
venerdì 17 febbraio 2012
giovedì 16 febbraio 2012
Degradato!

La sveglia a un quarto alle sei, la cacatina con la Settimana Enigmistica, la doccia, il caffé, la pappa al gatto; e mica è, poiché parlo sempre di crisi del capitalismo e di guerra civile in Grecia, che mi sveglio tirando fuori le molotov dal frigo, o preparando un'insurrezione all'Isolotto. Invece, nella cassetta della posta, giaceva già la comunicazione. Quando, andando a prendere la macchina nel parcheggio con il solito freddo polare, mi sono accorto del plico, ho avuto un sussulto: dalla busta che sporgeva, si vedeva la scritta Moody's.
"Mi scrive Moody's?", ho pensato; cazzo, come so' diventato importante! Oppure, di sicuro, sarà uno sbaglio; oppure ancora sarà la famosa ditta Moody's vendite per corrispondenza, che mi manda il catalogo. Ho preso la busta e mi è preso un sussulto: no, no, era davvero Moody's, quello vero. L'indirizzo non lasciava adito a dubbi: Mr Ricardo Venturi (ovvio che toppino la doppia "c", e poi sono economisti e ci avranno in mente David Ricardo), via dell'Argingrosso 65c, I-50142 Florence Italy. Non ho retto all'emozione; nonostante i sette gradi sotto zero, o roba del genere, ho posato lo zaino per terra, con malagrazia, e ho strappato la busta.
Conteneva un malloppo di calcoli e cifre, nelle quali ovviamente non ci capivo una sega; però, fortunatamente, c'era anche una gentile lettera di accompagnamento nella quale tale Mr Charles Sharkson, a nome dell'agenzia Moody's, mi comunicava quanto segue:
Dear Mr Venturi,
As you certainly know, due to Italy's persisting crisis, our Agency decided to submit a certain number of Italian citizens, chosen on various sample bases, to complete rating control. You were chosen as a typical respondent in the "WWW" class, as your financial situation is approaching shit. From a thoroughful analysis of the same, it came out that your previous WWW status cannot be supported anymore. Thus, it is my duty to inform you that you have been downgraded to ZZZ class, i.e. you are now officially in the shit. We remind you of the importance of being included in this basic class, as your actual poverty will allow us to turn you into an object of deeper analysis in order to better monitor the effects of the Italian crisis on standard citizens, that are going to be labeled now "Standard and Poor" (you know that we are pleased to show a certain degree of fashionable humour). Please accept our kindest regards, Charles A. Sharkson, Personal Rating Department.
Mi sono appoggiato al muro, in preda all'angoscia. Altro che infarto. Minchia, lo sapevo anche da solo che la mia situazione finanziaria è costantemente sull'orlo del baratro, e ci sono anche abituato da una vita; anche per questo, a me, la crisi in fondo mi fa un baffo. Ci sono da novecent'anni, io, in crisi; e rivendico orgogliosamente questo mio status che mi ha permesso di vivere alla cazzodicane come mi è sempre piaciuto, peraltro riuscendo sempre a galleggiare nonsisaccòme. Periodi di pura economia di sussistenza, espedienti, cifre folli spese in libri (perdonatemi, ma non ho spese militari!), metà dell'attuale budget assorbito dal cibo per gatti, cristi e madonne, qualche premolare pre-cariato, sugo broccoli e acciughe, una Fiesta con 300.000 km non mia (altrimenti andrei a piedi) e quant'altro; ma che Moody's mi scegliesse come typical respondent non me lo sarei mai aspettato. Conducevo la mia vita, in gran parte appartata e sotterranea, e non sapevo che da qualche parte mi avevano infilato nella WWW Class (nemmeno fossi un sito internet). Andavo alle cene a quattro euri del CPA, e non sapevo che Mr Sharkson mi stava comunicando ufficialmente che ero nella merda. E che ci voleva Moody's, poi, per dirmelo!
