venerdì 12 ottobre 2007

L'Etica del Carciofo


Una delle più belle canzoni di Max Larocca s'intitola (come sapranno i milioni di suoi fans, corrispondenti –ovviamente- ai milioni di frequentatori di questo blog) L'etica del viandante. Ultimamente, invece, io "viando" abbastanza poco; ritengo di aver già saltabeccato a sufficienza, di paese in paese, di pelle in pelle, di lingua in lingua. Magari un giorno tornerò a farlo, chissà; per il momento mi sento abbarbicato alla terra. Giocoforza sarebbe, a questo punto, tirar fuori tutte le poetiche immagini a base di nobili alberi e radici; ma poiché non posso e non oso aspirare a tanto, mi rifarò a una pianta (anzi, a un ortaggio), a me ben più congeniale. E se etica ha da essere, questa sarà l'Etica del Carciofo.

Non soltanto perché adoro i carciofi, cucinati in ogni maniera e anche mangiati crudi in pinzimonio. In questo mio eterno intrecciarsi d'ortaggi e canzoni, ce n'entra un'altra. Una canzone in cui, per la prima volta, ebbi modo di conoscere una curiosa espressione che mi si è appiccicata addosso. Cuor di carciofo; o meglio, aderendo all'originale, cœur d'artichaut. La canzone è di un autore con cui ho un rapporto a dir poco conflittuale e complesso, Georges Brassens, e verso il quale non posso che ripetermi ogni volta l'odi et amo catulliano; ma probabilmente questi sono fatti miei. C'è una sua canzone che si chiama Embrasse-les tous, certamente non fra quelle memorabili; parla di una ragazzina che la dà a tutti (tranne che a te, lettore, sàppilo). E' qui che ho sentito per la prima volta quell'espressione, che poi è un modo di dire francese: cœur d'artichaut, tu donnes une feuille à tout' le monde. Cuor di carciofo, dai una foglia a tutti.

Ha un doppio senso. Può voler indicare una persona che sente condivisione, e forse anche qualcosa di simile all'amore, verso tutti quanti. Che "si dà", insomma. Ma può anche significare che questa persona è, come dire, "facile". Le due cose s'intrecciano quasi sempre, con tutto quel che ne consegue, di bello e di brutto, di buono e finanche di pessimo. Nell'Etica del Carciofo bisogna sempre tenerne conto, dato che non sempre si ha a che fare con altrettanti cuori smisuratamente multifoliati. Anzi, quasi mai. L'incontro tra due cuor di carciofo, poi, può rivelarsi simpaticamente terrificante. Mi è capitato una sola volta nella vita, e il 18 giugno 2002 è finita a manate in mezzo alla strada.

Accadde poi che mi fu regalato un libro, persino con una bellissima dedica. Si chiama Cœur d'artichaut, e poiché il suo autore, François Cavanna, e Georges Brassens si conoscevano più che bene, non è improbabile che la canzone di cui parlavo prima c'entri qualcosa. E' la storia, appunto, di un cuor di carciofo. Di uno che, dando una foglia a tutti (anzi, a tutte), finisce col creare –e col crearsi- infelicità e addirittura morte. Nell'Etica del Carciofo questa è una cosa più che possibile. I cuori di carciofo piacciono molto, sono generalmente persone che possiedono un discreto charme; va a finire, però, che quando la carciofitudine si mostra in tutto il suo splendore subentra qualcosa che va dal disgusto all'odio. Mi è capitato anche questo; e non c'è nulla da fare. I carciofi sono buoni, ma bisogna starci attenti. Danno foglie a tutti, ma sono foglie spinose.

Oggi mi è capitato di risentirmela dire, quell'espressione. Cœur d'artichaut. Me l'ha scritta un bellissimo amico in una sua mail. Rieccola. Madonnarbùio, non si scampa. Proprio appena finito un periodo in cui, con qualche indecisione ma sostanzialmente con grande impegno e convinzione, avevo perlomeno tentato di essere un po' meno carciofo. Evidentemente c'è ben poco da fare: carciofi si nasce, e carciofi si muore. Col relativo cuore. Dai gastronomi, il cuore del carciofo sembra sia considerato come la parte migliore; però, prima d'arrivarci, bisogna levare tutte le foglie, Una ad una, facendo attenzione a non pungersi. Prima di riuscire a capire, e a vedere, di che cosa sia veramente fatto quel cuore, ovverossia quel cervello perché il cuore altro non è che una pompa elettrica, bisogna sfogliare e sfogliare. Chi ne vuole? Oh, anche le foglie sono buone. Al limite allegano un po' la bocca. Al limite si può succhiarle e sputarle quando non rimane più niente. Presumo che tutti sappiano come si mangia un carciofo.

E li avete mai visti, i fiori del carciofo? Sono molto belli, forse anche un po' inquietanti. Non staranno mai a ondeggiare al vento, sotto cieli monocromi o variopinti, in stagioni di tristezza o d'allegria. Fermi e circondati dalle spine, elevano aghi impercettibili; e già sul sentiero s'avvicina qualcuno con un paio di forbici perché noi carciofi non ci abbiamo dentro preziosi e freddi elementi, ma il ferro. Che lo vogliate o no, per la vita è necessario; l'oro no.

martedì 9 ottobre 2007

Cascine del Riccio Dance School



La prima parte di questo blog, nei mesi scorsi, è stata quasi interamente occupata da "vecchi post". Cose già scritte e riprese qua e là. Poi ne ho scritti di nuovi; in questi ultimi giorni, poi, mi sono lasciato andare a una sorta di "diario" descrittivo. Faccio una pausa, forse solo apparente. Torno a riprendere una cosa già scritta. Prima, usualmente, ero abbastanza preciso nell'indicare da dove provenisse e quando era stata composta; ora non ne ho più voglia. Diciamo che l'ho scritta qualche tempo fa da qualche parte. Parla di una cosa oramai lontana nel tempo. Molto lontana. L'ho un pochino adattata alla sua nuova collocazione.

Sfido chiunque mi conosca, sia pure di sfuggita, a trovare la cosa che meno si aspetterebbe da me (a parte la mia passione per le croste di parmigiano fritte nell'olio). E siccome questo non è un thriller, ma un piccolo post su un blogghino di periferia, ve la dico subito: per tre anni sono andato a una scuola di ballo.

