lunedì 15 ottobre 2007

La pagina vuota


Buonasera, pagina vuota.

Mi trovo in una condizione abbastanza bizzarra o, se si vuole, idiota. Ti spiego. Mi è presa un'assoluta voglia di riempirti; però non so cosa scrivere. Nulla. Il vuoto. Più vuoto di te.

Mi dirai a questo punto, cara pagina vuota: Intanto mi stai riempiendo. Hai già scritto ben quattro righe di scemenze, che vuoi di più? Continua a scriverne, e vedrai che alla fine mi riempi.

Touché. Queste pagine vuote si fanno sempre più decise e chiare. Te le dicono sul muso, le cose. Mi ricordo di antiche pagine vuote che quasi si schernivano, oppure esercitavano un normale sentimento di comprensione. Però in questo modo rimanevano, è vero, desolatamente vuote.

Ripensavo a quante volte mi ci sono trovato davanti, nella mia vita, alle pagine vuote. Quando ancora non c'erano i computer, erano proprio pagine. Di carta. Penna in mano o macchina per scrivere. I meccanismi erano gli stessi; la classica ora notturna, la sigaretta, e nessuna idea in testa. Talmente nessuna, che sembravano tutte le idee del mondo. Una specie di sabba tra il nulla e il tutto.

Fogli appallottolati. Perché qualcosa cominciavo quasi sempre a scrivere. La trafila era consueta: dapprima due o tre frasi. Poi, se stavo scrivendo a mano, cominciavo a fare scarabocchi e disegnini vari. Se invece scrivevo a macchina, cominciavo a inventare parole sensa senso: turluk, omdurman, savyetas, piriklonn, ethvuglabro. In entrambi i casi, c'era un cestino della carta straccia che si preparava stoicamente al suo dovere.

Con l'avvento del computer è cambiata la forma ma non la sostanza. Il cestino c'è sempre, ma serve più che altro per i troiai che ogni giorno arrivano nella cassetta della posta. In questo momento è pieno, ad esempio, di elezioni primarie. Io che non voto manco alle secondarie e alle terziarie, figuriamoci se voto alle primarie.

Basta cancellare il file. Click. Tutto va, beninteso, in un altro cestino. Non è detto che non ci finisca, fra qualche secondo, anche questa cosa. Ma forse no. Queste pagine vuote d'oggi sanno come farsi riempire. Bastano un quindici ottobre, un pensiero fisso in testa che si vuole cercare di cacciar via in qualche modo, un goccio di dietro l'angolo (ma quale?), e si va.

Le storie che si affacciano sono strane e inconcludenti. Quando s'attacca la pagina vuota già con un'idea ben definita in testa, tutto fila liscio. Quando invece non la si ha affatto, ecco che arrivano i famosi intrecci. Una mia specialità era voler scrivere qualcosa su uno che scrive di uno che scrive. Il gioco degli specchi, insomma; o quel pazzescamente noioso Tristram Shandy, che una volta mi sono persino comprato nell'originale inglese ripromettendomi di leggerlo. Nulla da fare. A novel about writing a novel, c'è scritto sul retrocopertina; è l'unica cosa che mi è rimasta impressa di quel libro. Si vede che Laurence Sterne doveva averci avuto delle serate simili alle mie; solo che, a un certo punto, invece di appallottolare il foglio, era andato avanti per seicento pagine vuote. Non per nulla lui è Laurence Sterne e io sono una testa di cazzo qualsiasi.

Nulla di tutto questo, stasera. Nessun intreccio. Nulla. La delusione d'amore? Grazie, vi devo aver già rotto a sufficienza i coglioni con questa storia. Il cinema? Non so scrivere di cinema, però vi informo che oggi sono stato a vedere il film dei Simpson assieme a un'amica. La storia elbana? L'ho già scritta ieri notte.

Un'ora fa, però, ho scoperto che ci sono un paio di persone, due compagni di strada che non conosco che hanno linkato questo blog sul loro; e poiché questa è una (ex) pagina vuota, le vorrei ringraziare. Una è il colonnello Kurtz in persona, il che mi riporta idealmente a Heart of Darkness e a Apocalypse Now. Il colonnello Kurtz scrive un blog intitolato Storie inutili ma non eccessivamente, che è un titolo geniale; fosse venuto a me. Invece, lo scorso 14 maggio quando ho aperto questo blog, mi è venuto a mente un titolo assolutamente cretino solo un po' impreziosito dall'alfabeto greco; ma ormai lo tengo.

