domenica 3 novembre 2013

Missione di pace



Attenzione: il signore che si vede nella foto, nonostante il suo aspetto vagamente orientale, è in realtà un Valsusino.

Si tratta del sig. Armando Pelleroux, di Bussoleno (TO), NO TAV della prima ora. In Valsusa, come è noto, sono rudi montanari e amano gli abbigliamenti un po' sui generis. Nell'immagine vediamo il sig. Pelleroux assieme ad un marchingegno che si è costruito assieme ad un suo amico e sodale che ha un'officina meccanica sulla statale 25, poco prima di Susa; assemblando vari pezzi di vecchie Fiat Ritmo, la marmitta di una Lancia Ardea del '57 e altri componenti di risulta, ha ottenuto il Pecorella, arma notevolmente efficace nella sua elementarità. Del resto, mica si vorrà continuare in Valsusa a opporsi ad un esercito intero soltanto con sassi e frasche, anche se bastano a Caselli per spedirti in galera; occorrerà ingegnarsi, tanto poi ai presìdi danno fuoco lo stesso (in Valsusa mica agiscono le màfie, no mica).

La foto del sig. Pelleroux illustra alla perfezione quel che sta accadendo in Valsusa negli ultimi giorni: una missione di pace in piena regola.

Come tutti sanno, i famosi "nostri ragazzi" si stanno ritirando dall'Afghanistan, dove erano stati inviati in forze per sorvegliare la costruzione del TAV Teheran-New Delhi. Un'infrastruttura di primaria importanza eccetera eccetera e pititì e patatà. Anche da quelle parti, la costruzione del TAV ha, stando alle notizie, incontrato qualche lieve resistenza. I "nostri ragazzi", però, hanno fatto il loro dovere di italiani, tenendo conto del fatto che i NO TAV afghani non si sono limitati certo a pigliarli a sassate.

Terminata tale missione di pace, i "nostri ragazzi" (i quali, per un cospicuo stipendio, non hanno esitato a lasciar vedove tutta un'immancabile serie di giovani mogli incinte) sono stati rimessi immediatamente al lavoro. Un po' più vicino dell'Afghanistan, va detto. La pace va salvaguardata. La pace è un bene comune, almeno fin quando non sarà privatizzata. Un po' di riposo? Sia mai. Subito una nuova missione di pace, per la quale sarà senz'altro approntata anche la regolare fiction con Beppe Fiorello.

Come si apprende da notav.info, infatti, ben 400 soldati italiani sono stati inviati immediatamente, e direttamente, da Herat (Afghanistan) a Chiomonte. Dove, naturalmente, si sono trovati davanti tipini come il sig. Pelleroux e il suo Pecorella. Ne ha parlato con emozione il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito in persona, gen. Graziano.

Il generale, come se niente fosse, ha spostato le sue truppe scelte da un paese in guerra a un cantiere.

Soldati che assumono compiti di polizia e che, come ha dichiarato il gen. Graziano, “operano in perfetta sintonia con le altre istituzioni dello Stato presenti in Valsusa, con i carabinieri e la polizia. Abbiamo destinato alla tutela del cantiere quattrocento soldati. I militari hanno acquisito le funzioni della polizia giudiziaria, con la possibilità di fermare persone che abbiano tenuto un comportamento illegale. Sono tutti uomini di grande esperienza, che hanno prestato servizio all’estero, in Afghanistan, in altri scenari internazionali, alle prese con situazioni complesse e delicate. Ovviamente operano in perfetta sintonia con le altre istituzioni dello Stato presenti in Valsusa, con i carabinieri e la polizia, per tutte quelle funzioni connesse all’obiettivo da raggiungere, cioè la tutela del sito e la sicurezza di chi ci lavora .»

La provincia di Herat, in Afghanistan, dove erano di stanza i 400 soldati di grande esperienza, ha un'estensione di 54.778 km2 e 1.578.000 abitanti. Stando ai dati dello Stato Maggiore, nella suddetta provincia è esistito negli ultimi anni un rapporto di 1 soldato ogni 517 abitanti.

Il comune di Chiomonte ha una estensione di 26,66 km2 e una popolazione residente di 931 abitanti. Nel territorio di Chiomonte sono presenti attualmente 415 soldati di grande esperienza (oltre, naturalmente, a tutte le varie forze dell'ordine: polizia, carabinieri ecc.). Ogni abitante di Chiomonte ha quindi a disposizione 0,44 soldati di grande esperienza, ivi compresi i neonati. 

Si tratta quindi di una occupazione militare da parte dello Stato italiano di una porzione del suo stesso territorio. Una missione di pace, appunto, per difendere la legalità.
 
Se mai ce ne fosse ancora bisogno, legalità significa, per lo Stato italiano e per le sue truppe, difendere gli interessi economici e finanziari di una consorteria sempre più feroce, che pur servendosi di tutti i poderosi strumenti politici, militari, giudiziari e mediatici che ha a disposizione, non è riuscita ancora a piegare una popolazione. Tant'è vero che, oramai, è costretta a ricorrere agli strumenti di intimidazione mafiosa.
 
Valsusa come l'Afghanistan, quindi.
 
E chissà che qualche soldato di grande esperienza non abbia prima o poi a fare come certi suoi colleghi in Afghanistan, e tornare a casina sua in una bara e avvolto in quell'orrendo straccio che fu il primo e vero simbolo dei fascisti, intriso di sangue e di vergogna. La strada da fare sarà comunque molto minore, e si potrà risparmiare anche l'aeroplano.
 
