mercoledì 9 gennaio 2019

La parola Lavoro




  1. Esposizione.

La parola “lavoro” è, in sé, ambivalente. Può indicare sia un'opera compiuta, sia l'attività esercitata per compierla. Nella realtà storica delle lingue indoeuropee i due concetti, come è più che naturale, vanno sia di pari passo, sia si confondono; l'opera realizzata e la fatica spesa non sono separabili. Non esiste in ogni caso, a livello originario, una qualsiasi nozione che riporti al “lavoro intellettuale”, ed è qualcosa di assolutamente naturale: prima della creazione e dello sviluppo delle culture scritte, dell'elaborazione filosofica e scientifica, della composizione letteraria e dell'indagine storica, il “lavoro” è la fatica necessaria e imposta per compiere qualcosa di materiale, indipendentemente o, come è infinitamente più comune, sotto un padrone.

Le varie lingue indoeuropee non sono state univoche per indicare il “lavoro” quanto alle radici di derivazione che sono arrivate fino alle lingue moderne; il lavoro non appartiene ai concetti fondamentali della relazione umana, della sua struttura e della sua percezione dell'ambiente circostante (due esempi per tutti: le relazioni familiari e i termini relativi alla terra e all'acqua). Con la nascita e con lo sviluppo dell'agricoltura, del commercio e della costruzione, il “lavoro” si connota basandosi su radici parecchio varie, vale a dire di differente origine semantica; quel che però, ad un certo punto, viene percepito in maniera assolutamente comune, è il lavoro come fatica, come costrizione, come imposizione forzata. Si potrebbe dire che l'espressione “lavori forzati”, intesa come estrema e terribile pena giudiziaria, riflette un'antichissima tautologia. In tutte le radici indoeuropee che hanno dato luogo ai termini per “lavoro” ed “opera”, pur nella loro varietà, esistono i concetti basilari di “fatica” e “costrizione”; ne consegue che, se il lavoro viene imposto per il profitto di pochi padroni (parola che reca in sé la derivazione da “padre”), coloro ai quali esso viene imposti sono gli schiavi. E il concetto di “schiavitù” per “lavoro” è comunissimo. Il lavoro è schiavitù, e le parole non mentono mai quando si sviluppano liberamente nelle coscienze delle comunità storiche.

L'italiano lavoro risale direttamente al latino labor “fatica”; il verbo derivato laborare significa “durare fatica” e, fin dall'antichità, indica la fatica per eccellenza: lavorare la terra. Il termine permette di andare direttamente ad una delle grandi “aree del lavoro” delle lingue indoeuropee: quella che risale alla radice indoeuropea *rabh- / *robh- / *rbh- dal significato primario di “afferrare”, “prendere con la forza”. A tale riguardo, è necessario seppur sommariamente specificare che, a livello indoeuropeo, le liquide [r] e [l] sono assolutamente la medesima cosa, un'evoluzione del medesimo fonema consonantico (per cui, ad esempio, la radice della “luce” compare come lux o light in certe lingue, e come roz o roká- in altre, perlopiù indoiraniche; il capodanno iranico, il celebre newroz, significa “luce nuova”). La radice *rabh- si ritrova direttamente nel sanscrito rábhate “divengo padrone; mi impadronisco”, rábhas “movimento violento dell'anima o del corpo; impeto, forza; violenza”; nel suo sviluppo ulteriore con la liquida [l] anche nel comune verbo lábate “prende”, “cattura” (in sanscrito, fin dai tempi del grande grammatico Pànini, i verbi si nominano alla III persona singolare del presente indicativo). Il lavoro sarebbe quindi una “cattura”, un “impadronirsi con la forza”. La medesima radice indoeuropea, nella sua “variante con la [l]”, e munita nel sistema del presente di un infisso nasale, è alla base del comunissimo verbo greco λαμβάνω [lambánō]prendo”, aoristo -λαβον [élabon] presi”, nel greco moderno λαβαίνω, έλαβα [lavéno, élava]; ma lo è anche del termine, assai meno comune, λάφυρον [láphyron] “preda di caccia” ; “spoglia del nemico ucciso”.

