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mercoledì 22 maggio 2019

Tre donne, una bambina, un somaro e uno sbarco



A volte si ritirano fuori vecchie foto, senza un perché e senza un percome. Si ritirano fuori e basta.

A rigore, questa è la fotografia di una fotografia. Non ho né uno scanner, né altri marchingegni del genere. Ho sempre la mia (oramai antidiluviana, credo) fotocamerina digitale, che mi basta e mi avanza; quindi, per riprodurre la foto che si vede qua, l'ho fotografata.

La foto, quella originale, è dell'estate del 1948; una volta, spesso, con la matita si usava scrivere la data o l'anno di una fotografia.

Vi si vedono tre donne, una bambina e un somaro mentre salgono su per un ripido sentiero da una spiaggia deserta. Si immagina facilmente il sole a picco.

Siamo all'Isola d'Elba, su una delle sue pietraie della parte occidentale. D'estate, il sole non è uno scherzetto in quei posti là. Ci sono delle località che hanno nomi evocativi da quelle parti: quando uno si ritrova a Seccheto, al Forno, a Sassomorto o a Bollecaldaie penso che non vengano in mente verdi prati, ombrose frasche o chiare, fresche e dolci acque.

Le tre donne, la bambina e il somaro stanno invece risalendo da un posto, quello con la spiaggia, che si chiama Fonza. Non so da che cosa venga questo nome; ma, come quasi tutti quelli di quella zona dell'Elba, ha il suo gemello, o comunque un nome assonanzato, in Corsica. La Corsica, la sorella più grande, è lì davanti. 

La donna all'estrema destra della foto è mia nonna Maria, nata a Portoferraio lo stesso giorno in cui, a cento metri di distanza, moriva l'anarchico Pietro Gori. I famosi capricci del destino, come si dice. E' morta la vigilia di Natale del 2000. Nella foto aveva trentasette anni; era vedova da due anni dopo che s'era sposata. Mio nonno, suo marito, si chiamava Francesco, come poi mio fratello. Lavorava alle acciaierie di Portoferraio, morì sul lavoro nel 1935 preso in pieno da un carrello di una tonnellata di peso, mentre era su una passerella.

La donna al centro è mia zia Clara, nata il 14 agosto 1927 a Marina di Campo, grande raccoglitrice di caffettiere, di ricette e di strofe popolari che trascriveva in dei quaderni. Nel 1972, quindi non più da ragazza, si comprò un motorino "Ciao" per andare a lavorare; da allora fu soprannominata "Ago", come Giacomo Agostini, il famoso motociclista. La chiamavano anche "la Fiorina" per la sua abilità nel coltivare fiori e piante; seminava, tra le altre cose, un basilico in delle vecchie tinozze di latta riempite di terra, che faceva delle foglie di una grandezza mai vista. E' morta il 13 luglio del 2014, con la testa che oramai batteva la campagna. Nella foto ha ventuno anni.

La ragazza è mia madre. Si chiama Luciana. E' nata il 16 ottobre del 1933 e è ancora viva, anche se non sta punto bene. Nella foto ha quindici anni, ha il cappello più grande e, anche se sta un po' piegata, si vede chiaramente che è altissima. Così si capisce "da chi ho preso", e anche quel che mi dicevano sempre da piccolo: "Verrà più alto di zio Fausto". Questo zio Fausto, che ho fatto appena in tempo a conoscere, era alto un metro e ottantadue e doveva essere il gigante di famiglia; l'ho passato di una decina di centimetri e rotti, in effetti.

La bambina non so chi sia, e mia madre non se lo ricorda.

Il somaro si chiamava Gustavo. Le tre donne e il somaro hanno il capo coperto, come si conviene. Il somaro era pienamente uno di famiglia, e giustamente gli hanno coperto il capo con una specie di cappello da gondoliere. Sicuramente anche un po' per scherzo, per fargli la fotografia. Qualcuno la deve aver fatta, quella fotografia, e chissà chi sarà stato. Non erano tempi di "selfie". Un po' per scherzo, ma un po' anche per non fargli scottare il capo, povera bestia. 

Nessuna lo monta, nonostante l'erta sotto il sole. Nemmeno la bambina, che peraltro è l'unica a capo scoperto (o almeno così sembra dalla foto). Questo non è uno scherzo: è un atto di rispetto per un animale che faticava. Come un somaro, appunto. 

Sembra una specie di occasione di festa, o di svago. Le tre donne e la bambina sono vestite abbastanza bene, con proprietà. Mia madre, un'adolescente, si tiene un po' la sottana del vestito che sembra svolazzare al vento. Doveva essere un vento secco e bollente; non lo scirocco. Lo scirocco non fa respirare, porta nuvole grasse e puzzolenti di formaggio e ti fa passare la voglia di fare qualunque cosa.

Tre donne, una bambina e un somaro, un giorno d'estate di settantuno anni fa.

A Fonza, in realtà, ci stavano di casa. Quattro anni prima, una mattina di giugno dove lo scirocco, e di quello peso, invece c'era, si erano viste un intero sbarco alleato in casa; tra tutti i posti per lo sbarco, le forze francesi comandate dal generale vandeano De Lattre De Tassigny avevano scelto il posto dove abitava la mia famiglia: l' Opération Brassard.



Il filmato per le United News mostra tutto lo sbarco a Fonza del 17 giugno 1944. Vi si vede la stessa spiaggia e la stessa erta percorsa quattro anni dopo da quelle tre donne, dalla bambina e dal somaro. A 13'27" del filmato si cominciano a vedere spesso la casa e il magazzino della mia famiglia, che furono ovviamente requisiti. Vi si vedono le forze francesi, composte prevalentemente da tirailleurs marocchini e senegalesi; così, se vi capiterà di fare un giro al cimitero vecchio di Marina di Campo, quello di San Mamiliano, capirete perché c'è un monumento ai caduti con una scritta in arabo che dev'essere un versetto del Corano. Mia nonna, quella all'estrema destra della foto con le due ragazze, la bambina e il somaro, tirò una secchiata piena d'acqua in testa a un soldato senegalese che, diciamo, le aveva messo un po' gli occhi addosso. Se la vide brutta. Comunque, anche a Marina di Campo e dintorni nacquero due o tre bambini con la pelle scura, come nella canzone napoletana Tammurriata Nera.

A 14'09" del filmato si vede il magazzino di casa mentre vi viene issata la bandiera francese. Mia madre, che per tutta l'occupazione, alta e bionda com'era, era stata letteralmente sfamata da un soldato tedesco che la aveva presa a benvolere, si ricorda che mio zio Ulisse (all'epoca ventottenne) aveva aiutato i soldati a tirare su la bandiera; ma nel filmato non si vede.

Sono solito dire che non tutti possono dire di avere avuto un intero sbarco alleato in famiglia; anzi, proprio in casa. La casa, il magazzino e il terreno di Fonza sono stati venduti nel 1961 a degli industriali di Biella, che ci si fecero la villa al mare. Io ci sono stato pochissime volte, anche da ragazzo; c'era una stradaccia orrenda che spaccava qualsiasi macchina si azzardasse a percorrerla. La vedo sempre da Galenzana, quando ci vado; sta proprio là davanti, dall'altra parte del golfo. Con la vendita di Fonza fu costruita la casa al Formicaio.

Quattro anni dopo lo sbarco, in un dopoguerra, tre donne, una bambina e un somaro con il cappello da gondoliere salivano per quelle ripe, su verso il Monte Tambone, in una giornata d'estate piena. Mi mancavano ancora parecchi anni a nascere; sono del 1963. Nella fotografia, a parte mia madre e (forse e lo spero) la bambina, sono tutti morti.

A volte si ritirano fuori le vecchie foto. Non c'è un motivo, non c'è nessun anniversario, non c'è un'occasione speciale, non c'è nemmeno l'impeto dei ricordi. Non ci potrebbe del resto essere, dato che non c'ero. Solo una fotografia, né più e né meno.

lunedì 24 luglio 2017

Chiessi mentre la Corsica brucia



Chiessi, ventiquattro luglio.
Poco dopo le diciassette, le cinque della sera,
nel cielo terso d'estate compaiono due nuvole.
Qui le chiamano "Ossi di seppia".
Si dice che si formino solo quando il vento vira a ponente,
e che nascondano proprio quel vento forte.

 
Poco dopo, un'altra nuvola, enorme.
Ma non è un "osso di seppia", è una titanica nuvola di fumo.
Viene dalla Corsica, che sta di fronte a Chiessi.
La Corsica sta bruciando.


Alle porte di Bastia.
Gracchiano le radio còrse. Parlano di una catastrofe.
Novecento, mille ettari di foresta e di macchia in fiamme.
E la foresta incenerita è partita per Chiessi.
Si è trasferita nel cielo.


Ora la foresta ha occupato il cielo.
Il profilo della Corsica si staglia mentre il fumo inghiotte il sole.
Sono quasi le sei.


Il sole si deforma.
La foresta in fumo si prende anche il mare.
Cambia i riflessi, lo infuoca, lo incupisce.
L'estate diviene una stagione di quieto orrore.


E Chiessi si ritrova in una specie di
oscuro autunno al tramonto.
Corsica surella abbrusgia.
Guardando la foresta dissolta registrai.

martedì 28 febbraio 2017

Enne







Non so, e non ho mai saputo, se questa storia io la abbia sentita nel portico, quand'ero ragazzino, o se me la sia sognata in qualche recesso del tempo; forse, tutte e due le cose. Forse anche il portico è un sogno, e i sogni sono fatti magari anche di portici, in qualche primo pomeriggio d'estate, quando i racconti delle donne e dei parenti sono una specie di diversa declinazione del sonno. Non c'è quasi più nessuno, del resto; sono passati quasi cinquant'anni.