In tempi di crisi, che tocca tutto fuorché le spese militari, non sarebbe da disprezzare.
 
Nel frattempo, l'Esercito Italiano torna ad una sua specialità riconosciuta: quella di opprimere e reprimere il suo stesso popolo.
 
Anche a quei rozzi Valsusini deve essere insegnata la democrazia. La sua esportazione vale tanto tra le montagne dell'Asia Centrale, quanto tra quelle delle Alpi. Tutto, in fondo, è un cantiere: che sia di un treno inutile e devastante,  o del nuovo ordine che non ha proprio nulla di nuovo, non importa.

sabato 2 novembre 2013

Diritto all'umanità



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lunedì 28 ottobre 2013

Paperino e la crisi (1a puntata)


Lo scorso 4 settembre, un nutrito gruppo di extracomunitari è stato espulso dalla Grecia devastata dalla crisi. Il provvedimento riguarda peraltro due comunità che si erano installate in Grecia oramai da decenni: quelle di Paperopoli e di Topolinia. Che cos'è successo il 4 settembre? Semplicissimo: nell'ambito dell'editoria greca, oramai ridotta ai minimi termini con intere e storiche case editrici che hanno dovuto chiudere i battenti e mandare sul lastrico tutti i propri dipendenti, ha chiuso anche la Nea Aktina ("Nuovo Raggio" in greco); e la Nea Aktina era quella che pubblicava il "Miky", il Topolino greco, assieme a tutte le altre pubblicazioni disneyane. Dal 4 settembre, quindi, Topolino, Paperino, Qui Quo Qua, Archimede Pitagorico, la Banda Bassotti, Eta Beta, Minnie, Paperina, Filo Sganga, Brigitta, il Commissario Basettoni e tutti gli altri hanno dovuto sloggiare dalla Grecia. Non ci sono più soldi per pubblicare le loro avventure. Stop. Pappati anche loro. Li hanno imbarcati su cinque o sei aeroplani mentre Atene li salutava con un cielo rosa nella prima vignetta, azzurro nella seconda, viola nella terza e nero nell'ultima.

Mi sarebbe piaciuto scrivere un'ultima storia per il "Miky", per il Topolino greco. Prima che tutta la "banda Disney" scomparisse per sempre dalla Grecia. La storia si intitola: "Paperino e la Crisi" (in greco: Ο Ντόνταλντ και η Kρίση); disgraziatamente, non saprei disegnare nemmeno uno scarabocchio e non credo esistano al mondo persone più negate per il disegno del sottoscritto. Mi toccherà quindi raccontarvela a parole, questa ultima storia greca di Paperino. Come nei vecchi albi di Topolino, è divisa in due puntate.

PAPERINO E LA CRISI
1a Puntata

La storia si apre con Zio Paperino oramai alla fame più nera, è stato sfrattato dalla sua casa e vive in una roulotte scassata nei pressi del Pireo. Qui, Quo e Qua si arrangiano in giro per Atene per racimolare qualcosa da mangiare, mentre le nipotine di Paperina, Emy, Evy e Ely, sono cadute in un giro di prostituzione minorile. La notte, zio Paperino fa incubi innominabili: sogna di arrostire almeno uno dei nipotini per mangiarselo, mentre la stessa fine l'hanno già ampiamente fatta i Tre Porcellini, divorati non solo da Ezechiele Lupo, ma anche da Lupetto (evviva l'amicizia, ma la fame è fame -da lupi, appunto). Zio Paperone piange miseria, anche perché il deposito, pur trasferito in un luogo inaccessibile sulle montagne cretesi, è stato ben presto requisito dal governo delle larghe intese su ordine della troika, e al posto del simbolo del dollaro è stata messa una gigantografia di Angela Merkel; nel frattempo, Topolino e Minnie sono emigrati in Norvegia, Pluto se n'è andato di casa e lo si vede in cima ad ogni manifestazione assieme all'amico Loukanikos ("Salsiccia"), Nonna Papera ha deciso di cacciare Ciccio via dalla fattoria, Pippo frequenta gli anarchici del quartiere di Eparchia assieme a Paperoga e al gatto Malachia, mentre il Commissario Basettoni e Manetta votano per l'estrema destra.

Una mattina, non sapendo oramai più cosa fare e mentre persino la casa editrice che li pubblica sta per chiudere inesorabilmente come la TV di stato, zio Paperino va da Archimede Pitagorico, a cui hanno tagliato la luce e che, per illuminare la stamberga dove vive, è costretto ad accendere con parsimonia la lampadina Edi. Intende chiedere qualche consiglio al geniale inventore, che sta lavorando a un marchingegno assemblando dei rottami pescati nelle discariche ateniesi. Col suo immortale genio ellenico, Archimede sta fabbricando una specie di arma letale e, sulle prime, non vuole dirlo a Paperino; poi, alla fine, gli racconta tutta quanta la storia. Stanco di tutta la situazione, e dopo aver visto persino il superfortunato Gastone darsi fuoco in Piazza Syntagmatos in un atto estremo di protesta e riscattando così una vita da stronzo, Archimede ha deciso di fabbricare un'ultima invenzione da usare due settimane dopo, in occasione della visita congiunta in Grecia di Barroso, Van Rompuy e delle autorità della BCE. L'arma, che funziona con un raggio catafotobionico ottenuto mediante la fermentazione forzata delle rape, è micidiale e può colpire da chilometri; avrà però un solo difetto insanabile. Affinché il raggio catafotobionico sia efficace, è infatti necessario avere a disposizione una quantità enorme di rape, che sono diventate preziose come l'oro in quanto divenute una delle poche fonti di alimentazione della popolazione.

