venerdì 30 dicembre 2016

Per chi è di, o si trova a Firenze: CAPODANNO E PRESIDIO A I'ROVO!



CAPODANNO E PRESIDIO A I'ROVO
SABATO 31 DICEMBRE A PARTIRE DALLE ORE 20.30
I'ROVO - PER UNA TERRA SENZA PADRONI
Via del Guarlone 25 - Firenze Sud (Rovezzano) - Capolinea bus 20 via Comparetti

QUEST'ANNO, I' CAPODANNO NOIALTRI 
LO SI PASSA A I'ROVO.

Il capodanno scorso, I' Rovo non era ancora presidiato e abitato stabilmente come ora.
Per questo, la notte tra il 31 dicembre 2015 e il 1° gennaio 2016, 
qualcuno ne approfittò per attaccarlo, gettandoci una molotov dentro.
I danni furono enormi.

Quest'anno la situazione è cambiata radicalmente; magari, se ti viene la voglia,
approfittane anche tu per venire a vedere.

QUEST'ANNO SIAMO LA', SI PRESIDIA E SI FA FESTA.

A partire dalle ore 20.30 di sabato 31 dicembre,

VIENI A I' ROVO
PORTA QUELLO CHE TI PARE 
(roba da mangiare, dolci, vino, bottiglie), MA PORTALO.
LASCIA UN CONTRIBUTO LIBERO.

C'è la luce elettrica grazie a un pannello solare
Ma i tuoi contributi liberi saranno utilizzati per comprarne un altro.
Le stanze sono riscaldate.
Vèstiti comunque peso perché il 31 notte sono previsti i meno due o meno tre.
La roba gli è bona.

PE' VENIRE A I' ROVO:

- Puoi prendere il bus 20 e scendere al capolinea di Via Comparetti
(ma stai attento perché il 31 l'ultima corsa è circa alle 20, informati !)
Poi ti fai 300 metri a fettoni per via del Guarlone

- Puoi prendere il treno da Firenze SMN o Firenze Campomarte
scendendo a Firenze Rovezzano (vale anche biglietto bus)
(partenze da SMN: 18,22 - 19,22 - 20,22
arrivo a Rovezzano: 18,31 - 19,31 - 20,32)
Attraversi il sottopasso e sei già a I'Rovo

- Se vieni in macchina o con mezzo proprio:
Prendi via del Guarlone
dalla rotondona di via del Gignoro davanti all'Esselunga

CAPODANNO E PRESIDIO A I' ROVO

- Se sei stufo della solita festa in casa
- Se sei allergico a i' cenone alla Fantozzi
- Se 'un ti va il concertone di merda di Nardella & co.
- Se 'un sei lo snob che passa il capodanno da solo
bevendo buon whisky e ascoltando jazz più palloso di una conferenza di Mario Monti
- Se vuoi conoscere tipi parecchio strani, NO TAV pistoiesi e parkouristi di Gaza
- Se 'un ti va più nemmeno la cucina pentastellata d'i solito centrosociàle stalinista
- Se vuoi conoscere una realtà diversa nel tuo quartiere e nella tua città

VIENI A I' ROVO !!!! 



lunedì 26 dicembre 2016

Alessia, Centoquattordici.

Questa cosa qui, che mi accingo a scrivere, non parlerà di nulla.

Non parlerà di Aleppo, degli ambasciatori russi o degli insediamenti sionisti. E non parlerà nemmeno di vicende del mio quartiere, di impressioni dicembrine o di buffe cose viste sugli autobus.

Non parlerà di storie, vere o di fantasia. Non parlerà nemmeno di squallide vicende avvenute in centri sociali a Parma, in mezzo a presupposti antifascisti che filmano i loro stupri fascistissimi.

Come ho detto, non si parlerà di nulla. Il nulla è rappresentato da una ragazza chiamata Alessia, una delle tante.

Alessia sta passando, in queste ore, fugacemente da qualche giornale, da qualche sito. La si vede in una foto mentre sta baciando la sua bambina di quattro anni. Entrambe, la madre e la figlia, hanno sulla testa delle passate rosse, con cuoricini e babbo natale; Alessia, la madre, è, naturalmente, morta.

Alessia è, mi sembra, la centoquattordicesima donna ammazzata nel 2016, in Italia, dal cosiddetto partner: marito, fidanzato, amante. Oppure da un familiare. Oppure da un uomo; fa nulla, come il nulla.

Qualche tempo fa imperversava il “fare qualcosa per fermare”. E' nata pure una nuova parola che sembra essersi consolidata nel lessico italiano: femminicidio. Imperversavano, ovviamente, anche le discussioni: tutte e tutti volevano, appunto, fare qualcosa.