Insomma, lo avrete capito, mi hanno degradato. Non nascondo che, in un certo qual modo, provo anche un po' di legittimo orgoglio; caspita, alla stessa stregua di uno stato, di una regione, di un ente locale! Domani acquisterò Repubblica e leggerò in prima pagina: Moody's degrada il Venturi? Sarò nella merda, ma due euri per una cornice dal cartolaio all'angolo me li posso ancora permettere. Diventerò una celebrità nel quartiere, a meno che Moody's non abbia colpito anche altrove all'Isolotto. E, tutto sommato, meglio così che ricevere una busta da Equitalia o dall'Agenzia delle Entrate! Certo che, oramai, Moody's non risparmia nessuno. Prima l'Italia e gli stati; poi le regioni, le province e le città, il rating di Borgo a Buggiano, la ASL n° 6 Val di Cornia passata BB2, il canile municipale di Fivizzano dichiarato insolvibile; in ultimo, è toccato a noi. Ci stanno controllando il rating, a me, a te, a tutti.
Dopo essermi ripreso un po', ed aver mentalmente accettato questa mia nuova situazione di Povero della Classe ZZZ, sono tornato giù in casa per posare la busta; non potevo certo portarmela dietro mentre facevo il giro dei Servizi Sociali. E che gli dicevo a quei ragazzi? Oh, lo sapete che al vostro autista hanno degradato il rating? E alla Marinella che viene a farmi le pulizie, che dico? Oh, d'ora in poi ti do diciotto euri e sessantacinque invece di venti, devo adeguarmi a quel che mi raccomanda Moody's! Insomma, ho aperto la porta, e il gatto Redelnoir mi ha accolto con un "miao" convinto. Gli ho preso una scatoletta, e mentre la aprivo mi sono accorto che diceva: Mousse di pollo e salmone. Chicken and salmon spread. Occazzo. Pure lo spread per il gatto. E dietro, tanto per ribadire, c'era la traduzione della scatoletta in greco: Με κοτόπουλο και σολωμό (solo che ora, in Grecia, la scatoletta per gatti se la mangiano i cristiani). Non si scampa. Ci toccherà fare la lotta sí di classe, ma di classe ZZZ!
mercoledì 15 febbraio 2012
La priorità dell'ora blu

Il 15 febbraio, ecco che arriva la blåtime, l'ora blu. All'improvviso, verso le otto del mattino, il buio si dissolve piano e tutto assume una colorazione bluastra sull'immensa distesa bianca; le case e le strade della cittadina, che si chiama Longyearbyen dal nome di John Munroe Longyear (un imprenditore minerario americano), ancora sono illuminate artificialmente. Di nuovo il sole all'orizzonte; il cielo è limpido come il cristallo, e si scorgono di nuovo le montagne che circondano l'Adventdal, la "valle dell'Avvento" dove sorge quella che è la città più a nord del mondo. Il sole. Anche il sole è femminile, in norvegese: sola. E' una parola antica e uguale alla nostra, anche se si pronuncia in realtà qualcosa come sùla.
Non andrà più via, il sole. Le giornate si faranno sempre più lunghe; il 20 aprile il sole smetterà di tramontare, fino al 23 agosto. Centoquarantuno giorni senza notte, a far da bilancia ai centoventotto senza giorno. Durante quei centoquarantuno giorni senza la notte, gli svalbardiani boccheggeranno, verso luglio, nella calura dell'estate: lo scorso anno, quando lo Svalbardposten ancora presentava ogni giorno il bollettino meteorologico (ora c'è solo una "mappa del ghiaccio"), il 7 luglio salì fino alla bellezza di 11 gradi. Sembra però che quest'inverno sia stato, in alcuni periodi, eccezionalmente mite: in dicembre si sono avute temperature di cinque o sei gradi sotto zero, qualcosa di inaudito. Ancor più inaudito quel che riporta lo Svalbardposten lo scorso 7 febbraio, mentre l'Italia era sotto la "morsa del gelo siberiano": ancora al buio totale, la temperatura è salita a 7 gradi sopra zero e il ghiaccio si è sciolto. Mi ricordo di quando lo stesso giornale, qualche anno fa, aveva dato conto di una manifestazione contro la guerra in Iraq che si era svolta a Longyearbyen con una partecipazione massiccia, e con una temperatura di trentotto gradi sotto zero. Però, lo scorso 22 luglio, la temperatura alle Svalbard è scesa a centomila gradi sotto zero quando si è saputo che un ragazzo di 14 anni delle isole era tra le vittime di Anders Behring Breivik, a Utøya.
