mercoledì 10 maggio 2017
Il genere umano
Vi stupite?
Siete esterrefatti? Non vi capacitate? Io no. Per niente. E' tutto
normalissimo; anzi, logico.
Normalissimo
e logico perché l'ho sentito dire coi miei orecchi, apertis verbis,
e nemmeno una volta sola. E non solo in quartieri dove ci sono gli
zìngani.
Così, come
parlare del tempo che fa o della partita di pallone. Persone
normalissime. La mamma col passeggino. Il pensionato e il ragazzotto.
Bisogna bruciarli tutti, anche i bambini. Tanto i bambini poi
crescono. Tanto i bambini rubano pure loro.
Ah,
dimenticavo: i bambini li rapiscono pure, quindi vanno bruciati fin
da piccoli.
Sospetto
fortemente che propositi del genere li abbiate ascoltati anche
voialtri, voialtre. E ho pure qualche sentore che qualcuno di voi li
abbia non solo ascoltati, ma anche fatti.
Ha appena
dichiarato un presidente della repubblica che si tratta di un fatto
“al di fuori del genere umano”. Assolutamente errato. Si tratta
di una cosa pienamente al di dentro del genere umano, e solo di esso.
Non ho notizie di tapiri che abbiano preso una molotov e la abbiano
gettata dentro un camper di lemuri. E nemmeno di faine che abbiano
dato fuoco a un pollaio. Arrivo a rivalutare persino le zanzare.
Il genere
umano, invece, tra un po' si affannerà sui social media. Chi per
stigmatizzare, chi per giustificare. Chi per indignarsi, chi per
esultare come allo stadio. Chi per tirarsi fuori, chi per tirarsi
dentro. Chi anonimo e chi con nome e cognome.
Il genere
umano può benissimo concepire l'odio. L'odio si esplica anche così.
Prendendo una bottiglia incendiaria e dando fuoco al camper degli
zìngani. Ci sono i bambini dentro? Pazienza, magari bruciano anche
meglio.
E non solo
bruciano meglio. Servono, meglio. I bambini sono multiuso. Servono
agli orrori mediatici e servono alle carriere politiche. Servono ai
moderati e servono agli estremisti. Servono alle guerre e servono
alle paci. Servono al fotografo e servono alla mamma col passeggino.
Servono al pòpolo e servono al potere. Di un bambino, davvero, non
si butta via nulla.
Poi, chiaro,
ci sono bambini e bambini. In linea di massima, si dividono in due
categorie: quelli che quando muoiono male ci sono le foto coi
pupazzetti abbandonati, e quelli che quando muoiono male ci sono solo
miserie variamente ambientate (il camper di Roma, il quartiere
siriano, il fondo del mare).
Fossi un
bambino, comincerei a incazzarmi seriamente e a cercare di fare un
po' causa comune. Ma per carità. Nemmeno a dirlo. Ci sono tanti di
quei bravi bambini, scolaretti e scolarette, che darebbero ubbidienti
e senza fiatare una mano alla mamma e al babbo a bruciare il camper
degli zìngani.
E allora,
come si vede, è tutto normalissimo e logico, come si diceva
all'inizio. E umanissimo. Un segno di perfetta umanità. Chiunque sia
stato, ha tolto di mezzo tre potenziali ladri dei nostri
preziosissimi oggetti. Ha eliminato due mocciose zìngane e una
ventenne, gia sicuramente ladra conclamata nonché cacafigli di altri
ladruncoli e mendicanti. Ha dato una mano al mantenimento del decoro
urbano. Ha agito contro il degrado e per la sicurezza. Il genere
umano, appunto.
Tredici
persone dentro un camper: ma si può? E non potevano “andare a
lavorare”? E una casa? Alt. Le case si danno prima agli italiani.
Tipo ai parenti di Gianfranco Fini o al ministro Scajola, a sua
insaputa. E poi gli zìngani non sono “nomadi”? E che stiano
nelle roulottes. Tanto poi, come sanno pure i bambini, le roulottes
sono tirate dalle Mercedes (rubate, naturalmente). “Ci hanno tutti
di quei macchinoni che io me li sogno...” (dice il padre di
famiglia indebitatosi fino all'osso del collo per comprare il SUV da
cinquantamila euro).
Nel
frattempo scatta l'immaginazione. Immaginarsi, che so io, che le
bambine zìngane del camper di Roma incontrino altrove, nel mondo del
niente, i due bambini fatti fuori a martellate dal babbo ex
carabiniere di Trento, quello dell'appartamento da un milione di
euro.
Immaginarsi
una buona volta i bambini ebrei sterminati nei lager che s'incontrano
coi bambini zìngani sterminati nei lager.
Basta
immaginazione, però. Sennò, poi, qualcuno mi accusa di essere un
“buonista”. Lungi da me. Una volta dicevo di essere un
“sognatore”, ora sono diventato finalmente realista. Alla
buon'ora, realista a cinquantaquattr'anni.
Il realismo
più rigoroso mi impone di dire che così è, e che altrimenti oramai
non può essere. Portiamo quindi allo scoperto il nazista che è in
ognuno di noi, e tutto sarà più chiaro, meno ipocrita. Facciamo i
nazisti neri, i nazisti moderati, gli “io non sono nazista però”,
i nazisti rossi, i nazisti anarchici, i nazisti della porta accanto,
i nazisti a macchia di leopardo, i nazisti allegri, i nazisti tristi,
i nazisti a Pontida, i nazisti Posse, i nazisti per legittima difesa,
i nazisti intelligenti, i nazisti idioti, i nazisti adulti e i
nazisti bambini.