A suo tempo mi ci ero dedicato pure io. Dicevo sempre che tutto questo ha a che fare sia con le strutture sociali e relazionali, sia con il senso del possesso che trasforma, invariabilmente, una persona in cosa, in oggetto.

Strutture la cui modifica comporterebbe una presa di coscienza, personale e collettiva, che andrebbe a minare nel profondo alcuni capisaldi inalterabili. Come, ad esempio, la cosiddetta famiglia; ma non soltanto quella, chiaramente. Questo dicevo; poi ho praticamente smesso.

Il femminicidio si è consolidato; consolidandosi, è automaticamente tornato ad essere una cosa banale, quotidiana, che “fa notizia” solamente per la cronaca. E' tornato ad essere allegramente raptus, “delitto passionale”, resoconto più o meno commovente, pura “storia” il cui uso e consumo dura due, tre giorni al massimo.

Chiaramente, nessuno ne parla più, al pari mio. Andare a toccare strutture sociali e relazionali, sistemi interi e capisaldi di una società intera non va di moda, e non è mai andato.

E', esattamente, come toccare un altro pilastro, vale a dire il lavoro. Di “nemici del lavoro”, in questi anni, ne ho incontrati non pochi; però nessuno, io compreso, che non “lavorasse” e che non percepisse emolumenti più o meno regolari per il suo rendersi in varia misura schiavo.

Posso anche restare convinto di tutto quanto sopra. Posso anche restarlo, ed è il nulla. Non ho nessun mezzo efficace per non gettarmi nella solita lotta solitaria contro i mulini a vento. Sono uno che non sta scrivendo nulla, mentre termina l'ennesimo “natale”. E, intanto, anche Alessia è morta ammazzata, le trenta coltellate di prammatica, il raptus del suo compagno, l'oggetto quotidiano che si trasforma in perfetta macchina di morte (tratto da un cassetto della cucina), la villetta, il paesino, la bambina, la foto presa da Facebook, tutto.

Violenza, genere, “gelosia”, possesso. Violenza, famiglia, centoquattordici, possesso. E posso anche restare convinto, anzi molto convinto, di non stare scrivendo niente di niente; però sono tutte parole che mi vengono e mi ritornano in mente.

In questo anno 2016, tra le centoquattordici donne ammazzate dal partner, o ex partner, o chiunque, ce n'è stata anche una a duecento metri da casa mia. Una sera di metà maggio; l'ultimo incontro, il chiarimento tra due persone, un uomo e una donna, stati marito e moglie, stati “famiglia”, stati chissà cosa. Dentro una macchina, a duecento metri da casa mia, mentre non mi ricordo che cosa stavo facendo. Dormendo, scrivendo, fumando, guardando la televisione, qualsiasi cosa. Lei se n'era andata, perché esiste la libertà di andarsene. Aveva un altro compagno, perché esiste la libertà di innamorarsi, di perdere l'amore, di trovarne uno nuovo. Esiste anche la libertà di non trovare più nessun “amore”. Esiste la libertà, che è l'esatto opposto del possesso. Quaranta coltellate, date da lui a lei in quella macchina. Poi lui si è pure ammazzato, accoltellandosi da solo.

Qualche giorno dopo, nel quartiere, c'è stata una fiaccolata. Un piccolo corteo partito dall'abitazione di quell'essere umano di sesso femminile, e terminato al luogo dove quell'essere umano è stato fatto a pezzi dall' “amore”, dalla gelosia, dal possesso e da un sistema mentale e sociale.

Portava, quella giovane donna, lo stesso cognome di una persona di cui, tanti anni prima, ero stato brevemente ma follemente innamorato. Tutto è stato scordato, e non si può nemmeno pretendere che non avvenga.

E così, in questo scrivere e riscrivere del nulla, due giorni prima di “natale” è toccato a Alessia.

La cosa curiosa è che, da quel paesino, sono quasi convinto di esserci passato una volta. Ha un nome assai curioso. Sì, mi sembra proprio di esserci stato, una volta, nonostante sia lontanissimo da casa mia. La lontananza e i duecento metri.

Si dovrebbe, a questo punto, disquisire delle modalità, che poi sono, ovviamente, quelle che si leggono sui giornali e sui siti. Ma le modalità sono sempre quelle: tu mi appartieni. Tu non puoi “lasciarmi”. Noi siamo una famiglia.

Ecco, è questa -casomai importasse a qualcuno, e non ne sono per nulla certo- la cosa di cui non mi stancherò mai di essere contro. La famiglia. Io vado a toccare, nulla per nulla che sia, il nocciolo, l'atomo della materia. Vado a toccare l'elettrone del possesso sociale ed economico. Continuo a ritenerlo l'unico modo per fare qualcosa per davvero. Se si vuole rivoltare sul serio, non si attaccano le macrostrutture che sono effetti; si attaccano le strutture fondamentali, costitutive.

