non soltanto con la Polizia, ma con le autorità investigative e coi Servizi. E che ti sto a dire, Mikis Theodorakis? Faccio solo il punto, da persona del mio paese, che ha visto tutte queste cose, bagnate dal sangue delle banche agricole, dei treni popolari, delle piazze.

E ti domandi, Mikis, se costoro “non sapevano” con chi sedevano nel parlamento? Sedevano coi loro sodali. Perché Alba Dorata faceva esattamente il suo comodo proprio alla “democrazia”, a quella cosa di cui il parlamento dici essere il Tempio. Ο ναός in greco, altra solenne parola e antichissima.

Come ogni partito nazifascista, Alba Dorata opera a favore del sistema. Nel “parlamento”, o “tempio della democrazia”, vota regolarmente a favore di armatori, banchieri e potentati finanziari; nella società, invece, si presenta come partito “anti-sistema”. E che è, forse, qualcosa di nuovo? Il fascismo è nato così, e così è stato ovunque perché non può essere altro che lo strumento più duro e autoritario del capitale. “Il nazionalsocialismo ha liberato l’operaio tedesco dalla morsa di un dogma, quello comunista, che era fondamentalmente ostile sia al datore di lavoro che al lavoratore. Adolf Hitler ha restituito l’operaio alla sua nazione. Lo ha trasformato in un disciplinato soldato del lavoro e quindi in un nostro compagno”. Lo affermava, nel 1934, l'industriale tedesco Alfred Krupp. 

Alba Dorata è finanziata dall'imprenditoria greca. E c'è un ministro in Grecia, tale Nikos Dendias, che fino a pochi giorni fa si inalberava contro chiunque rivelasse i legami tra Alba Dorata, la Polizia e i corpi di Sicurezza. Escludeva categoricamente, il signor ministro, che la Polizia compisse attacchi a sfondo razziale; minacciava, sempre il signor ministro, il giornale inglese Guardian per un articolo dedicato a tutto ciò. All'improvviso, il signor Dendias fa una conversione a U: si sveglia una mattina e fa mettere in galera mezza Alba Dorata, ivi compreso il Führer, Michaloliakos. 

E si sospetta allora, in modo esageratamente preciso, il gioco di potere. Prima si inventa la favola, e poi la si fa terminare per diventarne gli eroi. Dopo il “sangue greco” versato (quello pakistano o di altri paesi del genere, Mikis, ti sei già accorto da solo che conta poco o nulla) si mettono su gli arresti in pompa magna, con tanto di “Stato che risponde” e di “Democrazia salda”, provocando la reazione dell'Alba Dorata perseguitata. E così ci saranno altri scontri, e scorrerà altro sangue in base sia a decisioni prese a tavolino, sia in base alla realtà contingente. 

Continuerai allora a chiederti, Mikis Theodorakis, come mai “accettavano di sedere nel Tempio della Democrazia assieme a simili rifiuti”? Lo accettavano, semplicemente, perché Alba Dorata è un'utile componente del sistema, del loro stesso sistema. I fascisti sono sempre stati, e sempre saranno, una componente dello Stato, e ne fanno pienamente parte. Di converso, lo Stato considera i fascisti dei suoi rappresentanti assai dinamici, oltre che uno strumento facile da utilizzare. Lo si è visto fin dalla nascita del fascismo. Ovunque si sia manifestato, i suoi modus operandi sono stati pressoché identici, come identici sono stati i suoi finanziatori più o meno occulti. 
La “sfilata” non si è svegliata, probabilmente, neppure per il “sangue greco” del rapper antifascista Pavlos Fyssas. “Killah P” è stato preso al volo, in un momento in cui Alba Dorata veniva accreditata del 12% dei voti nei sondaggi, ed in cui l'erosione dell'elettorato conservatore stava facendosi assai preoccupante per “Nuova Democrazia”; la creazione di nuova paura ha funzionato benissimo, e chi ha votato per i nazisti nell'infinita devastazione greca, tornerà in gran parte all'ovile. Non soltanto: la paura è servita a rendere i cittadini ancor più conservatori.