Priorità differenti. Nessuna crisi, nessuna Grecia, nessuna guerra, nessun politico per il 15 febbraio. Il 15 febbraio è soltanto il lysdag, il giorno della luce. Fra pochi giorni, le strade di Longyearbyen saranno addobbate a festa per celebrare il ritorno del sole: la chiamano Solfestuka. Cosa volete che gliene importi, a loro, degli eventi del mondo in un giorno in cui c'è l'ora blu; e il giornale, il Verdens nordligste avis, spara a nove colonne un titolo che non si vedrà mai altrove. Nå kommer dagslyset. "Ora arriva la luce del giorno". Il titolo più meraviglioso della storia, lo stesso del Corriere della Creazione.
Nella foto: Longyearbyen alle 8.09 di stamani, 15 febbraio 2012.
martedì 14 febbraio 2012
Εμφύλιος πόλεμος

Forse, chissà, da noi non c'è abbastanza crisi; e lo stesso in Spagna, in Francia, in Portogallo...anzi, ora stanno cominciando a dirci che si vede una via d'uscita, e tutti a applaudire. Il nano-tiranno-puttaniere non c'è più e non si ricandiderà; dissolto. Non si è mica ancora capito che questa non è una “crisi economica”, ma la crisi di una civiltà intera in tutti i suoi aspetti! Ci si rifiuta di prendere in considerazione che questa sia la crisi non di “Wall Street”, dell' “Europa monetaria”, dell' “euro” o di chissà cos'altro, bensì della società borghese capitalista nella sua interezza. La crisi profonda, e logica, dei suoi meccanismi e dei suoi pilastri. Si chiedono “lavoro”, “posti”, si ciancia sul “posto fisso” e sul “precariato”, quando è il lavoro stesso che è un cadavere imbalsamato, una salma che non si riesce più a tenere in vita artificialmente e per la quale si cerca costantemente di cancellare ogni alternativa possibile. Al tempo stesso, più il cadavere puzza, e più lo si esalta, lo si “riforma”, lo si sottopone a “cure dolorose ma necessarie”. Da questa crisi non c'è nessuna uscita. La Grecia non deve essere trasformata in un comodo feticcio, in esempio da additare tipo “avete visto bravi”; la Grecia è semplicemente un paese debolissimo, nel quale il crollo è proceduto più speditamente. E cosa si vuole che facciano, i greci? Che se ne stiano là a morire senza vendere cara la pelle? Ma non devono nemmeno diventare, i greci, oggetto di paragone e di “tifo”. Devono, casomai, diventare specchio degli eventi. Specchio degli eventi significa, e può significare soltanto questo, istruzioni su come assaltare un'armeria o mettere fuori combattimento un reparto motorizzato. Su come organizzare la sussistenza e l'approvvigionamento di base in una società crollata nella quale il lavoro non esiste più. Su come riorganizzare la convivenza e lo scambio in assenza di denaro. Non soltanto vendere cara la pelle, anzi; cambiarla tutta, la pelle. Non applaudire al fuoco, e basta; non dire “hai visto ganzi come danno fuoco alle banche e al centro commerciale”, ma capire in profondo che cosa prospetta davvero quel fuoco, e che panorama offre. Magari, chissà, se ne ha paura; magari si preferirà continuare a cullarsi nelle storielle dell' “uscita dal tunnel”. Ma dal “tunnel” si esce in un solo modo: abbattendolo. Non sarà delicato, tutto questo. Non sarà né una festa, né una gioia. Può darsi che dovremo rinunciare a tutto. Non lo scriveremo più nemmeno sul blogghino e non ci manderemo più i messaggini su Twitter. Può darsi che, in molti, moriremo. E' bene pensarci prima di applaudire il fuoco, perché il fuoco brucia. Ma senza il fuoco non si abbatte nulla. Si resta dove si è, nelle piazzette colorate. Si giocherella e ci si diverte, perché, diciamocelo sinceramente, 'sta crisi è proprio divertente e non ci si annoia di certo.
