giovedì 10 gennaio 2019

Compagno Baglioni, presente!!!....


Elisa e Matteo ai tempi felici, affettando salamini ITALIANI.

E tu come stai 2.0
Ho girato e rigirato
Senza sapere dove migrare,
E me so' fatto pane e Nutella
E mezzo chilo de stracciatella,
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?
E mi fanno compagnia
Quaranta tweet al minuto,
E m'è migrato pure er cane,
Magno Nutella senza er pane,
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?....
Tu come vivi,
Che cucinavi
Oggi alla tivvù..?!?
Mo' me magno uno gnù...!
Chi segue ogni tuo passo...?
Sarà la Digos
Che t'ho messo alle spalle...
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?... 
['a Mattè'...me faccio li cazzi miei, alla lettera!...]
Ieri ho aggiornato
Er mi' profilo de Feisbùc,
Me sento vòto, me sento morto,
Me so' chiuso da solo un porto,
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu cosa pensi,
Te vedi co' Renzi...?
Se t'ha portata via, 
Occhio alla Polizzìa...!
Chi si stende al tuo fianco
E se fa er sèrfi
Anche se va in bianco...
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?
Non è cambiato niente, no!
Mo' me preparo un bel decreto,
Stoppo er barcone, je do de bàlta,
E se mi va invado Malta,
Tu come stai...?
Tu come stai...?



mercoledì 9 gennaio 2019

La parola Lavoro




  1. Esposizione.

La parola “lavoro” è, in sé, ambivalente. Può indicare sia un'opera compiuta, sia l'attività esercitata per compierla. Nella realtà storica delle lingue indoeuropee i due concetti, come è più che naturale, vanno sia di pari passo, sia si confondono; l'opera realizzata e la fatica spesa non sono separabili. Non esiste in ogni caso, a livello originario, una qualsiasi nozione che riporti al “lavoro intellettuale”, ed è qualcosa di assolutamente naturale: prima della creazione e dello sviluppo delle culture scritte, dell'elaborazione filosofica e scientifica, della composizione letteraria e dell'indagine storica, il “lavoro” è la fatica necessaria e imposta per compiere qualcosa di materiale, indipendentemente o, come è infinitamente più comune, sotto un padrone.

Le varie lingue indoeuropee non sono state univoche per indicare il “lavoro” quanto alle radici di derivazione che sono arrivate fino alle lingue moderne; il lavoro non appartiene ai concetti fondamentali della relazione umana, della sua struttura e della sua percezione dell'ambiente circostante (due esempi per tutti: le relazioni familiari e i termini relativi alla terra e all'acqua). Con la nascita e con lo sviluppo dell'agricoltura, del commercio e della costruzione, il “lavoro” si connota basandosi su radici parecchio varie, vale a dire di differente origine semantica; quel che però, ad un certo punto, viene percepito in maniera assolutamente comune, è il lavoro come fatica, come costrizione, come imposizione forzata. Si potrebbe dire che l'espressione “lavori forzati”, intesa come estrema e terribile pena giudiziaria, riflette un'antichissima tautologia. In tutte le radici indoeuropee che hanno dato luogo ai termini per “lavoro” ed “opera”, pur nella loro varietà, esistono i concetti basilari di “fatica” e “costrizione”; ne consegue che, se il lavoro viene imposto per il profitto di pochi padroni (parola che reca in sé la derivazione da “padre”), coloro ai quali esso viene imposti sono gli schiavi. E il concetto di “schiavitù” per “lavoro” è comunissimo. Il lavoro è schiavitù, e le parole non mentono mai quando si sviluppano liberamente nelle coscienze delle comunità storiche.