Mi sembra già di sentire le risate di sottofondo, come negli sketch
di Benny Hill; ma è così. Per tre anni, un secolo e mezzo fa, tutti i martedì sera alle otto e mezzo, io e quella che, allora, era la mia compagna s'andava a imparare i' tango, i' ciàrleston, i' bughi-vughi e persino i' lalli galli.

Non mi ricordo nemmeno come mai...
Forse avevamo voglia di fare qualcosa insieme, poiché i nostri gusti e i nostri modi di vivere si erano sempre più allontanati con gli anni. A ventott'anni, d'altronde, s'era già una vecchia coppia. E fu così che trovammo una Casa del Popolo di mezza campagna che reclamizzava i suoi corsi di ballo del martedì sera. Alle Cascine del Riccio, una frazione quasi chiantigiana, ma traversata da un viadotto dell'autostrada del Sole. Una Casa del Popolo con ancora tutta la panoplia del veterocomunismo alla ribollita: bandiera rossa col gambo di metallo e la stella in cima, busti di Liènin e di Gramsci, la locandina incorniciata dell'Unita' del 21 giugno '76 ("impetuoso balzo in avanti del PCI") e così via. Dicono che qualcuna esista ancora; ed è vero.

Nella bacheca, accanto a una specie di tazebao di protesta contro lo stato d'abbandono delle rive dell'Ema ("è ora che i cittadini sappino la verità"), un cartello scritto con un Carioca blé: "Roberto e Patrizia - Cascine del Riccio Dance School - Tutti i martedì alle 20.30". Ora ve la immaginate voi una Dance School in un posto dove la gente parla quella specie di lingua semitica che è il fiorentino di campagna ("ieri i mi' fratelli 'e gli andònno a còglie' l'ulive"); il Manzoni avrà pure risciacquato i panni in Arno, ma se fosse andato a risciacquarli nell'Ema li avrebbe tirati fuori più sudici di prima.

Ci si disse, io e quell'altra: "Bah, si sarà tre gatti e il quarto senza la coda"; e invece, quel primo martedì sera, c'era tanta gente. La sala delle feste (una specie di garage) trasformata in pista; mises fantasiose assai (io ero in maglietta bianca e un paio di pantaloni blé da ginnastica, ma c'era qualcuno che sembrava esser sortito diritto dal Circo Togni); una vecchia cattedra scolastica con sopra un impianto stereo dell'uno quando 'un c'era nessuno, un puzzo di sudore e di piedi che sembrava d'essere alla fiera del Gorgonzola e, durcissinfundo, Roberto e la Patrizia.

Marito e moglie sulla trentina, operaio da qualche parte lui e telefonista alla USL lei, offrivano la loro passione e la "dance school" all'esorbitante prezzo di lire cinquantamila mensili, pagamento anticipato. Vi aspettereste du' sciamannati di banlieue, e invece erano davvero due bei ragazzi. Belli, gentili e dai modi fini. Ma bassi. Du' tappi. Quando mi mettevo accanto a lui, che era persino qualche centimetro meno di lei, si pareva l'articolo il.

Ce le ho sempre negli orecchi, le musichine del martedì sera; l' Armandino, in particolare. Mi perseguitava anche negli incubi, la notte. Tutti i passi da imparare a memoria; e siccome bisognava scivolar bene su un impiantito di mattonellacce di merda, mi toccava mettermi delle scarpe col tacco che mi facevano un male terrificante. A volte, salutata la mia ragazza, me le levavo in macchina e guidavo coi calzini; poi imparai a portarmi le scarpe di riserva. Non sono granché sveglio, a volte.

La mia ex andava bene; ma, a me, quei passi proprio non volevano entrare nella zucca. Una sofferenza, calcolato che ogni lezione durava più di due ore e il mio fisico non propriamente di libellula (e i miei piedini numero 47) non mi aiutavano. Eppure c'erano coppie di cinquantacinquenni dalle pance a mongolfiera che gl'ívano che sembravano unti. Mi ricordo la sete terribile che mi pigliava dopo un quarto d'ora; ogni scusa era buona per andare al cesso, dove mi seccavo la cannella tappandomi il naso dal puzzo di piscio che c'era, risudando tutta l'acquaccia bevuta in un battibaleno quando tornavo in sala. Uscivo fuori che sembravo un ecce Venturi.

Cionondimeno (mi son detto: "qui ci sta bene un 'cionondimeno', cazzo di Budda"), miràolo, dopo qualche mese quei passi maledetti m'erano entrati quasi tutti in testa. Una sera, non so come, cominciai a sentirmi bene. Fu quando, finalmente, mi riusci' di fare un giro di boogie-woogie senza sbagliare e a tempo. Fino ad allora era stata la mia tortura, ero rimasto l'ultimo a non averci ancora capito un cavolo (due passi gamb' sinist', giravolta e scambio, mezzo passo indiet' sinist', due passi gamb' dest' e si ricomincia), e quando Roberto e la Patrizia s'avvicinavano a guidarmi, facevo dentro di me dei propositi assai sinistri e mi sarebbe garbato di pigliàlli per le trombe del culo e mandàlli a fa' un bagno nell'Ema.

Ma quella sera mi riuscì; e nacque una specie di grande amore per il ballo. Un amore durato tre anni, morto quando finì quello per la ballerina. Succede. Non ho mai più ballato con nessuno, a parte con la vita. Con quella mi ci faccio ancora dei valzer, che in confronto quello di Vienna del primo gennaio sembra ir ballo der quaqquà. Ah, a proposito: alla Cascine del Riccio Dance School ho fatto pure quello.

Tre anni dopo, fine agosto del '92. Un matrimonio. Una cugina della mia ex. In Puglia, a Corato (Bari). La sera, il grande banchetto nuziale, palloso come pochi e, per di più, in mezzo a gente del tutto sconosciuta. Oddio, quella conosciuta non è che fosse meglio, dal paparino notabile socialista al cuginetto diciottenne che faceva il saluto romano. All'improvviso, mettono un tango. Mi è capitato quasi sempre di cominciar bene delle giornate e finirle di merda; quella volta fu il contrario. Una giornata di merda si trasformò in uno dei miei più bei ricordi. Ci si guardò negli occhi; "si va". E si fece un tango spettacolare. Dieci minuti senza fermarci, con tutte le figure e persino il casqué finale. Si volava! E, alla fine, gli sguardi sgranati e invidiosi di tutti quanti. Cazzo!