Ogni tanto, comunque, raccomando di imparare un po' di greco. Anche i rudimenti. Invece del solito inglese di merda, tipo quello dello striscione affisso sull'Acropoli dal KKE (il partito comunista greco). Su uno striscione intravisto l'altra sera in un servizio televisivo da Atene, c'era scritto quanto segue, e io l'ho capito cosa voleva dire. Sarebbe stato bene che tutti lo avessero inteso. C'era scritto:
ΕΜΦΥΛΙΟΣ ΠΟΛΕΜΟΣ
Guerra civile. Questo vuol dire.
Li vogliamo così!

Nella foto, appunto, una possibile e auspicabile immagine del tècnico governo greco al completo, sottoposto a un "inimmaginabile" atto di "vandalismo e distruzione" da parte di qualche centinaio di migliaia di "black bloc" (bisogna dire così, e allora lo dico). Il primo ministro Lukas Papadimos lo presiede sulla seggiola, mentre i colleghi sono tecnicamente e democraticamente stesi a terra, evidentemente per riposarsi dopo aver massacrato un paese intero. Nella festosa immagine si nota come una grande abbondanza di lacrime e sangue, le prime in parte fornite dalla ministra italiana Elsa Fornero (che ne ha una scorta inesauribile). Da rimarcare anche il sobrio abbigliamento dell'Esecutivo (o meglio, dell'Esecutivo Esecutato), come si confà a questi tempi di crisi. E che nessuno ci venga a parlare di Al Capone, autentico dilettante in confronto ai signori della BCE, del FMI e dell'Unione Europea. Come è noto, fu incastrato con una storia di tasse; uno dei primi audaci colpi dell'Equitalia. Per un San Valentino d'amore, ma di quello vero!
lunedì 13 febbraio 2012
La ballata del Gulotta

ma non lo so come lo devono
avere chiamato
mentre era chiuso nelle loro mani.
Chiuso, sí, chiuso.
Chiuso a desiderare, forse,
di morire a diciott'anni.
Quei due nella foto si chiamano...
non lo so, a dire il vero.
So i nomi di chi li hanno interpretati
e anche quello di uno dei due personaggi
perché era il titolo dello sceneggiato.
Sono un prete e un carabiniere.
Sono tanto buoni.
Aiutano il più debole e la vecchietta,
sono sempre per la giustizia
di cui rappresentano
l'inscindibile connubio tra
il divino e l'umano.
Sono divini e umani.
Piacciono alle famiglie italiane,
hanno divise stabilite e in ordine.
Capiscono tutto
e amano i cani.
Bisogna propagandare sempre
la polizia celeste e quella terrena!
Succede che, poi, qualcuno li tocca.
Giuseppe Gulotta ha diciott'anni
quando, un giorno, lo prendono
con l'accusa di averne uccisi due.
Vittime del dovere!
Madonna, quanti ne ammazza 'sto dovere;
e non l'hanno ancora preso, però.
A centinaia, a migliaia,
e ancora gira libero e impunito
il dovere.