Le lingue slave mostrano già la naturale evoluzione semantica che va dall' “impadronirsi” alla “schiavitù”, alla riduzione in servaggio. Nella più antica forma pervenuta di una lingua slava, l'antico bulgaro o antico slavo ecclesiastico, la radice ha dato luogo in primis a рабъ [rabŭ], che significa tout court “schiavo, servo”: è parola panslava (bulgaro роб [rob], russo раб-ыня [rabynja], con derivazione, ecc.). Passa quindi automaticamente al “lavorare”: già nel suddetto antico bulgaro, работа [rabota] copre i campi semantici del “lavoro”, della “schiavitù” e della “servitù della gleba”. La situazione si evolve ulteriormente nel cèco storico, dove robit significa soltanto “lavorare”, e robota “lavoro [materiale]”; come tutti sanno, da questo termine Karel Čapek derivò il termine robot per il suo dramma utopistico fantascientifico R.U.R. (1920), ovvero Rossumovi Univerzální Roboti “Robot Universali della Rossum” (ove il nome dell'azienda produttrice degli automi-schiavi, la Rossum, deriva da rozum “ragione”). Il termine slavo per lo “schiavo” passa peraltro così com'è nella lingua ungherese, di tutt'altra origine: rab (si pronuncia [råb] ed è presente nel primo verso dell'Internazionale in ungherese, Fel, fel ti rabjai a földnek “Su, su, voi schiavi della terra”). In altre lingue slave, come il serbocroato, il verbo robiti si è genericizzato: significa, più che altro, “fare”. Uno di quei casi in cui la storia di una parola fa venire qualche bordone: per una data evoluzione storica, qualunque cosa si “faccia” riporta ad un'antica schiavitù.

Per il lavoro, il russo sembra divergere dalle sue consorelle slave. In russo, “lavoro” si dice труд [trud]. Divergere? Il termine, anch'esso presente nell'antico bulgaro o antico slavo ecclesiastico трѹдъ [trudŭ], significa: “fatica, pena, schiavitù, lotta per non soccombere”. Dovunque si vada a parare, il “lavoro” non appartiene ai concetti piacevoli della vita: appartiene alla pena, al dolore, alla mancanza di libertà, al servaggio. L'ungherese, che non è lingua slava e neppure indoeuropea, per il “lavoro” si è sentita però in dovere di ricorrere ad un altro prestito slavo, dolog (da cui dolgozik “egli lavora” e dolgozó “lavoratore”), una parola che significa: “necessità, dovere imposto, costrizione”.

Finita qui con il *rabh- indoeuropeo? Niente affatto. Le radici indoeuropee, oltre al fenomeno caratteristico dell'apofonia (vale a dire il loro comparire nella “forma debole” caratterizzata dalla presenza della vocale /a/, nella “forma forte” caratterizzata dalla vocale /o/ e dalla “forma ridotta” caratterizzata dall'assenza di vocale e dall'eventuale presenza di una sonante), nella loro evoluzione storica presentano ogni sorta di accidente fonetico. Così, ad esempio, nelle lingue germaniche è stata scelta la forma ridotta della radice, *rbh-, la quale, per evidenti difficoltà di pronuncia, ad un certo punto ha dato luogo a *arbh- con la una prefissazione vocalica. Nella più antica lingua germanica testimoniata, il gotico (sec. IV d.C.), compare già il termine derivato arbaíþi [da leggersi: /árbethi/] “fatica, lavoro”. Nell'alto tedesco antico compare come arabeit, e nel tedesco moderno come Arbeit, quello che “macht frei”. Parola, che, dal tedesco (o meglio, dal basso tedesco) è passata, come prestito, in tutte le lingue scandinave continentali (danese arbede, svedese e norvegese arbete). L'islandese, la “nonna” delle lingue germaniche, ne ha dato uno sviluppo autonomo: erfiði, che non significa “lavoro” ma comunque “fatica fisica, pena, travaglio”.