E poi, a banchetto finito, si prese la macchina e s'andò a Castel del
Monte. Alle tre di notte, davanti a quel posto meraviglioso. E c'era pure la luna piena. Non mancava nulla. Ci sentivamo felici e invincibili; ed è stata l'ultima volta. Tre mesi dopo era già tutto bell'e finito. No more dance.

Ci son ripassato di quando in quando, dalle Cascine del Riccio; ma mai il martedì sera. Per qualche tempo la scuola sarà andata avanti, chissà; ma Roberto e la Patrizia non li ho mai più rivisti. L'Ema puzza sempre; chissà se è sempre aperta la bottega di alimentari all'angolo, quella del Piazzini. C'è sempre anche la Casa del Popolo; o meglio, c'è la casa. Il popolo, invece, non c'è più. Devono essere tutti morti oppure, come si dice in Toscana, stanno poco bene.

I passi del ballo me li sono
dimenticati tutti; ci son voluti tre anni per farmeli entrare, e in tre minuti sono andati via. Tranne quello del boogie-woogie. Quello me lo ricordo ancora. E non me lo voglio dimenticare, cazzo; qualche volta me lo faccio da solo, in un corridoio. Due passi avanti gamb' sinist', giro e scambio (con l'aria, con il niente, con un fantasma), mezzo passo indiet' sinist'....

domenica 7 ottobre 2007

Il Natale è il Sette Ottobre


Sono appena tornato da una Piola. Che cosa sia una Piola lo sapranno sicuramente già tutti i famosi milioni di lettori di questo blog, quindi non mi ci dilungo; a chi invece si trovasse a fare il casual viandante in queste procellose plaghe, dico che si tratta di riunioni musicali, mangerecce e di varia umanità (e di ancor più svariate vicende) che si svolgono oramai da quasi dieci anni (la prima si tenne il 27 giugno 1999 a Bologna) tra i frequentatori, in senso molto lato, di un certo numero di luoghi "virtuali" (newsgroups e mailing list in primis; e, ora, di blog). Ne abbiamo fatte oramai a decine.

Ieri sera, per me, però era una Piola molto particolare. Ne avevo timore. Confesso candidamente che all'ultimissimo momento prima di partire avevo seriamente meditato di "dare buca", come si dice dalle mie parti. A un quarto d'ora dalla partenza, mi sono letteralmente forzato, quasi fatto violenza; ho messo due cose nello zaino e sono uscito fuori ad aspettare Tom Joad che mi venisse a prendere. Si doveva prima andare a casa dell'Eleonora, dove c'erano Franco, Enrica e il "Compagno Giovane" che reca un cognome che mi sta intrigando foneticamente (me lo sto ripetendo continuamente in testa, sillabandolo); siamo partiti con due macchine.

Siamo arrivati sopra Aulla, in un posto bellissimo, in una giornata stupenda e quasi calda. Ed io con in testa l'atrabile al posto del cervello. L'atrabile che non doveva e non poteva manifestarsi. Guai! Come tentare di farsela passare? Siamo in un ristorante che serve la specialità della zona, i panigacci. Una specie di tortillas calde servite con formaggio grattugiato, con pesto, con sugo di funghi, con salumi vari, con nutella e miele. Beh, mangiamoci su, Riccardo. Che altro fare? Mi sono fermato a quindici, quando gli altri saranno arrivati a quattro, cinque, sei al massimo. C'era poi un vinello rosso che diceva bevimi…e sono arrivati anche Alle Casappa e Sara, quegli splendidi due parmigiani, gli apostoli della birra Panil e…ma no, vai. Loro sono una coppia consueta, conosciuta, anche se si amano come ragazzini. Sono sposati. Sono quel che io non sono, che non mi riesce di essere. La vita che si è intrapresa, la strada che si è imboccata, hanno delle conseguenze. Inutile starci a ragionare sopra. Si cerca, e quando finalmente si crede di aver trovato…lei interviene e presenta il conto.

Eleonora, quella meravigliosa tizzona d'inferno, mi chiede cosa c'è che non va. Con lei non posso fingere. Nulla. Le dico onestamente che mi girano i coglioni. Mi domanda come mai; le dico di lasciare perdere. Non posso dire nulla. S'infila in una gabbia dove ci sono cinque cani da caccia, tre giovani e una coppia di vecchissimi basset hound. Lui quasi decrepito. Dorme. Lei si rotola, li coccola, li accarezza, li chiama "amore" con quel suo tono sempre ribelle e sfrontato. Vent'anni o poco più. Io guardo. Quarantaquattr'anni e poco più. Guardo chissà dove.

Dichiaro, quasi solenne e assai convinto, di voler fare una passeggiata per Sarzana perché bisogna che non mi fermi mai. Con squisita coerenza, appena arrivato al bed & breakfast Corte degli Ulivi, dove ci siamo sistemati tutti, crollo sul letto e mi addormento come un sasso, dopo fatta una doccia che definire una "DAC" è poco. Non un getto, ma un idrogetto a 150 atmosfere di acqua bollente. Una cosa rarissima in questo paese di docce striminzite, di gocciolìi insignificanti, di getti asfittici. E poi il sonno, mentre tutti gli altri sono fuori. Un sonno duro, senza sogni, nero. La morte nel pomeriggio, dalla quale mi risvegliano dei tuoni. La giornata bellissima si è trasformata in un temporale. Piove a catinelle. Bisogna partire per il locale dove si svolge la Piola Messicana organizzata da Andrea Parodi, visto pochi giorni prima sulle rive di un lago, pochi giorni prima che sembrano tre secoli.

Il locale, dove arriviamo sotto la pioggia, è sulla strada provinciale, o statale, che porta –credo- a Lerici. Un misto fra Messico e Irlanda e altre terre celtiche, i frijoles e la Gwenn-ha-Du bretone, le corde di chitarra rotte dagli artisti che vi si sono esibiti, le locandine, il palco. Eccoli tutti qui, i piolanti. Gli amici. C'è Max Larocca con la Claudia, c'è Franco, c'è Alberto Martino, ci sono Federico e un'amica, c'è Andrea Parodi con un bizzarro cugino arrivato su una Porsche assieme al figlio di Mario Poltronieri (il famoso ex commentatore RAI delle gare di Formula 1), c'è tutto il calore di questo mondo mentre un tizio alto e grosso con una felpa color vino vaga tra dentro e fuori senza sapere esattamente dove andare a sbattere. Fuori fuma, dentro guarda ripetendosi tutta la sequela delle famosi frasi: "E' dietro l'angolo", "Potrebbe essere qui", "Vai avanti" eccetera eccetera eccetera. Siate benevoli con questo tizio, che inoltre si rende benissimo conto di essere vagamente ridicolo come si è ridicoli sempre in queste circostanze. Non può neanche mancare il discorsetto molto impegnato: "Ma no, cavolo, va bene che l'abbandono è un'esperienza dolorosa, ma non è mica una grave malattia o la morte di qualcuno"….e tutti che annuiscono, che approvano, che magari pensano "Ma guarda quanto è forte". Sapessero quanto sono forte. Lo avrebbero visto dopo.