Si diceva, e si sognava, che c'era stata una ragazza in paese. Il paese non lo si diceva mai. Poteva essere quel paese lì, a cinque minuti di una strada che allora era sterrata, polverosa e senza nome, e buia come l'inferno, la notte, se non c'era un po' di luna; o poteva essere un altro paese dell'Isola, Capoliveri, il Poggio, Marciana Marina. Si escludeva Portoferraio, perché Portoferraio non era un paese; c'era questa giovane ragazza, chissà quando, che era un po' strana. Quando si diceva “strana”, c'era sempre qualche risatina e qualche “eeeh...”; io, che ero piccolo, non ne capivo il perché, e non lo avrei capito nemmeno sognando. Dicevano che portava addosso non si sa quante gioie di bigiotteria, e che cosa fosse la bigiotteria dovevo cercare di immaginarmelo perché alla mia età il lessico non è molto, e tutte le parole sono nuove. Il nome lo dicevano, ma non mi riesce proprio di ricordarmelo per quanti sforzi faccia; cominciava, mi sembra, con la N...o qualcosa del genere che mi dovette suonare bizzarro, qualche anno dopo avrei detto “esotico” dopo aver imparato anche quella parola. Forse, mi dicevo, non era dell'Isola; le ragazze e le donne, all'Isola, avevano o nomi semplici di sante (Maria, Antonia, Caterina), oppure dei nomi unici scovati dal ghiribizzo dei genitori. Ce n'era una, famosa, che si chiamava Eneide; un'altra, concepita di sicuro al ritorno di un soldato dal fronte, si chiamava Guerramondiale e non si immagina come dovessero chiamarla da piccola, tipo “monta su, Mondi...”. Il nome di quella ragazza non doveva rientrare in quelle due categorie; altrimenti me lo sarei ricordato. “Enne”.

Non portava soltanto le gioie di bigiotteria, si diceva. Aveva sempre anche delle calze verdi, che dovevano fare chissà quale impressione. Si peritavano, nel portico, a dire che era probabilmente molto bella; in un posto dove le calze erano sempre e solo nere, in una specie di lutto continuato al pari dei vestiti, una ragazza di paese con le calze verdi proprio la si notava, e la si scansava. Viveva, dicevano, da sola non si sa in quale stanza, o tugurio; nel prosieguo degli anni, diventato grande, mi capitò di leggere, a proposito di un'antichissima canzone, che le “maniche verdi” erano come il segno distintivo di una donna di facili costumi. Lo avessi saputo allora, avrei capito, anzi non avrei capito lo stesso perché non sapevo di certo che cosa fossero, i “facili costumi”. Io, a cinque anni, ero innamoratissimo di una giovane sposina della casa accanto, di quando il portico non era ancora diviso prima da una grata, e poi da un muro. Si chiamava, e questo me lo ricordo benissimo, Iliana; non “Liliana” o “Ileana”, proprio Iliana, e avrà avuto, chissà, ventidue o ventitré anni. Ora ne dovrà avere più di settanta. L' “amore” consisteva nell'immaginarmi un uccellino, e andavo sempre a mettere il capo sotto il suo braccio per “dormire”; dev'essere stata anche la prima volta che ho appoggiato il capo su un seno di donna. E mi ricordo anche del marito, un giovanottone simpatico che, anche quello lo avrei imparato tempo dopo, portava un cognome identico a quello di un famoso musicista d'opere liriche.

Portava calze verdi, Enne, e viveva da sola. Insomma, faceva la puttana ma io, quando sentivo raccontarne, cercavo di figurarmi la bigiotteria e le calze verdi. Quasi di sicuro, se ero presente, si ingegnavano a non farmi venire strane idee in testa, i bambini piccoli devono essere tenuti nel loro limbo di uccellini innamorati. Mi sono chiesto tante volte, poi, da dove sarà piovuta, la Enne, arrivata magari alla deriva come succede non di rado nei posti a cui la sorte e la geografia hanno riservato d'essere circondati dal mare. O forse no; nel villaggio ci sono sempre lo scemo e la puttana.

Però si diceva, a volte, che quella ragazza aveva avuto un padre. Si nominava quasi sempre, a quel punto, una cosa, un “palazzo di giustizia” che, porco pionòno, nemmeno quello sapevo che accidenti fosse. Il palazzo, d'accordo; ma la giustizia? Che diavolo era, la giustizia? E che ci faceva in un palazzo? Poi dicevano che il padre di quella ragazza era innocente, e terminavo anche di fare domande. Ripensandoci, non mi veniva nemmeno da bambino di interrompere sempre a chiedere che cosa volesse dire una parola; ero già impegnato a fabbricarmele da solo, le parole, e quelle le sapevo solo io.

Era innocente. Non aveva fatto nulla. Poi partivano sempre col “Palazzo del mistero”, ma quello lo conoscevo anche se non c'ero ancora mai stato. Era una grotta a mare tra Pomonte e Chiessi, che ci si arrivava giù per un viottolo scosceso che avrei fatto solo a diciassette o diciott'anni, quand'ero allampanato e secco come un chiodo. Chissà chi glielo aveva dato, quel nome così poetico; anche perché, in fondo, di misterioso aveva poco. Era una grotticella come ce ne sono tante, neanche un po' delle dimensioni d'un palazzo, e si apriva su una spiaggetta di sassi. Non c'era quasi niente nel Palazzo del mistero, dicevano, e giù ancora risatine; e quel “quasi”, mi sa, voleva significare che la Enne se ne serviva per portarci qualcuno a fare chissà cosa al sicuro da sguardi indiscreti. Beh, giù, chissà del resto cosa ci andavo a fare, io, da ragazzotto; allora erano già passati i tempi dell'uccellino con la testolina sotto l'ala, come natura vuole.

Poiché, e lo dico sempre con dieci benefici di quindici inventari, il mio temperamento (o indole, una parola difficile che all'inizio pronunciavo indòle) è sempre stato romantico con qualche frequente spruzzata di ridicolo, io m'immaginavo sì qualche piccola cosa; ma doveva essere per forza amore. La Enne era innamorata di tutti, portava le calze verdi e andava al Palazzo del mistero (che ci doveva durare, poveraccia, una fatica non di poco conto, specie al ritorno su per quelle pènte). Qualche cosa se la lasciavano sfuggire, però; per esempio, che “dormiva con tutti”. Ecco, andava a dormire. E faceva proprio bene, un bel riposino in compagnia di tutti, del ciabattino, del maresciallo e magari anche del prete. Chissà, forse anche di quel mio zio, che all'epoca era un bel ragazzo e che è morto un mese fa quasi a novantott'anni, con la bara portata fuori davanti all'Isola che si vedeva chiarissima in una mattinata gelata ma che si sarebbe vista anche l'Australia, da Piombino. Era innamorata di tutti, sì, e quindi ci dormiva. Un bel sonnellino di quelli che, di sicuro, a quel punto andavo a fare anch'io, lasciandoli tutti lì nel portico a raccontarsi le storie.

Una volta non andai a dormire. E allora sentii la fine di quella storia. Non la avrei voluta sentire, però. Le storie dovevano essere buffe, divertenti; i fatterelli, come li si chiamava (la parola “storia” la conoscevo, ma per me voleva dire soltanto di quando mi dicevano “su mangia e non fare storie!”, e io non le facevo per niente, figurarsi). Quella non finiva per nulla bene, non era buffa, non era divertente. Dicevano che la Enne, un giorno, la avevano trovata morta affogata, non si sa dove. Forse vicino al Palazzo del mistero, forse da qualche altra parte, ché all'Isola non mancano di certo posti per affogare. A riva, con le sue calze verdi, sbattuta un po' dalla risacca, con dei brutti segni sul collo. Dicevano che aveva i capelli sciolti, e non li portava quasi mai così; erano lunghissimi. Aveva una macchia di sangue “giù”, e quel “giù” no, non sapevo che cosa volesse dire. Tanto era morta affogata, e tanto bastò. Mi chiedo ancora perché, quella volta, davanti a me che non avevo ancora sei anni, mi avessero voluto raccontare quella fine, senza mandarmi a dormire; e chissà che, quella volta, non abbia cominciato, non so dire come, a ingrandire. Dal che, tempo tempo dopo, mi è venuto a volte da pensare che un bambino lo si ingrandisce facendogli prendere un po' coscienza con l'esistenza della morte. Magari raccontando una storia, il fatterello d'una povera ragazza che aveva cambiato sonno sulla riva del mare.

Non era sincero nessuno. Chissà chi la aveva ammazzata, la Enne, magari per non pagarla, per non darle quei miserandi e pochi soldi che chiedeva. Dicevano poi che la avevano presa, e che le avevano fatto fare un funerale alle sei di mattina, non in chiesa, in fretta e furia, e seppellita in una tomba senza nome in un cimitero lontano, a Portoferraio, che poi è rimasto bombardato dai tedeschi nel '43. Me ne andai via, o forse mi rintanai in qualche sogno mentre la mi' mamma s'arrabbiava con chi non aveva tenuto la bocca serrata davanti a un bimbo. Me la vedo a fare dei gesti a tutti gli altri e le altre, “giù...! giù...zitta! Zitto!”

Nel sogno era notte.

C'era la Enne, bellissima, forse le davo pure la faccia della sposina della casa accanto, quella dell'uccellino. Arrivava una persona, che mi vedevo con l'aria triste, sperduta; e magari mi vedevo io stesso, già grande, ché i bimbi se lo mirano nella loro nebulosa, a volte; ché i bimbi, assieme all'esistenza della morte, imparano automaticamente anche quella del tempo, cioè imparano tutto quel che serve della vita e non esiste nessuna “minore età” se non per i fabbricatori di leggi e di galere. Facciamo che ero io, quello che arrivava, nella notte; o facciamo anche che eri tu, non importa. Era così contenta, la Enne, che stavi arrivando; mi chiamava, o ti chiamava, persino amore. Sono contenta che sei venuto.

E siccome i sogni hanno il vizio di restare inalterati, e di non essere proprio nessuna realtà parallela, ma soltanto una diversa proiezione della realtà reale, la gratitudine che provo verso la Enne, verso quella ragazza strana con le gioie di bigiotteria e le calze verdi, è rimasta pari soltanto a quel granello di felicità da quattro soldi di aver ricacciato via la sua schifosa morte, che mi avevano voluto raccontare. Di esser passato oltre, di averla presa con me in quella notte come ce ne sono state non poche, e nella maggior parte delle quali me le sono dovute patullare da solo, la tristezza, la solitudine, la cattiva coscienza o una cena di pane e rinoceronte.

