giovedì 24 maggio 2018

Joël



Quel che segue è di notevole lunghezza. Come sempre ho fatto e sempre farò, suggerisco a chi lo desiderasse leggere di farlo con calma e di prendersi il suo tempo.

Ecco, nonostante tutti gli sforzi per evitare di iniziare con “tutto comincia” eccetera, non ce l'ho fatta, maledizione.

1.
Tutto comincia nella tardissima serata del 6 giugno 1987, su una strada secondaria, in piena campagna, che mena al paese di Ceilhes-et-Rocozels, nel dipartimento dell'Hérault, Francia meridionale. Un banalissimo incidente stradale: un'utilitaria, una Austin Metro rossa, va a sbattere contro un ostacolo sulla strada, un grosso masso sporgente dal lato destro di un rettilineo in una zona leggermente collinosa, vallonnée come si dice in Francia. A bordo dell'autovettura ci sono due persone, due amici che sono stati a mangiare in un ristorante della zona, e che si recano a passare la notte in albergo.

L'Austin rossa è condotta da tale Daniel Blouard, che deve vedersela con quella vecchia carretta inglese: ha, ad esempio, problemi ai fari e gli abbaglianti non funzionano. Succede, specie dopo che si è mangiato e ben bevuto in compagnia di un amico; Daniel Blouard è incolume. Peggio è andata al suo amico, Yves Dandonneau, che è rimasto ferito sul sedile anteriore a fianco, quello del passeggero. Ferito, e ha perso addirittura conoscenza; Daniel Blouard si spaventa e corre a cercare soccorso; facile a dirsi, ora come ora, coi telefonini e tutto quanto. Il 6 giugno 1987, nel buio più completo, in un luogo deserto e con i cellulari che ancora sono esclusivamente quegli automezzi coi quali la Polizia porta in galera, è un po' meno facile. Mentre Yves Dandonneau rimane in macchina privo di sensi, Daniel Blouard s'infila in un viottolo nella foresta, sperando che porti da qualche parte; ha fortuna. Ad un certo punto, c'è una sperduta casa di campagna, e Daniel Blouard comincia a picchiare alla porta e alle persiane sperando che dentro ci sia qualcuno; c'è il padrone di casa, Fernand Pégurier. Tutto un programma: la casa in fondo alla foresta abitata da un tizio che, di cognome, fa “pecoraio”.

Daniel Blouard è preoccupatissimo per il suo amico: in particolare, ha una paura folle che l'autovettura incidentata prenda fuoco. Fernand Pégurier si attacca al telefono di casa e chiama i pompieri di Ceilhes; dice loro di andare verso la località che si chiama il “Col de l'Homme Mort”, il Colle dell'Uomo Morto. Da Ceilhes ci vuole una mezz'ora buona; Daniel Blouard è parecchio agitato, e accetta un caffè da Fernand Pégurier prima di tornare sul luogo dell'incidente. Disgraziatamente per il povero Yves Dandonneau, è un nome perfetto per quel posto: come presagito di continuo dal suo amico, l'Austin rossa è in fiamme e dentro c'è l'uomo morto, nella fattispecie carbonizzato. Daniel Blouard, disperatissimo, dice che aveva dovuto lasciari accesi i fari della vettura a causa del buio pesto, e che quei fari erano difettosi. Hanno fatto corto circuito, dando fuoco alla macchina e a chi c'era rimasto intrappolato e svenuto dentro.

Le prime constatazioni dei pompieri e della Gendarmeria confermano l'accaduto: un maledetto incidente, e una sfortuna ancor più maledetta per il passeggero che ci ha rimesso la pelle in modo atroce. La compagna dell'Uomo Morto, che si chiama esattamente come il dipartimento (Marie-Thérèse Héraut, la pronuncia è la la stessa di “Hérault”) e la segretaria, Danièle Simonin, vengono chiamate a riconoscere il cadavere, cosa che fanno senza esitazione. Tutto terminato, insomma. Un incidente stradale come tanti, sebbene con terribili conseguenze. Una delle migliaia di vittime della strada che nutrono le statistiche.

L'Uomo Morto, peraltro, vale a dire Yves Dandonneau, era stato parecchio previdente e, purtroppo per lui, presago. Solo due mesi prima la sua morte, nell'aprile del 1987, aveva pensato di mettere al riparo la sua compagna da eventuali disgrazie che potessero capitare; Yves è un uomo giovane, ma certi presentimenti, è inutile negarlo, possono sorgere a qualsiasi età. Per farla breve, due mesi prima di morire Yves Dandonneau aveva stipulato a favore della sua compagna non una, ma otto assicurazioni sulla vita, per un ammontare totale di undici milioni e novecentomila franchi dell'epoca, vale a dire circa un milione e ottocentomila euro attuali. Non solo: avendo già redatto le sue ultime volontà, Yves Dandonneau aveva disposto che il suo corpo fosse cremato. Metà dell'opera già eseguita dall'incidente stesso e dal corto circuito dei fari dell'Austin, ben presto viene eseguita la seconda parte con la completa incinerazione delle spoglie mortali. La cosa avviene rapidamente, perché non era stata disposta nessuna autopsia.

Yves Dandonneau aveva, come detto, una segretaria. Di lavoro faceva, del tutto casualmente, il bravo assicuratore, nella cittadina di Montmorency; ma aveva ultimamente deciso di cambiare completamente attività. Nato a Béziers (la città della strage dei Catari, quella del famoso detto di Simon de Montfort, “Ammazzateli tutti, Dio riconoscerà i suoi”), è figlio di un gendarme singolarmente violento e tirannico, e di un'insegnante di violino. Il padre-padrone, uomo d'ordine, mantiene la disciplina nella famigliuola pestando a ripetizione moglie e figlio, e spaccando regolarmente sia i violini della consorte che la faccia del figlioletto. Il quale, dopo aver messo incinta da ragazzotto una vicina di casa che è costretto a sposare, pensa bene, come contrappasso, di far domanda per entrare nella Polizia. Dopo un periodo di prova, viene rispedito a casa a calci nel didietro per il suo carattere ribelle e violento; prova inconfutabile della missione educativa della famiglia tradizionale. Dopo un po', scopre la sua vocazione autentica: le assicurazioni. Presto ottiene un successo clamoroso: viene soprannominato il “Lucky Luke delle Assicurazioni”, per la velocità con cui conclude i contratti. E' un bel ragazzo, sa intortare la gente, e nel ramo questa è una dote non di poco conto. Un bel giorno, in televisione, danno un vecchio film di Billy Wilder, del 1944, che in italiano si chiama La fiamma del peccato, con quel viziaccio che abbiamo di tradurre i titoli dei film in modi che non c'entrano un accidente con l'originale; in inglese si chiama propriamente Double Indemnity, e in francese Assurance sur la mort. A Yves Dandonneau frulla qualcosa in testa, assieme al desiderio di cambiare vita. Essendo stato vittima, da bambino, di violenze familiari, gli viene in mente, almeno a suo dire, di aprire una scuola-rifugio per bambini che avevano subito le medesime violenze in quel luogo di delizie e d'amore che si chiama “famiglia”; per tale encomiabile progetto, gli necessitavano circa dieci milioni di franchi. Una benefica istituzione per la quale Yves Dandonneau ha scelto anche il luogo preciso: l'isola greca di Rodi.

Daniel Blouard, il suo disperato amico e causa involontaria dell'incidente, ha invece un mestiere del tutto diverso: è infermiere ospedaliero. E' una persona depressa, e ha costante bisogno di soldi, du fric (o du pognon, come si preferisce). Danièle Simonin, la segretaria di Yves Dandonneau, è sposata; ma, da buona segretaria, è diventata anche l'amante di Yves Dandonneau, cosa sulla quale sia il di lei marito che la di lui compagna sembrano chiudere un occhio, e forse anche tutti e due. Insomma, alla morte del povero Dandonneau, tutto sembra andare come deve andare; cinque delle otto polizze di assicurazione vita sono già state regolate, e si attendono le altre tre. Alla riscossione delle polizze si recano sempre tutti e tre: la compagna, la segretaria-amante e il marito di lei. Un'amicizia au-délà de la mort, con qualche risvolto un po' boccaccesco.