E si comincia a mangiare, e gli artisti cominciano a cantare le loro canzoni. Quante volte. Si cantano insieme, si fa casino, si cerca di convincere il Larocca a cantare "Le donne di Carrara", che non vuole fare. C'è un ragazzo sardo di diciannove anni, soprannominato Amsicora il guerriero, che s'è innamorato il giorno prima di una tizia che non lo caca o quasi. Allora il Venturi si trasforma in buon padre e si mette a ammannire consigli su consigli mentre il ragazzo lo guarda con aria impietosita dicendosi probabilmente: Ma questo qui chi l'ha sciolto. Si alza e ricomincia a vagare; si mette a chiacchierare con una ragazza qualsiasi, che gli racconta cinque minuti della sua vita. "Come ti chiami?" "Riccardo. E tu?" "Manuela". E vai. Momento di défaillance, ovviamente impercettibile; poi lei se ne va via col ragazzo, con il quale sta insieme da nove anni. Lei ne ha ventitré. Ci sta insieme da quando ne aveva quattordici. Mi ricorda vagamente qualcosa di lontano, di molto lontano, di talmente lontano da domandarsi oramai se non sia un sogno.

Le Piole, in fondo, sono sempre uguali. Quasi immutabili e eterne. Gente che canta, che mangia e che beve in locali sparsi in mezza Italia. Stanzoni, capannoni, porcherie più o meno saporite. Ci sono sempre le stesse persone che si vogliono bene. Ci hanno persino l' "inno ufficiale", la canzone Gli amici di Francesco Guccini. Ogni paio di mesi, rieccoci. Puntuali come un orologio neozelandese. Questo all'apparenza. Perché durante le Piole, è la vita che cambia sempre. La vita di ognuno di noi. E a volte cambia, o comincia a cambiare, per una banalità. Per un episodio insignificante. Un messaggio su un telefonino, ad esempio. Una borsa piena di formaggi. Oppure uno scalino. Fuori dal "Pegaso" di Arcola, La Spezia, c'è uno scalino. La vita comanda a Claudia, la ragazza di Max Larocca, di salire su quello scalino mentre io le sto davanti. Si butta, decisamente brilla; e io la piglio al volo. Così. Con la massima naturalezza. La tengo sollevata con un braccio solo. Ora, certo, è uno scricciolo; ma nel prenderla mi sento dentro una cosa strana. Una forza fisica che credevo di avere perso.

La gente guarda, e arriva Andrea Parodi; il quale non è uno scricciolo. Sono 80 chiletti buoni di cantautore emergente. Mi fa: "O Venturi, o vediamo se lo fai a me". Sale sullo scalino. Si butta. E io lo piglio al volo, tenendolo bello stretto. La gente fuori guarda, un tizio sussurra a un amico: Con questo è meglio non averci a che fare. E mi sento addosso una specie di Krakatoa che ha scelto quella sera per manifestarsi. Il Piano Quinquennale volge al termine.

Poco dopo riesco, e Alle Casappa mi segue; attraversiamo la strada e ci mettiamo un po' a chiacchierare. Mi parla di certi suoi amici a Parma cui ha fatto leggere Resurrezione, un buffo raccontino "probabile" con Piero Ciampi scritto un paio d'anni prima; sembra che giri sotterraneamente, che sia stato letto da persone di cui non ho mai sentito parlare, che ci siano sparsi per l'Italia dei tizi che sanno il mio nome senza sapere minimamente a chi corrisponda. Così decido di raccontargli come e perché veramente sia nato Resurrezione. Per una data che mi frullava in testa. Una data ripresa da una canzone popolare veneziana, Adio Venesia Adio. Il 18 di novembre. Me la ascoltavo e cantavo spesso quella canzone, nell'esecuzione del "Gruppo Pane e Guerra", i primi giorni d'agosto del 2005 a Friburgo.

Mi venne all'improvviso di scrivere una storia che si svolgesse il 18 novembre. Una cosa qualsiasi; l'idea seminale era una semplice data di calendario. Mi misi a scrivere la prima riga e bussò Piero Ciampi. Toc Toc. In tre minuti la storia era già tutta nella mia testa.

Piero Ciampi morì a Roma il 19 gennaio 1980. Risorse inaspettatamente alle cinque di mattina del 18 novembre 2005 a Livorno, alla vecchia stazione di servizio dismessa dell'Api (con Api si vola) in via dell'Antimonio; non c'era nessuno. Lo videro solo tre vecchi distributori arrugginiti, quello per la super, quello per la normale e quello per il gasolio, la tettoia che perdeva sempre più pezzi e il baracchino coi vetri sfondati che faceva da rifugio ai gatti della zona. Lo videro le erbacce tirarsi su mezzo intontito da un terrain vague che il comune aveva delimitato con il nastro di nailon bianco e rosso; aveva addosso una giacca marrone senza un bottone e dei pantaloni troppo corti, da acqua in casa. Spettinato lo era sempre stato; le scarpe ordinarie, coi tacchi; aveva sete. Una gran sete. E aveva anche fame, ma in sottordine.

Alle Casappa ascolta. Per mostrargli quanto gli voglio bene, mi metto a cantargli quella canzone contenente quella data:

El diciaòto de novembre,
una giornata scura,

montando in vaporèto
ghe n'ha fato ciapar paura…

Canto quasi forte, con un accento veneziano da fare talmente ribrezzo che, se lo sentisse Gualtiero Bertelli (che della canzone è stato il riscopritore e il bravissimo esecutore assieme a Luisa Ronchini), mi toglierebbe il saluto. Alle ascolta, con quel suo sguardo da casappa innamorata; poi torna dentro. Senza che nessuno se ne accorga, io mi metto a fare una corsa.

