lunedì 10 ottobre 2011

Le grucce


Per sette anni non mi riuscì un passo.
Quando fui dal gran medico, lui
m'ha chiesto: "Perchè queste grucce?"
E io: "sono storpio", gli ho detto.

E lui: "non c'è da stupirsi.
Fa' una prova, per cortesia!
Son questi arnesi, a storpiarti.
Va', cadi, striscia a quattro zampe".

Ridendo come un mostro
le mie belle grucce mi prese,
sulla schiena me le spezzò,
ridendo le scagliò nel fuoco.

Come sia, son guarito: cammino.
Una risata m'ha guarito.
Solo, a volte, se vedo stampelle,
per qualche ora cammino un po' peggio.

Bertolt Brecht.

sabato 8 ottobre 2011

La mela marcia, e discorsi di buonsenso fatti da Draghi il banchiere (Da Astratti pensieri e mondo concreto)


Questo blog non riporta usualmente post scritti da altri; ma per quello che segue faccio volentieri un'eccezione. Proviene da Astratti pensieri e mondo concreto ed è stato "pensato e scritto da Mario". Rare volte mi è capitato di essere talmente d'accordo con qualcun altro, da decidermi alla fatidica manovra del copia e incolla.

«Aggravata la povertà delle famiglie con figli. Nuove generazioni hanno redditi incerti, stentano per lavoro e casa». Dichiarazioni di Draghi. Uno le legge e pensa che qualcuno nel cervello deve avere un pugno di calabroni impazziti. Poi ti rendi conto che per questa gente è come andare a messa, fatto l'obolo tornano impuniti a depredare il resto dell'umanità. E tu torni a mandarli in culo!

E' morto Jobs, Steve Jobs. Uno che da giovane era talmente strafatto da decidere di intraprendere un viaggio in India per trovare il Karma. Lo trovò nascosto in un angolo e quello gli parlò. "Tu produrrai un cazzo di aggeggio che diventerà una roba che cambierà la vita delle persone". Proprio così,"cambierà la vita delle persone".

Un cazzo di robo di colore bianco ci ha cambiato la vita, come una cazzo di tavoletta sempre di colore bianco e prima di quella un cazzo di mouse che oggi che passi le ore inchiodato al pc ti ha semplificato la vita ed allontanato dagli amici. Si producono parole che non hanno più significato. Draghi parla di sfigati del XXI secolo, gente a cui quelli come lui danno una mano a rimestare nei bidoni della spazzatura e diventa una star del buonsenso.

L'altro passa una vita a fare palate di soldi con roba prodotta in fabbriche cinesi da bambini che lavorano 12 ore al giorno e invece di prendersi dei vaffanculo viene ricordato per un cazzo di discorso retorico ed ipocrita in una cazzo di università americana frequentata da una massa di lobotomizzati che metteranno la loro scienza al servizio di uno che produrrà scarpe griffate fatte da quei cazzo di ragazzini cinesi o in qualche boite a Barletta a 4 euro l'ora per un cazzo di mercato nuovo del sud del mondo ed un target di consumatori sciccosi.

Parole che glorificano nuovi eroi.

Ti leggi la Repubblica e quelli ti informano che gli studenti invece di bruciare qualche banca tirano la copia del discorso di Steve Jobs fatto in quella cazzo di università di fronte ad una massa di etc.etc.etc. Poi vai per strada e scopri che per fortuna non è vero. Che la polizia presidia le banche e che quelli col cazzo che pensano alle minchiate raccontate da Steve Jobs quando era in vita.

Devono pensare a come sopravvivere perché il futuro è incerto. Ed arriva un "pirla", fa un mestiere ormai per cretini come quello del cantante e dice che Jobs è il "nostro eroe". Come Draghi per Vendola, Bersani e compagnia. Nessuno escluso da destra a destra.

Ed allora ritorni a mandarli in culo. Tutti,ed a farti il segno davanti all'immagine del Che ed a quella di quell'ingegnere russo che s'inventò una macchina meravigliosa buona per una rivoluzione. Sì, w la revolución e gli eroi bastardi e solitari della revolución. Quelli che vi fanno cagare nelle mutande puntandovi quell'invenzione meravigliosa sul vostro lobo frontale. Moriranno disprezzati, ma vuoi mettere l'odore della vostra merda che sensazioni dà in quel momento?

