mercoledì 27 agosto 2008

Un sub normale



Non contenti di averci un "presidente della camera" fascista, ce lo ritroviamo anche subacqueo. D'accordo che, da buon fascista, forse gli servirà per cavarsela nelle fogne; qui lo possiamo capire. Però, che per esercitarsi con maschera, pinne e bombole debba non solo servirsi dei mezzi dei vigili del fuoco, ma anche prendere e andare a immergersi nelle oasi superprotette, mi sembra leggermente troppo.

Oasi superprotette e, ovviamente, vietatissime; tutto questo nel paesello dei divieti. Quello, per intenderci, dove non si possono stendere i panni alle finestre o mangiare un panino per strada, pena salatissime multe. Ma tutto questo, ovviamente, non vale per il fascistone law & order; bel bello, se ne piglia i "suoi" vigili del fuoco, se ne va all'isola di Giannutri (area "a protezione integrale" nel parco dell'Arcipelago Toscano) e va a fare glu glu in quel mare incontaminato -che con la sua presenza diviene automaticamente inquinato.

Questa sarebbe, udite udite, la terza carica dello Stato. Caricaaaa! Ora dice che "è stata una leggerezza" e che "pagherà la multa"; intanto, ovunque vada a immergere il suo augusto culo pinnato, ci son sempre i vigili del fuoco; ma che avrà paura di incendiarsi in mare?

Viene a mente senz'altro una famosissima "gaffe" di Mike Bongiorno, che poi non si sa neppure se sia vera o se sia una leggenda metropolitana. Si narra che, rivolgendosi al vecchio "Rischiatutto" a un celebre concorrente, il sub dilettante Enzo Bottesini (quello che poi mandò all'aria un tentativo di record mondiale di apnea a Enzo Majorca, che saltò fuori dall'acqua bestemmiando come un ossesso), gli abbia detto: "Ma noooo! Io non sono un sub speciale come lei, io sono un sub normaleeee!"

lunedì 25 agosto 2008

L'immeritato ritorno, including Contro la Francigena




Di ritorno dalle immeritate vacanze, e con la prospettiva assolutamente certa di impiegare i prossimi giorni (diciamo fino a sabato) in un trasloco almeno per una volta non di mia stretta competenza -per il quale mi trovo in un'afosa trasferta piacentina di fin'estate, vado rigorosamente a ruota libera.

In realtà, di raccontare quel che ho fatto durante le vacanze non mi va neanche troppo. Far scoprire un po' d'isola d'Elba -specialmente con il commovente tonno ai pistacchi dell'Osteria Libertaria di Portoferraio, ritrovarmi a Galenzana un'altra volta assieme ad una persona amata, lo scirocco appiccicoso e fetente, e mia cugina che ha atteso le sue ferie d'operaia per beccarsi la varicella a 38 anni suonati; cose normali, impreziosite dal buon San Gaetano -patrono di Marina di Campo- che durante la sua festa del 7 agosto ha pensato bene di dar fuoco a qualche barchètta ormeggiata in porto mediante il generoso spettacolo pirotecnico annuale. Ci ripenso sempre con qualche risata, immaginandomi le bestemmie dei proprietari delle imbarcazioni; figurarmeli poi devoti di paparazzingher o di padrepìe è come mettere il tabasco sui tacos. Aggiunge gusto.

Beninteso, un ragionamento che mi capita spesso di fare tra me e me è il seguente: ma come mai, nei posti di mare, le feste dei santi patroni cadono tutte in luglio e agosto? Mai, che so io, un tredici di gennaio o un ventisette di novembre. 'Sti santi! Anche loro debbono dare il loro contributo all'industria turistica e cadere rigorosamente in alta stagione; e poi qualche maledetto senzadìo dice che la religione è una cosa inutile!

Un'estate passata saltapicchiando dall'iperrazionalità di Piergiorgio Odifreddi (irresistibile a volte, esagerato altre e insopportabile altre ancora) alle storie di Lansdale, uno che mi ha fatto pensare spesso ai miei tentativi di raccontare cose e all'abisso che mi separa dal saperlo davvero fare; all'ultima pagina di Tramonto e polvere, coi capelli rossi di Sunset in testa, mi è presa la voglia di rileggermela subito, quella storia, e di mangiarmela. Come fosse una piattata di croste di parmigiano fritte nell'olio, che è il troiaio mangereccio che più mi fa impazzire, e da una vita intera.