Una corsa. Fino a pochi giorni fa avevo il fiatone anche correndo per dieci metri. Mi faccio cento o duecento metri per la strada provinciale, senza pensare. Sento le gambe che vanno. Sento il fiato che tira, anche se in questi giorni sto fumando come un camino. Sento il sangue che ricomincia a scorrere. Ci avessi una bicicletta! Riprendersi la bici ed i vent'anni…

Poi torno dentro. Nessuno si domanda stasera dove vada ogni tanto. Perché lo sanno. Perché non dicono niente, e fanno come se niente fosse, ma lo sanno. Mi metto a sedere, e dopo un po'…Alle Casappa mi si mette in collo, mentre si canta e si beve. Nessuna ubriachezza, stasera. Sì, si beve. Ma voglio ricordarmi ogni cosa, senza che altri abbiano a dovermelo raccontare. Magari, fra un mese o fra un anno, potrei ricordarmene come l'inizio di una nuova luce, e non voglio avere davanti il buio. Mi alzo, lentamente, dalla sedia. Con Alle Casappa sempre in collo. Alle Casappa è magro, ma è bello alto; un 75 chili buoni sarà ben pure lui. Me lo tengo per un po'; poi mi rimetto a sedere, sempre tenendolo. Alle Casappa? Potrei sollevare anche un'automobile da solo, stasera.

Bisogna, in questa serata, in questa Piola uguale e diversa da tutte al tempo stesso, mettere un punto. Bisogna chiudere un periodo e iniziarne un altro. La cosa mi appare urgente, imprescindibile. Ora o mai più. L'occasione me la fornisce Andrea Parodi, invitandomi a cantare sul palco una canzone di Piero Ciampi. Eccolo, di nuovo, Piero. Si era presentato poco prima, là fuori; si presenta sempre nei momenti di cambiamento. Come a farmi da compagno di strada. Cerco di resistere. Non ci voglio andare, su quel palco a cantare una certa canzone. Perché si sa quale canzone canto, io, di Piero. Ne canto una che cinque anni prima, durante una Piola…

Vado di nuovo fuori. Amsicora, il guerriero sardo, mi segue. Gli dico: Ascolta, non mi venire dietro, devo stare cinque minuti da solo. Devo avere uno sguardo convincente; il povero ragazzo si blocca sulla soglia e torna indietro. Attraverso di nuovo la strada. E mi metto a cantare, da solo. Quella canzone lì. Quella canzone che poco più di cinque anni prima, durante una Piola a Livorno, in un momento in cui la vita mi era passata addosso, mi ero presentato a cantare sul palco dopo aver bevuto di tutto, dopo non avere più nulla. E' l'ultima cosa che mi ricordo prima di crollare. La avevo cantata senza ricordarmene il testo, come fosse un grido di vomito e di disperazione. Era stata l'inizio tragico dei cinque anni più belli della mia vita.

Torno dentro, e annuncio: sì, ci vengo. Mi fanno pure l'applauso di prammatica. Io che non sono un cantante, io che non so suonare niente, io che non so scrivere canzoni, io che la musica è una specie di chimera. Mi metto a sedere e mi avvicino il microfono chiedendo solo due minuti di attenzione perché voglio dire una cosa. Credo di ricordarmene così:

"Quella che sto per cantare è una canzone che ho già cantato, cinque anni fa, a una Piola. Io non so cantare, ve lo devo dire. La cantai perché mi era appena successa una cosa, chi c'era se ne ricorderà bene. Quando andai a cantarla avevo bevuto tutta una vita di barbera, come diceva Ivan della Mea. Non mi ricordavo nemmeno il testo perché ero troppo ubriaco. Stasera no. Sono bello sveglio. Fu l'inizio di cinque anni che sono stati bellissimi, gli stessi che si sono appena chiusi. La fine di un ciclo. E l'inizio di un altro. Vi avverto che non è una canzone allegra."

E l'ho cominciata a cantare, con Alle da una parte, e Federico dall'altra, alle chitarre. Mi hanno accompagnato in questo mio passaggio, con amore, e non saprò mai ringraziarli abbastanza. Davvero mai.

Il Natale è il ventiquattro,
non so più neanche contare,
la vita va così…

Ho una folle tentazione

di fermarmi a una stazione

senza amici e senza amore.

Mio fratello è all'ospedale,
sono giorni che sta male,
la madre non l'ha più…
Anche Pino è separato,
Elio al gioco s'è sparato,
mi sorprendo sempre più.

Io vado,
quando sono abbandonato vado in cerca di una donna,
senza danni,
Sento
quelle volte che non pago che rimane pure amore
per un'ora…

Ma il mattino mi consegna
Francescangelo drogato,
non mi conosce più…
Per vederci un poco chiaro
bevo un litro molto amaro,
sono dentro un'osteria.

Io vado,
quando sono abbandonato vado in cerca di una donna,
senza danni,
Sento
quelle volte che non pago che rimane pure amore
per un'ora…

Ma il Natale è il ventiquattro,
Gianna ha un cuore molto strano,
la vita va così…
Ho una folle tentazione
di fermarmi a una stazione
senza amici e senza amore.

E il Natale non è stato il ventiquattro, ma il sette ottobre. Il nuovo Piano Quinquennale. S'è cantata da sola, quella canzone. Mi rivedo, mentre sto scrivendo, abbarbicato al microfono, senza guardare la gente, a volte a occhi chiusi, con le prime e forse uniche lacrime di questi giorni. Poi è finita e sono sceso da quel palco. Mi sono rimesso a sedere e avevo saltato il fosso. Tom Joad che, con quella sua aria da Tom Joad, mi dice: "E menomale che non sapevi cantare, era da registrazione". Vaglielo a spiegare che, mentre la cantavo, ci avevo un'altra data addosso, il ventotto settembre. Proprio giorno in cui è nato Piero. E il giorno in cui a me finiva un sogno, con un microfono all'orecchio, davanti a un computer, sentendo una voce.

