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martedì 16 febbraio 2016

Figlio della lavandaia


Salve. Mia madre faceva la lavandaia, ma non dovete pensare certo all'iconografia delle belle ragazze che lavano i panni al fiume tutte giulive e con gesti ariosi. Mia madre lavorava in una lavanderia industriale per parecchie ore al giorno, ed è morta. Accidenti se lo so, che è morta; innanzitutto perché era mia madre, e poi perché l'ho seppellita io, di persona, con le mie mani. A dire il vero, forse, qualcuno se la ricorderà questa storia, perché diversi anni fa è stata raccontata, con un certo successo, da un mio amico che allora aveva una trentina d'anni e faceva l'impiegato in ufficio pubblico, non mi ricordo se le poste o le imposte dirette, insomma qualcosa con “poste”. Lo dico subito: sono morto pure io e non ho fatto una gran bella fine, anche se sicuramente un po' insolita. Nemmeno al mio amico impiegato è andata granché bene; è andato a finire in galera per un bel pezzo, per una cosa che ha combinato dopo che sono morto; e siccome non gli bastava, ha pensato bene di aggiungerci anche una bella partecipazione a una rivolta carceraria, cose di quegli anni. Insomma, ora non chiedetemi per favore se sia o meno ancora al gabbio; spero soltanto che almeno gli abbiano pagato i diritti d'autore, visto che sulla sua storia uno ci ha fatto, pensate un po', delle canzoni. Ma dico io. Che diavolo ci sarà stato da cantarci sopra, sulla storia di quel povero bischero; eppure dico la verità. Il bello è, appunto, che in una di queste canzoni ci sono finito pure io. Una strofa intera. Lo avesse saputo mia madre, povera donna, almeno ci si sarebbe fatta un sorriso mezzo inorgoglito; mio figlio in una canzone, chissà come mi invidieranno la Carla del terzo piano e la Marisa del quarto.

Ora, però, 'sta storia, visto che sono morto e non ho proprio null'altro da fare, ve la vorrei raccontare io com'è andata sul serio. Del resto, oramai sono passati tanti di quegli anni che se ne può parlare tranquillamente, non dico con distacco, no, ma ragionando in modo pacato e pigliandola magari anche un po' sul ridere. L'unico problema è che non so davvero da dove cominciare; se dalla storia del mio amico impiegato, o dalla mia. Forse sarà meglio dalla mia, d'accordo, tanto così per calare subito l'asso della mia strana fine. Come qualcuno magari ricorderà, io sono morto arrugginito. Proprio così. Ossidato, se si preferisce un termine un po' più elegante. Non c'è stato nulla da fare e, già da morto, mi son dovuto pure beccare le battute dei becchini che mi dicevano che avrei dovuto portarmi dietro due chili di vernice al minio. Naturalmente, essendo là stecchito e pronto per essere seppellito, non ho potuto risponder loro “meglio morto che arancione”; e comunque, tutto sommato, mi è andata pure bene perché le leggi di allora in materia di smaltimento erano molto meno severe di ora, e che oggigiorno non sarei stato seppellito in terra consacrata bensì in una discarica abilitata allo stoccaggio e allo smaltimento dei rifiuti tossici. Magari mi avrebbe beccato pure qualche Ecomafia, vattelappesca; e comunque così è andata, bisogna anche perdonare qualche battutaccia a quei pover'uomini che fanno quel lavoro di merda. Poi, del resto, merda è ogni lavoro. Fare il becchino non è peggio che fare l'impiegato o la lavandaia; mia madre e il mio amico ne sanno qualcosa. Quanto a me, io facevo il fannullone, senza pretesa di volere strafare. Dormivo al giorno quattordici ore, saranno stati anche un po' cazzi miei, ci avevo sempre sonno.

Ora, secondo la storia raccontata dal mio amico, e anche -ohimè- dalla canzone, io stavo seppellendo mia madre in un cimitero di lavatrici. Del tutto vero, ineccepibile; però, come dire, la storia è stata buttata lì alla brutto dio, senza una minima spiegazione, come fossi stato un matto da legare che piglia la salma della mamma e va a buttarla in una discarica di elettrodomestici usati. Ennò perdio. Sappiate che stavo adempiendo ad una precisa volontà di mia madre, espressa poco prima che morisse. “Figlio mio”, mi aveva preso un giorno da una parte, “devo parlarti”. Con il dovuto rispetto, la avevo ascoltata seppure con una certa inquietudine.

Vedi, figliolo, sai che per tutta la vita ho lavorato in mezzo alle lavatrici. Ma non come quella di casa; erano dei mostri con dei cestelli enormi, in qualcuna ci sarebbe stata dentro una famiglia intera a pranzo. Alla fine, voglio fartela breve, ho imparato a capirle, le lavatrici. Il loro più minuto linguaggio, le sfumature degli zììììììììììììììrl e dei guòòòòòòòòòsh, degli spràààààààm e dei chluchlù-chluchlù. Alla fine ci parlavo e mi rispondevano, erano le uniche cose con cui sfogarmi, e anche io avevo imparato a fare zìììììììììììììrl e chluchlù-chluchlù....mi prenderai per matta, lo so. Ma prova tu, figliolo, a stare dieci ore al giorno dentro una lavanderia industriale. (Io pensavo: mamma, ti ringrazio per tutto quel che hai fatto per me, ma col cavolo). Insomma, figlio mio, ti chiedo di rispettare le mie ultime volontà: quando morirò, mi devi seppellire in un cimitero di lavatrici. E voglio tutto in regola: mi pigli, mi avvolgi in un lenzuolo, cerchi il relitto di una -ségnatelo- Washmonster Turbomatic 666 e mi ci infili dentro con tutto il sudario, e non avere paura perché tanto c'entrerebbe dentro pure un orso bruno. Giurami che lo farai, figlio mio.”

Che cosa potevo fare? Sinceramente, pensai che a mia madre, sì, fosse andato di balta il cervello. D'altronde, mi misi a riflettere rapidamente, con quel poco che guadagnava stando alle sue lavatrici mostruose aveva campato me, le mie mille favole di gloria e di vendette, e pure quella sciagurata di mia moglie, che alla prima occasione buona s'era messa a darla ddiqquà-e-ddillà. Oddio, poveraccia, aveva anche fatto bene, non lo nego. Un certo qual senso di autocritica l'ho sempre avuto, non crediate. Insomma, alla fine, mi decisi: “Sì, mamma, rispetterò il tuo volere. Sarai seppellita nella tua lavatrice preferita avvolta nel lenzuolo bianco ricamato dalla zia Giuseppa.” Misi la mano sul cuore; vidi mia madre prima sorridere commossa, e poi mi abbracciò; fu un momento che definire toccante sarebbe un eufemismo. Com'è e come non è, la mia povera mamma un brutto giorno passò a miglior vita; e dovetti agire con un po' di circospezione, poiché ciò che mi accingevo a fare non era, forse, pienamente legale. D'accordo che ci sono stati miliardari texani che si sono fatti seppellire dentro una Lincoln Continental del '61 o roba del genere, ma una lavatrice non sarebbe stata presa molto bene dalle autorità.