L'italiano lavoro risale direttamente al latino labor “fatica”; il verbo derivato laborare significa “durare fatica” e, fin dall'antichità, indica la fatica per eccellenza: lavorare la terra. Il termine permette di andare direttamente ad una delle grandi “aree del lavoro” delle lingue indoeuropee: quella che risale alla radice indoeuropea *rabh- / *robh- / *rbh- dal significato primario di “afferrare”, “prendere con la forza”. A tale riguardo, è necessario seppur sommariamente specificare che, a livello indoeuropeo, le liquide [r] e [l] sono assolutamente la medesima cosa, un'evoluzione del medesimo fonema consonantico (per cui, ad esempio, la radice della “luce” compare come lux o light in certe lingue, e come roz o roká- in altre, perlopiù indoiraniche; il capodanno iranico, il celebre newroz, significa “luce nuova”). La radice *rabh- si ritrova direttamente nel sanscrito rábhate “divengo padrone; mi impadronisco”, rábhas “movimento violento dell'anima o del corpo; impeto, forza; violenza”; nel suo sviluppo ulteriore con la liquida [l] anche nel comune verbo lábate “prende”, “cattura” (in sanscrito, fin dai tempi del grande grammatico Pànini, i verbi si nominano alla III persona singolare del presente indicativo). Il lavoro sarebbe quindi una “cattura”, un “impadronirsi con la forza”. La medesima radice indoeuropea, nella sua “variante con la [l]”, e munita nel sistema del presente di un infisso nasale, è alla base del comunissimo verbo greco λαμβάνω [lambánō]“prendo”, aoristo ἔ-λαβον [élabon] “presi”, nel greco moderno λαβαίνω, έλαβα [lavéno, élava]; ma lo è anche del termine, assai meno comune, λάφυρον [láphyron] “preda di caccia” ; “spoglia del nemico ucciso”.

Le lingue slave mostrano già la naturale evoluzione semantica che va dall' “impadronirsi” alla “schiavitù”, alla riduzione in servaggio. Nella più antica forma pervenuta di una lingua slava, l'antico bulgaro o antico slavo ecclesiastico, la radice ha dato luogo in primis a рабъ [rabŭ], che significa tout court “schiavo, servo”: è parola panslava (bulgaro роб [rob], russo раб-ыня [rabynja], con derivazione, ecc.). Passa quindi automaticamente al “lavorare”: già nel suddetto antico bulgaro, работа [rabota] copre i campi semantici del “lavoro”, della “schiavitù” e della “servitù della gleba”. La situazione si evolve ulteriormente nel cèco storico, dove robit significa soltanto “lavorare”, e robota “lavoro [materiale]”; come tutti sanno, da questo termine Karel Čapek derivò il termine robot per il suo dramma utopistico fantascientifico R.U.R. (1920), ovvero Rossumovi Univerzální Roboti “Robot Universali della Rossum” (ove il nome dell'azienda produttrice degli automi-schiavi, la Rossum, deriva da rozum “ragione”). Il termine slavo per lo “schiavo” passa peraltro così com'è nella lingua ungherese, di tutt'altra origine: rab (si pronuncia [råb] ed è presente nel primo verso dell'Internazionale in ungherese, Fel, fel ti rabjai a földnek “Su, su, voi schiavi della terra”). In altre lingue slave, come il serbocroato, il verbo robiti si è genericizzato: significa, più che altro, “fare”. Uno di quei casi in cui la storia di una parola fa venire qualche bordone: per una data evoluzione storica, qualunque cosa si “faccia” riporta ad un'antica schiavitù.

Per il lavoro, il russo sembra divergere dalle sue consorelle slave. In russo, “lavoro” si dice труд [trud]. Divergere? Il termine, anch'esso presente nell'antico bulgaro o antico slavo ecclesiastico трѹдъ [trudŭ], significa: “fatica, pena, schiavitù, lotta per non soccombere”. Dovunque si vada a parare, il “lavoro” non appartiene ai concetti piacevoli della vita: appartiene alla pena, al dolore, alla mancanza di libertà, al servaggio. L'ungherese, che non è lingua slava e neppure indoeuropea, per il “lavoro” si è sentita però in dovere di ricorrere ad un altro prestito slavo, dolog (da cui dolgozik “egli lavora” e dolgozó “lavoratore”), una parola che significa: “necessità, dovere imposto, costrizione”.