Ci si mette, però, di mezzo la Perfida Albione.

Tra le otto compagnie assicurative con cui il morituro Yves Dandonneau aveva contratto le polizie, ve n'è infatti una britannica, con regolare ufficio a Parigi. Con essa, Dandonneau aveva stabilito un'interessante clausola, limitata al rischio di decesso accidentale e con triplicazione del premio nel caso particolare di morte sopravvenuta per incidente stradale. Informata del sinistro, la compagnia britannica rileva che il contraente ha omesso di dichiarare l'importo cumulativo delle polizze previamente sottoscritte presso altre compagnie; e avete visto qui come sono bravo col linguaggio burocratico-assicurativo, frutto di chilogrammi di traduzioni del genere effettuate in passato, ancorché quasi tutte dall'inglese. Insomma, come dire, agli assicuratori britannici salta la mosca al naso. C'è qualcosa che non quaglia, e viene ingaggiato un investigatore privato per fare un po' di chiarezza su questa strana cosa. Il detective, francese, si chiama Jean Porcer; e mi piace rimarcare che in questa bizzarra storia interviene prima un pecoraio, il Pégurier della casetta nella foresta, e poi un porcaro, il Porcer che indaga per conto della compagnia assicurativa britannica.

Il detective Porcaro si trova subito di fronte a dei fatti inquietanti assai. Intanto, l'Austin Metro è completamente bruciata e non ne resta che lo scheletro metallico, in condizioni che è facile immaginare. All'interno vengono ritrovati anche dei resti di ossa, che la Gendarmeria infila nel primo sacchetto di plastica a disposizione, uno di quelli del supermercato. I resti della vettura vengono depositati in un garage di Ceilhes, dove il sindaco, monsieur le Maire, suggerisce di tenere per la notte anche il sacchetto della spesa contenente poco più di tre grammi di ossa umane sbriciolate. La salma carbonizzata di Yves Dandonneau è stata, come detto, fatta cremare a tempo di record: a questo punto, la mosca al naso salta anche ad un'altra compagnia assicurativa tra le famose otto, francese stavolta. La FPA, Fédération Professionnelle des Assureurs, dispone di una “cellula anti-frode”, detta ALFA, che si mette all'opera con un ispettore incaricato.

L'ispettore dell'ALFA stabilisce in primo luogo, basandosi sulla deposizione di Daniel Blouard, che l'Austin andava piano, in seconda. Blouard tiene a ribadire la sua scalogna nera: sulla strada, infatti, non c'era che quell'ostacolo e lui vi era andato a sbattere mentre procedeva pian pianino e senza abbaglianti. Nonostante questo, l'ispettore rileva che il tratto di strada del “Colle dell'Uomo Morto” è in rettilineo, e che il masso dell'incidente si trova in una posizione del tutto visibile, ed evitabile anche a notte fonda con gli anabbaglianti. Non c'è peraltro alcun segno di frenata: a meno di non buttarcisi contro, qualsiasi guidatore, anche leggermente “bevuto”, lo avrebbe evitato senza problemi. L'ispettore, poi, non riesce assolutamente a capire come mai Daniel Blouard abbia preso quella stradina secondaria per recarsi a Ceilhes, quando esiste un'altra strada, di transito ben più facile e maggiormente frequentata, che vi si reca. Il 12 agosto 1987, dietro relazione puntigliosa e circostanziata dell'ispettore assicurativo, viene presentata una denuncia (qui mi preme far notare la meravigliosa espressione francese, porter plainte, vale a dire “portar lagnanza”) presso la Procura di Montpellier; la possibilità di una gigantesca truffa, un escroc di dimensioni colossali ai danni delle compagnie assicurative, si è fatta decisamente strada; tanto che il giudice istruttore, che poi è istruttrice trattandosi di M.me Claudine Laporte, ordina alla Gendarmeria della regione Linguadoca e Rossiglione di ripigliare immantinente le indagini.

A indagini gendarmesche già riprese, e come si è già accennato, cinque delle otto compagnie assicurative hanno già saldato il sinistro; restano le altre tre, che attendono i risultati dell'inchiesta. I tre grammi di ossa rinvenuti nell'Austin bruciata (per la precisione, 3,7 grammi) vengono inviati per le analisi al CARME (Centro di Applicazione e Ricerca in Microscopia Elettronica), il laboratorio privato della Polizia francese. All'epoca, naturalmente, non si parlava ancora di DNA. Qui, ne scongiuro, non mi si domandi di dire come, perché già sto facendo i salti mortali per tenere un tono très policier; però, coi tre grammi virgola sette di ossa, gli esperti del CARME riescono a ricostituire parte di una mascella umana alla quale mancano due denti del giudizio; e si dà il caso che essa non corrisponda affatto all'impronta dentale (o dentaria? Perdonatemi, sto quasi fondendo) conservata dall'odontoiatra di Yves Dandonneau. Insomma, l'uomo morto carbonizzato nell'Austin presso il Colle dell'Uomo Morto, non è l'uomo morto ufficiale. Yves Dandonneau è vivo e vegeto, da qualche parte, e pronto a godersi i soldoni della sua truffa assieme alla compagna, all'amante e al di lei marito heureux cocu. Qualcosa, naturalmente, toccherà anche a Daniel Blouard, l'amico disperato che guidava l'Austin.

Restano quindi da stabilire un paio di cose assolutamente elementari. La prima è rintracciare tutta la banda, la quale, a questo punto, non è ricercata solo per truffa, ma anche per omicidio volontario perché qualcuno, in quella macchina, è comunque morto. Qui interviene un fatto très français et républicain, che del resto noialtri ben conosciamo con la rivalità tra Carrabbinèra e Polizia: nonostante tutta la ricerca sia stata affidata alla Gendarmeria, è la Polizia che ci mette il becco. Due giorni dopo l'apertura dell'inchiesta a Montpellier, a Parigi, si presentano ad un ufficio postale del 15° Arrondissement tre persone per ritirare qualche spicciolo: due milioni e quattrocentomila franchi in contanti. Le tre persone in questione sono, guarda caso, Marie-Thérèse Hérault, la compagna dell'ex-defunto Yves Dandonneau, Danièle Simonin, la segretaria-amante, e il marito di quest'ultima. Gli impiegati dell'ufficio postale versano ai tre la somma dietro regolare presentazione di assegni validi di due compagnie assicurative; ma [barrare qui con una X] a) dotati di notevole senso civico [ ]; b) non facendosi i cazzi loro [ ], avvertono la Polizia, che interpella i tre e li mette in garde à vue (il fermo di polizia, spiacevole condizione in cui, recentemente, è incorso anche l'ex presidente Nicolas Sarkozy). Quando arriva la notizia, àpriti cielo: la giudice istruttrice di Montpellier, la succitata Claudine Laporte, si incazza parecchio assieme alla Gendarmeria, e ordina l'immediato rilascio dei tre. Nel frattempo, Yves Dandonneau, il morto risuscitato, è fatto oggetto di intercettazioni telefoniche: viene localizzato nel dipartimento delle Alpi Marittime, vicino a Cannes. Il 15 gennaio 1988 viene finalmente scovato in una villetta di Rouret, arrestato e messo in galera. Ha trovato, naturalmente, modo di farsi un po' di chirurgia plastica, e ora si fa passare per tale Bernard Depenne, oppure per altrettanto tale François Meunier; dimodoché, dopo il Pecoraio e il Porcaro, nella storia interviene anche il Mugnaio. Tutto inutile, dato che si possono cambiare un po' i connotati, ma non l'impronta dentale (o dentaria); Yves Dandonneau torna quindi ufficialmente in vita, e la prima cosa che fa da novello Lazzaro è denunciare tutti i suoi complici. I quali, stavolta, vengono messi al gabbio a Parigi, senza remissione, e con accuse da far rizzare i capelli.