Quando li toccano,
dicevo qualche tempo fa,
all'improvviso non sono più buoni.
Sei un ragazzino,
ma non ti guardano più così paterni,
dandoti buoni consigli
e rimandandoti a casa con un buffetto.
Non gliene importa se hai la fidanzatina,
se mamma ti aspetta a casa
con la pasta al forno che ti piace tanto,
se magari il giorno dopo devi andare a scuola
e se hai lasciato il motorino in divieto di sosta.
No.
Secondo loro hai toccato due dei loro.
Lo devi dire. Lo devi confessare.
E allora ti torturano, senza pietà.
Ti chiudono dove le tue grida
non si sentono;
e la pasta al forno si raffredda,
la fidanzatina non sa dove sei.
La mamma, poi.
Fra due o tre giorni, davanti a un microfono
dovrà dire:
"Se ha sbagliato,
mio figlio deve pagare".
Il motorino andrà all'asta giudiziaria.
Non le sentono le tue grida,
ragazzo che ti ci hanno messo dentro.
Non lo potrai dire a nessuno
quel che ti stanno facendo
quei bravi e onesti padri di famiglia.
Si chiama spirito di corpo, sai;
ma il tuo corpo, ed il tuo spirito
ora sono nelle loro mani.
A te ti hanno preso.
Altri due son dovuti scappare lontano
per non fare la stessa fine.
Il terzo, quello che ti aveva accusato
(chissà perché, chissà perché)
a un certo punto
lo hanno suicidato in carcere.
Torture e tormenti,
tormenti e torture,
de tormentis atque poenis.
Quello che ti aveva accusato
(e che poi è stato suicidato)
dice, invano,
di averlo fatto
sotto
indicibili
orribili
torture.
Nello sceneggiato, e in altri come quello,
non si può torturare.
La tortura non esiste.
O meglio, esiste, ma
la compiono i malfattori.
I malfattori sono brutti e violenti
e spesso parlano con strani accenti.
Le caserme sono pulite e accoglienti,
comprendono anche gli appartamenti;
e negli appartamenti, dio che umanità,
il cagnolino, la storia d'amore,
la pasta al sugo mista al sissignore,
il Natale con l'albero
(quello non manca mai)
la gioia e la delizia a volte
offuscata
dal tragico fatto su cui i buoni
sono chiamati a fare luce.
E così se li immagina la gente,
perché queste finzioni servono a far immaginare;
e così, in un appartamento lindo e sereno,
probabilmente con la sua famigliuola
viveva anche un ufficiale dei carabinieri
cui si darà il nome di Renato Olino.
Uno è morto.
Due sono chissà dove.
Uno è all'ergastolo.
Sí, perché a diciott'anni sei maggiorenne
e puoi prendere il fine-pena-mai.
O come lo scrivono ora:
Fine pena: 9999.
Qualcuno forse sogna
di uscire
nel novemilanovecentonovantanove.
Uscire e vedere finalmente
le astronavi che volano,
e i grattacieli di cinquemila piani,
e ragazze bellissime vestite con tute fosforescenti
e con pettinature remote e future.
Giuseppe Gulotta è all'ergastolo
perché nella tortura ha detto sí.
Nella tortura si dice sí a tutto.
Ti chiedono:
hai mangiato tu il rinoceronte del papa?
Dici: sí!
Ti chiedono:
maledetto, hai smontato tu la Torre Eiffel?
Dici: sí, sono stato io!
Ti chiedono,
a te e al tuo sangue
a te e al tuo soffocare
a te e al tuo morire:
hai ammazzato tu i nostri ragazzi?
E dici sí.
Sí!
Sí.
E allora hai confessato.
E poi ritratti, dici di no
e magari, ah ah, dici pure
che ti hanno estorto la confessione.
I carabinieri, estorcere?
I carabinieri ci proteggono.
Sia mai detto!