Finita qui con il *rabh- indoeuropeo? Niente affatto. Le radici indoeuropee, oltre al fenomeno caratteristico dell'apofonia (vale a dire il loro comparire nella “forma debole” caratterizzata dalla presenza della vocale /a/, nella “forma forte” caratterizzata dalla vocale /o/ e dalla “forma ridotta” caratterizzata dall'assenza di vocale e dall'eventuale presenza di una sonante), nella loro evoluzione storica presentano ogni sorta di accidente fonetico. Così, ad esempio, nelle lingue germaniche è stata scelta la forma ridotta della radice, *rbh-, la quale, per evidenti difficoltà di pronuncia, ad un certo punto ha dato luogo a *arbh- con la una prefissazione vocalica. Nella più antica lingua germanica testimoniata, il gotico (sec. IV d.C.), compare già il termine derivato arbaíþi [da leggersi: /árbethi/] “fatica, lavoro”. Nell'alto tedesco antico compare come arabeit, e nel tedesco moderno come Arbeit, quello che “macht frei”. Parola, che, dal tedesco (o meglio, dal basso tedesco) è passata, come prestito, in tutte le lingue scandinave continentali (danese arbede, svedese e norvegese arbete). L'islandese, la “nonna” delle lingue germaniche, ne ha dato uno sviluppo autonomo: erfiði, che non significa “lavoro” ma comunque “fatica fisica, pena, travaglio”.

Prima di terminare con *rabh- , occorre accennare al fatto che la sua forma ridotta *rbh-, testè vista per le lingue germaniche e con la medesima prefissazione vocalica, è presente nel greco ἄλφ-ημα [álphēma]. Cosa significa questa non comune parola? “Mercede, fatica, lavoro, corvée”. C'est étonnant. E, in ultimo, che la sua primeva origine come “movimento violento dell'anima e del corpo” è alla base anche del latino rabies “rabbia” (accesso violento che prende, si direbbe ora “raptus” per altro derivato anch'egli dalla medesima radice), nonché di robur “ròvere” (albero di grande forza, da cui il derivato robustus).

Dunque, “lavoro” = “cattura, riduzione in schiavitù, impadronimento”. Nelle lingue romanze, o neolatine, il termine labor si è generalizzato come “lavoro” soltanto in italiano (il rumeno ha muncă, un prestito slavo). Nelle altre lingue significa piuttosto “fatica” e, quindi, “lavoro della terra” (francese labeur; labourer “lavorare la terra”, spagnolo labrar, labrador -che è anche il nome della penisola e del cane-, portoghese lavrar, lavrador). Per il “lavoro” in senso generico, molte lingue neolatine hanno preferito un altro piacevole termine, quello del nostro “travaglio”, del francese travail, dello spagnolo trabajo, del catalano treball, del portoghese travalho, del sardo traballu.

In questo caso non si risale affatto all'antichità indoeuropea, ma a una forma e a uno strumento di tortura: il tripalium. Tre pali, disposti uno in verticali e gli altri due a X, ai quali il torturando veniva legato; viene, tra gli altri, menzionato da Cicerone nell'orazione In Verrem (“Contro Verre”, 70 a.C.) come forma di tortura nata da un sistema per immobilizzare bestiame riottoso e riservata, naturalmente, agli schiavi ribelli (come tale, viene descritta allo stesso modo in un testo molto posteriore, il Concilio di Auxerre del 582 d.C., specificando che si trattava di una procedura talmente crudele che ai chierici veniva proibito di assistere alle sessioni di tortura col tripalium). Questa simpaticissima punizione riservata agli schiavi è stata associata al lavoro, alla pena fisica e morale, alle doglie del parto e alle tribolazioni del viaggio (è alla base, mediante il franconormanno, anche dell'inglese travel). Da notare che, il più delle volte, al tripalium con il relativo tripaliatus veniva, che quest'ultimo fosse o meno già morto, dato fuoco. Ad un certo punto, nella coscienza popolare, il “lavoro” è stato paragonato ad una cosa del genere.

