giovedì 10 gennaio 2019
mercoledì 9 gennaio 2019
La parola Lavoro
- Esposizione.
La
parola “lavoro” è, in sé, ambivalente. Può indicare sia
un'opera compiuta, sia l'attività esercitata per compierla. Nella
realtà storica delle lingue indoeuropee i due concetti, come è più
che naturale, vanno sia di pari passo, sia si confondono; l'opera
realizzata e la fatica spesa non sono separabili. Non esiste in ogni
caso, a livello originario, una qualsiasi nozione che riporti al
“lavoro intellettuale”, ed è qualcosa di assolutamente naturale:
prima della creazione e dello sviluppo delle culture scritte,
dell'elaborazione filosofica e scientifica, della composizione
letteraria e dell'indagine storica, il “lavoro” è la fatica
necessaria e imposta per compiere qualcosa di materiale,
indipendentemente o, come è infinitamente più comune, sotto un
padrone.
Le
varie lingue indoeuropee non sono state univoche per indicare il
“lavoro” quanto alle radici di derivazione che sono arrivate fino
alle lingue moderne; il lavoro non appartiene ai concetti
fondamentali della relazione umana, della sua struttura e della sua
percezione dell'ambiente circostante (due esempi per tutti: le
relazioni familiari e i termini relativi alla terra e all'acqua). Con
la nascita e con lo sviluppo dell'agricoltura, del commercio e della
costruzione, il “lavoro” si connota basandosi su radici parecchio
varie, vale a dire di differente origine semantica; quel che però,
ad un certo punto, viene percepito in maniera assolutamente comune, è
il lavoro come fatica, come costrizione, come imposizione forzata. Si
potrebbe dire che l'espressione “lavori forzati”, intesa come
estrema e terribile pena giudiziaria, riflette un'antichissima
tautologia. In tutte le radici indoeuropee che hanno dato luogo ai
termini per “lavoro” ed “opera”, pur nella loro varietà,
esistono i concetti basilari di “fatica” e “costrizione”; ne
consegue che, se il lavoro viene imposto per il profitto di pochi
padroni (parola che reca in sé la derivazione da “padre”),
coloro ai quali esso viene imposti sono gli schiavi. E il concetto di
“schiavitù” per “lavoro” è comunissimo. Il lavoro è
schiavitù, e le parole non mentono mai quando si sviluppano
liberamente nelle coscienze delle comunità storiche.
L'italiano
lavoro risale direttamente al
latino labor “fatica”;
il verbo derivato laborare
significa “durare fatica” e, fin dall'antichità, indica la
fatica per eccellenza: lavorare la terra. Il termine permette di
andare direttamente ad una delle grandi “aree del lavoro” delle
lingue indoeuropee: quella che risale alla radice indoeuropea *rabh-
/ *robh- / *rbh- dal significato
primario di “afferrare”, “prendere con la forza”. A tale
riguardo, è necessario seppur sommariamente specificare che, a
livello indoeuropeo, le liquide [r] e [l] sono assolutamente la
medesima cosa, un'evoluzione del medesimo fonema consonantico (per
cui, ad esempio, la radice della “luce” compare come lux
o light
in certe lingue, e come roz
o roká- in altre,
perlopiù indoiraniche; il capodanno iranico, il celebre newroz,
significa “luce nuova”). La radice *rabh-
si ritrova direttamente nel sanscrito rábhate “divengo
padrone; mi impadronisco”, rábhas
“movimento violento dell'anima o del corpo; impeto, forza;
violenza”; nel suo sviluppo ulteriore con la liquida [l] anche nel
comune verbo lábate “prende”,
“cattura” (in sanscrito, fin dai tempi del grande grammatico
Pànini, i verbi si nominano alla III persona singolare del presente
indicativo). Il lavoro sarebbe
quindi una “cattura”, un “impadronirsi con la forza”. La
medesima radice indoeuropea, nella sua “variante con la [l]”, e
munita nel sistema del presente di un infisso nasale, è alla base
del comunissimo verbo greco λαμβάνω
[lambánō]“prendo”,
aoristo ἔ-λαβον
[élabon]
“presi”,
nel greco moderno λαβαίνω,
έλαβα
[lavéno,
élava]; ma lo è anche del termine, assai meno comune, λάφυρον
[láphyron]
“preda di caccia” ; “spoglia del nemico ucciso”.