Fin qui la storia della truffa. Diciamocelo francamente: le truffe ai danni delle assicurazioni restano abbastanza simpatiche, nonostante si tratti sempre e comunque di vile denaro, di quattrini a palate (di sicuro non si organizza una cosa del genere per cento euro), di cambiar vita, di palmizi, atolli & lagune blé. Le assicurazioni, generalmente, restano sul culo a tutti, e raccontando una truffona ai loro danni, ancorché finita male, si tende a parteggiare un po' per i truffatori. Si può tenere anche un tono un pochino giocoso nella narrazione, alla Marco Malvaldi per intendersi. Riconosco onestamente e volentieri di essermi un po' ispirato al suo modo di narrare, nonostante egli sia -quel horreur!- pisano. Ma lo perdono un po', perché nei suoi ultimi libri del Bar Lume ha dato a Massimo Viviani una fidanzata elbana, e perché lo sceneggiato televisivo è girato a Marciana Marina.

2.
Ora, però, si cambia radicalmente tono. Perché resta da parlare della seconda delle due cose elementari in questa storia. Nell'Austin Metro rossa, la sera del 6 giugno 1987 al Colle dell'Uomo Morto, chi è morto? Di chi sono i tre grammi virgola sette di ossa della mascella? Chi è stato prima carbonizzato e poi cremato al posto del redivivo Yves Dandonneau? Il tono cambia, e -almeno per quel che mi riguarda, scompare ogni simpatia per tutta la banda.

L'amico disperato, Daniel Blouard, colui che guidava la vecchia e scassata Austin Metro, aveva, nell'organizzazione della truffa, un compito fondamentale: quello di reperire un morto. Facendo l'infermiere in un ospedale, la prima idea era stata quella più ovvia, nonostante la cosa non sia propriamente semplice e che si tratti pur sempre di un reato non da noccioline: quella di trafugare un cadavere all'obitorio. Operazione non semplice, che infatti si rivela impossibile: provateci un po' voi. Yves Dandonneau, a questo punto, ha un'altra pensata: si rivolge ad un altro suo amico, tale François Meunier (di cui, poi, assumerà l'identità nel suo periodo mortuario), che fa il cuoco ed al quale ha promesso un impiego nella sua futura scuola per i bambini maltrattati in famiglia, affinché gli procuri un vivo da ammazzare, bruciare e cremare al posto suo. Molto più semplice che trafugare un cadavere autentico. Chi può essere? Naturalmente, un barbone. Un “senza fissa dimora”. Un emarginato. Un senza nessuno e senza niente. Un non-uomo di cui nessuno venga a chiedere conto. Un abbrutito, un minorato mentale, un rifiuto umano, senza vita e senza storia, che comunque sarebbe finito in una fossa comune. E' esattamente quest'ultima espressione che verrà usata da Yves Dandonneau nella sua deposizione: un rifiuto umano.

François Meunier, quello vero, vive in un Hachelem e non ha un soldo. Yves Dandonneau gli promette mari e monti, compresi i due simboli dello status borghese: una villetta tutta sua, un pavillon, e un SUV. Basta che gli trovi il morto. François Meunier ha, del resto, già la vittima predestinata. A Sarcelles frequenta spesso un bistrot, “Le Ravel” (sì, dal nome del musicista del Bolero), dove, tra gli avventori, “simpatizza” con un alcolizzato, tale Joël. Non sa nemmeno come fa di cognome: è Joël e basta. La preda perfetta. Gli offre da bere, ci fa gran chiacchiere e diventa suo grande amicone.

Joël, un cognome invece ce l'ha. Si chiama Joël Hipeau e ha una quarantacinquina, una cinquantina d'anni. A quindici anni ha conseguito il Baccalaureato, la Maturità francese: è il più giovane di tutta la Francia a livello storico. Ha un quoziente di intelligenza superiore. E' laureato in giurisprudenza e ha iniziato il corso di studi per la laurea in medicina. Una vita borghesemente felice, sposa il suo grande e primo amore del liceo, lavora bene e ha una vita piuttosto agiata. Finché non scopre, dopo un po', che la moglie lo tradisce, e lo tradisce perché si è propro innamorata di quell'altro. Divorziano. Joël Hipeau va nei pazzi, e la sua vita va in pezzi. Può accadere, per amore, nonostante le volutamente finte dichiarazioni di Violeta Parra nelle sue Décimas: d'amore si crepa eccome. Si crepa a volte morendo, a volte vivendo e diventando un relitto, una Épave, come si dice spesso nelle canzoni di Georges Brassens (Sète, 20 ottobre 1922 – Saint-Gély-en-Fescq, 30 ottobre 1981). Una delle canzoni di Brassens si chiama proprio così, L'épave; ma lui stesso, nella sua più che autobiografica e bellissima Princesse et le Croque-Notes, si era definito une épave accrochée à sa guitare, un relitto aggrappato alla sua chitarra.

Joël Hipeau perde ogni cosa. Si mette a bere come un polacco, pianta il lavoro, pianta la casa, pianta ogni cosa e diventa un routard. E' un po' difficile rendere esattamente questa parola in italiano: si potrebbe dire un “giramondo”. Gira di qua e di là per la Francia, con il suo bagaglio: la sua umanità, la sua tristezza, la sua cultura profondissima e le canzoni di Georges Brassens, nel cui mondo si riconosce. Vive di espedienti, di lavoretti, di carità, sempre in giro per le strade di Francia; ogni tanto, un giretto se lo fa pure in prigione per furtarelli e quant'altro. Della sua vita precedente, nessuno sa più niente; diventa un invisibile. Con la sua antica laurea in legge, impara a detestare polizie, gendarmi, galere, regolamenti e sacre unioni: bella fine ha fatto la sua, il suo “amore”, la ragazzina dagli occhioni sognanti che magari gli scriveva le frasette sui libri per diventare poi una borghese qualsiasi. Chissà, un avvocato. Ma di avvocati si avrà a riparlare. Nel frattempo, il figlio di un gendarme gli sta preparando il destino, senza che lui lo sappia.

Joël Hipeau è, per il momento, soltanto Joël. Quello che, in un dato periodo, va a bere nel bistrot di Sarcelles, dove conosce l'amicone François Meunier, a sua volta amico dell'assicuratore Yves Dandonneau. Un giorno, François Meunier, alla ricerca del suo cadavere per conto terzi, gli propone una specie di sogno: una gita nientemeno che a Sète, la città natale di Georges Brassens. Non solo: gli promette anche l'acquisto di un volume con tutti i testi delle sue canzoni. Arrivato qui, mi fermo un secondo, mi sposto leggermente all'indietro con la sèggiola e, da uno scaffale, cavo giustappunto un libro: Georges Brassens, Poèmes et chansons, Éditions du Seuil, 1993. Acquistato a Friburgo (Svizzera) il 22 marzo 2005, perché io dato e localizzo scrupolosamente i miei acquisti di libri. La prima edizione del volume è del 1973. Da questo momento, continuo a scrivere con quel volume addosso, sulle ginocchia. Nemmeno a fianco, o vicino: addosso.