Poi, una giornata passata tra la luce abbacinante di una Volterra infuocata, salsicce e patatine in una specie di posada messicana spiaccicata sulla strada per Saline -Old River, si chiama-, e una serata matta assieme a un amico e ai suoi parenti nella loro “Porcilaia” -una serata anch'essa di storie dietro a un fico, e storie belle; ma a parte l'accenno che l'amico in questione ha fatto nel suo blog, ne avrò a riparlare, e a riparlare estesamente. E infine eccomi qui, momentaneamente sdraiato sulla pianura Padana che sto cominciando a rivalutare da quando mi è toccato vivere per anni in mezzo ai monti. Belli, bellissimi i monti; ma non sono fatti per me. Troppo faticosi, troppo cupi, troppo silenziosi. La pianura assomiglia di più al mare, e stasera a Piacenza c'era un tramonto da mozzare il fiato. Condito anche dall'aver trovato casualmente l'unico tifoso della Fiorentina in tutta Piacenza, che mi ha invitato mercoledì sera a casa dei suoi genitori a vedere sulla tv porno che ha acquisito i diritti la partita di ritorno del preliminare di Champions' League.

Il bello è che ero partito, per questo post, con l'idea di scrivere una sorta di pamphlet contro la via Francigena. Non ne posso più della via Francigena, mi perseguita da una vita e mezzo. Quando stavo nelle campagne senesi, stavo su un pezzo della Francigena. A Volterra mi aspetto gli Etruschi, e invece c'è un'insalata di pezzi di Francigena. Sono a Piacenza e mi ritrovo i cartelli della via Francigena. Come mi muovo sono inseguito dalla via Francigena. Ma che cazzo di via era, perdiana? Non si sa da dove partisse, toccava in rapida successione Stoccolma, Reims, Samarcanda, Sinalunga, Timbuctù, Altopascio, Reggio Calabria, Bucarest, Campiglia Marittima, Piacenza e Santander, per poi ritrovarsi a Santiago de Compostela a fare un focherello di radici cristiane. Nulla da fare; ovunque mi giri, mi ritrovo Francigene addosso. Dovrò fondare finalmente un'associazione per l'eliminazione della via Francigena, con cancellazione dei cartelli, asportazione dei pezzetti di strada e loro sostituzione con comodissime autostrade a quattro corsie, rasatura al suolo di antichi ostelli, abbazie eccetera; per poi magari scoprire che la via Francigena è tutta un'invenzione degli enti turistici. Del resto, non so perché, a me Santiago de Compostela mi ricorda tanto la penna dell'arcangelo Gabriele della famosa novella del Decamerone; e il Decamerone, perdiana, è una lettura che avrò fatto decine di volte e che non mi stanco mai di rifare. Altro che Francigene, e evviva Calandrino, Buffalmacco e Ser Ciappelletto!

lunedì 4 agosto 2008

Immeritate vacanze



Rendendo sempre grazie al Colonnello Kurtz e al suo blog, dove ogni tanto si lancia a castigare e fustigare certe diffuse idiozie linguistiche (fomentate perlopiù dai giornali e dai media in genere, ma non soltanto), mi accingo a prendermi qualche giorno di immeritata vacanza. Non perché m'importi qualcosa se le mie vacanze siano o meno doverose, dato che tendo comunque a cercare di vivere dignitosamente facendo il minimo sforzo possibile; ma perché, ad un certo punto, fin da quando se ne comincia a parlare, le vacanze sono sempre "meritate".

"Meritate" perché si lavora, si sgobba, si fatica, si suda, si dà al sor padrone una cospicua parte della propria vita per due soldacci cani? E quale merito ci sarebbe in questo? E le vacanze eterne di quei millecinquecento esseri umani all'anno che sono morti per quei due soldacci cani, e a volte neppure per quelli? Saranno "meritate"? Certe parole sono la quintessenza dell'ipocrisia e della disonestà. Quelli che chiamano "meritate" le vacanze sono spesso gli stessi che ti farebbero lavorare fino a ottant'anni, se potessero. Sono gli stessi che hanno trasformato il lavoro nella fiera del precariato -inventando peraltro le solite parolette ad hoc, "mobilità", "flessibilità" e quant'altro. Sono quelli, amica mia, amico mio, le cui gesta, una volta impegnato nelle "meritate vacanze", leggerai sui rotocalchi da spiaggia. E quali gesta!