Le
lingue slave mostrano già la naturale evoluzione semantica che va
dall' “impadronirsi” alla “schiavitù”, alla riduzione in
servaggio. Nella più antica forma pervenuta di una lingua slava,
l'antico bulgaro o antico slavo ecclesiastico, la radice ha dato
luogo in primis a рабъ
[rabŭ],
che significa tout court “schiavo, servo”: è parola panslava
(bulgaro роб [rob],
russo раб-ыня
[rabynja],
con derivazione, ecc.). Passa quindi automaticamente al “lavorare”:
già nel suddetto antico bulgaro, работа
[rabota]
copre i campi semantici del “lavoro”, della “schiavitù” e
della “servitù della gleba”. La situazione si evolve
ulteriormente nel cèco storico, dove robit
significa soltanto “lavorare”, e robota
“lavoro
[materiale]”; come tutti sanno, da questo termine Karel Čapek
derivò il termine robot
per
il suo dramma utopistico fantascientifico R.U.R.
(1920),
ovvero Rossumovi
Univerzální Roboti
“Robot Universali della Rossum” (ove il nome dell'azienda
produttrice degli automi-schiavi, la Rossum, deriva da rozum
“ragione”).
Il termine slavo per lo “schiavo” passa peraltro così com'è
nella lingua ungherese, di tutt'altra origine: rab
(si pronuncia [råb] ed è presente nel primo verso
dell'Internazionale
in
ungherese, Fel,
fel ti rabjai a földnek
“Su, su, voi schiavi della terra”). In altre lingue slave, come
il serbocroato,
il
verbo robiti
si è genericizzato: significa, più che altro, “fare”. Uno di
quei casi in cui la storia di una parola fa venire qualche bordone:
per una data evoluzione storica, qualunque cosa si “faccia”
riporta ad un'antica schiavitù.
Per
il lavoro, il russo sembra divergere dalle sue consorelle slave. In
russo, “lavoro” si dice труд
[trud].
Divergere? Il termine, anch'esso presente nell'antico bulgaro o
antico slavo ecclesiastico трѹдъ [trudŭ], significa: “fatica,
pena, schiavitù, lotta per non soccombere”. Dovunque si vada a
parare, il “lavoro” non appartiene ai concetti piacevoli della
vita: appartiene alla pena, al dolore, alla mancanza di libertà, al
servaggio. L'ungherese, che non è lingua slava e neppure
indoeuropea, per il “lavoro” si è sentita però in dovere di
ricorrere ad un altro prestito slavo, dolog
(da cui dolgozik
“egli lavora” e dolgozó
“lavoratore”), una parola che significa: “necessità, dovere
imposto, costrizione”.
Finita
qui con il *rabh-
indoeuropeo?
Niente affatto. Le radici indoeuropee, oltre al fenomeno
caratteristico dell'apofonia (vale a dire il loro comparire nella
“forma debole” caratterizzata dalla presenza della vocale /a/,
nella “forma forte” caratterizzata dalla vocale /o/ e dalla
“forma ridotta” caratterizzata dall'assenza di vocale e
dall'eventuale presenza di una sonante), nella loro evoluzione
storica presentano ogni sorta di accidente fonetico. Così, ad
esempio, nelle lingue germaniche è stata scelta la forma ridotta
della radice, *rbh-,
la quale, per evidenti difficoltà di pronuncia, ad un certo punto ha
dato luogo a *arbh-
con
la una prefissazione vocalica. Nella più antica lingua germanica
testimoniata, il gotico (sec. IV d.C.), compare già il termine
derivato arbaíþi
[da leggersi: /árbethi/] “fatica, lavoro”. Nell'alto tedesco
antico compare come arabeit,
e nel tedesco moderno come Arbeit,
quello che “macht frei”. Parola, che, dal tedesco (o meglio, dal
basso tedesco) è passata, come prestito, in tutte le lingue
scandinave continentali (danese arbede,
svedese e norvegese arbete).