La lingua greca, sia antica che moderna, ha sviluppato appieno la distinzione tra l' “opera” (il lavoro compiuto) e il “lavoro” come attività. Per il “lavoro” come “opera” c'è poco da dire, anche la relativa radice, quella di ἔργον [érgon], da *ϝέργον [wérgon; la “ϝ” è il digamma indicante il fonema /w/, ancora presente nelle fasi più antiche del greco e in Omero, ma scomparso nelle fasi storiche del greco sebbene conservatosi in uno sperduto dialetto ancora parlato, lo zacònico], è panindoeuropea, *werg- / *worg- / *wrg-, quella del semplice “fare”. Analizzarla significherebbe perdersi in un oceano, dalle lingue germaniche (inglese work, tedesco Werk) all'armeno gorc; anche se va detto che ha anch'essa degli sviluppi un po' sinistri, visto che la ritroviamo anche nel greco ὀργή [orghé] “rabbia, collera”, nell'antico bulgaro vĭrša “rete per acchiappare i pesci al passaggio”, nell'antico irlandese ferg “rabbia, ira” (irlandese moderno: fearg) e nel tocario wark “frusta, scudiscio” (il tocario è una lingua indoeuropea i cui documenti su tavolette sono stati scoperti nel XX secolo nel Turkestan cinese, più o meno dove ora stanno gli Uiguri). Da dire comunque che, in greco -anche moderno- il verbo “lavorare” presenta un'interessante dicotomia. Da un lato c'è il “lavorare” come attività produttiva organizzata e industriale, espresso mediante il classico ἐργάζομαι [ergázomai, mod. ergázome]. Il “lavoratore” in senso elevato, cosciente, è un ἐργαστής [ergastēs, mod. ergastís] o un ἐργαζόμενος [ergazómenos]. Dall'altro c'è il “lavoro” come termine generico, basso, crudo: in greco moderno è δουλειά [dhouliá], mentre lavorare è δουλεύω [dhulévo]. Entrambi i termini risalgono a quelli classici per “schiavitù”, δουλεία [douléia], e “sono schiavo”, δουλεύω [douléuō]. Non è certamente un caso che i termini “elevati” siano stati filtrati dalla “lingua ufficiale” arcaizzante, la katharévousa, rimasta in uso formale fino al 1974 (quando fu abolita dopo la fine della dittatura dei Colonnelli; il dittatore Papadopoulos, quello della “Grecia dei Greci cristiani”, si esprimeva praticamente in greco antico!): la lingua dell'élite, della Chiesa, della burocrazia, dei padroni. La dhimotikí, il neogreco popolare, diceva e dice tuttora di essere schiavo quando va a sgobbare. Interessante notare che per la “schiavo” in senso proprio, il neogreco può usare sia il termine classico, δούλος [doúlos], sia, più comunemente, il prestito veneziano σκλάβος [sklávos], propriamente derivato dagli “slavi”, popoli schiavi assoggettati. “Schiavitù” è sia σκλαβιἀ [sklaviá], sia il classico δουλεία, pronunciato [dhoulía], che si distingue dal “lavoro” [dhouliá] solo per la posizione dell'accento.

L'evoluzione forse più originale e interessante, per quanto riguarda il “lavoro”, si ha però in quei pochi paesi del Salento dove ancora si parla il griko, il greco salentino che, assieme a quel pochissimo che ne resta anche in Calabria (il grecanico) rappresenta le ultima vestigia storiche del greco della Magna Grecia. Pur avendo sotto molti aspetti seguito l'evoluzione del greco di Grecia e dei suoi dialetti moderni, il griko salentino ha -ovviamente- caratteristiche tutte sue. Non soltanto per la presenza massiccia di termini salentini, ma anche per sviluppi particolari dei termini di pura origine greca (alcuni dei quali sono, come è normale nei linguaggi isolati, arcaismi notevoli). Bene, nel griko salentino di Calimera, “lavorare” si dice polemáo. Vale a dire: nel Salento griko non si va al lavoro, si va alla guerra. Il “lavoro” come sostantivo è però il pugliese fatía, propriamente il “lavoro come bracciante” (“fatica”).