Lo Stato, con tutte le sue istituzioni, non “accetta” i fascisti. Non c'è nessun bisogno che li “accetti”, e sedersi accanto a loro nel parlamento è del tutto normale. Nel parlamento italiano nessuno ha mai avuto problemi a sedersi accanto a torturatori e assassini fascisti; qualcuno magari si ricorderà, che so io, dell'onorevole Sandro Saccucci. Nell'attuale parlamento italiano siede una Mussolini (mentre in quello tedesco non siede una Hitler, va detto). I fascisti non sono “accettati”: sono parte integrante, e necessaria, del sistema istituzionale statale. Fanno il gioco sporco, e a volte capita che li buttino -per finta- nella spazzatura; ma sono sempre lì, pronti alla bisogna.


Credo, Mikis Theodorakis, che questo andasse, seppur sommariamente, detto prima del tuo ben giustificato e sdegnato ritorno nella tomba. Gradirei però che in una tomba, non soltanto politica, ci finissero quei luridi topi di fogna assieme a tutti coloro che li foraggiano, finanziano, sostengono.

Con deferenza, RV.

Odio le fabbriche, di Sandrone Dazieri.


di Sandrone Dazieri.

Credo che fosse una delle mie prime occupazioni, una fabbrichetta dismessa a Milano che durò giusto il tempo di farci una cena militante prima che arrivasse la polizia. Ricordo che salii all’ultimo piano, dove c’erano tre o quattro stanzoni che una volta contenevano macchinari pesanti, di cui rimanevano solo graffi sull’impiantito e cavi penzolanti. Tutti gli stanzoni si aprivano nei muri divisori con una finestra orizzontale protetta ancora da vetri sporchi. Ero con un compagno più vecchio – anche se più giovane di come sono ora – e gli chiesi a cosa servisse. Lui mi fece mettere di fronte alla finestra del primo stanzone, che scoprii essere perfettamente allineata alle altre. “Da qualsiasi punto si può vedere quello che succede in tutti i reparti” mi disse. “Per controllare”.

Pensai che un posto costruito per il controllo fosse un abominio. Non solo per i controllati, ma anche per i controllori. Come diventi passando la vita a spiare i gesti degli altri, a impedire che escano dagli standard, che si batta la fiacca? Come si diventa a ripetere tutti i giorni il medesimo movimento? Sperai che tutte le fabbriche diventassero come quella dove stavo, vuota e polverosa.

Odio le fabbriche.

Da bambino, a casa mia arrivava due volte il giorno il suono di una sirena. Veniva da lontano e la immaginavo sull’altra riva del Po, anche se probabilmente si generava poco dietro il mio quartiere. Mia madre mi aveva spiegato che si trattava della sirena di inizio turno di una fabbrica. Mi figuravo gli operai che entravano correndo e poi uscivano al secondo fischio lenti, coperti di polvere e le facce stanche. Li vedevo dentro aspettare quel suono che li avrebbe liberati, sentirlo anche di notte mentre dormivano. Quando anni dopo vidi Metropolis, scoprii che la marcia cadenzata dei lavoratori era identica a quella che immaginavo da bambino. Anche le facce erano le stesse.

Odio le fabbriche.

Gli operai devono lottare, salire sulle torri, minacciare il suicidio, per avere il privilegio di rientrare in luoghi che fanno di tutto per renderli omogenei a un modello. Che li costringono a compiti infami, ubbidendo all’arbitrio di una complessa e ottusa catena di comando. Che fanno loro produrre merci di cui spesso non vedono la totalità. Che li ammazzano. Li schiacciano. Li bruciano. Li fanno ammalare. E schiacciano, bruciano e fanno ammalare quanto circonda la fabbrica. Quando chiudono, quando falliscono, non capisco perché ci si disperi. Io gioisco. Io dispero per chi è costretto a tornarvi.

Odio le fabbriche.