L'altra è Pappagheno. Un incrocio fra Pappagone e Papageno del Flauto Magico, sembrerebbe; Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen, mein Gott. Anche lui scrive storie inutili ma non eccessivamente, in un blog che si chiama Questo triste mondo malato. Andateveli a vedere nei link a sinistra, questi blog, perché ce li ho messi. In questo blòggo blòggo mondo ci si ringrazia così, tra persone che non si sono mai viste e che probabilmente non si vedranno mai. Con un link. Che poi vuol dire "legame, collegamento". Si gettano fili invisibili. Cosa vi sia attaccato non si sa. La nostra vita? Può darsi. I nostri sogni? Può darsi. Pagine vuote da riempire.

Ci s'incontra in qualche modo sempre, fra compagni di strada, fra passanti che non si riescono a trattenere, fra viaggiatori di treni paralleli & piccoli eroi delle occasioni perse. Va a finire che, a modo estremamente nostro, si forma persino uno straccio di rete. Con le nostre storielle elbane, storie inutili, mondi malati, black blog, cestini di vimini, consumimur ignis, palabras en el viento e quant'altro. Non linko più roba "famosa", a parte una; non me ne frega più un cazzo di opinion maker, di lucidi sarcastici incazzati illuminati precisi puntuali commentatori. Si fa quel che accidente ci pare. Ma non fate l'errore di crederci dei minimalisti, dei disimpegnati o roba del genere. Tutt'altro. Abbiamo semplicemente scelto un'altra strada per guardare sul mondo. Ce lo guardiamo con la lente di noi stessi, senza delegare niente a nessuno.

E così eccoci alle conclusioni, cara pagina vuota. Vedo che ti sei riempita, almeno formalmente. Ci sono delle lettere, delle parole, dei periodi, la punteggiatura sembra essere a posto; tutto in ordine, insomma. Dal file Word "Documento 1" sei pronta per essere spedita nell'eternità di Google. Tu pensa: nessuno ti cancellerà mai, almeno fino a quando non s'innescherà una certa reazione termonucleare. Sei stata davvero in gamba. Ti sei riempita da sola. Mi inchino al cospetto della tua bravura, e me ne vado a letto.

Sincerely, R.Venturi.


domenica 14 ottobre 2007

Emiliona


Emiliona io non l'ho mai conosciuta, per il semplice motivo che è morta non so quant'anni prima che nascessi. Però, al tempo stesso, la conosco da sempre; non c'è una volta che sia una che non ne abbia sentito parlare da mia madre e mia zia, quando sono assieme. E che dico mia madre e mia zia; quando era ancora viva tutta la mia tribù allargata, Emiliona era ospite fissa delle lunghissime chiacchiere nel portico, con tutti i suoi aneddoti (che all'Elba non si chiamano aneddoti ma fatterelli).

Quando si nasce a Marina di Campo, ci sono circa 98 probabilità su 100 di far Dini di cognome; e, infatti, Emiliona per l'anagrafe era Emilia Dini. In quei tempi dove il politically correct non faceva parte di questo mondo, se un'Emilia Dini superava certe dimensioni bastava aggiungere il suffisso dell'accrescitivo, e restava per sempre Emiliona; tanto più che, almeno a giudicare dai racconti, "ona" doveva esserlo per davvero. Ma non è questo il punto. Emiliona ci aveva il male. Nessuno sapeva cos'avesse per davvero, e come si chiamasse; era semplicemente il male.

Successe che il marito di Emiliona, un contadino, a un certo punto dovette andare a fare il marinaio e imbarcarsi su qualche mercantile. Fra una vita di merda nei campi e una vita di merda sul mare, aveva scelto quella dove pagavano qualche soldo in più. E così se n'era andato, restando a volte fuori per mesi e mesi; e quando si resta fuori per mesi e mesi e si è magari ancora abbastanza giovani, c'è il caso che in qualche porto esista qualche signorina a pagamento specializzata in marinai. Per farla in breve, il marito di Emiliona, un giorno, era tornato a casa e si era gettato nel letto con la moglie attaccandole la sifilide in men che non si dica. Ma non era quello il male.

Quando Emiliona s'era accorta di stare male, non ci aveva dato peso; il marito era ripartito e andare a Portoferraio dal dottore costava troppo. Quando però la malattia aveva già fatto il suo corso e le si era installata definitivamente dentro, Emiliona ci dovette andare, dal dottore; e la diagnosi fu rapida e evidente. Nulla da fare. Se l'era beccata e se la doveva tenere. Ci sarebbero volute dosi massicce di Salvarsan per cercare di curarla a dovere, ma non ce n'era a sufficienza.