L'islandese, la “nonna” delle lingue germaniche, ne ha dato uno
sviluppo autonomo: erfiði,
che non significa “lavoro” ma comunque “fatica fisica, pena,
travaglio”.
Prima
di terminare con *rabh-
,
occorre accennare al fatto che la sua forma ridotta *rbh-,
testè vista per le lingue germaniche e con la medesima prefissazione
vocalica, è presente nel greco ἄλφ-ημα
[álphēma]. Cosa significa questa non comune parola? “Mercede,
fatica, lavoro, corvée”. C'est étonnant. E, in ultimo, che la sua
primeva origine come “movimento violento dell'anima e del corpo”
è alla base anche del latino rabies
“rabbia”
(accesso violento che prende, si direbbe ora “raptus” per altro
derivato anch'egli dalla medesima radice), nonché di robur
“ròvere”
(albero di grande forza, da cui il derivato robustus).
Dunque,
“lavoro” = “cattura, riduzione in schiavitù, impadronimento”.
Nelle lingue romanze, o neolatine, il termine labor
si è generalizzato come “lavoro” soltanto in italiano (il rumeno
ha muncă,
un prestito slavo). Nelle altre lingue significa piuttosto “fatica”
e, quindi, “lavoro della terra” (francese labeur;
labourer “lavorare
la terra”, spagnolo labrar,
labrador
-che è anche il nome della penisola e del cane-, portoghese lavrar,
lavrador).
Per il “lavoro” in senso generico, molte lingue neolatine hanno
preferito un altro piacevole termine, quello del nostro “travaglio”,
del francese travail,
dello spagnolo trabajo,
del catalano treball,
del portoghese travalho,
del sardo traballu.
In
questo caso non si risale affatto all'antichità indoeuropea, ma a
una forma e a uno strumento di tortura: il tripalium.
Tre pali, disposti uno in verticali e gli altri due a X, ai quali il
torturando veniva legato; viene, tra gli altri, menzionato da
Cicerone nell'orazione In
Verrem (“Contro
Verre”, 70 a.C.) come forma di tortura nata da un sistema per
immobilizzare bestiame riottoso e riservata, naturalmente, agli
schiavi ribelli (come tale, viene descritta allo stesso modo in un
testo molto posteriore, il Concilio
di Auxerre del
582 d.C., specificando che si trattava di una procedura talmente
crudele che ai chierici veniva proibito di assistere alle sessioni di
tortura col tripalium).
Questa simpaticissima punizione riservata agli schiavi è stata
associata al lavoro, alla pena fisica e morale, alle doglie del parto
e alle tribolazioni del viaggio (è alla base, mediante il
franconormanno, anche dell'inglese travel).
Da notare che, il più delle volte, al tripalium
con
il relativo tripaliatus
veniva,
che quest'ultimo fosse o meno già morto, dato fuoco. Ad un certo
punto, nella coscienza popolare, il “lavoro” è stato paragonato
ad una cosa del genere.
La
lingua greca, sia antica che moderna, ha sviluppato appieno la
distinzione tra l' “opera” (il lavoro compiuto) e il “lavoro”
come attività. Per il “lavoro” come “opera” c'è poco da
dire, anche la relativa radice, quella di ἔργον
[érgon],
da
*ϝέργον
[wérgon;
la “ϝ” è il digamma
indicante
il fonema /w/, ancora presente nelle fasi più antiche del greco e in
Omero, ma scomparso nelle fasi storiche del greco
sebbene
conservatosi in uno sperduto dialetto ancora parlato, lo zacònico],
è panindoeuropea, *werg-
/ *worg- / *wrg-, quella
del semplice “fare”. Analizzarla significherebbe perdersi in un
oceano, dalle lingue germaniche (inglese work,
tedesco
Werk)
all'armeno gorc;
anche
se va detto che ha anch'essa degli sviluppi un po' sinistri, visto
che la ritroviamo anche nel greco ὀργή
[orghé]
“rabbia,
collera”, nell'antico bulgaro vĭrša
“rete per acchiappare i pesci al passaggio”, nell'antico
irlandese ferg
“rabbia,
ira” (irlandese moderno: fearg)
e nel tocario wark
“frusta, scudiscio” (il tocario è una lingua indoeuropea i cui
documenti su tavolette sono stati scoperti nel XX secolo nel
Turkestan cinese, più o meno dove ora stanno gli Uiguri). Da dire
comunque che, in greco -anche moderno- il verbo “lavorare”
presenta un'interessante dicotomia. Da un lato c'è il “lavorare”
come attività produttiva organizzata e industriale, espresso
mediante il classico ἐργάζομαι
[ergázomai,
mod.