La gita a Sète viene organizzata con due automobili: assieme a François Meunier, ci sono due suoi amici appassionati di Brassens, tali Yves Dandonneau e Daniel Blouard. E giù verso il Sud, verso il Sole. Verso Sète e verso la Plage de la Corniche, quella della “Supplique pour être enterré à la plage de Sète”. Ho cominciato a impararle, le canzoni di Brassens, da quando avevo quindici anni: la prima volta che ho messo piede a Parigi, nel giugno del 1979 in gita scolastica (et c'est là que jadis, à quinze ans révolus...), una delle prime cose che ho fatto è acquistare una musicassetta con delle canzoni di Brassens, una antologia con la dicitura “Attention! Chansons pas pour toutes les oreilles”. Ne conosco almeno tre quarti a memoria. A volte, con Brassens mi sono pure arrabbiato. A volte mi ha fatto piangere. A volte mi ha fatto ridere e quasi sempre mi ha fatto pensare. Non sono diventato né un routard, né un clochard, né un cadavere su commissione; ognuno, del resto, ha la sua maniera per essere fuori da ogni cosa, quale che ne sia la causa e quali che ne siano le modalità. Sulla Plage de la Corniche, a Sète, ho il ricordo di una foto. Un giovane di ventinove anni, raggiante, commosso al tempo stesso, preso in un'angolazione che lo faceva apparire bellissimo. Quella foto, chissà dove è finita; me la aveva presa, si pensi un po', un futuro avvocato. La divagazione, lo ammetto, è un po' noiosa; il ricordo personale in una narrazione è deontologicamente e stilisticamente scorretto. Però mi andava di farlo. Torniamo a Joël.

Durante il lungo tragitto da Sarcelles (vicino Parigi) a Sète, i tre compagni di viaggio di Joël hanno portato una scorta di alcool. Birra e superalcolici. L'intenzione è, naturalmente, quella di schiantare Joël a morte, però non hanno fatto i conti con un imprevisto. Oltre che intelligentissimo, coltissimo, alcolizzato, anarcoide, routard e brassensiano, Joël è un costolone di un metro e novanta, e regge l'alcool come una comitiva di portuali livornesi. Poco male, perché l'infermiere Blouard si è portato dietro un rinforzino: una dose di Pentothal da far stramazzare un toro, oltre ad altre pasticchine e polverine. Il tutto viene, ovviamente e generosamente, aggiunto alle bevande date a Joël durante il viaggio. Ma Joël non ci pensa nemmeno, e i tre amiconi truffatori cominciano ragionevolmente a pensare che sarebbe stato meglio portarsi dietro una pistola. Quello lì canta Brassens, e beve i micidiali cocktails che gli vengono ammanniti. A un certo punto, però, cede; va in coma etilico, in coma tossico, in coma comico, in coma di ogni cosa, e i tre lo lasciano a morire in un campetto, sotto un albero (Auprès de mon arbre...). Poi se ne vanno tranquillamente a farsi una bella mangiata di frutti di mare nei dintorni di Montpellier, per tornare dopo a riprendere Joël trasformato, finalmente, nell'agognato cadavere. Per la strada, si fermano a una stazione di servizio e riempiono una tanica di benzina. Daniel Blouard, l'infermiere, certifica che è morto là, sotto l'albero. Fine del rifiuto umano, mentre lontano lontano, in un altrove dove Iddio non c'entra assolutamente niente, si sente una canzone che i tre senz'altro non conoscono: Elle est à toi, cette chanson...

Lo prendono e lo infilano, morto, nell'Austin Metro rossa di Daniel Blouard, lato passeggero, mettendogli la cintura di sicurezza; a questo punto, Joël diventa Yves Dandonneau il morituro. Yves Dandonneau, quello vivo, prende invece posto nell'automobile che segue, assieme a François Meunier. Le due automobili infilano la stradina secondaria che mena a Ceilhes passando per il Colle dell'Uomo Morto; il progetto originario è quello di far precipitare l'Austin in una scarpata, e di darle fuoco, con il cadavere di Joël dentro. Ma, per fare questo, qualcuno dei tre si sarebbe dovuto calare al buio nella scarpata, e nessuno ha voglia di rompersi l'osso del collo. Viene quindi escogitato il finto incidente contro il masso, con la susseguente sceneggiata di Daniel Blouard preoccupatissimo che la vettura prenda fuoco. Nel frattempo, appunto, gli altri due versano tutta la tanica di benzina nell'Austin e le danno fuoco; a bordo dell'altra automobile, Yves Dandonneau e François Meunier se la filano in direzione di Perpignano. Il resto è già stato raccontato. Come cantava Brassens, pure tradotto da De André: C'est pas seulement à Paris que le crime fleurit... (“Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male”...)

A Joël viene dato un cognome, e una vita, grazie a un galeotto. Un suo vecchio compagno di cella, che si ricorda di lui e lo riconosce da una specie di identikit delle sue fattezze ricostruito dai suoi assassini stessi. Si ricorda anche che Joël gli aveva parlato del suo nuovo amore, Géneviève, pure lei una emarginata alcolizzata con la quale aveva deciso, come Brassens con Jutta Heyman, detta “Püppchen”, di non vivere assieme. J'ai l'honneur de ne pas te demander ta main... Géneviève viene rintracciata, ed è lei a fornire il cognome di Joël, e a raccontare la sua vita. Al processo, che si apre anni dopo, il 30 giugno 1992 presso le Assise di Montpellier, viene ammessa come unica parte civile. Il presidente della Corte, però, ha un'idea luminosa: prima dell'apertura del processo, concede un'intervista alla stampa dove definisce Dandonneau come “colpevole” e “assassino”, in barba alla presunzione d'innocenza. Il difensore di Dandonneau, l'avvocato Alain Furbury, monta su un putiferio e ottiene sia la destituzione del presidente, sia il rinvio del dibattimento a data da destinarsi. Alla fine, il processo comincia il 12 ottobre 1992, con un nuovo presidente.

Yves Dandonneau si presenta in aula con un aspetto grottesco. Chi lo ha conosciuto prima, si trova davanti a una specie di maschera di cera. Bel tipo coi capelli scuri e ricci, dopo la chirurgia plastica ha un colorito che va dal terreo al rosaceo malaticcio, con i capelli biondi. Suda di continuo, e sembra che da un momento all'altro tutta quella specie di cerone che ha addosso si sciolga. Subito i giornalisti prendono a chiamarlo La masque de cire.

Géneviève, la compagna di Joël Hipeau, è rappresentata da un principe del foro un po' particolare. Avevo detto che si sarebbe riparlato un po' di avvocati, e devo premettere che, per certe mie vicende personali qui solo vagamente accennate, ho verso l'avvocatura un rapporto che, per cospicue parti della mia vita, è stato leggermente conflittuale. Tanto leggermente, da farmi sobbalzare con hurrà di gioia alla visione della famosa scena di Jurassic Park, quella in cui il tyrannosaurus rex si divora l'avvocato rifugiatosi dentro una latrina. Il principe del foro che patrocina Géneviève, la compagna di Joël Hipeau, è maître Éric Dupond-Moretti, nato a Maubeuge, nel Nord, il 20 aprile 1961. C'è pure una surreale e famosa canzone che parla del chiardiluna di Maubeuge, scritta da un tassista parigino, Pierre Perrin.

Éric Dupond-Moretti è un proletario, anzi un “plebeo”, come ama definirsi. E' figlio di un operaio metalmeccanico e di una domestica di origine pistoiese, Elena Moretti. I nonni sono pure operai; rimane orfano di padre all'età di quattro anni. Il nonno materno, immigrato in Francia da Pontepetri (Pistoia), viene ritrovato morto in modo sospetto nel 1957, ai bordi di una ferrovia; è anche per questo episodio che il giovane Éric sceglie di studiare giurisprudenza. Dopo essersi diplomato a un collegio cattolico di Valenciennes, si iscrive all'università e si mantiene agli studi facendo, nell'ordine: a) il becchino in un cimitero; b) il manovale in un cantiere; c) l'operaio alla catena di montaggio: d) lo scaricatore di sacchi di sabbia; e) il cameriere prima in un night-club, e poi in un ristorante. Nel 1976, quando ha ancora solo 15 anni, segue alla radio il processo di Christian Ranucci, che verrà condannato a morte su basi quantomeno dubbie; è, per il ragazzo, la “molla”. “Sono diventato avvocato per odio alla pena di morte”, dirà in seguito. Diventa avvocato penalista nel 1984; attualmente è il detentore del record assoluto delle assoluzioni nella storia del diritto francese (141 a tutto il 2017), che gli ha valso il soprannome di “Acquittator”. E' un socialista di sinistra; nel 2013 rifiuta la concessione della Legion d'Onore, e nel 2015 si dichiara pubblicamente in favore della messa fuori legge del Front National. Nell'ottobre del 1992, invece, lo vediamo come pubblico accusatore.