Ma siccome aborro indulgere a qualsivoglia tipo di morale -china la quale questo post di temporaneo congedo sta incominciando très dangereusement a percorrere-, mi limiterò a fare i migliori auguri a tutti quanti. Certo, una volta le ferie non esistevano nemmeno. Ci pensò il Front Populaire francese, nel 1936, a concedere le prime ferie pagate ai lavoratori. Prima di allora nessuno aveva osato dire che le vacanze erano "meritate"; chi sgobbava si meritava soltanto di sgobbare vita natural durante. Sono del tutto certo che, se il padronato potesse abolire questa fastidiosa incombenza anche domani, l'epiteto di "meritate" scomparirebbe all'istante.

Per questo, domani, mi prendo delle immeritatissime vacanze e me ne vado per qualche giorno nella "mia" isola d'Elba. Non intendo meritarmi assolutamente nulla, specialmente in questi tempi in cui la meritocrazia sta (ri)diventando assioma, invocata a gran voce anche da quella specie di sottoprodotto, di debased form della sinistra che ci ritroviamo in questo ed in altri paesi. La "sinistra da LIDL", come mi viene a volte da chiamarla. L'hard discount delle idee. Ma andàa a ciapà i ratt!

Immeritatissime, le mie vacanze, perché non ho nessun merito e non ne voglio. Perché grattata la patina del "merito" appaiono le solite cose, le cose di sempre: lo sfruttamento, i privilegi per chi già ha, lo stantio paternalismo capitalista che non è mai morto, le logiche assolute e assolute del mercato. Il vero merito sarebbe rifiutarle, queste logiche. Non un merito, ma un ribelle immerito. Da voi, brutti stronzi, non voglio meritare niente. Le mie immeritate vacanze, l'Elba e tutto il resto, me le prendo anche se non ho prodotto quanto vorreste, anche se ho lavorato poco e male, anche se non me ne importa una sega di come ti ho consegnato un elemento della catena del superfluo.

Statemi bene e non lavorate troppo in vacanza.

Vacanza vuol dire: ripigliarsi il gusto e il dovere di non fare assolutamente niente.

E arrivederci a quando mi andrà di farmi rivedere.

giovedì 31 luglio 2008

Vino



Siete pronti per una notizia sconvolgente? Eccola. Oggi, 31 luglio 2008, ho sempre 45 anni -anzi, per la precisione, mi ci sto avvicinando sempre di più. E non ho nemmeno una gran voglia di parlare dei tempi addietro, ché, tanto, tutti quanti sono già in ferie e immagino che abbiano di meglio da fare che leggere dei miei tempi, indietro o avanti che siano. Poi, devo dirlo, ho appena letto il testo di una canzone straordinaria su un altro blog, una canzone che parla di campane che suonano; e si dà il caso, ovviamente del tutto fortuito, che stamani sia stato risvegliato da una campana. C'è una chiesa qui vicino; ma non mi capita quasi mai di sentirne le campane anche se, presumo, suonano tutti i giorni. Si vede che anche per le campane, come per ogni cosa, esiste il momento giusto.

Così per il vino. Pane e vino non si buttano mai via. Ieri sera, alla pizzeria sopra casa, una pizzeria calabrese che considero straordinaria, mi hanno servito un carpaccio di polpo favoloso con le olive nere e una salsina tiepida, talmente buona che non sono stato neppure a chiedermi di che cosa fosse fatta. Però hanno sbagliato il vino. Avevo chiesto un bianco secco, e invece mi hanno portato del rosso messo per sbaglio in frigorifero (evidentemente non si vedeva bene nella bottiglia scura). Poiché me ne ero già versato un bicchiere, quando la cameriera se n'è accorta si è scusata e mi ha detto che mi avrebbe fatto portare il bianco che avevo ordinato; ho rifiutato. La bottiglia di rosso già incignata sarebbe finita nello scarico dell'acquaio, e una cosa del genere mi ripugna. Le ho detto che non importava, che avrei bevuto il rosso freddo di frigorifero. In barba ai dettami della gastronomia, lo so bene. Ma il vino non si butta. Quel rosso sarebbe venuto a perseguitarmi la notte.

Aveva ragione Piero Ciampi quando diceva che il vino è “bello”. Nella sua canzone, forse l'unica sua veramente famosa, dice proprio così: Quant'è bello il vino. Non “buono”: bello. Prima di finire dentro il suo bevitore, passa per i suoi occhi. Ci sono degli sguardi al liquido nella bottiglia, ai suoi colori, almeno quando lo si può vedere bene; quando cade nel bicchiere, poi, c'è una specie di agnizione reciproca. Anche il vino riconosce, in qualche modo, chi lo sta per bere. Se credete che stia delirando di prima mattina, oppure -visto l'argomento- che sia già briaco, vi prego di ricredervi: l'espressione del vino che si fa bere non l'ho certo inventata io.