E come sono
umani, i nazisti! L'umanità al suo stato puro.
venerdì 21 aprile 2017
Cinquant'anni fa il golpe fascista in Grecia. I nemici entrarono in città.
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| Atene, mattina del 21 aprile 1967. Αθήνα το πρωί του 21. Απριλίου 1967. |
Entrarono in città, i nemici,
sfondarono le porte, i nemici.
Mentre noi ridevamo nei rioni,
il primo giorno.
Entrarono in città, i nemici,
Presero i nostri fratelli, i nemici.
sfondarono le porte, i nemici.
Mentre noi ridevamo nei rioni,
il primo giorno.
Entrarono in città, i nemici,
Presero i nostri fratelli, i nemici.
Mentre noi guardavamo le ragazze,
il giorno dopo.
Entrarono in città, i nemici,
Ci misero a ferro e fuoco, i nemici.
Mentre noi gridavamo nel buio,
il terzo giorno.
Entrarono in città, i nemici,
Tenevano spade in mano, i nemici.
il giorno dopo.
Entrarono in città, i nemici,
Ci misero a ferro e fuoco, i nemici.
Mentre noi gridavamo nel buio,
il terzo giorno.
Entrarono in città, i nemici,
Tenevano spade in mano, i nemici.
E noi credevamo fossero talismani,
il giorno dopo.
Entrarono in città, i nemici,
Distribuivano regali, i nemici.
E noi ridevamo come bambini,
il quinto giorno.
Entrarono in città, i nemici,
Si arrogavano il diritto, i nemici.
E noi gridavamo "evviva!" e "salve!"
e noi gridavamo "evviva!" e "salve!"
come ogni giorno,
come ogni giorno.
il giorno dopo.
Entrarono in città, i nemici,
Distribuivano regali, i nemici.
E noi ridevamo come bambini,
il quinto giorno.
Entrarono in città, i nemici,
Si arrogavano il diritto, i nemici.
E noi gridavamo "evviva!" e "salve!"
e noi gridavamo "evviva!" e "salve!"
come ogni giorno,
come ogni giorno.
Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
τις πόρτες σπάσανε οι οχτροί
και εμείς γελούσαμε στις γειτονιές
την πρώτη μέρα
Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
αδέλφια πήραν οι οχτροί
και ‘μεις κοιτούσαμε τις κοπελιές
την άλλη μέρα
Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
φωτιά μας ρίξαν οι οχτροί
και ‘μεις φωνάζαμε στα σκοτεινά
την τρίτη μέρα
Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
σπαθιά κρατούσαν οι οχτροί
και ‘μεις τα πήραμε για φυλαχτά
την άλλη μέρα
Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
μοιράσανε δώρα οι οχτροί
και ‘μεις γελούσαμε σαν τα παιδιά
την πέμπτη μέρα
Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
κρατούσαν δίκιο οι οχτροί
και ‘μεις φωνάζαμε ζήτω και γεια
και ‘μεις φωνάζαμε ζήτω και γεια
σαν κάθε μέρα
τις πόρτες σπάσανε οι οχτροί
και εμείς γελούσαμε στις γειτονιές
την πρώτη μέρα
Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
αδέλφια πήραν οι οχτροί
και ‘μεις κοιτούσαμε τις κοπελιές
την άλλη μέρα
Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
φωτιά μας ρίξαν οι οχτροί
και ‘μεις φωνάζαμε στα σκοτεινά
την τρίτη μέρα
Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
σπαθιά κρατούσαν οι οχτροί
και ‘μεις τα πήραμε για φυλαχτά
την άλλη μέρα
Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
μοιράσανε δώρα οι οχτροί
και ‘μεις γελούσαμε σαν τα παιδιά
την πέμπτη μέρα
Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
κρατούσαν δίκιο οι οχτροί
και ‘μεις φωνάζαμε ζήτω και γεια
και ‘μεις φωνάζαμε ζήτω και γεια
σαν κάθε μέρα
La storica canzone "Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί" fu scritta da Giorgios Skourtis nel 1970, in piena dittatura, e musicata da uno dei maggiori musicisti greci contemporanei, Giannis Markopoulos. Fu interpretata dal cretese Nikos Xylouris, che tre anni dopo sarebbe stato a cantare tra gli studenti del Politecnico in rivolta e in attesa di essere massacrati. La canzone, in generale, descrive bene quel che accade quando "i nemici entrano in città": arresti, uccisioni, deportazioni, mentre la "maggioranza" ride, scherza, guarda le ragazze e grida evviva perché sono tornati l' "ordine" e la "sicurezza".
giovedì 30 marzo 2017
Gli ulivi di via Ponchielli
L'immagine sopra è stata ripresa a Viareggio nei giorni successivi al 29 giugno 2009.
Mostra, come dovrebbe essere noto, un intero filare di ulivi secolari sradicato a causa del gas. Con alcuni trascurabili effetti collaterali, quali la distruzione completa della zona limitrofa all'uliveto e, in particolare, dell'intera via Amilcare Ponchielli (quella con le case incenerite, nella fotografia). Nonché l'incenerimento, e in taluni casi il dissolvimento, di trentadue persone.
Mi si dice che no, in realtà non si trattava di un uliveto, ma di una stazione ferroviaria. Nella quale ebbe a deragliare, per motivi poi oggetto di un'indagine giudiziaria e di un processo, un treno. Un treno che trasportava un intero carico di un gas, tale GPL (Gas di Petrolio Liquefatto). Del resto, però, Viareggio è in provincia di Lucca, zona famosa da secoli per l'olio buono. Persino Giacomo Casanova in carcere ai Piombi si faceva portare l'olio da Lucca.