Il giorno fissato per l'operazione mi sentivo parecchio strano. Ci avevo, porca eva, un prurito leggero su tutto il corpo, e non facevo che grattarmi; eppure mi ero lavato a dovere, diamine, stavo per infilare la mia povera mamma morta in una lavatrice gigante e mi sembrava il minimo. Dopo averla infilata nel lenzuolone candido della zia Giuseppa, con un po' di fatica e maledicendo il prurito, infilati quel bizzarro bagaglio nel baule della mia Fiat 124 e andai alla discarica prescelta, dov'ero certo di trovare quel che la mamma 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La trovai, infatti, facilmente la Washmonster eccetera; uno spettacolo. Non avevo mai visto nulla del genere; più che una lavatrice, sembrava un'astronave di quelle dei film tipo Ed Wood. Mentre mi accingevo a infilare la mamma nel cestello, rispettando così il suo ultimo desiderio, avvenne l'irreparabile e l'inspiegabile. Sentii come una specie di zìììììììììììììììrl, come se il mostro si fosse rimesso a funzionare; poi, dentro di me un grììììììììììììnd; e, infine, ecco, beh, lo sapete. Mi ritrovai completamente arrugginito. Non in senso figurato, sapete, come quando si dice “mi sento un po' arrugginito” se non si riesce a fare la corsetta per acchiappare l'autobus. E nemmeno come quando si dice che l'inglese che si è imparato a scuola è arrugginito. No, no. Proprio arrugginito, trasformato in una cosa marrone e dall'odore metallico che comincia rapidamente a disfarsi. Accorgendomene, feci appena in tempo a buttare la mamma dentro il cestellone, che si richiuse con un bòng. Poi non mi ricordo più niente. Mi sembrò quasi che la lavatrice partisse per davvero; ma, a quel punto, ero già bell'e e che morto. Arrugginito, appunto.

Così andò; e qui la famosa canzone del mio amico impiegato ricomincia fortunatamente ad essere un pochino esatta. Vero è che parecchie particelle di ruggine, dissolvendosi, partirono per l'aria, e fu una sensazione non sgradevole, a dire il vero. L'aldilà? Lo avevo sentito definire in mille modi, e scoprivo ora che era ossido di ferro. Eh, vabbè, una cosa come un'altra, sarà mica peggio di Caron Dimonio o di quell'anodina pallosità chiamata “paradiso”. E' senz'altro vero che ne parlarono parecchi giornali, di questa cosa; insomma, è comprensibile. Mica tutti i giorni succede che uno muoia arrugginito, eh. Pensate un po' se allora ci fosse stata “La vita in diretta” o roba del genere, anche se vedere la faccia di Alda d'Eusanio di fronte alla mia salma ossidata sarebbe stato uno spasso. Secondo me, ci butto, sarebbe prima o poi venuto anche Voyager con tanto di Templari, Maya e Rennes-les-Châteaux. Però è assolutamente falso che io sia scappato via prima di arrugginire: avevo una promessa da mantenere alla mia povera mamma e non accetto che la mia memoria si arrugginisca fino a tal punto. E poi, scappato per cosa? Beh, il prurito gratta-gratta ce lo avevo, ma non pensavo certo di arrugginire a morte. Nemmeno voi ve lo aspettereste mai; a me è toccato. Assolutamente sacrosanto che mi sia fermato solo un attimo per dire due paroline al Padreterno e ti pareva che non volesse scassare la minchia persino a uno che aveva fatto arrugginire? Però qui la canzone risente della castità del tempo; altro che “fatti suoi” Gli urlai, al vecchio barbogio, proprio di farzi i cazzi suoi, altro che “fatti”; però la canzone, credo, l'avrebbero censurata all'istante. Infine, per concludere la mia vera storia, è pur vero che dopo poco si mise a piovere, e che una certa quantità della mia ruggine sia caduta addosso ai becchini insieme all'acqua; forse anche per questo, poi, mi dicevano le battutacce sul minio. La “gente che si lascia piovere addosso”, però, non l'ho mai capita; forse sarà stata qualche immagine poetica, boh. A quanto mi risulta, ci avevano tutti quanti l'ombrello, casomai ci sarà stato qualche problema se aveva il puntale di metallo.

