lunedì 9 dicembre 2013

P&R prêt-à-galèr



Ve li ricordate Padalino & Rinaudo, i due sostituti della procura torinese che, alcuni mesi va (in Valsusa, e dove altrimenti?) hanno inaugurato il primo servizio di pronto intervento incriminazione, recandosi in Valle al seguito delle truppe di occupazione con gli atti già preparati e soltanto da riempire?

L'Italia, come si sa, è il paese della moda. Ci abbiamo le griffes (parola che, in francese, significa peraltro "artigli di un rapace", ndr), quelle specializzate in arrosto umano alla cinese. Dopo il prêt-à-porter, ecco dunque l'ultimissima moda: il prêt-à-galèr. Una task-force di magistrati "dedicati", con un budget di galere e accuse di "finalità terroristiche" preconfezionate e, appunto, pronte all'uso.

Stamani la premiata ditta P&R ha infatti confezionato le ennesime quattro galere, vale a dire l'ennesimo "blitz antiterrorismo" per un "assalto notturno" al cantiere di Chiomonte, lo scavo più militarizzato del mondo. Tanto che c'erano, visto che è quasi Natale e quindi bisogna fare un bel pacco dono, P&R hanno anche ordinato alla Digos di perquisire un paio di centri sociali torinesi. Il prêt-à-galer si rivela quindi un'altra specialità della moda italiana; si potrebbe ipotizzare che, prima o poi, Padalino & Rinaudo ce li ritroveremo su una qualche passerella a sfilare assieme alle top models.

E' così figo, del resto, distribuire galere su galere per servire il padronato. Così "in" emettere ordini di custodia cautelare per far piacere alle cooperative di "muratori e cementisti". Così à la page affibbiare le "finalità terroristiche" da offrire a Letta e Hollande. Manca a quei due, certo, quell'aura di "eroe antimafia" che ha fatto le fortune del loro maestro Caselli, recentemente ritiratosi dalle sfilate; meglio, per le nuove leve, difendere tutta quell'interminabile serie di mafie che stanno agendo in Valsusa.

domenica 8 dicembre 2013

Di che morte si muore



Ho compiuto da poco cinquant'anni.

Nella mia vita ho fatto già in tempo diverse volte a non voler morire in qualche modo.

Poiché sono stato un ragazzino discretamente precoce, l'undici gennaio del 1975 già mi dicevo che non volevo morire democristiano.

Qualche anno dopo, lo confesso, qualche volta mi sono detto che non volevo morire berlusconiano.

In Italia, del resto, è prassi comune non voler morire; forse perché, in generale, siamo già morti da un bel pezzo.

Arrivato a una certa età, mi sono detto: "Caro Riccardo, ora è tempo che tu ti decida a morire in qualche maniera".

L'alternativa era tra rimorire berlusconiano, morire grillino e morire renziano.

Stasera credo che tale dubbio mi sia stato finalmente sciolto, perché con uno nato l'undici di gennaio del 1975, altro che "ventennio"!

Insomma, finalmente so di che morte si muore: si muore renziani. Cioè democristiani, il che mi fa perlomeno ritornare ai miei verdissimi anni. Cazzo, quando nasceva Matteo Renzi ero in prima media, ora che ci penso. Avevo a che fare con la Bensi di matematica, con la Bruscaglioni d'italiano, con la Rossi Ferrini di storia e geografia e con il Fagotti di applicazioni tecniche; ci fece pure comprare il seghetto per fare il traforo nel legno compensato. O quello di musica che ci fece comprare il piffero da suonare in classe?

Poi va da sé che morirò Riccardo Venturi, in culo a Renzi, a su' pa'e alla su' nonna.

Però una certa buffa saggezza che mi sto ritrovando addosso mi ha insegnato che non esistono né oasi, né tantomeno campane di vetro.

Può darsi quindi che morirò si Riccardo Venturi, ma con uno che mi privatizzerà persino l'agonia. E con uno che ha già cominciato con le metafore palloniere, di modo che morirò anche un po' berlusconiano.

Il problema è che morirò pure italiano.

Morirò senza i famosi "ventànni" rivoluzionari, coi fascisti del terzo millennio e col PD. Ganzo!

Buona morte a tutti.

