domenica 3 novembre 2013
Missione di pace
Attenzione: il signore che si vede nella foto, nonostante il suo aspetto vagamente orientale, è in realtà un Valsusino.
Si tratta del sig. Armando Pelleroux, di Bussoleno (TO), NO TAV della prima ora. In Valsusa, come è noto, sono rudi montanari e amano gli abbigliamenti un po' sui generis. Nell'immagine vediamo il sig. Pelleroux assieme ad un marchingegno che si è costruito assieme ad un suo amico e sodale che ha un'officina meccanica sulla statale 25, poco prima di Susa; assemblando vari pezzi di vecchie Fiat Ritmo, la marmitta di una Lancia Ardea del '57 e altri componenti di risulta, ha ottenuto il Pecorella, arma notevolmente efficace nella sua elementarità. Del resto, mica si vorrà continuare in Valsusa a opporsi ad un esercito intero soltanto con sassi e frasche, anche se bastano a Caselli per spedirti in galera; occorrerà ingegnarsi, tanto poi ai presìdi danno fuoco lo stesso (in Valsusa mica agiscono le màfie, no mica).
La foto del sig. Pelleroux illustra alla perfezione quel che sta accadendo in Valsusa negli ultimi giorni: una missione di pace in piena regola.
Come tutti sanno, i famosi "nostri ragazzi" si stanno ritirando dall'Afghanistan, dove erano stati inviati in forze per sorvegliare la costruzione del TAV Teheran-New Delhi. Un'infrastruttura di primaria importanza eccetera eccetera e pititì e patatà. Anche da quelle parti, la costruzione del TAV ha, stando alle notizie, incontrato qualche lieve resistenza. I "nostri ragazzi", però, hanno fatto il loro dovere di italiani, tenendo conto del fatto che i NO TAV afghani non si sono limitati certo a pigliarli a sassate.
Terminata tale missione di pace, i "nostri ragazzi" (i quali, per un cospicuo stipendio, non hanno esitato a lasciar vedove tutta un'immancabile serie di giovani mogli incinte) sono stati rimessi immediatamente al lavoro. Un po' più vicino dell'Afghanistan, va detto. La pace va salvaguardata. La pace è un bene comune, almeno fin quando non sarà privatizzata. Un po' di riposo? Sia mai. Subito una nuova missione di pace, per la quale sarà senz'altro approntata anche la regolare fiction con Beppe Fiorello.
Come si apprende da notav.info, infatti, ben 400 soldati italiani sono stati inviati immediatamente, e direttamente, da Herat (Afghanistan) a Chiomonte. Dove, naturalmente, si sono trovati davanti tipini come il sig. Pelleroux e il suo Pecorella. Ne ha parlato con emozione il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito in persona, gen. Graziano.
Il generale, come se niente fosse, ha spostato le sue truppe scelte da un paese in guerra a un cantiere.
Soldati che assumono compiti di polizia e che, come ha dichiarato il gen. Graziano, “operano in perfetta sintonia con le altre istituzioni dello Stato presenti in Valsusa, con i carabinieri e la polizia. Abbiamo destinato alla tutela del cantiere quattrocento soldati. I
militari hanno acquisito le funzioni della polizia giudiziaria, con la
possibilità di fermare persone che abbiano tenuto un comportamento
illegale. Sono tutti uomini di grande esperienza, che hanno prestato
servizio all’estero, in Afghanistan, in altri scenari internazionali,
alle prese con situazioni complesse e delicate. Ovviamente operano in
perfetta sintonia con le altre istituzioni dello Stato presenti in
Valsusa, con i carabinieri e la polizia, per tutte quelle funzioni
connesse all’obiettivo da raggiungere, cioè la tutela del sito e la
sicurezza di chi ci lavora .»
La provincia di Herat, in Afghanistan, dove erano di stanza i 400 soldati di grande esperienza, ha un'estensione di 54.778 km2 e 1.578.000 abitanti. Stando ai dati dello Stato Maggiore, nella suddetta provincia è esistito negli ultimi anni un rapporto di 1 soldato ogni 517 abitanti.
Il comune di Chiomonte ha una estensione di 26,66 km2 e una popolazione residente di 931 abitanti. Nel territorio di Chiomonte sono presenti attualmente 415 soldati di grande esperienza (oltre, naturalmente, a tutte le varie forze dell'ordine: polizia, carabinieri ecc.). Ogni abitante di Chiomonte ha quindi a disposizione 0,44 soldati di grande esperienza, ivi compresi i neonati.
Si tratta quindi di una occupazione militare da parte dello Stato italiano di una porzione del suo stesso territorio. Una missione di pace, appunto, per difendere la legalità.
Se mai ce ne fosse ancora bisogno, legalità significa, per lo Stato italiano e per le sue truppe, difendere gli interessi economici e finanziari di una consorteria sempre più feroce, che pur servendosi di tutti i poderosi strumenti politici, militari, giudiziari e mediatici che ha a disposizione, non è riuscita ancora a piegare una popolazione. Tant'è vero che, oramai, è costretta a ricorrere agli strumenti di intimidazione mafiosa.
Valsusa come l'Afghanistan, quindi.
E chissà che qualche soldato di grande esperienza non abbia prima o poi a fare come certi suoi colleghi in Afghanistan, e tornare a casina sua in una bara e avvolto in quell'orrendo straccio che fu il primo e vero simbolo dei fascisti, intriso di sangue e di vergogna. La strada da fare sarà comunque molto minore, e si potrà risparmiare anche l'aeroplano.
In tempi di crisi, che tocca tutto fuorché le spese militari, non sarebbe da disprezzare.
Nel frattempo, l'Esercito Italiano torna ad una sua specialità riconosciuta: quella di opprimere e reprimere il suo stesso popolo.
Anche a quei rozzi Valsusini deve essere insegnata la democrazia. La sua esportazione vale tanto tra le montagne dell'Asia Centrale, quanto tra quelle delle Alpi. Tutto, in fondo, è un cantiere: che sia di un treno inutile e devastante, o del nuovo ordine che non ha proprio nulla di nuovo, non importa.
sabato 2 novembre 2013
Diritto all'umanità
Ahahahahahahhahahahahah!
