venerdì 1 giugno 2007

Storia di un'allergia


Il signore raffigurato nella foto con la sua gatta su una spalla ha messo questa foto ieri, sul suo "Black Blog". Il post che segue parla proprio di quella gatta e dell'importanza che ha avuto nella mia vita (è tratto dalla mailing list "Fabrizio"). E' stato scritto il 9 maggio 2007 quando, una sera a tavola, mi è stato detto che era andata dietro a un topo siderale, e che la caccia sarebbe durata molto a lungo.

Novantuno starnuti di fila. Uno dietro l'altro. Senza tregua.

Siccome ho una memoria prodigiosa per le date, la posso dire. Era l'otto agosto del millenovecentosettantuno. Del resto, mica è una data qualsiasi; è la data in cui un bambino di neanche otto anni si sente per la prima volta a contatto con la morte. Il non essere. A tavola, nella vecchia casa di una zia che è ancora viva, ma che naviga nella terra di nessuno dell'Alzheimer; ironia assonanzata vuole che il posto si chiamasse gli Alzi.

Un posto cui volevo bene per via del magazzino pieno di strani fili, di interruttori, di lampadine, i prese e di spine. La mia passione infantile: gli impianti elettrici. Ci passavo ore in quel magazzino, con quell'odore di botti e di muffa che ho ancora nel naso. Si era a mangiare, quell'otto agosto, quando entrò la gatta di mia zia, una gattona siamese che si chiamava...non me lo ricordo. E lì comincia questa storia di allergia. Si manifestò lì per la prima volta.

Occhi gonfi, prurito sulle braccia da strapparsele coll'unghie, pelle arrossata all'inverosimile, lacrimazione stile fontana delle novantanove cannelle dell'Aquila. Tornato a casa, mi fu fatto fare lo screening allergologico; risultai in possesso di un'autentica allergia di grado A alla forfora dei gatti siamesi. Grado A vuol dire pericolo di vita dopo un certo periodo di esposizione, vuole shock anafilattico. Chiunque abbia un'allergia sa cosa vuole dire, anche se ora la terminologia scientifica è forse cambiata.

Mio padre, che come me aveva la passione del conteggio e della registrazione, si occupò dei novantuno starnuti di fila. Il tutto, mi disse, era avvenuto in meno di un quarto d'ora; finché la gatta siamese era rimasta nella stanza. Bastò che uscisse ed ero stato meglio. All'istante.

Da quel giorno, per me, gatto siamese ha significato pericolo di morte. Avevo quasi trent'anni quando, dovendo dare delle lezioni di filologia germanica a una tizia che si preparava per la tesi, mi trovavo costretto ogni volta che andavo a casa sua a farle passare l'aspirapolvere a fondo sulla moquette e a pulire ogni pertugio. Aveva un gattone siamese bellissimo. Arrivavo, e la povera bestia doveva essere chiusa fuori in terrazzo, lanciando dei miao disperati; e io lì che lo sentivo, e spiegavo la legge di Verner, e miao, miaooo, miaoooo, e la teoria della Rückumlaut, e miaoooooooo, e non sapevo che fare, e cercavo di abbreviare perché, per me, i gatti sono qualcosa che travalica persino i gatti.

Mi sentivo colpevole, con quella maledetta allergia del cazzo della madonna di merda.


(E siccome su internet succedono cose strane, cara Caterina, Caterina Conforti, se per caso leggi queste righe fatti viva, ché il tuo fidanzato genovese, l'amico fraterno del brigatista rosso, morto alle Maldive sparato a bordo di un motorino durante un colpo di stato, quel ragazzo con la barba che parlava alla madre in genovese stretto al telefono, me lo ricordo, non è andato via, non è mai morto in me; e non sono morte in me le tue parole di quella sera quando me lo dicesti, e legge di Verner, quant'è difficile la legge di Verner da spiegare con quella sua minchia d'accento mobile, con quel suo friezen gefroren).