La terra non ti sia


La terra non ti sia
né lieve, né pesante;
ti sia compagna antica
di strade mai interrotte.
Ti sia mare infinito
e fuoco di grandezza;
ti sia aria, elemento
di vento e di chiarezza.
La terra non ti sia
palate di chiusura;
ti sia portale e oltre
di là da ogni misura.
Ti sia d'amore e lacrime
sorgente luminosa;
e di ricordo sempre
amica silenziosa.


Þér megi jörðin ekki vera
Jón Hróðmar Finnbogason
Til B.

sabato 7 dicembre 2013

Due o tre cose su Mandela



Ora lo stanno facendo passare per un „Gandhi”, Nelson Rolihlahla Mandela. Scordando magari che in galera per ventisette anni c'è stato per le sue lotte. Eppure basterebbe sfogliare un comunissimo articolo Wikipedia, non fare ricerche alla Biblioteca del Congresso; una lotta cominciata fin dagli anni '40 e radicalizzatasi nel 1952, con la campagna di resistenza dell'ANC e l'organizzazione dell'ufficio legale Mandela & Tambo per fornire assistenza a basso costo a molti neri che ne sarebbero rimasti privi. Fu arrestato per la prima volta il 5 dicembre 1956, nella stessa data che molti anni dopo sarebbe stata quella della sua morte; dopo il massacro di Sharpeville nel marzo 1960 e la successiva interdizione dell'ANC e di tutti gli altri gruppi anti-apartheid, passò ad appoggiare senza reticenze la lotta armata contro il regime razzista sudafricano. Fondò lui, Nelson Mandela, l'ala armata dell'ANC, Umkhonto We Sizwe („Lancia della Nazione” in lingua xhosa), della quale fu comandante in capo coordinando le campagne di sabotaggio e i pianidi guerriglia. Si dedicò a raccogliere fondi dall'estero e dispose addestramenti paramilitari per i combattenti. Il suo definitivo arresto nel 1962 avvenne grazie a informazioni fornite al governo sudafricano dalla CIA, e qualcuno dovrebbe dirlo una buona volta al piangente Obama. Inizialmente fu condannato a cinque anni per „viaggi illegali all'estero” e „incitamento allo sciopero”; ma il 12 giugno 1964, mentre era ancora in carcere, fu condannato all'ergastolo per „sabotaggio e tradimento”. In carcere scrisse il manifesto dell'ANC, che fu pubblicato il 15 giugno 1980; un suo famoso passo recitava testualmente: ”Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l'incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l'apartheid!”. E' rimasto in carcere fino al 1990; è stato per qualche anno presidente del „nuovo” Sudafrica, dove ora i minatori neri in sciopero possono tranquillamente essere massacrati da poliziotti neri. Così, ora, Nelson Mandela deve, nell'ora di sua morte, beccarsi il massacro dei „cordogli planetari”, espressi da tutto un gotha di figure che definire improponibili sarebbe un eufemismo; compresi quelli di Israele e del suo primo ministro Gnagnagnàu o come accidenti si chiama. E pensare che Israele è stato l'unico stato al mondo ad aver riconosciuto i Bantustan tipo il Transkei, il Ciskei e il Bophutatswana, gli stati-fantoccio creati nel 1977 dal regime razzista come ghetti per la deportazione della popolazione nera (che fu privata della cittadinanza sudafricana). 

Ce ne sarebbero da dire parecchie altre, su Nelson Mandela. Prima di tutto andrebbe riconosciuto il suo ruolo di combattente niente affatto „pacifista” come si è voluto far passare dagli anni '90, con la sua liberazione dal carcere, e, ovviamente, in queste ore successive alla sua scomparsa. Sarà forse che quando sento nominare „Gandhi” mi viene l'immediata voglia di imbracciare un AK 47 e sparare a tutti i cialtroni che esaltano un razzista indiano il quale, proprio quando risiedeva in Sudafrica, ebbe a pronunciare più volte parole di autentico disprezzo razziale nei confronti della popolazione nera. Li chiamava Kaffir i neri sudafricani, il „Grand'Anima”, scrivendo cose del genere (rivelate da Joseph Lelyveld, ex direttore editoriale e inviato del New York Times, nel suo volume Great Soul: Mahatma Gandhi and his Struggle with India, pubblicato da Alfred Knopf): «Di regola non sono civilizzati, sono fastidiosi, sporchi e vivono quasi come animali”, oppure „«Fummo fatti marcire in una prigione riservata ai Kaffir. Potevamo capire di non essere collocati insieme ai bianchi, ma essere messi sullo stesso livello dei Kaffir ci sembrò insopportabile”. E ancora: „«Un indiano deve essere vessato perché lavora troppo, un Kaffir deve essere vessato perché non lavora abbastanza», «Gli indiani vengano trascinati al livello dei rozzi Kaffir, la cui occupazione è cacciare e la cui sola ambizione è radunare il bestiame e comprarsi una moglie, per passare la vita nell’indolenza e nudi» e, infinine, parlando degli Afrikaners bianchi: «Noi indiani crediamo nella purezza della razza quanto loro». 