Riconosce, il vino, un tipo lungo e grosso, a un tavolo da solo accanto a una coppia che parla di cose loro. Riconosce quella sua annosa consuetudine al tracanno, mai al centellinamento coscienzioso e a volte pretenzioso di chi dice di “saper bere”. Allora si predispone a farsi inghiottire d'un botto, a bicchierate piene, senza per questo rinunciare a farsi gustare. Così dicevano, a quel tipo al tavolo, quand'era ancora piccolo, otto o dieci anni; in mezzo alle proteste delle donne di casa, che non volevano, il padre serviva al ragazzino il suo bicchiere in un atto tremendamente maschile, che d'illogico ha solo il non rendersi conto di che cosa siano un padre e un figlio. Giù d'un botto, diceva il padre; e io lo buttavo giù, quel vino dell'Elba, rosso o bianco che fosse. Di quel rosso indelicato, pieno, enorme; e di quel bianco torbido, fortissimo, che a berne un dito a digiuno fa andare a batter la campagna per sentieri tortuosi e ispidi.

Riconosce quel suo gusto nel mangiarci una midolla di pane addosso, ché a questo modo te ne puoi bere a bottiglie intere senza eccessivi danni. Riconosce tutte le sue serate, belle e brutte, allegre e tristi. Riconosce e accompagna; e sa dire basta. E quando non lo sa dire, come un migliore amico non si tira indietro e non abbandona al proprio destino. Non si gira dall'altra parte, non fa finta di non vedere. Non lascia soli, infilato in una tasca d'un vecchio spigato per strade d'inverno. E allora ci si parla per davvero, con quel vino; gli si raccontano le proprie storie, le paure, le sconfitte. E gli si cantano canzoni vere o inventate in quel momento.

Arrivato un certo momento, sempre come un migliore amico, sa farsi da parte prima di diventare un carnefice, come a volte diventano gli amici più veri. Ci si ritrova allora a fare i conti con l'acqua e con l'aria, ed è un'aria che non mi riesce non immaginare salata, salmastra. Accade poi di ripassare per certe strade battute un tempo in compagnia di quel tuo amico, e di ripensare, e di ricordare; allora l'aria instilla risate lievi, e paragoni, e sicurissime incertezze.

Ma è il momento di tirar giù quel rosso sbagliato da una cameriera di fine luglio, senza ripensamenti, senza magagne. Coprirà magari il sapore di quel polpo così squisito, con la violenza d'una libecciata. Pazienza. Bisogna aver pazienza con gli amici. La pazienza paga sempre. Una notte, una certa notte, te la saprà ripagare.

martedì 29 luglio 2008

Acqua


Poiché ho 45 anni, continuo a non poter parlare di gran tempi addietro. O meglio, ne posso parlare per sentito dire, per racconti diretti o indiretti, per diecimila altri motivi; però non c'ero al di là di quella fine degli anni '60 e di quegli anni '70 in cui i ricordi sono miei per davvero. Si parla quindi dei primi anni '70, all'Isola d'Elba, e di quando arrivava il mese d'aprile. A volte, però, smetteva di piovere anche prima, gli ultimi di marzo, e non ricominciava un po' che a ottobre inoltrato, addirittura a novembre. S'era a Firenze, e dall'Elba arrivava un giorno una telefonata dalle cabine davanti al municipio, ché il telefono, in casa all'Elba, lo abbiamo avuto soltanto nel 1985.

Era sempre mia zia che avvertiva che l'acqua era andata via. Si sentivano strepiti, mòccoli, maledizioni e tutto il resto, e incominciava l'estate. All'Elba, negli anni '60 e '70, la situazione idrica era un disastro totale; come smetteva di piovere e si seccava la falda, dai rubinetti della piana non colava più nulla. Il sindaco razionava l'acqua, quel poco che c'era ancora doveva essere dato agli alberghi perché l'isola campava di turismo, e nelle case occorreva arrangiarsi. Soltanto la notte l'acqua tornava per un'ora o due, e c'erano i turni di veglia per riempire tinozze, bottiglie, conche, innaffiatoi, canistri, cristi, madonne e ogni altro recipiente che potesse contenere acqua.

