mercoledì 7 dicembre 2011

Lo scandalo Lockheed


Certo che, in questo paese, agli scandali Lockheed ci siamo abituati; forse, però, di quello degli anni '70 se ne ricorderanno ancora in pochi. In estrema sintesi: un gigantesco scandalo militar-politico finanziario internazionale, che riguardava forniture di aerei da trasporto C130. In Italia, ovviamente in prima fila nello scandalo, la fornitura riguardava gli aerei per l'Aeronautica Militare a partire dal 1972; molti furono accusati di avere intascato mazzette di miliardi di lire d'allora, per "favorire" l'acquisto degli aerei da parte del Ministero della Difesa italiano; alcuni furono condannati a lievi pene detentive, tra i quali l'ex ministro Mario Tanassi, il generale Duilio Fanali e, toh!, il presidente di Finmeccanica, Camillo Crociani. Ma chi fosse interessato non ha che da leggersi tutta l'esaurientissima pagina Wikipedia, che dà conto di tutto il complicato svolgimento di quello scandalo.

Anno di grazia e disgrazia 2011. C'è la crisi. Ci sono le lacrime e sangue; le lacrime le ha già versate la Fornero, il sangue invece lo versiamo noi. Ci sono i "professori", e direi che sarebbe cosa e giusta che, prima o poi, qualcuno si occupasse seriamente, e non con gentilezza, della stramaledetta Bocconi, della Luiss e tutte quelle fucine di paludati pezzi di merda. Dopo la cacciata del tiranno dal governo, tutto sembra all'improvviso improntato alla sobrietà e all'equità; tra poco se lo scriveranno anche sui biglietti da visita, sen. prof. dott. Ladislao Pizzighettoni, sobr. eq.; però agl'italiani tutto questo sembra piacere, perché dicono loro che c'è da salvare il paese. In Islanda mettono in galera i banchieri che hanno portato l'isola, qualche tempo fa, a un passo dallo sprofondamento nell'oceano; qui, invece, vengono fatti ministri. Tutti fanno appello alla responsabilità, e responsabilmente permettono che questo paese venga mandato equamente al macello; anzi, non solo lo permettono, ma lo approvano. Sobriamente, si accetta di essere spolpati per salvare non tanto "il paese", quanto tutto un sistema finanziario e politico che è stato la causa di tutto questo e che sta implodendo; un sistema che, per essere sicuro, fa gestire la "crisi" direttamente dai propri uomini, dagli stessi che ne sono stati i principali colpevoli.

Nel frattempo, però, che fanno? I superiori interessi del Paese, quelli nel nome dei quali ci stanno massacrando, contemplano ovviamente la difesa del Sacro Suolo Patrio. Ci mancherebbe. Tutto può essere sacrificato, persino i treni a lunga percorrenza da Palermo a Milano, ma non le spese militari. Di ritirare le truppe dalle "missioni di pace" non se ne parla; anzi, tanto per ribadire la cosa, è stato fatto ministro della difesa un ammiraglio, Di Paola, che oltre ad essere presidente del Comitato Militare della NATO, al momento della sua nomina si trovava proprio a Kabul. Non si capisce a far che cosa. Dicono che sia un esperto internazionale di sommergibili, ma quando qualcuno mi avrà scovato in Afghanistan qualcosa per far immergere un sottomarino, gli pagherò una cena. Poi, all'improvviso, ecco che rispunta la Lockheed; mi sembra d'essere tornato a trentacinqu'anni fa, quando anche i ragazzini si appassionavano alla misteriosa identità di Antelope Cobbler. Anche stavolta ci sono di mezzo forniture di aerei militari: per la precisione, 131 cacciabombardieri F35 già ordinati al modico prezzo di 20 miliardi di euro. Riassumiamo: la manovra salvaitalia del Bocconiano ammonta a circa 24 miliardi di euro; di questi, ottenuti non facendoci più andare in pensione, privatizzando anche il bus sotto casa, facendoci pagare un litro di benzina come una bottiglia di Sauternes, sopprimendo treni e tassando anche l'aria che si respira, 20 dovrebbero andare a pagare centotrentuno utilissimi cacciabombardieri da consegnare entro la fine del 2013. Ma, naturalmente, tutto questo non rientra nelle lacrime forneriane. Non resta altro, quindi, che cercare di specificare a che cosa serviranno davvero i soldi che ci apprestiamo a pagare così felici di essere ridiventati sobri. Andranno a pagare i giochini di guerra dei militari. E le banche? E l'euro moribondo? E la BCE? E il debito pubblico? Ma non ci sono mica problemi; tra qualche mese, basterà un po' di spread che sale, Moody's e Standard & Poor che tagliano il rating, qualche campanello d'allarme, un giorno alla settimana a scelta da colorare di nero, e vedrete che sarà già bell'e pronta un'altra manovrina assai equa e solidale. La troveremo persino al supermercato accanto al caffè e al cioccolato dell'Altromercato.