E la Piola è continuata, per un po', per un altro po'. Poi è finita, coi saluti, coi "Quando si fa la prossima". Già, la prossima. Senti un po', tu, carissima Nuovo Inizio. Ci vieni tu, alla prossima. Ci devi essere. Cosa mi stai dicendo? Che non ci conosciamo? Ma non diciamo baggianate, per favore. Noi due ci conosciamo da sempre. Quarant'anni e rotti di Nuovo Inizio. Fatti viva, e vieni. Io ci sono. Tu ci sei. Dietro il famoso angolo, no? E se tu avessi una faccia già nota? O se ce la avessi del tutto nuova? Chi lo sa. Però ci sei, e vieni. Si mangia, si beve, e si canta.



venerdì 5 ottobre 2007

In questo medioevo


La poesia che segue (che, tanto per cambiare, mi fu fatta a suo tempo conoscere da Franco Senia), è di Hans Magnus Enzensberger. Sulle poesie, di solito, mi astengo da giudizi "estetici", sebbene -in maniera del tutto ovvia- ne abbia, e parecchi, di miei personali. Preferisco invece dire: le parole che vi sono scritte sono importanti. Per me quelle che seguono lo sono state, fin da quando ho avuto modo di conoscerle. Talmente importanti da rientrare di diritto nel racconto di me stesso che sto eseguendo con questo blog dallo scorso 18 maggio; ed eccole.

Giovanni de' Dondi
1318-1389
di Hans Magnus Enzensberger

Giovanni de Dondi
per tutta la vita
costruì un orologio.

Un prototipo insuperato
per quattrocento anni
Un congegno multiplo
con ruote ellittiche e dentate
connesse a ingranaggi
e al primo bilanciere
una costruzione inaudita

Sette quadranti
mostrano lo stato del cielo
e le rivoluzioni silenti
d’ogni pianeta .
Un ottavo quadrante,
il meno appariscente,
indicava l’ora, il giorno e l'anno
AD. 1346.

Forgiata con le proprie mani
una macchina celeste,
inutile e ingegnosa come i Trionfi,
un orologio di parole
costruito da Francesco Petrarca.

Ma perché sprecate il vostro tempo
con il mio manoscritto
se non siete in grado
di eguagliarmi?

Durata della luce diurna,
congiunzioni dell'orbita lunare,
feste mobili.
Una calcolatrice e al contempo,
ancora e sempre, il cielo
D'ottone, d'ottone.
Sotto questo cielo
noi viviamo tuttora.

La gente di Padova
non guardava l'orologio .
Un putsch dietro l'altro.
Carri d'appestati rotolavano sul selciato.
I banchieri
pareggiavano il loro bilancio.
C'era poco da mangiare

L'origine di quella macchina
è problematica.
Un computer analogico.
Un Menhir. Un Astrarium.
Trionfi del tempo. Residuati.
Inutili e ingegnosi,
come un poema d'ottone

Non c'era Guggenheim a spedire
gli assegni a Petrarca il primo del mese.
De' Dondi non aveva un contratto
con il Pentagono.

Altre le belve. Altre le
parole e le ruote. Ma
lo stesso cielo.
In questo medioevo
noi viviamo tuttora.




mercoledì 3 ottobre 2007

Революционный вечер


Avevo pensato di non tradurre il titolo di questo post e di lasciarvelo immaginare. Invece lo dico: significa "serata rivoluzionaria". E ve la vado un po' a raccontare.

Di cose strampalate me ne sono successe tante nella vita, ma di dover fare da guida a un autista dell'autobus mi mancava. La serata prevedeva infatti un concerto "misch-masch" a San Salvi: Massimiliano Larocca, i Delsangre, Ciro Lenzi ed altri. Ci andiamo tutti assieme a partire dalla "base" di via del Ponte alle Mosse, la casa di Eleonora; io, Franco, Eleonora appunto, Tom Joad. Con un'aggiunta. E' arrivato, fresco da Roma e soprattutto dei suoi vent'anni o poco più, il Compagno Giovane. Domanda a tavola (davanti a una pasta alla puttanesca sontuosa e a delle melanzane al forno che dicevano "mangiami" –infatti me ne sono mangiate cinque intere): Ma che sei venuto a fare a Firenze? Risposta meravigliosa: Niente. I love him.

Ma dicevamo. Per andare dall'Eleonora devo montare sull'autobus davanti casa, linea 17. Alla guida, letteralmente un ragazzino; l'automezzo parte, va fino alla fermata del Salviatino e poi…arrivato alla curva a U, buca uno stop e tira avanti per il viale Righi. Sbagliando strada. Le poche persone a bordo si guardano sorprese, mi alzo e vado a dirgli gentilmente che cazzo della madonna sta facendo. Mi guarda spaurito e mi dice: Scusa, è il mio primo giorno di lavoro, sono arrivato ieri da Napoli.

Mi sento il pancreas intenerito. Gli dico sorridendo: aspetta, fermo, gira di qui ché si rientra sul percorso della linea. Piglia una curva quasi travolgendo una punto parcheggiata in doppia fila. E lo guido. Strada per strada. Fermata per fermata. Gli dico: attento, gira a sinistra, occhio che qui è stretto; e in cuor mio, senza che lui lo sappia, lo ringrazio. Perché ero salito su quell'autobus con dei pensieri neri; invece sto lì in piedi accanto a lui e gli faccio tutta la linea.

S'arriva in via Lamarmora e mi viene in mente di dirgli che in quella strada, fuori dalla "Pensione Asso", è stata girata una famosa scena di "Ricomincio da tre" con Massimo Troisi. Si comincia a parlare di Troisi e di Benigni, di fiorentini e napoletani, di lavoro (che merda di lavoro, ma menomale che l'ho trovato). Della sua ragazza e del campionato di calcio. Sale la gente che chiede indicazioni stradali: scusi, questo autobus va qui o va là? Mi guarda quasi implorante e dico: sì ci va, no non ci va. Mi dispiace dover scendere in via delle Porte Nuove, non senza aver accompagnato a una stradina laterale un ragazzo albanese che a sua volta non sapeva dove andare.

Io spero di incontrarlo ancora alla guida del suo autobus, quel ragazzo. Perché ci siamo dati la mano e scambiati un saluto. Perché aveva una bella faccia e una giacca troppo grande. Perché il mondo è bellissimo e basta alzare un attimo il culo da un sedile per renderlo più bello.

E si mangia, e ci si abbraccia, e va pagata una menzione speciale a Tom Joad per una cosa che ha detto. Si chiacchierava di non so cosa, e a un certo punto vengo fuori che, in questi giorni, fare l'amore è l'ultima cosa che ho per il capo. "E allora", dice, "bisognerà fare l'odio". Su questa cosa ci scriverò qualcosa. Fare l'odio. Straordinaria. Mi ci devo mettere, una di queste sera, a elaborarla perbene. Cascasse il mondo su un pero! (Niccolai non deve parlare).