Uliveti però ce ne sono tanti anche in Puglia. Ad esempio nel comune di Melendugno (Lecce), vicino a un litorale che prende il nome da San Foca. San Foca, o Focas, o Foca di Sinope, presupposto martire del III secolo dopo Cristo e venerato come protettore dei giardinieri e degli ortolani. Però alcuni lo venerano anche come protettore dei marinai, e persino di coloro che sono stati morsi dai serpenti.
Dovrà specializzarsi, il nostro San Foca, anche come protettore dei gasdotti, d'ora in avanti. Visto che il suo litorale, dopo essere stato approdo di un discreto numero di disgraziati sui barconi, ora è stato scelto come approdo, appunto, di un gigantesco gasdotto multinazionale, il cosiddetto TAP (credo significhi Trans-Adriatic Pipeline o roba del genere). Serve a portare gas dall'Azerbaigian, un lontano paese che un tempo fece parte dell'Unione Sovietica e dove si parla una lingua quasi uguale al turco, ma scritta con l'alfabeto cirillico addizionato di una specie di "e" arrovesciata.
Si chiama "globalizzazione", per la quale il gas dell'Azerbaigian approda a San Foca e fa sradicare gli ulivi di Melendugno. Esattamente come il gas di chissà dove sradica la stazione di Viareggio e tutta via Ponchielli.
Mi si dirà che, forse, sto facendo paragoni un po' arditi. Può darsi. Forse lo avrei pensato io stesso, fino a qualche giorno fa; però, giusto ieri, in televisione mi è capitato di assistere ad una interessante discussione tra due personaggi. Uno era il sindaco di Melendugno (Lecce), il paese degli ulivi sradicati (duecentoundici, per la precisione) e di un pugno di persone che ha tentato di opporsi venendo, ovviamente, spazzato via dalla polizia. L'altra era il cosiddetto Country Manager (in italiano si potrebbe dire "Dirigente Territoriale") del TAP, tale Michele Elia.
Lì per lì mi sono chiesto: ma dove l'ho sentito questo nome? Mi è frullato in testa per un po', finché non mi si è accesa la lampadina. Ma certo. E' il dottor ingegner Michele Mario Elia, dirigente pubblico nonché amministratore delegato, tra il 2006 e il 2014, di Rete Ferroviaria Italiana.
Carica da lui ricoperta il 29 giugno 2009 quando il gas deragliato sradicò mezza Viareggio, e carica in base alla quale il dottor Michele Mario Elia è stato condannato in primo grado dal tribunale di Lucca, il 31 gennaio 2017, ad anni sette e mesi sei di carcere per disastro ferroviario, incendio colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni personali.
Ora fa il Country Manager del gasdotto Transadriatico. Ci deve avere veramente un feeling col gas, il dottor ingegner Elia.
Agli abitanti di via Ponchielli, a questo punto, non resta che erigere nella strada una statua a San Foca l'Ortolano, e magari piantare anche qualche ulivo. A quelli di Melendugno, sperare che al gasdotto non pigli la voglia di fare come il trenino di Viareggio, che ebbe un deciso impatto sulla zona. Un impatto ambientale.
mercoledì 22 marzo 2017
Tutti sbirri!
La cosa era nell'aria da tempo. Mancava soltanto la consacrazione ufficiale, che però si è puntualmente avuta ieri 21 marzo 2017, primo giorno di primavera. Fioriscono i prati, sbocciano le margherite e, finalmente sancito anche dalla piazza e dai giòvani, siamo tutti sbirri.
L'attenta osservazione della realtà è una pratica sempre raccomandabile; essa permette, tra le altre cose, di prepararsi per tempo a ciò che verrà. Per quel che mi riguarda, io non ho atteso certamente questa primavera dell'anno corrente, e sono sbirro già dal 2005, come si può vedere dalla foto che mi ritrae mentre, con piglio atlètico, sto passando di corsa il Terzolle.
Certo, nel raccontare le mie avventure da sbirro, la produzione di RIS - Delitti Imperfetti si trovò di fronte a un problema non di poco conto: come dire, non buco il teleschermo, per usare un eufemismo. Decise quindi di farmi interpretare da un signore di bell'aspetto, tale Lorenzo Flaherty; decisione quanto mai opportuna che mi ha permesso, tra le altre cose, pure di baciare un congruo numero di belle donne:
Un'altra gradita conseguenza del mio notevole anticipo nell'essere tutti sbirri, è che ho una mia personale pagina Wikipedia. Ed è inutile qui che facciate tanto gl'indifferenti e i finti modesti: si sa benissimo che ambireste tutti ad averla. Bene, io cellò, e voi no. Cellò da sbirro? E vabbè, mica potevo pretenderla, che so io, come autore di un corso di islandese o come blogger di un non meglio precisato Asocial Network. L'importante è che cellò.
Essere sempre non solo al passo coi tempi, ma saperli prevedere e anticipare. Non passerà infatti molto tempo che saremo chiamati alla tappa successiva: essere tutti Don Ciotti.
Qui, non lo nascondo, avrò un po' più di difficoltà. D'accordo, essere tutti sbirri non è in fondo difficile, ma essere preti antimafia...? E se il mio aspetto ha obbligato la produzione delle mie avventure sbirresche a farmi interpretare dal sig. Flaherty, chi mi toccherà come prete? Terence Hill è già occupato con Don Matteo, disgraziatamente; sarebbe stato perfetto, in quanto riunisce meravigliosamente in sé sia lo sbirro che il prete.