Ora, se i miei moccolavano come carrettieri, io, essendo un ragazzino (e i ragazzini sono notoriamente tipi strani), ero contento. Per me quella telefonata, magari ancora a due mesi e rotti dalla fine della scuola, significava cominciare a sognare l'estate, il ritorno all'Elba, il portico, la spiaggia, le giornate che non finivano mai, i campi; accidenti all'inverno e alla sua acqua abbondante! E così, tirando avanti, la scuola finiva e mi facevano partire assieme a mia nonna.

Ora facciamo un gioco, assieme a tutti voi. Andate nel vostro bagno, o all'acquaio, o a qualsiasi rubinetto di casa vostra. Apritelo. Guardate come scorre, l'acqua. Bella, fresca, abbondante. Da bere con tranquillità, anzi con maggiore tranquillità dell'acqua minerale in bottiglia. L' “acqua del sindaco”, ora, è generalmente buona se non addirittura ottima. Fatto? Chiudete gli occhi, ora, e venite con me in un qualsiasi giorno del 1972, o '73, a Marina di Campo, Isola d'Elba.

L'acqua che per quell'ora o due di notte cadeva a piscio dal rubinetto non si poteva bere. Era salata e, spesso, fangosa. Guai a farci da mangiare: il caffé sapeva di non so cosa, la pasta sembrava condita col fenolo e a berne un bicchiere veniva la cacaiola. Serviva soltanto per lavarsi un po', mettendone pochissima nella vasca o nella tinozza, e per innaffiare un po' le piante e l'orto: e innaffiare voleva dire pianta pianta, non certamente “irrigare”. In riga bisognava starci noi, e dimolto.

Per fare da mangiare e per bere bisognava fare quanto segue. Alle cinque o alle sei di mattina, sempre a turno, montare sull'otto e cinquanta di mio padre o sull'Ape di mio zio, e andare su al Monte Perone o a Chiessi, dove c'erano le fonti che venivano dalla montagna; e entrambe le cose avevano certi piccoli inconvenienti. Per andare al Perone c'era allora una strada sterrata che non aveva nulla da invidiare alla “Tremola” che sale al San Gottardo (ora l'hanno asfaltata, ma rimane sempre una strada da affrontare con estremo rispetto). Arrivati in cima, alle sei e mezzo di mattina ci si trovava già la folla con furgoncini, macchine, qualcuno persino con la moto e le cinghie elastiche per tenere legati i bidoni; e bisognava avere pazienza. Si aspettava muniti di panini, di giornalini, di settimane enigmistiche; e quando toccava, si dovevano mettere i canistri sotto un pisciolino d'acqua, buona ma pur sempre un pisciolino. Ci si faceva tranquillamente mezzogiorno, stipando la macchina d'acqua in ogni centimetro quadrato; e bisognava andare pianissimo per non farla arrovesciare, ché ogni goccia era preziosa.

Per Chiessi la strada è comoda, anche se a pigliare male una curva si fa un volo di 150 metri diritti in mare e nell'eternità. Però lì c'erano le due matte. Due sorelle vecchie già allora, che difendevano la fontana con le unghie e coi denti. Non volevano che i “forestieri” venissero a rubare l'acqua ai chiessini, e guai a dire che si veniva da Campo perché coi campesi ce l'avevano in modo speciale. E erano, a volte, graffi, botte e cazzotti: quelle non scherzavano, prima ti riempivano di insulti e poi passavano ai graffi, alle spinte, alle seggiolate. Matte, certo; ma chissà. In quella loro follia bisognava immaginare tempi in cui quella fontana era l'unica cosa dalla quale, in un paese intero, si prendeva l'acqua. Bisognava pensare che, in estate, la fontana magari seccava pure lì. Bisognava figurarsele da ragazze, quando nemmeno c'era la strada, a passare giornate senza una goccia d'acqua. Loro facevano la guardia.

Allora, come vi butta il rubinetto di casa? Aspettate un attimo. In casa, quando arrivavano anche i miei e mio fratello, s'era una tribù. D'acqua se ne consumava tanta, e altrettanta ce ne voleva. Quella buona finiva alla svelta, e ogni giorno bisognava tornare su al Perone o a Chiessi; quella poco buona finiva alla svelta lo stesso. Fu così che, nell'estate del '73, mio padre e mia zia decisero che era l'ora di far scavare un pozzo. Almeno quell'acqua sarebbe servita per l'orto.

