giovedì 31 gennaio 2008

Χαίρε, χαίρε ελευθεριά!


Io credo nella libertà di ognuno. E se dico libertà non è qualcosa di astratto o, peggio, la mia libertà che mi riservo come esclusiva fregandomene altamente della tua. La tua libertà è la mia. Fare ciò che si vuole, senza costrizioni, senza obblighi. Particolarmente senza obblighi "morali", ma ogni altro tipo è incluso.

Però, vedi, anche io mi metto qui a sedere e scrivo le mie cose, belle o brutte che siano, mentre c'è qualcuno che mi stira i pantaloni o mi prepara da mangiare. Anche per questo me ne vado a stare per conto mio. Non voglio più che mi sia stirato nulla. Piuttosto mangio una scatoletta di cacca di cane. Ogni forma di convivenza pone degli obblighi; e quando si pongono degli obblighi, la libertà viene a cessare. Diventa, appunto, astratta. E cessa ogni altra cosa. Diventa mota.

Io, che ho sempre detto che un simbolo di libertà è, specialmente per un uomo, sapersi rammendare da solo un calzino, attaccarsi un bottone alla giacca, cuocersi un uovo. Poi la libertà ha urti continui con la pigrizia, con la comodità, con le convenzioni. E allora ti metti a sedere, e ti rialzi soltanto quando ti ritrovi con te stesso. Quando puoi scegliere se rammendartelo, quel calzino, o se lasciarlo bucato.

Vivere soli non è soltanto riappropriarsi della propria libertà. E' restituirla agli altri. E quando si sceglie di passare momenti più o meno lunghi assieme, è fregarsene di ogni altra cosa che non sia lo stare assieme. Senza orari e senza bandiere. E' la libertà che tu esca da sola o da solo alle tre di notte, se ti va, è la libertà di non provare nessuna gelosia e nessuna apprensione perché tu sei una persona libera e, più che altro, sei semplicemente una persona senza nessun bisogno di aggettivi. Neppure "libera".

E' la libertà di andare e venire, di vedere chi ti pare, di non vedere nessuno. E' la libertà di non legarti con dei contratti, ché già i notai (quelli dello stato e quelli dello spirito) lavorano a piene mani e non c'è nessun bisogno che io e te li facciamo sgobbare ulteriormente. Che si riposino. Lavorare stanca. Lavorare è la forma più subdola e terribile di omicidio-suicidio che esista.

E io te la do, ad esempio a te, mamma, questa libertà. Che non ti prenderai. Perché quando avevi cinque o sei anni tua madre già t'insegnava a essere una brava donnina di casa, ti metteva in cucina, e giù manate se non le facevi bene le cosine. Perché ancora adesso che sei anziana e acciaccata non concepisci la vita senza quelle maledette faccende di casa. Perché c'è quel pezzo di merda di tuo figlio che scrive tutte queste belle cosine sulla libertà mentre tu te ne sei andata appena a letto perché avevi da stirare cose che avrebbero benissimo potuto restare spiegazzate.

Perché continuerai a farlo per chissà chi, anche se tuo figlio, no, piuttosto di portarti a stirare le cose come fanno tanti "vividassolo" di questa ceppa di minchia, le terrà eternamente spiegazzate; oppure, se vorrà, si piglierà la sua bella asse e se le stirerà da solo, ché magari gli riviene pure qualche scemenza da scrivere su "Bielle".

Perché, anche lontano, c'è qualcun'altra che in questo preciso momento ha da stirare dopo aver passato una giornata intera a lavorare. Perché, anche lontano, c'è qualcun altro che in questo preciso momento ha tutti i pensieri elevati di questo mondo mentre una madre, una moglie, una sorella o una filippina gli sta stirando i poetici fazzoletti, le rivoluzionarie camicie, i depressi calzini, le anarchiche lenzuola, le disperate magliette, le innamorate mutande previamente lavate dai tuoi sbaffi di merda ché ti fa fatica pure pulirti il culo perbene.

sabato 26 gennaio 2008

Aurea mediocritas


Questo blog ha come intestazione una frase che, a suo tempo, mi venne del tutto naturale. Dovendo mettere una presentazione sintetica del titolare, ovvero del sottoscritto, giocoforza lo feci con qualcosa che considero la mia unica "sintesi" possibile: quella di stare bene in pochi posti e con poca gente, che però amo molto. Poi, qualche giorno fa, ci ho aggiunto, tra parentesi, un verbo al passato; accade anche di non amare più persone o luoghi che una volta hanno invece rappresentato qualcosa di importante o persino di speciale. Tutto normale. Forse avrei dovuto metterla immediatamente, quella cosa tra parentesi.