Gli è toccato poi, a Mandela, gestire la cosiddetta „riconciliazione nazionale” in Sudafrica; in pratica, tenere a bada la voglia di vendetta e di rivalsa dei neri sudafricani. Si potrebbe anche dire che, nel „nuovo” Sudafrica era abbastanza facile, dato che le leve del potere e le risorse economiche sono rimaste in massima parte nelle mani dei bianchi, e sta casomai emergendo (a fatica) una media borghesia nera che ancora ha però scarsa incidenza sull'economia che conta. In pratica, l'apartheid è stato eliminato nelle sue componenti più visibili e eclatanti (e nella rappresentanza politica di sistema) ma persiste nella vita reale del paese, con una separazione di fatto nonostante gli esempi di „buona volontà” istigati in primis proprio da Mandela. Nelson Mandela, una volta inserito come „figura carismatica” nella gestione diretta del potere, non ha minimamente messo in discussione il sistema capitalista in Sudafrica; chi lo ha fatto, come Steve Biko o Chris Hani, ha pagato con la tortura e con la vita. Il „nuovo Sudafrica” di Mandela è esattamente quello vecchio con qualche ghetto nero in più (l'intera downtown di Johannesburg, ad esempio), con tante manifestazioni esteriori pronte per gli applausi internazionali e con le stesse miniere di diamanti, con la stessa De Beers, con le stesse townships e le stesse disuguaglianze. Mandela non ha avuto né il coraggio e né la forza di spingersi oltre, mettendo in discussione quello stesso sistema capitalista che è stato alla base dell'apartheid; se è giusto ricordarlo per la sua lotta, è giusto anche riconoscere dove questa lotta si è fermata e si è arenata. Fosse proseguita, non avrebbe del resto avuto così tanti „cordogli” planetari, e neppure il „premio Nobel per la pace” e il film di Clint Eastwood. Non avrebbe avuto il „Palamandela” a Firenze intitolatogli da vivo. Il vecchio combattente incarcerato dal potere, a un certo punto, si è convertito alle „riconciliazioni”, e si sa bene dove menino generalmente, codeste riconciliazioni. Menano al mantenimento pieno del potere economico da parte di chi già lo aveva, e a qualche contentino di imborghesimento per una ristretta fascia della massa esclusa. Per il resto, c'è sempre bisogno di scendere a cavare „diamanti per sempre”, c'è sempre bisogno della forza lavoro a buon mercato che è sempre esistita, e c'è sempre bisogno degli immancabili e simbolici „panem et circenses” (il rugby, i mondiali di calcio con le vuvuzelas), cui viene attribuito un valore buono sia per illudere gli allocchi, sia per gli „abbracci” che piacciono tanto ai futuri cordoglianti. 

Giusto quindi, a mio parere, ricordare Nelson Mandela per quello che è stato, stando lontani anni luce dai cori unanimi. Dicono che il nome „Rolihlahla”, che sarebbe stato quello vero di Mandela se, alle scuole elementari, non gli avessero imposto anche quello dell'ammiraglio di Trafalgar, significhi „colui che combina guai” (secondo altre interpretazioni vorrebbe dire invece „rompiscatole”); e per un certo tempo di guai ne ha combinati parecchi, oppure ha rotto parecchie scatole. Non ne ha combinati però quanti ancora ce ne volevano, di guai, rovesciando il Sudafrica come andava rovesciato. Non ne ha rotte abbastanza di scatole, preferendo „riconciliarsi” con chi ancora emargina, sfrutta, uccide a livello locale e planetario. Si è messo a fare il „piacione”, Nelson Mandela, e infatti alla sua morte è piaciuto a tutti nel consueto festival dell'ipocrisia a base di Gandhi e altro. Io ho ritenuto degno ricordarlo, ma con queste due o tre cose. 