Di essere, per questo, sempre pronto a fermare ogni pensiero, a ore che voialtri spesso non concepireste neppure, e a fare immediatamente la Enne anche se vi toccherebbe, malauguratamente, di avere a che fare tutt'altro che con una bella ragazza con le calze verdi e disponibile a dormire con voi. Non si dorme affatto. Però io sono lì, e sono contento che sei venuta, sono contento che sei venuto. Nel tuo buio della notte, col tuo tutto e col tuo niente, col tuo bello e col tuo brutto, con la tua indifferenza e con la tua putrescenza, con la tua minuscola piccineria o col tuo alito all'immenso. E' questo che la Enne mi ha mandato a dire quella volta, in mezzo a un sogno con Paperino e a un'altro coi calciatori, mentre il portico si svuotava e tutti se ne saranno tornati alle loro case.

Mi sarò svegliato verso le sei del pomeriggio, sudato fradicio, ci sarà stato lo scirocco, quel tremendo scirocco dell'Isola che trasforma tutto in una ragnatela grassa e soffocante. Poi ci sono state le canzoni, tanto tempo dopo, quelle non me le aspettavo di certo. La Enne si deve essere infilata, con le sue calze verdi, nei sogni di altri bambini lontanissimi, che però non stavano nel portico e che la storia non la conoscevano troppo bene. Una canzone la aveva scritta un genovese e diceva che la Enne s'era buttata dal terzo piano col telefono rotto; l'altra era addirittura di un canadese ebreo, e diceva che invece s'era sparata con una calibro 45. Però in tutte e due le canzoni c'erano le calze verdi, il Palazzo o la Casa del mistero, c'era che dormiva con tutti. E c'era, sì, che era contenta che sei venuto. I sogni viaggiano, e i sogni sono storie, sono fatti. Sono la realtà che si traveste, anche lei con le calze verdi, da immaginazione. Sono isola e sono terra. Sono notte, e in quella notte stai arrivando. E in quella notte tutto arriva, nel buio che potrebbe non avere fine come potrebbe non avere avuto inizio.


giovedì 28 agosto 2014

All'ombra del penultimo sole




Trattandosi di un racconto abbastanza lungo, suggerisco come sempre di stamparlo e di leggerlo con comodo a chi lo desiderasse.


Verso la fine dell'estate, siccome era diventato troppo vecchio per andare assieme ai figli in mare aperto, aveva deciso di pigliare la barchetta piccola, quella che serviva ai nipoti per andare sottocosta alla ricerca di una caletta dove stare con qualche ragazzina del paese, e di andare a pescare a bolentino. Nulla a che fare con la pesca sul serio, quella con le reti che un tempo aveva insegnato ai figlioli portandoli con sé fin da quando avevano compiuto i quindici anni; ora, secondo le stagioni della vita, toccava a loro. A loro fare stare in pena le mogli e le famiglie, a loro partire e ritornare, a loro sgobbare come negri, a loro gioire per una buona pesca e disperarsi per una magra. A lui, invece, ora toccava la barchetta di legno sulla quale era salito fin da bambino; suo padre gli diceva sempre di non sapere nemmeno lui da quanto tempo fosse della famiglia, era stata riparata, impiallacciata e ricatramata chissà quante volte, eppure era ancora buona a condizione, naturalmente, di non provare nemmeno a allontanarsi troppo dalla costa. Altrettanto naturalmente, però, il vecchio F. era testardo come una gita sociale di muli e non se ne preoccupava troppo. Cosa aveva fatto per tutta la vita? Pescare. Non poteva andare più coi figli a far pesca d'altura? Si capisce, quando arriva il momento di essere dichiarato non più buono, arriva; aveva, il vecchio F., settantotto anni compiuti il ventiquattro di febbraio. E a star lontano dal mare non ce la faceva proprio; fino a quattro anni prima non ne aveva voluto sapere, e continuava a andare assieme ai figli e ai loro compagni di lavoro, ma una volta, oltre la Capraia, si erano beccati una burrasca da levare il pelo, di quelle col prete sul molo, le mogli in ginocchio a salmodiare, il maresciallo dei carabinieri e la Campagnola della Pubblica Assistenza (modello 1967) con su scritto “Protezione Cibile” col pennarello. Proprio così: “cibile”. Che cosa intendesse proteggere, lo sapevano solo loro.

Il vecchio F. non era, come dire, un modello di cristiane virtù. Il mondo dei pescatori, a qualsiasi latitudine, indulge comprensibilmente alla religiosità; ci son dei frangenti, in mezzo al mare, in cui un bell'iddìo, una madonna o un santo fanno parecchio comodo. Lui, però, proprio non ne voleva sapere, e aveva attaccato ai due figli, R. e T., un palese spregio di ogni forma di credenza soprannaturale. Avendone viste di cotte e di crude in mare, si era accorto ben presto che, nonostante preghiere e invocazioni a questo o a quell'abitatore de' cieli, quand'era ora di andare a far da pasto ai pesci ci si andava e basta. Questione di due cose: il culo e la forza. Il culo di averci una via di scampo, un punto riparato a poca distanza, una barca messa bene o una barca più grossa nelle vicinanze; e la forza che ci vuole per governare un'imbarcazione in circostanze del genere. E ce ne vuole parecchia, di quella che s'ha a trentacinque o quarant'anni. Nonostante tutto questo, spesso e volentieri non bastava neppure quello, e allora -diceva il vecchio- si ristabiliva un po' di giustizia; visto che i pesci gli avevano dato da mangiare per tutta la vita, arrivava un momento quando bisognava far mangiare un po' loro.

I compagni pescatori di Marina di Campo inorridivano. Provenivano in gran parte da un'altra isola nel mare, situata un po' più in giù, che si chiama Ponza; e non ce n'era manco uno, come da loro tradizione e convinzione, che non santificasse e madonnasse come si deve, al pari del resto dei non molti pescatori nativi del posto. Il fatto è che gli elbani non sono pescatori, ma montanari in mezzo al mare; preferiscono salì su pe' le cóte e lasciar pescare i ponzesi. Anche F., del resto, sarebbe stato un montanaro, e un cavatore di granito come tutti quelli di San Piero e Sant'Ilario; e come tutti costoro, era sempre stato animato da un acuto spirito di contraddizione. Cavatore il padre, anche se la barchetta ce l'aveva; cavatori gli zii e cavatori i fratelli; così, arrivato a quattordici anni, aveva comunicato che andava a imparare a fare il pescatore giù in paese. Nel contempo, poiché eran tempi strani, s'era pure messo certe idee in testa, e invece d'andare in chiesina imparava le canzoni di Pietro Gori, e altre belle pensate di questo genere che non starò a raccontarvi perché, qualora le vogliate proprio sapere, non avete che far le opportune richieste presso una discreta quantità di questure. Disperando così la moglie, una brava donna parecchio devota alla quale voleva molto bene (e glielo aveva dimostrato mettendole in pancia solo due figlioli e non i soliti sette o otto), aveva tirato su benissimo i ragazzi: pescatori pure loro, e convinti adepti di una particolare dottrina politica che prevede, come tutti sanno, cappellacci, gatti neri, tabarri e bombe in tasca con la miccia accesa.

Le barche di Marina di Campo parevano un martirologio galleggiante intero. C'erano una Santa Lucia e un San Gaetano, che era proprio pochino visto che il santo in questione è il patrono del paese; in compenso c'erano due San Rocco e due Padre Pio, che per distinguerle le avevano chiamate, pensate un po', Padre Pio I e Padre Pio II. C'erano sei San Silverio; un forestiero si sarebbe chiesto come mai Silverio fosse tanto gettonato, per scoprire poi che era il patrono di Ponza. Si passava poi a Santa Rita, mentre un originalone aveva chiamato la sua barca “Madonna di Megiugorio”; una mattina, trovò che qualcuno, approfittando delle tenebre dicembrine, aveva raschiato il “Megiu” e, con la vernice, aveva cambiato il nome in “Pietrogorio”. S'arrabbiò parecchio, ma non aveva fatto nulla perché il vecchio F., quand'era meno vecchio, era un marcantonio di un metro e novanta con due braccia che sembravano paranchi; a settantott'anni si era tenuto la statura, ma le braccia funzionavano un po' peggio. Sempre meglio non averci a che fare, né con lui e né coi figlioli che erano cresciuti a sua immagine e somiglianza; ma per cavarsela tra la Capraia e la Corsica, in mezzo a una burrasca per la quale i pesci s'eran già messi il bavaglino e studiavano il ricettario, ci voleva ben altro. La barca da pesca di famiglia si chiamava “Sacco e Vanzetti”.

Gli interventi divini sono parecchio strani. In quella burrasca di cui si parlava, due pescherecci, il “Sacro Cuore di Gesù” e il “Mamma Maria Bambina”, erano colati a picco con tutti gli equipaggi, facendo perire in tutto quattordici pescatori. Il “Sacco e Vanzetti”, oltre che a forza di braccia e di fortuna sfacciata, s'era salvato a forza di moccoli, equamente ripartiti tra dèi di vario genere e il vecchio F. che non ce la faceva più a far nulla; e, in frangenti come quelli, quando non ce la si fa più a fare nulla, si è soltanto dei pesi inutili a bordo. Saltò il rispetto familiare; il vecchio padre, che s'incaponiva ancora a pescare, era stato sottoposto a una tempesta di parole in confronto alla quale quella atmosferica sembrava un'aura gentil del primo vere. Ad ogni modo, quel giorno i celìcoli si dovevano esser rotti i coglioni di orazioni e salmi, e s'eran concessi invece un po' di risate ascoltando le fantasiose bestemmie di quei pescatori un po' strani; e così i sacri cuori e le marie bambine erano colate a picco, mentre Sacco e Vanzetti erano tornati a casa sani e salvi. Meglio essere in mare tra la Capraia e la Corsica, pensarono quelli veri da lassù o laggiù, che sulla sedia elettrica. Una volta a casa, i figli decisero che il loro padre, d'ora in poi, se ne sarebbe stato a godersi la vecchiaia; e che, se voleva pescare un po', si prendesse la vecchia barchetta, la canna, la lenza e si mettesse calmo una buona volta. Per la prima volta in vita sua, il vecchio F. decise di chinare il capo; forse.