Un blog, poi, è solo apparentemente uno spazio "privato". Non esiste nessun "privato" quando, comunque, quel che si scrive è a disposizione di tutti. Registrato da Google, catalogato, eternizzato o quasi. Non esiste e non può esistere "riservatezza", a parte quella consistente nel non nominare fatti e persone che potrebbero, per qualsiasi motivo, non gradirlo. Mi è accaduto, qualche tempo fa, di contravvenire a questa regola, e la cosa mi è stata fatta più che giustamente notare; ma, per il resto, al momento di inserire un nuovo post disabilito regolarmente ogni opzione restrittiva. Come chiunque può leggere, chiunque può scrivere. Qualsiasi cosa che gli passi per la testa di dire, o di dirmi. Bella o brutta che sia, non fa nessuna differenza.

E', questo, il "sale" della cosa, la ragione stessa dell'esistenza di uno spazio come questo. Si raccontano delle cose, di qualsiasi genere, e dagli eventuali commenti si traggono altri spunti, altre voglie di parlare. Un'autoalimentazione, insomma. Così, stamani che ho ancor meno da fare del solito, mi è venuta la voglia di parlare della mediocrità. E anche del circondarsi. Poiché mi è stato detto apertis verbis che "amo circondarmi di persone mediocri", vorrei sviscerare un po' più la cosa dal mio punto di vista (che, insomma, avrà pur sempre un mezz'etto di valore, o almeno spero).

Curiosamente, la cosa che più mi ha colpito in questa secca frase non sono state le "persone mediocri", ma il "circondarmi". Ora, se c'è una cosa che mi riesce difficile individuare nella mia vita, è l'essere circondato. Da chiunque, mediocre o meno che sia. Sono sempre stato, e probabilmente sarò sempre, un solitario. Pochissimi amici, per di più con la mia tendenza agli innamoramenti folli che, quasi sempre, si sono rivelati tali soltanto da parte mia. Ricambiati, nel migliore dei casi, soltanto in parte. Col tempo mi sono abituato, o rassegnato, a considerare tutto questo come mia esclusiva colpa. Ci dev'essere, in me, qualcosa che "blocca", che impedisce il pieno ricambio dell'affetto enorme che mi capita di provare, a volte, per qualcuno. Sarà, con tutta probabilità, la mia scarsa chiarezza, o perlomeno questa dev'essere una componente dell'insieme; da dire anche che qualche propugnatore o propugnatrice di chiarezze con cui in 44 anni e rotti di vita ho avuto a che fare, sì è alla fin dei conti rivelato o rivelata ancor meno chiaro o chiara di me. Ma non importa.

Poi, sicuramente, spesso e volentieri sono noioso, e non di una noia semplice da gestire. Ho, come dire, delle passioni che sono intrinsecamente pallose. La linguistica, ad esempio; anche se, alla fin dei conti, l'unica persona in tutta la mia vita in cui il mio folle innamoramento sia stato pienamente ricambiato resterà quel Pierfrancesco Poli, lettore di ceco e slovacco, glottomane di cui tempo fa parlai qua dentro. Ma è morto. La condivisione piena è una cosa che ho sempre ricercato, senza mai trovare; evidentemente non sono adatto alla cosa. Non ho esperienze, nella vita, che mi abbiano portato a condividere un'azione, un periodo, un "trovarsi sulla stessa barca"; mi accorgo anzi di non essere mai stato sulla stessa barca con nessuno. Anche sulla famosa "barricata" dove ogni tanto si dice di stare assieme, a un certo punto sono convinto che mi ritroverei a sparare, e a crepare, da solo. Con tutto ciò, nessuno mai si permetta di pensare che non ci sarei, su quella barricata. Qualsiasi cosa io faccia o dica, non mi defilo né mi sfilo.