Bisogna sapere che Emiliona, oltre ad essere grossa come una motonave, aveva pure un vocione che sembrava uno scaricatore di porto. Sembra anche che, prima di attaccare qualsiasi discorso, emettesse un caratteristico grugnito che mi piacerebbe poter riprodurre in qualche modo; ci proverò con uno sgrùùùùnf. E così, appena ricevuta la terribile diagnosi, aveva apostrofato il dottore con uno dei suoi mirabili detti: Sgrùùùùùnf, quer troiaio der mi' marito, 'un gli bastava la su' Emilia, quello scostumato. Perché non sapeva né leggere e né scrivere, però nel mezzo del suo eloquio ogni tanto infilava dei paroloni che pronunciava con una proprietà incredibile, senza tirare sfondoni, e con studiata lentezza. Poi s'era alzata bestemmiando iddìo e aveva infilato la porta senza pagare, lasciando il dottore a ridere. La giusta nèmesi volle che il marito tirasse avanti si e no ancora un anno; poi s'imbarcò per sempre sul cargo Eternity, battente bandiera imprecisata.

Di Salvarsan ce n'era poco, e l'Emiliona ci aveva delle crisi terribili della malattia, dolorosissime. Per lenirsi un po' il dolore, cominciò a prendere la morfina. Prima un po', poi un altro po', e poi ancora un altro tanto po'. Alla fine diventò una morfinomane. Una drogata. Il male, quella cosa che a Marina di Campo nessuno sapeva come si chiamasse per davvero, ora lo chiamano: crisi di astinenza. Ora s'immagini una contadina di Marina di Campo negli anni '30 e '40 del secolo ventesimo, vale a dire in pieno Medioevo; un donnone d'un quintale e rotti, vedova, senza figli, con una voce da cignale arrochito e, come se non bastasse, con il male; in breve Emiliona diventò qualcosa di peggio dello scemo del villaggio. Diventò Emiliona, entrando a modo suo in una sua povera leggenda.

Lo scemo ufficiale e consolidato del villaggio, peraltro c'era già. Lo chiamavano Bìbbolo, faceva il cavatore e girava costantemente tenendo uno stecchino da denti in bocca e giocherellando a volte ad infilarsi l'altro capo nei buchi del naso (e questo posso dirvelo perché è morto a novantacinqu'anni e l'ho visto coi miei occhi). Lo chiamavano anche 'Ncorpocebbùio perché quando era a lavorare alle cave del Seccheto non si portava mai da mangiare. Si portava la gavetta vuota e all'ora di desinare passava fra i compagni di lavoro; chi gli buttava dentro due cucchiaiate di zuppa, chi un pezzo di pane, chi un po' di verdura lessa, chi un pezzo di pesce, chi un grassello di carnaccia. E lui mescolava e si mangiava tutto, dicendo: In corpo c'è buio. E' morto girando per i campi con il suo stecchino. C'erano degli operai a scavare un pozzo. Avevano lasciato scoperta una presa trifase a 380 volt per il compressore, e lui s'era messo a tocchicchiarla beccandosi una scarica che l'aveva lasciato secco. Sennò sarebbe ancora vivo, uno del genere non ci era riuscita nemmeno una vita a quel modo ad ammazzarlo.

E così Emiliona cominciò la sua carriera di drogata senza sapere di esserlo e senza che gli altri lo sapessero. Siamo durante la guerra. All'Elba non ci sono più nemmeno gli occhi per piangere, perché le lacrime se le sono già mangiate tutte. Ma Emiliona ci ha bisogno della morfina; e, non si sa per quale mistero insondabile, riesce sempre a procurarsela in qualche modo. I colleghi del defunto marito, sentendosi forse in qualche modo obbligati ad aiutarla, la vanno a fregare persino dalle infermerie delle navi, o se la fanno dare con le buone o con le cattive nei porti dove sbarcano; ma non basta. Arriva l'occupazione tedesca; e Emiliona, allora, escogita un sistema infallibile. Lei, che fino a tre giorni prima non sapeva nemmeno che esistesse la Germania, appena incontra un tedesco comincia a berciare: viva Mussolini! Viva ir fùrer! Morfin? Si doveva essere accorta che, quando chiedeva "morfina" ai tedeschi, questi ci levavano la "a" finale. E allora morfìn su morfìn; e quelli gliela davano sul serio, anche perché aveva una corporatura che avrebbe messo paura anche a un orso bruno. Poi i tedeschi se n'erano andati, anzi li avevano fatti andar via. E fu una gran disgrazia, perché Emiliona dovette ricominciare a farsi portare la morfina dai marinai.