Però, insomma, la cosa che proprio non mi riesce capire, è come io sia andato a finire, sia pure arrugginito, dentro la storia del mio amico impiegato (e dentro la relativa canzone, va da sé). Io, proprio, non ci avevo nulla a che vedere. Oh, d'accordo, io sarò stato quel che sarò stato, ma di qui a infilarmi in una storiaccia di bombaroli solitari e di rivoluzioni francesi, ce ne corre. Io mi chiedo che cosa gli sia passato per la testa, al mio amico; ci aveva un buon impiego, contare i denti ai francobolli non sarà granché divertente però è sempre meglio che spaccarsi la schiena in miniera o fare il becchino. Diceva “grazie a Dio” e “buon Natale” con squisita educazione, aveva una bella fidanzata che lavorava in un negozio di fiori finti e lui, pàff, cosa ti fa? Si mette a ascoltare le canzoncine del “maggio francese”, tutti quei casinisti che poi, in gran parte, sono finiti a fare gli impiegati esattamente come lui, passati i bollori giovanili. Per non dir di peggio, tipo a votare a loro volta l'ordine, la sicurezza e la disciplina; oppure a servire e leccare il padrone con lingue ben più grandi della lavatrice della mia povera mamma. Nulla da fare. Si è messo a sognare, e che sogni! Prima quello di mettere una bomba a un ballo mascherato, io dico, che accidenti gli avranno fatto le mascherine? Poi di stare in tribunale davanti a un giudice che gli dice di essere il “potere” e gli chiede pure se vuole essere giudicato, assolto o condannato. Bella fica, lui! E mica funziona così nei tribunali! Poi, infine, sogna di ammazzare suo padre e di dare fuoco a ogni cosa, persino a un quadro di Guttuso costato degli spaventomilioni. E ce lo avessi avuto io, quel quadro! Avrei fatto seppellire la mamma in una lavatrice nuova di pacca, e magari non sarei arrugginito; e invece no, lui sogna di dargli fuoco. Lui, sempre nel sogno, “discute l'amore” con sua moglie, e sai cosa c'è da discutere. E' andata a finire come doveva: a un certo punto è capitato in casa un tipo parecchio strano, magro, con dei capellacci arruffati e parecchio più attempato di lei. E lui lì, a berciare dal Commissario mentre quello lì gli intortava la moglie con discorsi sulla Wertkritik, che la sua povera moglie deve aver preso per una collega della Wertmüller. No, vero; farsi fregare la moglie perché l'altro ha più soldi, perché è parecchio più bello, perché ci ha la spider mentre tu ci hai la seicento, per qualche stracatacazzo di motivo; ma farsela fregare a base di Robert Kurz e Anselm Jappe dev'essere stato parecchio duro e capisco un po' perché, a un certo punto, al povero mio amico dev'essere saltata qualche rotella nel capino. Il suo ultimo figlio? Lasciamo perdere, l'ho conosciuto. Quello, a diciassett'anni, si faceva già delle pere più grosse d'una conference, altro che “primo hashish”. E ci credo, poi; col padre in galera e la madre scappata con un altro, che ti vuoi aspettare. Insomma, si vede che il mio amico impiegato proprio voleva finirci, in tribunale; ma non deve avere trovato il giudice che aveva sognato. Ha preparato la sua bella bomba con tanto di ragionamenti anche profondi e giusti, lo ammetto, però prima di ragionare forse avrebbe dovuto imparare, che so, un po' di balistica, o semplicemente avere un po' più di gnegnero. E così, invece del Parlamento, ha fatto saltare in aria un'edicola, fortunatamente vuota. Epperò, bel modo di finire in gattabuia, aver fatto esplodere centoventi copie del Corriere della Sera, un pacco di Settimane Enigmistiche e un quintale di fumetti porcherecci tipo Lando o Corna Vissute, sapete, di quelli che i chioschi di giornali tengono sempre sul retro per non farli vedere ai bambini e alle monache.

Ha fatto un po' scena al processo, d'accordo. Sebbene fossi già ampiamente morto e la mia ruggine oramai avesse cessato di fare notizia (capirai, la storia ha retto due o tre giorni poi se ne sono dimenticati tutti), mi ricordo dell'aria fiera e dignitosa che il mio amico aveva al processo. Ciò, naturalmente, non è servito a non fargli prendere vent'anni di galera. E nemmeno per un sacrosanto motivo come quello di tale Michele Aiello, detto “Michè”, che aveva ammazzato uno stronzo che voleva fregargli la fidanzata e che poi s'era impiccato in cella. E così, mentre la sua fidanzata (o moglie che sia) se la filava col tipo magro, che ci aveva già i passaporti pronti, nonché una valigia piena di libri di Giorgio Agamben, lui, eh, prendeva coscienza e partecipava alla rivolta carceraria prendendo in ostaggio dei secondini, tra i quali Baffi di Sego che era il primo e al quale infilarono persino un manico di scopa nel culo. E vabbè. E che vi devo dire. Magari avranno fatto pure bene, anche se sospetto che, nei lunghi anni di galera che sono susseguiti, il mio disgraziato amico si sia prima o poi ritrovato a contare i denti ai francobolli, dicendo “grazie a Dio” e “Buon Natale” al direttore del carcere, e sperando in una liberazione per buona condotta. Beh, non s'è ammazzato come quel Michele Aiello, e è già qualcosa; nel frattempo le rivoluzioni, mi sembra, sono andate a farsi fottere, parti des rouges, parti des gris, e mi piacerebbe poter dire, arrivati quasi alla fine, che io -non so come e non so perché- sono ancora vivo. Invece no, non lo posso dire. Io sono morto. Arrugginito, oh yea.

Ripeto: come io ci sia finito, in questa storia, non lo so proprio. Osservo; però, evidentemente, le mie capacità sono parecchio limitate. Faccio parte, lo confesso, di quella schiera di persone terra-terra, anzi ruggine-ruggine, che non sono mai protagoniste di nulla. Forse, chissà, il mio amico impiegato avrà voluto, col suo gesto, essere protagonista di qualcosa almeno per un po'; e forse ha voluto infilarmici dentro per farmi una specie di regalo. Forse starà per arrugginire anche lui, e ci ritroveremo a fare un bel cocktail di ossido, sai carini; o forse ancora, chissà, anche questo è un altro dei suoi famosi sogni. Dove sono finito? Quando ho finito di sfaldarmi accanto alla lavatrice dove avevo infilato la mamma, purtroppo ho inquinato qualche ruscello diluendomi poi in un fiume più grande. Qualche mia rugginosa particella dev'essere arrivata pure in mare. Da me non cresceranno alberi né fiori; eppure qualcosina di me deve ancora vagare, e chi lo sa. Un granello di ruggine in lontanissime isole. Un altro granello a sbirciare le bagnanti sulla Plage de la Corniche. Un altro ancora ad assistere al delirio di Gauguin e Madeleine Bernard. Che sbadato, mi ero dimenticato di presentarmi. Piacere, mi chiamo Berto, figlio della lavandaia. E la lavatrice, dicono, gira, gira senza smettere mai.

giovedì 20 dicembre 2007

L'evasione del Michè


Fino a qualche tempo fa era la "regola", qui dentro. Vecchie cose ripescate qua e là, in modo da essere consegnate a questo repository. Ora sono diventate l'eccezione; ma stanotte mi va così. Fanculo alle galere: faccio di nuovo evadere il Michè. La prima volta fu il 29 di novembre del 2001, sul newsgroup di De André, con una risposta di Franco Senia che riporto in commento.

Quando hanno aperto la cella...era già tardi. Perché alla parete, impiccato ad un chiodo, pendeva una specie di fantoccio fatto con un po' di paglia, degli stracci e il polistirolo delle cassette in cui venivano portati i pasti. Lo stesso fantoccio che, la sera prima, Michè aveva infilato nel letto per far credere al primo secondino, Baffi di Sego, che dormisse. Appoggiato alla parete, quella col chiodo, aveva imitato il respiro tranquillo di un dormiente mentre la guardia controllava dallo spioncino della porta di ferro; poi se n'era andata, e lui aveva semplicemente rimosso quelle sbarre pazientemente segate per quattro mesi con un manico di cucchiaio.