  1. Esercizio.
    Sostituire, nel seguente brano, il termine “lavoro” con termini desunti dall'Esposizione.
    Esempio: “Il nuovo fanatismo della schiavitù”...
“Il nuovo fanatismo del lavoro, con cui questa società reagisce alla morte del suo idolo, è lo stadio finale di una lunga storia. Dall'epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro. Soprattutto negli ultimi 150 anni, le teorie sociali e le correnti politiche sono state addirittura possedute dall'idea del lavoro. Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all'ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali si sono sacrificati insieme all'idolo 'lavoro'. Il verso dell'inno dei lavoratori dell'Internazionale che recita : 'Non c'è posto per gli oziosi' ha trovato un'eco macabra nell'iscrizione 'Il lavoro rende liberi' sopra l'ingresso del lager di Auschwitz. Poi le democrazie pluralistiche del dopoguerra hanno fatto solenne giuramento di difendere l'eterna dittatura del lavoro. Perfino la costituzione della cattolicissima Baviera, proprio nel solco della tradizione di Lutero, insegna ai cittadini: 'Il lavoro è la fonte del benessere del popolo e si trova sotto la particolare protezione dello Stato', e il primo articolo della costituzione dell'Italia, culla del cattolicesimo, recita: 'L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Alla fine del XX secolo, tutti i contrasti ideologici sono praticamente svaniti nell'aria. In vita è rimasto lo spietato dogma comune che il lavoro è la vocazione naturale dell'uomo.”

[Robert Kurz, Norbert Trenkle, Anselm Jappe (Gruppo Krisis): Manifesto contro il lavoro, ed. italiana, 2003 Derive/Approdi, pp. 14/15]


mercoledì 2 gennaio 2019

Nuova ballata in onore delli imbecilli di tutti i Paesi



Conosco l’Imbecilli delle Antologie, colle malinconie
di castrare le statue e le liriche,
e di sciupare, nella melma, i fiori.

Ho visto l’Imbecille a discutere Iddio
senza averlo cercato ne’ fornelli chimici.

Ho visto molti Imbecilli canori come sciacalli
che giuocavan, sui dadi, la prima nota e l’ultima
di certe canzoni peregrine non composte ancora.

Ho visto l’Imbecilli letterati, spudorati
per le loro sciocchezze, menarne vanto,
come un incanto d’errori di sintassi e di gramatica.

Ho visto l’Imbecille al Finimondo,
l’Imbecilli politici, statisti e arringa-popoli,
sfacciati ed imprudenti, stolti e paralitici.

Tra l’Imbecilli e i Coccodrilli è poca distinzione:
la Storia Naturale spiega il Natale
dell’una e dell’altra bestia:
dal fango delle inondazioni.

L’Imbecilli si soffiano il naso:
noi non siam persuasi della loro onestà.

Soffiansi il naso ed asciugansi l’occhi:
queste lustre alli sciocchi fanno di sicurtà.

Piangono l’Imbecilli; non ci credete;
la cattiveria tira le cuoja all’ignoranza,
ma sopra a quanto avanza,
combinano un grazioso giuocherello;
preparano il giubbetto a chi diffida,
al rosso farsetto
stiran le vertebre.

L’Imbecilli hanno il catarro:
essi aggiogano al carro, invece de’ pazienti buoi,
l’eroi dell’a venire.

Ho veduto dei grandi Imbecilli
girar poc’anzi a stuolo per il mio paese,
molte pretese sciorinando al Sole.

Ho veduto l’altr’jeri a concistoro in un palazzo antico
molti Imbecilli foggiare un intrico contro il Pensiero.

Ed ho veduto un Generale ameno
ricondurre il sereno sulle tombe
col buon ajuto della cannonata,
beata partecipazione del moschetto alla galera,
lezion buona e severa a chi verrà.

L’Imbecille è crudele.
Bestia rara! Le più rare s’accovaccian dentro all’are,
le preclare vanno a torno a buggerare,
le più care sono preste a malignare,
le più avare danno fondo al fondo mare.

Ora il mar, che fan seccare, stenta un poco a preparare
funerali e bare; ma verrà, quando verrà, la calamità.
Piangeranno, grideranno! Chi sa quanti in quel mattino
strilleranno in un cantuccio, per la triste avversità.
Poco furbi, o troppo tardi?
Per colmare la tormenta si saran raccomandati
alla comoda prudenza dei cerotti immostardati
dai magni economisti gagliardi e liberisti.


