martedì 29 aprile 2014

Nudo e morto


La fotografia sopra ti mostra, caro lettore di questo blog, nudo e morto. Con alcune misteriose chiazze sul corpo. Dico “lettore” perché dalla foto si evince piuttosto chiaramente che eri di sesso maschile; nulla, però, impedirebbe che tu fossi stata una donna. Eri un essere umano, e un giorno, una sera, una notte qualsiasi li hai incontrati. Avevi, magari, una serata un po' così; ti giravano i coglioni (e di motivi per farseli girare, ce ne sono non pochi sotto questi chiardiluna), ci avevi il magone, oppure ci avevi paura, chissà; ci avevi tutta la tua vita che, in quel preciso momento, aveva deciso di esplodere in qualche modo, in mezzo a una strada. E allora hanno chiamato mezzo mondo, perché scoppiare, in questo mondo di scoppiati, è severamente proibito; ci vogliono le lucine blé che lampeggiano. Quando arrivano, tutti si sentono più al sicuro; e tu, caro lettore, vieni finalmente messo fuori causa per il bene comune ed il pubblico decoro. Stavi arrecando disturbo.

Io non ti conoscevo, caro lettore. In realtà non so minimamente chi eri, sebbene mi abbiano detto che eri nato e abitavi nella mia stessa città. E, poi, non so nemmeno se davvero leggevi questo blog; ma non ha una grande importanza. Il problema è che potresti essere chiunque, e credo che tu te ne renda terribilmente conto anche da nudo e da morto; eri una persona qualsiasi con la tua vita, come tutti coloro che, ad esempio, leggono questo blog. Oppure ne leggono altri. Oppure non ne leggono assolutamente nessuno. Come dirti: può toccare veramente a tutti. Tocca al geometra romano magrissimo e al diciottenne ferrarese; che cosa avranno fatto di così tremendo per meritare di morire? E tutti quegli altri, quali terribili misfatti avranno compiuto per essere spediti tra i più a forza di calci, di botte, di compressioni, di torsioni? Per questo, caro lettore, ti dico che in quella foto ci sei tu; e ci sono anche io. Quando vedo una foto del genere, ultimamente ho preso a immedesimarmi e a dirmi: ehi, Riccardo, guarda un po' come ti hanno conciato. Basta una serata; ma che dico, bastano mezz'ora, dieci minuti per essere cancellato. Spazzato via. Schiacciato. Mi rivedo allora tanti e tanti anni fa, in quella stessa città, vagare per le strade in preda alla disperazione per un motivo qualunque. Mi rivedo in una strada antica, mentre puzzavo agitato e non mi ricordavo quasi neppure come mi chiamavo. E mi ricordo di quando qualcuno mi depose di peso su una barella. E allora sono costretto a dire: soltanto il caso ha impedito che, quel lontano giorno, non arrivassero anche loro, in vena di garantire l'ordine pubblico e di proteggere la cittadinanza. Forse mi è andata bene perché erano le sei del pomeriggio di un giorno di luglio, e non le una e mezzo di una notte di marzo. E così, caro lettore, cara lettrice, può andare bene o può andare male anche a te. Dovremo stare tutti tranquilli, ma in fondo non è neppure detto; quindi guardati, guardiamoci in quella fotografia. Abituiamoci e pensare che siamo noialtri, quel corpo nudo, morto e pieno di chiazze. Avvezziamoci a pensarci mentre guardiamo il telefilmino dove sono tutti buoni, bravi, pieni di premure e salvano il cucciolo abbandonato.

Sono passati quasi due mesi da quando, caro lettore, caro me stesso, ti hanno ridotto in quel modo. Qualcuno mi ha persino chiesto come mai non ne avessi mai parlato, nonostante il fatto sia avvenuto nella mia città e addirittura di fronte all'uscio di casa di una persona che conosco parecchio bene. È perché è un film già visto troppe volte. Non sono passati neppure un paio di giorni, che tutto era già stato escluso; ci sono stati i funerali, poi sono saltate fuori le testimonianze, le telefonate, la famiglia ci ha visto sempre meno chiaro. Ad un certo punto, grazie allo sviluppo tecnologico, abbiamo potuto persino sentire la tua voce, caro lettore, mentre stavi morendo; dicevi di “avere un figlio”, affidando proprio a quel piccolo essere umano la tua estrema speranza di salvezza da chi ti stava rubando la vita. Del tutto inutile, come hai potuto constatare; in quel momento tu sei un problema di ordine pubblico, e quindi devi morire. Ficcatelo quindi nella testa e risparmia il fiato, che è l'ultimo. Invece di nominare tuo figlio, inventati una frase celebre ché è meglio. Toccasse a me? A parte il fatto che di figli non ne ho, comincerò a pensare a qualcosa di adeguato, di solenne, di filosofico da riservare all'istante estremo, mentre mi stanno pigliando a calci e schiacciando inesorabilmente; che so io, “Ehi, sbirro di merda, ti puzzano i piedi!”