Il fatto gli è che, per andare a pescare a bolentino, un po' al largo bisogna andarci per forza. Ci siete mai stati, voialtri? Magari anche sì, chiamandola “pesca a volantino”, che sarebbe il suo nome in tutto il Mediterraneo (anche in Catalogna dicono volantí). Ma all'Elba si dice bolentino e, anzi, mio padre raddoppiava pure la elle e diceva bollentino; quindi bolentino è e bolentino rimane. La cosa è semplice: si piglia una lenza bella robusta, ma non una gugliata. Ce ne vogliono novanta o cento metri come minimo. Poi ci si attaccano, a distanze fisse (diciamo a un mezzo metro l'uno dall'altro), gli ami che porteranno le esche e il piombo finale perché la lenza deve stare diritta. E' una delle operazioni più noiose che ci siano sulla faccia della terra, e va fatta il giorno prima; il pescatore a bolentino si mette in mare alle quattro di mattina. E poiché ci ha cento metri di lenza con gli ami attaccati, deve andare dove si presume che il mare sia più profondo della lenza; un po' al largo, appunto, e dove non ci sono scogli, perché sennò la lenza può impigliarsi ed è capace anche di arroversciarti la barchetta.

Non glielo aveva detto, perché sennò con la lenza lo avrebbero strozzato. Così aveva detto alla moglie e ai figlioli che sì, se ne sarebbe andato a pescare non oltre la punta Bardella di Galenzana, e con la canna. Per convenienza non stavano in paese, ma sopra il Pozzo al Moro, un po' in campagna; così potevano farsi anche un po' d'orto e un po' di vigna. Il vecchio F. aveva pure la macchina; una Bianchina panoramica del 1964, targata, e se ne ignora il perché, Piacenza. Tenuta impeccabilmente quanto a motore e carrozzeria, col sedile anteriore pulito e in ordine, ma con i sedili dietro tirati via e con l'intero abitacolo posteriore trasformato in magazzino degli arnesi. A destra del vano, il reparto agricolo; a sinistra, quello ittico. Il vecchio F. era un uomo ordinato, anche quando sparava una balla ai familiari; perché il giorno prima, con una scusa, aveva preso la Bianchina dove aveva accuratamente nascosto centoquindici metri di lenza da bolentino Tubertini, gli ami già infilati e preparati il giorno prima sempre di nascosto, il piombo finale e tutto il resto. Le esche (bachi, pezzettini di polpo) le aveva nascoste in frigorifero coi panini; in bella vista nella Bianchina, la canna da pesca, la cassetta e il retino. Dé, ci andassero quegli altri sul molo o vicino a riva a pescare alla canna; lui ci aveva bisogno del mare. Quello sul serio. E così, verso le tre e mezzo, senza svegliare nessuno, s'era avviato verso il paese e verso la foce del fosso, all'inizio della spiaggia, dove teneva la barchetta. La Bianchina, come sempre, la lasciò nella piazzetta all'inizio delle Scalinate, dedicata a Giovanni da Verrazzano ma che lui continuava a chiamare Piazza del Tembien, come qualche ventennio prima; quando a volte andava a ripigliarla, d'estate, dentro ci saranno stati settanta gradi e diceva che almeno lui lo trovava sempre, il posto al sole. Mai una volta all'ombra. Anche quel giorno sarebbe stato così, verso le dieci e mezzo o le undici del mattino; la pesca a bolentino ha bisogno di acque calme, calme, calme. Quando cominciano a passare motoscafi e altre barche, si torna a casa.

Siccome ne' romanzacci si dice sempre che era una notte buia e tempestosa, in questo raccontaccio si dirà che la notte era dolcissima e senza un filo di vento, e che il mare sembrava talmente un olio che veniva quasi la voglia di condirci l'insalata. A fine estate, bisogna farci comunque parecchia attenzione; mai fidarsi del tutto di Sua Maestà il Re Salato, l'unico sulla cui testa il vecchio F. non intendeva marciare. Usciti fuori dal golfo, l'onda lunga è sempre in agguato anche nelle temperie più pacate; e l'onda lunga ha una sola funzione, quella di rovesciare le barchette dei bischeri che non sanno andar per mare. C'era solo un problema, qualcosa che disturbava parecchio ma che non aveva proprio nulla a che fare col mare, ma col cielo. Non mi si fraintenda, perché pure il cielo era sgombro e splendeva dorata la luna nonostante le pedate di Neil Armstrong; però, puttana dell'eva, c'era un elicottero che girava e rigirava. E, per essere in volo notturno, doveva cercare qualcuno. E se quel qualcuno lo cercavano con l'elicottero a quell'ora, doveva esser successo qualcosa. E se poco dopo il bivio della Piastraia c'era pure il posto di blocco dei Carabinieri (che non lo avevano bloccato; figurarsi se non li conoscevano, lui e la Bianchina piasintëina), la ricerca non doveva essere d'uno uscito per andare a far funghi. E, intanto, l'elicottero girava con tanto di fotocellula; e il vecchio F. cominciò, ancora guidando, a recitare una lenta e ragionata litania di bestemmie, non risparmiando nemmeno santi assai poco noti (che lo ringraziarono di cuore, perché sennò non li nominava mai nessuno). Se continuava così, addio bolentino e per un sacco di motivi; non ultimo perché quelle cose là lo innervosivano. Non sopportava i braccaggi. Non tollerava lo Stato alle calcagna di qualcuno. Se qualcuno gli avesse nominato Sciarl Bodlèr, avrebbe chiesto se era un tipo di lenza oppure il commissario che sparò a Mesrine (lui, sì, lo conosceva); ma era l'incarnazione dell'uomo libero che ama il mare. Mi spiace per Mauro Corona, ma la montagna era tanto amata da Julius Evola (tiè, ok, non c'entra un cazzo col racconto ma era tanto che ci avevo la voglia di dirlo, 'iosagrataccio!)

Decise, ciò nonostante, d'andare avanti. Aveva perso tre ore, il giorno prima, a incoccare gli ami, e poi figuriamoci se uno come lui tornava indietro per un elicottero che svolazzava e un posto di blocco. Al massimo non pigliava manco un pesce; e poi, chissenefrega del pesce. Quello che gl'importava davvero, era starsene lontano, in mezzo al mare, ascendendo pian piano dal buio all'aurora, dall'aurora all'alba, dall'alba al giorno fatto; e a quegli ami abboccassero pure scarponi bucati. Era mescolare la profondità del sotto con la vastità del sopra. Era fumare una Nazionale ripensando a tutto. Era percepire il minimo movimento di centoquindici metri di niente, abituandosi al silenzioso esercizio dei sensi. Era, non sempre ma quella mattina ci aveva fatto la bocca, riplasmarsi un mondo su una piccola barca, e un mondo come lo si vuole per davvero almeno fino alle undici la mattina. Di questo gli importava, e di tutta un'altra serie di cose; e siccome così m'immaginavo mio padre, seppur confusamente, da bambino quando lo vedevo preparare i bolentini per il giorno dopo, m'immagino pure il vecchio F.; chissà, magari è lui.

Nulla di tutto questo, porca della schifosa di quella baldracca, con quell'elicottero di merda. Parcheggiando in piazza del Tembien, ebbe voglia di tirare una sportellata da svegliare mezzo paese; poi pensò che un colpo del genere avrebbe spaccato in due l'eroica e vetusta utilitaria. Prese tutta la roba, nascondendo però la canna da pesca e la cassetta sotto una coperta talmente militare che doveva aver fatto la guerra d'Abissinia, e s'incamminò verso la barca canticchiando una canzoncina dove si diceva d'imitare tali Bresci e Ravasciòl; forse, chissà, l'aveva scritta Alighiero Noschese.

La barchetta era lì, e sarebbe stata nel buio assieme alle altre se non fosse stato per una fotocellulata che la prese in pieno per due secondi. Aveva pure lei un nome, ma considerando che la usavano i nipoti (un ragazzo di vent'anni e un'altro di diciassette) per andare nelle calette dietro Capo Poro, tipo le Cavine, assieme alle pischelle, i loro genitori s'erano imposti sul nonno che la voleva chiamare Luisa Miscèl. Era stata quindi, orrore!, battezzata “Chicca”. Ogni volta che vedeva quel nome scritto sulla barchetta, il vecchio F. pensava che “Chicca” si poteva chiamare una gatta, non una barca; indi per cui, una gatta di casa, chiaramente tutta nera, era stata chiamata Luisa Miscèl, ché tanto i gatti il loro vero nome lo sanno solo loro -come ebbe a scrivere un certo Iliot, o Ilio, come Ilio Barontini che era un brav'omo anche se era comunista. Concedendosi un ultimo moccolo (U.M.), sistemò la roba nella Chicca e s'apprestò a spingerla in mare; quando udì un sussurro. Una voce d'omo, bassa bassa ma altissima al tempo stesso; diceva, “Shtare fermo, mi zerkano”. Il vecchio F. aveva, fortunatamente, la capacità di capire al volo. Si fermò subito e non disse mezza parola. Non era lui che doveva parlare; il sussurro si fece ancor più basso, e al tempo stesso ancor più alto. Disse, con uno strano accento: “Ascolta, non mancio da più t'un ciorno. Tu afere manciare ?”

Il vecchio F. si mise a sedere sulla rena e, dal sacchetto, tirò fuori i due panini con la frittata di pomodori che si era portato, passandoli a una mano nascosta sotto il telo della barca. Sentì mangiare una fame nera, e parlare una sete mortale anche se questa non aveva detto ancora nulla. Nel sacchetto c'erano due bottigliette, una piena d'acqua gassata e l'altra di vino bianco della sua vigna. Aveva, quel vino, sedici gradi e era torbo come quello avvelenato che la Donna Lombarda voleva far bere a suo marito becco. Passò tutto a quella mano, continuando a stare a sedere sulla sabbia e facendo attenzione all'elicottero.