Tutto questo per dire, con la mia solita e spaventosa mancanza di concisione, che proprio tutto sono stato, sono e sarò fuorché "circondato". Ho delle persone che conosco, per loro ho provato, continuo a provare e proverò del bene. Continuo a provarlo, in qualche caso, pur sapendo che da parte loro quel po' di affetto o di amore che magari c'è stato si è trasformato in odio o, peggio, in indifferenza. Ma non sono mai stato, né mi sono mai considerato, una specie di "sole" al centro di un sistema di pianeti e di satelliti. Non mi sono mai posto il problema di chi mi girasse intorno. Non ho mai ricercato l'eccezionalità a tutti i costi negli altri, proprio perché non mi ritengo niente e nessuno di eccezionale. E non lo dico affatto per "modestia", ché modesto non sono.

Ci sono, forse, due o tre cose in cui un po' "emergo"; ma alla fin fine, a lungo andare e nonostante le apparenze, sono quello che meno le fa notare e pesare al mondo; se anche la vita mi ha riservato tutte le complicazioni e gli assurdi che è possibile immaginare, dentro di me, nel mio profondo, sono sempre voluto restare una persona semplice, senza ambizioni, che si contenta di poco. E se, attorno a me, sono girate e continuano a girare delle persone "mediocri", sto bene attento a non distribuire questo epiteto a piene mani. L'aggettivo "mediocre" mi ricorda troppo da vicino due parole che sono quelle che più toglierei dal vocabolario: "vincente" e "perdente". Attenzione, ché sono due parole identiche anche se sembrano esprimere un'opposizione, un contrario. Mi sono ritrovato di fronte a dei sedicenti "perdenti" che usavano questa loro presunta sconfitta come una vittoria, per non dire come una mitragliatrice.

Nessuna mediocrità. Nessuna vittoria e nessuna sconfitta. Solo vite differenti, ognuna con le sue cose, le sue vicende, le sue delusioni, le sue bellezze. Anche nella persona più imbecille mi è capitato, a volte, di trovare un granello di luce. E dalle personi più comuni, più ordinarie, più terra-terra, ho imparato o creduto comunque di imparare qualcosa. Perché sono un solitario aperto. Non ho chiusure. Non ho barriere, sono tutte abbassate. E allora dico: continuerò ad essere così. Sicuramente con una tendenza in meno, cioè quella di fabbricarmi artificialmente certe eccezionalità che non ho e che so di non avere. Magari, poi, a un certo punto mi riuscisse di essere "circondato"; o forse no. Non vorrei accorgermi, un giorno, di essere circondato non tanto di mediocri, straordinari o quant'altro, ma di estranei. Oppure di essere io l'estraneo, l'intruso di turno. Oppure a andar dietro a qualche eccezionale, non comune, straordinario pezzo di merda per il quale ho lasciato perdere qualche buon mediocre che, a modo suo, magari mi voleva bene sul serio. Nel frattempo cerco di dare, per quel che mi riesce, un po' di sgangherato amore, ed è un amore che non chiede patenti.

venerdì 25 gennaio 2008

Intervalli



Tanti e tanti anni fa, quando la televisione era solo la RAI e in bianco e nero, c'era l' "Intervallo". L'arpa, le pecorine e le vedute delle località italiane; i tempi morti fra una trasmissione e l'altra. E così è andata in questi mesi; tempi morti. Senza arpe, senza pecore, senza vedute. Ma sono mai morti i tempi?

Sembrano, forse. In realtà, a modo loro, sono tempi vivissimi. Se ne combinano di tutti i colori, di belle e di brutte; hanno il loro bagaglio di cose di cui pentirsi, ma forse è semplicemente quello che si chiama il corso degli eventi. Mi stavo chiedendo in questi giorni quali segnali mi stessero mandando certe "coincidenze" che stavo vivendo a ripetizione, a cadenza quasi quotidiana; parlandone, ho citato il caso.

Mi è stato risposto che il caso non esiste; e quella persona che mi ha dato questa risposta, la vorrei ringraziare pubblicamente. Nessun bisogno di nomi. Chi sa, sa. La vorrei ringraziare a prescindere da quel che pensi di me in questo frangente; aveva ragione. Il caso non esiste.