Se però posso esercitare un'opzione, quando dovremo essere tutti Don Ciotti (senza naturalmente cessare di essere tutti sbirri, va da sé), è la seguente:
venerdì 17 marzo 2017
Diarsera posi un giglio
Se sulla prima, Maremma amara,
non c'è alcun dubbio, sulla seconda ci potrebbe essere una qualche
contesa. Sto parlando delle canzoni popolari toscane più famose, lo
avrete capito: sono uno, del resto, che ha sempre fatto gran giri per il
mondo per poi tornare sempre dalle mie parti, alle quali sono
abbarbicato come una pianta di rosmarino.
Vada come vada, prima o seconda che sia, c'è qualcuno, anzi qualcuna, che c'è sempre di mezzo. Si chiama Caterina Bueno, e il sedici di luglio di quest'anno saranno dieci anni che se n'è andata, con certezza a fare la “Raccattacanzoni” in qualche ignota dimensione o galassia, con la sua vecchia 500, il registratore, il taccuino e le sigarette.
Vada come vada, prima o seconda che sia, c'è qualcuno, anzi qualcuna, che c'è sempre di mezzo. Si chiama Caterina Bueno, e il sedici di luglio di quest'anno saranno dieci anni che se n'è andata, con certezza a fare la “Raccattacanzoni” in qualche ignota dimensione o galassia, con la sua vecchia 500, il registratore, il taccuino e le sigarette.
A modo mio, oppure in qualche modo, ho inteso anche io, nella mia vita,
fare il Raccattacanzoni. Dovessi rendere questa parola, inventata da
Caterina, in una qualche lingua, mi sarebbe del tutto impossibile;
raccattare canzoni come si raccatta un cencio per terra, un oggetto
buttato via, una monetina da due centesimi scivolata da una tasca.
Raccattare canzoni come si raccatta un qualche sogno dimenticato, e le
parole e le musiche che, in un qualche tempo o momento, hanno potuto far
sognare, divertire, incazzare, pensare, amare, odiare.
Ma si parlava delle canzoni toscane, e di quale sia la seconda più famosa. Tra le contendenti, questa qua ha parecchie possibilità di prendersi la medaglia d'argento; però, molti che la conoscono (tra i quali, per esempio, Francesco De Gregori e Roberto Vecchioni) sono tentati di assegnarle la medaglia d'oro per la più bella. Naturalmente è una canzon d'amore; come si dice nel gergo di noialtri raccattacanzoni, sarebbe un Rispetto, quanto a forma poetica e musicale.
E cinquecento catenelle d'oro, la Caterina, la infilò per la prima volta in un suo disco del 1968, chiamato La veglia, pubblicato nei “Dischi del Sole”. Negli anni '60, in Toscana o altrove, si potevano ancora raccattare canzoni per le campagne, magari sulla scorta di vecchi libracci polverosi scritti da preti o da maestri elementari; ora non è più possibile. Il raccattacanzoni del Dumila e rotti raccatta tutto su Internet, a parte qualche fortuito caso personale oppure se lo assiste la memoria. Su Internet lo raccatta, comunque, e su Internet lo rimette.
Girava per le Maremme e per il Valdarno, la Caterina, e da qualche parte si dev'essere sentita cantare di queste catenelle d'oro, che ha reso famose tanto da penetrare nella canzone d'autore. Cinquecento la bagnarola della Caterina, cinquecento le catenelle d'oro, e Cinquecento, con tutta probabilità, anche gli anni che deve aver girato questa canzone prima di approdare al registratore, al taccuino e alla chitarra della Caterina che girava per le campagne toscane nel decennio della rivoluzione, dei Beatles, del rock e della fantasia al potere, andando a cercare vecchie contadine che si ricordavano di qualche canzone che avevano magari imparata da bimba, così come da bimba l'aveva imparata sua nonna che gliela aveva cantata. Da qualche parte c'era il maggio francese, e lei cercava qualche Calendimaggio a Arcidosso o a San Giovanni Valdarno.
Poi faceva i dischi, del Sole o della Luna. Con quella sua vociaccia senza filtro, viene quasi da dire che si fumava due pacchetti di canzoni al giorno. Certo che, poi, le canzoni che raccattava, le rimetteva un po' in sesto. I contadini valdarnesi non ci avevano di certo la chitarrina e non sapevano che quel che stavano cantando era un “rispetto” o qualcos'altro; cantavano con voci ora fioche, ora che rassomigliavano a una zappa. Poi la Caterina, quando faceva i dischi, rendeva “ascoltabili” quegli strazi secolari.
La Caterina, a volte, metteva mano anche alle parole. I canti popolari
sono quasi sempre più lunghi di quelli che si ascoltano. Quelli
originali, a volte, sono delle lungagnate spaventose che, da soli,
occuperebbero un lato intero del vostro disco, vi pungesse vaghezza di
inciderne uno (a vostre spese, ovviamente, perché cose del genere non le
pubblica più nessuno). I canti popolari, quando vengono proposti, sono
generalmente abbreviati; si cantano solo alcune strofe, quelle magari
che più “colpiscono”. Le catenelle d'oro della Caterina ne sono un
esempio, anche se il testo originale non è in questo caso lunghissimo.