La famiglia, la crisi e i funghi porcini


Come è noto, e come ci viene ripetuto una media di 130 volte al giorno da televisioni, radio, giornali e Internet, la crisi colpisce le famiglie. Ne consegue che il qui presente, il quale non tiene famiglia, non è in crisi. La crisi non mi colpisce; ne sono stato escluso, scacciato, tenuto fuori. Soltanto le famiglie, coi loro seicento e passa euri (fin quando ci saranno) di aggravi sul bilancio, possono ufficialmente dichiararsi in crisi; e chi non ha famiglia, si arrangi. Nessun diritto al bilancio. Nessun calcolo statistico. Nessuna intervista al mercato mentre si comprano i topinambur. Nessuno schema, nessun grafico a torta, niente. Non dico una ministra, ma nemmeno un usciere che piange per la mia triste sorte di tartassato. Non sono toccato dall'equità anche se, va detto, ricevo a volte delle cortesi cartoline di saluti da parte dell'Equitalia. Insomma, diciamolo francamente: il senzafamiglia, con buona pace di Hector Malot, è una specie di paria. Non lo vuole nemmeno la crisi. La crisi interessa soltanto le famiglie, questo pilastro fondamentale della società, questo nucleo primordiale dell'umana convivenza, questo luogo di bilanci da far quadrare a fine mese, questo primario indice dei consumi. Me ne farò una ragione. Vivrò la mia esclusione con ferma dignità, in compagnia del gatto (che -almeno così dicono- non è preso in considerazione dall'ISTAT). Continuerò ad essere emarginato, al bar di piazza dell'Isolotto, dai padri e dalle madri di famiglia che si lamentano che s'arriva massimo a metà mese tra uno zingaro da bruciare e Della Valle che non compra i giocatori. Va da sé che, a noialtri messi da parte, non restano che alternative al tempo stesso buffe e impraticabili; tipo, che so io, dichiararsi contro il sistema capitalistico, a volte persino dirlo e/o scriverlo e, nei casi più disperati, operare addirittura una qualche forma di lotta per abbatterlo. A volte, poi, mi ritrovo anch'io sulla classica panchina (specialmente in questo periodo di inattività forzata), con in mano tranquille letture da convalescente come La gioia armata di Alfredo Maria Bonanno, a pensare di come sarebbe stato se avessi avuto anch'io una famiglia (sposato lo sono stato per un po', ma senza figli), immaginarmi in crisi alle prese coi conti, col bilancio e con la spesa responsabile. Invece, sono un irresponsabile cronico. Scientifico. Figuratevi che qualche settimana fa, in tempi di crisi nera, e sempre in piazza dell'Isolotto, sono andato al mercato e ne sono uscito con in mano una cassetta contenente tre chili e mezzo di funghi porcini. Veri. Stupendi. Pagati uno sproposito. Ho attraversato la piazza guardato con invidia dalle famiglie in crisi; una signora mi ha pure fermato un attimo per chiedermi quanto costassero e io, perfidamente, glielo ho detto provocandole incubi di non facile dissolvimento. Ho letteralmente fatto gente, e permettetemi di dire che me la sono proprio goduta. Non faccio parte delle famiglie in crisi, quelle che non arrivano a fine mese, quelle che si ritroveranno seicento euri al mese in meno per salvare l'Italia, e quindi mi pappo i porcini freschi. Specificando che di salvare l'Italia non m'importa una beata sega, sono arrivato a casa, ho posato la cassetta, l'ho coperta con un panno, e mi sono messo a fare un ragionamentino fra me e me.