Hasta siempre.

venerdì 7 ottobre 2011

Una partita a carte


Ho avuto un infarto cardiaco. Qualche notte fa, mentre ero a lavorare, svegliandomi per andare a pisciare; fortunatamente non è successo durante un intervento. E non è neanche che desideri starci troppo a ragionare sopra; si tratta di una cosa che, senz'ombra di dubbio, sta avendo e avrà delle ripercussioni importanti sulla mia vita -aggiungendo che nel "pacchetto" è compreso anche un bel po' di diabete. Specificando che non è mia intenzione né fare un resoconto di quanto mi è successo a partire dalle ore 3,20 del 21 settembre scorso, né di abbandonarmi a considerazioni esistenziali o roba del genere, dirò soltanto che sto vivendo la cosa con la massima tranquillità possibile. Un po' perché la situazione lo impone anche dal punto di vista strettamente fisico, ed un po' perché quel che mi è accaduto è ben lungi dall'essere stato inatteso. Con il mio stile di vita, e lo dico con la massima brutalità, era lecito aspettarmi che prima o poi mi pigliasse un colpo. Certo, un conto è aspettarselo, e un altro e cascare in terra sudato in un cesso, riproducendo quasi pedissequamente il gentile compromesso di una delle prime canzoni degli Apuamater Indiesfolk; ma sono qui a parlarne, sia pure succintamente, e questa è già una discreta cosa. Molto discreta; si vede che all'inferno ancora non ero desiderato.

Con quello che mi è successo, in altri tempi (e non parlo di un secolo, ma di soli vent'anni fa o poco più) sarebbe stato auspicabile che fossi morto subito. Mi avrebbero atteso una degenza di mesi, operazioni difficili e a cuore aperto (come l'impianto dei bypass organici ricavati dalla vena safena, cosa che ho visto in famiglia) e un resto di vita di merda. In un'ora e mezzo, invece, la mia coronaria anteriore è stata stasata e angioplastizzata. Quattro giorni di terapia intensiva, poi spedito in medicina dove potevo zampettare a mio piacimento; poi a fare un'altra angioplastica (si era tappata anche la coronaria laterale, e in due punti), un'altra giornata di UTIC, due altre di medicina cardiaca, e poi a casa sulle mie gambe. Totale: giorni nove. A certe condizioni che debbo rispettare, mi si prospetta una vita normalissima e passabilmente lunga; sono dimagrito di quindici chili. Per un po' mi toccherà farmi l'insulina, e la mattina piglio una pasticca la cui sospensione precoce, come recita il piano terapeutico, comporterebbe dei lievissimi effetti quali il reinfarto e la morte (si chiama Plavix ed è prodotta, pensate un po', dalla Squibb; quella della schiuma da barba!)

Prima d'addormentarmi, avevo già paura di morire all'improvviso quando tutto questo non m'era successo; figuriamoci ora. Pazienza, ci si dovrà convivere e persino senza far tante filosofie da tempi moderni, tipo quelle del defunto Steve Jobs. Non so, del resto, se ce la farei mai a vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo (ma, del resto, non devo inventare l'iPhone). La scoppola è stata dura, e ha eliminato qualsiasi residuo di pensiero d'essere immortale (tutti, in fondo, crediamo di esserlo finché, giustappunto, una notte non si casca in terra in un cesso o altrove). Ho piacevolmente constatato di avere parecchie persone che mi vogliono bene, una delle quali non mi aveva mai visto e s'è scomodata a venirmi a trovare in ospedale dalla provincia di Pisa. Uno che sta bene con poche persone e in pochi posti, recita l'exergo di questo blog; ma le persone si sono rivelate ben più di quanto io stesso credessi, e l'ho constatato in un posto dove bene non stavo. Con tanti begli elettrodi appiccicati addosso, cannelli, aghi a farfalla, tubicini colorati. E siccome avevo modo di pensare, la cosa che più mi frullava in testa riguardava qualcosa che non si ha mai modo di apprezzare abbastanza finché non serve.

Sto parlando degli incredibili progressi della scienza medica, e anche del fatto che persino in un paese di merda e disastrato come questo è ancora possibile usufruirne senza spendere mezzo soldo bucato. Chissà come mi sarei sentito bene con le medicine tradizionali, con le stronzate "spirituali", con i flussi, le omeopatie e via discorrendo. Al posto delle preghierine e dei miracoli, dei begli stent e una chirurga che sa come metterli.