E così, a un certo punto, preceduti da certe avvisaglie, gli intervalli terminano. Il ponte è stato percorso. Il pedaggio è stato pagato, e anche con interessi maggiorati. Ho seguitato per anni a firmare i post sui newsgroups con una frase in tedesco antico secondo la quale bisogna buttar via la scala una volta che è servita per salire; ma un ponte non è una scala. Un ponte non si butta via.

E così oggi, 25 gennaio 2008, si è all'improvviso aperta la sbarra. Via libera. In una giornata di sole, quasi primaverile, oppure semplicemente un sole ancora invernale nel quale si vuole vedere l'avvisaglia della primavera. Sarà primavera? Lo sarà. Prima o poi. Intanto l'inverno manda questo regalo. Ieri sera un amico in una specie di pub irlandese. Oggi l'Irlanda è scesa da un treno.

I primi passi e già si capisce che l'intervallo è giunto alla fine. Poi via, a bordo di una buffa automobile perché le automobili sono tutte quante buffe. Durante il cammino abbiamo incontrato Vladimir Majakovskij che, non mi chiedete come, ci ha aperto una stanza. E allora no, no che il caso non esiste. E mentre l'Irlanda ripartiva, e mentre mi allontanavo oramai al di là dal ponte, e mentre i miei pensieri vi si erano installati per non uscirvi, ripensavo a un gazebo davanti a un'altra stazione, a un ragazzo, ed alla poca serietà che a diciassett'anni ha un solo nome.

domenica 20 gennaio 2008

Il momento giusto



C'era, qui in questa casa, una specie di gatto in coabitazione. Nel senso che andava e veniva, attraverso i giardini, dalla casa di una signora del vicinato a questa casa. Da più di due anni, oramai. Un simil-sacro birmano, bellissimo, regale. Si chiamava Tyson. Ancora poche notti fa me lo sono preso a dormire in camera: arrivava e si metteva sull'angolo del letto più vicino al termosifone, a dormire; e si dormiva. L'unico essere al mondo, mi è venuto a volte da pensare, che resisteva al mio russare. Dormiva e basta, senza tappi nelle orecchie né urla notturne né botte in pieno sonno; come se russare fosse una colpa, una cosa fatta apposta; e io, disgraziatamente, russo come una sega circolare.

Ieri sera, mentre non c'ero, è stato preso in pieno da una macchina, che ha tirato diritto. Lasciato lì in mezzo a via D'Annunzio finché qualcuno non lo ha raccattato e avvertito la vicina di casa, che poi ha telefonato a mia madre piangendo. E anche io ce ne avrei una gran voglia, porca puttana. Non voglio dire altro, perché non c'è da dire altro.

Come fosse quasi un segnale ben preciso. Che è arrivato il momento giusto di andarsene di qui. Non un giorno prima, non un giorno dopo.




venerdì 18 gennaio 2008

Cazzoguardaquéllo


Oggi mi è successa una cosa che non mi accadrà, credo, mai più nella vita. Mai mi era accaduta prima, e la logica ed il buonsenso vogliono che resti un unicum, esattamente come l'amaro della Zwack. Poi, certo, esiste l'imponderabile; esistono il caso, la fortuità, il fato, la botta di culo e tutto quanto; ma oramai sono stato ammaestrato a non essere più tanto fiducioso al riguardo e preferisco glissare con quel rimasuglio di saggezza che mi è rimasto.

Dunque, dicevo. Oggi dovevo andare a pagare delle cose, cose necessarie quanto impalpabili. Cos'è, ad esempio, un diritto di agenzia? Non lo si vede, ma lo si paga, e salato. E una dichiarazione integrativa di successione? Fogli, cifre, calcoli. E un atto con cui una tizia ha certificato che la mia identità le sarebbe "nota" quando non mi ha mai visto prima in vita sua, né io ho visto lei? Si pagano cose strane, a volte; ma si deve –o così almeno pare. Ci sono del resto cose che si pagano ancora più care; certe imprudenze, o certe parole, o certe azioni. Hanno un prezzo che condanna a terminazioni comminate con i ricordi da un lato, e con il martello dell'indifferenza dall'altro. Ma sono, queste, cose che non sono trattate dalle banche.