“Ascolta, fattene e non ti mettere in kuai”, disse la voce senza la mano. “Sono scappato ta Porto Zurro. Sono quello ke ha mazzato....”, e disse un nome che il vecchio F. capì molto male. Poteva essere la moglie, un impiegato dell'Agenzia delle Entrate o il presidente della Repubblica; il vecchio, in un istante, si decise a dire pure lui qualcosa dimolto sottovoce, e pure dimolto alta. “Non me ne vo. Senno so' peggio che morto.” Per un poì ci fu silenzio; l'elicottero stava puntando di nuovo il fanale in quella direzione, e era passata anche una pattuglia della stradale di Portoferraio. Forse andava a fare la multa agli ergastolani evasi. Quando tutto fu di nuovo al buio, il vecchio F. disse alzando il telo della Chicca per due centimetri: “Io 'un me ne devo andà, bambolo. Sei tu che te ne devi andà. Ti garba la pesca a bolentino?”

La mano era quella di Simon Altdörfer, da Caldaro sulla Strada del Vino, o meglio Kaltern an der Weinstrasse, provincia autonoma di Bolzano o meglio Südtirol; e la pesca a bolentino non sapeva nemmeno che cosa fosse. Aveva ammazzato, in modo squisitamente premeditato, il sindaco del paese, Wilhelm-Klaus Perathoner, per una questione amministrativa: lo aveva trovato a letto con la figlia di sedici anni e mezzo. Scontava l'ergastolo da otto anni e mezzo e sarebbe uscito di galera, come tutti sanno, il 99/99/9999. “Peska a kosa...?” “Lascia stare, amico. Ora la impari alla svelta. Fra du' minuti devo levà ir telo, ma se torna l'elicottero ti monto sopra. Capito?” La mano fece un cenno che voleva dire sì, e siccome le mani pensano, pensò che erano circa otto anni e mezzo che nessuno lo chiamava più amico, né Freund, né filos, né niente. Il vecchio F. spinse rapidamente la Chicca verso la battigia; poi la mise in mare, tolse il telo e saltò sopra sempre spingendola visto che a Marina di Campo, in quel punto, prima di trovare un metro d'acqua bisogna fare mezzo chilometro. Alla fine il vecchio F., quando l'acqua fu un po' più alta, saltò in barca e si mise a remare; in mezzo alle burrasche sul peschereccio Sacco e Vanzetti magari non era più buono, ma a remare sì; e in men che non si dica passò il molo a forza di braccia. Poi verso punta Bardella, all'estremità della spiaggia di Galenzana; si vedeva una finestra, una sola, illuminata alla Villa. L'ammiraglio era mattiniero. L'elicottero, invece, pareva essersi stufato e magari aveva pure finito il carburante. Dopo tre quarti d'ora di remata, mentre ancora si rifiutava d'albeggiare, il vecchio F. aveva trovato il punto giusto per buttare giù il bolentino; cominciò a infilare le esche, che puzzavano parecchio. Ai pesci, però, sembra che piacciano.

L'efaso altoathesino stava sempre giù e non parlava. Faceva pure parecchia fatica a parlare in italiano, però in galera aveva imparato ad esprimesi discretamente nel dialetto di Bitti (Nuoro), da un compagno che gli avevano messo in cella. Maledizione, poi; non si ricordava come si dice “jetzt” in italiano; gli ci volle un po'. “E ora...?”

“E ora nulla, amico. Stai giù che devo pescare un po' e a bolentino si sta zitti”, rispose il vecchio F. Teneva la lenza arrotolata in modo strano tra il polso e le nocche della mano sinistra; non era mancino, ma trovava che a bolentino ci sentiva meglio con la mano del diavolo. Ora, anzi jetzt, sì che cominciava a albeggiare; volendo, il vecchio F. avrebbe potuto vedere che faccia avesse il criminale; non lo fece e non si voltò. Simon Altdörfer faceva il meccanico di motorini; in certi casi è bene che su una barca in mezzo al mare ci siano un meccanico e un pescatore. Ci fossero stati un professore di filosofia e un filologo germanico, avrebbero potuto pericolosamente convenire che si trattava di una situazione assurda, e dalle situazioni assurde si viene fuori non pensandoci nemmeno per un istante e, ancor meglio, non rendendosene conto. Il vecchio ritirò, all'improvviso, la lenza; a un amo aveva abboccato un prelibato scatolone di biscotti Ringo, fornitura per catering, buttato in mare probabilmente da un traghetto. Echeggiò la risata più silenziosa di questo mondo.

“E ora...?”, ripeté all'improvviso l'efaso; “E ora”, rispose il vecchio, “si guarda spuntare il sole. E' il primo, e ci aiuterà, a tutti e due. Perché, sai, non ho due figli cretini; a volte cerco di fregarli, però il problema è che li ho tirati su parecchio furbi e lo sanno che io non mi accontento di fare le giratine sottocosta. Poi li ho tirati su senza un particolare amore per l'ordine costituito, sai amico. E li ho tirati su che è già la quarta volta, porcaccia della schifosa dell'eva, che cerco di andare a pescare a bolentino di nascosto, e che mi vengono a ripigliare col peschereccio. Poi stamani ti ci sei messo pure tu, e a pensarci bene ora ci ho pure una fame boia e mi hai mangiato e bevuto tutto, acqua e vino...”

“Io...io stare strata del fino....”; Simon Altdörfer aveva capito la metà di uno che non capisce nulla, in quel che il vecchio gli aveva detto; solo che, dopo un'altra mezz'ora, bello al largo del Capo Poro, duecentoottantasette metri di profondità, il nove settembre di un anno che non mi ricordo, vicino alla Chicca comparve un peschereccio d'altura dedicato a un tizio di Torremaggiore e a un altro di Villafalletto; e questo vorrà pur dire qualcosa. “Babboooo !!!!”, urlo T.; il vecchio non si mosse mentre il grosso peschereccio, procedendo al minimo de' minimi, si accostava alla barchetta. “Un'altra volta! Ma lo sai se ti piglia una burrasca qui, testaccia di legno...?” L'altro figlio, R., non diceva nulla; era stato il primo a notare che nella Chicca c'era un'altra persona, e aveva capito immediatamente. Con una manata zittì il fratello, che aveva cominciato a dirne di tutti i colori al padre immobile, che non si guardava neppure intorno. Fu a R. che, alla fine, là in mezzo al mare che doveva pur pullulare, da qualche parte, di motovedette e altre belle invenzioni, disse poche parole secche: “Questo è scappato dal Forte. Lo cercano da stamani presto. Ora lo pigliate, vi mettete in assetto da gran pescata e fate un salto in Corsica. Di volata. Se non lo fate, vi ammazzo a tutti e due. E lo nascondete anche nel posto più merdoso, nella cella frigorifera, gl'infilate ventisei maglioni, fate voi. Di corsa e ci si vede stasera a casa. Se non tornate si vede che siete in galera anche voi e ci si vede fra qualche anno, i figlioli so' grandi, le mogli ve le tromba qualcun altro e ora andate.” Quando Simon Altdörfer fu fatto salire in due secondi sul peschereccio “Sacco e Vanzetti”, non si era nemmeno reso conto che lo stavano facendo scappare all'estero; “Che ne facciamo di questo, in Corsica?”, disse T.; “Lo lasciate da qualche parte vicino a un paese. Lo buttate in mare. Sai nuotare tu, amico?” “No...”, rispose; “Beh, tu impari, sennò crepi. Poi in Corsica so' cazzi tuoi, ti arrangi, tu provaci e vedrai che ce la fai con du' soldi che ti danno questi due e magari anche una cosina che hanno a bordo e fa pum pum. Ce la avete sempre, no...?”

S'era fatto giorno pieno, e era ora di tornare a casa. Ci aveva, il vecchio F., da affrontare la moglie e spiegarle un po' di cose, tipo che i figli avevano deciso d'andare a pescare in Corsica. Nulla di strano; altro che Corsica, col Sacco e Vanzetti qualche volta erano arrivati in Sardegna e fra poco facevano a fucilate coi pescatori del posto, che non sono molto accomodanti coi forestieri. Per questo motivo, a bordo, di cosine che fanno pum pum non ne avevano una sola. Il primo sole aveva fatto strada al secondo, che picchiava nonostante il settembre, e non c'era ombra; il vecchio F., sudando, tornò a remi alla spiaggia senza aver preso nemmeno un pesce. La lenza Tubertini si era tutta attorcigliata e per sbrogliarla ci sarebbe voluta una razione supplementare di moccoli; lo scatolone dei Ringo era rimasto sulla barca, disfatto, e, come se non bastasse, sulla spiaggia si accorse che lo aspettavano due gendarmi a cavallo. Pure quelli avevano chiamato. Con calma rispinse la Chicca dove stava e i due gendarmi, stando in sella, gli fecero qualche domanda.

“Senta, è lei S.F.?”
“Sono io. Desiderano?”
“E' sua la Bianchina targata Piacenza parcheggiata in piazza da Verrazzano...?”
“E' mia. Qualcosa non va?”
“C'è già un ordine di rimozione forzata. Se si sbriga a toglierla, forse se la cava con una multa e basta...”
“Accidenti!”, e si tirò un finto nocchino sulla fronte perché se fosse stato vero si sarebbe suicidato. “Corro! Vi ringrazio per la gentilezza! Posso solo una domanda...?”
“Ma prego.”
“Come mai c'era tutta quella confusione stamani presto presto...? Posti di blocco, l'elicottero...Uscivo a pescare e non so nulla...”
“Eh...è evaso un assassino da Porto Azzurro. Per caso ha notato qualcosa di strano...?”
“Io? No....”
“Stia attento, quello è uno pericoloso. Corra adesso, sennò le portano via la macchina!”

Fece, il vecchio, una specie di sorriso. Così imparavano a disturbagli la pesca con quel cazzo di elicottero. Così imparavano a mettere la gente all'ergastolo. Ci aveva, però, una fame che si sarebbe mangiato un bove con tutte le corna; evadessero, porca puttanaccia, portandosi dietro almeno tre panini e un tetrapak di Tavernello; invece no. Gli era pure toccato versare il vino e spezzare il pane a chi diceva ho sete, ho fame; andò a ripigliare la Bianchina e, poi, dal Bertelli a farsi mezzo chilo di schiacciata all'olio. La sera, al penultimo sole quando sarebbero tornati i figli, ci sarebbe stata, a casa, una burrasca peggiore di quella di qualche anno prima; aveva dei figlioli meravigliosi.

sabato 26 aprile 2014

Uno sbarco in casa





Quante volte ne avrò sentito parlare, fin da quando ero piccolissimo. Lo sbarco alleato del 17 giugno 1944 all'Elba. Sì, d'accordo, all'Elba per gli storici, o comunque per tutti coloro che non fanno, e non possono fare, nessuna differenza tra un punto o l'altro dell'isola. Per me la fa. Qualche volta ne devo aver fatto cenno su questo blog, fra un attentato all'onore e al prestigio e l'altro: non tutti possono dire di avere avuto un intero sbarco alleato in famiglia. Perché per me non si tratta del semplice "sbarco all'Elba", ma dello sbarco a Fonza.