E cinquecento catenelle d'oro passa per una stupefacente canzone d'amore eterno; ma, in origine, era un canto nuziale e non era affatto l'innamorata che lo cantava all'innamorato, o viceversa, in qualche segreto convegno perché all'epoca le ragazze stavano rinchiuse in casa, e se le beccavano a cantarsi le canzoncine con l'innamorato, le monacavano. Di origine cinque o seicentesca, era un canto che le amiche della sposa, o le donne di casa, intonavano mentre le preparavano il letto per la prima notte di nozze, quello dove la fanciulla avrebbe cessato di essere tale per diventare una cacafigli (continuando, magari, a spezzarsi la schiena nei campi e in casa). Il canto si chiamava, propriamente, Diarsera posi un giglio, e in certe sue strofe, quelle centrali, diventa stranamente dolente. Stranamente ma non troppo: quelle strofe parlano d'un giglio che sboccia, la fanciullezza alla quale si vuole tanto bene. Il giglio cresce, e cresce, e cresce; e, alla fine, bisogna ricordarsi del bene che gli si è voluto. E così, mentre le donne preparano il letto alla sposa, si rammentano che su quel letto si comincia a appassire. Poi riattaccano con le catenelle.
Ma si parlava delle canzoni toscane, e di quale sia la seconda più famosa. Tra le contendenti, questa qua ha parecchie possibilità di prendersi la medaglia d'argento; però, molti che la conoscono (tra i quali, per esempio, Francesco De Gregori e Roberto Vecchioni) sono tentati di assegnarle la medaglia d'oro per la più bella. Naturalmente è una canzon d'amore; come si dice nel gergo di noialtri raccattacanzoni, sarebbe un Rispetto, quanto a forma poetica e musicale.
E cinquecento catenelle d'oro, la Caterina, la infilò per la prima volta in un suo disco del 1968, chiamato La veglia, pubblicato nei “Dischi del Sole”. Negli anni '60, in Toscana o altrove, si potevano ancora raccattare canzoni per le campagne, magari sulla scorta di vecchi libracci polverosi scritti da preti o da maestri elementari; ora non è più possibile. Il raccattacanzoni del Dumila e rotti raccatta tutto su Internet, a parte qualche fortuito caso personale oppure se lo assiste la memoria. Su Internet lo raccatta, comunque, e su Internet lo rimette.
Girava per le Maremme e per il Valdarno, la Caterina, e da qualche parte si dev'essere sentita cantare di queste catenelle d'oro, che ha reso famose tanto da penetrare nella canzone d'autore. Cinquecento la bagnarola della Caterina, cinquecento le catenelle d'oro, e Cinquecento, con tutta probabilità, anche gli anni che deve aver girato questa canzone prima di approdare al registratore, al taccuino e alla chitarra della Caterina che girava per le campagne toscane nel decennio della rivoluzione, dei Beatles, del rock e della fantasia al potere, andando a cercare vecchie contadine che si ricordavano di qualche canzone che avevano magari imparata da bimba, così come da bimba l'aveva imparata sua nonna che gliela aveva cantata. Da qualche parte c'era il maggio francese, e lei cercava qualche Calendimaggio a Arcidosso o a San Giovanni Valdarno.
Poi faceva i dischi, del Sole o della Luna. Con quella sua vociaccia senza filtro, viene quasi da dire che si fumava due pacchetti di canzoni al giorno. Certo che, poi, le canzoni che raccattava, le rimetteva un po' in sesto. I contadini valdarnesi non ci avevano di certo la chitarrina e non sapevano che quel che stavano cantando era un “rispetto” o qualcos'altro; cantavano con voci ora fioche, ora che rassomigliavano a una zappa. Poi la Caterina, quando faceva i dischi, rendeva “ascoltabili” quegli strazi secolari.
E così, anche le meravigliose catenelle d'oro, sono meravigliose perché
ci ha messo mano la Caterina. Ha sempre funzionato così, quando il canto
popolare e rurale è stato dato in pasto ad un'epoca che non è più la
sua. Se si ascoltassero le registrazioni originali della Caterina e di
chiunque altro abbia raccattato canzoni, non si resisterebbe nemmeno
cinque minuti; se volete, provate, che so, a ascoltare il contadino
Pietro Zeppi di Bivigliano (Firenze) mentre canta Su fratelli pugnamo da forti.
Si dice che per la prima volta, lo Zeppi cantò quella cosa alla
Caterina dopo essere sceso giù da un ulivo che stava potando; poi, nel
1964, la Caterina lo portò a Milano e lo mise a cantare davanti a
Roberto Leydi che registrava, e gli era un gran viaggio di nulla.
Dopodiché lo si confronti con la versione che, della medesima canzone,
hanno fatto Les Anarchistes quando ancora ci sonava e cantava Marco
Rovelli.
E cinquecento catenelle d'oro passa per una stupefacente canzone d'amore eterno; ma, in origine, era un canto nuziale e non era affatto l'innamorata che lo cantava all'innamorato, o viceversa, in qualche segreto convegno perché all'epoca le ragazze stavano rinchiuse in casa, e se le beccavano a cantarsi le canzoncine con l'innamorato, le monacavano. Di origine cinque o seicentesca, era un canto che le amiche della sposa, o le donne di casa, intonavano mentre le preparavano il letto per la prima notte di nozze, quello dove la fanciulla avrebbe cessato di essere tale per diventare una cacafigli (continuando, magari, a spezzarsi la schiena nei campi e in casa). Il canto si chiamava, propriamente, Diarsera posi un giglio, e in certe sue strofe, quelle centrali, diventa stranamente dolente. Stranamente ma non troppo: quelle strofe parlano d'un giglio che sboccia, la fanciullezza alla quale si vuole tanto bene. Il giglio cresce, e cresce, e cresce; e, alla fine, bisogna ricordarsi del bene che gli si è voluto. E così, mentre le donne preparano il letto alla sposa, si rammentano che su quel letto si comincia a appassire. Poi riattaccano con le catenelle.