Le banche trattano soldi. Quelli che oggi ho dovuto ritirare, e in contanti. Non posso emettere assegni per via di un protesto di euro cinquanta, scadente il 19 gennaio del 2009. Niente assegni, niente carta di credito; solo contanti. E così, oggi alle quattordici e venti, mi sono ritrovato con dodicimila euro in contanti nel portafoglio. Così suddivisi: quattromilaottocento per il diritto di agenzia. Quasi duemila per le prestazioni di geometri, amministratori di condominio e altri professionisti. Duemilasettecento per il diritto di agenzia in acquisto. Duemiladuecento per il notaio in acquisto. Totale: undicimila e settecento euro. Trecento me li sono tenuti per me.

Ora, bisognerebbe che vi dicessi cos'è normalmente il mio portafoglio. Ci sono i documenti, la carta di identità, la patente di guida, il tesserino sanitario, qualche altra tessera varia raccattata in giro per la vita; ci sono quintali di scontrini, di foglietti, di petit papiers (quelli che bisognava far parlare secondo Serge Gainsbourg); c'è una pietruzza rossa che resiste ancora a non so più neanche cosa; e dieci euro al massimo. Anche in quest'ultimo periodo in cui mi è andata sicuramente meglio dal punto di vista economico, le abitudini sono rimaste quelle. Memore di quando non c'erano nemmeno i dieci euro, e non per abitudine ma per semplice mancanza. Squattrinato cronico, homo sine pecunia com'ebbi già a dire tempo fa. La necessaria consuetudine di sentirsi ricco in altro e sovente disperato modo, consuetudine che peraltro non vorrei mai perdere; e l'inveterata rinuncia al superfluo di qualsiasi genere. Non fossi un mangiatore praticamente satanico, sarei di costumi decisamente spartani. Non me ne importa un accidente del vestire, delle mode, di niente del genere; ci sono stati periodi in cui ho fatto a meno di tutto.

Alle quattordici e venti di oggi, diciotto gennaio duemilaotto, nello stesso momento in cui quattro anni fa precisi scendevo da un treno alla stazione di Como per andare verso quel che sarebbe stato, il mio portafoglio gridava aiuto. Grondava di denaro. Non si chiudeva. Banconote da cinquecento, da cento, da cinquanta euro. Me lo sono ficcato nella tasca interna d'una giacca comprata circa due secoli fa a Porta Portese, e la giacca ha assunto una forma indefinibile, tipo la faccia del sonno di Salvador Dalí. Mi sono sentito strano. Pur in tutti i miei sconquassi, c'è qualche riccardoventuri che è sempre rimasto quello, ad esempio un ragazzo senza una lira; quella protuberanza nella giacca era inaudita. Scoppiare di soldi, pur sapendo che sarebbero stati spesi in breve tempo.

Cosa che è avvenuta, pagando tutto quel che c'era da pagare. A persone sicuramente abituate ad averci i portafogli regolarmente gonfi, con collezioni di carte di credito, con chissà quale altra diavoleria che non mi posso permettere nemmeno ora che ne avrei la possibilità almeno temporanea. Mi sono permesso due lussi: riempire il telefonino con una ricarica monstre da cinquanta euro, e un tassì. Una di quelle cose che Piero Ciampi non s'era mai potuto permettere assieme alla frittata di cipolle, insomma. Ma, prima del tassì, m'è presa la voglia di un caffè; del resto il bar era lì davanti. E ci sono entrato con la mia solita faccia, ché tanto ce l'ho e mi tocca tenermela, e scordandomi in dieci secondi che nel portafoglio avevo tutti quei soldi. Ci avevo, come sempre, dieci euro. Anzi meno. Monetine. Spiccioli. Così ho ordinato il caffè, alla pasticceria "Il bersagliere" del viale Duse, e me lo sono bevuto. Ottimo, peraltro; lo sanno fare proprio bene.

Poi sono andato a pagare alla cassa, e ho dovuto tirar fuori il portafoglio; accanto a me c'erano un ragazzo e una ragazza di una ventina d'anni o giù di lì. Hanno notato il bendiddìo che c'era dentro. E io, che spesso devo cercare gli spiccioli in mezzo ai foglietti, stavo là a pagare cacciando fuori un cinquantone perché di tagli più piccoli non ce ne avevo. Ho percepito degli sguardi di rabbia nei miei confronti; ho sentito un "cazzoguardaquéllo…" da parte del ragazzo. Mi sono sentito irrimediabilmente vecchio, passato, scaduto. E ho avuto un'improvvisa voglia di sbrigarmi a andare a pagare tutto quanto, a svuotarlo quel portafoglio da tutti quei soldi di merda, e di ridiventare alla svelta riccardoventuri; ché sarà fatto sicuramente in modo pessimo, ma è quello lì e altro non gli riesce essere.