I ragazzi del paese gliene combinavano di tutte; e quando dico di tutte forse non rendo bene l'idea. Non la voglio nemmeno rendere per non trasformare questa cosa in un campionario di crudeltà gratuite commesse in un'epoca tremenda. E lei non reagiva mai. Non gliene importava nulla. Gliene importava solo della morfina e di cucinare, perché sembra fosse una cuoca impareggiabile. Il problema è che viveva in un tugurio in mezzo a un lèzzo da far raccapricciare; e nessuno ci andava a mangiare, da lei. Dal letamaio uscivano fuori dei profumini deliziosi che si mischiavano al puzzo di merda e di marcio; e come animale di compagnia si teneva una gallina. Guai a toccargliela. Una sola. Ma alla fine la povera bestia morì di consunzione.

Emiliona stava sulla porta quasi sempre e chiacchierava con le verdure che puliva; poi le pigliava il male e si doveva fare la puntura di morfina che glielo faceva passare; e ricominciava a pulire verdure e a farci delle conversazioni vagamente filosofiche. Un giorno la videro che pelava la gallina morta, e piangeva come una vite tagliata. A ogni penna che cavava, uno sgrùùùùùnf e un "ma com'eri bella", un "ma perché si' morta", un "ma ora che fo". Piangendo era arrivata alla strinatura; e piangendo l'aveva messa in pentola. Dopo un po' si sentiva un odorino di brodo e di gallina lessa che non sto nemmeno a dirvi.

Arrivato a questo punto, resta da dire soltanto che un certo giorno, manco so precisamente quando, la trovarono morta a letto. Di solito, quando racconto storie di questo genere, c'infilo sempre il finale poetico; è una mia caratteristica, forse addirittura una fissazione, e ad ogni modo non mi sono mai curato né di originalità, né di altre stronzate del genere. Mi piace, alla fine delle mie storielle, fare qualche volo pindarico che magari sortisce un effetto contrario a quello voluto. Ma stavolta non mi viene, accidenti. Nessun volo. Son quasi quarant'anni che sento le storie di Emiliona, e ce ne sarebbero tante da riempire un libro intero; ma sono buffe storie in cui le risate sanno tutte quante di dolore.

sabato 13 ottobre 2007

Forza Ferrão!


La squadra si chiama Ferroviário Atlético Clube; è una delle squadre della città di Fortaleza, in Brasile. In Brasile non esiste un campionato nazionale, ma tutta una serie di campionati dei vari stati; il Ferrão gioca in quello del Ceará, e lo ha vinto nove volte. La maglia è rossonera, e il suo simbolo è uno squalo, il Tubarão, per cui ogni tifoso viene detto Tubarão da barra (squalo della rotaia).

Da oggi, pur restando fedele alla Fiorentina in Italia, mi metto a fare un tifo sfegatato, in Brasile, per il Ferroviário. E' stato fondato, sembra, in questo modo: Nel 1933 la RVC, le ferrovie dello stato del Ceará, imposero ai propri operai di fare i turni di notte per la riparazione di locomotive, carri merci e vagoni nell'officina di Urubu. Gli operai più giovani che abitavano lontano non potevano tornare a casa tra i due turni di quell'alienante giornata di lavoro; per passare il tempo si misero a giocare a calcio, formando due squadre che presero nome dalle piante che erano state strappate a mano per fare un campo di gioco: "Matapasto" e "Jurubeba".

E furono anni di lotte durissime, di scioperi, di repressione, di lavoro massacrante. E di calcio nel mezzo. Le due squadre si unificarono formando un club unico che prese il nome di "Ferroviário"; e così ancora si chiama. Una squadra proletaria, così come proletari e operai sono tuttora i suoi tifosi. E' bene andare a vedere il sito del gruppo ultras Resistência Coral per rendersene conto; nei "Textos" si possono trovare articoli come Futebol e Anarquia, che fanno capire perfettamente perché la maglia della squadra sia rossa e nera; e anche foto come quella qui riportata. Che dice: "Né guerra fra le tifoserie, né pace fra le classi". Uno striscione che i torcedores del Ferroviário portano a ogni partita, a giudicare anche dalle altre foto.