Già; ma come “attaccarle”. Con un “post” su un “blog”, per caso? Fosse poi un “blog” di quelli “top”; non mi occupo di moda, di fashion. Sono antifashista.

E posso anche esprimere il ribrezzo che mi fanno vicende come quella di Parma; posso anche esprimere solidarietà alla ragazza che è stata stuprata dai “compagni”, una parola che sarebbe meglio cassare definitivamente dal vocabolario in quanto anch'essa oggetto di ripetuto stupro. Posso anche, ma al tempo stesso non me ne stupisco. Frequentando certi luoghi, non mi è accaduto di rado di sentirli auto-definirsi cose come una “grande famiglia”, tutti per uno e uno per tutti, si va e si torna tutti assieme (magari fermandosi cinque minuti a violentare una tizia). E così, rieccolo il possesso. In posti, peraltro, strapieni di famiglie e famigliuole, di “amori”, di sessi e possessi, di storie e controstorie, di strutture umane lievitate e imposte come da qualsiasi altra parte.

Ed è quindi così che anche Alessia, centoquattordicesima del 2016, è morta. E sta già scomparendo dalle sue quarantott'ore di medio-bassa notorietà. Le famiglie oggi avranno festeggiato, comprese quelle dove si sta preparando una strage, dove qualcuno tirerà fuori dal cassetto, nel 2017, lo stesso coltello con cui era stato affettato, oggi, l'arrosto tanto buono o il panettone.

Nel 2017? Alt. Alla fine del 2016 mancano ancora sei giorni. Secondo le statistiche, domani dovrebbe toccare a un'altra ragazza, a un'altra donna. Toccherà a un altro oggetto posseduto e inalienabile. C'è ancora il 29 dicembre per la numero centosedici; poi si passerà al 2017.

Intanto, poiché ho parlato del nulla, mi arrotolo una sigaretta col tabacco “Pueblo”. Ultimamente sono passato ai drummini, come si dice quaggiù. Sul pacchetto del tabacco c'è l'immagine di una mamma fumatrice e snaturata, che tira una boccata di fumo in faccia a un bambino, biondo e decisamente brutto.

lunedì 5 dicembre 2016

Morto un cazzaro, se ne fa un altro



E così, il Cazzaro Fiorentino® (*) è stato mandato a casina sua, a Pontassieve, assieme alla brava e fedele mogliettina e a tutta la sua famigliuola. Impareggiabile, ieri sera, la commozione di Matteino mentre, annunciando le sue dimissioni dopo la spaventosa pedata nel deretano che gli è stata ammannita, ringraziava l'Agnese sapientemente inquadrata per qualche secondo dai cameramen, riuscendo anche in quel süpremo momento a coniugare finzione e arroganza; ma gliele avranno insegnate pure quelle, nei Boy Scout (visto che li ha citati pure nel suo discorsetto di dimissioni)? Chissà. 

Altrettanto impareggiabile, va detto, l'atteso teatrino dei vincitori. La "costituzione italiana" che Renzi voleva riformare, come sarà peraltro noto alle 14 persone che ancora leggono 'sto blog, non mi ha mai né entusiasmato, né sdilinquito o altro, e non sono mai riuscito a capire perché dovrebbe essere "la più bella del mondo" o, comunque, più bella di quella francese, o sudafricana, o del Suriname. Le "costituzioni" degli stati, generalmente, sono tutte la medesima zuppa di meravigliosi princìpi, di eguaglianze, di parità, di libertà e quant'altro; peccato che siano tutte quante carta straccia, fuffa nata da compromessi, da "assemblee costituenti", da gran giuristi per i quali "diritto" e "astrazione" hanno sempre fatto rima baciata. Però, vedere certi individui che ora fanno i "difensori della costituzione" è uno spettacolo assolutamente comico, e non lo dico perché i comici® sono oramai diventati parte integrante della politica istituzionale di questo paese.

Insomma: Morto un cazzaro, se ne farà un altro. Si passerà dal Cazzaro Fiorentino® al Cazzaro Genovese®, o al Cazzaro Milanese® (Milano, di cazzari, ne sforna a getto continuo). Dal cazzaro delle "riforme" con tutta la sua corte leopoldiana (aveva arruolato persino, nella sua kermesse, la donna sfregiata con l'acido e il medico dei profughi; ma si saranno resi conto a che cosa si sono prestati, e a quale scopo?), ai cazzari del populismo, delle "exit" e di tutto il resto. Cazzari che non aspettano altro che di "riformare" a loro volta, vale a dire di riformare il Nulla®. Ci attendono altri tsunami di Rinnovamenti, di Anti-Casta e via discorrendo, magari sulla scorta del Megacazzaro® che è andato di recente al potere negli Stati Chiave d'America battendo una congerie di altri cazzari che, peraltro, avevano recentemente ospitato in pompa magna il Cazzaro Fiorentino® e la sua corte alla Casa Bianca. 