E come campano gli operai se chiudono le fabbriche? Questa è la domanda cui tutti sembrano avere una sola risposta. Le fabbriche non devono chiudere e gli operai devono tornarvi. Anche se le condizioni saranno peggiori, anche se si tratta di una mostruosità avvelenatrice come l’Ilva, del buco nero di una miniera di carbone. Una volta gli operai barattavno la loro vita con la certezza di un reddito, ora la barattano con un’insicurezza prolungata. Se la fabbrica chiude bisognerebbe dare un premio a quelli che vi si sono consumati. Li si dovrebbe accogliere come chi esce da un carcere, come chi esce da un lager. Li si dovrebbe ringraziare per il sacrificio, e aiutarli a trascorrere una vita serena. Date un’occhiata al valore delle transazioni finanziarie che si effettuano in un solo minuto, a quanto costa un cacciabombardiere. Con una frazione di quei soldi come reddito di cittadinanza, nessuno dovrebbe tornare in fabbrica. Potrebbero non fare niente, oppure dedicarsi a lavori socialmente utili. Gli scarcerati delle fabbriche potrebbero diventare protettori del patrimonio artistico nazionale, dei boschi, delle coste. Ausiliari nelle scuole. Ripagherebbero i soldi spesi per il loro reddito in mille modi, a loro volta generatori di reddito. E quelli che vogliono o se la sentono, potrebbero essere accompagnati ad attività artigianali, ad aprire un negozio, a imparare un’arte o un mestiere nuovo. Potremmo investire su di loro, sulla loro voglia di fare. Ma a dirlo si passa per eretici. Per criminali. Perché la fabbrica ce l’abbiamo in testa. E tutto si ribalta. I padroni vogliono chiudere, i compagni vogliono tenerle aperte, perché non riusciamo a immaginare o praticare alternative.

Odio le fabbriche.

Lo so. Sto scrivendo un post contro le fabbriche su un computer assemblato in una fabbrica cinese, e sappiamo come ci si sta. Probabilmente un capo del mio abbigliamento – oggi sono sull’elegante – l’ha cucito qualche bambino in un’altra fabbrica. E anche il cavo che mi porta la corrente è uscito da una fabbrica, la corrente stessa è prodotta in un luogo molto simile a una fabbrica. Se davvero chiudesse tutto, mi dicono gli amici, come faresti? Lo stesso argomento si può usare per tutto. Come faresti senza gli schiavi, dicevano agli Abolizionisti, come faresti senza la pena di morte o il laudano? Da piccolo leggevo fantascienza. A quei tempi si osava immaginare futuri rosei, dove i lavori ripetitivi li facevano le macchine, e all’umanità rimaneva il tempo per tutto il resto. Supervisionare le macchine e inventarle, ovviamente, esplorare lo spazio, combattere gli alieni (solo quelli cattivi), espandere la coscienza. Trascendere. Ora si immagina solo la povertà e l’obbligo. Ma anche senza i robot, siamo sicuri che vi sia un unico modello possibile produttivo? Che l’obsolescenza programmata delle merci sia necessaria? Ah, ma tu stai parlando della fine del capitalismo, mi dirà qualcuno. Forse, rispondo io, ma più probabilmente della sua trasformazione, anzi di un capitalismo che si è già trasformato, mentre noi siamo rimasti al palo. Comunque, non è compito mio trovare le alternative economiche. L’importante è non difendere un esistente che non esiste più e che, quando c’era, non era nemmeno bello.

Odio le fabbriche.

E odio la retorica sulla classe operaia, sull’etica del lavoro, sui luoghi di ricomposizione di classe. 





Quando copioincollo, di solito il "cappelletto" lo faccio prima di riportare la cosa scritta da qualcun altro. Per questa cosa scritta da Sandrone Dazieri, lo faccio dopo. Non lo so nemmeno io perché,  e del resto non ha grande importanza. Spero, comunque, che abbiate letto queste parole; e queste tre righe le potete anche, e tranquillamente, saltare.