Quindi, ragazzino,
quindi, Giuseppe Gulotta,
ti pigli l'ergastolo.
Esci nel 9999.
Pena ostativa.
Hai ammazzato due vittime del dovere
quindi non esci mai.
Ma figuriamoci, poi,
in questo paese dove anche i bambini dell'asilo
oramai chiedono a gran voce la certezza della pena
alla maestra, se il compagno ruba la merendina.
Nel 2007, trentuno anni dopo, trentuno,
l'ufficiale dei carabinieri Renato Olino
dice di non reggere al rimorso.
'Sto rimorso del carabiniere mi sembra
un po'come una di quelle cacate
che scappano in posti impossibili,
proprio dove non la si può fare.
Bisogna reggerla!
E che sarà mai, per trentuno anni;
alla fine un posto si trova
dove cacare 'sto rimorso
che tanto gli avrà rimorduto
a questo lurido
bastardo merdoso
fottuto.
Renato Olino, carabiniere,
caca tutto alla fine:
caca torture e menzogne,
caca la storia
di come hanno cacato la vita di Giuseppe Gulotta,
di Giuseppe Vesco,
di Vincenzo Ferrantelli,
di Gaetano Santangelo.
Diciott'anni, Giuseppe Gulotta.
Aspettava la pasta al forno
e la fidanzatina sul motorino in divieto di sosta,
aspettava tutta una vita
nell'anno in cui lo sceneggiato
di moda, il '76, era Sandokan.
C'erano meno carabinieri e preti nel '76.
Sandokan, Sandokan,
Kabir Bedi e la Perla di Labuàn.
"Dopo la chiamata di correità
Giuseppe Gulotta
fu arrestato e massacrato di botte per una notte intera.
La mattina,
dopo i calci, i pugni, le pistole puntate alla tempia,
i colpi ai genitali e le bevute di acqua salata
avrebbe confessato qualunque cosa
e firmò un
documento
in cui affermava
di aver partecipato all'attacco alla caserma."
Oggi Giuseppe Gulotta
è stato assolto.
Hanno riveduto il processo, capito.
Ora, trentacinque anni dopo,
dicono che il ragazzo
può tornare dalla fidanzatina,
e a mangiarsi la pasta al forno
preparatagli dalla mamma
(che magari si sarà un po' freddata,
come la mamma stessa, del resto).
Il motorino? Ma sí, magari marcia ancora.
Ha un figlio, sembra, Giuseppe Gulotta.
Non so di quanti anni.
Non so di quanti anni.
La famosa frase di sempre:
chi ridarà a Giuseppe Gulotta
la sua vita perduta?
Perduta, poi?
No, non l'ha perduta.
Gli è stata rubata e torturata.
Gli è stata ergastolata.
Gli è stata, la sua vita,
ridata come fosse il 9999.
E penso a quanti ce ne sono stati,
ce ne sono, e ce ne saranno,
di Giuseppe Gulotta.
Penso ai buoni che amministrano l'acqua salata.
Penso alle loro buone facce di merda
e mi viene un'insopprimibile voglia
di sparare a Terence Hill
e anche a quel coglione di Nino Frassica.
Penso a come dev'essere.
Penso a un sacco di cose
e sono pensieri che non
mi fanno stare quieto.
Leggo, Giuseppe Gulotta,
che vivrai quel che ti resta da queste parti,
a Certaldo,
il paese di Giovanni Boccaccio
e, ora un sorriso amaro,
dell'allenatore Spalletti.
Leggo che farai il muratore,
tu che ti avevano murato vivo.
Leggo, e non so chi sei.
O forse so chi sei.
O forse so e non so.
O forse è ora
di.