Ora comincerà la solita scaletta; quella che tutti voi avete già visto, persino da nudi e da morti. La giustizia che tanto richiedete e richiediamo si esplicherà in anni di dibattimenti, perizie e quant'altro che porteranno al niente; mentre tu, caro lettore, caro me stesso, te ne resterai buono buono, morto e nudo. Ci sarà il non luogo a procedere oppure ci saranno condanne ridicole, che avranno perlomeno il merito di farti fare un paio di risate postume. Diventerai immediatamente una specie di icona, e il tuo nome verrà associato a quello dei tuoi compagni di sventura; avrai i tuoi cortei, le tue manifestazioni, le tue mostre fotografiche dove verrai mostrato, caro lettore, sia da vivo che da morto. La tua famiglia si batterà e cercherà solidarietà, ottenendola in nome della giustizia (sempre lei). Ad un certo punto, ovviamente, dovrai fare i conti con l'immancabile sindacato di polizia, coi fratelli d'italia, col ministro del nuovo centrodestra, centrosinistra, centrocentro, col giornale; intanto, quell'angolo di strada diventerà probabilmente un altarino. Mi spiace, caro lettore, caro me stesso, se penserai che ti sto mancando di rispetto; è tutt'altra la mia intenzione. Ho sempre pensato che la più alta forma di rispetto che si possa avere, consista nel mettere di fronte brutalmente alla realtà in modo da poter agire più efficacemente, anche da morti e da nudi. Da morti e da nudi, anzi, si potrebbe arrovesciare davvero tutto quanto; il problema, come sempre, sono i vivi.

Quei vivi, ad esempio, che non hanno generalmente ben presente il nòcciolo della questione. Il quale è il seguente, brevissimo: esistono delle persone, organizzate in corpi statali e militari bene armati e bene addestrati, che hanno il monopolio della violenza. Qualsiasi atto di violenza compiuto da te, caro lettore, caro me stesso, è illegale quale che sia la sua natura; ti può quindi portare alla galera, all'ospedale, al cimitero. La violenza dei corpi dello stato, invece, è legale. E' considerata una forma di pubblica protezione e può essere quindi esercitata in regime di esclusiva, seppure regolata dalla cosiddetta “legge”. Non so e non posso sapere come la pensi, caro lettore, caro me stesso, a tale riguardo; però sarebbe bene che tu te ne rendessi conto definitivamente, almeno prima di fare tante geremiadi se i detentori esclusivi della violenza legale ti hanno ammazzato ed anche prima che, da ancora vivo, tu ti accinga a chiamarli magari invocando più legge e più ordine, più “presenza dello stato”, più controllo, più telecamere, più ogni cosa. Può succedere che il giorno prima tu sia al bar con gli amici e che tu dica che hanno fatto bene a manganellare i manifestanti e a schiacciare la ragazzina, e che il giorno dopo ti dia di balta il cervello per cazzi tuoi, e che tu venga pestato e schiacciato a morte da quelli lì. Tutto questo, chiaramente, non proviene dal mondo della luna; fa parte di un ben preciso sistema al quale tu puoi decidere di non dare avallo da vivo per non essere poi costretto a ritrovarti, tra le altre cose, nudo e morto su un tavolo. Hai voglia di farlo, oppure preferisci vivere la tua vita (ivi compresa l'eventuale disperazione di una sera) delegando ogni cosa? Fai un po' tu, caro lettore, caro me stesso.

Per questo e per altri motivi, non intendo riservarti né “dolore”, né “compassione”, ma una lucida rabbia. Non intendo riservarti “richieste di giustizia”, ma metterti ancora di fronte alla realtà che è nuda come te su quel tavolo. Non intendo con questo farti morire due volte, perché è la cosa che regolarmente accade. La mia solidarietà te la do senza giustizie, tribunali, avvocati, galere; te la do indicando chiaramente dove risiede il problema.