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lunedì 28 ottobre 2013
Paperino e la crisi (1a puntata)
Lo scorso 4 settembre, un nutrito gruppo di extracomunitari è stato espulso dalla Grecia devastata dalla crisi. Il provvedimento riguarda peraltro due comunità che si erano installate in Grecia oramai da decenni: quelle di Paperopoli e di Topolinia. Che cos'è successo il 4 settembre? Semplicissimo: nell'ambito dell'editoria greca, oramai ridotta ai minimi termini con intere e storiche case editrici che hanno dovuto chiudere i battenti e mandare sul lastrico tutti i propri dipendenti, ha chiuso anche la Nea Aktina ("Nuovo Raggio" in greco); e la Nea Aktina era quella che pubblicava il "Miky", il Topolino greco, assieme a tutte le altre pubblicazioni disneyane. Dal 4 settembre, quindi, Topolino, Paperino, Qui Quo Qua, Archimede Pitagorico, la Banda Bassotti, Eta Beta, Minnie, Paperina, Filo Sganga, Brigitta, il Commissario Basettoni e tutti gli altri hanno dovuto sloggiare dalla Grecia. Non ci sono più soldi per pubblicare le loro avventure. Stop. Pappati anche loro. Li hanno imbarcati su cinque o sei aeroplani mentre Atene li salutava con un cielo rosa nella prima vignetta, azzurro nella seconda, viola nella terza e nero nell'ultima.
Mi sarebbe piaciuto scrivere un'ultima storia per il "Miky", per il Topolino greco. Prima che tutta la "banda Disney" scomparisse per sempre dalla Grecia. La storia si intitola: "Paperino e la Crisi" (in greco: Ο Ντόνταλντ και η Kρίση); disgraziatamente, non saprei disegnare nemmeno uno scarabocchio e non credo esistano al mondo persone più negate per il disegno del sottoscritto. Mi toccherà quindi raccontarvela a parole, questa ultima storia greca di Paperino. Come nei vecchi albi di Topolino, è divisa in due puntate.
La storia si apre con Zio Paperino oramai alla fame più nera, è stato sfrattato dalla sua casa e vive in una roulotte scassata nei pressi del Pireo. Qui, Quo e Qua si arrangiano in giro per Atene per racimolare qualcosa da mangiare, mentre le nipotine di Paperina, Emy, Evy e Ely, sono cadute in un giro di prostituzione minorile. La notte, zio Paperino fa incubi innominabili: sogna di arrostire almeno uno dei nipotini per mangiarselo, mentre la stessa fine l'hanno già ampiamente fatta i Tre Porcellini, divorati non solo da Ezechiele Lupo, ma anche da Lupetto (evviva l'amicizia, ma la fame è fame -da lupi, appunto). Zio Paperone piange miseria, anche perché il deposito, pur trasferito in un luogo inaccessibile sulle montagne cretesi, è stato ben presto requisito dal governo delle larghe intese su ordine della troika, e al posto del simbolo del dollaro è stata messa una gigantografia di Angela Merkel; nel frattempo, Topolino e Minnie sono emigrati in Norvegia, Pluto se n'è andato di casa e lo si vede in cima ad ogni manifestazione assieme all'amico Loukanikos ("Salsiccia"), Nonna Papera ha deciso di cacciare Ciccio via dalla fattoria, Pippo frequenta gli anarchici del quartiere di Eparchia assieme a Paperoga e al gatto Malachia, mentre il Commissario Basettoni e Manetta votano per l'estrema destra.
Una mattina, non sapendo oramai più cosa fare e mentre persino la casa editrice che li pubblica sta per chiudere inesorabilmente come la TV di stato, zio Paperino va da Archimede Pitagorico, a cui hanno tagliato la luce e che, per illuminare la stamberga dove vive, è costretto ad accendere con parsimonia la lampadina Edi. Intende chiedere qualche consiglio al geniale inventore, che sta lavorando a un marchingegno assemblando dei rottami pescati nelle discariche ateniesi. Col suo immortale genio ellenico, Archimede sta fabbricando una specie di arma letale e, sulle prime, non vuole dirlo a Paperino; poi, alla fine, gli racconta tutta quanta la storia. Stanco di tutta la situazione, e dopo aver visto persino il superfortunato Gastone darsi fuoco in Piazza Syntagmatos in un atto estremo di protesta e riscattando così una vita da stronzo, Archimede ha deciso di fabbricare un'ultima invenzione da usare due settimane dopo, in occasione della visita congiunta in Grecia di Barroso, Van Rompuy e delle autorità della BCE. L'arma, che funziona con un raggio catafotobionico ottenuto mediante la fermentazione forzata delle rape, è micidiale e può colpire da chilometri; avrà però un solo difetto insanabile. Affinché il raggio catafotobionico sia efficace, è infatti necessario avere a disposizione una quantità enorme di rape, che sono diventate preziose come l'oro in quanto divenute una delle poche fonti di alimentazione della popolazione.
Paperino, con generosità e capendo l'importanza della cosa, si offre per reperire le rape necessarie e inizia una lunga serie di avventure mentre Archimede continua a lavorare. Trova Qui, Quo e Qua mentre stanno tornando con pochi euro ricavati dalla vendita di tutti i trofei vinti con le Giovani Marmotte, acquistati da un rigattiere turco; Quo ha delle ecchimosi e racconta allo zio di essersi dovuto difendere da un'aggressione di alcuni militanti di "Alba Forata", il partito neonazista e populista fondato dal miliardario Rockerduckopoulos (e nel quale militano anche Macchia Nera -ovviamente!- e Pietro Gambadilegno). Sdegnato e deciso a farla pagare a tutti, Paperino spiega ai nipotini dell'arma di Archimede e del suo progetto, e i nipotini aderiscono con entusiasmo. Zio Paperone, una volta requisito il suo deposito, non si è perso d'animo e, individuato il nuovo business delle rape, ha iniziato a accumularne enormi quantità. I quattro, quindi, decidono di rivolgersi allo zio per farsi aiutare.
Impresa inutile: naturalmente non possono rivelare a Zio Paperone come mai abbiano bisogno di una grande quantità di rape, ed inoltre l'avarissimo riccastro, ammanicato anche lui con i poteri forti, non intende rinunciare ai suoi affari. Dopo un duro scontro, Paperino e i nipotini minacciano Zio Paperone di fargliela pagare cara; si recano quindi dalla Banda Bassotti per quella che si profila un'alleanza davvero inedita. Durante una riunione segretissima, Paperino e i nipotini esprimono ai Bassotti il loro sincero rammarico per aver sempre difeso il deposito di Paperone dai loro assalti, e per aver fatto loro assaggiare tonnellate di galera; i Bassotti capiscono commossi, mentre tutti insieme intonano H Διεθνής la versione greca dell'Internazionale.