Paperino, con generosità e capendo l'importanza della cosa, si offre per reperire le rape necessarie e inizia una lunga serie di avventure mentre Archimede continua a lavorare. Trova Qui, Quo e Qua mentre stanno tornando con pochi euro ricavati dalla vendita di tutti i trofei vinti con le Giovani Marmotte, acquistati da un rigattiere turco; Quo ha delle ecchimosi e racconta allo zio di essersi dovuto difendere da un'aggressione di alcuni militanti di "Alba Forata", il partito neonazista e populista fondato dal miliardario Rockerduckopoulos (e nel quale militano anche Macchia Nera -ovviamente!- e Pietro Gambadilegno). Sdegnato e deciso a farla pagare a tutti, Paperino spiega ai nipotini dell'arma di Archimede e del suo progetto, e i nipotini aderiscono con entusiasmo. Zio Paperone, una volta requisito il suo deposito, non si è perso d'animo e, individuato il nuovo business delle rape, ha iniziato a accumularne enormi quantità. I quattro, quindi, decidono di rivolgersi allo zio per farsi aiutare.

Impresa inutile: naturalmente non possono rivelare a Zio Paperone come mai abbiano bisogno di una grande quantità di rape, ed inoltre l'avarissimo riccastro, ammanicato anche lui con i poteri forti, non intende rinunciare ai suoi affari. Dopo un duro scontro, Paperino e i nipotini minacciano Zio Paperone di fargliela pagare cara; si recano quindi dalla Banda Bassotti per quella che si profila un'alleanza davvero inedita. Durante una riunione segretissima, Paperino e i nipotini esprimono ai Bassotti il loro sincero rammarico per aver sempre difeso il deposito di Paperone dai loro assalti, e per aver fatto loro assaggiare tonnellate di galera; i Bassotti capiscono commossi, mentre tutti insieme intonano H Διεθνής la versione greca dell'Internazionale.



Il reperimento delle rape avverrà su tre fronti. Del primo si occuperà Paperino attraverso canali pseudolegali, dopo aver rivelato la cosa a zia Paperina. Costei, assieme alle sue amiche e segnatamente Clarabella, organizzerà delle finte "raccolte di beneficienza" con slogan del tipo "UNA RAPA PER LA VITA"; i nipotini, invece, chiamati a raccolta tutti i piccoli amici delle ex Giovani Marmotte (ribattezzate "Brigata Alexis Grigoropoulous") si "lavoreranno" tutti i magazzini dove i nazisti di Alba Forata hanno ammassato le rape per distribuirle esclusivamente ai greci dietro presentazione della carta di identità. I Bassotti, infine, organizzeranno un decisivo assalto ai depositi dove Paperone ha ammassato tonnellate di rape deciso a venderle a prezzi esorbitanti.

Dopo le prime azioni, il successo è clamoroso e tutta la Grecia si interroga preoccupata. Il governo è in allarme, mentre sui muri cominciano a comparire scritte minacciose come "T FOR TURNIP" (con l'effigie di Guy Fawkes che tiene in mano una rapa), o ΕΚΔΙΚΗΣΗ ΜΕ ΓΟΓΓΥΛΙΑ ("Vendetta con le rape"). Archimede Pitagorico capisce tutto, e sviluppa con alcune molle arrugginite e pezzi del Meccano un meccanismo per rendere ancora più potente l'arma destinata a sterminare le autorità politiche e bancarie "europee". Il miliardario Rockerduckopoulos, vedendosi saccheggiare i magazzini imbandierati da branchi di misteriosi ragazzini,  va a protestare dalla sua fililale (detta "Polizia Greca", ndr) incaricando il commissario Basettoni di stroncare la cosa. Nel frattempo, al gruppo di Paperina e Clarabella si è aggiunta anche Brigitta, che intravede però anche un'occasione per arrivare finalmente a sposare l'amato Paperone. I Bassotti si vedono spesso a Eparchia, dove Paperoga e Pippo continuano a fare opera di propaganda. Come andrà a finire? Riuscirà Archimede ad avere tutte le rape necessarie per il raggio letale?... (Fine 1a puntata)



venerdì 25 ottobre 2013

Contro il futuro.