Tutte le volte che un gallo sento cantar, penserò a quella notte in prigione quando Michè li prese tutti per il culo. La mattina, il secondo secondino entrò nella cella per portare la colazione e cacciò un urlo; urlo che si trasformò in bestemmie quando si accorse che, con una corda sul collo, freddo pendeva un pupazzo di paglia e polistirolo e che le sbarre non c'erano più.
Erano scattate immediatamente le ricerche.
Nessuna traccia.

E pensare che era tutto già pronto; il prete già pronto a rifiutare la messa, la fossa comune, la croce col nome e la data e persino un cantautore semisconosciuto già all'opera con una ballata, falsando un po' la realtà storica e finanche il nome. Perché Michè, non tutti lo sanno, si chiamava in realtà Mike ed era in galera per avere sforacchiato con un fucile automatico un tizio che si era avvicinato un po' troppo non tanto alla sua donna e complice, Mary (chissà perché, poi, èdiventata Marì, con quel buffo accento finale). Si era avvicinato un po' troppo a quella vecchia chiesa sconsacrata dove il Mike aveva nascosto quattrocentotrentottomila dollari, frutto di una rapina a mano armata alla First National Bank di Des Moines. E menomale che, in quello stato, allora non era in vigore la pena di morte; ma altro che vent'anni, gli avevano dato. A marcire in prigione ci sarebbe dovuto restare per tutta la vita.

E nel buio Michè se n'è andato...calandosi con una corda di lenzuola dalla finestra della cella. Un salto nel cortile, agile come un gatto e pronto a sfruttare ogni nicchia per nascondersi ai fasci di luce delle fotoelettriche. Un vecchio, dimenticato cunicolo di scolo visto per caso durante un'ora di libertà cui non aveva rinunciato; il cucchiaio rubato in cucina, pazientemente affilato sfregandolo al pavimento. E quell'ultima lettera a Mary...non era un addio. Era un appuntamento!

Lei lo aspettava in un campo, all'alba; con una vecchia Panhard rubata ad un commesso viaggiatore. Come sarebbe stato possibile passare tutta la vita senza di lei? Avevano voglia di baciarsi, di stringersi, di fare l'amore fino a sfinirsi; ma dovevano scappare. Scappare via. Un amico li aspettava con una barca...

...e c'è chi li vide qualche tempo dopo, in Bolivia, dentro ad una banca. Una ben strana rapina. Il Michè non sapeva una parola di spagnolo, cazzo. Lei e l'amico, Butch, tenevano le pistole spianate sul personale della banca e sui clienti, mentre lui, incerto, balbettava:

"Eso...eso...eso es un robo!"

domenica 3 giugno 2007

Il testamento di Dimaco


Ciò che segue è qualcosa cui sono molto legato. Poiché gli scarsissimi lettori di questo blog mi conoscono più o meno tutti di persona, qualcuno forse si ricorderà che, quando alle Piole viene intonato il Testamento di Tito di De André, io non canto mai l'ultima strofa. Dal newsgroup it.fan.musica.de-andre, 7 gennaio 2000. Sul thread che si sviluppò, fu detto di far vivere i personaggi delle canzoni di Fabrizio; è una cosa che non ho mai scordato.

Genti diverse, da tutti gli angoli della Terra, e mai uno straccetto di dio che fosse qui accanto a me. E pensare che ci credevo pure, che mi avevano insegnato a crederci con vuoti atti, con storielle edificanti, con recite, con la preghierina della sera. E com'è possibile credere, dovrei farlo nel salire l'ennesimo Calvario d'una vita? Ne ho saliti tanti, non sarà che l'ultimo. Non avrò altro dio all'infuori di te, e avrei fatto a meno anche di questo. E se ho nominato il tuo nome, è stato, quasi sempre, un intercalare. Spesso neanche malevolo, indifferente sempre. Indifferenze ai tuoi paradisi, ai tuoi inferni; mi son sempre bastati i miei qui nel mondo. Non posso dirti neanche "non mi buttare per questo la croce addosso"; me l'hanno buttata eccome.

Ma mio padre, io lo onoro anche senza i tuoi comandamenti, senza la tua legge. Lo onoro per quel che è stato, per nulla di più e per nulla di meno; onoro il suo tacere e il suo parlare, onoro i suoi sbagli che sono stati anche i miei. Lo sbaglio di credere in troppe cose che si sono accavallate l'una con l'altra, per poi sortir fuori in una melma che è più pesante di questa croce che mi porto addosso. Non onorerò né un bastone, né bacerò una mano. Mio padre non ha mai camminato col bastone e non l'ho mai baciato. Quando gli si è fermato quel cuore malandato che aveva, madre, ho imparato il dolore.

E le feste mi danno noia, come quelle appena finite, con i soliti lustrini, le solite fandonie; i visi dei cavalieri e dei pontefici, le solitudini del mondo trasformate in tragiche gag. Ascolta, se hai orecchi; non le avrei santificate le tue feste neanche se avessi creduto in te. Non sarei stato "solidale", e non sarei stato neanche buono. Ma quante volte hanno scambiato la bontà con l'arrendersi alla menzogna, quante volte; e neanche i bambini dovrebbero essere buoni, dovrebbero essere quelle simpatiche carogne che è giusto che siano. Nella calza dell'ultima Befana ho trovato del carbone che sapeva di rabbia, dei dolci che sapevano di sudore.

E sarei un ladrone. S'immagina un ladro enorme, con delle mani come badili, la barba lunga, le spalle da scaricatore; ma è solo l'accusativo latino di latro, latronis. Latronem. Ladro deriva dal nominativo. Eccola qua, facitore di comandamenti; sul Golgota con la croce, accanto a 'sto poverocristo e a quell'altro che imparerà l'amore, un ultimo pensiero all'origine delle parole. Perché io ho rubato parole, ho rubato versi, ho rubato pensieri. Ma ho cercato di restituirli sempre, e se non l'hanno capito vadano al diavolo. Tanto non esiste neanche lui.

Come si chiamava quel tizio che spargeva il seme per terra, ovvero si tirava delle belle seghe? Onan? Onan il Barbaro? E così è nato l'onanismo, e sempre 'sto seme di mezzo. Grazie a te e ai tuoi colleghi, un umanissimo atto d'amore e di piacere s'è trasformato nel metro della purezza e dell'impurità. Mi domando, se è vero che ci hai creato, perché tu l'abbia fatto. Potevi tenerti gli elefanti, le rane, gli ippopotami, i criceti. Ah già, dimenticavo; saremmo a tua immagine e somiglianza. Dobbiamo riprodurti, insomma. Perpetuarti. Ci entri nelle camere da letto, sui sedili della macchina, in una tenda, ovunque; tanto c'è il libero arbitrio. E che credevi, che non ne approfittassimo?