Tra gli inni del Ferroviário, c'è persino A las barricadas. In una "versione modificata", o adattata, cantata ovviamente in portoghese e non in spagnolo:

Bandeiras corais agitam nos ares
Nosso time em campo dá orgulho de ver
Ainda que nos espere a vitória ou a derrota
apoiar o Ferrão é o nosso dever

O bem mais precioso é o Ferroviário
temos que defendê-lo com fé e valor
Ergue a bandeira do Ferroviário
que o triunfo virá logo depois

Ergue a bandeira revolucionária
que o triunfo virá logo depois
De pé operários à batalha
temos que derrotar a reação

Às arquibancadas, às arquibancadas
pelo triunfo do nosso Ferrão
Às barricadas às barricadas
pelo triunfo da revolução!

venerdì 12 ottobre 2007

L'Etica del Carciofo


Una delle più belle canzoni di Max Larocca s'intitola (come sapranno i milioni di suoi fans, corrispondenti –ovviamente- ai milioni di frequentatori di questo blog) L'etica del viandante. Ultimamente, invece, io "viando" abbastanza poco; ritengo di aver già saltabeccato a sufficienza, di paese in paese, di pelle in pelle, di lingua in lingua. Magari un giorno tornerò a farlo, chissà; per il momento mi sento abbarbicato alla terra. Giocoforza sarebbe, a questo punto, tirar fuori tutte le poetiche immagini a base di nobili alberi e radici; ma poiché non posso e non oso aspirare a tanto, mi rifarò a una pianta (anzi, a un ortaggio), a me ben più congeniale. E se etica ha da essere, questa sarà l'Etica del Carciofo.

Non soltanto perché adoro i carciofi, cucinati in ogni maniera e anche mangiati crudi in pinzimonio. In questo mio eterno intrecciarsi d'ortaggi e canzoni, ce n'entra un'altra. Una canzone in cui, per la prima volta, ebbi modo di conoscere una curiosa espressione che mi si è appiccicata addosso. Cuor di carciofo; o meglio, aderendo all'originale, cœur d'artichaut. La canzone è di un autore con cui ho un rapporto a dir poco conflittuale e complesso, Georges Brassens, e verso il quale non posso che ripetermi ogni volta l'odi et amo catulliano; ma probabilmente questi sono fatti miei. C'è una sua canzone che si chiama Embrasse-les tous, certamente non fra quelle memorabili; parla di una ragazzina che la dà a tutti (tranne che a te, lettore, sàppilo). E' qui che ho sentito per la prima volta quell'espressione, che poi è un modo di dire francese: cœur d'artichaut, tu donnes une feuille à tout' le monde. Cuor di carciofo, dai una foglia a tutti.

Ha un doppio senso. Può voler indicare una persona che sente condivisione, e forse anche qualcosa di simile all'amore, verso tutti quanti. Che "si dà", insomma. Ma può anche significare che questa persona è, come dire, "facile". Le due cose s'intrecciano quasi sempre, con tutto quel che ne consegue, di bello e di brutto, di buono e finanche di pessimo. Nell'Etica del Carciofo bisogna sempre tenerne conto, dato che non sempre si ha a che fare con altrettanti cuori smisuratamente multifoliati. Anzi, quasi mai. L'incontro tra due cuor di carciofo, poi, può rivelarsi simpaticamente terrificante. Mi è capitato una sola volta nella vita, e il 18 giugno 2002 è finita a manate in mezzo alla strada.

Accadde poi che mi fu regalato un libro, persino con una bellissima dedica. Si chiama Cœur d'artichaut, e poiché il suo autore, François Cavanna, e Georges Brassens si conoscevano più che bene, non è improbabile che la canzone di cui parlavo prima c'entri qualcosa. E' la storia, appunto, di un cuor di carciofo. Di uno che, dando una foglia a tutti (anzi, a tutte), finisce col creare –e col crearsi- infelicità e addirittura morte. Nell'Etica del Carciofo questa è una cosa più che possibile. I cuori di carciofo piacciono molto, sono generalmente persone che possiedono un discreto charme; va a finire, però, che quando la carciofitudine si mostra in tutto il suo splendore subentra qualcosa che va dal disgusto all'odio. Mi è capitato anche questo; e non c'è nulla da fare. I carciofi sono buoni, ma bisogna starci attenti. Danno foglie a tutti, ma sono foglie spinose.