Arrivarono due energumeni da Portoferraio, padre e figlio. Il padre, un ometto risecchito e color bronzo, in canottiera bianca, che faceva anche da rabdomante; il figlio, una massa di muscoli da fare spavento e un bel sorriso che ce l'aveva sempre, particolarmente quando sollevava da solo un cerchio da pozzo in cemento armato, centoventi chili di roba, e se lo portava tranquillamente a giro per il campo. Il padre che, con aria compunta e in preda alle “vibrazioni”, con la bacchetta in mano, a girare per il campo finché il “frùido” (sic) non l'ebbe fermato; e lì incominciarono a scavare a forza di pala. E cazzo, l'acqua c'era per davvero. Quindici giorni a lavorare come bestie, con misure di sicurezza fenomenali (tipo i fili scoperti per il compressore, corrente trifase a 380 V che Bibbolo ci prese una scossa che avrebbe ammazzato un bove; ma non lui); e il pozzo fu fatto. Mio zio comprò un motorino elettrico che funziona ancora, e all'improvviso ci ritrovammo a non dover più andarci tutti i giorni, alle fonti, ma un giorno sì e un giorno no. Quando si dicono le conquiste.

Ma c'erano anche di quelle decine di giorni in cui si bruciava dal caldo, e che si sarebbe bevuta anche l'acquaccia salata degli smunti rubinetti. C'erano di quei giorni in cui il qui presente, a nove, dieci o undici anni, era costretto a andare a lavarsi in mare. Veniva una pelle di quelle che vi raccomando; poi, magari, si passava davanti all'albergo delle Tre Colonne, dove mia nonna lavorava come cuoca, e si guardavano i milanesi e i tedeschi a fare il bagno in piscina. "Sciàise", diceva mia madre, che da piccola, durante la guerra, aveva imparato qualche parola di tedesco; sarebbe stato "Scheiss". Ma noi s'era i servi, e loro i padroni. Alla Grechea, dove mia zia faceva giustappunto la serva in una casa d'ammiragli e di milanesi, l'acqua ce l'avevano; eppure era sì e no a un chilometro da casa nostra. Misteri.

Fino ai primi temporali dopo ferragosto. Nel frattempo bisognava osservare i riti e le regole: mai incominciare una bottiglia d'acqua fresca, in frigo, senza finirla. Incignarne un'altra senz'avere finito quella prima era reato di “bottiglia malimessa”. Mia nonna vegliava sull'osservanza di questa regola come un rottweiler. Di notte, severamente vietato buttare lo sciacquone quando ci s'alzava per andare a pisciare o a cacare; passava qualcuno con un orinale pieno d'acqua e eliminava la deiezione, come si dice ora. In bagno c'era spesso un puzzo da andare via di cervello, ma ci si faceva l'abitudine. Dimenticarsi aperto un rubinetto comportava ceffoni nel muso, ma una volta che se ne dimenticò mio padre gli feci una pernacchia da Guinness dei primati. Forse però riuscirete a capire perché ho cominciato a bere il vino a otto anni. Quello non mancava mai.

E così di anno in anno. Nel canale di Piombino viaggiavano le bettoline cariche d'acqua dal continente, che ve le immaginate delle navi cisterna cariche d'acqua tutte intere? L'acqua minerale? Con le bollicine, magari? Costava troppo. Ora facciamo un ultimo gioco: andate al frigorifero e apritevi una bella bottiglia di acqua “Vitasnella”, o di quell'altra povera di sodio, o di quell'altra ancora con Del Piero dentro, o di quell'altra più che ancora con le nanosfere o che minchia sono. E mica sono verginello, non crediate: ci ho due belle cataste di acqua minerale pure io, qui in casa. Ma di nuovo nessuna morale; quand'anche vi ripungesse vaghezza di rimettercela, ve la rifate da voi. Io mi rifermo qui.

lunedì 28 luglio 2008

Pane



Poiché ho 45 anni, non posso parlare di gran tempi addietro. O meglio, ne posso parlare per sentito dire, per racconti diretti o indiretti, per diecimila altri motivi; però non c'ero al di là di quella fine degli anni '60 e di quegli anni '70 in cui i ricordi sono miei per davvero. Si parla quindi dei primi anni '70, a Firenze, e di una scuola comunale per territorio, ma già abbondantemente in campagna; e una campagna ancora tale, coltivata, non fatta per le ville e le villette dei signori -che pure già c'erano, visto che si era alle pendici di Settignano, al Ponte a Mensola.