Qualsiasi ragionamento deve arrivare ad una conclusione, altrimenti si perde nell'inconcludenza e nella leziosità del sofismo. Il sofismo è quella cosa che assomiglia al gioco della Roma di Luis Enrique: tanto bellino da vedersi, ma poi la squadra si piglia tre pappine anche da una congrega di scalzi e gnudi come la Fiorentina attuale. E finisce in otto. Rimirando i porcini, la conclusione è stata che senza famiglia si sta proprio bene. Senza bilanci e senza corsi di danza per la bambina. Senza autorità genitoriale e senza trombatine programmate per il sabato sera. Senza viaggi di nozze a Bali e senza ribellioni adolescenziali. Senza la cucina da rifare e senza il Natale come indice dei consumi. Senza recupero del rapporto padreffìglio e, naturalmente, senza crisi e senza tagli del Bocconiano. Ma con in più tre chili e mezzo di porcini, di cui peraltro hanno usufruito altri senzafamiglia (una piacentina che lavora come una negra, un filokhomeinista biondo, un ex esponente di Lotta Continua, una psicanalista di Tucumán) e pure una tizia che una famiglia ce l'ha, e che però rapinava banche a mano armata. Solo per dirvi che quei funghi son finiti negli stomaci di gente un po' strana; ma questo è un altro discorso. Insomma, la conclusione del ragionamento in presenza dei boleti eduli è stata la seguente: macché equità, macché tagli. Per vincere la crisi il consiglio non può essere che uno e uno solo: abolite la famiglia. Cessate di farvela. Mandatela in culo. Fate crollare questo pilastro imprescindibile. Smettetela di sposarvi o di convivere. Copulate allegramente come conigli con chi vi pare e quanto vi pare, ma senza preti, consiglieri comunali o accordi di qualunque genere. Niente più conti e “azienda famiglia”. Niente più tre per due e formati famiglia. Niente più trattorie familiari: come quella di Portoferraio, solo osterie libertarie. Senza la famiglia, che cazzo taglierebbe Mario Monti? E le banche, private dei conti famiglia? Ve lo immaginate un mondo senza la “famiglia media”? E il Family Day? E il Papa, come farebbe la domenica dal balconcino di Piazza San Pietro senza lanciare appelli accorati e preghiere per la famiglia? Senza figli di merda a carico, senza caro-pannolini, senza i blog delle gestanti e delle puerpere, senza calciatori idioti che mimano il gesto della culla ogni volta che fanno un gol appena figliato (e quelli che facevano i pugni chiusi, come Sollier e Sócrates, o hanno smesso di giocare o sono morti), senza organizzazioni di nozze che, in proporzione, costano più di una “missione di pace” in Afghanistan, e pure senza parecchie altre cose.

Senza la mamma, la moglie o il nonno a cui dà noia che fumi in casa e che, magari, pretende di spedirti in terrazza di gennaio. Senza che, magari, hai avuto un infarto e ti ritrovi la mamma, la moglie o il nonno che ti fumano come torcioni sul muso. Senza altri tagli, non quelli di Monti ma quelli delle coltellate che si tirano in non si sa quante famigliuole indicizzate, perlopiù a cura del padre “in crisi” (depresso, rovinato, maniaco del videopoker, precario, cassintegrato ecc.). Senza quei dementi dei “padri separati” che mo' se so' fatti pure 'a fìcscion con Beppe Fiorello; senza la famiglia, da che si separerebbero? Quali mogli li manderebbero al gas? Senza i paparini che molestano le figlie, o senza i figli che sgozzano i genitori per soldi (detraendo da questi, ovviamente, i seicento euri mensili della crisi). Senza l'anticipo di galera che è, fondamentalmente, la famiglia. Senza parentalità, autorità, potestà e altre orrende parole del genere. Senza più economia familiare, ché poi, nella società borghese capitalista, tutti 'sti grand'amori, lucchetti, confetti, promesse e chiardiluna si risolvono invariabilmente in due cose: il possesso e l'economia. Bella fine, sì. Lavoro e denaro. E la “crisi”, poi. Ti fai la “famiglia”, e poi ti ritrovi all'anima sgobbo forzato, precariato, cassa integrazione, Marchionne, smerdate di esserini maleodoranti, manifesti familisti con Pierferdinando Casini, disperazione perché non puoi più avere il superfluo, la benzina aumentata, le bollette stratosferiche (fai come me: mettiti due maglioni pesi, anche in casa), e poi magari domani muori. Senza nemmeno poterti permettere una cassettata di funghi porcini.

lunedì 5 dicembre 2011

Il crack delle banche


La canzone popolare che chiuderà questo post proviene dagli anni successivi al 1893, quando scoppiò il famoso Scandalo della Banca Romana. La Banca Romana, che poi era l'ex Banca dello Stato Pontificio, era allora uno dei sei istituti di credito che erano autorizzati a emettere moneta corrente, prima dell'istituzione della Banca d'Italia.