Prima di terminare con *rabh- , occorre accennare al fatto che la sua forma ridotta *rbh-, testè vista per le lingue germaniche e con la medesima prefissazione vocalica, è presente nel greco λφ-ημα [álphēma]. Cosa significa questa non comune parola? “Mercede, fatica, lavoro, corvée”. C'est étonnant. E, in ultimo, che la sua primeva origine come “movimento violento dell'anima e del corpo” è alla base anche del latino rabies “rabbia” (accesso violento che prende, si direbbe ora “raptus” per altro derivato anch'egli dalla medesima radice), nonché di robur “ròvere” (albero di grande forza, da cui il derivato robustus).

Dunque, “lavoro” = “cattura, riduzione in schiavitù, impadronimento”. Nelle lingue romanze, o neolatine, il termine labor si è generalizzato come “lavoro” soltanto in italiano (il rumeno ha muncă, un prestito slavo). Nelle altre lingue significa piuttosto “fatica” e, quindi, “lavoro della terra” (francese labeur; labourer “lavorare la terra”, spagnolo labrar, labrador -che è anche il nome della penisola e del cane-, portoghese lavrar, lavrador). Per il “lavoro” in senso generico, molte lingue neolatine hanno preferito un altro piacevole termine, quello del nostro “travaglio”, del francese travail, dello spagnolo trabajo, del catalano treball, del portoghese travalho, del sardo traballu.

In questo caso non si risale affatto all'antichità indoeuropea, ma a una forma e a uno strumento di tortura: il tripalium. Tre pali, disposti uno in verticali e gli altri due a X, ai quali il torturando veniva legato; viene, tra gli altri, menzionato da Cicerone nell'orazione In Verrem (“Contro Verre”, 70 a.C.) come forma di tortura nata da un sistema per immobilizzare bestiame riottoso e riservata, naturalmente, agli schiavi ribelli (come tale, viene descritta allo stesso modo in un testo molto posteriore, il Concilio di Auxerre del 582 d.C., specificando che si trattava di una procedura talmente crudele che ai chierici veniva proibito di assistere alle sessioni di tortura col tripalium). Questa simpaticissima punizione riservata agli schiavi è stata associata al lavoro, alla pena fisica e morale, alle doglie del parto e alle tribolazioni del viaggio (è alla base, mediante il franconormanno, anche dell'inglese travel). Da notare che, il più delle volte, al tripalium con il relativo tripaliatus veniva, che quest'ultimo fosse o meno già morto, dato fuoco. Ad un certo punto, nella coscienza popolare, il “lavoro” è stato paragonato ad una cosa del genere.

La lingua greca, sia antica che moderna, ha sviluppato appieno la distinzione tra l' “opera” (il lavoro compiuto) e il “lavoro” come attività. Per il “lavoro” come “opera” c'è poco da dire, anche la relativa radice, quella di ργον [érgon], da έργον [wérgon; la “ϝ” è il digamma indicante il fonema /w/, ancora presente nelle fasi più antiche del greco e in Omero, ma scomparso nelle fasi storiche del greco sebbene conservatosi in uno sperduto dialetto ancora parlato, lo zacònico], è panindoeuropea, *werg- / *worg- / *wrg-, quella del semplice “fare”. Analizzarla significherebbe perdersi in un oceano, dalle lingue germaniche (inglese work, tedesco Werk) all'armeno gorc; anche se va detto che ha anch'essa degli sviluppi un po' sinistri, visto che la ritroviamo anche nel greco ργή [orghé] rabbia, collera”, nell'antico bulgaro vĭrša “rete per acchiappare i pesci al passaggio”, nell'antico irlandese ferg “rabbia, ira” (irlandese moderno: fearg) e nel tocario wark “frusta, scudiscio” (il tocario è una lingua indoeuropea i cui documenti su tavolette sono stati scoperti nel XX secolo nel Turkestan cinese, più o meno dove ora stanno gli Uiguri). Da dire comunque che, in greco -anche moderno- il verbo “lavorare” presenta un'interessante dicotomia. Da un lato c'è il “lavorare” come attività produttiva organizzata e industriale, espresso mediante il classico ἐργάζομαι [ergázomai, mod. ergázome]. Il “lavoratore” in senso elevato, cosciente, è un ἐργαστής [ergastēs, mod. ergastís] o un ἐργαζόμενος [ergazómenos]. Dall'altro c'è il “lavoro” come termine generico, basso, crudo: in greco moderno è δουλειά [dhouliá], mentre lavorare è δουλεύω [dhulévo]. Entrambi i termini risalgono a quelli classici per “schiavitù”, δουλεία [douléia], e “sono schiavo”, δουλεύω [douléuō]. Non è certamente un caso che i termini “elevati” siano stati filtrati dalla “lingua ufficiale” arcaizzante, la katharévousa, rimasta in uso formale fino al 1974 (quando fu abolita dopo la fine della dittatura dei Colonnelli; il dittatore Papadopoulos, quello della “Grecia dei Greci cristiani”, si esprimeva praticamente in greco antico!): la lingua dell'élite, della Chiesa, della burocrazia, dei padroni. La dhimotikí, il neogreco popolare, diceva e dice tuttora di essere schiavo quando va a sgobbare. Interessante notare che per la “schiavo” in senso proprio, il neogreco può usare sia il termine classico, δούλος [doúlos], sia, più comunemente, il prestito veneziano σκλάβος [sklávos], propriamente derivato dagli “slavi”, popoli schiavi assoggettati. “Schiavitù” è sia σκλαβιἀ [sklaviá], sia il classico δουλεία, pronunciato [dhoulía], che si distingue dal “lavoro” [dhouliá] solo per la posizione dell'accento.