Quand'ero ragazzino, di fronte a me, in città, stavano due vecchi
contadini inurbati. Lui Torello, lei non mi ricordo come si chiamava.
Lui la zappa e tre guerre, lei la zappa e cinque figli. Una volta, lei
raccontò del suo matrimonio, avvenuto alle Sieci nel 1920 o giù di lì.
Le Sieci, prima di Pontassieve, nel 1920, non erano “campagna” rispetto a
Firenze: erano campagna lontana. Tant'è che dopo il matrimonio, durato
il tempo della messa e d'una bicchierata di vino fra gli uomini (mentre
la sposa riceveva i regali: “tre pentole tutte nòve”, e fine), lo sposo
la portò a fare il viaggio: un giorno a Firenze, che lei non aveva mai
visto, portati su un carro. Poi via nei campi e a fare figli, e chissà
se le su' amiche gliele avranno cantate, le catenelle, alla nonna
Cencetti (il nome non me lo ricordo, ma il cognome sì; morì un bel po'
prima del marito, che ha campato fino a centotré anni).
E così, la Caterina, quelle strofe centrali di cui dicevo prima, non ce le ha messe mica. E non ce le mette mai nessuno, o quasi, almeno a mia conoscenza. Il canto nuziale ha mantenuto solo le catenelle che lo hanno reso canto d'amore, e di quelli che sciolgono chiunque lo ascolti non solo dalla stupefacente raucedine tabaccosa di Caterina, ma anche dalla Ginevrona Di Marco e di chissà quant'altre e altri. Qui sotto, ad esempio, ve lo faccio sentire in virile e possente versione dalla bella voce baritonale di Alessandro Giobbi, detto “Il Menestrello”, che ora, a quanto ne so, fa il babbo a Cecina pur essendo fiorentino DOC. Prima, si sente Carlo Monni.
E così, la Caterina, quelle strofe centrali di cui dicevo prima, non ce le ha messe mica. E non ce le mette mai nessuno, o quasi, almeno a mia conoscenza. Il canto nuziale ha mantenuto solo le catenelle che lo hanno reso canto d'amore, e di quelli che sciolgono chiunque lo ascolti non solo dalla stupefacente raucedine tabaccosa di Caterina, ma anche dalla Ginevrona Di Marco e di chissà quant'altre e altri. Qui sotto, ad esempio, ve lo faccio sentire in virile e possente versione dalla bella voce baritonale di Alessandro Giobbi, detto “Il Menestrello”, che ora, a quanto ne so, fa il babbo a Cecina pur essendo fiorentino DOC. Prima, si sente Carlo Monni.
Insomma, come dire: noialtri Raccattacanzoni, a volte, si “bara” un po'.
Si sa quel che c'è dietro, perché i sogni del canto popolare non sono
mai del tutto lieti, quando e se lo sono. Viene dai poveri, e i poveri
non sono mai stati bene. Quando approda ad un'altra epoca, rimaneggiato o
meno che sia, non è mai del tutto quel che era per davvero (con l'unica
eccezione, forse, dei canti politici e sociali un po' più recenti).
Poi, naturalmente, rimane l'ambiguità di fondo di chi si strugge
nell'ascoltar d'amore eterno e di catenelle d'oro che dovrebbero legare
per sempre due esseri umani in un mondo dove le relazioni umane, ivi
comprese quelle “amorose”, hanno cessato di essere assolute per
aspirazione ideale venendo sostituite, casomai, dal possesso.
Ma, in ogni caso, quel che si canta, che si sia un individuo o una comunità, maschera sempre. Figuriamoci se non lo sapeva Caterina Bueno! E così si prendono anche le catenelle d'oro, cinquecento di numero, mentre si sta abbracciati con occhioni sognanti alla persona amata, o mentre si rimpiange qualcosa che è finito, o mentre ci si appronta a stringere una di quelle catenelle al collo dell'amore eterno fino a strangolarlo. E poi si va a raccattare altre canzoni.
Però sto facendo gran discorsi notturni, lo so. Come se tutti quelli che leggeranno (molto eventualmente) queste cose non facciano altro che cantarsi di catenelle toscane da mane a sera al posto dei karma occidentali e dell'ultimo successo rockettaro americano. Magari non la conoscete nemmeno, 'sta canzone; e allora, spendeteci quei tre minuti che dura, che ora sapete che è pure abbreviata. Se vi va, naturalmente; viene da un'altra epoca, da un altro mondo. Ora non ci sono più le catenelle d'oro, ci sono le catene di montaggio.
Ma, in ogni caso, quel che si canta, che si sia un individuo o una comunità, maschera sempre. Figuriamoci se non lo sapeva Caterina Bueno! E così si prendono anche le catenelle d'oro, cinquecento di numero, mentre si sta abbracciati con occhioni sognanti alla persona amata, o mentre si rimpiange qualcosa che è finito, o mentre ci si appronta a stringere una di quelle catenelle al collo dell'amore eterno fino a strangolarlo. E poi si va a raccattare altre canzoni.
Però sto facendo gran discorsi notturni, lo so. Come se tutti quelli che leggeranno (molto eventualmente) queste cose non facciano altro che cantarsi di catenelle toscane da mane a sera al posto dei karma occidentali e dell'ultimo successo rockettaro americano. Magari non la conoscete nemmeno, 'sta canzone; e allora, spendeteci quei tre minuti che dura, che ora sapete che è pure abbreviata. Se vi va, naturalmente; viene da un'altra epoca, da un altro mondo. Ora non ci sono più le catenelle d'oro, ci sono le catene di montaggio.