Non solo le linguistiche teoriche (e la filosofia del linguaggio) hanno da dire molto sulla contemporaneità; anche la linguistica storica porta a considerazioni da tenere presenti. Ad esempio, ogni indoeuropeista sa che la ”protolingua”, vale a dire l'indoeuropeo ricostruito (o meglio, ipotizzato) attraverso la comparazione tra le varie lingue storiche e documentate nella loro evoluzione, era totalmente privo del futuro nella coniugazione verbale. Il ”futuro” è stato inventato molto dopo, e ogni lingua ha provveduto a modo suo; il greco antico, ad esempio, lo ha formato a partire dall'aoristo ”sigmatico”, ed ha quindi in origine un valore non tanto di futuro, quanto di tempo indefinito. Nello sviluppo di quella lingua, poi, ad un certo punto il futuro è di nuovo scomparso, ed è stato riformato in epoca medievale in modo del tutto differente (vale a dire premettendo una particella alle forme del congiuntivo, θα o θενά, derivata da θέλω να “voglio che”). Le lingue germaniche più antiche (gotico, antico alto tedesco, antico islandese, anglosassone...) non avevano la benché minima forma autonoma di futuro, e si sono poi arrangiate ognuna per sé (l'inglese col verbo “volere”, il tedesco con “diventare”, le lingue scandinave con “dovere” e così via). Il latino ebbe un futuro formato in parte con un suffisso derivato dalla radice dell' “essere” (-bo, -bis), in parte da un antico congiuntivo (faciam, facies); ma tale futuro si è perso del tutto nelle lingue neolatine, che in genere hanno detto “ho da fare”: facere habeo, da cui “farò”, “haré”, “ferai”. Il rumeno, però, che va sempre per conto suo, ha fatto in due modi differenti: uno letterario col verbo “volere” (ancora), voi face, e uno popolare con una particella e il congiuntivo, o să fac. Ciò non toglie che, anche nelle lingue neolatine compresa l'italiano, il “modo antiquo” sia rimasto come in tutte le altre lingue: vale a dire fare a meno del futuro. Il futuro è inutile, dire “domani faccio” invece di “domani farò” è esattamente la stessa cosa, come gli inglesi dicono I go tomorrow (o I'm going tomorrow) e i tedeschi ich gehe morgen. E i rumeni merg mâine, gli svedesi jag går i morgon e i greci πάω αύριο. Dalla gente che parla, il futuro non è riconosciuto: si usa il presente, come è sempre stato. Uscendo dalle lingue indoeuropee, l'ungherese ha un suo futuro formato o col verbo “cominciare” e l'infinito (menni fogok “comincio a andare” = “andrò”), ma è una forma libresca; per la strada si dice majd megyem “vado fra un po'” o semplicemente megyem, come dappertutto. Il suo “cugino” finlandese ha ritenuto del tutto superflua qualsiasi forma di futuro; non ce lo ha mai avuto e dice tuttora menen. Non si parli poi delle lingue, come il cinese o il malese, che non coniugano nemmeno i verbi; lì il problema non si pone. Il futuro, insomma, non esiste; ad un certo punto qualcuno deve avere avuto una geniale pensata.

Gli è che se ne può fare tranquillamente a meno, del futuro. Nei verbi come in qualsiasi altra cosa. Vuoi diventare geometra? Certo, non puoi dire “sono geometra” col presente, perché vorrebbe dire che lo sei già; ma puoi dire “voglio essere geometra”, poi dipende da te e dalla geometria. Il fatto è che il “futuro”, nei verbi come altrove, sembra essere stato inventato per tutta una serie di cose che vanno dal fregare all'illudere, dall'opprimere al piegare, dal convincere all'obbligare, dall'ingabbiare al morire. Così, a forza di “futuro”, si crea la macchinetta obbediente, si crea la “speranza” e la “delusione”, si dà a credere che “bisogna crearsi un futuro”, si fabbricano i “vincenti” e i “perdenti”; così si costruiscono le categorie sociali e generazionali, tipo i famosi “giovani in cerca di un futuro”, con tutte le conseguenti strutture al servizio di un'altra cosa che, lei sì, ha bisogno del “futuro” nella sua vera essenza: il profitto. Il profitto ha bisogno di programmare per riprodursi nei suoi meccanismi, quindi deve stabilire la trafila che porti l'essere umano ad essere inserito costantemente, e ineluttabilmente, nei suoi ingranaggi. Tutti questi “giovanotti in crisi”, “senza un futuro” e via discorrendo, tutte le loro “fughe” condite con le “speranze”, tutto quel loro “non avere un futuro” da Vimercate a Canicattì, è indice preciso di tutto questo stato di cose. C'è stato forse un periodo in cui dei loro coetanei hanno parlato molto poco del “futuro” basato sull'affermazione personale concepita come soddisfazione di “esigenze” interamente circoscritte in un tipo di società, e si sono concentrati sull'abbattimento di un presente che avrebbe creato il solito “futuro” da schiavitù; sono stati distrutti. Alcuni hanno pensato bene di rientrare nell'alveo, alcuni altri hanno addirittura abbracciato il profitto con passione, a volte servendosi del loro passato; ora basta accendere la televisione per sentire le quotidiane geremiadi dei “giovani senza futuro”. Che “futuro” desiderano, dunque, 'sti giovani?

Vogliono il lavoro, naturalmente. Il lavoro e tutte le sue “conquiste”. Vogliono il reddito, magari per potersi fare la famiglia. Vogliono le cose senza le quali, chiaramente, il “futuro” non può esistere; in questo senso, tra l'altro, non si creda che esistano bisogni “primari”, “secondari” e “superflui”. Nel sistema capitalista questa suddivisione non ha ragione di essere, la casa vale quanto l'iPad. Le “famiglie che non vanno avanti” non ci vanno perché non possono più permettersi il “tenore di vita” che è stato loro fabbricato come necessario. A questo modo non si va più via per conoscere il mondo, ma esclusivamente per cercare di ricreare altrove ciò che nel proprio paese, in un dato momento storico, non appare più possibile. Lavoro, casa, famiglia, soddisfazione personale, sicurezza della materialità. So che è un discorso parecchio duro da fare, ma è la molla che spinge anche la maggior parte degli immigrati, anche quelli che scappano sui barconi da guerre e carestie. Chi si è vista distrutta la propria materialità, scappa per cercare di ricrearsela altrove; e sono diventato parecchio scettico sul “valore rivoluzionario” o comunque di cambiamento che certuni attribuiscono ai flussi migratori. Gli immigrati “non ci salvano dagli italiani”, come si legge sui muri; vengono, o passano di qui, per andare nel famoso “mondo migliore”, vale a dire dove ci siano lavoro, terra e possibilità, dove possano fare figli, dove possano avere istruzione e “integrazione”. Non sono portatori in sé di nessuna forza di cambiamento, in quanto anch'essi facenti parte di un sistema i cui ruoli non sono messi affatto in discussione. Senza vedere e capire questa cosa elementare, si fa come sempre: il fine ultimo, anche della maggior parte degli immigrati, è una bella vita borghese nei suoi vari gradi, con tutta la famiglia di prammatica. Si può sopportare anche il razzismo, per questo. Per questo la “comunità senegalese” di Firenze si è accontentata di una bella preghierina dell'imam, e di due o tre cittadinanze concesse per far fare bella figura al sindaco, e non ha spaccato ogni cosa dopo i fatti di Piazza Dalmazia; per questo preferiscono la “moschea” alla rivolta, con noialtri che immaginiamo chissà quali sollevazioni che non possono esistere. I “dannati della terra” non hanno confini né colore; siamo tutti dannati all'interno di un percorso obbligato che, però, non viene assicurato a tutti.