L'iconografia vorrebbe che, con la Morte, si giocasse una partita a scacchi; oramai è stata fissata da Ingmar Bergman, e non c'è nulla da fare (nemmeno invocare il fatto che i suoi film sono quanto di più mortalmente palloso sia stato concepito nella storia del cinema). Il problema è che, con gli scacchi, sono un'autentica schiappa. Non che con le carte me la cavi granché meglio; ma nella sala d'attesa per la seconda operazione d'angioplastica, rimandata di tre ore per delle urgenze (non immaginate quanto sia bello non essere un'urgenza, in certe occasioni; ma lo ero stato solo pochi giorni prima), quel che avevo in mano era un mazzo di carte piacentine. Sono spuntate fuori per la più squinternata e memorabile delle partite, una briscola fra compagni di sventura che andavano a farsi sfruconare in mezzo al cuore per tramite di una sonda infilata nell'inguine o nel polso. Passavano gli infermieri leggermente esterrefatti, e noi si giocava dalle barelle. Briscola! Carico! Fante di coppe! E così, le ore son passate e, uno dopo l'altro, ci hanno portati dentro. Non ci saremmo più rivisti, e lo sapevamo benissimo; perdipiù, a parte il sottoscritto si trattava di uomini anziani. Morte o non Morte, la partita a carte è stata giocata; ovviamente l'ho persa. Sia mai che io vinca una briscola, ma ci può stare. L'altra partita, però, bisognerà proprio che cerchi di vincerla. Senza enfasi e senza gran proclami; e con questo ricomincio -tra le altre cose- a scrivere su questo blog, espletata questa parentesi e ringraziando chi m'ha voluto salutare nei giorni scorsi. Ora si può andare avanti.

martedì 20 settembre 2011

Terremoti giapponesi


Itō Noe era nata il 21 gennaio 1895 a Imajuku, sull'isola di Fukuoka. La aspettava, come tutte le giapponesi, una vita di obbedienza assoluta ad ogni tipo di autorità in una società rigidamente gerarchica, codificata, ritualizzata. Giapponesi come geishe, come complemento portafigli, come prigioniere, come escluse; Itō è una deviazione.

Dotata di temperamento artistico, si iscrive alla scuola femminile di Ueno, a Tokyo; non le sarebbe del resto stato possibile fare altrimenti, in un'epoca in cui non esistono classi miste (né in Giappone, e né altrove). A 15 anni, mentre è ancora a scuola, sposa un tale Fukutaro, di vent'anni più vecchio di lei; costui si impegna a sostenere la sua formazione artistica e culturale, ma non è minimamente in grado di tenere fede a quanto sottoscritto. Del resto, Itō non era minimamente innamorata di lui; lo aveva sposato con la speranza di emigrare negli Stati Uniti. In seguito, confiderà alla sorella che, una volta arrivati in America, lo avrebbe immediatamente lasciato. Poco dopo il matrimonio, Itō stringe una grande amicizia con il suo insegnante di inglese, Jun Tsuji.

Jun Tsuji è a sua volta uno che ha preso un'altra strada, e assolutamente impervia. E' un anarchico dichiarato, e il primo traduttore in giapponese dell'Unico e la sua proprietà di Makusu Sutiruneru, vale a dire Max Stirner. Una sedicenne giapponese che si avvicina all'anarchismo è qualcosa di assolutamente impensabile nel Giappone dei primi anni del '900; l'amicizia con Jun Tsuji si trasforma in amore e impegno politico. Diplomatasi a 17 anni, Itō Noe entra nella Seitō-sha, una scuola artistica semiuniversitaria femminile; quasi immediatamente inizia a collaborare con la rivista di blanda avanguardia pubblicata dalla scuola, e che reca lo stesso nome.

A 18 anni e mezzo lascia il marito, che non è più nemmeno in grado di sostenerla economicamente; sei mesi dopo sposa Jun Tsuji, dal quale ha due figli. A vent'anni è già redattrice capo della rivista, alla quale imprime subito una svolta radicale. Da blanda rivista artistica femminile, seppure "tenuta d'occhio" e invisa alle autorità, Seitō diviene una pubblicazione di critica sociale radicale e femminista. Uno dei primi atti, è la traduzione e la pubblicazione di The Tragedy of Woman's Emancipation di Emma Goldman; nel frattempo, Itō ha conosciuto uno dei principali anarchici giapponesi, Osugi Sakae, che la aiuta nella traduzione e nella pubblicazione. Osugi è, a sua volta, il redattore capo della rivista libertaria Heimin Shinbun ("Giornale dell'uomo del popolo"), in sostituzione del suo fondatore, Sanshiro Ishikawa. Lo sostituisce perché Sanshiro si trova in carcere, fin dal 1908, per atti sovversivi e incitamento alla rivolta sociale. Nel 1916 la rivista viene chiusa d'autorità, e Itō Noe ne prende le difese dalle pagine di Seitō.