E non si dovrebbe ammazzare; e ora che mi stanno facendo, eh? Mi stanno portando a fare una gita in collina assieme a questi due compagni di viaggio, uno dei quali si dice tuo "figlio"? Je n'ai jamais tué, jamais violé non plus, y a déjà quelque temps que je ne vole plus...oh scusa, mi canticchio anche Brassens, una canzone che si chiama "Il Miscredente"...e insomma, caro il mio fai-e-disfai, che dici di non ammazzare e poi fai ammazzare milioni di persone nel tuo nome...bella prova, complimenti! Sai, fra un paio di millenni verrà fuori uno che te le canterà 'ste cose, che canterà questa storia. Si stamperà nella mente di molti.

E poi basta, a che serve continuare? Non mi ricordo se abbia mai testimoniato o giurato il falso, ho amato tre donne di cui una mi ha tradito metodicamente, facendo finta sempre di pentirsene; ma era la sua vita e la sua libertà. Non le avevo mai chiesto di pentirsi, però; ogni tanto aveva una specie di crisi mistiche. Tradire. Non mi sarebbe neanche passato per l'anticamera del cervello, se qualche sinedrio d'ogni epoca m'avesse permesso di vivere la mia vita qualsiasi. La roba degli altri l'ho desiderata eccome, altrimenti non avrei fatto il ladro, Anzi, il ladrone. Un ladrone innamorato.

Ma adesso che viene la sera ed il buio, sento un gran male in tutto il corpo. Ma non venitemi a raccontare storie, in questo momento. Ma quale dolore dagli occhi verrebbe tolto con dei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, con le ossa che si spezzano poco a poco, soffocadoti? Madre, quale amore dovrei imparare vedendo me e questi due disgraziati qui accanto che provano le stesse cose? Ma non stare lì a piangere, prendi una spada, falli fuori tutti quanti 'sti pezzi di merda! Vai a chiamare un po' di gente e tiraci giù prima che sia troppo tardi!

Io voglio vivere, lo capisci?
Non voglio diventare un pezzetto d'un vangelo apocrifo, e neanche d'una canzone di Fabrizio de André.

sabato 19 maggio 2007

Ottocentoduemila


Un'altra "Storia di Fabrizio", un'allegoria sulla canzone "Ottocento". Scritta il 5 settembre 2000 all'Isola d'Elba per il newsgroup it.fan.musica.de-andre. Provocò qualche sconcerto. Vi compare, ohibò, persino l'allora cardinale Ratzinger; ma come yacht. Un'allegoria del potere e della sua vuota vastità (o vasta vuotezza), come del resto è la canzone di De André.

Pierferdinando Casini, nudo, leggeva l' "Osservatore Romano" ("Unicuique suum", "Non praevalebunt") comodament' assiso su una sedia a sdrajo bianca, sulla tolda del "Cardinale Ratzinger"; più in là, il presidente della Banca Centrale Europea, Wim Duisenberg, anch'egli nudo, spiegava in un'improvvisata conferenza stampa l'importanza d'aver un assoluto buon gusto nella scelta delle suppellettili per un venticinquemetri.

In quell'assolato porto dell'Ultimo Paradiso, dove tutto era rimasto com'era (compresa l' Antica Trattoria raccomandata persino dall'Arcigola; però le gioiellerie e le boutiques eran venute dopo), le donne scendevano a terra verso le sette della sera, nei loro négligés comunque abbastanza diversi da quelli cantati da Leonard Cohen. Restavano, con lo sguardo rivolto ad un diverso cielo, i Tronchetti-Provera, i signori D'Alema, i....

Ci aveva provato, qualche anno prima, un cantautore ligure dal volto assai particolare. Aveva tentato di scovare, con criptica e caustica lividezza, l'ansia ed il malcontento di quei sottovento; aveva, dicono, preso a prestito una sorta d'industriale tirolese d'un improbabile Ottocento. Dalle sue parole in musica traspariva un volutamente esagerato senso di Biedermeier, di piccoli trumeaux pieni di stipetti, di scatole d'argento, di quella rispettabilità così ben descritta da Marguerite Yourcenar negli "Archivi del Nord", quando parla dei suoi Cleenewerck, dei suoi Dufresne, dei suoi De Crayencour.

Un altoparlante, installato nella Pittoresca Piazzetta, diffondeva le note d'una canzone in una strana lingua.
"Secondo te, che caspiterina di lingua è?", chiese Tronchetti-Provera a Pierferdinando Casini, mentre la bella Afef Ynifen faceva ciau ciau con la manina.
"Mah....dev'essere qualcosa in dialetto ligure. Mi sembra Fabrizio de André, no?"
Da un'altra barca pigramente ormeggiata, il dottor Garrone assentiva con la testa, offrendosi gentilmente di tradurre il testo.

"Ma lo sapete che si nomina anche Portofino? Anzi, il vino bianco di Portofino, chissà se da qualche parte lo servono ancora..."
(E il dottor Garrone, forse memore di qualcosa veramente vista nella sua infanzia, si lanciava nell'esaltazione delle crose a mare, degli odori di un tempo, del meriggiare pallido e assorto di quelle stradette racchiuse fra due muri, che sorgevano dove adesso ci son le sue raffinerie di petrolio).

"La cosa m'incuriosisce alquanto, dovremmo parlarne a Giovanni. Credi che riuscirebbe a procurarcene qualche bottiglia per la cena di domani sera?"
"Può darsi...certo è che le vigne, qua, non c'è più chi le cura. Sarà difficile trovarne di quello vero..."

E su tutto aleggiava la tragedia.
La tragedia di qualche giorno prima, quando Pier Silvio doveva arrivare e, invece, non s'era visto. L'attracco rimaneva desolatamente vuoto; e tutti fingevano di rispettare il dolore del Padre, che per il lutto aveva abbrunato gli schermi e trasformato quel suo eterno sorriso, con un notevole dispendio di energia, in una convincente maschera di dolore.

Quel figlio per il quale si sentiva pronto a ripetere la litania di Jacopone da Todi o il lamento sul corpo di Assalonne morto: "Figlio, figlio..."
Lo avevano ritrovato vestito da straccione, al termine d'una strana domenica segnata da un'inspiegabile fuga in tram alle sei del mattino, dall'amputazione della gamba d'un famigerato carbonaro e dalla solitaria resistenza a colpi di cannone d'un famoso cantante e del suo illustre cugino De Andrade. Vestito da straccione, imbottito d'uno strano intruglio sulla maleolente sponda del Naviglio di Porta Ticinese, Pier Silvio giaceva annegato con un solco lungo il viso come una specie di sorriso. Ma già, nella mente del padre, s'affollavano i proclami; e la corrente emozionale!