Gian Pietro Lucini
1867-1914

giovedì 27 settembre 2018

Nervature di tempo




Proprio come una rondine 
ridisegna sul cielo 
il sacro della primavera 
o l'involo dell'estate, 
la mia canzone, semplicemente 
vorrebbe dire mietere una felicità attesa 

Ma non può dimenticare 
l'odio boia 

Cosí come nasce un amore 
negli occhi di un bambino 
e come nasce un bambino 
nel profondo di un amore, 
questa canzone, semplicemente 
mi nasce per esser state 
l'amore e la libertà 
le mie nervature di tempo 

Ma non può dimenticare 
la catena aguzzina 

Così come il bosco 
passa dall'ombra alla luce 
come il bosco canta 
di foreste alle chitarre, 
la mia canzone, semplicemente 
da una linfa di terra 
vorrebbe dire sperare 
che una gola si empia di vento 
che spazzi via i fuochi infernali 
che consumano il sangue 

E non può dimenticare 
ciò che uccide i bambini.

Manu Lannhuel, 1977

sabato 8 settembre 2018

Sospiro di sollievo...!



Si può essere tutti quanti sollevati: nonostante le previsioni catastrofiche, il panzone milanese e tutto il resto, LVI , che quando c'era i treni arrivavano in orario, non è ancora tornato. Con 200 minuti di ritardo sull'EuroNotte 294 per Monaco, del resto, LVI non sarebbe arrivato in tempo alla conferenza del 1938 e magari la Storia avrebbe preso un altro corso. Il fascismo, quindi, non c'è: si è fermato, sembra, tra Settebagni e Capena, alle porte di Roma, per un guasto sulla linea. La Nuova Resistenza comincia da Settebagni! E pure l'otto settembre!

lunedì 3 settembre 2018

La vita è breve e i libri son tanti




Si va stavolta un po' indietro nel tempo, nella Firenze seicentesca che sarebbe stata ancora Medicea per un secolo; una Firenze che i libri di storia dicono oramai in decadenza, oramai priva da un secolo e mezzo della sua enorme potenza politica e culturale, avviata a un declino che sembra inarrestabile. E giа allora i fiorentini rimpiangono il passato, si lamentano della sporcizia e della mancanza di spazio, e si dividono in inutili fazioni tollerate da una blanda tirannia e da una dinastia di autocrati che sta morendo nell'impotenza e nella malattia. Non vi sono più molti spiriti originali, ma è l'epoca della grande erudizione; e di molti eruditi di quel tempo è piena ancora Firenze, in nomi incisi su targhe stradali. Nomi che non dicono più niente alla maggior parte di noi; alzi ad esempio la mano chi, passando da Corso de' Tintori a Piazza di Santa Croce per un breve tratto di strada, si è mai chiesto chi mai fosse quell'Antonio Magliabechi cui la via è da sempre dedicata. Eppure, dietro ogni nome c'è una vita ed una storia; ed è la vita e la storia proprio di quel nome di cui si parlerа qui. La storia di un uomo che amava i libri più d'ogni altra cosa al mondo.

Antonio Magliabechi era nato a Firenze, in via de' Pepi, il 28 o 29 ottobre 1633. Era figlio d'un piccolo orefice, Marco Magliabechi, e d'una donna dal nome assai singolare: si chiamava infatti Ginevra Baldorietta. Il padre lo avviò, com'era d'uso, al mestiere di bottega fin dalla più tenera etа; e Antonio divenne un orefice di valore. Ma la sua vera passione, quella che davvero la divorava, era un altra: sapere, conoscere, leggere, apprendere. Il giorno lavorava, e la notte leggeva e studiava i libri che si comprava coi pochi soldi che il padre gli dava; perché il figlio a bottega dal padre riceveva, e non sempre, poco o niente. La vera paga era imparare il mestiere alla perfezione in modo, poi, da trasmetterlo a sua volta al figlio. Questo è stato l'artigianato fiorentino fino a non molto tempo fa.