Te la do, qualunque sia il tuo nome. Te la do in qualunque luogo e circostanza. Te la do guardandomi bene dall'adoperare la parola “vittima”, perché dobbiamo cessare di essere tali e di incrementare la cultura della vittima. Te la do non invocando “punizioni”, ma il superamento di uno stato di cose che uccide prendendoti anche in giro. “Freddo non ne prende, ha due carabinieri sopra”; e pensa un po', caro lettore, di sentire magari questa frase da qualcuno che ti sta guardando morire, mentre qualcun altro grida "basta, basta" come se esistesse una giusta quantità di morte, una dose che si può somministrare in mezzo ad una strada, una modica porzione di assassinio in nome dello stress statale e dei soliti 1200 euro al mese. 

Te la do con tutta la tua vita e con tutta la tua storia, che ti chiami Riccardo Magherini, o Cesare Pardini, o Franco Serantini. Morto e nudo, nudo e morto. 

Cesare Pardini. Pisa, 27 ottobre 1969. Freddo non ne prese.

 

sabato 26 aprile 2014

Uno sbarco in casa





Quante volte ne avrò sentito parlare, fin da quando ero piccolissimo. Lo sbarco alleato del 17 giugno 1944 all'Elba. Sì, d'accordo, all'Elba per gli storici, o comunque per tutti coloro che non fanno, e non possono fare, nessuna differenza tra un punto o l'altro dell'isola. Per me la fa. Qualche volta ne devo aver fatto cenno su questo blog, fra un attentato all'onore e al prestigio e l'altro: non tutti possono dire di avere avuto un intero sbarco alleato in famiglia. Perché per me non si tratta del semplice "sbarco all'Elba", ma dello sbarco a Fonza.

A Fonza abitava tutta la mia famiglia, all'alba di quel 17 giugno 1944, in una casa e in un magazzino. Mia nonna, che era vedova di un operaio morto sul lavoro; mia madre, che non aveva allora nemmeno undici anni e che era stata letteralmente sfamata da un soldato tedesco che la aveva come adottata; i miei zii e le mie zie, tranne uno che era già morto in guerra a capo Matapan e una che era emigrata in Argentina; i miei bisnonni.

Sulla spiaggia sassosa di Fonza fu gettata la testa di ponte dello sbarco, all'alba di quel giorno. L'Operazione Brassard, partita da Bastia in Corsica e affidata in massima parte alle truppe coloniali, i tirailleurs senegalesi comandati dall'ammiraglio De Lattre de Tassigny. Il motivo per cui, nel vecchio cimitero di Marina di Campo, a San Mamiliano, si trova tuttora una lapide in arabo con la mezzaluna e i versetti del Corano.

E fu così che la mia famiglia si ritrovò un esercito intero in casa, quella mattina. Non sarà stato lo sbarco in Normandia, ma uno sbarco era e fu una carneficina, come tutti gli sbarchi. Prima, raccontava mia mamma, raccontava la mia bisnonna, raccontavano i miei zii, era stata messa fuori uso la batteria del Capo Poro, con certi strani accidenti che i libri di storia non raccontano; poi i traccianti, e infine, tra le quattro e le cinque di quel mattino di giugno, lo sbarco vero e proprio sulla testa di ponte.

Tutto raccontavano. Le navi e i pontoni. Il fumo irrespirabile. L'altra batteria del Monte Tambone, alle spalle di Fonza, che sparava. Zio Mario che apriva la porta del magazzino, che era stato requisito per metterci dentro i feriti. I morti che venivano portati via sulle navi. La bandiera francese piantata sul tetto del magazzino. I muli in mare. Le truppe che salivano su per le cóte dietro Fonza. Lo sbarco vero e proprio sulla spiaggia di Marina di Campo, verso le dieci del mattino; e la spiaggia era minata. Una strage. Una parte del paese distrutta, coi feriti sistemati anche nell'unica osteria del paese, il Sor Elio.

Mi mancavano diciannove anni a nascere. Tutte cose che avrò sentito decine e decine di volte nel portico di casa, da mia madre, dalla zia Clara, dagli altri zii che non ci sono più; e anche la Clara se ne sta per andare, oramai in un mondo tutto suo. Dicevo sempre: come esserci, da quei loro racconti. Non sapevo che qualcuno aveva messo in rete, su YouTube, tutto il filmato di quel giorno, girato dagli alleati durante lo sbarco. Me ne sono accorto oggi. Ventisette minuti.