E così andò fino a un certo giorno.

Erano dei giorni strani, quelli. Tra una relazione extraconiugale e un amico che mi trovavo a dover aiutare come potevo, perché aveva avuto un grave incidente stradale in un paese inesistente e si trovava in un ospedale immobilizzato in una posizione assurda. Una di quelle sere mi dissero d'andare a dormire una notte a casa sua, che era vuota, perché stavo per crollare. Nel duemila e due è crollato tutto a tutti. E ci andai. Ora, il fatto è che quell'amico aveva una gatta. Siamese. Di nome G. Non è che non lo sapessi, perché in quella casa c'ero stato tante volte, starnutendo, lacrimando e bevendo latte; il latte, che peraltro detesto, era l'unica cosa che serviva da palliativo. Era capitato anche che, restando una volta lì a dormire, avessi dovuto ripartire per Livorno nel cuore della notte perché mi sembrava di impazzire d'allergia.

Ci andai. E mi misi, da solo, sul letto matrimoniale. Non stavo bene. Ma ero morto di stanchezza. Dopo un po', ecco che G. arriva, e si accuccia lì accanto; e comincia l'inferno. Decido di soccombere, e vaffanculo a ogni cosa (ché tanto ogni cosa mi stava mandando affanculo di per sé, in quel mese di marzo che sarebbe terminato col padre di tutti i vaffanculo). E succede qualcosa. Mi addormento di un sonno senza sogni.

Mi deve aver camminato sopra, la G. Si deve essere accucciata sopra di me. Si deve essere strusciata, mi deve aver sfiorato coi baffi, mi deve avere preso con sé e portato nel mondo dei gatti. Prosaicamente, mi deve probabilmente avere mandato in tilt completo i recettori dell'allergia; almeno così mi ha detto il medico. Al mattino, mi sono svegliato con una gran voglia di un litro di caffè; la G. era lì che mi dormiva sul cuscino, a fianco della testa. E non avevo più niente. Stavo benissimo. Non lacrimavo. Non starnutivo. Non avevo pruriti. Nulla. Passato tutto. Mi aveva guarito.

E stasera s'era lì, a tavola, a guardare Venere in un cielo serale che dall'azzurro era passato al blu scuro, e a parlare di Alfonso Failla che era entrato dentro la sezione del partito repubblicano, e a parlare della sineddoche, e a parlare di tant'altre cose, quando m'è venuto di chiedere, all'improvviso, al mio amico: come sta la G. Perché lo sapevo che era malata d'un brutto male; ma siccome io sono stato nel mondo dei gatti, sono profondamente convinto che siano immortali. Attenzione a dirmi che non lo sono, perché mi incazzo; e quando mi incazzo mi ricordo a volte di essere grosso, sebbene non molto agile.

Mi ha detto che era morta. Ci avevo il tequila in mano, tequila è maschile, hecho en México, tequila reposado. Sapete, la botta. Sono rimasto lì. Ho un pudore terribile nel piangere davanti agli altri, ma mi è successo qualche volta su una panchina vicino a Bagno Vignoni; mi è successo anche stasera ma forse non se ne sono accorti, facevo finta di grattarmi gli occhi. Come per un'allergia. Morta. Ma che cazzo vuol dire, morta? Era calato il vento. Si sono viste smuovere delle foglie di vite da un tralcio lì vicino. Ne è sceso un gatto.

Si è di fronte ad altri e nella testa passano le microfiamme, fotogramma dopo fotogramma, fin dall'inizio. Fin dall'otto agosto millenovecentosettantuno. Tutta una vita, e tutto quel che c'è dentro, e tutto quel che la memoria dei gatti suscita. Tavolino di plastica rotondo. Gorgia da Leontini. Allora si sono radunati tutti i tequilas del mondo e senza farmi vedere, con un gesto millimetrico, ho alzato il bicchiere a G. Qui sei. Prima o poi ci rivedremo da qualche parte.


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