Dovrebbe quindi essere chiara la truffa del “futuro”. Come scrivono alcuni sui muri, perlopiù anarchici: Lavoro, casa, famiglia, macchina, telefonino....e domani muori. Usando, come si vede, il tempo presente. Gran tecnologia, “comunicazione” planetaria senza in realtà comunicare mai nulla se non la propria impotenza e la propria incapacità di ribellarsi (a parte qualche ribellione personale espressa in “stili di vita” o “concezioni” che in gran parte si rivelano del tutto innocue), “sollevazioni” in pompa magna che si risolvono in colloqui col signor ministro, “lotte per la casa” che si concludono non appena ti danno un buco e chi s'è visto, s'è visto (vale a dire: chi il buco non lo ha avuto, cazzi suoi; basta che ora io e la mia famigliuola di merda ci abbiamo dove stare e dove arrivare a fine mese, italiano o immigrato che sia). In questi ultimi tempi hanno tirato fuori alcune perle, come ad esempio la “decrescita”: qualcuno mi dovrebbe spiegare come mai si deve per forza “crescere”. O non si doveva abbattere il capitalismo? Che sarà mai questo “decrescere”? Del tutto persa la capacità di inventare e portare avanti nuove forme per superare l'esistente, senza perdere di vista quelle già inventate e che sono state peraltro dimenticate, irrise e distrutte, ci si è di nuovo infilati a pie' pari nell'esistente senza alternative, con conati di “lotta” che non supereranno mai un bel niente a parte la rivendicazione di “diritti” o di “beni comuni”. Rivendicazione che può essere soddisfatta o aggirata, ma che rimane sempre all'interno del capitalismo e delle sue strutture. Non è che non ci si accorga di questo: semplicemente lo si rifiuta. Si fa riformismo cianciando di chissà quale “rivolta”. Nemmeno capaci di atti squisitamente concreti tipo, che so io, ripulire una città dalle “telecamere amiche”, tutti gelosi della privacy e della riservatezza come siamo diventati, e poi zitti senza fiatare di fronte all'osservazione poliziesca continua cui non si sfugge. Si fa il bel corteone a Roma, e settantamila persone che vogliono cambiare sarebbero in grado di mettere a ferro e fuoco una città; altro che focherelli con qualche buffetto e qualche arresto non convalidato. Invece no: si sfila per la casina, per i “diritti”, “isolare i violenti”, la mammina di famiglia con cinque figli che fa la commovente intervista, e gli “antagonisti” che (ant)agonizzano. Contentandosi che “esista un movimento”, ma de che? Va bene, sono sconfortato e non mi sono accodato a chi si vuole ancora illudere a base delle stesse manifestazioni cui io stesso ho partecipato, a decine e decine. Ma il “futuro”, anche se non sono più “giovane”, l'ho definitivamente buttato nel cesso e tirato lo sciacquone. Almeno quello, per quel che mi riguarda, è abbattuto; come nelle lingue indoeuropee storiche, e contro tutte le fregature coi verbi ausiliari, le particelle e la maiala di su' ma'.

L'altro giorno, a una non so quale trasmissione televisiva, ecco l'ennesimo giòvine, ecco l'ennesima ragazzotta che “se ne vogliono andare” perché “non hanno un futuro”. La cosa sembra essere passata: le stesse cose le dice Gianni Letta, non so se avete notato. Il “futuro” serve a far inghiottire ogni cosa; la “legge di stabilità” non si fa mica per rastrellare soldi e per continuare a pagare le “missioni di pace” e gli F35, si fa per “creare un futuro ai giovani”. Bisognerebbe cominciare a fucilare un bel po' di giovani e del loro futuro del cazzo, delle loro Americhe e delle loro Inghilterre, dei loro lavorini e delle loro speranzielle di stramerda, ché tanto sono tutte uguali e non escono mai dalle gabbiette preparate. Fucilare i loro “profili Facebook” che poi servono per “fabbricare la storia” quando incocciano in un gruppo di pazzi briachi che li ammazzano a Milano come nel Kent. Fucilare il futuro potrebbe, questo sì, portare ad un reale cambiamento; ma prima bisogna cominciare a fucilare il presente. Ora come ora, al massimo gli si tira un uovo e questo può essere già sufficiente per la galera. Ma, del resto, la galera piace tanto. Piace nelle strutture mentali e nella pratica quotidiana. Piace perché è rassicurante al massimo grado. Piace, soprattutto, perché si crede che una galera sia soltanto un edificio con le sbarre, i reticolati, le celle e le guardie, dove si rinchiudono coloro che hanno contravvenuto alle “regole”; quella galera lì si può anche fantasticare di “abbatterla”. Ma la galera è dovunque, ed è dentro di noi che siamo incapaci di vederla in tutti gli aspetti della vita; la galera è nella famiglia, è nella scuola, nel lavoro, nei desideri inculcati, nel nostro zampettare al suo interno come scimmiette in gabbia; ed è una galera globale che ha il “futuro” come uno dei suoi più zelanti e spietati secondini. Quando cominceremo finalmente ad ammazzarlo, quando saremo capaci di eliminare il dopo per prenderci l'adesso, se ne riparlerà.