Il reperimento delle rape avverrà su tre fronti. Del primo si occuperà Paperino attraverso canali pseudolegali, dopo aver rivelato la cosa a zia Paperina. Costei, assieme alle sue amiche e segnatamente Clarabella, organizzerà delle finte "raccolte di beneficienza" con slogan del tipo "UNA RAPA PER LA VITA"; i nipotini, invece, chiamati a raccolta tutti i piccoli amici delle ex Giovani Marmotte (ribattezzate "Brigata Alexis Grigoropoulous") si "lavoreranno" tutti i magazzini dove i nazisti di Alba Forata hanno ammassato le rape per distribuirle esclusivamente ai greci dietro presentazione della carta di identità. I Bassotti, infine, organizzeranno un decisivo assalto ai depositi dove Paperone ha ammassato tonnellate di rape deciso a venderle a prezzi esorbitanti.
Dopo le prime azioni, il successo è clamoroso e tutta la Grecia si interroga preoccupata. Il governo è in allarme, mentre sui muri cominciano a comparire scritte minacciose come "T FOR TURNIP" (con l'effigie di Guy Fawkes che tiene in mano una rapa), o ΕΚΔΙΚΗΣΗ ΜΕ ΓΟΓΓΥΛΙΑ ("Vendetta con le rape"). Archimede Pitagorico capisce tutto, e sviluppa con alcune molle arrugginite e pezzi del Meccano un meccanismo per rendere ancora più potente l'arma destinata a sterminare le autorità politiche e bancarie "europee". Il miliardario Rockerduckopoulos, vedendosi saccheggiare i magazzini imbandierati da branchi di misteriosi ragazzini, va a protestare dalla sua fililale (detta "Polizia Greca", ndr) incaricando il commissario Basettoni di stroncare la cosa. Nel frattempo, al gruppo di Paperina e Clarabella si è aggiunta anche Brigitta, che intravede però anche un'occasione per arrivare finalmente a sposare l'amato Paperone. I Bassotti si vedono spesso a Eparchia, dove Paperoga e Pippo continuano a fare opera di propaganda. Come andrà a finire? Riuscirà Archimede ad avere tutte le rape necessarie per il raggio letale?... (Fine 1a puntata)
Mi sarebbe piaciuto scrivere un'ultima storia per il "Miky", per il Topolino greco. Prima che tutta la "banda Disney" scomparisse per sempre dalla Grecia. La storia si intitola: "Paperino e la Crisi" (in greco: Ο Ντόνταλντ και η Kρίση); disgraziatamente, non saprei disegnare nemmeno uno scarabocchio e non credo esistano al mondo persone più negate per il disegno del sottoscritto. Mi toccherà quindi raccontarvela a parole, questa ultima storia greca di Paperino. Come nei vecchi albi di Topolino, è divisa in due puntate.
PAPERINO E LA CRISI
1a Puntata
Una mattina, non sapendo oramai più cosa fare e mentre persino la casa editrice che li pubblica sta per chiudere inesorabilmente come la TV di stato, zio Paperino va da Archimede Pitagorico, a cui hanno tagliato la luce e che, per illuminare la stamberga dove vive, è costretto ad accendere con parsimonia la lampadina Edi. Intende chiedere qualche consiglio al geniale inventore, che sta lavorando a un marchingegno assemblando dei rottami pescati nelle discariche ateniesi. Col suo immortale genio ellenico, Archimede sta fabbricando una specie di arma letale e, sulle prime, non vuole dirlo a Paperino; poi, alla fine, gli racconta tutta quanta la storia. Stanco di tutta la situazione, e dopo aver visto persino il superfortunato Gastone darsi fuoco in Piazza Syntagmatos in un atto estremo di protesta e riscattando così una vita da stronzo, Archimede ha deciso di fabbricare un'ultima invenzione da usare due settimane dopo, in occasione della visita congiunta in Grecia di Barroso, Van Rompuy e delle autorità della BCE. L'arma, che funziona con un raggio catafotobionico ottenuto mediante la fermentazione forzata delle rape, è micidiale e può colpire da chilometri; avrà però un solo difetto insanabile. Affinché il raggio catafotobionico sia efficace, è infatti necessario avere a disposizione una quantità enorme di rape, che sono diventate preziose come l'oro in quanto divenute una delle poche fonti di alimentazione della popolazione.
Paperino, con generosità e capendo l'importanza della cosa, si offre per reperire le rape necessarie e inizia una lunga serie di avventure mentre Archimede continua a lavorare. Trova Qui, Quo e Qua mentre stanno tornando con pochi euro ricavati dalla vendita di tutti i trofei vinti con le Giovani Marmotte, acquistati da un rigattiere turco; Quo ha delle ecchimosi e racconta allo zio di essersi dovuto difendere da un'aggressione di alcuni militanti di "Alba Forata", il partito neonazista e populista fondato dal miliardario Rockerduckopoulos (e nel quale militano anche Macchia Nera -ovviamente!- e Pietro Gambadilegno). Sdegnato e deciso a farla pagare a tutti, Paperino spiega ai nipotini dell'arma di Archimede e del suo progetto, e i nipotini aderiscono con entusiasmo. Zio Paperone, una volta requisito il suo deposito, non si è perso d'animo e, individuato il nuovo business delle rape, ha iniziato a accumularne enormi quantità. I quattro, quindi, decidono di rivolgersi allo zio per farsi aiutare.
Impresa inutile: naturalmente non possono rivelare a Zio Paperone come mai abbiano bisogno di una grande quantità di rape, ed inoltre l'avarissimo riccastro, ammanicato anche lui con i poteri forti, non intende rinunciare ai suoi affari. Dopo un duro scontro, Paperino e i nipotini minacciano Zio Paperone di fargliela pagare cara; si recano quindi dalla Banda Bassotti per quella che si profila un'alleanza davvero inedita. Durante una riunione segretissima, Paperino e i nipotini esprimono ai Bassotti il loro sincero rammarico per aver sempre difeso il deposito di Paperone dai loro assalti, e per aver fatto loro assaggiare tonnellate di galera; i Bassotti capiscono commossi, mentre tutti insieme intonano H Διεθνής la versione greca dell'Internazionale.