Non deve bruciare Atene, dovete bruciare voi

Vi trasmettevano in tutto il vostro livido orrore. Con abiti scuri di morte, con cravatte da impiccati. Cadaveri che biascicavano putrefazione. Mentre, là fuori, un paese intero veniva spinto nel precipizio ma dimostrava di non essere disposto a cadervi senza combattere. Voi là dentro, chiusi, guardati a vista, a blaterare di democrazia, di risanamento, di crescita e di altre baggianate, mentendo sapendo di mentire. Disposti alla menzogna anche davanti al plotone di esecuzione, e senza alternativa. Cadaveri che uccidono, ma che non si accontentano di questo: devono continuare a ripetere, macchinalmente, le solite formule cui nessuno più crede. Il risanamento. La crescita. La creazione di posti di lavoro (ah ah ah ah!). Le misure dolorose ma inevitabili. Menzogne declinate in lingue differenti, ma con le stesse identiche parole: la riforma del mercato del lavoro, i tagli, le liberalizzazioni. Il tutto inserito, naturalmente, nel contenitore della loro democrazia e della loro legalità. Pur consegnando definitivamente la Grecia al boia, pur sancendo la distruzione del paese e del suo tessuto sociale, quelle salme non perdono occasione di condurre la farsa fino al suo punto più insopportabile: l'immancabile condanna delle violenze. Hanno una paura folle, e lo si vede. Sanno benissimo d'essere loro, in quel preciso momento, a compiere la più terribile e definitiva delle violenze, contro il loro stesso popolo nella sua interezza; sanno benissimo che la vita di centinaia di migliaia di persone, già diventata un inferno, da oggi semplicemente non esisterà più. E la gente compie l'unico atto possibile: si ribella, si rivolta. Lo sanno, questo: ma non rinunciano a stigmatizzare, ad invitare a esprimere civilmente il dissenso quando la civiltà, quella vera, impone di rovesciare e spazzare via i propri assassini senza tenere il minimo conto delle loro regole. Sentitelo, il primo ministro Papadimos, mentre afferma che "il vandalismo e la distruzione non hanno posto nella democrazia", proprio mentre lui e la sua "democrazia" vandalizzano e distruggono tutto quanto. Sono loro, il "blocco nero": un blocco nero di peste che ha infettato tutta l'Europa, in Grecia come in Italia, in Spagna, in Francia, anche nella stessa Germania.
Vedendo bruciare tutto attorno a sé, capiscono di essere arrivati ad un punto di non ritorno. Sentono l'odio che avanza senza trovare ostacoli. Sentono di avere perso ogni contatto possibile. Usurai, strozzini, servi del potere finanziario che ha finalmente compiuto la sua missione di far sí che tutto sia svenduto al privato. In Grecia, la sopportazione di tutto questo è cessata; e avranno voglia, quei cadaveri in cravatta, di mettere in azione la loro polizia e i loro giornali che, ancora una volta, non trovano di meglio che applicare il teorema dei "black bloc" pur sapendo che, oramai, viene riso loro in faccia. Perché a Atene, ieri, la realtà è che decine di migliaia di persone applaudivano gli anarchici che andavano a dar fuoco al centro commerciale e alla banca. Li applaudivano, e con tutta probabilità li avrebbero applauditi ancor di più se fossero andati a dare fuoco al "parlamento" degli assassini di stato. Con quanto vigore le fiamme consumavano lo "Starbucks", ma in quelle fiamme bruciavano in realtà i cadaveri asserragliati nel loro palazzo che esiste ancora solo in quanto protetto da un enorme schieramento di armati.
Lo scrivono tutti, oggi, che "Atene brucia" o che "brucia la Grecia". Lo scrivono persino i giornali di regime, perché oramai è chiaro chi e che cosa sta davvero bruciando nelle fiamme che si sono accese ieri sera a Atene ed in quelle che si accenderanno ancora, forse un giorno anche qui quando le stesse menzogne avranno terminato il loro ciclo. In quelle fiamme stanno bruciando loro, i padroni, i ricattatori, gli strozzini. Devono bruciare loro, non Atene. Bruciare senza che ne rimanga nulla!