Peraltro, la lingua albanese, ora che ci penso, pure ci ha il suo futuro con la particella: do të shkruaj “voglio scrivere”; e così il bulgaro šte pišem. In russo hanno deciso che il presente dei verbi perfettivi abbia valore di futuro, per decreto, come con un ukase dello zar. E se si va nelle lingue artificiali, beh, dal doktoro “Esperanto” non ci si poteva aspettare che nella sua lingua non ci infilasse pure il futuro; ma che ti pare! Ora che ci penso, persino io stesso nel “kelartico” non ho saputo farne a meno: potevo anche tenermi il mio semplice madăm “io amo” ed evitare il madsyem “io amerò”. Certo, in passato ho eliminato dalla lingua tutta una serie di complicate declinazioni, chissà che il futuro non faccia presto la stessa fine; me lo posso permettere.

Nell'immagine: Qualcuno che, col "futuro", l'ha preso nel culo alla grande. Ogni tanto qualche scarna soddisfazione esiste; si completerebbe vedendo Gianfranco Fini emigrare in Inghilterra ed essere riempito di cazzotti da quattro o cinque estoni strafatti di "Vabarigis Valge".

giovedì 24 ottobre 2013

Rubare il lituano


Direi, dai, su, che possiamo tirare tutti quanti il classico sospiro di sollievo.

Ieri era arrivata la notizia del ragazzo di Nibionno (Lecco) ammazzato di botte in Inghilterra. Le prime notizie parlavano di un'aggressione da parte di un gruppo di inglesi, al grido di ”Ci rubate il lavoro!”; e qui si impone una piccola riflessione.

Per un certo periodo ho avuto serissimi dubbi sullo scrivere, qui e a volte anche altrove, sui fatti di cronaca. Il problema dei ”fatti di cronaca” è che, nel 99,9% dei casi, si apprendono dai media; può capitare in una vita di assistere di persona a un fatto di cronaca, come ad esempio mi è capitato molti anni fa con l'attentato di via dei Georgofili; ma sono casi molto rari.

Si impone quindi una scelta, sintetizzabile nel modo che segue: sempre che se ne voglia parlare, e trarne spunti di varia natura, lo si deve fare ”a caldo” oppure attendere ”notizie più precise”? Farlo a caldo espone, come nel caso di ieri, a ”brutte figure” in quanto, molto spesso, la realtà del giorno dopo è molto diversa da quella riportata immediatamente.

Eppure si dovrebbe essere ammaestrati: il giornalista cerca la ”notizia”, e senz'altro un giovane cameriere italiano ammazzato da un branco di inglesi che urlano ”Ci rubate il lavoro!” fa più notizia del medesimo cameriere italiano ammazzato (forse addirittura per uno sbaglio di persona) da quattro lituani ubriachi.

A questo punto, occorre fare un po' di chiarezza.

Le aggressioni a sfondo razziale esistono. Non è un caso poi rivelatosi diverso che le fa scomparire. Se dovessimo parlarne soltanto quando assistiamo di persona ad una cosa del genere, non ne parleremmo mai, anche per la propensione che abbiamo a voltare il capino dall'altra parte, quotidianamente. Quando, sull'autobus navetta per la Coop, senti numerosi passeggeri che hanno visto una ragazza Rom sul marciapiede con un bambino in braccio invitare calorosamente l'autista a montare sul marciapiede con il mezzo e a schiacciarla assieme al bimbo, lo capisci meglio. Solo che questa non sarà mai una notizia; al massimo, qualcuno che assiste casualmente alla scena potrà parlarne su un blog letto da pochi intimi.

Viceversa, leggere una notizia come quella di ieri (o meglio: la notizia come si presentava ieri) fa scattare immediatamente delle ”molle”. È questo il famoso ”commentare a caldo” di cui si ragiona, quello che espone alle smentite, alle correzioni, alle brutte figure ed anche ad essere definito un cialtrone.

Anche perché, invariabilmente, ci sono legioni di saggi in agguato. Quelli che non ne parlano, in primis, preferendo rifugiarsi in vari ”luoghi” più o meno immaginari, in mitici passati ”in cui valeva la pena vivere”, eccetera. Poi ci sono quelli che aspettano, saggiamente assai per carità, fornendo valutazioni ragionate, sferzando i cialtroni che si sono lasciati trascinare dopo tre minuti, e così via.

Non mi vergogno affatto nel dire che sono, non di rado, uno che commenta ”a caldo”. Esponendomi quindi a tutto quanto sopra. Incapace di attendere un'ora o due e vedere come si ”evolve” una notizia, e di vedere gli inglesi razzisti assassini che si trasformano in lituani sempre assassini, ma ubriachi fradici.