La corrente emozionale.
L'utilità.
Per adesso, comunque, era meglio non farsi vedere a Portofino.

"...ma lo sapete che, in questa canzone, ad un certo punto, si nomina un piatto a base di gatto? La lepre dei tegoli, così lo chiamano...."
(C'era una gatta sul tetto che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia...trallarallallà).
"Ma che roba! Uno dei contadini di mio nonno lo diceva sempre che bisogna stare attenti quando portano in tavola lepri o conigli..."
"Io non avrei problemi a mangiarlo, giuro."
"Ma va' là!...."
"E perché non avete capito di quando parla delle ragazze di buona famiglia che si possono guardare senza il goldone!"
"Aahahahahahaha!"
"Ahahahahahahahah!"
"Ma guarda quel pirla del Duisenberg che ride senza capirci un'acca!"
"Ahahahahahaha!"
"Ahahahahahhaahah!"

E fu allora che Pierferdinando Casini s'avvicinò al banchiere olandese, che stava consumando un morigerato pasto innaffiato da un Chablis del '93 della pregiata casa vinicola "Cohn Bendit".
"Eine kleine Pinzimonien?...eh?"

Gli altri trattenevano a stento le risate.
"Krauten und Erdbeeren? Und Patellen und Arsellen fischen Zanzibar?"
"Ma è olandese, mica lo capisce il tedesco.....!"
"Und einige Krapfen früher vor dem Schlafen, und Erwachen mit dem Walzer?"
"Ahahahahahahahahah!"
"Ahahahahahahahahahahah!"

Und ein Alka-Seltzer für dimenticar.
Le donne tornavano alla spicciolata cariche di pacchetti.
Su una collina, proprio dietro al "Piccolo Hotel", s'agitava una figura nera, scavata, disperatamente presente.

mercoledì 16 maggio 2007

D Swytzer im Waald



Incominciando a "recuperare" le cose scritte qua e là, una storia proveniente dal vecchio blog "Da Galenzana" (http://naugalen.iobloggo.com). E' una delle mie tipiche "storie deandreiane", cioè che prendono spunto da una canzone di Fabrizio de André con variazioni sul tema più o meno "spinte". Durante una storica esecuzione in pubblico di "Sally", Fabrizio De André sostituì inspiegabilmente gli "zingari nel bosco" con gli "svizzeri nel bosco", e quando ho scritto questa cosa abitavo in Svizzera. Tra le "storie da Fabrizio" è probabilmente quella che sono più contento d'avere scritto. Piccola nota: "Kohlrabi", in tedesco, vuol dire "Cavolorapa".

Kohlrabi, Re dei Topi, de müüser syn chünig, aveva qualche problema di respirazione. Tutta colpa di quei maledetti copertoni bruciati da non si sa chi, il fumo denso gli provocava degli irrefrenabili accessi di tosse che gli facevano sputare il cervello e i polmoni. Il fatto era che doveva vivere in quel bosco, braccato, da quando i gendarmi erano venuti a cercarlo sulla Via Mala, lontanissima da lì; attorno a lui quel poco della banda che gli era rimasta, un ammasso d'invecchiamenti, di rughe, di fucili antiquati, di vestiti laceri di tela grezza. Gli era rimasto quel soprannome di Re, che s'era guadagnato da quando comandava gli assalti alle automobili che s'avventuravano per quei postacci di pietre dalle strane forme, di ponti del diavolo, di gallerie scavate nella roccia, di acuminatezze spaventose.

Se n'era parlato tanto, negli anni del dopoguerra, della banda del Re dei Topi, quando Kohlrabi era ancora un giovane alto più d'un metro e novanta e con du' bracci che sembravano quercioli; si dice che avesse imparato il mestiere da suo padre, ch'era arrivato a rapinare da solo tutti i passeggeri della diligenza del San Gottardo tendendo un agguato sulla Tremola con un finto fucile, fatto di legno, ma così bene da sembrar pronto a sparare da un momento all'altro. Poi s'era aggregata la banda, che nei momenti d'oro, attorno alla metà degli anni '50 e all'inizio degli anni '60, poteva contare su quasi venti compari pronti a tutto. E non c'era stato mai verso di pigliarli, quei maledetti; sempre più temerari, sempre più strafottenti, sempre più negli incubi dei bravi cittadini che desideravano legge e ordine. E la Via Mala era tornata a tener fede al suo nome.

Della banda faceva parte Wilhelm Tell, che non era un soprannome. Si chiamava veramente Wilhelm di nome, e Tell di cognome. Poi c'era Hartmann Goldfischli. Uomo duro e Pesciolino d'oro, questo volevan dire il suo nome e il suo cognome; ma per tutti era soltanto il Pesciolino d'Oro, d goldfischli come si leggeva persino sugli avvisi di ricerca nelle stazioni della polizia e della gendarmeria. La specialità di questi due era semplicissima, poiché gran finezza non c'era da attendersi da quelle parti; se un passeggero si ribellava, o tentava di fare il furbo, lo stendevano a cazzotti. Poi lo ripulivano. Di tutto, fuorché della macchina o della moto; perché prendergli il mezzo di trasporto significava condannarlo a morte, e non avevano mai ammazzato nessuno. E come faceva rabbia a lorsignori, che non ci fosse mai scappato il morto; anche perché, come logica vuole, coloro che erano rapinati ci dovevano per forza avere qualcosa da farsi rapinare.

Alla banda di Kohlrabi era persino toccato imparare un po' d'inglese e di francese, e persino qualcosa in tedesco normale, perché le vittime preferite eran doventate i ricchi turisti stranieri che s'inerpicavano per quella strada attirati dai dépliants delle agenzie che magnificavano "la selvaggia e inquietante bellezza dei luoghi". C'era poi Pilar, che non faceva affatto, come spesso accade in queste storie, la donna di qualcuno o di più d'uno. Era una bandita come gli altri. Portava le armi come gli altri. Tirava cazzotti come gli altri. Si divideva il bottino come gli altri. Alle cronache giudiziarie è passata come Pilar dei Meli, perché la sua famiglia coltivava mele e pere, producendo fra le altre cose un ottimo "birnel"; ma si chiamava Pilar Bergschänzli e doveva quel suo nome esotico al padre, divoratore di romanzi di avventure. Lo aveva ripreso dalla "bella Pilar" di una storia di Karl May, che era stato anche, non per colpa sua, lo scrittore preferito da Adolf Hitler.Karl May vestito da capo pellerossa in una celebre immagine. E questi eran quelli che erano restati con Kohlrabi in quel bosco lontano, di rara pianura, ai bordi d'una strada battuta da automobili sempre più veloci, sempre più potenti, sempre più rumorose. Nessuno osava più fermarle, ora che gli anni eran passati e non era rimasto altro posto per nascondersi. Chi mai avrebbe pensato che quella gente di montagna sarebbe andata a rifugiarsi in una piana?