Ce ne avrei avuto la voglia di dirglielo, a quel ragazzo; ma tanto a che sarebbe servito. La mia identità non gli era nota.

mercoledì 16 gennaio 2008

Le chiavi


Ho in mano le chiavi della mia nuova dimora.

Si tratta di un castello medievale della fine del XVIII secolo, restaurato da un pool di architetti formato da Renzo Piano, Charles Forte, Alvar Aalto e Ivan Basso. Sorge all'angolo di via Isidoro del Lungo e via del Ronco Corto, al centro di un vasto parco macchine da dove si gode il maestoso panorama delle Alpi Transilvaniche, della Pennsylvania e di Silvana Mangano (quand'era ne' su' cenci). Attraversato dal Rio de Janeiro, che sfocia ner Mar Lombrando, il parco fu cantato da Omero nella "Gerusalemme Incatenata", dal Boiardo nella sua "Bibbia" e persino da Paolo Talanca nell' "Achille". Or non è guari, l'avito maniero fu utilizzato dalla Mafia del Brenta per certe sue pratiche da sbrigare, prima che tutti i suoi membri corressero a rifarsi una vita nella Vall'Anzasca.

Interamente ricoperto di platino al cromo-vanadio, ma con infissi in molibdeno, maniglie in meitnerio e bidé in ununnillio, si svolge per ventiquattro ali ognuna delle quali ispirata a una canzone; così, nell'ala cosiddetta "Bocca di Rosa" soggiornano permanentemente decine di fanciulle munite di cartelli gialli con una scritta nera, mentre nell'ala "Blasfemo" c'è da stare un po' attenti, perché ti cercano l'anima a forza di botte. Soggiornerò prevalentemente, però, nell'area "Tu vuò' fa' l'americano" perché attualmente mi mancano pure i soldi pe'e' Camèl e la borsetta di mammà si è chiusa definitivamente. Tutto sarà arredato in modo spartano, ma con qualche sprazzo di corinzio, di ateniese e persino di tebano. Mmm, no, tebano meglio di no.

Di fronte al cancello, dove sosta la mia Torpedo Blé alla cui guida si alterneranno Juan Manuel Fangio, Graham Hill, Gilles Villeneuve e Ayrton Senna, mi attenderà la mia fidanzata, Elena; su di lei mi hanno comunicato qualche diceria della quale, però non terrò alcun conto. Passi per la storiella d'aver fatto scoppiare una guerra, ma chiamarla "guerra di Troia" no, questo è decisamente troppo assai. Ma come si permettono? E se anche fosse? Tutta 'nvidia, 'tsè. Voi, che per le vostre donne manco scoppierebbe un raudo! E ad ogni modo, questo è niente. Proprio al centro del castello, sorgerà l'unico, l'assoluto, l'impareggiabile. Il sogno di una vita che si avvera. The Big One. Il padellone dove sarà possibile cucinare tutti giorni una frittata di quarant'òva!

Ach so. Riccardo, ehi. Sveglia. Ehi!
…..zzzo c'èèèè…?
Dlin dlin.
Le chiavi. Ti sei scordato le chiavi!
No, guarda.
Le ho in mano.
Dlin dlin.

Poesie d'amqualcosa


Ogni tanto bisogna pagare un debito alle poesie d'amore. Sono, probabilmente, tutte quante ridicole come delle lettere d'amore diceva Pessoa; e ancor più probabilmente, non sarebbero d'amore se non fossero ridicole. Ma di un debito si tratta, quando son cose che accompagnano, nel bene e nel male, una vita intera; e i debiti è sempre bene pagarli, prima o poi. Domani pomeriggio, per esempio, o al massimo venerdì mattina, monterò su un treno per pagarne uno; stasera, invece, piglio tre poesie d'amqualcosa che dei miei sgangherati anni sono state parte.