Sarà forse che da certe cose sono toccato nel profondo, perché sono un osservatore di ciò che mi circonda (uno dei miei rarissimi lussi) e vedo la violenza gratuita e quotidiana attorno a me. Violenza che si esprime in mille modi, i quali non consistono soltanto nell'ammazzare di botte la gente (cosa che comunque accade). Violenza quieta, espressa a volte come ”battuta”, ma non per questo meno atroce. Può darsi che non sia portato, è vero, all'eccessivo ragionamento analitico. Può darsi che non sia un saggio, anche se questo mi preserva dall'opportunismo che è tipico di parecchi savi. Può darsi anche che odi l'indifferenza più di ogni altra cosa, e che mi metta a sbraitare sull'autobus dicendone di tutti i colori a chi fa le ”battute” sulla ragazza Rom e sul suo bambino e constatando non sempre con piacere che, in tali casi, aiuta abbastanza essere degli armadi con una barbaccia curata pessimamente e coi capelli a coda di cavallo. Aiuta, ad esempio, a non far sentire sempre e comunque al sicuro tutti quegli stronzi sull'autobus, anche se magari tra di loro ce ne sarebbe qualcuno capace di stendermi facilmente. Non mi riesce stare zitto. Né sull'autobus, né sull' ”Ekbloggethi Seauton Asocial Network”.

Allora mi espongo, e lo rivendico pure. Perfettamente conscio del fatto di aver letto la notizia da un giornale che detesto e che attacco ogni volta che posso, e che la notizia possa poi risultare imprecisa o, a volte, addirittura fasulla. Rivendico anche il dovere di parlare ”a caldo” di certe cose, con tutti i rischi che comporta. Li ho corsi in passato e ne correrò ancora, ma non lascio stare. Ritengo che non sia più tempo di ”approfondire”, ma di reagire.

Non cambierei una virgola in quel che ho scritto ieri, perché forse non si ha ben presente -ad esempio- a che cosa ha fatto in questi anni Alba Dorata in Grecia agli immigrati cavalcando la devastazione. O forse Rosarno è già stata dimenticata; e si dimenticano quotidianamente le volte che sentiamo dire quella frasetta, ”ci rubano il lavoro”. Quando si ”commenta a caldo”, senza aspettare nessuna ”evoluzione”, si hanno invece bene in mente certe cose e significa che si è fatto veramente il pieno e non si intende più lasciar passare nulla. Si affrontano le cose tentando, in qualche modo, di abbatterle; altrimenti si fa soltanto l' ”inchino” alla realtà, ci si avvicina alla costa su una nave di lusso e si tira avanti tutti soddisfatti della propria bellezza. O della propria ”profondità di vedute” e della propria capacità di analisi, senza mai fermarsi a sporcarsi le mani.

Abbiamo così appreso che non c'è da ”rubare l'inglese”, certo. Curioso, senz'altro, che le metafore linguistiche che usavo ieri siano sfociate nel lituano. Ma quella famosa frase, ”ci rubate il lavoro” (che sembra comunque essere stata detta, ma poi vattelappesca), sarà stata detta in inglese o in lituano? Jūs mums pavogtas darbą! Proprio un bel sospirone di sollievo; il ragazzo italiano non ha nessuno sfondo razziale, gli inglesi sono salvi e più che altro siamo salvi noialtri. Possiamo continuare a ”sognare l'Inghilterra” e tutta una serie di altri paeselli, sperando naturalmente di non incontrare i lituani briachi. Quelli che qualche tempo fa, assieme ai russi e ai polacchi, ci ritrovavamo agli incroci con il secchio in mano, e qualcuno ce n'è pure ancora. Possiamo ancora continuare a mandare i figli a imparare l'inglese tranquillamente, e sculo per il povero Joele Leotta che si è ritrovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma i posti sbagliati e i momenti sbagliati sono molto rassicuranti e permettono di passare avanti senza guardare, mentre là accanto c'è un anziano signore col pacchetto di pastarelle in mano che si fa rubare il lavoro dal senegalese che sposta file di carrelli fuori da un supermercato. Magari, chissà, un Bennett vicino a Nibionno (Lecco).

Non si corre poi certamente il rischio di rubare il lituano. Troppo difficile da rubare, quella lingua infernale.

mercoledì 23 ottobre 2013

Rubare l'inglese



Joele Leotta, diciannove anni, non era un “cervello in fuga”; era un ragazzo come tanti che se n'era andato in Inghilterra a fare il cameriere. In Inghilterra c'è una tradizione praticamente secolare di camerieri italiani; tant'è vero che l'espressione “The Waiters” indica spesso, tout court, gli italiani. Specialmente in senso spregiativo; ad esempio, i terrificanti tabloids britannici la usano spesso in occasione delle partite di calcio tra squadre italiane e inglesi, o tra le nazionali. Quando l'Italia vinse la sua prima storica partita a Wembley contro l'Inghilterra, nel novembre del 1973 con un goal di Fabio Capello a tre minuti dalla fine, il giorno dopo il Sun, o qualcosa del genere, titolò con un gigantesco SHAME! Battuti dai camerieri!.