E nella piana erano spuntate le case, e le strade, e linee elettriche e telefoniche e capannoni industriali; soltanto quel pezzo di bosco era rimasto, sebbene fosse certo che, prima o poi, lo avrebbero abbattuto per farci qualcosa.C'erano arrivati scappando, quando la banda, nell'aprile del 1968, era stata sgominata dalla polizia per un tradimento. Era stato uno degli ultimi arrivati, un intellettuale zurighese di città che, convinto della portata rivoluzionaria delle azioni della banda del Re dei Topi, aveva voluto unirsi per condividere quella che vedeva come una lotta contro il sistema borghese. A qualche commentatore non era sfuggito il quasi perfetto parallelismo con Régis Debray, l'intellettuale francese che s'era immischiato nell'avventura boliviana del Che Guevara, e che con le sue stronzate aveva contribuito non poco alla sua cattura, seppure un ben preciso tradimento non sia mai stato appurato. E così l'intellettuale zurighese, Karl Wolfschwanz, s'era accorto che la banda di Kohlrabi non lottava proprio per un bel nulla, ma rapinava. Che la vita era durissima, in clandestinità. Che Pilar non gliel'avrebbe data nemmeno se l'avesse implorata in usbecco. Che di notte faceva un freddo boia anche d'estate, a quelle quote. Che il sano mangiare di montagna gli aveva rotto i coglioni dopo un mese. E che a Kohlrabi e ai suoi, di certi discorsi gliene importava il giusto, ovverossia nulla.

C'era già chi cominciava a pensare a come sbarazzarsi di Wolfschwanz senza fargli del male, quando quest'ultimo fece male a loro e andò a spifferare tutto alla polizia di Coira con la promessa dell'impunità e con il conforto di un caffè caldo e di un piatto di salsicce con patate. S'era accorto di quanto siano carogne quei proletari nel nome dei quali si combatte. Aveva raccontato tutto quel che sapeva: nascondigli, abitudini, descrizioni; e la polizia, una mattina ancora freddissima, aveva prima chiuso la Via Mala dai due lati, e poi era arrivata in forze. Di ventisette membri della banda, ne erano stati catturati ventitré; tra di loro anche un italiano di Genova, uno di cui si diceva scrivesse canzoni e poesie, ma che era lestissimo di mano e che aveva saputo, pur nato marinaio, adattarsi a quella vita con sorprendente rapidità. Si chiamava Fabrizio; fu condannato a quindici anni di galera, ma evase dopo meno di un anno imbarcandosi poi con falso nome su un cargo inglese, la London Valour. Di lui si son perse le tracce dopo il famoso naufragio di quella nave, proprio sul porto di Genova, a due passi da casa sua.

Quattro scapparono. Kohlrabi, il Re dei Topi. Pilar dei Meli. Il Pesciolino d'Oro e Gugliemo Tell. Non si sa come, qualche tempo dopo gli operai che, per una manutenzione, stavano svuotando un laghetto artificiale alle pendici del Bernina, il Rotensee (così detto perché le sue acque si coloravano a volte di rosso per l'azione di un batterio), videro spuntare dalla melma un braccio. E poi una gamba. E poi un altro braccio. E poi un cadavere che fu identificato a fatica con quello di tale Karl Wolfschwanz, di Zurigo, di professione giornalista per un quotidiano di destra dal quale aveva preso a tuonare contro i nemici dello stato borghese scrivendo degli epici articoli contro gli studenti francesi ed in favore del generale De Gaulle. Da allora il Rotensee, il lago rosso, divenne il Totensee, il lago del morto.

Avevano continuato a scappare per mesi e mesi per tutto il paese, nascondendosi nei posti più impensati. Il Re dei Topi, de müüser syn chünig, aveva mangiato topi assieme ai suoi; e Pilar scherzava chiamandolo cannibale, e Guglielmo Tell sognava russando, e il Pesciolino d'Oro voleva per la prima volta nella sua vita andare verso il mare, invidiando Fabrizio quando s'era diffusa la notizia della sua evasione dal carcere (al suo posto, in cella, i secondini avevano ritrovato un pupazzo impiccato a un chiodo, fatto con la paglia del materasso e con le lenzuola). Alla fine avevano trovato quel bosco quasi dimenticato. C'erano funghi. A dormire all'addiaccio erano abituati. Un giorno era persino arrivata una capra, perdutasi da qualche ovile o da chissà dove. E le armi si arrugginivano, e il tempo arrugginiva, e non ebbero infine nemmen più la paura d'arrugginir'essi stessi, ché forse li avevan dimenticati e li credevano all'estero o morti. Un giorno, diceva il Re dei Topi agli altri, torneremo sulla Via Mala. Un giorno torneremo lassù.Non ci tornarono mai.

E forse questa storia dovrebbe finire qui, dovremmo lasciare il Re dei Topi e i suoi tre compagni in pace, a finir la loro vita come alberi nel bosco. Perché con gli alberi avevan preso a discorrere, e che conversazioni facevano; e gli alberi ascoltavano ed annuivano cortesemente con le fronde primaverili e con gli scheletriti rami invernali. Sì, dovremmo finirla proprio qui, se non fosse per quella bambina. Abitava, con la famiglia, in una villetta prefabbricata sulla nuova viabilità ad est del bosco. Cittadini incampagnati, i suoi s'eran ritrovati di nuovo quasi in città quando la zona s'era pian piano inurbata. La madre lavorava in un biscottificio della zona, mentre il padre scriveva recensioni televisive per la rivista Teleschauer. E a forza di sorbirsi ogni sorta di programma, s'era appassionato all'opere del sapone e alle telenovelle americane, argentine, brasilere, messicane; la figlia, una bimbetta biondissima di sette anni, aveva deciso di chiamarla Sally dalla protagonista di "Febbre di passione", una telenovella colombiana che, una volta terminata dopo undici anni, stava proseguendo da altri otto con il titolo di "Vento d'amore".