Ci toccava vedere, ieri sera, uno come Renato Brunetta che sembrava, dai toni che praticava, appena sceso dalle montagne col fucile in mano, dopo avere eroicamente lottato per la libertà. Ci toccava vedere un nazista grassoccio e untuoso come Salvini che faceva il Costituzionòfilo®; il che, agghiacciantemente, forse la dice tutta sia sul suddetto, sia sulla "costituzione" stessa. E, più che altro, ci tocca eternamente vedere una "incazzatura popolare" che si traduce in matite (più o meno cancellabili), in urne, in cabine, in percentuali e in bandiere.

Dicono che, col voto di ieri, siano state "sconfitte" le tecnocrazie finanziarie nazionali e internazionali, e che i loro esecutori (come Renzi, ma ovviamente non solo lui) siano stati "spazzati via". Ora, vorrei fare una retorica domanda a tutti e tutte: ma ci credete veramente? Cioè, credete che un minus habens come Grillo, munito d'altrettanta corte fatta di giovanottine in tailleur e trentacinquenni dalla faccina pulita più o meno imbarbettata, abbia intenzione di prescindere dalle tecnocrazie eccetera? D'accordo, non ce lo vedete. Allora ci vedrete Salvini, ci vedrete Brunetta, ci vedrete tutti quelli delle ricettine semplici semplici, l'uscita dall'Euro, l' "exit" dall' "Europa" munita di immancabile prefisso e quant'altro. Insomma, dàài, ci vedrete tutta una serie di altri cazzari che non sarebbero capaci di uscire nemmeno da un cesso con la serratura guasta, figuriamoci da un sistema. Perché è quella, la paroletta che non si può nemmeno azzardare a pronunciare.

Dicono anche che, ieri, il "popolo" si sia rotto i coglioni di essere "trattato come merce".

Quando il "popolo" si incazza davvero, di essere trattato come merce, di solito però fa in un altro modo, o perlomeno faceva, in modi un po' diversi da un referendum del cazzo. Io non sarei così certo che il "popolo" abbia poi poi tutta questa gran voglia di non essere trattato come merce, quando la merce è ciò a cui aspira, ciò che fa la differenza, ciò che sta profondamente dentro la testa e che, oramai, impronta le vite di (quasi) tutti, le relazioni umane e sociali, l'esistenza fin dalla sua prima scintilla. I mercati, insomma. Dal Mercato, nessuno (o quasi) vuole uscire. Nessun "mercatexit". Meglio uscire dalle "unioni europee" e dalle "monete uniche"; pensate un po' se saltasse fuori qualcuno, invece, che vuole uscire fuori dal Denaro. La "soldexit". O qualcuno che vuole uscire fuori -ahhhhh, lo sto per dire!- dal Capitalismo®. 

Con cosa, con un referendum? Cambiando un cazzaro di destra di Firenze con un altro cazzaro di destra di Genova, di Milano, di Timbuctù, in un paese peraltro assolutamente marginale, e che riceve attenzione solo in quanto tassello, o ingranaggio? Se vi contentate, auguro a tutte e tutti un buon Cambio di Cazzaro®. Magari il prossimo, la vostra cara e bella costituzione, che oggi difende tanto accoratamente assieme alla Democrazìa® e alla Libertà®, ve la cambierà pure senza il referendum; ma tanto, su, confessate: non è che ve ne fregava granché, della Costituzione, del Senato, del "CNEL" e di quant'altro.

Ve ne fregava, e anche giustamente, di mandare a casa un arrogante pupazzetto, l'ennesimo imbonitore prodotto da una matrjoška di poteri, il solito riformatore innovatore di qualcosa che non può essere né riformato e né innovato, perché i suoi meccanismi sono sempre quelli. Ora soltanto con un po' di tecnologia di controllo in più, mettiamola così. Benissimo: lo avete, lo abbiamo mandato a casa, almeno per un po'. Nunc est bibendum. Domani è un altro giorno, e in questo domani sarete, saremo esattamente la stessa merce di prima, in attesa che Dio ci veda in un'altra cabina elettorale, prima o poi. O anche no.