Nella foto sopra: Chris Hani e Peter Mokaba a un comizio del Partito Comunista Sudafricano agli inizi degli anni '90; Nelson Mandela è seduto a sinistra. Chris Hani è stato ucciso il 10 aprile 1993.

venerdì 6 dicembre 2013

Zitti, infami!



Pochi minuti fa mi è arrivato sul telefonino il seguente messaggio SMS, spedito dall'ATAF (l'ex azienda comunale dei trasporti fiorentini, privatizzata e in via di smembramento):

BLOCCO NON PROGRAMMATO
DEL SERVIZIO BUS ATAF
PER SCIOPERO ILLEGITTIMO.
AGGIORNAMENTI IN TEMPO REALE
SU WWW.ATAF.NET

Illegittimi siete voi e le vostre privatizzazioni di merda.
Illegittimi siete voi e quel bamboccio di merda di Matteo Renzi.
Illegittimi siete voi e le vostre "primarie" del cazzo.
Illegittimi siete voi e la maiala di vs. madre.
Illegittimi siete voi e il becco di vs. padre.

A prescindere dal fatto che il servizio andava bloccato a oltranza prima che il suddetto bamboccio fascista di merda privatizzasse i trasporti nell'area fiorentina. Ci è voluto lo smembramento dell'ATAF e l'asta delle linee al miglior offerente per farvi decidere!

mercoledì 4 dicembre 2013

Internazionalismo



Era piuttosto semplice essere internazionalisti.

A casa propria, naturalmente. A parte un pugno di quelli veri, che prendevano armi e bagagli e andavano a combattere realmente dove si combatteva, e ci morivano. Talmente pochi, che oggi ci scrivono dei libri sopra; quei pochi che andavano incontro alle cose.

Mi dicono, e mi ripetono, che allora tutti si sentivano coinvolti da tutto ciò che accadeva nel mondo, perché quel che accadeva nel mondo riguardava tutti. Se una data situazione era relativamente vicina, arrivavano magari gli studenti come quelli greci negli anni della dittatura dei Colonnelli; ma si mostrava solidarietà attiva anche nei confronti di avvenimenti lontanissimi, come quelli del Cile o dell'Angola. Ogni tanto si vedeva qualche esiliato.

E così, in questi giorni, mi sento fare spesso un discorso. Mi dicono che, di fronte a quel che è successo a Prato pochi giorni fa, la mobilitazione sarebbe stata immediata. Senza dubbio; il problema è che, allora, i sette lavoratori cinesi bruciati nel capannone non c'erano. Non c'erano né le Chinatown a due passi da casa, né le immigrazioni di massa. Lampedusa era una meravigliosa isoletta più vicina all'Africa che all'Italia, dove faceva sempre caldo. E c'era tanta solidarietà quotidiana, tanto coinvolgimento senza avere quei cazzo di coinvolti tra i coglioni nelle città, nelle fabbriche, nei campi di pomodori, nei mercatini, nelle case occupate.

E così, oggi, sette lavoratori cinesi morti bruciati mentre dormivano dentro una fabbrica non coinvolgono più nessuno; la cosa passa e va, col solito balletto istituzionale, i lutti cittadini, i “non ce la facciamo più” e, in realtà, la più gelida indifferenza. E chi se ne frega, so' cinesi. Niente più sventolii del Libretto Rosso, ora si sventola il libretto di lavoro. Chissenefrega se solo due anni fa un nazista armato si è presentato in piazza Dalmazia sparando addosso ai negri. I cinesi? Ce ne stanno duemila in due metri quadri, chissà come hanno fatto a bruciare solo in sette.

Quando il coinvolgimento ce lo abbiamo avuto sotto il naso, nella quotidianità; quando si trattava di manifestare solidarietà per quel che succedeva a Rosarno, e non in qualche Mozambico; quando si trattava di mobilitarsi ogni giorno perché quel che accade a chiunque, qua accanto a noi, riguarda davvero tutti e non certamente nelle fulgide idealità; quando non ci si accorge nemmeno che i lavoratori del settore della logistica stanno lottando da mesi tutti assieme, italiani e stranieri, senza differenze; quando sarebbe necessario e anche più facile mettere in pratica questa cosa elementare, dato che le situazioni sono arrivate qui da noi in tutta la loro crudezza, e non più attraverso i racconti e le testimonianze di qualche esiliato; allora la solidarietà è scomparsa.