Il reperimento delle rape avverrà su tre fronti. Del primo si occuperà Paperino attraverso canali pseudolegali, dopo aver rivelato la cosa a zia Paperina. Costei, assieme alle sue amiche e segnatamente Clarabella, organizzerà delle finte "raccolte di beneficienza" con slogan del tipo "UNA RAPA PER LA VITA"; i nipotini, invece, chiamati a raccolta tutti i piccoli amici delle ex Giovani Marmotte (ribattezzate "Brigata Alexis Grigoropoulous") si "lavoreranno" tutti i magazzini dove i nazisti di Alba Forata hanno ammassato le rape per distribuirle esclusivamente ai greci dietro presentazione della carta di identità. I Bassotti, infine, organizzeranno un decisivo assalto ai depositi dove Paperone ha ammassato tonnellate di rape deciso a venderle a prezzi esorbitanti.
Dopo le prime azioni, il successo è clamoroso e tutta la Grecia si interroga preoccupata. Il governo è in allarme, mentre sui muri cominciano a comparire scritte minacciose come "T FOR TURNIP" (con l'effigie di Guy Fawkes che tiene in mano una rapa), o ΕΚΔΙΚΗΣΗ ΜΕ ΓΟΓΓΥΛΙΑ ("Vendetta con le rape"). Archimede Pitagorico capisce tutto, e sviluppa con alcune molle arrugginite e pezzi del Meccano un meccanismo per rendere ancora più potente l'arma destinata a sterminare le autorità politiche e bancarie "europee". Il miliardario Rockerduckopoulos, vedendosi saccheggiare i magazzini imbandierati da branchi di misteriosi ragazzini, va a protestare dalla sua fililale (detta "Polizia Greca", ndr) incaricando il commissario Basettoni di stroncare la cosa. Nel frattempo, al gruppo di Paperina e Clarabella si è aggiunta anche Brigitta, che intravede però anche un'occasione per arrivare finalmente a sposare l'amato Paperone. I Bassotti si vedono spesso a Eparchia, dove Paperoga e Pippo continuano a fare opera di propaganda. Come andrà a finire? Riuscirà Archimede ad avere tutte le rape necessarie per il raggio letale?... (Fine 1a puntata)
venerdì 25 ottobre 2013
Contro il futuro.
Non solo le
linguistiche teoriche (e la filosofia del linguaggio) hanno da dire
molto sulla contemporaneità; anche la linguistica storica porta a
considerazioni da tenere presenti. Ad esempio, ogni indoeuropeista sa
che la ”protolingua”, vale a dire l'indoeuropeo ricostruito (o
meglio, ipotizzato) attraverso la comparazione tra le varie lingue
storiche e documentate nella loro evoluzione, era totalmente privo
del futuro nella coniugazione verbale. Il ”futuro” è stato
inventato molto dopo, e ogni lingua ha provveduto a modo suo; il
greco antico, ad esempio, lo ha formato a partire dall'aoristo
”sigmatico”, ed ha quindi in origine un valore non tanto di
futuro, quanto di tempo indefinito. Nello sviluppo di quella lingua,
poi, ad un certo punto il futuro è di nuovo scomparso, ed è stato
riformato in epoca medievale in modo del tutto differente (vale a
dire premettendo una particella alle forme del congiuntivo, θα
o θενά,
derivata da θέλω
να “voglio che”). Le lingue
germaniche più antiche (gotico, antico alto tedesco, antico
islandese, anglosassone...) non avevano la benché minima forma
autonoma di futuro, e si sono poi arrangiate ognuna per sé
(l'inglese col verbo “volere”, il tedesco con “diventare”, le
lingue scandinave con “dovere” e così via). Il latino ebbe un
futuro formato in parte con un suffisso derivato dalla radice dell'
“essere” (-bo, -bis),
in parte da un antico congiuntivo (faciam,
facies); ma tale futuro si è perso del
tutto nelle lingue neolatine, che in genere hanno detto “ho da
fare”: facere habeo,
da cui “farò”, “haré”, “ferai”. Il rumeno, però, che
va sempre per conto suo, ha fatto in due modi differenti: uno
letterario col verbo “volere” (ancora), voi
face,
e uno popolare con una particella e il congiuntivo, o
să
fac. Ciò
non toglie che, anche nelle lingue neolatine compresa l'italiano, il
“modo antiquo” sia rimasto come in tutte le altre lingue: vale a
dire fare a meno del futuro. Il futuro è inutile, dire “domani
faccio” invece di “domani farò” è esattamente la stessa cosa,
come gli inglesi dicono I go
tomorrow (o
I'm going tomorrow)
e i tedeschi ich gehe morgen.
E i rumeni merg mâine,
gli svedesi jag går i morgon
e i greci πάω αύριο.
Dalla
gente che parla, il futuro non è riconosciuto: si usa il presente,
come è sempre stato. Uscendo dalle lingue indoeuropee, l'ungherese
ha un suo futuro formato o col verbo “cominciare” e l'infinito
(menni fogok
“comincio a andare” = “andrò”), ma è una forma libresca;
per la strada si dice majd megyem
“vado
fra un po'” o semplicemente megyem,
come dappertutto. Il suo “cugino” finlandese ha ritenuto del
tutto superflua qualsiasi forma di futuro; non ce lo ha mai avuto e
dice tuttora menen.
Non si parli poi delle lingue, come il cinese o il malese, che non
coniugano nemmeno i verbi; lì il problema non si pone. Il futuro,
insomma, non esiste; ad un certo punto qualcuno deve avere avuto una
geniale pensata.