Altre dimissioni, poi. Altre mogliettine, altre lacrimucce, altre "riforme". Terminerà anche la stagione del "populismo", e verrà chissà che cosa nel rimescolamento interno di qualcosa che non dovrebbe essere rimescolato, ma fatto esplodere. Costa carissimo, non essere più merce. Costa molto più del marchingegno elettronico, o del pranzo a strippapelle, o di qualsiasi oggetto e merce che ti accingi ad acquistare per il Natalino prossimo venturo. Costa molto di più anche della tua fame, autentica o finta, della fame che ti spinge a montare su un barcone o di quella che dichiari perché hai la "famiglia che non arriva a fine mese" o roba del genere. Costa troppo, e allora è meglio spedire a casa il Cazzaro Fiorentino®.

(*) Usuale definizione di Alessandra Daniele su "Carmilla Online". (ndr)

Post Scriptum:
Che goduria, però!
(e vabbè.)

domenica 4 dicembre 2016

mercoledì 30 novembre 2016

Smartzombies




Controllata®, Controllato®: ho una sincera e grande ammirazione verso di te.

Anche a me piacerebbe essere un Controllato Consapevole®. Ai (pochi) pazzi che mi dicono, ad esempio, che “Facebook” è il migliore e più capillare sistema di controllo e di (auto)schedatura di polizia che sia stato escogitato, roba da spedire la Stasi tra le barzellette di Pierino, piacerebbe davvero tanto rispondere: “Dipende dall'uso che se ne fa”. Ti vedo, Controllata, Controllato, mentre lo pronunci pressoché trionfante, mentre il matto asociale che ha osato tace con la coda tra le gambe, senza sapere più che cosa dire. L' “uso che se ne fa” è un caposaldo intangibile, che sta scalzando letteralmente Iddio dal trono, in tutte le sue variopinte declinazioni. Del resto, Controllata, Controllato, avrai presente di quando Zuckerberg® è arrivato in visita in Italia, ricevuto con gli onori di un capo di stato persino dal Papa®.

Ammirandoti sempre di più, piacerebbe immensamente anche a me essere intervistato per la strada da un qualche operatore dei media, dopo un qualche fatto di cronaca che ha scosso l'opinione pubblica, realizzando peraltro anche l'eterno sogno di apparire seppur per trenta secondi sui teleschermi. Pronunciare con aria afflitta, indignata, preoccupata frasi fatidiche come “qui non si vive più” o “nessuno fa qualcosa”, "era una famiglia normale" o "era una persona solare" per poi avviarsi verso il supermercato già agghindato per il natale il dodici di settembre o roba del genere, o magari tornare verso casa per prepararsi alla cena o a una bella strage in famiglia. Quando sei solare, però, di solito sei morto ammazzato. Sia detto tra parentesi. Considera perlomeno di diventare lunare, o venusiano.

Mi piacerebbe in modo esagerato invocare più sicurezza, più controllo (appunto), più telecamere, più polizia, più carabinieri, più soldati, più delatori, più ogni cosa insomma. Mi piacerebbe sentirmi autenticamente più sicuro quando entro dentro la stazione centrale trasformata in una specie di Santiago dopo il golpe di Pinochet. Blindati, giovani e pettoruti soldati coi fucili d'assalto, negozietti alla moda al posto delle sale d'aspetto, ci scusiamo per il disagio e mitragliette automatiche. Purtroppo per me, non solo non mi sento affatto più sicuro, ma non me ne importa nemmeno nulla. Devo essere, e me ne rendo conto, totalmente malato.

Non immagini neppure, Controllata, Controllato, quanto vorrei sentirmi amica la telecamera. Offrirle un mazzolin di fiori mentre mi sorveglia e mi traccia ad ogni passo che faccio, per proteggermi dal malintenzionato, dall'abusivo e dallo stupratore. A tale ultimo riguardo, però, sono certo che la telecamera non la vorresti in casa tua mentre pesti a sangue tua moglie e magari pure la accoltelli con scrupolo perché vorrebbe separarsi. A dire il vero, Controllata, Controllato, qualche bestemmia quando la tua amica telecamera o qualche altro marchingegno del genere ti becca a 130 all'ora dove c'è il limite di 50, un po' ti incazzi pure tu; ma vuoi mettere. Essere seguito e spiato ovunque non ha prezzo.