Lo scandalo prese avvio da una serie di prestiti a lungo termine che le maggiori banche italiane avevano concesso al settore dell'industria edilizia. Nel 1887 sopravvenne una crisi, che colpì particolarmente proprio l'edilizia la quale non poté onorare i debiti contratti nei confronti nelle banche (le quali, a loro volta, si erano ritrovate del tutto dipendenti dal settore edilizio). Cominciarono i tonfi rovinosi di alcune banche, tra le quali il il Banco di Sconto e Sete, la Banca Tiberina, il Credito Mobiliare e la Banca Generale.

La Banca Romana pensò di far fronte alla crisi in una maniera piuttosto semplice: in piena depressione, poiché era autorizzata a emettere moneta, cominciò a farlo senza nessuna autorizzazione. Non contenta, emise banconote munite "a coppie" dello stesso numero di serie, così da raddoppiare senza darne ad accorgere la moneta in circolazione. In pratica, la banca stessa agiva da falsaria.

Nel giugno 1889 il ministro dell'industria, del commercio e dell'agricoltura del governo Crispi, Luigi Miceli, dispose un'ispezione su tutti gli istituti di emissione, affidata al senatore Giuseppe Giacomo Alvisi. Venne alla luce un disavanzo di nove milioni di lire (una somma enorme per quei tempi); in pratica, in Italia stavano circolando nove milioni di lire false non fabbricate da qualche banda di malfattori, ma direttamente da una banca di emissione. Curiosamente ma non troppo, il disavanzo fu prestissimo reintegrato e gli inquirenti furono accusati di imperizia.

Nel 1891 Alvisi era pronto a presentare i risultati della sua inchiesta in parlamento, ma il presidente del Consiglio, Di Rudinì, si oppose "in nome dei supremi interessi del Paese e della Patria". Prima di morire (il 24 novembre 1892), Alvisi rivelò però i risultati della sua inchiesta al deputato radicale Napoleone Colajanni. Tali risultati possono essere così riassunti: la Banca Romana era stata autorizzata a emettere moneta per 60 milioni di lire, per i quali aveva copertura in oro; ne aveva emessa invece per 113 milioni, compresi 40 milioni di lire in serie doppia.

Fu proposta un'inchiesta parlamentare, immediatamente rifiutata dal nuovo presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti (cui sono tuttora intitolate parecchie vie). Pare che il rifiuto di Giolitti intendesse coprire il coinvolgimento nello scandalo di una persona che era fortemente indebitata con la Banca Romana; tale persona faceva di mestiere il Re d'Italia e si chiamava Umberto I.

Il 20 gennaio 1893, venuto a galla oramai il terribile scandalo mentre il popolo italiano era chiamato a sacrifici, si ebbero alcuni arresti: finirono in cella il governatore della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, e il direttore della stessa, Michele Lazzaroni. Un deputato della Destra, Rocco De Zerbi, si suicidò dopo che era stato scoperto un suo debituccio con la Banca Romana, circa 500.000 lire, e anche che la banca gli aveva elargito denaro illecito (assieme ad altri, naturalmente). La Camera dei Deputati aveva concesso l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti; erano tempi in cui i deputati si suicidavano ancora per la vergogna di essere mandati a processo come ladri.

Dal carcere, il governatore Tanlongo vuotò il sacco: somme di denaro illecito erano state consegnate anche a due presidenti del Consiglio, Giovanni Giolitti e Francesco Crispi. Il 21 marzo 1893, un comitato di sette parlamentari cui era stata demandata la stesura della relazione finale sullo scandalo, presentò in aula le proprie conclusioni: tra i "beneficiari dei prestiti" vi erano ventidue parlamentari, tra i quali Crispi. Il processo fu tenuto nel 1894 e si concluse, incredibilmente, con l'assoluzione di tutti gli imputati. Per evitare che l'inchiesta travolgesse l'intera politica italiana, i giudici nella sentenza denunciarono la sparizione di importanti documenti, necessari a provare la colpevolezza degli imputati. Il procedimento penale venne quindi archiviato senza emettere alcuna condanna.

In quegli anni, l'Italia era una galera. Vi era un detto popolare che simboleggiava le enormi difficoltà quotidiane che tutti erano costretti a vivere: "Se abbiamo passato Crispi, passeremo anche questa". Il decennio crispino fu il periodo ruggente della nuova borghesia: dopo il suo passato di "rivoluzionario garibaldino", Crispi si era fatto monarchico e ultraconservatore, uomo d'ordine e sostenitore (pienamente ricambiato) dei principali potentati del capitalismo italiano. Non è esagerato affermare che il decennio crispino furono dieci anni di dittatura e di regime repressivo e poliziesco, ancor più accentuato dai suoi successori (Di Rudinì e Pelloux).