Gli
è che se ne può fare tranquillamente a meno, del futuro. Nei verbi
come in qualsiasi altra cosa. Vuoi diventare geometra? Certo, non
puoi dire “sono geometra” col presente, perché vorrebbe dire che
lo sei già; ma puoi dire “voglio essere geometra”, poi dipende
da te e dalla geometria. Il fatto è che il “futuro”, nei verbi
come altrove, sembra essere stato inventato per tutta una serie di
cose che vanno dal fregare all'illudere, dall'opprimere al piegare,
dal convincere all'obbligare, dall'ingabbiare al morire. Così, a
forza di “futuro”, si crea la macchinetta obbediente, si crea la
“speranza” e la “delusione”, si dà a credere che “bisogna
crearsi un futuro”, si fabbricano i “vincenti” e i “perdenti”;
così si costruiscono le categorie sociali e generazionali, tipo i
famosi “giovani in cerca di un futuro”, con tutte le conseguenti
strutture al servizio di un'altra cosa che, lei sì, ha bisogno del
“futuro” nella sua vera essenza: il profitto. Il profitto ha
bisogno di programmare per riprodursi nei suoi meccanismi, quindi
deve stabilire la trafila che porti l'essere umano ad essere inserito
costantemente, e ineluttabilmente, nei suoi ingranaggi. Tutti questi
“giovanotti in crisi”, “senza un futuro” e via discorrendo,
tutte le loro “fughe” condite con le “speranze”, tutto quel
loro “non avere un futuro” da Vimercate a Canicattì, è indice
preciso di tutto questo stato di cose. C'è stato forse un periodo in
cui dei loro coetanei hanno parlato molto poco del “futuro”
basato sull'affermazione personale concepita come soddisfazione di
“esigenze” interamente circoscritte in un tipo di società, e si
sono concentrati sull'abbattimento di un presente che avrebbe creato
il solito “futuro” da schiavitù; sono stati distrutti. Alcuni
hanno pensato bene di rientrare nell'alveo, alcuni altri hanno
addirittura abbracciato il profitto con passione, a volte servendosi
del loro passato; ora basta accendere la televisione per sentire le
quotidiane geremiadi dei “giovani senza futuro”. Che “futuro”
desiderano, dunque, 'sti giovani?
Vogliono
il lavoro,
naturalmente. Il lavoro e tutte le sue “conquiste”. Vogliono il
reddito,
magari per potersi fare la famiglia.
Vogliono le cose senza le quali, chiaramente, il “futuro” non può
esistere; in questo senso, tra l'altro, non si creda che esistano
bisogni “primari”, “secondari” e “superflui”. Nel sistema
capitalista questa suddivisione non ha ragione di essere, la casa
vale quanto l'iPad. Le “famiglie che non vanno avanti” non ci
vanno perché non possono più permettersi il “tenore di vita”
che è stato loro fabbricato come necessario. A questo modo non si va
più via per conoscere il mondo, ma esclusivamente per cercare di
ricreare altrove ciò che nel proprio paese, in un dato momento
storico, non appare più possibile. Lavoro, casa, famiglia,
soddisfazione personale, sicurezza della materialità. So che è un
discorso parecchio duro da fare, ma è la molla che spinge anche la
maggior parte degli immigrati, anche quelli che scappano sui barconi
da guerre e carestie. Chi si è vista distrutta la propria
materialità, scappa per cercare di ricrearsela altrove; e sono
diventato parecchio scettico sul “valore rivoluzionario” o
comunque di cambiamento che certuni attribuiscono ai flussi
migratori. Gli immigrati “non ci salvano dagli italiani”, come si
legge sui muri; vengono, o passano di qui, per andare nel famoso
“mondo migliore”, vale a dire dove ci siano lavoro, terra e
possibilità, dove possano fare figli, dove possano avere istruzione
e “integrazione”. Non sono portatori in sé di nessuna forza di
cambiamento, in quanto anch'essi facenti parte di un sistema i cui
ruoli non sono messi affatto in discussione. Senza vedere e capire
questa cosa elementare, si fa come sempre: il fine ultimo, anche
della maggior parte degli immigrati, è una bella vita borghese nei
suoi vari gradi, con tutta la famiglia di prammatica. Si può
sopportare anche il razzismo, per questo. Per questo la “comunità
senegalese” di Firenze si è accontentata di una bella preghierina
dell'imam, e di due o tre cittadinanze concesse per far fare bella
figura al sindaco, e non ha spaccato ogni cosa dopo i fatti di Piazza
Dalmazia; per questo preferiscono la “moschea” alla rivolta, con
noialtri che immaginiamo chissà quali sollevazioni che non possono
esistere. I “dannati della terra” non hanno confini né colore;
siamo tutti dannati all'interno di un percorso obbligato che, però,
non viene assicurato a tutti.
Dovrebbe
quindi essere chiara la truffa del “futuro”. Come scrivono alcuni
sui muri, perlopiù anarchici: Lavoro,
casa, famiglia, macchina, telefonino....e domani muori.
Usando, come si vede, il tempo presente. Gran tecnologia,
“comunicazione” planetaria senza in realtà comunicare mai nulla
se non la propria impotenza e la propria incapacità di ribellarsi (a
parte qualche ribellione personale espressa in “stili di vita” o
“concezioni” che in gran parte si rivelano del tutto innocue),
“sollevazioni” in pompa magna che si risolvono in colloqui col
signor ministro, “lotte per la casa” che si concludono non appena
ti danno un buco e chi s'è visto, s'è visto (vale a dire: chi il
buco non lo ha avuto, cazzi suoi; basta che ora io e la mia
famigliuola di merda ci abbiamo dove stare e dove arrivare
a fine mese,
italiano o immigrato che sia). In questi ultimi tempi hanno tirato
fuori alcune perle, come ad esempio la “decrescita”: qualcuno mi
dovrebbe spiegare come mai si deve per forza “crescere”. O non si
doveva abbattere il capitalismo? Che sarà mai questo “decrescere”?
Del tutto persa la capacità di inventare e portare avanti nuove
forme per superare l'esistente, senza perdere di vista quelle già
inventate e che sono state peraltro dimenticate, irrise e distrutte,
ci si è di nuovo infilati a pie' pari nell'esistente senza
alternative, con conati di “lotta” che non supereranno mai un bel
niente a parte la rivendicazione di “diritti” o di “beni
comuni”. Rivendicazione che può essere soddisfatta o aggirata, ma
che rimane sempre all'interno del capitalismo e delle sue strutture.
Non è che non ci si accorga di questo: semplicemente lo si rifiuta.
Si fa riformismo cianciando di chissà quale “rivolta”. Nemmeno
capaci di atti squisitamente concreti tipo, che so io, ripulire una
città dalle “telecamere amiche”, tutti gelosi della privacy e
della riservatezza come siamo diventati, e poi zitti senza fiatare di
fronte all'osservazione poliziesca continua cui non si sfugge. Si fa
il bel corteone a Roma, e settantamila persone che vogliono cambiare
sarebbero in grado di mettere a ferro e fuoco una città; altro che
focherelli con qualche buffetto e qualche arresto non convalidato.