ergázome].
Il “lavoratore” in senso elevato, cosciente, è un ἐργαστής
[ergastēs,
mod.
ergastís]
o un ἐργαζόμενος
[ergazómenos].
Dall'altro c'è il “lavoro” come termine generico, basso, crudo:
in greco moderno è δουλειά
[dhouliá],
mentre lavorare è δουλεύω
[dhulévo].
Entrambi i termini risalgono a quelli classici per “schiavitù”,
δουλεία
[douléia],
e “sono schiavo”, δουλεύω
[douléuō].
Non è certamente un caso che i termini “elevati” siano stati
filtrati dalla “lingua ufficiale” arcaizzante, la katharévousa,
rimasta in uso formale fino al 1974 (quando fu abolita dopo la fine
della dittatura dei Colonnelli; il dittatore Papadopoulos, quello
della “Grecia dei Greci cristiani”, si esprimeva praticamente in
greco antico!): la lingua dell'élite, della Chiesa, della
burocrazia, dei padroni. La dhimotikí,
il neogreco popolare, diceva e dice tuttora di essere schiavo quando
va a sgobbare. Interessante notare che per la “schiavo” in senso
proprio, il neogreco può usare sia il termine classico, δούλος
[doúlos],
sia, più comunemente, il prestito veneziano σκλάβος
[sklávos],
propriamente derivato dagli “slavi”, popoli schiavi assoggettati.
“Schiavitù” è sia σκλαβιἀ
[sklaviá],
sia il classico δουλεία,
pronunciato
[dhoulía], che si distingue dal “lavoro” [dhouliá] solo per la
posizione dell'accento.
L'evoluzione
forse più originale e interessante, per quanto riguarda il “lavoro”,
si ha però in quei pochi paesi del Salento dove ancora si parla il
griko,
il greco salentino che, assieme a quel pochissimo che ne resta anche
in Calabria (il grecanico)
rappresenta le ultima vestigia storiche del greco della Magna Grecia.
Pur avendo sotto molti aspetti seguito l'evoluzione del greco di
Grecia e dei suoi dialetti moderni, il griko salentino ha
-ovviamente- caratteristiche tutte sue. Non soltanto per la presenza
massiccia di termini salentini, ma anche per sviluppi particolari dei
termini di pura origine greca (alcuni dei quali sono, come è normale
nei linguaggi isolati, arcaismi notevoli). Bene, nel griko salentino
di Calimera, “lavorare” si dice polemáo.
Vale a dire: nel Salento griko non si va al lavoro, si va alla
guerra. Il “lavoro” come sostantivo è però il pugliese fatía,
propriamente il “lavoro come bracciante” (“fatica”).
- Esercizio.Sostituire, nel seguente brano, il termine “lavoro” con termini desunti dall'Esposizione.Esempio: “Il nuovo fanatismo della schiavitù”...
“Il
nuovo fanatismo del lavoro, con cui questa società reagisce alla
morte del suo idolo, è lo stadio finale di una lunga storia.
Dall'epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della
modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro.
Soprattutto negli ultimi 150 anni, le teorie sociali e le correnti
politiche sono state addirittura possedute dall'idea del lavoro.
Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti
fino all'ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali si sono
sacrificati insieme all'idolo 'lavoro'. Il verso dell'inno dei
lavoratori dell'Internazionale che recita : 'Non c'è posto per gli
oziosi' ha trovato un'eco macabra nell'iscrizione 'Il lavoro rende
liberi' sopra l'ingresso del lager di Auschwitz. Poi le democrazie
pluralistiche del dopoguerra hanno fatto solenne giuramento di
difendere l'eterna dittatura del lavoro. Perfino la costituzione
della cattolicissima Baviera, proprio nel solco della tradizione di
Lutero, insegna ai cittadini: 'Il lavoro è la fonte del benessere
del popolo e si trova sotto la particolare protezione dello Stato', e
il primo articolo della costituzione dell'Italia, culla del
cattolicesimo, recita: 'L'Italia è una Repubblica fondata sul
lavoro. Alla fine del XX secolo, tutti i contrasti ideologici sono
praticamente svaniti nell'aria. In vita è rimasto lo spietato dogma
comune che il lavoro è la vocazione naturale dell'uomo.”
[Robert
Kurz, Norbert Trenkle, Anselm Jappe (Gruppo Krisis): Manifesto contro
il lavoro, ed. italiana, 2003 Derive/Approdi, pp. 14/15]
mercoledì 2 gennaio 2019
Nuova ballata in onore delli imbecilli di tutti i Paesi
Conosco l’Imbecilli delle Antologie, colle malinconie
di castrare le statue e le liriche,
e di sciupare, nella melma, i fiori.
Ho visto l’Imbecille a discutere Iddio
senza averlo cercato ne’ fornelli chimici.
Ho visto molti Imbecilli canori come sciacalli
che giuocavan, sui dadi, la prima nota e l’ultima
di certe canzoni peregrine non composte ancora.
Ho visto l’Imbecilli letterati, spudorati
per le loro sciocchezze, menarne vanto,
come un incanto d’errori di sintassi e di gramatica.
Ho visto l’Imbecille al Finimondo,
l’Imbecilli politici, statisti e arringa-popoli,
sfacciati ed imprudenti, stolti e paralitici.
Tra l’Imbecilli e i Coccodrilli è poca distinzione:
la Storia Naturale spiega il Natale
dell’una e dell’altra bestia:
dal fango delle inondazioni.
L’Imbecilli si soffiano il naso:
noi non siam persuasi della loro onestà.
Soffiansi il naso ed asciugansi l’occhi:
queste lustre alli sciocchi fanno di sicurtà.
Piangono l’Imbecilli; non ci credete;
la cattiveria tira le cuoja all’ignoranza,
ma sopra a quanto avanza,
combinano un grazioso giuocherello;
preparano il giubbetto a chi diffida,
al rosso farsetto
stiran le vertebre.
L’Imbecilli hanno il catarro:
essi aggiogano al carro, invece de’ pazienti buoi,
l’eroi dell’a venire.
Ho veduto dei grandi Imbecilli
girar poc’anzi a stuolo per il mio paese,
molte pretese sciorinando al Sole.
Ho veduto l’altr’jeri a concistoro in un palazzo antico
molti Imbecilli foggiare un intrico contro il Pensiero.
Ed ho veduto un Generale ameno
ricondurre il sereno sulle tombe
col buon ajuto della cannonata,
beata partecipazione del moschetto alla galera,
lezion buona e severa a chi verrà.
L’Imbecille è crudele.
Bestia rara! Le più rare s’accovaccian dentro all’are,
le preclare vanno a torno a buggerare,
le più care sono preste a malignare,
le più avare danno fondo al fondo mare.
Ora il mar, che fan seccare, stenta un poco a preparare
funerali e bare; ma verrà, quando verrà, la calamità.
Piangeranno, grideranno! Chi sa quanti in quel mattino
strilleranno in un cantuccio, per la triste avversità.
Poco furbi, o troppo tardi?
Per colmare la tormenta si saran raccomandati
alla comoda prudenza dei cerotti immostardati
dai magni economisti gagliardi e liberisti.