La nascente borghesia imprenditoriale italiana utilizzava un linguaggio parecchio attuale: desiderava infatti entrare in Europa (le prime attestazioni di questa fortunata espressione risalgono giusto a quegli anni). "Entrare in Europa" aveva, allora come oggi, una valenza puramente economica e di competizione capitalistica; per il resto, l'Europa poteva pure scannarsi (come avrebbe fatto di lì a poco) oppure sfogarsi con la corsa al colonialismo. I necessari sacrifici che vennero chiesti al popolo consistettero nel peggioramento terrificante delle condizioni di vita dei lavoratori e sullo sfruttamento selvaggio delle campagne, basato sulla più dura brutalità del bracciantato. Leggendo i documenti di quell'epoca ci si imbatte in altre parole attualissime: gli oppositori erano generalmente facinorosi e terroristi, anche se perlomeno erano così definiti in un'epoca in cui non ci si limitava al lancio di uova. In un paese povero, dove la ricchezza era in mano a pochissime "grandi famiglie", si gettavano però somme enormi in imprese coloniali disastrose, come quella abissina nel 1896 che si concluse con la disfatta di Adua; ora, chiedendo sacrifici, si continuano a gettare somme egualmente enormi in Afghanistan e nelle altre missioni di pace. Forse era meglio quando si chiamavano "colonialismo" tout court, meno ipocritamente.

Condizioni drammatiche che suscitavano continue rivolte, alle quali si rispondeva con la repressione più scatenata; eccidi dimenticati, come quelli di Caltavuturo, di Pietraporzia, di Serradifalco e della Lunigiana (1894). Carabinieri che sparavano sulla folla che chiedeva pane e lavoro. Nello stesso 1894 si ebbero i moti dei Fasci Siciliani, repressi ferocemente; e, ancora, a Napoli e a Firenze (i cosiddetti "moti per il pane"). In quei pochi anni furono decretati quattro stati d'assedio, durante i quali furono soppresse le garanzie costituzionali e la possibilità di manifestare. Si trattava di provvedimenti da guerra civile. Poi ci furono le giornate di maggio e giugno a Milano, nel 1898. Poi ci fu Bava Beccaris. Poi, nel luglio del 1900, un operaio tessile di Coiano di Prato partì dalla sua emigrazione a Paterson, diretto a Monza. E la sua pistola "colpì nel punto giusto", come ebbe a dire una persona che, certamente, non può essere sospettata di simpatie anarchiche: Palmiro Togliatti. Colpì al cuore non soltanto chi aveva decorato al valore Bava Beccaris per la sua repressione spietata; colpì anche il "re" che non si peritava di immergere le zampe nel denaro delle banche truffaldine.

E, a proposito delle banche, si cantava così:

S’affondano le mani nelle casse - crak!
si trovano sacchetti pieni d’oro - crak!
e per governare, come fare?
Rubar, rubar, rubar, sempre rubare!

I nostri governator
son tutti malfattor,
ci rubano tutto quanto
per farci da tutor.

Noi siam tre celebri ladron
che per aver rubato ci han fatto senator.

Mazzini, Garibaldi e Masaniello - crak!
erano tutti quanti malfattori; - crak!
gli onesti sono loro: i Cuciniello,
Pelloux, Giolitti, Crispi e Lazzaroni.

I nostri governator
son tutti malfattor,
ci rubano tutto quanto
per farci da tutor.

Noi siam tre, ladri tutti e tre,
che per aver rubato ci han fatto cugini del re.

Se rubi una pagnotta a un cascherino - crak!
te ne vai dritto in cella senza onore; - crak!
se rubi invece qualche milioncino
ti senti nominar commendatore.

I nostri governator
son tutti malfattor,
ci rubano tutto quanto
per farci da tutor.

Noi siam tre celebri ladron
che per aver rubato ci han fatto senator!