E' scomparsa la mobilitazione. E' scomparso il coinvolgimento. Bruciano i cinesi; nemmeno un misero presidio. Eppure sono sette lavoratori, sette schiavi, sette come quelli della Thyssen. Eppure si sa benissimo perché sono morti, e anche chi li ha ammazzati. Eppure si sa bene che il Casseri ha sparato ai senegalesi come altri pari a lui sparerebbero agli italiani; si dice sempre che “potrebbe toccare a chiunque” ma, nella realtà, se tocca a dei cinesi l'indifferenza si nutre proprio di questo. Sono separati. Sono misteriosi. Rispuntano le battute idiote sul fatto che “sono tutti uguali”. L'attenzione viene immediatamente spostata sul fatto che sono “clandestini” e “irregolari”, in un frangente in cui ci hanno spinto tutti quanti nella clandestinità di fatto e nell'invisibilità. E così un fatto come quello di Prato, oltre a scomparire dopo due giorni dalle cronache (nelle coscienze, comunque, non è mai nemmeno entrato), assolve esclusivamente alla funzione di passerella per gli assassini. Loro sì che sono coinvolti, e sanno di esserlo; logico che facciano di tutto per spostare l'attenzione sui terreni che fanno più comodo. Mica si parla di capitalismo globale, si parla delle condizioni di lavoro mentre gli stessi agiscono quotidianamente per smantellare ogni conquista. Parlano addirittura di “Auschwitz” nella fabbrica dei cinesi, senza essere mai entrati in un call center. Parlano di “offesa alla dignità dei lavoratori”, loro.

Di fronte a tutto ciò non sarebbe occorsa una semplice “mobilitazione”. Sarebbe occorso prenderli tutti quanti a mazzate, stiamoci poco a girare intorno. D'accordo la “solidarietà”, ma essa ha bisogno di parlare ogni volta un linguaggio adeguato per essere veramente capita ed avere, quindi, una reale efficacia. Nulla di tutto questo, naturalmente.

Com'era bello, sì, l'internazionalismo quando era bello lontano. Così rassicurante. Quando si espletava in un mondo ancora dilatato, e dove le distanze ancora esistevano. Si scendeva in piazza a migliaia e migliaia per l'aggressione all'Angola, e succedeva anche, a volte, che la polizia caricasse e sparasse; succedeva persino, in qualche caso, di rimetterci la pelle suscitando l'agghiacciante sarcasmo della stampa di regime (“Morire a vent'anni per l'Angola”, come titolò la “Nazione” dopo l'assassinio di Piero Bruno il 22 novembre 1975). Ora, invece, i cinesi possono pure bruciare nei loculi in cartongesso, finendo triturati nel chissenefrega più sovrano. Passati dal “ci riguarda tutti” al “cazzi loro” nel giro di una generazione, e in un momento in cui il coinvolgimento generale ce lo abbiamo, tutti i giorni, davanti al naso. In cui l'internazionalismo è venuto a farci una visita di massa. E così si rimuove. Anzi, che brucino tutti, così Prato tornerà ai pratesi; magari torneranno pure “di sinistra” con le case del popolo e l'Arcicaccia; e noialtri torneremo, invece, a manifestare per la vile aggressione imperalista al valoroso popolo senegalese mentre qualche fascista di Pistoia scorrazza per i mercatini armato fino ai denti.

Nessuno che dica che in quella fabbrica di Prato siamo morti anche noi, perché quelle persone erano come noi. Come noi stritolate negli ingranaggi. Come noi costrette a vivere una vita da schiavi. Come noi ammazzate dai padroni. Come noi obbligate a sottostare ai ricatti del sistema, perché qui non si tratta mai di stupide “filosofie” e di bizantinismi verbali. Si tratta della cruda realtà quotidiana, tanto visibile quanto ignorata. Invece no; sono cinesi di cui non si sa nemmeno il nome. Sono carne da macello come lo siamo noi, però a noialtri piace forse considerarci carne di prima scelta, bistecche sulla tavola del padrone.