A Fonza abitava tutta la mia famiglia, all'alba di quel 17 giugno 1944, in una casa e in un magazzino. Mia nonna, che era vedova di un operaio morto sul lavoro; mia madre, che non aveva allora nemmeno undici anni e che era stata letteralmente sfamata da un soldato tedesco che la aveva come adottata; i miei zii e le mie zie, tranne uno che era già morto in guerra a capo Matapan e una che era emigrata in Argentina; i miei bisnonni.

Sulla spiaggia sassosa di Fonza fu gettata la testa di ponte dello sbarco, all'alba di quel giorno. L'Operazione Brassard, partita da Bastia in Corsica e affidata in massima parte alle truppe coloniali, i tirailleurs senegalesi comandati dall'ammiraglio De Lattre de Tassigny. Il motivo per cui, nel vecchio cimitero di Marina di Campo, a San Mamiliano, si trova tuttora una lapide in arabo con la mezzaluna e i versetti del Corano.

E fu così che la mia famiglia si ritrovò un esercito intero in casa, quella mattina. Non sarà stato lo sbarco in Normandia, ma uno sbarco era e fu una carneficina, come tutti gli sbarchi. Prima, raccontava mia mamma, raccontava la mia bisnonna, raccontavano i miei zii, era stata messa fuori uso la batteria del Capo Poro, con certi strani accidenti che i libri di storia non raccontano; poi i traccianti, e infine, tra le quattro e le cinque di quel mattino di giugno, lo sbarco vero e proprio sulla testa di ponte.

Tutto raccontavano. Le navi e i pontoni. Il fumo irrespirabile. L'altra batteria del Monte Tambone, alle spalle di Fonza, che sparava. Zio Mario che apriva la porta del magazzino, che era stato requisito per metterci dentro i feriti. I morti che venivano portati via sulle navi. La bandiera francese piantata sul tetto del magazzino. I muli in mare. Le truppe che salivano su per le cóte dietro Fonza. Lo sbarco vero e proprio sulla spiaggia di Marina di Campo, verso le dieci del mattino; e la spiaggia era minata. Una strage. Una parte del paese distrutta, coi feriti sistemati anche nell'unica osteria del paese, il Sor Elio.

Mi mancavano diciannove anni a nascere. Tutte cose che avrò sentito decine e decine di volte nel portico di casa, da mia madre, dalla zia Clara, dagli altri zii che non ci sono più; e anche la Clara se ne sta per andare, oramai in un mondo tutto suo. Dicevo sempre: come esserci, da quei loro racconti. Non sapevo che qualcuno aveva messo in rete, su YouTube, tutto il filmato di quel giorno, girato dagli alleati durante lo sbarco. Me ne sono accorto oggi. Ventisette minuti.

E allora mi sono fatto quei ventisette minuti di brividi. Tutti i racconti della mia famiglia che diventavano immagini. L'alba a Fonza, i traccianti, i muli, Capo Poro, i soldati, i prigionieri; forse ci sarà stato anche quel tedesco, Galfe Gustalfe, o Gustav Galf, che sfamava mia madre, che la chiamava Luzia e le insegnava il tedesco. I Babacar, i Mamadou e chissà chi che morivano all'Elba dopo esser venuti dalla Casamance o chissà da dove, e che si preparavano a due giorni di saccheggio libero e di stupri, come da usanza bellica concessa dai comandi; mia nonna reagì e ne prese uno a secchiate sul capo, decisa piuttosto a farsi ammazzare. Ma il senegalese scappò via, forse più che altro sorpreso dalla reazione inattesa.

Il magazzino "con la porta mezza aperta": lo aveva aperto zio Mario, che era il figlio maschio più grande disponibile (zio Mamiliano era in fondo al mare, e zio Ulisse era soldato). Ad un certo punto del filmato si vede il magazzino, con la porta mezza aperta; e s'intravede qualcuno sulla soglia. Dev'essere mio zio. Può esserlo, perlomeno. La bandiera francese sul tetto, accanto al "comignolo di forma strana"; tra virgolete metto tutte quelle espressioni che ho sentito dire così, fin da quando mi son cominciati i ricordi. Si vede ogni cosa.

Mentre guardavo per la prima volta quel filmato, ho telefonato a mia madre; ha ottantuno anni, ora. Le ho fatto una specie di telecronaca al telefono, in attesa di pigliare il computer e portarle a vedere tutto. A un certo punto anticipava il film; mi diceva, "Guarda, ora si deve vedere questo, si deve vedere quest'altro", e si vedeva. Per lei sono cose viste coi suoi occhi di bambina, cose di un'altra epoca e di un altro mondo. La guerra che arriva in una casa e in un magazzino, su una spiaggia dimenticata da Dio vicino alle vigne, al gatto che dormiva, al somaro, ai fratelli, alla mamma. Da quello sbarco in casa, da quella Normandia in sedicesimo, da quei reticolati, da quei ragazzi di ogni parte mischiati nella macelleria. Tedeschi, senegalesi, francesi, elbani, elbane che furono prese e stese gridando in mezzo a un campo o fra le macerie di una casa.


lunedì 21 gennaio 2013

Quattordici galeotti (L'eccidio di Procchio)

 
Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione... comincia così, se ben mi ricordo, uno dei romanzi più famosi della letteratura di tutti i tempi. Ciò che segue non è famoso, anzi è quasi del tutto sconosciuto. Non è neppure un romanzo. L'unica cosa che rimane, è un plotone di esecuzione; è già passato il tramonto di mercoledì 13 ottobre 1943. Schierato, il plotone di soldati tedeschi, sulla spiaggia di Procchio, all'Isola d'Elba; di fronte, quattordici uomini che sono stati costretti a scavarsi la fossa da soli. Quattordici uomini; quattordici carcerati. Quattordici uomini, quattordici galeotti. Quattordici uomini e basta. E' già calata la sera di un giorno, qualcuno dice, ancora caldo.

Procchio. Di recente, Procchio è andata nelle cronache; ma non è “salita” a nessun “onore”, come si suol dire in una delle tante frasi fatte che popolano 'sto mondo. Un “ecomostro”, stracarico dei soliti intrallazzi affaristici, che sta ora a disfarsi in pieno paese, e una parte della rovinosa alluvione del 7 novembre 2011. Paese, già; perché Procchio, con quella popo' di spiaggia meravigliosa che s'è ritrovato, negli ultimi trent'anni è diventato un paese vero e proprio; io me lo ricordo ancora in forma di dieci case, dieci magazzini, e un bivio stradale. La strada che si biforca; venendo da Campo, a diritto si va a Portoferraio e a sinistra si va alle due Marciane, quella marina e quella alta. Alberghi e campeggi, campeggi e alberghi; il minimarket, i negozi di souvenir, il noleggio di biciclette e motorini e il parco di divertimenti per due o tre mesi d'estate; il resto dell'anno, un niente che si rispecchia in mare. Arrivi da Portoferraio e, dall'alto della strada, il panorama su Procchio riesce ancora a essere mozzafiato; figurarsi per chi chiude un millisecondo gli occhi e se lo rivede com'era da bambino. Il nome è antico, addirittura latino; pare derivi dall'avverbio procul, che significa “lontano”. Secondo altri deriverebbe invece da tale Proculus, un nome proprio che, comunque, è imparentato con l'avverbio.

Mia madre aveva, nel 1943, dieci anni. Li avrebbe compiuti dopo tre giorni, anzi, essendo nata il 16 ottobre del 1933. Nonostante abbia sentito da lei ogni sorta di racconti, faccio ancora fatica ad immaginarmi l'Elba di ottant'anni fa, perché ottanta saranno a ottobre di quest'anno. La guerra, poi; sì, certo, so tutto dello sbarco alleato dato che, come mi diverto spesso a dire, pochi hanno avuto la sorte di venire da una famiglia che s'è ritrovata un intero sbarco alleato direttamente in casa. Eppure non racconto storielle: la mia famiglia, mia madre compresa, abitava tutta sulla spiaggia di Fonza; e all'alba 17 giugno 1944 le truppe coloniali dei tirailleurs senegalesi, comandate dall'ammiraglio De Lattre De Tassigny, scelsero proprio la spiaggia di Fonza come primo punto di sbarco ricognitivo, prima di lanciare la testa di ponte sulla grande spiaggia di Marina di Campo. Non sarà stata la Normandia, e Fonza non somiglia manco un po' a Omaha Beach; però voialtri gli sbarchi alleati ve li siete visti al cinema, io li ho sentiti raccontare in diretta da mia madre e dai miei zii, che erano lì. Ma questa è storia di quasi un anno dopo. La fine dell'occupazione tedesca dell'Isola d'Elba, cominciata col bombardamento di Portoferraio e con il siluramento del piroscafo Sgarallino (un morto per ogni famiglia elbana, si dice tuttora). Qui bisogna tornare all'inizio, perché questa storia non comincia all'Elba, ma in un'isola vicina. L'isola di Pianosa.


Pianosa significa galera. Ancora oggi, che la galera è stata chiusa. Ma sta ancora là. Le isole che sono state galera, e galera e basta, non se ne staccheranno mai. Hai voglia a farci i “parchi”, le “oasi ecologiche” e quant'altro; se dici Pianosa, dici carcere. Li mettevano sulle isole in mezzo al mare, e ce li mettono tuttora, perché da un'isola non si scappa; non a caso la galera più famosa del mondo, Alcatraz, era anche lei su un'isola. Non si scappa, però ci si prova lo stesso; bisogna provarci. Persino da Alcatraz, come ci ha raccontato anche un famoso film; sulle fughe, o tentate fughe, da Pianosa, invece non c'è manco un cartone animato bulgaro. Brutta cosa essere Pianosa, che nelle giornate limpide sembra quasi di poterla raggiungere a nuoto da Cavoli o da Fetovaia; a esserci voluti scappare, non ti tocca soltanto il plotone di esecuzione, ma l'oblio completo. Eppure l'occasione era ovvia: l'otto settembre 1943. La dissoluzione del paese chiamato “Italia”, in tutte le sue strutture e istituzioni. La notizia, sembra dopo qualche giorno, arriva anche alla galera di Pianosa, che peraltro è stata già occupata da un presidio tedesco; scoppia una rivolta tra i detenuti.