La composizione, anonima, fu pubblicata nel 1896 dalla rivista L'Asino. La stessa che, pochi anni dopo, indisse un concorso per una traduzione italiana dell'Internazionale. Vinse l'orrenda e infedelissima versione firmata "E. Bergeret", quella che si canta generalmente ancora oggi nonostante Franco Fortini.

domenica 4 dicembre 2011

Copyright


Devo sempre stare un po' attento al mio compleanno. Quest'anno, ad esempio, me lo sono passato in un reparto ospedaliero di terapia intensiva; un modo senz'altro originale, allietato da ottimi finocchi lessi e da gustose caramelline al gusto di metoprololo e rosuvastatina. Però c'era anche il pesce, marcio, in forma di corpose capsulone trasparenti di esteri etilici di acidi grassi polinsaturi (si tratta del cosiddetto "colesterolo buono", ricavato appunto dall'elaborazione degli scarti di lavorazione del pesce). Quattro anni fa, invece, era una vigilia; di che cosa non importa più dirlo adesso, anche se poi è facilmente ricostruibile -sempre che, ovviamente, la cosa interessi- da parecchi post che seguirono. Ad ogni modo, quel 25 settembre 2007 avevo deciso di trascrivere sul blog una poesia di Attila József dedicata nientepopodimeno che a Sigmund Freud; e poiché Attila József era ungherese, avevo pensato che, forse, sarebbe stato meglio inserire una traduzione italiana. In certi casi vince sempre il principio di comodità; sebbene io conosca l'ungherese sufficientemente bene da farmene una traduzione per conto mio, ne avevo trovata una già pronta in rete e l'avevo copiaincollata.

Ieri, 3 dicembre 2011, ho ricevuto una mail dalla sig.ra o sig.na Agnes Preszler, traduttrice, la quale mi ha richiesto con secca cortesia di rimuovere il testo della traduzione da quella pagina del blog di oltre quattro anni fa. Per dovere di chiarezza, specifico che la comunicazione non conteneva alcuna minaccia, e che nel post "incriminato" non avevo specificato il nome del traduttore. Sicuramente, in questo, sono inquinato dal fatto che, in vita mia, ho eseguito centinaia e forse migliaia di traduzioni dalle lingue più disparate, inserendone una discreta parte in vari luoghi della Rete e non solo non curandomi minimamente dell'uso che ne veniva e viene fatto (a prescindere dal loro valore o meno), ma anzi sollecitandone quando possibile l'uso libero anche senza specificarne la fonte. Non me ne importa assolutamente niente e non riconosco la cosiddetta "proprietà intellettuale", verso la quale nutro il più totale disprezzo come, del resto, verso qualsiasi forma di "proprietà".

Ho quindi provveduto a rimuovere immediatamente il testo della traduzione da quel remoto post, specificandone i motivi. Spero soltanto di non ricevere richieste di danni, e neppure "lezioncine morali" sul copyright e sul "lavoro intellettuale"; le seconde, anzi, mi sarebbero ancor più sgradite. Alla sig.ra o sig.na Preszler mi sono premurato di esprimere brevemente la mia più totale disistima, sebbene sia pronto a riconoscere con cognizione di causa il suo valore come traduttrice di un grande poeta comunista dalla vita tragica e morto suicida all'età di 32 anni. S'intende che, d'ora in poi, se mi capiterà di inserire qui dentro testi di poesie o di brani letterari di autori che non scrivono in italiano, mi occuperò personalmente delle traduzioni (sempre che i testi originali siano scritti in una lingua che più o meno conosco); continuerò però a non autonominarmi. Negli ultimi tempi ho autenticamente in odio l'autoreferenzialità. Potrei, anzi, indicare come traduttori dei nomi di fantasia. Non desidero che mi sia "riconosciuto" alcunché di ciò che faccio; chi lo desidera, ne faccia l'uso che vuole e senza citarmi. Mi considero un mezzo, ancorché sovente imperfetto e opinabile, e non un centro.

Post Scriptum. Mi sono accorto che dal post di 4 anni fa è scomparsa anche la foto di Attila József che vi avevo inserito; si tratta, evidentemente, di un'operazione automatica che la piattaforma Blogspot compie sulle immagini "protette da copyright" (in questo stesso blog se ne hanno decine di altri esempi). Sappiate dunque che anche le vostre immagini, che siate poeti ungheresi o coltivatori diretti di Sant'Arcangelo di Romagna, non sfuggono al "diritto di copia" e che c'è sempre qualcuno pronto a "farlo valere". Le vostre facciazze, insomma. Mi sia permesso di sogghignare vagamente pensando agli amiconi di "Facebook", chissà se un giorno si ritrovassero tutti "copyriggati"; giungerei persino a ipotizzare che qualcuno, prima o poi, richiederebbe a se stesso la rimozione della propria faccia. La quale è sí un diritto inalienabile, che proprio Facebook calpesta quotidianamente, scientificamente e volontariamente. E impunemente. Che buffo mondo.