Essendo l'unica figlia della coppia, Sally era terribilmente viziata, coccolata, rimpinzata, antipaticissima. Un'autentica fair-haired rompicoglioni. Ma aveva anche lo spirito d'avventura e di contraddizione di tutti i bambini, e più i genitori le dicevano di non andare a giocare nel bosco, più lei ci andava. Nel bosco, s'alternavano ad ammonirla il babbo e la mamma, c'erano gli zingari. E oltre agli zingari c'erano i terroristi islamici che le avrebbero fatto mettere il burka e poi l'avrebbero imbottita di esplosivo e fatta saltare ad un posto di frontiera della striscia di Gaza. E oltre ai terroristi islamici c'erano i ladri, gli assassini e gli stupratori. L'avessero sbarbato finalmente, quel maledetto bosco; del resto era questione di poco, la Zschokke e il Batigroup ci avevan già messo gli occhi addosso per un bel megacentro commerciale di cui si sentiva tanto il bisogno in quella zona dove ne esistevano già altri ventidue. Non devi giocare con gli zingari nel bosco, dicevano; e lei ci andava sempre a giocare. Anche se non erano zingari, ma quattro strani tipi, tre uomini e una donna, che raccontavano storie ancora più strane in un dialetto che Sally non capiva sempre.

Una volta tornò a casa e, ai rimproveri del padre, rispose che aveva incontrato Guglielmo Tell. Il padre corse alla polizia a chiedere informazioni su di lui. E così Sally si divertiva con quella gente, che aveva preso quasi a volerle bene e che le faceva fare quel che voleva, compreso arrampicarsi sugli alberi e sporcarsi come una porcilaia. Le avevano preparato il piatto del bosco, funghi con contorno d'altri funghi e insaporiti con i funghi. Ogni tanto Sally, tornando dal bosco, si fermava a salutare una puttana di mezz'età che viveva in una roulotte con targa 44 di Nantes e che si faceva chiamare "La blanche biche". Quella poi, se ne raccontava di storie strane, pure d'essere stata una volta squartata dai cani del fratello e mangiata in sala da pranzo dai commensali.I genitori non sapevano più che pesci pigliare e avevano cominciato a subodorare qualcosa. In quel bosco doveva esserci per forza qualcuno. Non saranno stati né gli zingari, né i terroristi islamici, ma dei ladri o dei banditi di sicuro; chi altro può vivere in un bosco? Avevano preso a fare a Sally delle domande a trabocchetto, nelle quali la bambina non cascava mai perché i suoi amici le avevano insegnato quel che doveva rispondere e lei s'ingegnava anche d'aggiungere panzana a panzana; ma con una tale naturalezza che sembrava tutto assolutamente vero. Nel bosco, diceva Sally, ci vado a giocare a tamburello con gli alberi perché la palla rimbalza da un tronco all'altro e inseguirla senza farla cadere a terra è uno sballo. E nel bosco, diceva ancora Sally, ci vado perché ho incontrato un pesciolino d'oro e il re dei topi che mi raccontano le loro storie; ed era tutto vero, solo che i genitori non ne avevan mai sentito parlare. Quale soddisfazione dir bugie raccontando la verità. Non ne esiste di migliore.

Nelle favole passan presto gli anni, e la nostra non fa nessuna eccezione. Ne passarono altri cinque o sei, forse dieci o dodici. Forse il passato ha superato l'oggi e s'è spinto nel domani. E chi lo sa. E chi lo vuole sapere. Sally aveva già quasi finito il liceo e era diventata una di quelle ragazze bellissime di tutti i giorni, quelle che s'incontrano per la strada in maglietta o intabarrate nei giubboni. Una di quelle che rendono bello il mondo senza saperlo. Era sempre curiosa. Sempre antipatica, ma solo con chi le andava però. S'era messa con due o tre ragazzi che aveva scoperto uno più idiota dell'altro. E siccome i genitori le avevano raccomandato di studiare per una professione solida e sicura, e d'iscriversi a economia o scienze bancarie, lei s'era fissata di voler laurearsi in letteratura greca e leggeva di nascosto Esiodo, Euripide, Sofocle e Luciano di Samosata, come se fossero dei pericolosi autori di libri proibiti. Non lo sapeva nessuno tranne i suoi quattro amici del bosco; ogni tanto arrivava coi libri e si metteva a leggere; a Pilar piaceva particolarmente la "Storia vera" di Luciano, perché le ricordava la sua vita e quella dei suoi compagni.Fu un brutto giorno di prim'ottobre che Sally, arrivando nel bosco coi libri e col tamburello, trovò il Re dei Topi, de müüser syn chünig, il Pesciolino d'Oro e Gugliemo Tell in lacrime.

Dov'è Pilar?, chiese. Le risposero che era morta. Che l'avevano ritrovata accoltellata vicino a un ponte, e che non si sapeva chi fosse stato. A Sally caddero i libri e il tamburello di mano. Domandò dove fosse. Le dissero che la polizia l'aveva portata via, forse per fare l'autopsia alla morgue. Le dissero piangendo che non l'avrebbero mai più rivista. Le dissero che l'avrebbero tagliata a pezzi. Sally tornò a casa di corsa; il padre guardava professionalmente la telenovella "Anche i porci amano"; la madre, nel corridoio, stava baciando l'idraulico polacco del quale era amante da sei anni senza che il padre se ne fosse mai minimamente accorto. Andò in camera sua e prese uno zaino, mettendoci dentro le cose che aveva più care. Poi se ne andò e non disse neppure a sua madre che non sarebbe tornata. Del resto era già in camera a fare l'amore con l'idraulico. Suo padre era passato all'analisi di costume dell'ultimo reality show, L'isola dei condannati, basato su un vecchio romanzo di Stig Dagerman, dove dei vip venivano rinchiusi all'Isola del Diavolo e costretti a vivere nelle stesse condizioni di Dreyfus e di Guillaume Seznec. Vinceva chi riusciva a evadere, ma già due calciatori, una top model e un cantante erano stati divorati dagli squali facendo schizzare l'audience a livelli mai visti prima.

Tornò nel bosco. E disse loro che era ora di raccogliere le forze e di riprendere il passo duro, quello di montagna. Dovevano andare a prendere Sally. Dovevano tornare sulla Via Mala. Dovevano insegnarle come si rapinano le automobili. E comprare delle armi nuove, ché quelle che avevano non servivano ormai più a niente. Si sentirono degli scricchiolii d'ossa e dei mugugni. Si sentirono degli E se ci riconoscono, e se ci prendono; ma Sally, nello zaino, aveva infilato pure la Smith & Wesson del padre nascondendola nella custodia delle commedie di Aristofane.