A parte il fatto che l'avvocato Dupond-Moretti è un omone di un centinaio di chili e rotti, sono propenso a credere che, per lui, avrei fatto un'eccezione e che non mi avrebbe fatto piacere che fosse stato sgranocchiato dal tyrannosaurus rex. Ma, al termine di questa lunga, lunga storia, non lo dico tanto per la sua storia e per le sue convinzioni, che pure ritengo altamente rispettabili. Lo dico per quanto fece al processo contro Yves Dandonneau e la sua banda di piccoli, miseri truffatori e assassini per denaro. A proposito: la storia della scuola-rifugio per i bambini maltrattati era, naturalmente, del tutto finta. Più che far condannare Yves Dandonneau, l'avvocato Dupond-Moretti volle ridare a Joël Hipeau, il “rifiuto umano”, la sua vita e la sua storia. Poiché quel che disse esattamente è stato raccontato in una trasmissione dedicata ai faits divers, ve lo voglio far leggere in traduzione:

“Sono stato incaricato da Géneviève Conce, che è la compagna di Joël Hipeau, e che mi aveva chiesto di potersi costituire parte civile. Ma, per fare qualcosa di inedito, è questione di dire all'imputato che ha ucciso una persona straordinaria. Ho detto che, nonostante il suo stile di vita, era un uomo eccezionale. Era un emarginato, un “routard”, un giramondo, ed era così che lo definiva, non aveva un lavoro stabile, non era un borghese, ma era una persona eccezionale. Eccezionale per la sua generosità, per la sua cultura, per la sua sensibilità, e non bisognava soltanto dire tutto questo, ma anche far sì che Dandonneau non fosse condannato a una pena troppo severa. Joël non amava affatto la polizia, i gendarmi e la giustizia. Era un adepto di Brassens, sul piano estetico certamente, ma anche su quello filosofico. Ed è questo che ho detto davanti a una Corte d'Assise. Per un avvocato, è qualcosa di straordinario. Quando sono entrato alle Assise, il presidente della Corte era disposto molto favorevolmente nei miei confronti, e questo è normale quando si rappresenta l'accusa...ci si aspetta che il rappresentante dell'accusa corrobori l'azione giudiziaria. Questo sarebbe consistito, in quel caso, nel dire un sacco di schifezze su Dandonneau, e nel fare sì che fosse condannato alla pena più pesante possibile. Io non ero là per questo. Ero là per parlare della personalità di quest'uomo [Joël Hipeau], per tentare di riabilitare la sua memoria, e per dire all'imputato che aveva commesso l'irreparabile per uccidere una persona di valore. Quel processo era contro uno che aveva scelto apposta la sua vittima, l'emarginato la cui vita non valeva niente e che era stato condannato a morte, lo sappiamo, per denaro. Nella requisitoria...nella requisitoria bisognava evocare Brassens, perché Brassens è come il cuore di tutto il processo. Anche Géneviève ci teneva particolarmente. A un certo punto ho detto ai giurati: Con quel dare del tu che è tipico di chi ama subito, vi avrebbe detto 'Elle est à toi cette chanson', e ho scelto proprio quel breve passaggio della canzone dove i gendarmi portano via lo straniero, e colui che assiste a questa scena non sorride. Ho esitato un attimo...l'aula era piena stracolma...la canto, non la canto...e alla fine mi sono messo a cantarla...'D'un grand soleil'...e ho terminato la requisitoria. Per me è un ricordo eccezionale, e confesso che non ho più cantato mentre patrocinavo. Non sta peraltro a me dire quale effetto abbia avuto sui giurati, ma è stato un momento emozionante, un omaggio postumo.



Il 16 ottobre 1992, Yves Dandonneau viene condannato a 20 anni di carcere.
François Meunier, a 9 anni.
Daniel Blouard, a 14 anni.
Marie-Thérèse Héraut e Danièle Simonin a 4 anni con la condizionale.

Yves Dandonneau è uscito di carcere nel 2001, dopo avere scontato 13 anni.

I tre grammi virgola sette d'ossa della mascella rimasti di Joël Hipeau riposano in pace da qualche parte che ignoro, senza i denti del giudizio. Le sue ceneri erano state disperse. Qu'il te conduise, à travers l' ciel, au Père Éternel.

martedì 22 maggio 2018

Finalmente governo!



Orsù! Non siamo sempre pessimisti! Al Chelsea ha fatto bene!
Però non capisco. Solo pochi giorni fa ci avevano detto che il capo dell'Italia era Mancini...

mercoledì 25 aprile 2018

Lo chiamavano il Papa



Lo chiamavano "il Papa",
il nome di tutta una vita,
segno di una fede perduta,
ma ora, chissà, riacquisita.
Ed in piazza San Pietro
in grande pellegrinaggio,
a' bolognesi andò dietro
con gli occhiali scuri, da sàggio.

Dentro alla calca e agli sbandi,
in mezzo a tutti i berrettini
cantava anche Gianni Morandi
con Pierferdinando Casini.



E parlava, parlava
con lui che lo stava a sentire,
mentre Bulåggna in San Pietro
non faceva che gioire...
Parlava in spagnolo e latino,
le lingue di ogni paese
e lui, col suo cappellino
traduceva in pavanese.

Ma sarà stato briaco...?!?
E dire che ha detto che ha smesso!
Dice che c'era anche il Flaco,
che gliel'aveva promesso!

E tutti in Vaticano
in mezzo alla folla infinita,
abbracci e strette di mano
con il papa gesuita.
Ma non ho ancora capito
mentre continuo a guardare
chi fosse a prendere in giro,
chi stava a pontificare.

Non mi riesce afferrare,
no, proprio io non ci riesco,
chi fosse in trono a regnare,
chi fosse il papa Francesco

E non ne ho proprio sentore,
-però ci ho assai dura la capa,-
chi dei due era il cantautore,
e chi dei due fosse il Papa.




"...Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura
dai preti di ogni credo da ogni loro impostura
Da inferni e paradisi da una vita futura
da utopie per lenire questa morte sicura
Da crociati e crociate da ogni sacra scrittura
da fedeli invasati di ogni tipo e natura
libera, libera, libera,
libera nos, Domine
libera, libera, libera,
libera nos, Domine."

domenica 25 marzo 2018

Non s'arriva a fine mese! (E è tutta colpa de' negri)


Firenze, anzi Pontassieve, fine marzo dell'anno I dell'Era Legostellata. Sì, proprio Pontassieve, la cittadina dove risiede anagraficamente un famoso senatore di Scandicci.

Fallisce una maison di moda, tale Braccialini. Nella meravigliosa società capitalista, non è che devono fallire solo gli artigiani, le imprese edili o i localini trendy: può fallire anche una casa di moda, appartenente ai uno dei tràini (non traìni) dell'azienda Italia, un'eccellenza, eccetera. Ed è, naturalmente, tutta colpa de' negri, che non solo ci invadono con la complicità di quelle maledette ONG, non solo attentano alla civiltà accidentale occidentale, non solo stuprano le donne e rapiscono i bambini (ah no, quelli sono gli zingari, ma fa lo stesso), non solo rubano il lavoro, ma anche fanno fallire le storiche maison fiorentine.