Oggi mi è capitato di risentirmela dire, quell'espressione. Cœur d'artichaut. Me l'ha scritta un bellissimo amico in una sua mail. Rieccola. Madonnarbùio, non si scampa. Proprio appena finito un periodo in cui, con qualche indecisione ma sostanzialmente con grande impegno e convinzione, avevo perlomeno tentato di essere un po' meno carciofo. Evidentemente c'è ben poco da fare: carciofi si nasce, e carciofi si muore. Col relativo cuore. Dai gastronomi, il cuore del carciofo sembra sia considerato come la parte migliore; però, prima d'arrivarci, bisogna levare tutte le foglie, Una ad una, facendo attenzione a non pungersi. Prima di riuscire a capire, e a vedere, di che cosa sia veramente fatto quel cuore, ovverossia quel cervello perché il cuore altro non è che una pompa elettrica, bisogna sfogliare e sfogliare. Chi ne vuole? Oh, anche le foglie sono buone. Al limite allegano un po' la bocca. Al limite si può succhiarle e sputarle quando non rimane più niente. Presumo che tutti sappiano come si mangia un carciofo.

E li avete mai visti, i fiori del carciofo? Sono molto belli, forse anche un po' inquietanti. Non staranno mai a ondeggiare al vento, sotto cieli monocromi o variopinti, in stagioni di tristezza o d'allegria. Fermi e circondati dalle spine, elevano aghi impercettibili; e già sul sentiero s'avvicina qualcuno con un paio di forbici perché noi carciofi non ci abbiamo dentro preziosi e freddi elementi, ma il ferro. Che lo vogliate o no, per la vita è necessario; l'oro no.

martedì 9 ottobre 2007

Cascine del Riccio Dance School



La prima parte di questo blog, nei mesi scorsi, è stata quasi interamente occupata da "vecchi post". Cose già scritte e riprese qua e là. Poi ne ho scritti di nuovi; in questi ultimi giorni, poi, mi sono lasciato andare a una sorta di "diario" descrittivo. Faccio una pausa, forse solo apparente. Torno a riprendere una cosa già scritta. Prima, usualmente, ero abbastanza preciso nell'indicare da dove provenisse e quando era stata composta; ora non ne ho più voglia. Diciamo che l'ho scritta qualche tempo fa da qualche parte. Parla di una cosa oramai lontana nel tempo. Molto lontana. L'ho un pochino adattata alla sua nuova collocazione.

Sfido chiunque mi conosca, sia pure di sfuggita, a trovare la cosa che meno si aspetterebbe da me (a parte la mia passione per le croste di parmigiano fritte nell'olio). E siccome questo non è un thriller, ma un piccolo post su un blogghino di periferia, ve la dico subito: per tre anni sono andato a una scuola di ballo.

Mi sembra già di sentire le risate di sottofondo, come negli sketch
di Benny Hill; ma è così. Per tre anni, un secolo e mezzo fa, tutti i martedì sera alle otto e mezzo, io e quella che, allora, era la mia compagna s'andava a imparare i' tango, i' ciàrleston, i' bughi-vughi e persino i' lalli galli.

Non mi ricordo nemmeno come mai...
Forse avevamo voglia di fare qualcosa insieme, poiché i nostri gusti e i nostri modi di vivere si erano sempre più allontanati con gli anni. A ventott'anni, d'altronde, s'era già una vecchia coppia. E fu così che trovammo una Casa del Popolo di mezza campagna che reclamizzava i suoi corsi di ballo del martedì sera. Alle Cascine del Riccio, una frazione quasi chiantigiana, ma traversata da un viadotto dell'autostrada del Sole. Una Casa del Popolo con ancora tutta la panoplia del veterocomunismo alla ribollita: bandiera rossa col gambo di metallo e la stella in cima, busti di Liènin e di Gramsci, la locandina incorniciata dell'Unita' del 21 giugno '76 ("impetuoso balzo in avanti del PCI") e così via. Dicono che qualcuna esista ancora; ed è vero.

Nella bacheca, accanto a una specie di tazebao di protesta contro lo stato d'abbandono delle rive dell'Ema ("è ora che i cittadini sappino la verità"), un cartello scritto con un Carioca blé: "Roberto e Patrizia - Cascine del Riccio Dance School - Tutti i martedì alle 20.30". Ora ve la immaginate voi una Dance School in un posto dove la gente parla quella specie di lingua semitica che è il fiorentino di campagna ("ieri i mi' fratelli 'e gli andònno a còglie' l'ulive"); il Manzoni avrà pure risciacquato i panni in Arno, ma se fosse andato a risciacquarli nell'Ema li avrebbe tirati fuori più sudici di prima.