E allora mi sono fatto quei ventisette minuti di brividi. Tutti i racconti della mia famiglia che diventavano immagini. L'alba a Fonza, i traccianti, i muli, Capo Poro, i soldati, i prigionieri; forse ci sarà stato anche quel tedesco, Galfe Gustalfe, o Gustav Galf, che sfamava mia madre, che la chiamava Luzia e le insegnava il tedesco. I Babacar, i Mamadou e chissà chi che morivano all'Elba dopo esser venuti dalla Casamance o chissà da dove, e che si preparavano a due giorni di saccheggio libero e di stupri, come da usanza bellica concessa dai comandi; mia nonna reagì e ne prese uno a secchiate sul capo, decisa piuttosto a farsi ammazzare. Ma il senegalese scappò via, forse più che altro sorpreso dalla reazione inattesa.

Il magazzino "con la porta mezza aperta": lo aveva aperto zio Mario, che era il figlio maschio più grande disponibile (zio Mamiliano era in fondo al mare, e zio Ulisse era soldato). Ad un certo punto del filmato si vede il magazzino, con la porta mezza aperta; e s'intravede qualcuno sulla soglia. Dev'essere mio zio. Può esserlo, perlomeno. La bandiera francese sul tetto, accanto al "comignolo di forma strana"; tra virgolete metto tutte quelle espressioni che ho sentito dire così, fin da quando mi son cominciati i ricordi. Si vede ogni cosa.

Mentre guardavo per la prima volta quel filmato, ho telefonato a mia madre; ha ottantuno anni, ora. Le ho fatto una specie di telecronaca al telefono, in attesa di pigliare il computer e portarle a vedere tutto. A un certo punto anticipava il film; mi diceva, "Guarda, ora si deve vedere questo, si deve vedere quest'altro", e si vedeva. Per lei sono cose viste coi suoi occhi di bambina, cose di un'altra epoca e di un altro mondo. La guerra che arriva in una casa e in un magazzino, su una spiaggia dimenticata da Dio vicino alle vigne, al gatto che dormiva, al somaro, ai fratelli, alla mamma. Da quello sbarco in casa, da quella Normandia in sedicesimo, da quei reticolati, da quei ragazzi di ogni parte mischiati nella macelleria. Tedeschi, senegalesi, francesi, elbani, elbane che furono prese e stese gridando in mezzo a un campo o fra le macerie di una casa.


Essendo sotto processo (Vecchie e nuove pulsioni)



Essendo il sottoscritto sotto processo per Attentato all'onore e al prestigio eccetera, mi limiterò a riportare alcune parole pronunciate ieri, venticinque aprile,  proprio da colui che sarebbe l'oggetto del mio attentato. Questo post è volutamente privo di immagini e di qualsiasi altro commento. Non appena pubblicato questo breve articolo me ne andrò a dormire.

"Dobbiamo procedere - nella piena, consapevole valorizzazione delle Forze Armate che continuano a fare onore all'Italia - in un serio impegno di rinnovamento e di riforma, razionalizzando le nostre strutture e i nostri mezzi, come si è iniziato a fare con la legge in corso di attuazione, e sollecitando il massimo avanzamento di processi di integrazione al livello europeo. Potremo così soddisfare esigenze di rigore e di crescente produttività nella spesa per la Difesa, senza indulgere a decisioni sommarie che possono riflettere incomprensioni di fondo e perfino anacronistiche diffidenze verso lo strumento militare, vecchie e nuove pulsioni antimilitariste".

giovedì 24 aprile 2014

Operaj



Ok, d'accordo. Vi spengono l'altoforno.
Ve ne andate a casa. Chiude tutta Piombino.
Una delle "Stalingrado d'Italia", come la chiamavano.
Da Stalingrado ne avete fatta di strada.
Fino a arrivare, naturalmente, al Papa.
Ma andate in culo!

lunedì 21 aprile 2014

Cantiere d'estate




La ragazza che dorme
nuda sulla spiaggia
sotto il sole dell'universo
brilla come una pistola
come una pistola

La donna che dorme
nuda sulla spiaggia
minaccia la mia vita d'inferno
minaccia la mia vita d'inferno
la mia vita d'inferno

Nel cemento pallido
lascio la mia vita
mare d'intonaco e rena grigia
Nel cemento pallido
lascio la mia vita
mare d'intonaco e rena grigia