lunedì 2 dicembre 2013

Il suo nome



Non ha nessun tipo di “nazionalità”, quando ammazza. Tutti i giorni, ammazza; tutti i giorni, tutte le ore, tutti i minuti. Il minuto o l'ora prima ha colpito lontanissimo da casa tua, in un posto che non hai mai sentito nominare e che non sentirai nominare mai; il minuto o l'ora dopo colpirà altrettanto lontano, dall'altra parte del globo, da altre parti di altra morte. Poi colpisce, un dato giorno a una data ora, in un posto il cui nome lo conosci bene o che, comunque, ti suona familiare; non ci puoi fare nulla, ti sembra tutto così diverso. Diverso da quelle fabbriche che crollano nel Bangladesh seppellendo centinaia di persone che lavorano come schiave per produrre idiozie consumabili; diverso da quelle miniere sudafricane dove si tirano fuori i “diamanti per sempre”, diverso da Iqbal Masih e dai palloni da calcio col marchio. E diverso anche dalle Thyssen Krupp e dalle classi operaie dei laminatoi pesanti e padronali; diverso perché, ad ogni modo, chi ci è morto per i padroni ha avuto perlomeno lo scarno privilegio di un nome e di un cognome. Chissà come si chiamano, quei sette morti cinesi del Macrolotto di Prato, gli invisibili che dormono nei loculi in cartongesso delle fabbriche tessili. Chissà come si scrivono, quei nomi, nei loro complicati caratteri. Chissà poi che cosa avranno significato, quei nomi. Domande che si affacciano sempre e sempre. Come si chiamavano quei quattrocento o cinquecento annegati a Lampedusa. Come si chiamavano quelli crollati assieme alla fabbrica; si fece fatica, cento anni fa, a recuperare i nomi delle operaie italiane e ebree della Triangle Shirtwaist Factory bruciate vive o gettatesi dalle finestre in pieno centro di New York; e alcune sono rimaste, per sempre, senza nome.

Quando ammazza, e ammazza sempre, non ha soltanto alcun tipo di “nazionalità”; non ha neanche alcun tipo di pretesto in mezzo ai sempre più squallidi balletti istituzionali, agli assessori, ai governatori, ai “capigruppo”. Quando ammazza, e ammazza sempre, non ha né “crescita”, né “decrescita”. Non ha ambasciatori, non ha culture, non ha integrazioni ma solo disintegrazioni. Non ha finte ideologie, non ha né democrazie né dittature, né fascismi o comunismi. Non ha né monarchie né repubbliche “popolari”. Ha sradicamenti e viaggi interminabili. Ha i barconi come può avere gli aeroplani. E non ha un generico “sfruttamento”, bensì una sequela infinita di singoli sfruttamenti esercitati su ogni singolo essere umano condannato all'invisibilità che viene, per un momento, squarciata soltanto al momento della morte per poi calare di nuovo, immediatamente dopo. Non ha né “Italia” e né “Cina”, ha solo i mercati e le economie. Ha solo le fabbriche. Ha solo i cimiteri delle fabbriche. Ha solo i macchinari delle fabbriche. Ha solo i cicli delle fabbriche. Ha solo la produzione del nulla. Ha solo lavorare il nulla. Ha solo morire una domenica mattina di dicembre, mentre si dorme dentro a una fabbrica. Neppure la libertà di morire nudo sotto un ponte, neppure la libertà della disperazione; soltanto la fabbrica e la produzione. A quindicimila chilometri da casa, in un “macrolotto” senza nome, in una città di cui non sai e non sei nulla, e che non vuole sapere né essere nulla di te. Produci anche mentre dormi, perché quel dormire là dentro è finalizzato alla produzione. Esattamente, del resto, come tutti gli altri, anche quelli che vanno a dormire in una casa. Anche quelli che rubano mezz'ora di sonno pendolare. E così ti accomodi nel “loculo”, nel cartongesso, nella stufetta elettrica che va in cortocircuito, nel laminatoio che esplode, nel fabbricato che collassa, nei palloni da calcio, ti accomodi nel “pronto moda”, nelle grida mentre bruci in italiano o in cinese, nei vomiti dei politicanti, ti accomodi -tu e la tua vita che non lo è stata- nella morte che, invece, lo ha.

Lo ha e viene da qualsiasi parte. E' privato oppure di stato. E' lui che ha acceso quella stufetta a Prato come ha fatto esalare quel gas nella cisterna o nella stiva. E' lui che ha aperto la falla decisiva in quel barcone, è lui che ha fatto cedere la struttura del fabbricato. E' lui che trasforma in favola un maledetto pezzo di carbonio puro, è lui che crea militari e tecnologie. E' assieme a lui che tutti noi andiamo a dormire nei nostri loculi; è assieme a lui che anche noi, tutti noi, bruciamo e crolliamo ogni giorno rifiutandoci di accorgercene. Il suo nome è: Capitalismo.