Gian Pietro Lucini
1867-1914
giovedì 27 settembre 2018
Nervature di tempo
Proprio come una rondine
ridisegna sul cielo
il sacro della primavera
o l'involo dell'estate,
la mia canzone, semplicemente
vorrebbe dire mietere
una felicità attesa
Ma non può dimenticare
l'odio boia
Cosí come nasce un amore
negli occhi di un bambino
e come nasce un bambino
nel profondo di un amore,
questa canzone, semplicemente
mi nasce per esser state
l'amore e la libertà
le mie nervature di tempo
Ma non può dimenticare
la catena aguzzina
Così come il bosco
passa
dall'ombra alla luce
come il bosco canta
di foreste alle chitarre,
la mia canzone, semplicemente
da una linfa di terra
vorrebbe dire sperare
che una gola si empia
di vento
che spazzi via
i fuochi infernali
che consumano il sangue
E non può dimenticare
ciò che uccide i bambini.
Manu Lannhuel, 1977
sabato 8 settembre 2018
Sospiro di sollievo...!
Si può essere tutti quanti sollevati: nonostante le previsioni catastrofiche, il panzone milanese e tutto il resto, LVI , che quando c'era i treni arrivavano in orario, non è ancora tornato. Con 200 minuti di ritardo sull'EuroNotte 294 per Monaco, del resto, LVI non sarebbe arrivato in tempo alla conferenza del 1938 e magari la Storia avrebbe preso un altro corso. Il fascismo, quindi, non c'è: si è fermato, sembra, tra Settebagni e Capena, alle porte di Roma, per un guasto sulla linea. La Nuova Resistenza comincia da Settebagni! E pure l'otto settembre!
lunedì 3 settembre 2018
La vita è breve e i libri son tanti
Si
va stavolta un po' indietro nel tempo,
nella
Firenze seicentesca che sarebbe stata ancora Medicea per un
secolo;
una Firenze che i libri di storia dicono oramai in decadenza,
oramai
priva da un secolo e mezzo della sua enorme potenza politica e
culturale,
avviata a un declino che sembra inarrestabile. E giа allora
i
fiorentini rimpiangono il passato, si lamentano della sporcizia e
della
mancanza di spazio, e si dividono in inutili fazioni tollerate
da
una blanda tirannia e da una dinastia di autocrati che sta
morendo nell'impotenza
e nella malattia. Non
vi sono più molti spiriti originali, ma è l'epoca della grande
erudizione; e di molti eruditi di quel tempo è piena ancora Firenze,
in nomi incisi su targhe stradali. Nomi che non dicono più niente
alla maggior parte di noi; alzi ad esempio la mano chi, passando da
Corso de' Tintori a Piazza di Santa Croce per un breve tratto di
strada, si è mai chiesto chi mai fosse quell'Antonio Magliabechi cui
la via è da sempre dedicata. Eppure, dietro ogni nome c'è una vita
ed una storia; ed è la vita e la storia proprio di quel nome di cui
si parlerа qui. La storia di un uomo che amava i libri più d'ogni
altra cosa al mondo.
Antonio
Magliabechi era nato a Firenze, in via de' Pepi, il 28 o 29 ottobre 1633.
Era figlio d'un piccolo orefice, Marco Magliabechi, e d'una donna dal
nome assai singolare: si chiamava infatti Ginevra Baldorietta. Il
padre lo avviò, com'era d'uso, al mestiere di bottega fin dalla più
tenera etа; e Antonio divenne un orefice di valore. Ma la sua vera
passione, quella che davvero la divorava, era un altra: sapere,
conoscere, leggere, apprendere. Il giorno lavorava, e la notte
leggeva e studiava i libri che si comprava coi pochi soldi che il
padre gli dava; perché il figlio a bottega dal padre riceveva, e non
sempre, poco o niente. La vera paga era imparare il mestiere alla
perfezione in modo, poi, da trasmetterlo a sua volta al figlio.
Questo è stato l'artigianato fiorentino fino a non molto tempo fa.