E arriviamo a San Salvi. Eccoli tutti là. Brutalizzo di prim'acchito la Claudia, la fidanzata del Larocca, quando mi chiede tutta sorridente: Ehi Riccardo, tutto bene? E io: No. Ghiacchiata. Poi me ne pento; ma mi è venuto spontaneo. Poi li piglio tutti uno a uno, il Larocca, Luca Mirti, lo Schuster, e gli dico quel che c'è da dire. Non mi piace tenere le cose nascoste e riservate, specialmente quando c'è un'amicizia oramai di anni. Abbracci forti, di quelli da uomini, a schiantarsi; e non si facciano facili battute su queste cose. Ci sono dei momenti in cui si deve rivendicare il proprio essere uomini, momenti in cui la propria ineluttabile "parte femminile" deve andare a farsi fottere. Magari con lo sguardo dolce dello Schuster che ti piglia, ti sorride e ti offre un bicchierone di birra. E poi comincia il concerto. Il Larocca con le sue Ragazze lungo il fiume; altre due canzoni e dà il microfono a Ciro Lenzi, un ragazzo di Montecatini Terme, che canta una canzone bellissima assieme a un suo amico. Ne parlerò meglio di questa canzone, perché andrà a finire nelle "Canzoni contro la guerra" anche se di guerra non parla. E chi cazzo se ne frega, della guerra; me ne importa delle canzoni. Finché sono amministratore di quel sito, ci metto quel che mi passa por la cabeza; e quando non andrà più bene, vorrà dire che farò qualcos'altro.

E poi arrivano sul palco, che palco non è, i Delsangre. Luca Mirti e lo Schuster, insomma. Quando cantano le loro canzoni si chiamano Delsangre. I Delsangre sono il gruppo più straordinario che mi è stato dato di ascoltare in lingua italiana in questi ultimi anni. Devono fare soltanto tre canzoni, e le prime due le conosco, le conoscono tutti coloro che li seguono oramai da non so quanto tempo a giro per i posti più improbabili di questo paese. Un giorno a Vertemate con Minoprio, ché bisogna affidarci a un lontano campanile nella pianura Padana per trovarlo; un altro in un capannone a Frosinone; un altro ancora a Gesummorto nel Sannio Inferiore, e quello dopo in via dei Servi. Le prime due canzoni, "La mia città" (che è una Firenze stralunata e notturna) e "Se potessi". Già dopo quest'ultima, sulla sedia da giardino su cui sono seduto con la mia camiciaccia oramai consunta acquistata al mercato di Berna un giorno che mi sembrano mill'anni fa, mi sembra di averci dentro un incrocio tra un rullo compressore e le vaghe stelle dell'Orsa. Io e Franco ci si guarda. Io e Franco siamo diversi, e tanto diversi, ma a volte s'ha la stessa espressione negli occhi; e quando la abbiamo, qualcuno (forse Apollonio di Tiana?) fa sempre in modo che ci guardiamo. Bastano due milionesimi di secondo.

Avevano annunciato, i Delsangre, che la terza sarebbe stata una canzone inedita. Stanno registrando un nuovo album, che è fatto così. Hanno preso delle canzoni popolari, e le hanno, non so come dire, rielaborate. Ci faranno "Maremma". In Toscana, chi non la conosce "Maremma"? "Tutti mi dicono Maremma Maremma"….proprio pochi mesi dopo la morte di Caterina. Dice Luca Mirti, che prima delle canzoni parla poco: "Magari i puristi della tradizione potranno storcere il naso, ma come diceva mio nonno…non me ne frega un cazzo". E attacca la canzone. Che di "Maremma Maremma" mantiene soltanto il famoso ritornello. Il resto l'ha scritto lui, di sana pianta, e quel che passa per questa canzone popolare è puro Luca Mirti; senza che per questo cessi minimamente di essere popolare.

Inchiodati alla sedia mentre Luca canta, e gli canta anche quel suo braccio muscoloso col tatuaggio che si muove sulla chitarra. Mentre lo Schuster lo accompagna, e quando lo accompagna ogni tanto lo guarda per tre attimi (magari manco se ne accorge, ma io sì). Mentre canta questa canzone indimenticabile, la più bella che abbiano mai fatto quei due ragazzi. S'avrebbe voglia di saltare da quella sedia, e alla fine, come accadrà anche a dieci minuti prima della fine del mondo, si va fuori a fumare. Eccoli che arrivano. Eccolo il Mirti che arriva per il corridoio…e devia per andare a pisciare in bagno. Lo Schuster, invece, si divora un panino con la mortadella, il pomodoro e lo stracchino. E Franco che ha il dono innato della frase giusta, della definizione stringata e precisa come un orologio belga. Dice: Hanno riportato gli indiani in Maremma. Ora, io non ve la spiego questa cosa. Quando l'album sarà pronto, procuratevelo in qualche modaccio cane, e ascoltatevela quella canzone. Altro non saprei dirvi. Sennò muovete le chiappe e andate a ascoltare i Delsangre a Pompinate sul Minchio o a San Troiaio de' Volsci, ché questi sono due operai che la mattina ci hanno da andare a lavorare e che a volte si fanno centinaia di chilometri su una Trabant per andare a cantare le loro canzoni. Come diceva il Larocca in un suo famosissimo album (e visto che alla fine dei concerti, tutti insieme, si fanno sempre la cover di Bob Dylan, mi chiedo seriamente quando Bob Dylan si deciderà assai opportunamente a venire a San Salvi e fare una cover del Larocca): Il ritorno delle passioni. Ma qui non devono tornare affatto perché non sono mai andate via.

martedì 2 ottobre 2007

Piove


La cosa accadde quando ero, credo, in prima o seconda elementare. Era la mattina del "pensierino", ovvero della libera composizione che, nei primi anni di scuola, sostituiva il "tema" dei più grandi; e quella mattina ci toccò il classico dei classici: "Piove". In effetti pioveva, doveva essere una mattinataccia di novembre e, inoltre, pochi giorni prima ci era toccato l'ancor più classico "Cadono le foglie". Tutta la classe, sentendo il titolo del pensierino, manifestò tanticchia di scocciatura; al che la maestra, Marziali Pierina da Livorno, proruppe in una frase che non mi è andata mai via dalla testa. "Ora stronfiate (= vi lamentate, manifestate disappunto), però quando vi daranno da scrivere qualcosa su questo argomento da grandi sarà tutto diverso". Ecco, ora credo di essere abbastanza grande per affrontarlo, questo argomento, da tutt'altra angolazione; anche perché oggi 2 ottobre 2007, a Firenze, splende il sole e fa caldo.