Antonio Magliabechi tenne coscienziosamente la bottega fino all'età di quarant'anni; ma già da quanto ne aveva solo sedici in città si parlava di lui come di un vero e proprio genio. Dotato di una memoria assolutamente stupefacente, paragonabile veramente a quella del famoso Pico della Mirandola, quando poteva si aggirava per i librai della città e comprava tutto quello che poteva; senza contare che qualche libraio, commosso e incuriosito dalla passione del giovane, i libri glieli "prestava" ben sapendo che non sarebbero mai stati restituiti. Fu cosí che Michele Ermini, bibliotecario del cardinale de' Medici, si accorse delle sue capacità e gli insegnò gratuitamente il Latino, il Greco e l'Ebraico, lingue che Antonio apprese alla perfezione e con una rapidità sconcertante. La sua fama cresceva e cresceva, ma continuava a tenere la bottega paterna ed a fabbricar gioielli e vezzi, perché nella vita non si sa mai.

Giunto all'età di quarant'anni, dotato di una cultura assolutamente immensa in ogni campo dello scibile umano, il modesto orefice continuava la sua vita spartana fra i suoi libri, che oramai erano divenuti in numero assai considerevole. Per i libri rinunciava a tutto: si faceva bastare un tozzo di pane, vestiva in modo che definire trasandato sarebbe stato un eufemismo e non gli si era mai vista accanto una donna nemmeno col cannocchiale. Quale donna, del resto, avrebbe voluto vivere accanto ad una persona del genere? L'unico vizio che si concedeva era il fumo del tabacco; non mangiava quasi, ma fumava come un turco aggiungendone il puzzo all'odore non propriamente gradevole che già emanava.

Fu a quel punto che il sogno della sua vita ebbe finalmente ad avverarsi: morto in tarda etа Michele Ermini, il suo vecchio maestro, il granduca Cosimo III trovò del tutto naturale nominare suo bibliotecario personale quello strano e stupefacente personaggio, che i fiorentini di allora chiamavano affettuosamente "Zio Tarlo" (o semplicemente " I' Tarlo"). Correva l'anno 1673; Antonio Magliabechi vendette la bottega, prese i suoi libri e s'installò a palazzo, rifiutando però il sontuoso appartamento che il granduca gli aveva messo a disposizione. Non ne aveva bisogno; si fece dare una stanzetta spoglia, che gli era più che sufficiente. In realtà campava nella biblioteca.

Ben presto, il ripugnante bibliotecario divenne la figura centrale nella vita culturale fiorentina. La sua memoria prodigiosa gli permetteva di sapere non solo tutto su ogni cosa, ma addirittura di conoscere alla perfezione ogni libro che si trovava nella biblioteca ed in altre biblioteche che non aveva mai visto, che gli comunicavano per lettera gli inventari e il contenuto delle opere che possedevano. Non contentandosi di questo, se qualcuno solo gli nominava un breve brano di un'opera contenuta nella sua biblioteca, senz'altra specificazione, era capace all'istante di dirne l'autore, il titolo, il paragrafo e la pagina esatta in cui il brano si trovava. La Biblioteca Medicea conteneva allora più di sessantamila volumi, ventisettemila dei quali costituivano la biblioteca privata che Antonio Magliabechi s'era formato negli anni e che s'era portato dietro aggiungendola a quella storica.

Antonio Magliabechi divenne celebre in tutta Europa. Studiosi ed eruditi di ogni nazione corrispondevano con lui e ne ricercavano il parere; malgrado i suoi costumi assolutamente spartani, anzi diogeneschi (con la biblioteca al posto della botte), non era un "orso" ed aveva anzi un carattere spiritoso, amichevole. A chiunque gli ponesse anche la domanda più difficile e astrusa, era pronto a rispondere, direttamente o per lettera, in modo esauriente e gentilissimo, senza fare assolutamente pesare le proprie conoscenze inarrivabili. La sua modestia, tra l'altro, gli impedí sempre di firmare con il proprio nome una gran quantità d'opere "altrui" delle quali era invece, quando non l'autore completo, perlomeno il collaboratore principale.