Osugi Sakae.

Traducendo insieme Emma Goldman, Itō Noe e Osugi Sakae (che hanno rispettivamente, all'epoca, 21 e 30 anni) instaurano un rapporto basato sul libero amore, che trova coerentemente d'accordo anche Jun Tsuji. Nel Giappone tradizionale e conservatore, quello che piace tanto ai fascisti di casa nostra, la cosa provoca un autentico terremoto; lo scandalo si accresce ancora quando Osugi viene ferito a coltellate in una casa del thè dalla sua prima amante, Masaoka Itsuko, a sua volta militante femminista. Osugi era peraltro sposato; ma sua moglie, Hori Yasuko, era amica di Itō Noe.

Come è prevedibile attendersi, se lo scandalo non risparmia nessuno dei protagonisti, un accanimento ancor maggiore viene riservato a Itō Noe, per l'elementare fatto che si tratta di una donna. Invece delle cazzate sulla preparazione del thè, costei si dedica alla fondazione e alla crescita del movimento femminista anarchico giapponese; nel 1921 fonda un gruppo di donne socialiste a Sekirankai, e continua a tradurre le opere di Emima Goruduman e di Kuropotikin (Kropotkin). Il movimento anarchico giapponese assume ad un certo punto dimensioni tali da preoccupare seriamente le autorità; e quando le autorità sono preoccupate, la cosa fa rima con liquidazione.

Il 1° settembre 1923, Tokyo viene rasa al suolo da un terremoto che provoca oltre 100.000 morti; una delle primissime preoccupazioni del governo e delle forze armate giapponesi è quella di dichiarare ai superstiti che gli anarchici ne avrebbero approfittato per prendere il potere e rovesciare l'Imperatore. Nelle ore immediatamente successive al disastroso sisma, squadre della polizia militare vengono inviate non a prestare soccorso, ma a dare la caccia ai pericolosi sovversivi; una di esse raggiunge Itō Noe e Osugi Sakae.

La squadra è guidata dal tenente Masahiko Amakasu, che arresta Itō, Osugi e il nipotino di costui, un bambino di soli sei anni. Il 16 settembre, tutti e tre sono ammazzati di botte; i cadaveri vengono gettati in un pozzo, dove vengono ritrovati il giorno dopo. Succede qualcosa di difficilmente immaginabile fino a poco prima: pur nel caos del dopo terremoto, il Giappone intero insorge per l'assassinio dei due anarchici e di un bambino. Le autorità, prese alla sprovvista, sono costrette ad arrestare il tenente Amakasu, che viene condannato a dieci anni di carcere da scontare nel penitenziario di Chiba. Dopo soli due anni, però, Amakasu viene liberato, beneficiando dell'amnistia generale in occasione dell'ascesa al trono dell'imperatore Hiro Hito.


La prima pagina del quotidiano "Mainichi Shinbun" del 17 settembre 1923, interamente dedicata all'assassinio degli anarchici e del bambino.

Masahiko Amakasu.

Il fatto viene definito, naturalmente, un incidente. Così, infatti, è passato alla storia: l'Incidente di Amakasu. Per fare fronte all'indignazione popolare, le autorità militari giapponesi ricorsero ad espedienti che è facile immaginare: mele marce, episodio isolato, tragica fatalità; vorrei dedicare tutto questo a chi si diletta, ancora oggi, a cianciare ammirato di Giappone tradizionale, di "codici d'onore", di Bushido e di Yukyo Mishima.

La storia sarebbe finita qui; ci sono però da dire due o tre altre piccole cose.

Il tenente Amakasu, una volta liberato, fu alla chetichella mandato in Francia a studiare; nel 1931 lo ritroviamo, con la sua bella faccina di merda da dalai lama, a Mukden, in Manciuria. Non è un posto a caso: proprio con un altro incidente (l'incidente di Mukden, appunto), il Giappone ne ha approfittato per invadere la Cina e per instaurare lo stato-fantoccio del Manchukuo. Direttamente alle dipendenze del locale capo dello spionaggio giapponese, Kenji Doihara, Amakasu si occupa della produzione e dello spaccio di oppio e del contrabbando di ogni sorta di generi nel resto della Cina. Ad un certo punto prende ad occuparsi di altre due cose solo apparentemente molto diverse l'una dall'altra: organizza la polizia nella nuova capitale del Manchukuo, Hsinking, e diviene il capo della Manchukuo Film, potentissimo strumento di propaganda.