Succede che allora, nell'ambito del fallimento della maison e nel recupero del patrimonio, si organizza una gigantesca svendita di borse & borsette con il marchio "Gherardini". Poiché, naturalmente, grazie a' negri e agli zingari 'e 'un s'arriva a fine mese, 'e c'è la grisi e s'affoga talmente ne' debiti da risolvere la questione sparando al primo negro che passa, bisogna approfittare dell'occasione; i locali della fallita maison Braccialini vengono quindi trasformati, come c'informano le gazzette, in outlet temporaneo e comincia ad affluire una marea di unsarrivaffinemèse da fare paura.


Migliaia in coda per ore. Vigili urbani con le mani nei capelli (tranne quello in primo piano nella foto, ovviamente). Carabinieri. E è solo il primo giorno della svendita. E per forza ci vogliono i gendarmi: sei ore di attesa, spintòni, insulti, mòccoli. L'apertura dell'outlet temporaneo di borse e borsette è prevista a partire dalle 10 del mattino, ma c'è parecchia gente già in coda dalle sette o dalle otto. Alle 13 (che qui si chiamano i' tocco) riesce a entrare qualcuno che era in coda dalle 9, poi alle 14 viene chiuso tutto per esaurimento (forse della merce, forse nervoso, forse tutte e due le cose). Ma comunque la marea non se ne va: e se fosse tutto un trucco de' negri per fregarci, e entrare loro a prenderci le borse? Ma ora sì che ci penserà qualcuno!

Sempre come c'informano le gazzette, c'è chi è partito alle sei e mezzo del mattino dall'Emilia Romagna per mettersi in coda; lo dice una ragazza, specificando di essere "distrutta". Cosa si fa per arrivare a fine mese (che poi è pure vicina essendo il venticinque di marzo).


Nel frattempo, sembra che le mamme, quelle più colpite dalla grisi, oltre che sovente da' mariti o ex mariti gelosi e, naturalmente, anche da' negri e dagli zingari che rapiscono i bambini, si organizzano. Qualcuna si è portata dietro il pargoletto o la pargoletta, e sono già le quattro del pomeriggio. "Ho la bambina, posso passareee....?" Apriti cielo: la mammina viene quasi linciata. "I bambini si lasciano a casa, non si portano per fare la furba!"  Si vocifera a questo punto di torme di torvi negri e di malvagi zingari all'agguato, pronti per approfittare della svendita di bambini italiani. Cominciano, pare, a volare dei patriottici ceffoni; e non si può nemmero dire, qua, "prima gli italiani"! Qualcuno si sente male, e viene portato via; si sentono a questo punto folate di solidarietà, tipo "Una in meno! Brutta vecchiaccia di merda, così impari a venire a rompere i coglioni!", eccetera, eccetera.  Qualcuno, invece, ce la fa a entrare dopo ore.


Ed ecco infine l'agognata merce, l'agognato marchio in libera svendita. I primi a partire, pare, sono i trolley, le maledette valige che ingombrano i treni, i marciapiedi, le stazioni, le strade, ogni cosa. Anche se vai da Firenze a Sesto ci devi avere il trolley, ma icché vucciavète da portàvi, madonna trolley? E indanto piedi pestati, botte negli stinchi e quant'altro. Portafogli da uomo a 10 euri, ma tanto a che vi servono se disordiunceneppiùe...? Tutta colpa dell'euro, de' negri e unceppiùiffutùro, i giovani emigrano (col trolley) e scrivono a Concita Di Gregorio, oppure votano per la Meloni (chissà se c'era pure lei in fila, in mezzo alla gggente, e magari con la figlia per saltare la fila), oppure chissà cosa. Dentro l'outlet temporaneo proseguono le operazioni di borsa: chi è felicissimo, chi ha la faccia stravolta (la signora in basso a sinistra nella foto, diciamolo francamente, sembra uscita da un libro di Stephen King), chi discute, chi prova...ce l'hanno fatta! E possono così arrivare fieri e felici al fine mese che s'approssima. Fuori intanto, impera la delusione. Perché loro si e io no? Maledizione! Ma è solo una battaglia persa, alla prossima svendita giuriddìo che mi metto in coda alle cinque di mattina! E vo in culo anche ai Carabinieri, invece di proteggerci dagli immigrati stupratori (quando non stuprano loro, naturalmente...), mettersi a fare i gradassi co i' Pòpolo affamato. Pane e borsette griffate (ancorché fallite)!

C'è un'ultima, piccola considerazione da fare.


La considerazione non riguarda ovviamente la signora della foto, la quale -intelligentemente- avrà pensato bene di munirsi di occhiali scuri per nascondere le borse (quelle sotto gli occhi) per essersi dovuta svegliare alle quattro di mattina. Riguarda invece i trolley griffati messi normalmente in vendita a 300 euri e svenduti a 35, gli stessi 35 euri a cui vengono vendute borse che in negozio ne costano 500. Ci sono borse da 2000 euri (!!!) svendute a 90, e così via. Mi chiedo: ma come funziona 'sta cosa? Mah ! Invece di far fare code chilometriche a questa povera gente che 'unn' arriva a fine mese, non potevano direttamente regalargliele e tirargliele dietro? Regarlarne qualcuna anche a' Carabinieri? Non ci capirò mai niente, nei meccanismi di produzione e di mercato, ma è notorio che non sono molto intelligente. E quelli che dentro la maison fallita ci lavoravano, che faranno? Andranno a votare per Salvini, oppure alla seconda puntata della svendita ci saranno pure loro? Prima gli italiani, specialmente nella coda per il trolley!


mercoledì 7 marzo 2018

Il pensionato 2.0




Lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare,
tira fuori il fucile e si mette a sparare,
lo vedo con lo smartphone, che non so cosa sia bene,
che fa una luce fioca, quasi da trenta candele,
ci ha in mano “La Nazione” piena di paure e orrori,
moschee, polveriere, comitati anti-rumori,
fra i suoni usati e strani dei suoi riti quotidiani,
provare una pistola e mirare agli africani...

Lo sento quando torno stanco e tardi alla mattina
berciare con la moglie, con le figlie o la vicina,
ce l'ha con me perché gli butto la mia sigaretta
giù dentro alla terrazza, dove tiene una Beretta
e poi lo incontro ancora quando viene l'ora mia,
sovente ci scambiamo qualche antica cortesia:
“Brutta testa di cazzo, te e quei negri marrocchini,
Ma tanto sta' tranquillo, che ora ci pensa Salvini...”

Mi dice cento volte tra la rete dei giardini
che lui degli zingari ammazzerebbe anche i bambini
che 'sti rubalavoro van buttati dentro al cesso,
che lui con la pensione non si compra manco il lesso...

Io ascolto, apre la giacca, c'è qualcosa che fa “toc”,
non mi vorrei sbagliare, ma mi sembra una Glock,
mi dice che, oramai, vorrebbe farla finita,
gli dico: “Ma si accomodi!..” “Oggi no, c'è la partita...
magari il cinque marzo, giorno dopo le elezioni,
forse uscirò di casa per levarmi dai coglioni...”
Dovrei un po' trattenerlo, ma nel cesto delle uova
ci ha un dépliant che dice di votare Forza Nuova...

Io ascolto e un po' ricordo il pensionato di Guccini,
di quando i pensionati ci avevan dieci gattini,
di quando al bar accanto, tra lacchezzi e vino rosso
giocavano a ventuno moccolando a più non posso,
e gli 'eran stronzi uguali, però avevan la pensione,
parlavano di donne, e mica dell' “invasione”,
e ce l'avevan sempre co' Andreotti e co' Fanfani,
ora ce l'hanno sempre con quel “prima gli italiani”...