Ci si disse, io e quell'altra: "Bah, si sarà tre gatti e il quarto senza la coda"; e invece, quel primo martedì sera, c'era tanta gente. La sala delle feste (una specie di garage) trasformata in pista; mises fantasiose assai (io ero in maglietta bianca e un paio di pantaloni blé da ginnastica, ma c'era qualcuno che sembrava esser sortito diritto dal Circo Togni); una vecchia cattedra scolastica con sopra un impianto stereo dell'uno quando 'un c'era nessuno, un puzzo di sudore e di piedi che sembrava d'essere alla fiera del Gorgonzola e, durcissinfundo, Roberto e la Patrizia.

Marito e moglie sulla trentina, operaio da qualche parte lui e telefonista alla USL lei, offrivano la loro passione e la "dance school" all'esorbitante prezzo di lire cinquantamila mensili, pagamento anticipato. Vi aspettereste du' sciamannati di banlieue, e invece erano davvero due bei ragazzi. Belli, gentili e dai modi fini. Ma bassi. Du' tappi. Quando mi mettevo accanto a lui, che era persino qualche centimetro meno di lei, si pareva l'articolo il.

Ce le ho sempre negli orecchi, le musichine del martedì sera; l' Armandino, in particolare. Mi perseguitava anche negli incubi, la notte. Tutti i passi da imparare a memoria; e siccome bisognava scivolar bene su un impiantito di mattonellacce di merda, mi toccava mettermi delle scarpe col tacco che mi facevano un male terrificante. A volte, salutata la mia ragazza, me le levavo in macchina e guidavo coi calzini; poi imparai a portarmi le scarpe di riserva. Non sono granché sveglio, a volte.

La mia ex andava bene; ma, a me, quei passi proprio non volevano entrare nella zucca. Una sofferenza, calcolato che ogni lezione durava più di due ore e il mio fisico non propriamente di libellula (e i miei piedini numero 47) non mi aiutavano. Eppure c'erano coppie di cinquantacinquenni dalle pance a mongolfiera che gl'ívano che sembravano unti. Mi ricordo la sete terribile che mi pigliava dopo un quarto d'ora; ogni scusa era buona per andare al cesso, dove mi seccavo la cannella tappandomi il naso dal puzzo di piscio che c'era, risudando tutta l'acquaccia bevuta in un battibaleno quando tornavo in sala. Uscivo fuori che sembravo un ecce Venturi.

Cionondimeno (mi son detto: "qui ci sta bene un 'cionondimeno', cazzo di Budda"), miràolo, dopo qualche mese quei passi maledetti m'erano entrati quasi tutti in testa. Una sera, non so come, cominciai a sentirmi bene. Fu quando, finalmente, mi riusci' di fare un giro di boogie-woogie senza sbagliare e a tempo. Fino ad allora era stata la mia tortura, ero rimasto l'ultimo a non averci ancora capito un cavolo (due passi gamb' sinist', giravolta e scambio, mezzo passo indiet' sinist', due passi gamb' dest' e si ricomincia), e quando Roberto e la Patrizia s'avvicinavano a guidarmi, facevo dentro di me dei propositi assai sinistri e mi sarebbe garbato di pigliàlli per le trombe del culo e mandàlli a fa' un bagno nell'Ema.

Ma quella sera mi riuscì; e nacque una specie di grande amore per il ballo. Un amore durato tre anni, morto quando finì quello per la ballerina. Succede. Non ho mai più ballato con nessuno, a parte con la vita. Con quella mi ci faccio ancora dei valzer, che in confronto quello di Vienna del primo gennaio sembra ir ballo der quaqquà. Ah, a proposito: alla Cascine del Riccio Dance School ho fatto pure quello.

Tre anni dopo, fine agosto del '92. Un matrimonio. Una cugina della mia ex. In Puglia, a Corato (Bari). La sera, il grande banchetto nuziale, palloso come pochi e, per di più, in mezzo a gente del tutto sconosciuta. Oddio, quella conosciuta non è che fosse meglio, dal paparino notabile socialista al cuginetto diciottenne che faceva il saluto romano. All'improvviso, mettono un tango. Mi è capitato quasi sempre di cominciar bene delle giornate e finirle di merda; quella volta fu il contrario. Una giornata di merda si trasformò in uno dei miei più bei ricordi. Ci si guardò negli occhi; "si va". E si fece un tango spettacolare. Dieci minuti senza fermarci, con tutte le figure e persino il casqué finale. Si volava! E, alla fine, gli sguardi sgranati e invidiosi di tutti quanti. Cazzo!

E poi, a banchetto finito, si prese la macchina e s'andò a Castel del
Monte. Alle tre di notte, davanti a quel posto meraviglioso. E c'era pure la luna piena. Non mancava nulla. Ci sentivamo felici e invincibili; ed è stata l'ultima volta. Tre mesi dopo era già tutto bell'e finito. No more dance.