Amerei non so dirti come e quanto poter entrare sul tram, in autobus, in treno, o semplicemente camminare per la strada, con in mano uno di quegli apparecchi colorati e di tutte le fogge, e immergermi a spippolare freneticamente, a scorrere paginette con foto di grandi amici e grandi amiche, a conversare di cose sicuramente importantissime, a stare a decidere che cosa si fa stasera per poi non fare, naturalmente, nulla se non continuare a decerebrarsi -pardon, a dipendere dall'uso che se ne fa. Mi piacerebbe finalmente poter avere i miei cinguettii elettronici, perché vuol dire che -in quel momento- sono in contatto
 
Darei un rene, o classicamente una libbra di carne viva al mercante Shylock, per essere un minorenne de' tempi d'oggi. Per ritrovarmi in una scuola-lager col preside sceriffo che ha la sacra missione di far rispettare la legalità. Pagherei per fare l'okkupazione della suddetta scuolina, e ritrovarmi rispedito a casa a calci e a ceffoni dai genitori che, magari, una ventina d'anni fa avevano fatto l'Onda, la Pantera o chissà quale altra cosa curiosamente somigliante al Palio di Siena. Sbaverei per ritrovarmi denunciato o agli arresti domiciliari per aver fatto una scritta su un muro la quale, tanto, sarà cancellata in pompa magna da un sindaco del bello. Senza contare quanto bramerei di poter cadere nella madre dei peccaminosi crimini: fumarmi una sigaretta a scuola. Crimine contro la salute, per altro. Vorrei che, finalmente, il tabaccaio mi chiedesse i documenti se voglio comprarmi un pacchetto di proibitissime sigarette, senza più nemmeno la scusa che sono per il babbo o per la mamma. Genitori debosciatissimi, tra l'altro. Vorrei che il bravo nonno che legge il giornale di regime al bar mi dicesse che me lo merito che m'abbiano stuprata, perché vado in giro vestita da troietta a quattordici anni e mezzo, invocando però la pena di morte per il GPI (Grande Pedofilo Internettaro®) e preparandosi a toccare il culo alla nipotina. E' un'autentica delizia essere minorenni, adesso; ci si resta, tant'è vero, fino a circa quarant'anni inoltrati. Forse anche cinquanta o sessanta.

E che dirti, poi, di quanto mi piacerebbe poter esprimere il mio istantaneo parere a centoquaranta caratteri, che si tratti del goal di Ronaldo, del ponderoso concetto di Giorgio Agamben o del fatto che sono sull'autobus e mi sta bruciando il culo? Ricevere dopo dieci secondi risposte da mezzo mondo dove si dice, cancelletto # alla mano, che è meglio il goal di Lapadula, che è più ponderoso il concetto di Moishe Postone oppure che avrei fatto meglio a pulirmelo meglio dopo cacato? Riesci a immaginarti, Controllata, Controllato, quanto agognerei ad insultare la #Boldrini o qualche altro/a politicante con i peggio orrori, e poi magari ritrovarmi pubblicamente sputtanato coi giornalisti alla porta, piagnucolando, scusandosi, biascicando dei “non so perché l'ho fatto, sono povero, non arrivo a fine mese, pago troppe tasse, ho perso tutto alla banca Etruria, mi dispiace tanto, non volevo”? Così, come quella signora qualche giorno fa, scoprirei finalmente l'uso che se ne fa, oppure l'uso che fanno di te, in modo deliziosamente capillare.

Mi piacerebbe troppo tutto questo. Sentirmi finalmente un piccolo ometto in un ingranaggio universale, un perfetto nessuno sorvegliato giorno e notte fin nel mio letto. Mi piacerebbe poter essere un terremotato di cui vengono filmati gli ultimi istanti di vita perché di fronte a casa mia, alle ore 3,32 o 18,50 o 9,45 c'è una telecamera che riprende la disastrosa scossa e la casa che crolla. Mi piacerebbe essere tracciato ovunque io vada e, a pensarci poi bene, lo sono comunque, che lo voglia o meno. Di isole deserte non ce ne sono più; e se anche ci fossero, sai che du' par di coglioni senza contare il rischio di vederti comunque piombare addosso tutta la troupe dell'Isola dei Famosi. Mi piacerebbe provare sulla mia pelle tutto il profondo senso del degrado e dell'insicurezza. Mi piacerebbe finalmente partecipare anche io alla fiaccolata, alla barricata di Goro e Gorino, al gruppo dei genitori su Whatsapp ('o whatsappatore: i figli so' piezz' 'e core), al cyberbullismo®, agli indignados, al votasì o votanò, e a tante altre decine di migliaia di meravigliose cose che mi sono precluse per la mia assurda e inutile ostinazione.

Significherebbe, finalmente, che sono diventato una persona normale. Come mi disse al telefono, due o tre anni fa, una mia ex fidanzata dell'adolescenza, facendo pure l'accento romanesco. Aveva, peraltro, perfettamente ragione: si pensi che la poverina dovette, per contattarmi dopo una decina d'anni e rotti dall'ultima telefonata, ricorrere al numero di telefono che prima scrivevo su questo blog e “anonimizzarsi” il suo. “Ma nun te riesce de diventà normale?” 