Non c'è, all'inizio, da esercitare i gesti di prammatica; nessuna tendina spostata, nessuno sguardo vagamente languido. Nessuna morte nell'anima. Piove, una goccia dietro l'altra, in maniera calma e convinta; del resto, pioverebbe anche senz'acqua. Bisognerebbe, anzi, chiudere la finestra del tutto, non lasciar trapelare niente dall'esterno, neppure il rumore della pioggia. Isolare tutto quanto. Isolarsi. Essere un'isola.

Non permettere che ti piova dentro. Mettersi all'esterno di se stesso, guardarsi mentre si compiono i gesti più consueti, più banali. Accendersi da fumare, mangiare, aprire o chiudere una porta. Piano piano si riesce anche a guardarsi pensare, o non pensare a nulla. Fare anche qualcosa che si detesta, come accendere la televisione su uno di quegli stupidi programmi del mezzogiorno, su un quiz, su "Forum". Alla propria faccia non deve importare neppure di chiedere una polemica di dignità; la assume da sola, senza comandi; ma è una dignità del tutto particolare, venata da un sorriso beffardo, di sfida, di tristezza che si autoelabora per trasformarsi in qualcosa d'altro come fosse una qualche reazione chimica dentro una stella.

Piove. E' martedì. Sono a Firenze. Nel parafrasare l'attacco della famosa poesia di Marino Moretti, mi devo fermare a questo punto; non ho sorelle, spose o libere, non sono ospite di nessuno se non di me stesso. In un momento, la pioggia diventa astratta. Ti sei convinto che piove, là fuori, ma là fuori non c'è niente. Fermo in mezzo alla stanza, a tagliare e montare fotogrammi. Tutto, in fondo, è cinema; ed è bene, talvolta, mettere in scena il proprio film senza che nessuno lo sappia. Sentirsi brevemente sotto le luci di una ribalta che non c'è. Condividere questo momento con gli altri, ma soltanto in un incrocio d'onde immaginarie. Solo per un attimo; poi, all'improvviso, correre alla finestra, spalancarla e vedere che c'è un sole, sfavillante, che ti applaude. Poi si torna al normale alternarsi degli eventi atmosferici, dentro e fuori. Piove. C'è il sole. Tira vento. Cadono le foglie. E' di nuovo primavera e poi l'estate, e poi l'estate, e poi l'estate.

lunedì 1 ottobre 2007

Il balenio dell'antimateria




Dal Bignami del Venturi mancava qualcosa. Il suo "balenio dell'antimateria", che da anni propina a chiunque gli capiti a tiro. La sua "Rivoluzione d'Ottobre" poteva cominciare forse senza di esso? Assolutamente impossibile. Come l'exergo di ogni cosa. Ma, si domanderà forse qualcuno dei milioni di lettori di questo blog, che diavolo è questo balenio dell'antimateria? Presto detto. Si tratta del breve brano iniziale di un racconto di André Kaminski,
La vittoria sulla forza di gravità (nell'originale tedesco: Der Sieg über die Schwerkraft), tratto dalla raccolta intitolata "I giardini del Mulay Abdallah". Riccardo Venturi considera queste poche righe come fondamentali nella sua vita, come quelle che più si sono avvicinate a quel breve attimo in cui ha creduto di aver compreso qualcosa di se stesso . Accadde un'alba di tanti anni fa, a Livorno, guardando dei panni che sventolavano a una finestra.
Poi se ne è dimenticato, va da sé.

*

Fin dall'infanzia tento sempre di dimostrare l'impossibile. Che gli uomini sono buoni, che la nostra vita ha uno scopo, che si può migliorare il mondo. Nuoto contro corrente. Che dico, contro corrente? Contro lo Yang-tze Kiang. Contro le rapide dello Zambesi. Rischio a ogni istante di essere trascinato nell'abisso. Vorrei poter dimostrare che le leggi della natura sono soltanto dei pregiudizi. Che la forza di gravità non esiste. Che lo spirito è più forte della carne, ma ogni volta le prendo. Dal primo imbecille che si richiama all'esperienza e mi dimostra che è come deve essere e non diversamente. Io sono convinto del contrario. Penso che la fantasia non sia altro che il riflesso di un'altra, di una seconda realtà. I nostri sogni sono l'immagine del possibile. Per questo mi aggrappo ad ogni filo d'erba. A Genfud, per esempio, che aveva l'aspetto di un baccalà e che per me non nutriva altro che disprezzo. Volevo elevarlo, perchè nei suoi occhi scintillava una luce. Il balenio dell'antimateria.

Ich versuche seit meiner Kindheit das Unmögliche zu beweisen. Daß die Menschen gut sind, daß unser Leben einen Zweck hat, daß man die Welt verbessern kann. Ich schwimme gegen den Strom. Was heißt gegen den Strom? Gegen den Mississippi schwimme ich. Gegen den Yang Tse Kiang. Gegen die Stromschnellen des Sambesi. Ich riskiere jeden Augenblick in die Tiefe gerissen zu werden. Ich möchte zeigen, daß die Naturgesetze nur ein Vorurteil sind. Daß es keine Schwerkraft gibt. Daß der Geist stärker ist als das Fleisch, aber jedesmal kriege ich Prügel. Vom ersten besten Leimsieder, der sich auf die Erfahrungen beruft und nachweist, daß es sein muß, wie es ist und nie anders sein wird. Ich bin der gegenteiligen Überzeugung. Ich glaube, daß die Phantasie nichts anderes ist als die Wiederspiegelung einer zweiten Realität. Unsere Träume sind Schattenrisse des Möglichen. Darum klammere ich mich an jeden Strohhalm. An Genfud zum Beispiel, der aussah wie ein Stockfisch und nichts für mich übrig hatte als Verachtung. Ihn wollte ich emporheben, denn in seinen Augen schimmerte ein Licht. Das Leuchten der Antimaterie.