E cinquecento catenelle d’oro
Hanno legato lo tuo cuore al mio
E l’hanno fatto tanto stretto il nodo,
Che non si scioglierà né te, né io
E l’hanno fatto un nodo tanto forte
Che non si scioglierà fino alla morte
Diarsera posi un giglio alla finestra
Diarsera ‘l posi e stamani gli è nato
O giglio, giglio, quanto sei crescente
Ricordati del ben ch’io ti vo’ sempre
O giglio giglio quanto sei cresciuto
Ricordati del ben ch’io t’ho voluto
E cinquecento catenelle d’oro
Hanno legato lo tuo cuore al mio
E l’hanno fatto un nodo tanto forte
Che non si scioglierà fino alla morte.
Hanno legato lo tuo cuore al mio
E l’hanno fatto tanto stretto il nodo,
Che non si scioglierà né te, né io
E l’hanno fatto un nodo tanto forte
Che non si scioglierà fino alla morte
Diarsera posi un giglio alla finestra
Diarsera ‘l posi e stamani gli è nato
O giglio, giglio, quanto sei crescente
Ricordati del ben ch’io ti vo’ sempre
O giglio giglio quanto sei cresciuto
Ricordati del ben ch’io t’ho voluto
E cinquecento catenelle d’oro
Hanno legato lo tuo cuore al mio
E l’hanno fatto un nodo tanto forte
Che non si scioglierà fino alla morte.
lunedì 13 marzo 2017
Piccolo test per gli scarsi frequentatori / scarse frequentatrici di questo blog, mezzo oramai obsoleto e superato nel mondo dominato dai Social, dai cinguettii e dai gruppi Whatsapp delle mamme (come diceva Mario Merola in O' Uazzappatore: I figli so' piezz' 'e core!)
Un piccolo test rivolto ai frequentatori e alle frequentatrici di questo blog.
Di fronte a tale immagine, qual è il tuo pensiero immediato?
Hai tre libere e democratiche possibilità, sottolineate dalla grafica assolutamente egualitaria:
1) Una sensazione di giovanile freschezza, di rinnovamento, di voglia di fare,
di ottimismo, di progresso nella legalità, di superamento della crisi economica
e morale della Nazione; in una parola, come so' carini !
2) In Siberia!
3) Una massa di fetenti, di fighetti, di bugiardi, di cialtroni e di occhialuti stile "cervello in fuga",
ma comunque meglio di Salvini, della Meloni e di De Maio....
(Avvertenza: naturalmente non intendo conculcare il tuo diritto di scelta sancito
dalla Costituzione più Bella del Mondo, perché la Libbertà è il sommo bene;
però, se scegli le possibilità 1) e 3) puoi anche fare a meno di continuare a frequentare
- sia pur saltuariamente - questo arcaico blog. Dammi retta: 'un ci venì più.)
giovedì 2 marzo 2017
Claudia aggrappata
Casa mia, che è un buco, ha detto basta. Di libri non ce n'entrano più. Sono dappertutto, scaffali, impilati, in bagno, sulla cassettiera, si stanno inghiottendo anche il televisore e il ripiano della carta igienica, del cotone idrofilo e delle salviette. Così, da un po', ho preso a prendermeli in biblioteca, i libri; l'altro giorno, ad esempio, ho preso in prestito i Quaderni di Lanzarote di José Saramago, che non avevo mai letto. L'edizione italiana è una silloge; non sono certamente tutto il diario che il portoghese tenne a partire dal 1993, quando se ne andò a stare nell'isola delle Canarie assieme alla moglie dopo gli attacchi subiti in Portogallo dopo la pubblicazione del Vangelo secondo Gesù Cristo.
A scanso di equivoci: non amo particolarmente la lettura dei diari di scrittori. Anche quello di Saramago, in certa parte, non fa eccezione: viaggi qua e là, incontri, resoconti piuttosto noiosi. A sua scusante, probabilmente, quella che i suoi quaderni erano affare suo personale; ma il diario di un premio Nobel per la letteratura non è il diario Vitt. Morto lo scrittore, viene pubblicato (l'edizione italiana è, infatti, del 2010), e lui lo sa benissimo che troverà avidi lettori della sua cosiddetta vita quotidiana, che comprende anche tutta una serie di cani (anzi, di cagne) arrivatigli a casa. Ecco, sì, sono uno di quelli. Per Saramago prendo anche il diario in biblioteca, d'accordo. Nella mia vita non ho mai avuto molti lussi, ma quello di aver potuto leggere L'anno della morte di Ricardo Reis direttamente in portoghese, sì. E così, dai Quaderni, ho addirittura appreso del giorno in cui gli venne (a Saramago, dico, non a Ricardo Reis) l'idea di scrivere Cecità. Poi ci sono alcuni pensieri e considerazioni, un divertente appunto sugli orgasmi di Santa Teresa d'Avila, una sparata a zero su Teresa di Calcutta che mi ha provocato scomposte reazioni di entusiasmo.
C'è anche un pensiero su quando una persona si accorge di essere diventata vecchia. È del 31 dicembre 1996. Il 31 dicembre 1996 Saramago aveva settantaquattro anni e io ne avevo trentatré. Dice così: "Credo di avere scoperto stamattina che cos'è realmente la vecchiaia. Ero ancora a metà tra la veglia e il sonno, come ad Amherst, la mattina in cui mi 'vidi' sfilare dentro la testa il nocciolo di Tutti i nomi, e all'improvviso ho capito che si entra nella vecchiaia quando si ha l'impressione di occupare sempre meno spazio nel mondo. Durante l'infanzia e l'adolescenza crediamo che lo spazio sia tutto nostro ed esista apposta per essere nostro, nell'età matura cominciamo a sospettare che in definitiva non sia proprio così e lottiamo perché lo sembri, e si comincia ad essere vecchi quando ci accorgiamo che la nostra esistenza è indifferente al mondo. È chiaro che lo era sempre stata, ma noi non lo sapevamo."