La ragazza che dorme
nuda sulla spiaggia
sotto il sole dell'universo
brilla come una pistola
come una pistola

La donna che dorme
nuda sulla spiaggia
minaccia la mia vita d'inferno
minaccia la mia vita d'inferno
la mia vita d'inferno

In piedi sul tetto
che ho costruito
vedo la spiaggia vedo la vita
e pianto una bandiera soggetta
al vento al desiderio alla pioggia

La ragazza che dorme
nuda sulla spiaggia
sotto il sole dell'universo
brilla come una pistola
come una pistola

La donna che dorme
nuda sulla spiaggia
minaccia la mia vita d'inferno
minaccia la mia vita d'inferno
la mia vita d'inferno

La ragazza che dorme
nuda sulla spiaggia
sotto il sole dell'universo
brilla come una pistola
come una pistola

La donna che dorme
nuda sulla spiaggia
minaccia la mia vita d'inferno
minaccia la mia vita d'inferno
la mia vita d'inferno.

 
Nel 1981 i Malicorne di Gabriel Yacoub sono in crisi profonda al loro interno, e in via di separazione. Il gruppo ha alle spalle album interi dove le canzoni tradizionali francesi più antiche sono state legate al più raffinato rock psichedelico e progressive; un'operazione particolare che ha consentito di raggiungere sia delle autentiche vette musicali, sia la riproposizione di una tradizione vista come fonte inesauribile di modernità e di sperimentazione. Nel loro periodo di crisi seguito al “periodo d'oro” degli anni '70, i Malicorne decidono di rompere con quella che oramai viene avvertita come un'operazione in via di esaurimento, e pubblicano un album interamente formato da brani originali: è Balançoire en feu, dalla stupefacente copertina.


Per l'album, i Malicorne compiono una scelta radicale: si fanno infatti scrivere tutte le canzoni da Étienne Roda-Gil, che è uno dei più noti parolieri francesi ma anche un poeta e un anarchico. Figlio di un militante spagnolo nella Guerra Civile e nato come Esteve Roda Gil (assumerà in seguito la forma francese di “Étienne”), è a sua volta un libertario dichiarato e sostenitore della CNT anarcosindacalista. Suo padre era stato membro della Colonna Durruti prima, e della resistenza francese poi. Dopo un'infanzia difficilissima e tribolata, tra ristrettezze e malattie (sua madre lo salva dallo scorbuto con una piccola razione di succo di limone che ottiene a prezzo di enormi privazioni), il giovane Roda-Gil riesce a laurearsi in lettere e, per vivere, fa il rappresentante di medicinali negli ambulatori. Nel '68 parigino, all'età di 27 anni, incontra il cantante Julien Clerc ed inizia con lui una collaborazione che si interromperà soltanto nel 1980; una delle domande che Roda-Gil si pone è la seguente, “A cosa serve una canzone se è disarmata?”. Scrive per France Gall, Claude François, Juliette Gréco, Barbara, Françoise Hardy e Riccardo Cocciante; ma scrive anche il testo francese della Makhnovscina e collabora con Roger Waters. Étienne Roda-Gil è morto il 28 maggio 2004.

L'album Balançoire en feu, dapprima, sconcerta i fan e il pubblico dei Malicorne. Le musiche scritte da Gabriel Yacoub (che interpreta tutte le canzoni) e dal bassista Olivier Zdrzalik-Kowalski sono come sempre raffinatissime e molto belle, ma ai testi di Roda-Gil si fa fatica ad abituarsi. Solo col tempo, l'album diverrà un vero e proprio classico dei Malicorne, nonché uno dei migliori album di rock psichedelico prodotto in Europa. Questa lunga introduzione serve a “preparare” a questa canzone, che nasce da una sorta di visione e visionaria rimane pur nell'estrema chiarezza delle sue motivazioni.

La scena è un cantiere edile in piena estate, da dove si vede una spiaggia assolata. Un operaio lavora da solo, quasi in un tempo rarefatto, e vede due donne che prendono il sole nude; il contrasto tra la sua vita d'inferno e le due donne incuranti di ogni cosa "sotto il sole dell'universo". Mentre l'operaio lascia la sua vita “nel cemento pallido” e nel “mare d'intonaco e rena grigia”, si sente come minacciato: quell'immagine di bellezza e libertà che gli si affaccia davanti con le due donne gli fa autenticamente vedere la vita, mentre si ammazza di lavoro nel sole cocente dell'estate. Vita che gli fa piantare una “bandiera soggetta al vento, al desiderio e alla pioggia”. Vale a dire: un atto di ribellione che fa seguito alla “minaccia” rappresentata dalla sua visione. La minaccia di una vita diversa che lo faccia scendere dalle impalcature del cantiere, che lo faccia recedere da un lavoro da schiavo nel quale la sua vita è precipitata. 