Non è un caso se la figura di Masahiko Amakasu, il liquidatore extragiudiziale degli anarchici giapponesi, si ritrova quindi in un celebre film: sto parlando, naturalmente, de L'ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci, dove è interpretato dall'attore Ryuichi Sakamoto. Lo stesso Amakasu, del resto, ebbe un ruolo decisivo nel mettere sul trono del Manchukuo l'ultimo imperatore della dinastia Qing, Aisin Gioro Pu Yi. Il 20 agosto 1945 Masahiko Amakasu si suicidò; nel film di Bertolucci si spara un colpo alla testa, mentre in realtà ingerì del cianuro di potassio.

Nel 1969, la vicenda di Itō Noe e Osugi Sakae era stata trasposta in un film che è considerato uno dei primi capolavori della New Wave nipponica. Diretto da Yoshishige Yoshida, si intitola Erosu purasu gyakusatsu, ovvero "Eros e massacro". Nel film, considerato all'epoca una sorta di terremoto in Giappone, due studenti svolgono una ricerca storica sui fatti, riflettendo soprattutto sulle tematiche del libertarismo e del libero amore. Ad un certo punto, i personaggi del passato e del presente si mischiano impegnandosi in quelle tematiche; Itō Noe ritorna, e assieme a lei una storia che ci presente un Giappone lontanissimo dai samurai e dai luoghi comuni.


sabato 17 settembre 2011

Z


Atene, ieri.

Nei titoli di coda del film Z, l'orgia del potere di Costa-Gavras, si elencano tutte le cose che furono proibite dalla giunta dei colonnelli dopo il colpo di stato del 21 aprile 1967; tra di esse, la lettera Z. In greco si può leggere come zei, "vive".

L'uomo che sta dandosi fuoco e l'agente d'astinomia che reca una coperta bianca e la lettera Z.

L'uomo si dà fuoco perché una banca gli ha appena rifiutato la rinegoziazione di un mutuo per la casa.

In Grecia stanno studiando nuove misure.

Sarebbe dovuta bruciare la banca.

La lettera Z non vive più. Non stiamo vivendo più. Stiamo affogando. E bruciando.

Affogando.
Bruciando.
Orlo.
Lettere.
G
C.

venerdì 16 settembre 2011

Soffiano ancora quei venti



Ancora voglion macchiare
la mia terra di sangue operaio
quelli che parlan di libertà
ed hanno le mani nere.
Quelli che voglion dividere
la madre dai propri figli
e voglion ricostruire
la croce portata da Cristo.

Voglion nascondere l'infamia
che hanno addosso da secoli,
però il colore di assassini
non lo cancelleranno dalla faccia.
E già son stati a migliaia
quelli che hanno dato il sangue
e in torrenti impetuosi
hanno moltiplicato i pani.

Adesso voglio vivere
insieme a mio figlio e mio fratello
la primavera che tutti
costruiamo giorno per giorno.
Non mi spaventano le minacce,
padroni della miseria:
la stella della speranza
continuerà ad esser nostra.

I venti del popolo mi chiamano,
i venti del popolo mi spingono,
mi strappano il cuore a pezzi,
si avventano alla mia gola.
Così canterà il poeta
quando la morte mi porterà
per i sentieri del popolo
da adesso, e per sempre.



Pale Blue Dot



« Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L'insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "comandante supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.

Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l'illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.

La Terra è l'unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c'è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora. Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l'astronomia è un'esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l'uno dell'altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto. » - Carl Sagan.

La cosiddetta "Pale Blue Dot" è una fotografia scattata nel 1990 dalla sonda Voyager, che era stata lanciata nel 1977. Ritrae la Terra da una distanza di oltre 6 miliardi di chilometri, quando già era uscita dal Sistema Solare. Era stato lo stesso Sagan a proporre di far girare la telecamera della sonda in modo da prendere una foto del nostro pianeta dagli estremi confini del sistema cui appartiene. Oggi, proprio oggi, c'è tutto su Wikipedia, in prima pagina.