Mi capitò, molti anni dopo, di conoscere un documentario di un regista verso il quale ho sempre nutrito una passione smodata, Luis Buñuel. Nel 1932 il calandese dei tamburi di Nazarín girò Tierra sin pan, “Terra senza pane”, nella desolata regione delle Hurdes, in Castiglia. Una contrada talmente arretrata e in condizioni così primitive e miserevoli, che neppure si conosceva l'uso del pane. Nel 1932, in Spagna, alla vigilia della guerra civile. Pane. Quanto mi garba, il pane. Mi garba alla toscana, terra che almeno fu di pane, e di pane dappertutto. La zuppa di pane, il pandiramerino, il pane e olio. E il pane da solo. Nel 1970 o giù di lì, in una normale scuola elementare comunale fiorentina di campagna, dotata di cucine, cuciniere (dire “cuoche” non si poteva) e di poca roba mandata un po' dai servizi dell'Annona e un po' portata dai babbi contadini dei ragazzi, la merenda consisteva esattamente di questo. Pane solo. Pane e basta. Di quello fiorentino, senza sale, inconcepibile da Aosta fino a Capo Passero.

Dico la merenda, perché c'era il doposcuola. Finite le lezioni della mattina, si restava quasi tutti a mangiare; dei tavolacci sistemati in un corridoio al pianterreno, davanti alle classi. E si mangiava per davvero quel che c'era. Pasta condita quasi sempre con un sugo di pomodoro il cui colore variava dal giallo pallido all'arancione smunto. Quantità abissali di verdure che mi hanno lasciato come imperituro ricordo l'odio per i fagiolini lessi. Qualche volta una carnaccia filacciosa, forse fatta per il lesso ma che la Franca e la Claudia aggiustavano in salsa, tagliata a fette. Al sabato la festa: siccome s'era di meno, ci davano anche dei formaggini di dubbia provenienza e del succo di pera in barattoli di metallo, e che infatti aveva un deciso gusto metallico.

La merenda del mattino veniva da casa, e giù pane. C'erano ancora di quelle mamme che sbraitavano a pieni polmoni contro quelle maledette merendine tipo Brioss o Fiesta Snack, e che infilavano nelle cartelle sleppe di pane e marmellata o di pane e salame; ma quelle venivano fucilate durante la ricreazione delle undici. Dio madonna, che razza di fame che s'aveva. Ora, dunque, a me è rimasta. Non mi si noterà mai per la mia linea perfetta, ma se ci avete da spazzolare gli avanzi chiamatemi pure ché non fo storie. Vi ripulisco la tavola, e se non ci state attenti c'è il pure il caso che attenti alla verginità del vostro frigorifero. Stàtev' accuort'.

Finito il lautissimo pranzo, s'andava in giardino a giocare. I maschi a pallone e le femmine ai loro giochi, che a noi non ce ne fregava assolutamente un cazzo. C'era un giardino circondato d'alberi, ma col ripiano asfaltato; e giù “finali”. Ogni giorno una finale, i tornei con le eliminatorie non erano contemplati. Dopo avere corso per du' ore, i nostri stomachini erano di nuovo simili al pozzo di San Due Patrizi, perché un san Patrizio solo non renderebbe bene l'idea. E allora, al rientro in classe per fare i compiti sorvegliati dalla maestra del doposcuola, bisognava arrangiarsi. Passava il bidello, un giorno il Conti che stava lì accanto in via Madonna delle Grazie, un giorno Beppino coi suoi baffi. Con gran ceste di pane. Solo.

Pane, pane e pane. C'era l'assalto a quelle povere ceste, ché ancora oggi mi chiedo come facessero e non essere mangiate pure loro. Tempeste di bricioli, l'acquaccia dei rubinetti dei bagni che allora sembrava il monumento al cloro, e molliche, e ciomp, e mangia fette su fette, a strippapelle. E non vorrei che mi si prendesse per un bieco laudator temporis acti (beh, avrò mangiato pane e basta ma, a differenza di qualche presidente del consiglio, il latino non lo sbaglio): in quel pane non mi riesce di ricordarci “sapori antichi”, “bellezze rustiche”, “tempi più semplici e veri” ed altre stronzate del genere. Sapeva di pane sciocco, e come tale me ne ricordo. Ci avremmo tutti quanti infilato sopra un bel po' di companatico, ci avessero portato anche soltanto l'olio e il sale. Ma l'olio e il sale servivano per il pranzo (anzi, per la refezione, come si diceva allora; una parola, credo, oramai scomparsa dall'uso), e poi figurarsi come si sarebbe conciata un'orda di ragazzini e ragazzine assatanate -ché anche le femmine, coi loro giochi alle bandierine e a sonasega cos'altro ché tanto noi ci s'aveva da giocare a pallone, di corse ne facevano-. Quindi, pane. Con la pancia piena di pane s'affrontavano le lezioni da fare, tipo i problemini d'aritmetica in cui il solito babbo portava a Giacomino sei mele, due fette di torta, otto noci e cinque caramelle. Il problema consisteva, nelle nostre teste e particolarmente nella mia, come sottrarre a Giacomino tutto quel bendiddìo, e papparcelo, e andassero pure in culo lui e il su' babbo ché mentre si leggevano quelle cose altro non s'aveva che panaccio.