Stando alle prime notizie, il cameriere Joele Leotta veniva da Nibionno, in provincia di Lecco. Ultimamente, le pagine Wikipedia dedicate ai comuni italiani riportano rigorosamente la consistenza della popolazione straniera nel comune preso in esame. Così, dalla pagina Wikipedia, risulta che a Nibionno (Lecco) vivevano, al 1° gennaio 2011, 97 marocchini, 50 albanesi, 31 rumeni, 22 senegalesi, 13 algerini, 10 turchi, 9 polacchi, 9 indiani, 7 moldavi (si dice “moldavi”, non “moldovani”) e 7 tunisini. Un totale di 324 stranieri su una popolazione residente di 3681 persone (al 1° novembre 2011). Nella medesima pagina Wikipedia si mette particolarmente l'accento sull'invecchiamento della popolazione di Nibionno; l'aumento di 50 unità registrato a quella data è dovuto principalmente all'apporto degli stranieri. I diciannovenni del posto, invece, se ne vanno a fare i camerieri in Inghilterra, dove vengono ammazzati.

Joele Leotta, diciannovenne proveniente da un paese di vecchi, è stato ammazzato come un cane a Maidstone, capoluogo del Kent, città di circa 75.000 abitanti famosa per il “Castello di Leeds”. Wikipedia inglese dice soltanto che, a Maidstone, il 5,9% della popolazione è straniera; preferisce, poi, effettuare suddivisioni per colore della pelle e per religione. Si scopre così che, a Maidstone, il 97% degli abitanti ha la pelle bianca, lo 0.4% la ha nera e l'1,5% la ha “asiatica” (“white” e “black” vanno bene, “yellow” no). Poi c'è un 74% di cristiani, uno 0,8% di musulmani e uno 0,7% di induisti; il restante 24% circa non si sa, che siano atei e quindi arrabbiati col buon Dio, come dice un famoso twittatore nelle sue perle di saggezza e di umorismo? Chi lo sa. A buon conto, Joele Leotta, da Nibionno (Lecco) doveva avere tutti i requisiti per rientrare sia nel 97% dei bianchi di Maidstone, sia nel 74% dei cristiani (o nel 24% dei nonsisà, magari era seguace del neopaganesimo o magari credeva nel potere soprannaturale di Elvis Presley o di Kurt Cobain).

Ciò non gli ha impedito di essere ammazzato da alcuni coetanei (“dai 21 ai 25 anni”, come recita l'articolo) perché rubava il lavoro agli inglesi. In realtà, pare che Joele Leotta fosse andato in Inghilterra per imparare l'inglese, e che si mantenesse servendo in tavola in un ristorante della zona. Bisognerebbe una buona volta smetterla di voler imparare l'inglese; ci sono ancora migliaia di altre lingue, pare che ora ci sia il “boom” del cinese e del russo ma apprezzo incondizionatamente i diciannovenni che vogliono imparare il finlandese, puhutteko suomea? Si faranno magari ammazzare lo stesso a Jyväskylä o a Tampere da una banda di ragazzotti che li accusano di rubare il lavoro ai finlandesi, ma almeno avranno la consolazione di non morire per il solito inglese del cavolo. Lo avrebbero comunque imparato assai peggio, l'inglese, di quei somali dei barconi che sbarcano a Lampedusa, o ci affondano in prossimità. Pochi giorni fa, sulla tramvia di Firenze, ho chiesto gentilmente a un ragazzino cinese con lo zainetto di scuola di spostarsi perché dovevo scendere; mi ha guardato dicendomi Do you speak English?, e mi è toccato dirglielo in inglese. Al che si è sposato, e mi ha salutato con squisita cortesia e in un ottimo inglese, devo dire. Dopo essere sceso, però, ho rimpianto di non aver mai studiato il cinese.

Naturalmente, ignoro quanti a Nibionno (Lecco) abbiano, almeno una volta, pensato o detto che quei trecentoventiquattro stranieri che abitano nel comune siano venuti a rubare il lavoro ai nibionnesi. E' possibile, e per questo non importa neppure ricorrere alla “Lega” perché il “lavoro rubato” dagli stranieri è una delle cose che unisce l'Italia da Aosta a Capo Passero. Per non parlare di Firenze, naturalmente. Così è andata a finire che un nibionnese di 19 anni, oggi, è stato ammazzato di botte da otto ragazzotti che “volevano impartire una lezione a lui e a un suo amico”. Scopriamo così che, nell'anno 2013 e con la Bossi-Fini ancora in vigore (e lo resterà, non abbiate alcun timore), coi CIE tutti belli in funzione e con Alba Pentastellata che imperversa assieme al suo guru, ancora ce ne andiamo in giro per il mondo a rubare il lavoro, ad esempio in un ristorante di Maidstone nel Kent. E che, per questo, altro non siamo rimasti che degli italiani, degli emigranti, dei sottosviluppati degni di essere massacrati di botte in quanto tali.

Sicuramente chi scende da un barcone non viene qui per “imparare l'italiano”. Si spargerà per qualche paese di quest' “Europa” sempre più di merda e in preda all'idiocrazia. Ciò non toglie che il ragazzo italiano che va in Inghilterra a “imparare l'inglese” faccia la stessa fine del pakistano massacrato in Grecia da Alba Dorata, e in Pakistan l'inglese lo sanno generalmente molto bene, anche se lo pronunciano con un accento un po' strano. Forse Joele Leotta era andato a rubare l'inglese facendo il cameriere; non si era iscritto a una di quelle costosissime “scuole” dove l'inglese lo si vende a carissimo prezzo. E vorrei poter andarlo a riprendere all'ultimo momento, prima che entrino quegli otto o nove mentecatti, con un corso di Esperanto in mano. Venu amiko, mi iras en sennacieca mondo.

martedì 22 ottobre 2013