Antonio
Magliabechi tenne coscienziosamente la bottega fino all'età di
quarant'anni; ma già da quanto ne aveva solo sedici in città si
parlava di lui come di un vero e proprio genio. Dotato di una memoria
assolutamente stupefacente, paragonabile veramente a quella del
famoso Pico della Mirandola, quando poteva si aggirava per i librai
della città e comprava tutto quello che poteva; senza contare che
qualche libraio, commosso e incuriosito dalla passione del giovane, i
libri glieli "prestava" ben sapendo che non sarebbero mai
stati restituiti. Fu cosí che Michele Ermini, bibliotecario del
cardinale de' Medici, si accorse delle sue capacità e gli insegnò
gratuitamente il Latino, il Greco e l'Ebraico, lingue che Antonio
apprese alla perfezione e con una rapidità sconcertante. La sua
fama cresceva e cresceva, ma continuava a tenere la bottega paterna
ed a fabbricar gioielli e vezzi, perché nella vita non si sa mai.
Giunto
all'età di quarant'anni, dotato di una cultura assolutamente immensa
in ogni campo dello scibile umano, il modesto orefice continuava la
sua vita spartana fra i suoi libri, che oramai erano divenuti in
numero assai considerevole. Per i libri rinunciava a tutto: si faceva
bastare un tozzo di pane, vestiva in modo che definire trasandato
sarebbe stato un eufemismo e non gli si era mai vista accanto una
donna nemmeno col cannocchiale. Quale donna, del resto, avrebbe
voluto vivere accanto ad una persona del genere? L'unico vizio che si
concedeva era il fumo del tabacco; non mangiava quasi, ma fumava come
un turco aggiungendone il puzzo all'odore non propriamente gradevole
che già emanava.
Fu
a quel punto che il sogno della sua vita ebbe finalmente ad
avverarsi: morto in tarda etа Michele Ermini, il suo vecchio
maestro, il granduca Cosimo III trovò del tutto naturale nominare
suo bibliotecario personale quello strano e stupefacente personaggio,
che i fiorentini di allora chiamavano affettuosamente "Zio
Tarlo" (o semplicemente " I' Tarlo"). Correva l'anno
1673; Antonio Magliabechi vendette la bottega, prese i suoi libri e
s'installò a palazzo, rifiutando però il sontuoso appartamento che
il granduca gli aveva messo a disposizione. Non ne aveva bisogno; si
fece dare una stanzetta spoglia, che gli era più che sufficiente. In
realtà campava nella biblioteca.
Ben
presto, il ripugnante bibliotecario divenne la figura centrale nella
vita culturale fiorentina. La sua memoria prodigiosa gli permetteva
di sapere non solo tutto su ogni cosa, ma addirittura di conoscere
alla perfezione ogni libro che si trovava nella biblioteca ed in
altre biblioteche che non aveva mai visto, che gli comunicavano per
lettera gli inventari e il contenuto delle opere che possedevano. Non
contentandosi di questo, se qualcuno solo gli nominava un breve brano
di un'opera contenuta nella sua biblioteca, senz'altra
specificazione, era capace all'istante di dirne l'autore, il titolo,
il paragrafo e la pagina esatta in cui il brano si trovava. La
Biblioteca Medicea conteneva allora più di sessantamila volumi,
ventisettemila dei quali costituivano la biblioteca privata che
Antonio Magliabechi s'era formato negli anni e che s'era portato
dietro aggiungendola a quella storica.
Antonio
Magliabechi divenne celebre in tutta Europa. Studiosi ed eruditi di
ogni nazione corrispondevano con lui e ne ricercavano il parere;
malgrado i suoi costumi assolutamente spartani, anzi diogeneschi (con
la biblioteca al posto della botte), non era un "orso" ed
aveva anzi un carattere spiritoso, amichevole. A chiunque gli
ponesse anche la domanda più difficile e astrusa, era pronto a
rispondere, direttamente o per lettera, in modo esauriente e
gentilissimo, senza fare assolutamente pesare le proprie conoscenze
inarrivabili. La sua modestia, tra l'altro, gli impedí sempre di
firmare con il proprio nome una gran quantità d'opere "altrui"
delle quali era invece, quando non l'autore completo, perlomeno il
collaboratore principale.