Invece no: si sfila per la casina, per i “diritti”, “isolare i
violenti”, la mammina di famiglia con cinque figli che fa la
commovente intervista, e gli “antagonisti” che (ant)agonizzano.
Contentandosi che “esista un movimento”, ma de che? Va bene, sono
sconfortato e non mi sono accodato a chi si vuole ancora illudere a
base delle stesse manifestazioni cui io stesso ho partecipato, a
decine e decine. Ma il “futuro”, anche se non sono più
“giovane”, l'ho definitivamente buttato nel cesso e tirato lo
sciacquone. Almeno quello, per quel che mi riguarda, è abbattuto;
come nelle lingue indoeuropee storiche, e contro tutte le fregature
coi verbi ausiliari, le particelle e la maiala di su' ma'.
L'altro
giorno, a una non so quale trasmissione televisiva, ecco l'ennesimo
giòvine, ecco l'ennesima ragazzotta che “se ne vogliono andare”
perché “non hanno un futuro”. La cosa sembra essere passata: le
stesse cose le dice Gianni Letta, non so se avete notato. Il
“futuro” serve a far inghiottire ogni cosa; la “legge di
stabilità” non si fa mica per rastrellare soldi e per continuare a
pagare le “missioni di pace” e gli F35, si fa per “creare un
futuro ai giovani”. Bisognerebbe cominciare a fucilare un bel po'
di giovani e del loro futuro del cazzo, delle loro Americhe e delle
loro Inghilterre, dei loro lavorini e delle loro speranzielle di
stramerda, ché tanto sono tutte uguali e non escono mai dalle
gabbiette preparate. Fucilare i loro “profili Facebook” che poi
servono per “fabbricare la storia” quando incocciano in un gruppo
di pazzi briachi che li ammazzano a Milano come nel Kent. Fucilare il
futuro potrebbe, questo sì, portare ad un reale cambiamento; ma
prima bisogna cominciare a fucilare il presente. Ora come ora, al
massimo gli si tira un uovo e questo può essere già sufficiente per
la galera. Ma, del resto, la galera piace tanto. Piace nelle
strutture mentali e nella pratica quotidiana. Piace perché è
rassicurante al massimo grado. Piace, soprattutto, perché si crede
che una galera sia soltanto un edificio con le sbarre, i reticolati,
le celle e le guardie, dove si rinchiudono coloro che hanno
contravvenuto alle “regole”; quella galera lì si può anche
fantasticare di “abbatterla”. Ma la galera è dovunque, ed è
dentro di noi che siamo incapaci di vederla in tutti gli aspetti
della vita; la galera è nella famiglia, è nella scuola, nel lavoro,
nei desideri inculcati, nel nostro zampettare al suo interno come
scimmiette in gabbia; ed è una galera globale che ha il “futuro”
come uno dei suoi più zelanti e spietati secondini. Quando
cominceremo finalmente ad ammazzarlo, quando saremo capaci di
eliminare il dopo per prenderci l'adesso, se ne riparlerà.
Peraltro,
la lingua albanese, ora che ci penso, pure ci ha il suo futuro con la
particella: do të shkruaj
“voglio scrivere”; e così il bulgaro šte
pišem.
In russo hanno deciso che il presente dei verbi perfettivi abbia
valore di futuro, per decreto, come con un ukase dello zar. E se si
va nelle lingue artificiali, beh, dal doktoro “Esperanto” non ci
si poteva aspettare che nella sua lingua non ci infilasse pure il
futuro; ma che ti pare! Ora che ci penso, persino io stesso nel
“kelartico” non ho saputo farne a meno: potevo anche tenermi il
mio semplice madăm
“io
amo” ed evitare il madsyem “io
amerò”. Certo, in passato ho eliminato dalla lingua tutta una
serie di complicate declinazioni, chissà che il futuro non faccia
presto la stessa fine; me lo posso permettere.
Nell'immagine: Qualcuno che, col "futuro", l'ha preso nel culo alla grande. Ogni tanto qualche scarna soddisfazione esiste; si completerebbe vedendo Gianfranco Fini emigrare in Inghilterra ed essere riempito di cazzotti da quattro o cinque estoni strafatti di "Vabarigis Valge".
giovedì 24 ottobre 2013
Rubare il lituano
Direi,
dai, su, che possiamo tirare tutti quanti il classico sospiro
di sollievo.
Ieri
era arrivata la notizia del ragazzo di Nibionno (Lecco) ammazzato di
botte in Inghilterra. Le prime notizie parlavano di un'aggressione da
parte di un gruppo di inglesi, al grido di ”Ci rubate il lavoro!”;
e qui si impone una piccola riflessione.
Per un
certo periodo ho avuto serissimi dubbi sullo scrivere, qui e a volte
anche altrove, sui fatti di cronaca.
Il problema dei ”fatti di cronaca” è che, nel 99,9% dei casi, si
apprendono dai media; può capitare in una vita di assistere di
persona a un fatto di cronaca, come ad esempio mi è capitato molti
anni fa con l'attentato di via dei Georgofili; ma sono casi molto
rari.
Si
impone quindi una scelta, sintetizzabile nel modo che segue: sempre
che se ne voglia parlare, e trarne spunti di varia natura, lo si deve
fare ”a caldo” oppure attendere ”notizie più precise”? Farlo
a caldo espone, come nel caso di ieri, a ”brutte figure” in
quanto, molto spesso, la realtà del giorno dopo è molto diversa da
quella riportata immediatamente.
Eppure
si dovrebbe essere ammaestrati: il giornalista cerca la ”notizia”,
e senz'altro un giovane cameriere italiano ammazzato da un branco di
inglesi che urlano ”Ci rubate il lavoro!” fa più notizia del
medesimo cameriere italiano ammazzato (forse addirittura per uno
sbaglio di persona) da quattro lituani ubriachi.
A
questo punto, occorre fare un po' di chiarezza.
Le
aggressioni a sfondo razziale esistono. Non è un caso poi rivelatosi
diverso che le fa scomparire. Se dovessimo parlarne soltanto quando
assistiamo di persona ad una cosa del genere, non ne parleremmo mai,
anche per la propensione che abbiamo a voltare il capino dall'altra
parte, quotidianamente. Quando, sull'autobus navetta per la Coop,
senti numerosi passeggeri che hanno visto una ragazza Rom sul
marciapiede con un bambino in braccio invitare calorosamente
l'autista a montare sul marciapiede con il mezzo e a schiacciarla
assieme al bimbo, lo capisci meglio. Solo che questa non sarà mai
una notizia;
al massimo, qualcuno che assiste casualmente alla scena potrà
parlarne su un blog letto da pochi intimi.