Il testo di Roda-Gil, affidato al canto particolarissimo di Yacoub, è semplicissimo. Formato da pochissime parole, che bastano a fissare la visione in chiunque ascolti questa straordinaria canzone dove la nudità, cioè la vita, brilla nel sole come una pistola. Nessuna canzone dev'essere disarmata, diceva Roda-Gil, e questa ne è la dimostrazione perfetta perché le due donne nel sole agiscono davvero come un'arma che riesce a scardinare la schiavitù dell'operaio nel cantiere. La bandiera che pianta “al vento, al desiderio e alla pioggia” è vessillo di coscienza mutata per sempre, di rifiuto della morte, di incontro alla vita opposta alla sua negazione rappresentata dal lavoro. Bisognerebbe ascoltarla ad occhi chiusi, questa canzone. Oppure su una spiaggia da soli. Oppure in un cantiere mentre si lavora, sognando e dicendo no. Sognando che ci sia una strada diversa che porti a quella spiaggia immersa nel sole e nell'estate. Sognando che si può.

domenica 20 aprile 2014

Ancora un audace colpo de' nostri Marò!


COLPO ALLA DIABOLIK NEL TEMPIO DEL KERALA

NEW DELHI - L'immenso tesoro dell'antico tempio Sree Padmanabhaswamy in Kerala - lo stato nel sud dell'India a noi così familiare dopo la vicenda dei marò -, valore stimato in 15 miliardi di euro, potrebbe essere stato sottratto e sostituito con copie placcate in oro. Lo riferisce oggi la tv Cnn-Ibn, entrata un possesso di un rapporto redatto da un legale incaricato dalla Corte Suprema. Secondo quel documento, durante un sopralluogo di 35 giorni nel tempio, dedicato al culto del dio Vishnù nel capoluogo di Trivandrum, è stata scoperta l'esistenza all'interno del luogo sacro di attrezzature per la placcatura in oro. Una presenza "inspiegabile". Autore del rapporto è l'avvocato Gopal Subramaniam, principe del foro di grande notorietà. E' la sua indagine a corroborare il sospetto che il tesoro, di cui è stata rivelata l'esistenza solo tre anni fa, "venga sistematicamente sottratto da alcune influenti personalità" locali, alimentando un traffico di oggetti preziosi. - Repubblica Online.

venerdì 18 aprile 2014

Democrazia




" La bandiera va verso il paesaggio immondo, e il nostro gergo soffoca il tamburo.

" Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche.

" Nei paesi impepati e infradiciati! - al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali e militari.

" Arrivederci qui, non importa dove. Coscritti della buona volontà, avremo la filosofia feroce; ignoranti per la scienza, furbi per le comodità; crepare per il mondo che avanza. È la vera marcia. Avanti, forza! "

Arthur Rimbaud.
(traduzione di Dario Bellezza)

Nota biografica per le Questure del Regno: Arthur Rimbaud (20 ottobre 1854 - 10 novembre 1891) è stato un famoso manifestante e teppista francese, antesignano dei black bloc. Arrestato una prima volta a 15 anni a Charleville durante l'occupazione abusiva di uno stabile cui erano state tagliate le utenze -compresa quella della "corrente elettrica", allora non molto diffusa- subì una prima condanna alla fustigazione domiciliare. Negli anni successivi diede vita, peregrinando per tutta Europa, ad una serie di spazi autogestiti quali il famoso Battello Ebbro di Parigi (stroncato nel sangue durante la breve esperienza della Comune) e la Stagione all'Inferno, primo nucleo dei famigerati e attuali casseurs. Più volte arrestato e condannato, subì anche una condanna per sodomia a causa della sua pubblica relazione con il terrorista internazionale Paul Verlaine. Noto per alcune poesiole di scarso valore letterario, terminò la sua breve e disordinata vita commerciando in armi e esplosivi destinati ai movimenti antagonisti, colpito da numerosi mandati di cattura. Qui di seguito si riporta una sua foto segnaletica fatta approntare dalla Gendarmeria del dipartimento delle Ardenne (Francia):