I Greci


" Fra le molte teorie proposte dai filosofi greci per spiegare la natura, quasi non ce n'è una sola che non possa venire tradotta in termini contemporanei, riacquistando in questo modo la ragion d'essere che ormai sembrava avere perduta. Per esempio, quando Eraclito afferma che la sostanza universale è il fuoco, e che tutto quel che vediamo è una forma o manifestazione di esso, basta sostituire la parola fuoco con 'energia' perché la teoria diventi comprensibile. Platone sosteneva che 'gli elementi fondamentali' (acqua, fuoco, terra e aria) erano composti di particelle di forma geometrica regolare: cubi, ottaedri e dodecaedri; tuttavia, siccome esiste un quinto poliedro regolare, l'icosaedro, decise che 'ci doveva essere una quinta entità fra quelle adoperate da Dio per creare l'universo'. Questo genere d'intuizione è assolutamente moderno: infatti, alcune fra le entità fisiche recentemente scoperte, sono state ricercate soltanto sulla base di qualche simmetria apparente nelle equazioni fondamentali. Così venne scoperto da Dirac lo spin dell'elettrone, quale espressione di una certa proprietà delle sue equazioni ondulatorie. I Greci non avevano invece alcuna possibilità di verificare sperimentalmente le loro congetture; le quali sono perciò rimaste per sempre nella categoria delle semplici intuizioni. "

Juan Rodolfo Wilcock.

mercoledì 23 novembre 2011

De abdicatione Berlusconiana


Iam ante quattuor dies Minister Primarius Italicus nuntiavit se munere abdicaturum esse postquam lex de ratione rei publicae reddenda iussa erit. Silvius Berlusconi statuit hoc facere cum animadvertisset apud Consilium legatorum populi suis partibus maiorem numerum suffragiorum, sed non iam maximum esse; sibi enim nonnullos legatos deesse qui ad novam factionem defecissent. Cum suos consuluisset ad Palatium Quirinalis contendit ut Praesidenti Rei Publicae Giorgio Napolitano proximam abdicationem nuntiaret.

In gravi rei oeconomicae discrimine nulla mora interponenda est: partes Berlusconianae putant nova comitia quam primum habenda esse, sed factiones adversae dissentiunt: necesse consensum omnium partium ut fides detur administratorum Consilio Ministroque Primario qui difficultates rei oeconomicae sumant, ut postulatur ab Unione Europaea. Insequenti die Praesidens Rei Publicae Marium Monti doctrinae oeconomiacae peritum elegit senatorem perpetuum: ut videtur, ei haud dubie mandabitur ut novos rei publicae moderatores deligat.

Hodie vesperi, iussa lege nummaria rei publicae, Berlusconi se contulit ad Quirinalem et publice potestatem abdicavit. Multitudo clamans et contumelias iaciens expectavit Silvium Berlusconi - cuius vultus dum iter hoc agit in imagine adposita ostenditur - autoraeda aditurum ad Quirinalem. Crastino die Praeses Rei Publicae consulere candidatos muneris Ministri Primarii incipiet. Complures qui in media re politica versantur affirmant : “Finem habuit aetas Berlusconiana”.

(Da "Ephemeris", giornale online in lingua latina).

lunedì 21 novembre 2011

Agli "Indignati"