 
Eh no, nun me riesce. E non me ne beo affatto. Tanto, vorrei ripeterlo, Controllata, Controllato, sono comunque come te e non ci posso fare nulla. Tutti sanno perfettamente che ieri sera, alle 20,05, ero al Penny Market accanto a casa mia a fare un po' di ordinaria spesa: tutto è videosorvegliato. Tutti sanno tutto, di me, di te, di noi, di voi. Le nostre antiche città sono stracolme di gente normale che vive normalmente tutto questo, non solo non curandosene minimamente, ma anzi invocandolo, promuovendolo, approvandolo incondizionatamente; e quando il malvagio attentatore salirà su quel tram o su quel treno, o entrerà nella stazione militarizzata, sarà troppo breve l'istante per rendersi conto in quale tragica baggianata ci siamo infilati tutti quanti, noi Controllati, noi morti viventi, noi teste chine senza speranza, noi Smartzombies.

A George Orwell.

sabato 12 novembre 2016

Sogno d'autunno



Piazza Santa Croce, 12 novembre 2016.
(ah no, 4 novembre 1966. Peccato.)

sabato 5 novembre 2016

Costoro


Costoro sono quelli della democrazia. Sono quelli che si scandalizzano per la repressione di Erdogan, salvo dargli immediatamente tutto il sostegno necessario quando il ducetto turco si fabbrica gli autogolpe. Sono quelli che sono per la libertà di espressione e di manifestazione quando riguarda Yoani Sánchez o i fascisti ucraini, ma che vietano le manifestazioni in casa propria mentre ci hanno le loro "kermesse" di merda. Sono quelli a cui piacciono da morire le zone rosse, che siano per un terremoto o per il blocco di una città intera per proteggere i loro mandanti. Costoro sono quelli della democrazia, sì.

Sono quelli che si presentano con decine di blindati, tutti in tenuta antisommossa, pronti ai loro sbarramenti delle strade, alle cariche di alleggerimento (e se non avete mai provato un simile "alleggerimento", vi consiglio di sperimentare quanto sia lieve, soave, etereo), alle manganellate, agli arresti. Specialmente quando a una piazza intera che intendeva manifestare per o contro una data cosa, il diritto di manifestare viene negato un giorno e mezzo prima dello svolgimento. Erano arrivati gli ordini: i damerini della "Leopolda" non desideravano essere disturbati perché loro ci hanno il "futuro". Così recita infatti lo slogan affisso all'ingresso della vecchia stazione fiorentina trasformata, suo malgrado, in letamaio renziano: Il futuro, adesso. Cosa sarà il "futuro, adesso"? Io adesserò, tu adesserai, egli adesserà? Il lessico-base del cazzaro di Rignano sull'Arno ci ha sempre questo "futuro" nel mezzo, a parte quando deve mandare la sbirraglia a reprimere. Allora si torna al caro, vecchio, eterno passato.

Costoro, sono quelli che vengono barbaramente attaccati con poderosi carrelli di verdura (si veda la foto), con letali melanzane, con micidiali zucchine; di fronte a quest'armamento di filiera corta, cosa potranno i fucili d'assalto, i lacrimogeni al CS, i manganelli ad anima metallica? Infatti, come sempre, tra i tutori dell'ordine si sono lamentati i consueti moribondi. Ma come faranno? Secondo me, nelle questure ci devono avere delle apposite squadrette di consumati attori, che a turno interpretano i "feriti" e i "contusi". Ci hanno indosso armature che manco Brancaleone da Norcia, e si fanno contundere dalle melanzane e dai sammarzani. Poi, naturalmente, una volta filmati gli ammelanzanamenti, partono le denunce, gli arresti domiciliari, le carcerazioni. Dall'altra parte, qualche testa spaccata, qualche rivolo di sangue, gente che si riduce a croste di maalox e limone (sperabilmente anch'esso di filiera corta).

Costoro, sono quelli che obbediscono all'ordine di vietare una manifestazione, si dice, per il "No" al referendum, o per un "No" a Matteino, o -più in generale- per un "No" a tutte le bugie, le stronzate, le vuotezze, gli slogan, le arroganze e  le telesvèndite che ci propinano. "Svendita" è il termine che più mi viene in mente, in questi frangenti. Una svendita in cui non c'è neppure il classico miglior offerente; una svendita a "europe" fatte del doppio del niente, a "imprenditori", a "Eataly" (che ottimamente rappresenta il loro magna-magna travestito, naturalmente, da "cultura"). Firenze, in questo senso, è la città-simbolo, la perfetta vetrinetta da esibire all'occorrenza, il tesoruccio da blindare e da precludere a chi dice qualsiasi "No". Firenze è la città del Cazzaro, del resto; mi piacerebbe dire "suo malgrado", ma non è purtroppo così. Firenze è anche una città di tanti cazzari che hanno dato la spinta al boy-scout e alla sua ghenga. A meno che, a questa loro Firenze, non si cambi finalmente nome in "Leopoldville". Si tenga il nome di "Firenze" soltanto per coloro che non hanno ancora chinato la testa, nonostante tutto.