Gli
stranieri che arrivavano a Firenze ed avevano a che fare con lui ne
tracciano un ritratto ammirato e inconfondibile. Nel lodare
ovviamente la sua cultura miracolosa, ne parlano come un vecchio ed
eccentrico scapolo dall'aspetto sempre più ripugnante con il passar
degli anni. Sporco, sempre a fumare o a masticare tabacco,
perennemente a leggere nella biblioteca dove sbocconcellava anche i
suoi magerrimi pasti infilando fette di salame tra le pagine, a mo'
di segnalibro, riprendendole magari il giorno dopo e mangiandosele
come se niente fosse. Per più di vent'anni gli si vide addosso
sempre lo stesso vestito, finché, non restandogliene che dei
brandelli, il granduca non lo costrinse ad acquistarsene uno nuovo. E
a chi gli chiedeva come mai insistesse a far quella vita, dato che la
sua carica era ben pagata ed era diventato ricco, rispondeva sempre
con la stessa frase: "La vita è breve, e i libri son tanti".
I
soldi che guadagnava, li adoperava ancora allo stesso modo: comprando
libri, libri, libri e libri. Che imparava a memoria in un
battibaleno, perché la memoria gli era rimasta quella dei vent'anni,
ed ammassandoli in ogni dove. La Biblioteca Medicea divenne troppo
stretta, ed era l'unica al mondo dove il catalogo fosse inutile.
C'era già un catalogo vivente che si chiamava Antonio
Magliabechi. E fu cosí che la sua vita continuò fino alla fine,
quella vita troppo breve per tutti i libri del mondo ma singolarmente
lunga per l'epoca e, soprattutto, per la condotta di vita che aveva
sempre menato. Il vecchio Magliabechi, però, ad un certo punto,
s'ammalò gravemente; necessitando di assistenza, fu portato al
convento di Santa Maria Novella dove si lasciò morire perché era
stato strappato ai suoi libri, cioè all'amore unico ed assoluto
della sua vita. Morí il 4 luglio 1714, all'età di ottantun anno.
Lasciò tutti i suoi libri al granduca di Toscana, alla sola
condizione che egli costituisse una biblioteca veramente pubblica,
aperta a tutti, libera. Il suo patrimonio, praticamente mai
intaccato, volle che andasse invece ai poveri della città.
Il
granduca esaudí scrupolosamente le ultime volontà di Antonio
Magliabechi; e la Magliabechiana divenne la prima biblioteca
autenticamente pubblica di tutta Europa. Nel 1861, appena costituito
il Regno d'Italia, Vittorio Emanuele I emise un decreto "ad hoc"
con il quale, dopo secoli, la Magliabechiana tornava ad unirsi con
l'ex biblioteca granducale, la Palatina. E' questo il nucleo
originale di quella che adesso è la Biblioteca Nazionale Centrale.
Via Antonio Magliabechi sorge su un suo lato. E m'immagino se il
vecchio Antonio potesse tornare anche un sol giorno sulla terra, e
vederla -pur nelle sue tante magagne e con un'alluvione sul groppone-
coi suoi nove o dieci milioni di volumi. Chissа cosa chiederebbe al
Padreterno, forse una quindicina d'altre vite brevi perché i libri
son diventati davvero tanti.
Originariamente pubblicato sul newsgroup Usenet "italia.firenze.discussioni" il 9 giugno 2003.
lunedì 20 agosto 2018
Jettatori !
Insomma, in pochi giorni prima salta in aria la tangenziale di Bologna, poi l'incidente di Foggia, poi crolla il ponte a Genova, c'è il terremoto in Molise e, infine, il torrente calabrese travolge gli escursionisti!!!
Secondo me è tutto chiaro: questi due qua sotto PORTANO UNO SCULO DELLA MADONNA !!!
D'accordo che sembrano due beccamorti già di loro; ma sarebbe bene che vi poneste qualche domanda, invece di applaudirli ai funerali!
Lancia anche tu l'ascetàgghe #salviniedimaioportanoiella! Fai anche tu ogni tanto una cosa utile coi tuoi social del cazzo !!!
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