Graziosissime "indignate", pregiatissimi "indignati", prendete quel cazzo di tendine e smontatele. A casina a ripigliarvi un po', ché i tempi sono cupi e duri, nell'emisfero nord fa freddo e l'indignazione con la bronchite funziona ancor meno bene. Liberate piazze e piazzette, i parchi degli Zuccotti, i campus universitari; statevene a twittare, che mi sembra un termine molto adatto per ciò che state facendo: cinguettare. Beccatevi Roberto Saviano, che del resto fa l'indignato di professione, e pure il globetrotter: sarà anche inseguito dai Casalesi, ma alla fine li vincerà per sfinimento a forza di farsi dare la caccia per i quattro angoli del globo. Insomma, fate una cosa saggia: levatevi dai coglioni. Sarete anche il "99 per cento", ma non ho mai visto un novantanove per cento più insulso e inconcludente. Ci avrete anche le "armi del pacifismo e della nonviolenza", ma mi sembrano piuttosto spuntate se basta un po' di peperoncino per farvi sloggiare. Poi tornate, sí; e intanto che tornate, l'Uno-per-cento sghignazza a tutt'andare. Vi piglia per il culo permettendosi pure di blandirvi; e fa benissimo. Gli state simpatici. Siete come il cacio sui maccheroni. Tutti belli ordinati, puliti, legali, pacifici, giojosi, allegri; se vi attaccano, vi mettete col culo per terra -il che è una perfetta metafora-, rifate Nespole e sangue o quel che era, e poi arrivano i presidenti a dire che "bisogna ascoltarvi". Ma insomma, alla fin fine, l'avete occupata Wall Street? Non è mica un giardinetto, Wall Street; è difesa da gente armata fino ai denti. Come pensate di occuparla? Con la "forza delle idee"? Avete presente come si fa un'occupazione di quelle serie? Oppure pensate di "smuovere le coscienze"? Bisogna che qualcuno si decida a dirvelo: non state smuovendo una ceppa di minchia. Guardate un po': nel paese dove siete nati, la Spagna, il risultato è che è andata al potere una bella destrona, votata a furor di popolo. O non eravate il 99 per cento? Visto che siete "pacifisti", datevi pace una buona volta: non siete affatto il 99 per cento. Siete soltanto dei ragazzotti e delle ragazzotte che non siete costretti/e a cercare qualcosa da mangiare nelle discariche del Cairo. La vostra "forza delle idee" equivale al nulla, perché si basa sul nulla. Ce l'avete tanto con le "banche", poi se qualcuno le assalta lo stigmatizzate nel migliore dei casi, e lo consegnate alla polizia nel peggiore. Vi sistemate nelle piazze, mettete su spettacolini, punti informatici, performances, cazzatine di ogni genere e, diciamocelo francamente, vi divertite un mondo. Aspettando magari che vengano a sgomberarvi, perché lo sgombero è il clou del giochino. Vuoi mettere la solita pallosa serata fra amici, e una bella forza dell'ordine che arriva a portarvi via e magari vi smonta persino le tende al posto vostro? Poi, dopo avervi sgomberati, vi ricevono perché dovete essere ascoltati; e giù delegazioni, forum, elogi perché siete stati tanto bravini e belle promesse. Non si sa bene se vi piaccia così tanto essere presi per il culo, o se siate voi i primi a farlo. Funzionate da distributori automatici di "speranze", però siete esattamente come le bibite gassate: tanto frizzanti all'inizio, ma poi vi dissolvete in bollicine.

In un'altra piazza, che si chiama Tahrir, invece, non stanno montando tende. E' perché la hanno occupata sul serio. E' perché non stanno giocando affatto. E' perché la loro non è "indignazione", ma rivolta. Di fronte non hanno peperoncini spray, ma un esercito con armi ad alzo zero. E' perché non sono lì per provare il brrrrrrivido dello sbirro che si avvicina, ma per assaltarlo. E' perché non c'è nessuna gioia, nessuna festa in quella piazza; ci sarà soltanto quando quei merdosi se ne saranno andati via tutti. E in quella piazza, vi devo dire una cosa, si muore. Eh, lo so: morire non è divertente. Morire è brutto. Toccherebbe morire anche a parecchi di voi, a parecchi di noi, se vi decideste a occupare le piazze con tutt'altri intenti. Vi siete mai chiesti come mai l'unico paese d'Europa dove non c'è stato nessun movimento di "indignati" sia stata, toh, la Grecia? Ci sarà penuria di tende, in Grecia, oppure almeno qualcuno ha preso un'altra strada meno comoda e ben più pericolosa? Quante domande, e sono peraltro sicuro che avrete altrettante risposte. Tutte belle "indignate", naturalmente; intanto i salvatori della patria (Monti, Papadimos, Rajoy...) fanno passare benissimo l'idea del "massacro necessario" e, come si dice all'incrocio fra Oxford e Cambridge, ve lo mettono nel culo. Ce lo mettono nel culo a tutti quanti. Le banche? Quelle che creano la crisi? Non so se guardate mai la vecchia televisione, in mezzo a tutte le vostre facebuccate e tuittate. Le banche si fanno pubblicità magnificando ognuna di essere un "porto sicuro pur nella crisi". E l'unica cosa che, in fondo, mi viene a mente, è che se quelli di piazza Tahrir per un momento potessero trasferirsi in una delle vostre piazzette e nei parchi Zuccotti, non esitereste neanche per un momento a dar loro di black bloc, a condannare la loro violenza e magari anche a credervi tanto ganzi.