Gli stranieri che arrivavano a Firenze ed avevano a che fare con lui ne tracciano un ritratto ammirato e inconfondibile. Nel lodare ovviamente la sua cultura miracolosa, ne parlano come un vecchio ed eccentrico scapolo dall'aspetto sempre più ripugnante con il passar degli anni. Sporco, sempre a fumare o a masticare tabacco, perennemente a leggere nella biblioteca dove sbocconcellava anche i suoi magerrimi pasti infilando fette di salame tra le pagine, a mo' di segnalibro, riprendendole magari il giorno dopo e mangiandosele come se niente fosse. Per più di vent'anni gli si vide addosso sempre lo stesso vestito, finché, non restandogliene che dei brandelli, il granduca non lo costrinse ad acquistarsene uno nuovo. E a chi gli chiedeva come mai insistesse a far quella vita, dato che la sua carica era ben pagata ed era diventato ricco, rispondeva sempre con la stessa frase: "La vita è breve, e i libri son tanti".

I soldi che guadagnava, li adoperava ancora allo stesso modo: comprando libri, libri, libri e libri. Che imparava a memoria in un battibaleno, perché la memoria gli era rimasta quella dei vent'anni, ed ammassandoli in ogni dove. La Biblioteca Medicea divenne troppo stretta, ed era l'unica al mondo dove il catalogo fosse inutile. C'era già un catalogo vivente che si chiamava Antonio Magliabechi. E fu cosí che la sua vita continuò fino alla fine, quella vita troppo breve per tutti i libri del mondo ma singolarmente lunga per l'epoca e, soprattutto, per la condotta di vita che aveva sempre menato. Il vecchio Magliabechi, però, ad un certo punto, s'ammalò gravemente; necessitando di assistenza, fu portato al convento di Santa Maria Novella dove si lasciò morire perché era stato strappato ai suoi libri, cioè all'amore unico ed assoluto della sua vita. Morí il 4 luglio 1714, all'età di ottantun anno. Lasciò tutti i suoi libri al granduca di Toscana, alla sola condizione che egli costituisse una biblioteca veramente pubblica, aperta a tutti, libera. Il suo patrimonio, praticamente mai intaccato, volle che andasse invece ai poveri della città.

Il granduca esaudí scrupolosamente le ultime volontà di Antonio Magliabechi; e la Magliabechiana divenne la prima biblioteca autenticamente pubblica di tutta Europa. Nel 1861, appena costituito il Regno d'Italia, Vittorio Emanuele I emise un decreto "ad hoc" con il quale, dopo secoli, la Magliabechiana tornava ad unirsi con l'ex biblioteca granducale, la Palatina. E' questo il nucleo originale di quella che adesso è la Biblioteca Nazionale Centrale. Via Antonio Magliabechi sorge su un suo lato. E m'immagino se il vecchio Antonio potesse tornare anche un sol giorno sulla terra, e vederla -pur nelle sue tante magagne e con un'alluvione sul groppone- coi suoi nove o dieci milioni di volumi. Chissа cosa chiederebbe al Padreterno, forse una quindicina d'altre vite brevi perché i libri son diventati davvero tanti.

Originariamente pubblicato sul newsgroup Usenet "italia.firenze.discussioni" il 9 giugno 2003.

lunedì 20 agosto 2018

Jettatori !



Insomma, in pochi giorni prima salta in aria la tangenziale di Bologna, poi l'incidente di Foggia, poi crolla il ponte a Genova, c'è il terremoto in Molise e, infine, il torrente calabrese travolge gli escursionisti!!!

Secondo me è tutto chiaro: questi due qua sotto PORTANO UNO SCULO DELLA MADONNA !!!


D'accordo che sembrano due beccamorti già di loro; ma sarebbe bene che vi poneste qualche domanda, invece di applaudirli ai funerali!

Lancia anche tu l'ascetàgghe #salviniedimaioportanoiella! Fai anche tu ogni tanto una cosa utile coi tuoi social del cazzo !!!