La prima è il sonetto XIV di Louise Labé.

Finché i miei occhi potranno sparger lacrime
A rimpiangere i momenti con te passati,
Finché resistere ai singhiozzi ed ai sospiri
Potrà la mia voce, e un po' farsi sentire,
Finché la mia mano potrà tender le corde
Del liuto sordo per cantare le tue grazie,
Finché lo spirito ce la farà a contentarsi
Di non voler nient'altro ch'esser pieno di te,
Io ancora non desidero morire.
Ma quando sentirò avvizzirmi gli occhi,
La voce rompersi, e la mano impotente,
E la mia mente, in questo viver mortale
Non potrà più mostrar segno d'amore,
Venga la morte, e anneri il giorno chiaro.

Di Louise Labé, nata attorno al 1524 e morta nel 1566, non si sanno molte cose. Qualcuno ne ha messo in dubbio persino la reale esistenza. Fu detta la "bella cordaia" perché figlia di ricchi mercanti di cordame lionesi. Considerata per le sue composizioni una sorta "protofemminista", di lei si diceva che sapesse tirar di scherma e cavalcare come un nobiluomo. Il tizio per il quale Louise Labé scrisse questi versi si chiamava forse Olivier De Magny. Una volta ho preso questa poesia, l'ho trascritta con la mia migliore calligrafia (e la ho, credetemi, molto bella) su un biglietto firmandomi improbabilmente "Dott. Martora". Biglietto spedito, ma non si sa se sia arrivato.

La seconda è, si pensi un po', di Vincenzo Monti. Magari non s'immaginerebbe che il gran traduttor de' traduttor d'Omero potesse scrivere una poesia come questa, e molti anni fa non lo immaginavo neppure io. Poi la lessi. Fa così:

Oh come del pensier batte alle porte
questa fatale immago e mi persegue!
Come d’incontro mi s’arresta immota,
e tutta tutta la mia mente ingombra!
Chiudo ben io per non mirarla i rai,
e con ambe le man la fronte ascondo;
ma su la fronte e dentro i rai la veggio
un’altra volta comparir, fermarsi,
riguardarmi pietosa e non far motto.
Le braccia allargo, e prono in su le piume
cader mi lascio colla bocca e il petto;
ma l’immago dagli occhi non s’invola;
anzi s’accosta, e par che ciglio a ciglio,
gote a gote congiunga, e tal poi meco
reclini il capo e s’abbandoni al sonno.

Fu grande amico di Ugo Foscolo (che il sottoscritto, adoratore delle contrepèteries, chiama regolarmente Fosco Ùgolo); poi l'amicizia finì per motivi impossibili da indagare. E non ci sarebbe comunque nulla da indagare: cose loro. Cominciarono a scambiarsi epigrammi sanguinosi, e nei salotti dell'epoca infuriò la rivalità. Sul finire della vita di entrambi, però, ridiventarono amici. Un tempo, le poesie me le trascrivevo tutte a mano; questa finì su un album di fotografie, mentre una figura scendeva dalle scale di un angiporto di una vecchia città di mare. La foto non c'è più sull'album; è rimasta la poesia. E con lei, per quegli squisiti assurdi della memoria, anche l'immagine esatta di quella foto, impressa, non cancellabile.

La terza, e ultima, è di Dino Campana. S'intitola, in francese, Une femme qui passe.

Andava. La vita s'apriva
Agli occhi profondi e sereni?
Andava lasciando un mistero
Di sogni avverati ch'è folle sognare per noi
Solenne ed assorto il ritmo del passo
Scandeva il suo sogno
Solenne ritmico assorto
Passò. Di tra il chiasso
Di carri balzanti e tonanti serena è sparita
Il cuore or la segue per una via infinita
Per dove da canto a l'amore fiorisce l'idea.
Ma pallido cerchia la vita un lontano orizzonte.

Prima c'erano dei ricordi. Qui non ce n'è uno particolare, tranne una pagina su un libro letteralmente smangiato, scompaginato, distrutto. La poesia quasi non si legge più da com'è ridotta la pagina. A un certo punto ho smesso persino di rimettere in ordine i fascicoli casualmente squinternati di quel povero tascabile; tutto è tenuto legato alla copertina con un elastico. Così in generale; tenuti assieme da un elastico.