Viceversa,
leggere una notizia come quella di ieri (o meglio: la notizia come
si presentava
ieri) fa scattare immediatamente delle ”molle”. È questo il
famoso ”commentare a caldo” di cui si ragiona, quello che espone
alle smentite, alle correzioni, alle brutte figure ed anche ad essere
definito un cialtrone.
Anche
perché, invariabilmente, ci sono legioni di saggi
in
agguato. Quelli che non ne parlano, in primis, preferendo rifugiarsi
in vari ”luoghi” più o meno immaginari, in mitici passati ”in
cui valeva la pena vivere”, eccetera. Poi ci sono quelli che
aspettano,
saggiamente assai per carità, fornendo valutazioni ragionate,
sferzando i cialtroni che
si sono lasciati trascinare dopo tre minuti, e così via.
Non
mi vergogno affatto nel dire che sono, non di rado, uno che commenta
”a caldo”. Esponendomi quindi a tutto quanto sopra. Incapace di
attendere un'ora o due e vedere come si ”evolve” una notizia, e
di vedere gli inglesi razzisti assassini che si trasformano in
lituani sempre assassini, ma ubriachi fradici.
Sarà
forse che da certe cose sono toccato nel profondo, perché sono un
osservatore di ciò che mi circonda (uno dei miei rarissimi lussi) e
vedo la violenza gratuita e quotidiana attorno a me. Violenza che si
esprime in mille modi, i quali non consistono soltanto nell'ammazzare
di botte la gente (cosa che comunque accade). Violenza quieta,
espressa a volte come ”battuta”, ma non per questo meno atroce.
Può darsi che non sia portato, è vero, all'eccessivo ragionamento
analitico. Può darsi che non sia un saggio,
anche se questo mi preserva dall'opportunismo che è tipico di
parecchi savi. Può darsi anche che odi l'indifferenza più di ogni
altra cosa, e che mi metta a sbraitare sull'autobus dicendone di
tutti i colori a chi fa le ”battute” sulla ragazza Rom e sul suo
bambino e constatando non sempre con piacere che, in tali casi, aiuta
abbastanza essere degli armadi con una barbaccia curata pessimamente
e coi capelli a coda di cavallo. Aiuta, ad esempio, a non far
sentire sempre e comunque al sicuro tutti quegli stronzi
sull'autobus, anche se magari tra di loro ce ne sarebbe qualcuno
capace di stendermi facilmente. Non mi riesce stare zitto. Né
sull'autobus, né sull' ”Ekbloggethi Seauton Asocial Network”.
Allora
mi espongo, e lo rivendico pure. Perfettamente conscio del fatto di
aver letto la notizia da un giornale che detesto e che attacco ogni
volta che posso, e che la notizia possa poi risultare imprecisa o, a
volte, addirittura fasulla. Rivendico anche il dovere di parlare ”a
caldo” di certe cose, con tutti i rischi che comporta. Li ho corsi
in passato e ne correrò ancora, ma non lascio stare. Ritengo che non
sia più tempo di ”approfondire”, ma di reagire.
Non
cambierei una virgola in quel che ho scritto ieri, perché forse non
si ha ben presente -ad esempio- a che cosa ha fatto in questi anni
Alba Dorata in Grecia agli immigrati cavalcando la devastazione. O
forse Rosarno è già stata dimenticata; e si dimenticano
quotidianamente le volte che sentiamo dire quella frasetta, ”ci
rubano il lavoro”. Quando si ”commenta a caldo”, senza
aspettare nessuna ”evoluzione”, si hanno invece bene in mente
certe cose e significa che si è fatto veramente il pieno e non si
intende più lasciar passare nulla. Si affrontano le cose tentando,
in qualche modo, di abbatterle; altrimenti si fa soltanto l'
”inchino” alla realtà, ci si avvicina alla costa su una nave di
lusso e si tira avanti tutti soddisfatti della propria bellezza. O
della propria ”profondità di vedute” e della propria capacità
di analisi, senza mai fermarsi a sporcarsi le mani.
Abbiamo
così appreso che non c'è da ”rubare l'inglese”, certo. Curioso,
senz'altro, che le metafore linguistiche che usavo ieri siano
sfociate nel lituano. Ma quella famosa frase, ”ci rubate il lavoro”
(che sembra comunque essere stata detta, ma poi vattelappesca), sarà
stata detta in inglese o in lituano?
Jūs mums pavogtas darbą!
Proprio un bel sospirone di sollievo; il ragazzo italiano non ha
nessuno sfondo razziale,
gli inglesi sono salvi e più che altro siamo salvi noialtri.
Possiamo continuare a ”sognare l'Inghilterra” e tutta una serie
di altri paeselli, sperando naturalmente di non incontrare i lituani
briachi. Quelli che qualche tempo fa, assieme ai russi e ai polacchi,
ci ritrovavamo agli incroci con il secchio in mano, e qualcuno ce n'è
pure ancora. Possiamo ancora continuare a mandare i figli a imparare
l'inglese tranquillamente,
e sculo per il povero Joele Leotta che si è ritrovato nel posto
sbagliato al momento sbagliato. Ma i posti sbagliati e i momenti
sbagliati sono molto rassicuranti e permettono di passare avanti
senza guardare, mentre là accanto c'è un anziano signore col
pacchetto di pastarelle in mano che si fa rubare
il lavoro dal
senegalese che sposta file di carrelli fuori da un supermercato.
Magari, chissà, un Bennett
vicino a Nibionno (Lecco).
Non
si corre poi certamente il rischio di rubare il lituano. Troppo
difficile da rubare, quella lingua infernale.
mercoledì 23 ottobre 2013
Rubare l'inglese
Joele Leotta, diciannove
anni, non era un “cervello in fuga”; era un ragazzo come tanti
che se n'era andato in Inghilterra a fare il cameriere. In
Inghilterra c'è una tradizione praticamente secolare di camerieri
italiani; tant'è vero che l'espressione “The Waiters” indica
spesso, tout court, gli italiani. Specialmente in senso spregiativo;
ad esempio, i terrificanti tabloids britannici la usano spesso in
occasione delle partite di calcio tra squadre italiane e inglesi, o
tra le nazionali. Quando l'Italia vinse la sua prima storica partita
a Wembley contro l'Inghilterra, nel novembre del 1973 con un goal di
Fabio Capello a tre minuti dalla fine, il giorno dopo il Sun,
o qualcosa del genere, titolò con un gigantesco SHAME!