No, no, niente lodi ai tempi che furono. Anche perché non furono mica ai primi del '900, ai tempi dei bisnonni; trentacinqu'anni fa, o poco più. C'erano dei maestri e delle maestre giovani, che alla nostra età, sotto la guerra, ci parlavano di quando non c'era manco il pane. “Avercelo!”, ci dicevano; e noi ce lo avevamo. Non c'erano toccate né la guerra né le Hurdes; anche se, fin da bambini, conoscevamo il significato di parole come sfollato, tessera annonaria, oscuramento. S'era stati fortunati. C'era la mia, di maestra, la Pierina Marziali da Livorno, che era già anziana e che s'era vista una novantina di bombardamenti nella sua città. Fumava in classe come un torcione, e a noi non ci ha mai dato nessuna noia. Ma proprio nessuna. Anche perché ogni tanto, alla ricreazione, una nazionale fregata in casa ci scappava eccome. Poi pane, pane e pane. E nessuna morale; quand'anche vi pungesse vaghezza di mettercela, ve la fate da voi. Io mi fermo qui.

martedì 22 luglio 2008

Opporsi al destino?


Opporsi al destino non si può. Il fato -dicevano gli antichi, e gli antichi hanno sempre ragione (saranno mica stati un po' fascisti, a volte?)- aveva la prevalenza anche sul volere degli dèi. Così, è inutile stupirsi più di tanto se, oggi, ci ritroviamo per l'ennesima volta il personaggio nella foto come "ministro", e anche come menestrello a base di "Robin tax" (questa l'origine della parola: ministrellus, "piccolo somministratore" o roba del genere; e, come si sa, le ballate di Robin Hood erano affidate giusto ai menestrelli). Sarebbe sufficiente conoscere almeno un po' gli antichi documenti dei nostri padri, come le primitive attestazioni della lingua latina.

Tra di esse ce n'è una che sancisce una volta per sempre il nostro fato. E' il cosiddetto Carmen Saliare, risalente con tutta probabilità al VI secolo a.C., che veniva intonato dal cosiddetto "Collegio dei Salii" nei mesi di marzo e ottobre, in onore della Luce. Il documento, tramandatoci in forma scritta da Varrone, era in un latino talmente arcaico che, in epoca repubblicana e imperiale, non veniva più compreso dai coevi. Era rimasta, come si dice, una formula rituale. Ma guardate come dice nel suo testo originale:

Divom parentem cante
Divom deo supplicate.
Quonne tonas, Leucesie,
prai tet tremonti
quot ibei tet dinei
audiisont tonase.

Letto? Ecco, allora capirete meglio il nostro fato quando vi dirò che il collegio dei Salii si sarebbe costituito in un'epoca antichissima per impedire il trafugamento di uno scudo sacro caduto dal cielo, che i Salii presero sotto la propria custodia. A tal fine fecero forgiare dal fabbro Mamurio Veturio undici scudi, e il dodicesimo di origine divina sarebbe rimasto mimetizzato tra gli altri. I Salii avevano il compito di proteggere il Tesoretto. Come non parlare di destino in questo caso?

E la stessa traduzione del "Carmen Saliare", pur incerta che possa essere, sembra confermare il tutto: si tratta di una primitiva forma di lode a Berlusconi!

Lui, padre degli dèi, cantate,
Inginocchiatevi davanti al dio degli dèi.
Quando tuoni, o signore della luce,
davanti a te c'è Tremonti
e quanti dèi nel cielo t'udirono tuonare.

Devo ancora convincervi? E non bastano certo le interpretazioni alternative, secondo le quali tremonti sarebbe la forma arcaica di tremunt, "tremano". E che importanza avrebbe, visto quanto tremano le nostre tasche di fronte alle grandiose iniziative del ministrellus? Senza contare che, ad ogni modo, a Sondrio, dove costui è nato (o risorto?) il suo cognome si dice, appunto, Tremùnt.

Insomma, già da millenni sta tutto scritto, e senza cambiare una virgola. Rassegniamoci.