Ma poi mi accorgo che probabilmente è solo un tarlo
che qualcuno gli ha messo nelle teste per votarlo,
e mentre si lamentan che 'un s'arriva a fine mese,
c'è un negro e vende ombrelli, che sarà senegalese...?

Diremo forse un giorno: “Ma è lui sul Ponte Vespucci...?”
C'è un uomo steso in terra, ma che son questi corrucci...?
E' meglio farli fuori poco a poco tutti quanti,
Quindi, per cominciare, un po' di spari sui passanti.
Passanti sì, però, basta che passino un po' strani,
Magari anche un po' negri, mi suiciderò domani,
E poi ci abbiam le vite di sì tante cose piene,
Chi si ricorderà, fra due o tre giorni, di Idy Diene.


(Sull'aria del "Pensionato" di Francesco Guccini)




martedì 6 marzo 2018

Ponte Idy Diene


Quando, a volte, si scrive troppo "a caldo", perdipiù basandosi su prime notizie riportate da testate di regime, si commettono spesso inesattezze, e si basano i propri ragionamenti su prospettive sbagliate.

Così ieri mattina, quando appunto poco dopo i fatti ho scritto il post intitolato Il secondo venuto mi sono lasciato fuorviare da diverse cose, prima fra tutte quella della follia e della disperazione. Altro che follia. Altro che disperazione. Me lo è stato fatto giustamente notare; vorrei quindi riportare ciò che quella persona mi ha scritto.

" Mah, a me sembra che chiamarla follia sia pericoloso. La follia è qualcosa di imponderabile, qualcosa come un fumoso uccellaccio che può attaccartisi ai capelli quando meno te lo aspetti, una causa esterna dunque. Qui invece - come nel caso del carabiniere che ha ammazzato le figlie - io vedo vigliaccheria e stronzaggine, calcolo e grettezza, piccineria e manie di grandezza. Questo ha scelto di togliersi le castagne dal fuoco a prezzo di una vita altrui (ed è paradossale che probabilmente ci sia stata una componente di rimorso nei confronti della propria famiglia, per averli messi nei casini finanziariamente; ma nessun freno morale - e quindi nessun rimorso - nell'uccidere un altro essere umano a scopo puramente utilitaristico). Quell'altro ha quasi ucciso la moglie e ucciso le due figlie (ma perchè poi le figlie?!) perchè la moglie aveva osato separarsi da lui, quando lui stesso aveva un'amante da tempo. Guardare dentro a quell'individuo è come guardare dentro una fossa settica non spurgata da un bel po'. Parlare di follia ne suo caso, o in quello che hai raccontato, significherebbe concedere un'attenuante morale che decisamente nessuno dei due si merita. "

Non ci sarebbe, in fondo, molto da aggiungere. O forse sì. Ci sarebbe da aggiungere che tutto quel che è accaduto ieri mattina è il frutto, oramai, di una "cultura", di un modo di pensare, di razzismo, di odio. E stop. Nessuna "follia", anche se dalla follia siamo circondati. Nessuna "disperazione", anche se dalla disperazione siamo circondati. Per le tue follie e le tue disperazioni, la colpa ricade sull'Altro. L'Altro è nemico. Questo è stato fatto passare nella testa. L'Altro ti "invade". L'Altro ti "ruba il lavoro". L'Altro "stupra le donne". L'Altro è "terrorista".

E così, oggi, su quel ponte è stato organizzato un presidio. Mi ci sono recato. Poco prima di arrivare sul ponte, sono entrato in un bar per prendere un caffè. Simpatica e giovane barista italiana. Entra all'improvviso un giovane vestito da lavoro, che evidentemente conosce la barista; si mettono a parlare. Due giovani fiorentini della classe lavoratrice.

"Oh, hai visto quello ieri sul ponte?", dice lui alla barista che annuisce. "Ha fatto proprio bene...! A me mi tocca lavorare in un cantiere coi bangladesh...uno in meno! Casomai è stato un bischero perché si è fatto beccare subito dalla polizia...!" E la giovane barista là che sorrideva e ridacchiava.

Io ho posato il caffè senza finirlo di bere e sono uscito dal bar senza nemmeno pagarlo. E non se ne sono nemmeno accorti tanto erano beati nel ridacchiare sull'assassinio di un essere umano che neanche conoscevano.

Un assassino che aveva "risparmiato la mamma col bambino" (anche loro di colore, ma quando ho scritto ieri ancora non si sapeva) scaricando poi sei colpi di pistola su Idy Diene, venditore di ombrelli, abitante a Pontedera, che passava di là. Un assassino con la sua brava pagina "Facebook" sulla quale lo si vede col suo fucile. Un assassino razzista che, sempre sulla sua pagina Facebook, scriveva i pensierini contro l'ISIS. Il tipografo pensionato sessantacinquenne. La "persona qualsiasi" come la giovane barista e il suo amico lavoratore. La persona che puoi incontrare sull'autobus, alla cassa del supermercato, in un bar, per la strada, dovunque.

Ed eccovi quindi gli "italiani", quelli che dovrebbero sempre "venire prima" negli slogan acchiappacervelli di una destra che, oramai, abbraccia tutto e, più che altro, la mente delle persone. La vita dell'Altro non conta niente, e chi lo fa fuori diviene una sorta di eroe. Come il Traini da Macerata, come il Pirrone da Firenze. Quel che più mi rimprovero, in quel che ho scritto ieri, è di aver ceduto anche io alla panzana della "follia" e della "disperazione", panzana che il Pirrone si è sentito bene di esprimere anche al momento del suo arresto ("Portatemi in carcere, questa vita mi fa schifo"). Già, questa vita ti fa schifo, e quindi, dai, togliamola al primo o secondo che passa. Basta che sia negro, naturalmente. La vita che faceva schifo al Pirrone non la si poteva togliere a un turista tedesco o all'italiano. Un negro, invece, si può anche ammazzare come un capo di bestiame da abbattere.

Il ponte Vespucci ha delle ringhiere metalliche per tutta la sua lunghezza. Quando sono arrivato c'erano un po' di fiori, dei cartelli, due o tre striscioni. Nulla in confronto alla cancellata dello stadio, dove una città intera piange un calciatore di 31 anni morto per cause naturali in una camera di un albergo a cinque stelle. Per un negro di 54 anni ammazzato mentre camminava per i fatti suoi, la città intera non piange e non si scomoda granché. E' così a Firenze e sarebbe così ovunque. A Macerata, dopo quel che è successo, il primo partito è la Nazi-lega di Salvini. C'è rabbia, certo, tanta rabbia. Viene sfogata sul sindaco Nardella, che si è presentato al presidio; il sindaco PD, creatura di Matteo Renzi, applicatore ferreo dei decreti del suo sodale Minniti, distributore di Daspo urbani, sgomberatore indefesso.

Lo stesso sindaco Nardella che ieri sera, mentre i senegalesi e gli altri africani stavano percorrendo il centro in una manifestazione spontanea, si preoccupava tanto di due o tre "fioriere antiterrorismo" nel salottino buono e di gran lusso di via Calzaiuoli, divelte e rovesciate. "Paura in centro", titolano la "Nazione" e la "Repubblica"; già, invece sul ponte, che è pure in centro, così tanta paura non c'era. C'era, invece, il giustiziere "disperato" e "folle", quello che "voleva andare in carcere per non gravare sulla famiglia". Aver creduto a queste balle, all'inizio, è una cosa che non mi perdono.

Il sindaco Nardella è stato cacciato via dal presidio, e si è beccato anche uno sputo addosso da qualcuno. Torni a preoccuparsi delle sue fioriere, dei suoi cantieri che non finiscono mai, delle sue inaugurazioni di giardinetti, dei suoi fontanelli e dei suoi "angeli del bello".