E, costoro, sono quelli che dalla loro "Leopolda", giustappunto, tutta bella agghindata e persino con la "amatriciana solidale" di cui spero s'ingozzino fino a farsi venire una cacaiola altrettanto solidale, mandano a dire: "Giù le mani da Firenze!" Avete capito? E' stato il "tweet" spedito dalla banda del Cazzaro riunita e ben protetta. Da Matteino, e dal suo cockerino Nardella (chiedo scusa, ovviamente, agli incolpevoli e graziosi cani cocker). Costoro, sono quelli che hanno messo le loro mani non solo su Firenze, ma su un paese intero. Sono quelli che, la Firenze sulle quali hanno messo le mani, la usano e la svendono a loro piacimento (per i summit, per i raduni dei "ferraristi" sul Ponte Vecchio, per gli addii al celibato miliardari in Palazzo Pitti, per le nozze dei figli dei nababbi indiani). Sono quelli che sequestrano un territorio per i loro porci comodi e per le loro festicciuole. Sono quelli per cui Firenze, ed ogni altra città, è uno scannatoio pubblico di esistenze. Sono quelli per cui la democrazia è perfettamente rappresentata dai loro sbirri, e che hanno paura persino di un carrello di verdura. Le "mani da Firenze" le dovrebbero togliere loro, perché sono mani sporche di sangue e di escrementi. Costoro, sono quelli che fanno il piagnisteo dei "cervelli in fuga", ma che si premurano, poi e piuttosto, di mandare in fuga migliaia di persone caricate dai celerini. Costoro, sono quelli che spediscono "tweet" con scritto: "Non ci avrete, incappucciati!" Ma certo che "non li avremo", visto che sono là tutti rinchiusi a mangiare "amatriciane solidali" protetti da un'armata intera e a esibire graziose ministrelle coi paparini banchieri, o bancarottieri che dir si voglia.

E' andata a finire, oggi, che un corteo c'è stato; ma in direzione ostinata e contraria a quella della "Leopolda". Talmente ostinata e contraria, da beccarsi un'altra carica in un paio di stradine strette (via della Colonna angolo via della Pergola, voglio essere preciso visto che i bollettini di regime, tipo "Repubblica", non ne fanno almeno per ora menzione). Dicevano, dal camion del "sound system", che oggi "ci siamo ripresi Firenze". Non sarei così ottimista. Non ci siamo ripresi un bel nulla. Firenze se la sono presa loro, ancora una volta, e sarebbe bene rendersene conto visto com'è andata. Per riprendersela davvero, Firenze, e per riprendersi ogni altra città, ogni altra esistenza, ogni altra piazza e ogni altro diritto, ci vuole ben altro. Ci vuole, soprattutto, che il "No" pronunciato forte e chiaro non sia rivolto esclusivamente a un "referendum costituzionale", agendo di conseguenza. E poiché, come si suol dire, "potrebbe andare peggio: potebbe piovere", tutto questo si è svolto, oggi sabato 5 novembre 2016, sotto uno scrupoloso diluvio.

Costoro, infine, sono quelli che a Firenze, in questi giorni, stanno "celebrando" il cinquantesimo anniversario dell'Alluvione. Tornando verso casa, sul tram, destino vuole che passi per forza proprio davanti alla "Leopolda", un bello spettacolino. Oltre allo striscione del "futuro", all'ingresso hanno piazzato un grosso gazebo; si vedono tante giacchine e tante cravattine, si vedono tanti bei trentacinque o quarantenni, tutti così imprenditorialmente casual, tutti così perfettamente sbirrati perché tra la "Leopolda" e Porta al Prato sembrava la sagra dell'autoblindo. Passandoci davanti, mi è venuto da pensare che il modo migliore per "celebrare" l'Alluvione, sarebbe stata una bella alluvioncina "ad hoc", strettamente localizzata, che li affogasse tutti. E senza nemmeno un "angelo del fango" che sia uno. Immaginarli che "twittano" "Giù le mani da Fir....glu bllh glu glu glu" mentre l'Arno fa il suo dovere, non ha avuto prezzo.