Qui bisogna, pare, affidarsi alla “voce popolare”. All'Elba, vicinissima ma lontanissima al tempo stesso (seppure essa stessa, in parte, una galera con l'ergastolo di Portolongone), si dice che in un giorno compreso tra l'otto e il ventitré di settembre, in Pianosa sia accaduto qualcosa di tremendo. Non se ne sa di più, anche perché gli elbani sono occupati a piangere e a seppellire, quando possibile, i trecentotrenta figli suoi silurati sullo Sgarallino davanti a Nisportino. Figurarsi se si potevano dannare più di tanto l'anima per dei carcerati; ma essere carcerato nel 1943 non può essere, credo, immaginabile. Detenuti in una delle galere più dure e inaccessibili d'Italia, e in regime ancor più duro visto che s'era in tempo di guerra; si capirà perché sto facendo una fatica tremenda nello scrivere queste cose. Non mi sono sempre reso conto, scollinando alla curva del Colle di Palombaia, quando all'improvviso s'apre davanti quel mondo in forma di mare e d'aria costellato di terre di cui Pianosa è la prima a esser vista (e la sola nelle giornate fosche), che davanti a me, davanti ai miei occhi che rimangono ogni volta spalancati di meraviglia anche se quella curva l'ho passata migliaia di volte, ci sono stati i dannati della terra. C'erano ancora quando ero bambino. C'erano ancora quando avevo vent'anni. Ci sono stati fin quando ne avevo quasi trenta. E c'erano nel settembre del 1943, vent'anni esatti prima che nascessi.

La rivolta dei dannati di Pianosa era stata domata alla svelta. Non avevano nulla, dato che uno Stato, seppur dissolto, per i galeotti rimane in funzione e in armi. Con l'aiuto del presidio tedesco, la ribellione fu stroncata nel sangue: cinque detenuti furono ammazzati sul posto. Ma non con le armi da fuoco: furono presi, legati e bastonati a morte dalle guardie e dai tedeschi. Se ne conoscono i nomi: Antonio Andreani, Lorenzo Cerrutti, Giuseppe Lo Piccolo, Luigi Maccioni e Giuseppe Tornatore. Certo, l'ultimo di quei cinque dannati si chiamava proprio così: omonimo di colui che sarebbe diventato un famoso regista cinematografico. Siciliano come lui (e come, probabilmente, Giuseppe Lo Piccolo). Chissà, qualcuno potrebbe andare a dirgli di girarci un film; potrebbe essere stato anche suo parente, vicino o lontano.

Facevano parte, quei cinque, di un gruppo di diciannove detenuti che erano stati “individuati” come capi della rivolta; in realtà, era una rivolta senza nessun capo. Una rivolta di disperati senza nulla da perdere; i quali, peraltro, si trovavano in Pianosa per reati che la Regia Procura di Lucca (dimenticavo: in uno stato squagliatosi, continuavano a funzionare anche le procure e i tribunali, tutti “regi” seppure il “re” avesse tagliato la corda) aveva appurato “non essere infamanti”. Sì, perché era stata ordinata un'inchiesta sui fatti, per quanto possa sembrare incredibile, ed erano persino state messe sotto inchiesta le guardie italiane (non i tedeschi, ovviamente). Tutte assolte in breve tempo perché gli avvenimenti erano stati fatti passare come “originati in conflitto”; la procura di Lucca, però, ad un certo punto cominciò a dubitare che i diciannove “capi della rivolta”, tra cui i cinque bastonati a morte, fossero stati presi a caso. Uno qui, uno là. Il confine tra il bastone che ti ammazza e il restare vivo affidato al puro caso, o all'ambarabà cicciccoccò di qualche assassino in divisa. Tutto fu chiuso rapidamente, anche perché il bagno penale non aveva, dopo di allora, subito altri turbamenti. Disciplina durissima, pane e acqua se c'erano, e botte quotidiane elargite in santa comunanza da italiani e tedeschi. Cinque ammazzati; seppelliti in fretta e furia sull'isola, con le usuali croci numerate dei carcerati (se ne conoscono i nomi dai registri). Ne restavano quattordici; feriti, febbricitanti, senza mangiare e senza bere. Anche di questi, i registri riportano i nomi. Con la provenienza e l'età di ciascuno di loro.

Marino Caceffo, di Verona, cinquantasei anni. Michele Franchina, di Castell'Umberto, provincia di Messina, quarantacinque anni. Pietro Albanese, di Petralia Soprana, provincia di Palermo, quarantatré anni. Gino Lucca, di Firenze, quarantatré anni. Guido Lucca, di Firenze, fratello di Gino, quarant'anni. Carmine De Rosa, di Quindici, provincia di Avellino, quarant'anni. Antonino Giarrizzo, di Adrano, provincia di Catania, quarant'anni. Giovanni Capasso, di Somma Vesuviana, provincia di Napoli, trentanove anni. Luigi Chizzoniti, di Radicena, provincia di Reggio Calabria, trentanove anni. Edoardo Moramarco, nato al Cairo in Egitto, trentanove anni. Mario Carlo Beraud, di Oulx in Valsusa, provincia di Torino, trentasette anni. Emanuele Fazio, di Palermo, trentacinque anni. Giuseppe Polimeni, di Cerosi, provincia di Catania, trentadue anni. Antonino Violante, di Rosali, provincia di Reggio Calabria, trentuno anni. Cinque siciliani, due calabresi, due toscani, due campani, un veneto, un piemontese e un egiziano. Nessuno al di sotto dei trent'anni, forse perché per finire a Pianosa era improbabile essere ragazzini. I registri sono depositati all'Archivio Storico del Comune di Marciana, di cui Procchio fa parte; lo stesso Archivio che conserva la nota stilata dalla stessa direzione del bagno penale, in cui si specifica che “I quattordici detenuti furono prelevati per ragioni ignote anche alla Direzione degli Stabilimenti Penali di Pianosa”.

Prelevati. Feriti, ammalati, affamati. Sotto la sorveglianza di un maresciallo italiano, furono presi dai soldati tedeschi e fatti marciare da un capo all'altro dell'isola, per trovare un posto dove rinchiuderli separatamente; non avendone trovati di acconci, furono fatti salire in catene su un rimorchiatore, e infilati nella stiva come merce. Ora, però, bisogna pensare che un rimorchiatore, in realtà non ha nessuna “stiva”; lo spazio interno è occupato dalle macchine, dai serbatoi di carburante, dai pozzetti dei cavi di rimorchio, con una temperatura infernale. Furono sistemati lì. Il settembre del 1943 era, inoltre, caldissimo. Rotta all'Isola d'Elba; ad un certo punto, per non farli morire asfissiati, gli aguzzini stessi li tolsero da dove stavano e li fecero salire, sempre incatenati, in coperta. Avevano fatto credere loro che li avrebbero trasportati al carcere di Portolongone; i detenuti ne furono sollevati, quasi felici. Rispetto all'inferno di Pianosa, persino Portolongone doveva apparire come un luogo desiderabile. La cosa singolare è anche anche i soldati tedeschi, che avevano prelevato i quattordici detenuti senza nessun motivo, erano -sembra- intenzionati a portarli al forte di San Giacomo; e, in effetti, vi furono condotti, a piedi, e fatti entrare nell'androne. Vi rimasero delle ore, finché il direttore del carcere, che non ne sapeva assolutamente nulla, non decise di respingerli. Galeotti rifiutati da una galera. Il direttore disse che non c'era da mangiare per loro. Furono quindi fatti ritornare al porticciolo e ributtati sul rimorchiatore, che riprese il largo; rotta non si sa dove. Per giorni e giorni il rimorchiatore vagò un po' costeggiando l'Elba, un po' spingendosi in mare aperto; tutti, tedeschi e detenuti, stavano in coperta. Il periplo dell'isola fu effettuato non si sa quante volte, coi viveri che cominciavano a mancare; finché non fu deciso, finalmente, l'attracco a Portoferraio distrutta dal bombardamento di pochi giorni prima. Era il 29 settembre 1943.

Per rinchiuderli, fu deciso di ricorrere al Forte della Linguella: un bastione mediceo ottagonale che, decine e decine di anni prima, era stata la tomba in vita dell'anarchico Passannante, che aveva fatto una scalfittura a re Vittorio Emanuele II. Tant'è che, ancora oggi, gli elbani chiamano quel bastione “Torre di Passannante”, e così anch'io l'ho conosciuta per la prima volta da bambino pensando che “Passannante” si chiamasse quella zona di Portoferraio. Parecchio tempo dopo imparai che Passannante, invece, era un anarchico; e che gli anarchici li pigliavano, li rinchiudevano nelle torri e li lasciavano lì per dieci o vent'anni nello sterco e in mezzo metro d'acqua di mare fissa. Finché non diventavano pazzi (anzi, pazzi lo erano già perché anarchici) e morivano in manicomio criminale, a Montelupo. Quando morivano, gli staccavano il cervello e lo mandavano alla Specola o a Cesare Lombroso. In quella torre decisero di rinchiudere i galeotti rivoltosi di Pianosa, il Caceffo di Verona e i Lucca fiorentini. Il Giarrizzo di Adrano e il Beraud valsusino. Solo che la Torre di Passannante, pure lei, era stata bombardata; ed era mezza crollata. Non c'era posto per quattordici galeotti. Respinti anche dalla seconda galera; dalla prima per mancanza di viveri, dalla seconda per mancanza di spazio. Bisognava trovare un'altra galera, ma di altre galere non ce n'erano a meno di non far ripigliare il mare a tutti quanti per altre isole lontanissime, la Gorgona o la Capraia. Basta mare; catene e piedi. Piedi e catene. In fila e marciare mentre 'sto settembre bolle ancora come fosse metà luglio. Mentre bombardano.