Battuti dai camerieri!.
Stando
alle prime notizie, il cameriere Joele Leotta veniva da Nibionno, in
provincia di Lecco. Ultimamente, le pagine Wikipedia dedicate ai
comuni italiani riportano rigorosamente la consistenza della
popolazione straniera nel comune preso in esame. Così, dalla pagina
Wikipedia, risulta che a Nibionno (Lecco) vivevano, al 1° gennaio
2011, 97 marocchini, 50 albanesi, 31 rumeni, 22 senegalesi, 13
algerini, 10 turchi, 9 polacchi, 9 indiani, 7 moldavi (si dice
“moldavi”, non “moldovani”) e 7 tunisini. Un totale di 324
stranieri su una popolazione residente di 3681 persone (al 1°
novembre 2011). Nella medesima pagina Wikipedia si mette
particolarmente l'accento sull'invecchiamento della popolazione di
Nibionno; l'aumento di 50 unità registrato a quella data è dovuto
principalmente all'apporto degli stranieri. I diciannovenni del
posto, invece, se ne vanno a fare i camerieri in Inghilterra, dove
vengono ammazzati.
Joele
Leotta, diciannovenne proveniente da un paese di vecchi, è stato
ammazzato come un cane a Maidstone, capoluogo del Kent, città di
circa 75.000 abitanti famosa per il “Castello di Leeds”.
Wikipedia inglese dice soltanto che, a Maidstone, il 5,9% della
popolazione è straniera; preferisce, poi, effettuare suddivisioni
per colore della pelle e per religione. Si scopre così che, a
Maidstone, il 97% degli abitanti ha la pelle bianca, lo 0.4% la ha
nera e l'1,5% la ha “asiatica” (“white” e “black” vanno
bene, “yellow” no). Poi c'è un 74% di cristiani, uno 0,8% di
musulmani e uno 0,7% di induisti; il restante 24% circa non si sa,
che siano atei e quindi arrabbiati col buon Dio,
come dice un famoso twittatore nelle sue perle di saggezza e di
umorismo? Chi lo sa. A buon conto, Joele Leotta, da Nibionno (Lecco)
doveva avere tutti i requisiti per rientrare sia nel 97% dei bianchi
di Maidstone, sia nel 74% dei cristiani (o nel 24% dei nonsisà,
magari era seguace del neopaganesimo o magari credeva nel potere
soprannaturale di Elvis Presley o di Kurt Cobain).
Ciò
non gli ha impedito di essere ammazzato da alcuni coetanei (“dai 21
ai 25 anni”, come recita l'articolo) perché rubava il
lavoro agli inglesi. In realtà,
pare che Joele Leotta fosse andato in Inghilterra per imparare
l'inglese, e che si mantenesse
servendo in tavola in un ristorante della zona. Bisognerebbe una
buona volta smetterla di voler imparare l'inglese; ci sono ancora
migliaia di altre lingue, pare che ora ci sia il “boom” del
cinese e del russo ma apprezzo incondizionatamente i diciannovenni
che vogliono imparare il finlandese, puhutteko suomea? Si
faranno magari ammazzare lo stesso a Jyväskylä o a Tampere da una
banda di ragazzotti che li accusano di rubare il lavoro ai
finlandesi, ma almeno avranno la consolazione di non morire per il
solito inglese del cavolo. Lo avrebbero comunque imparato assai
peggio, l'inglese, di quei somali dei barconi che sbarcano a
Lampedusa, o ci affondano in prossimità. Pochi giorni fa, sulla
tramvia di Firenze, ho chiesto gentilmente a un ragazzino cinese con
lo zainetto di scuola di spostarsi perché dovevo scendere; mi ha
guardato dicendomi Do you speak English?, e
mi è toccato dirglielo in inglese. Al che si è sposato, e mi ha
salutato con squisita cortesia e in un ottimo inglese, devo dire.
Dopo essere sceso, però, ho rimpianto di non aver mai studiato il
cinese.
Naturalmente,
ignoro quanti a Nibionno (Lecco) abbiano, almeno una volta, pensato o
detto che quei trecentoventiquattro stranieri che abitano nel comune
siano venuti a rubare il lavoro ai
nibionnesi. E' possibile, e per questo non importa neppure ricorrere
alla “Lega” perché il “lavoro rubato” dagli stranieri è una
delle cose che unisce l'Italia da Aosta a Capo Passero. Per non
parlare di Firenze, naturalmente. Così è andata a finire che un
nibionnese di 19 anni, oggi, è stato ammazzato di botte da otto
ragazzotti che “volevano impartire una lezione a lui e a un suo
amico”. Scopriamo così che, nell'anno 2013 e con la Bossi-Fini
ancora in vigore (e lo resterà, non abbiate alcun timore), coi CIE
tutti belli in funzione e con Alba Pentastellata che imperversa
assieme al suo guru, ancora ce ne andiamo in giro per il mondo a
rubare il lavoro, ad
esempio in un ristorante di Maidstone nel Kent. E che, per questo,
altro non siamo rimasti che degli italiani, degli emigranti, dei
sottosviluppati degni di essere massacrati di botte in quanto tali.
Sicuramente
chi scende da un barcone non viene qui per “imparare l'italiano”.
Si spargerà per qualche paese di quest' “Europa” sempre più di
merda e in preda all'idiocrazia. Ciò non toglie che il ragazzo
italiano che va in Inghilterra a “imparare l'inglese” faccia la
stessa fine del pakistano massacrato in Grecia da Alba Dorata, e in
Pakistan l'inglese lo sanno generalmente molto bene, anche se lo
pronunciano con un accento un po' strano. Forse Joele Leotta era
andato a rubare l'inglese facendo il cameriere; non si era iscritto a
una di quelle costosissime “scuole” dove l'inglese lo si vende a
carissimo prezzo. E vorrei poter andarlo a riprendere all'ultimo
momento, prima che entrino quegli otto o nove mentecatti, con un
corso di Esperanto in mano. Venu amiko, mi iras en
sennacieca mondo.
martedì 22 ottobre 2013
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