Rabbia, polizia, (tanti) africani e africane, (pochi) italiani e fiorentini. I soliti. L'usuale contarsi mentre ci si saluta praticamente tutti quanti, a parte qualche cittadino e cittadina che è venuta a esprimere "solidarietà". D'accordo, la solidarietà; d'accordo la presenza. Ma non è possibile neppure parlare di una minoranza. Si tentava di formare un corteo che è stato impedito dalla polizia (tra l'altro, sabato 10 marzo si terrà a Firenze un corteo nazionale); c'è stato anche un piccolo inizio di carica. Sono del tutto certo che, invece, molta più "solidarietà" sarà riservata al povero, disperato, folle Pirrone. All' "italiano" coi debiti e col fucile da Facebook. All'ordinario "pensionato", quello che magari si è fatto "una vita di lavoro". Ma queste "vite di lavoro" chi ve le ha fatte fuori, dei politicanti o gli immigrati? La Fornero o Idy Diene? Renzi o i venditori di ombrelli? I padroni o dei diseredati?

Questa la situazione. Questi i veri "risultati elettorali"; questo quel che si avrà a ripetere. E, penso, anche molto presto.


lunedì 5 marzo 2018

Il secondo venuto



Firenze, mattina del 5 marzo 2018. Una mattinata di fine inverno, grigia, fredda, piovigginosa. La città è in lutto per l'improvvisa morte di un giocatore di pallone. Da poco si sono fatte le loro votazioni e imperversano seggi, conteggi, governi, poteri, coalizioni; tutto questo non impedisce né alla pioggia di cadere, né alla vita e alle vite di tutti di sciorinare le loro banalità quotidiane, le loro occupazioni.

Non lontanissimo da dove abito, c'è un ponte dedicato a uno che ha dato il suo nome a un continente intero, fin dalla Universalis Cosmographia di Martin Waldseemüller e Matthias Ringmann. Era un venticinque aprile, dell'anno 1507. Nel frattempo, su quel ponte che sbocca davanti al consolato degli Stati Uniti d'America, davanti a quel consolato dove si facevano i sit-in, le proteste e gli scontri, passa il signor Roberto Pirrone, di anni sessantacinque. Sembra sia uscito per una di quelle banalità quotidiane di cui si parlava prima, o occupazioni: suicidarsi. Anzi, per meglio dire: suicidarsi per questioni economiche.

Arrivato sul ponte, il sig. Pirrone constata però che suicidarsi, pur essendo a tutti gli effetti un fatto quotidiano, non è poi così semplice. Gli manca, insomma, il famoso coraggio. Ha già scritto una lettera d'addio alla figlia. Ha con sé una pistola, vale a dire quella cosa che dovrebbe servirgli per compiere quel banale atto e spedirsi da solo nell'altro mondo; ma il sig. Pirrone proprio non se la sente, non ce la fa. L'ego prevale sull'es. Escogita allora un'altro sistema.

Andare in carcere. Suicidarsi da vivo. Per non gravare più sulla famiglia. C'è tutto un manuale di psicoqualcosa in quel che accade dopo: perché il coraggio che manca per puntarsi una pistola addosso e farla finita, lo si trova per puntarla addosso a qualcun altro che sta passando. Il primo che passa; anzi no, in questo caso pare il secondo.

Passa una famiglia con bambini. Loro? No, il signor Pirrone è sicuramente una persona perbene, un ometto qualsiasi, un brodo di tutte le storie che possono accumularsi in una vita ordinaria. Non si ammazza una famiglia con bambini. Dopo di loro, invece, passa un senegalese di una cinquantina d'anni e rotti; è solo. Bingo. Per uno del genere si può anche andare in galera, e non gravare più sulla famiglia risparmiandole anche le spese per il funerale. Il secondo venuto, appunto. E così il senegalese, che passava da solo sul ponte, si ritrova steso per terra sotto la pioggia, attorniato da soccorritori che sembrano vestiti da Babbo Natale. Morto, naturalmente. Quando si passa su un ponte e si incrocia una disperazione armata, occorre sempre tenere conto che avere la pelle scura, oggi come oggi e anche ieri come ieri, è un grosso problema. Anche imbattendosi in un disperato a cui però manca il coraggio di rinunciare alla propria vita, paiono esserci discrete differenze, serie A e serie B, famiglie felici e negri che camminano da soli. Quindi, pum pum.

A Firenze si spara volentieri al senegalese; mi piacerebbe poter dire che le gesta del Casseri in piazza Dalmazia "sono ancora nella memoria di tutti", ma tutto lascia supporre che non sia affatto così. E così eccone un altro, mentre prosegue il lutto per il calciatore morto e si contano i voti. Così per fare, per un fascista o per un aspirante suicida. Di tutto oramai si ha paura, tranne che della follia gratuita. Scrivo in giorni in cui mi è capitato di sperimentarne personalmente un piccolo esempio, per fortuna senza gravi conseguenze; ma le conseguenze dipendono magari dal fatto di ritrovarsi semplicemente di fronte a uno che non ha un'arma, oppure a uno che non ce l'ha. Tutto qui.

Ne consegue che, passando su un ponte cittadino, bisogna prendere la follia e farle un discorsetto preventivo. Può, ovviamente, essere del tutto inutile perché la Follia ha sempre e comunque l'ultima parola, ed inoltre può manifestarsi bianca, nera, gialla, rossa, a pallini o incolore; ma avendo ella comunque un barlume di logica, sia implicita che indotta, e considerato che si tratta di un estremo tentativo di salvarsi la pelle, le va detto prima di tutto di essere un normale uomo bianco, in possesso di documenti attestanti la cittadinanza italiana. Il fatto, magari, di essere da solo e di non avere momentaneamente con sé moglie o bambini che indichino lo status familiare, può rappresentare senz'altro un problema se su quel ponte passa il sig. Pirrone cui non riesce proprio di suicidarsi e che vuole andare in carcere; ma il destino, che a propria scelta si può chiamare Iddio o Buona Sorte (altresì detta "Culo"), ha voluto che proprio in quel momento, in seconda battuta, passi il sig. X, africano e solo. E senz'altro privo di famiglia, dato che gli africani hanno al massimo una tribù.

Così funziona. Andando a leggere scrittori e cronache dell'antichità, medievali, di tempi comunque lontani, si trova sempre espressa la paura della follia dei propri tempi. Non è, quindi, nulla di nuovo sotto il sole, anche quando piove. Se ne è sempre avuto paura, della follia, cercando di ricacciarla nei pozzi più profondi degli abissi, nascondendola, patinandola, oppure -non di rado- innalzandola fino ai gradi più alti del potere. Cercando comunque di renderla inarrivabile, ma facendosi stendere addosso il suo velo che ha la tendenza ad essere proteiformemente quotidiano. Quotidiano e munito di tutti i segni di un dato tempo.

Poiché su quel ponte sarei potuto passarci io, o tu; poiché un sig. Pirrone con i propri problemi economici (o affettivi, o esistenziali, o di qualsiasi altro genere) lo si trova sempre, e ci si passa accanto sfiorandosi sull'autobus, in una strada, su una spiaggia o persino in casa propria; poiché la follia è padrona del genere umano fin dai suoi albori; poiché nessuno ne è al riparo e nessuno ha il diritto di dichiararsene immune; poiché quasi sempre essa è coniugata ad una lama di odio che ci perfora costantemente e scientemente nutrita; poiché la vita di ognuno sfocia in un momento in cui non si torna più indietro; poiché nessuno conosce niente di nessuno; poiché si può essere in qualsiasi istante e in qualsiasi luogo dei secondi venuti; poiché lo spread è già salito di dieci punti; poiché anche stamani c'è, steso per terra, un cadavere che parlava wolof, non resta altro da fare che tenersi sempre pronti. Estote parati, si dice classicamente.

Il senegalese ucciso, il secondo venuto, si chiamava Idy Diene e aveva 54 anni. Sul ponte si è radunato spontaneamente un gruppo di connazionali.