In ultima analisi, per queste poche righe è valsa perfettamente la pena essermi sciroppato anche i resoconti degli incontri letterari, dei viaggi e di quant'altro. Mi correggo: ne è valsa la pena anche per la storia di un cinese conoscitore della lingua portoghese, che negli anni precedenti la "rivoluzione culturale" aveva quasi ultimato la traduzione in cinese dei Lusiadi di Camões. Fu redarguito e minacciato dalle "guardie rosse" in quanto stava occupandosi di un'opera straniera; ed erano minacce da non prendere certo alla leggera. Si tenne quindi un consiglio di famiglia sul da farsi; la traduzione cinese dei Lusiadi, centinaia di pagine, fu bruciata.
Quanto allo spazio nel mondo, i pensieri ne debbono sempre generare altri, a condizione che si sia disposti a coglierli sia da Saramago come dal proprio vicino di casa, dai quaderni del Premio Nobel come dall'elenco del telefono (che sta scomparendo). Non è poi che il pensiero di Saramago mi abbia generato chissà quale elevatezza da riportare qua dentro, una cosa che è pur sempre un diario seppure non quadernato. Mi è venuto da pensare, quale che sia la mia età attuale, che di spazio nel mondo ne ho comunque occupato abbastanza, viste le mie dimensioni. Nell'adolescenza, anzi, ne occupavo di meno, visto che ero parecchio più secco di adesso; quanto a quello che occuperò in vecchiaia, vattelappesca. Sono però ragionevolmente certo che occuperò, alla fine, una buca di circa due metri di lunghezza a meno che qualcuno, come mi piacerebbe, non si occupi di buttarmi in mare, opportunamente zavorrato, di fronte a Galenzana. Un pochino al largo, però. Se mi buttate dalla riva, l'acqua è alta mezzo metro fino a non si sa dove e mi ritrovo al massimo a fare il morto. Tutto intero, comunque; ai pesci piace la ciccia, non le ceneri.
Libri. Non ne parlo spesso, ed è meglio così perché, in fondo, non ne so neppure parlare molto bene. Quelli di cui so parlare peggio e con più difficoltà sono proprio quelli che davvero hanno significato qualcosa per me. Nei libri, poi, a volte si trovano cose del tutto inaspettate; ed è a questo punto che, da questo mio diario fatto di quaderni elettronici, vorrei per una volta rivolgermi direttamente a José Saramago. Mi piace pensare che lo interesserebbe, o quantomeno incuriosirebbe.
Caro Saramago, nella copia dei tuoi Quaderni di Lanzarote in silloge e in traduzione italiana che ho preso in prestito sabato scorso, 25 febbraio 2017, alla biblioteca comunale dell'Isolotto (Firenze), c'è una cosa. Qualcuno ci ha scritto quel che pare un incubo, non si sa se a occhi chiusi o aperti.
In fondo al volume, sulla pagina bianca prima dell'indice, quel qualcuno ha preso addirittura un pennarello (nero), dimostrando sì scarso senso civico ma evidentemente spinto da un bisogno impellente, imprescindibile e insopprimibile, e ha scritto quanto segue:
"Naufragio in città (onde altissime) con Claudia che si aggrappa ed io insanguinato la spingo via."
Segue un'altra parola che non mi è riuscito decifrare. Potrebbe essere "sono", ma potrebbe essere anche "sesso". La parola è staccata dalla frase precedente, in disparte sulla sinistra. Personalmente, propendo per il "sono" come prima persona del verbo "essere"; potrebbe essere stato l'inizio di un periodo che continuava a descrivere l'incubo, ma qualcosa ha interrotto il qualcuno. Finanche un addetto della biblioteca che si è accorto che stava scrivendo con un pennarello su un libro di pubblica lettura, e che lo ha rimproverato oppure buttato fuori a calci nel culo.
Che ne sarà stato, però, del naufragio in città e di Claudia che si aggrappa a lui insanguinato? L'espulsione dalla biblioteca lo avrà indotto a naufragare tra via Chiusi, piazza Sansepolcro e via Massa, mentre Claudia si ritrovava, spinta via e di lui insanguinata, di fronte all'Esselunga di via Canova...? E le onde altissime? Avrà, per vendicarsi, preso a martellate il fontanello di Renzi di fronte alla biblioteca, provocando un'alluvione di acqua gassata...? Non lo si saprà mai. Caro Saramago, indicativamente sarei tentato di proporti di continuare tu la storia; del resto, si trova come lacerto, come frammento, come disiectum membrum su un tuo libro, sui tuoi quaderni di Lanzarote. Ah, mi dici che sei morto. E che sarà mai? Di morti che scrivono, sai quanti ce ne sono; prendi, che so io, Alessandro Baricco o Susanna Tamaro, non mi dirai mica che non può scrivere qualcosa José Saramago morto...?
Se proprio non te la senti, mi è venuta un'idea: prima o poi la scrivo io. Ho già pronto il titolo: "Claudia aggrappata". Quando sarà pronta, però, almeno la prefazione me la fai ché sarebbe una bella promozione, accidenti. Riccardo Venturi, Claudia aggrappata, prefazione di José Saramago. Poi, se ti va, si va a occupare pure un po' di spazio nel mondo e a mangiare qualcosa. Però paghi tu.
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