Pianosa si chiama così perché è piatta come un vassoio. L'Elba, invece, è tutta una montagna. Piedi e catene, catene e piedi; alla fine, basta, non possono più andare avanti né galeotti né aguzzini. Di nuovo al rimorchiatore, e di nuovo in mare. Quella lunare e spaventosa comitiva, vittime e assassini insieme sulla stessa carretta, torna a vagare senza meta; a un certo punto finiscono i viveri a bordo, e tutti si mettono a pescare. Può darsi che le vittime e i carnefici comincino pure a discorrere, ché la differenza delle lingue non è mai stata un problema; del resto, fra loro stessi, sarebbe stato ben difficile che un veronese si capisse alla prima con un calabrese, o un valsusino con un palermitano. Vorrei persino spingermi a dire che, in quella situazione pazzesca, senza una ragione, ad un certo punto del vasto mare tutti si siano dimenticati del perché stessero su quel battello che arrancava. Che a tutti fosse presa la voglia di far rotta verso il continente, e via. Tornare a Rosali, a Firenze, a Radicena, persino al Cairo. O in qualche ignota plaga della Pomerania o del Mecklemburgo. Al diciassettesimo giorno di giri nel niente e di galere che non volevano galeotti, invece, un sottufficiale tedesco pensò che, forse, era meglio tornare dov'erano partiti. A Pianosa. Non ci volle molto per tornarci; l'isola era già in vista con la sua galera, e stavolta non ci potevano essere dubbi che i galeotti sarebbero stati accolti: per forza. C'erano già. Era il loro carcere di assegnazione. A meno di un miglio dal porticciolo di Pianosa, però, il rimorchiatore, dopo diciotto giorni di navigazione quasi ininterrotta, diede forfait. Un guasto. Che parve riparabile, al momento; tutti quanti, detenuti compresi, di misero al lavoro per smontare la macchina in avaria. Però il tempo era cambiato all'improvviso; il vento s'era messo a maestrale, presagendo l'autunno. Il rimorchiatore, con la macchina smontata, non era più governabile e il timone non pescava; e non s'è mai visto un rimorchiatore a vela. La macchina non veniva riparata e la nave andava alla deriva; furono alzate le bandiere di soccorso, e arrivò una motobarca dall'Elba.

Data la situazione, i detenuti furono riuniti e fatti salire sulla motobarca di soccorso, sotto stretta scorta armata. Terminato all'improvviso il barlume di fraternizzazione, se mai c'era stato. Di nuovo tutti al loro posto: le guardie armate e i dannati sotto punteria, in catene. La lancia, per le condizioni del mare che cominciava a ingrossarsi, non poteva arrivare in Pianosa con più di venti persone a bordo; fece quindi rotta verso il porto più vicino dell'Elba. Marina di Campo. Dove, in quel momento del 1943, già erano viventi mia madre, i miei zii, le mie zie, la mia bisonna Giuseppa. E decine di altre persone che ho conosciuto, con cui ho parlato, che ho toccato e sentito respirare. C'era già tutta la mia memoria mentre quei disperati sbarcavano, presumibilmente al molo dopo aver doppiato punta Bardella e visto la spiaggia di Galenzana. Ma nemmeno a Marina di Campo esistevano carceri; e tutti ricominciarono a vagare senza meta. Prima per il paese, poi per le campagne. Al Crino, al Vapelo, al Formicaio, alla Piastraia; il sottufficiale tedesco, ad un certo punto, ordinò al maresciallo dei Carabinieri di trovare una sistemazione per la notte. Fu trovata una stalla. Probabilmente in quella notte fu deciso il destino di quelle quattordici persone in catene.

I tedeschi non ne potevano più. I galeotti si erano addormentati, sfiniti; probabilmente non avevano la minima intenzione di tentare la fuga, e non ne avevano più nemmeno la forza. D'altronde, una stalla non era una galera; bastava tirare un calcio a una porta malandata tenuta con lo spago; arrivò anche il maresciallo dei Carabinieri, quello che aveva reperito quel posto. Ci fu, verosimilmente, un confabulare mentre i detenuti dormivano.

Furono svegliati all'alba; era il ventesimo giorno dal loro prelevamento dalla Pianosa. Mercoledì 13 ottobre 1943, una giornata che, dopo un assaggio di autunno, s'era rifatta calda. I quattordici furono rimessi in marcia; ma, stavolta, verso l'interno. Uscirono dal paese e presero la carrareccia per Portoferraio; arrivarono, dopo due ore di cammino, a Procchio. Qui, finalmente, furono condotti sulla spiaggia; era quello il posto deciso dopo il confabulare notturno tra i tedeschi e il carabiniere. Bisognava farla finita. Sbarazzarsi di quel carico di bestiame il quale era stato portato via non si sa per che cosa. Una volta sulla spiaggia, però, quei quattordici uomini pensarono di poter chiedere un altro po' di riposo dopo la marcia nel sole; fu loro accordato. Quando furono svegliati, nel pomeriggio, furono consegnate loro delle pale e delle vanghe. Attrezzi di lavoro. Bisognava scavare; fu fatto loro credere che si trattava di una trincea. Del resto, uno sbarco era possibile; credettero che, in mancanza di un carcere, fossero stati assegnati alla guerra. Una trincea, poi magari dei reticolati, altre opere; lavorare. Finito il lavoro, furono di nuovo incatenati; ma sul bordo della fossa che avevano essi stessi provveduto a scavare. Finalmente capirono.

I soldati furono fatti prima allontanare, poi tornarono con dei mitra e si schierarono.

Due raffiche a distesa.

Forse, se avessero potuto, avrebbero ordinato ai galeotti persino di ricoprirsi, da soli, i loro cadaveri. Toccò, invece, farlo a loro. La sabbia della spiaggia di Procchio. Le barche alla fonda. Una vecchia paranza arenata. La notte.

*

Chissà, può darsi che vi stiate chiedendo se la storia che ho raccontato è vera.



Rispondo che mi piacerebbe che non lo fosse. Che, in una notte di gennaio, mi sia venuta in mente una storia come ne ho fabbricate altre; no. Non è così. Lo chiamano l' “Eccidio di Procchio”, e se ne ha da un po' sommaria notizia persino su Wikipedia (coi nomi dei detenuti massacrati). Non ne avevo mai saputo niente fino alla scorsa estate, quando me ne aveva fatto mezza parola un giovane amico e compagno anarchico di terre lontane, innamorato dell'Elba; cosa avvenuta proprio a Procchio, una sera d'agosto. Questo giovane amico sappia che io non dimentico nulla di ciò che mi viene detto. Neppure una parola. Mi ci vogliono poi mesi, e a volte anni, per elaborarla e cavarmela fuori dalle viscere; ma vorrei ringraziarlo qui, con un abbraccio e con la promessa di rivedersi presto all'Elba.



Eppure sembrerà magari strano che proprio il sottoscritto non abbia, fino a pochi mesi fa, mai saputo nulla di una storia del genere; ma è così. Mai sentita da nessuno, all'Elba. Rimossa. Non una lapide, non un ricordo qualsiasi che sia uno, almeno a mia conoscenza; poi, mi auguro, potrò sbagliarmi. Uno dei tipici casi in cui si amerebbe parecchio essere smentiti. Del resto, è una storia di carcerati; non ci sono, qui, partigiani o resistenze. Non ci sono nemmeno i civili massacrati dalle orde nazifasciste; Procchio non è Marzabotto, non è Sant'Anna di Stazzema, non è il Padule di Fucecchio. E' una spiaggia dove furono ammassati quattordici detenuti sul bordo d'una fossa. Quattordici delinquenti, e delinquenti rimangono anche se ammazzati dai tedeschi in un giorno del '43.


Raffaello (Raffaele) Brignetti.


Ci sono dei documenti nell'Archivio Storico del Comune di Marciana, però. E, soprattutto, c'è la testimonianza di Giulio Caprilli. Aveva quindici anni quando venne a conoscenza di quel che era accaduto; scrisse un racconto, in una rara edizione, intitolato: La ritrattazione. Quel che ho raccontato, quindi, non è quasi in niente farina del mio sacco, né ho intenzione di farla passare per tale. Stralci del racconto si trovano qua; se avrete la bontà di leggere tutto quanto, vedrete pure che qualche parte del mio racconto è stata ripresa quasi di peso da quello, bellissimo, di Giulio Caprilli. Il quale fu poi commentato da uno dei più grandi scrittori che l'Elba abbia avuto: Raffaele Brignetti, detto Raffaello. Dato che il sottoscritto non corre certamente il rischio d'essere ricordato come tale, si può permettere anche il lusso, una sera sfociata in una notte, di fare una specie di “collage” per parlare d'una cosa che ignorava del tutto fino a ier l'altro. E anche quello, verso mezzanotte, di pigliare il telefono, chiamare quella incallita tiratardi di sua madre e di chiederle se, per caso, sapeva qualcosa di quattordici detenuti della Pianosa che erano stati ammazzati sulla spiaggia di Procchio un giorno d'ottobre del '43. Sapeva tutto. Non me lo aveva mai raccontato. E mi dice anche che la zia Clara sa tutto, che sapevano tutta quanta la storia a Campo, a San Piero, a Sant'Ilario. Sento, al telefono, i berci di mia zia: “ma senti te, ma senti te, ma dove l'ha scovata...?”



Non l'ho scovata; stavolta sono stato scovato io. Ciononostante, penso che questa specie di “centone” malfatto potrebbe essere di una qualche utilità; e qui mi tiro un paio di nocchini da solo e ricorro ad uno dei più triti artifici che esistano per chiudere un racconto. Quello del “viandante”. Ma dove diavolo esisteranno, al giorno d'oggi, i viandanti? Eppure, mi toccherà andare a finire così. Se dunque codesto famoso viandante, che magari potresti anche esser tu mentre ti fai un bel bagno la prossima estate, si trovasse sulla spiaggia di Procchio, ci pensi un istante. Pensi a com'è stata vista quella stessa spiaggia da quattordici dannati, un lontanissimo giorno d'ottobre. Pensi alla raffica, e alla luce che si spegneva su quelle onde dove ora un bambino gioca con la sua palla.