L'evoluzione forse più originale e interessante, per quanto riguarda il “lavoro”, si ha però in quei pochi paesi del Salento dove ancora si parla il griko, il greco salentino che, assieme a quel pochissimo che ne resta anche in Calabria (il grecanico) rappresenta le ultima vestigia storiche del greco della Magna Grecia. Pur avendo sotto molti aspetti seguito l'evoluzione del greco di Grecia e dei suoi dialetti moderni, il griko salentino ha -ovviamente- caratteristiche tutte sue. Non soltanto per la presenza massiccia di termini salentini, ma anche per sviluppi particolari dei termini di pura origine greca (alcuni dei quali sono, come è normale nei linguaggi isolati, arcaismi notevoli). Bene, nel griko salentino di Calimera, “lavorare” si dice polemáo. Vale a dire: nel Salento griko non si va al lavoro, si va alla guerra. Il “lavoro” come sostantivo è però il pugliese fatía, propriamente il “lavoro come bracciante” (“fatica”).

  1. Esercizio.
    Sostituire, nel seguente brano, il termine “lavoro” con termini desunti dall'Esposizione.
    Esempio: “Il nuovo fanatismo della schiavitù”...
Il nuovo fanatismo del lavoro, con cui questa società reagisce alla morte del suo idolo, è lo stadio finale di una lunga storia. Dall'epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro. Soprattutto negli ultimi 150 anni, le teorie sociali e le correnti politiche sono state addirittura possedute dall'idea del lavoro. Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all'ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali si sono sacrificati insieme all'idolo 'lavoro'. Il verso dell'inno dei lavoratori dell'Internazionale che recita : 'Non c'è posto per gli oziosi' ha trovato un'eco macabra nell'iscrizione 'Il lavoro rende liberi' sopra l'ingresso del lager di Auschwitz. Poi le democrazie pluralistiche del dopoguerra hanno fatto solenne giuramento di difendere l'eterna dittatura del lavoro. Perfino la costituzione della cattolicissima Baviera, proprio nel solco della tradizione di Lutero, insegna ai cittadini: 'Il lavoro è la fonte del benessere del popolo e si trova sotto la particolare protezione dello Stato', e il primo articolo della costituzione dell'Italia, culla del cattolicesimo, recita: 'L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Alla fine del XX secolo, tutti i contrasti ideologici sono praticamente svaniti nell'aria. In vita è rimasto lo spietato dogma comune che il lavoro è la vocazione naturale dell'uomo.”

[Robert Kurz, Norbert Trenkle, Anselm Jappe (Gruppo Krisis): Manifesto contro il lavoro, ed. italiana, 2003 Derive/Approdi, pp. 14/15]