Ci son ripassato di quando in quando, dalle Cascine del Riccio; ma mai il martedì sera. Per qualche tempo la scuola sarà andata avanti, chissà; ma Roberto e la Patrizia non li ho mai più rivisti. L'Ema puzza sempre; chissà se è sempre aperta la bottega di alimentari all'angolo, quella del Piazzini. C'è sempre anche la Casa del Popolo; o meglio, c'è la casa. Il popolo, invece, non c'è più. Devono essere tutti morti oppure, come si dice in Toscana, stanno poco bene.

I passi del ballo me li sono
dimenticati tutti; ci son voluti tre anni per farmeli entrare, e in tre minuti sono andati via. Tranne quello del boogie-woogie. Quello me lo ricordo ancora. E non me lo voglio dimenticare, cazzo; qualche volta me lo faccio da solo, in un corridoio. Due passi avanti gamb' sinist', giro e scambio (con l'aria, con il niente, con un fantasma), mezzo passo indiet' sinist'....

domenica 7 ottobre 2007

Il Natale è il Sette Ottobre


Sono appena tornato da una Piola. Che cosa sia una Piola lo sapranno sicuramente già tutti i famosi milioni di lettori di questo blog, quindi non mi ci dilungo; a chi invece si trovasse a fare il casual viandante in queste procellose plaghe, dico che si tratta di riunioni musicali, mangerecce e di varia umanità (e di ancor più svariate vicende) che si svolgono oramai da quasi dieci anni (la prima si tenne il 27 giugno 1999 a Bologna) tra i frequentatori, in senso molto lato, di un certo numero di luoghi "virtuali" (newsgroups e mailing list in primis; e, ora, di blog). Ne abbiamo fatte oramai a decine.

Ieri sera, per me, però era una Piola molto particolare. Ne avevo timore. Confesso candidamente che all'ultimissimo momento prima di partire avevo seriamente meditato di "dare buca", come si dice dalle mie parti. A un quarto d'ora dalla partenza, mi sono letteralmente forzato, quasi fatto violenza; ho messo due cose nello zaino e sono uscito fuori ad aspettare Tom Joad che mi venisse a prendere. Si doveva prima andare a casa dell'Eleonora, dove c'erano Franco, Enrica e il "Compagno Giovane" che reca un cognome che mi sta intrigando foneticamente (me lo sto ripetendo continuamente in testa, sillabandolo); siamo partiti con due macchine.

Siamo arrivati sopra Aulla, in un posto bellissimo, in una giornata stupenda e quasi calda. Ed io con in testa l'atrabile al posto del cervello. L'atrabile che non doveva e non poteva manifestarsi. Guai! Come tentare di farsela passare? Siamo in un ristorante che serve la specialità della zona, i panigacci. Una specie di tortillas calde servite con formaggio grattugiato, con pesto, con sugo di funghi, con salumi vari, con nutella e miele. Beh, mangiamoci su, Riccardo. Che altro fare? Mi sono fermato a quindici, quando gli altri saranno arrivati a quattro, cinque, sei al massimo. C'era poi un vinello rosso che diceva bevimi…e sono arrivati anche Alle Casappa e Sara, quegli splendidi due parmigiani, gli apostoli della birra Panil e…ma no, vai. Loro sono una coppia consueta, conosciuta, anche se si amano come ragazzini. Sono sposati. Sono quel che io non sono, che non mi riesce di essere. La vita che si è intrapresa, la strada che si è imboccata, hanno delle conseguenze. Inutile starci a ragionare sopra. Si cerca, e quando finalmente si crede di aver trovato…lei interviene e presenta il conto.

Eleonora, quella meravigliosa tizzona d'inferno, mi chiede cosa c'è che non va. Con lei non posso fingere. Nulla. Le dico onestamente che mi girano i coglioni. Mi domanda come mai; le dico di lasciare perdere. Non posso dire nulla. S'infila in una gabbia dove ci sono cinque cani da caccia, tre giovani e una coppia di vecchissimi basset hound. Lui quasi decrepito. Dorme. Lei si rotola, li coccola, li accarezza, li chiama "amore" con quel suo tono sempre ribelle e sfrontato. Vent'anni o poco più. Io guardo. Quarantaquattr'anni e poco più. Guardo chissà dove.

Dichiaro, quasi solenne e assai convinto, di voler fare una passeggiata per Sarzana perché bisogna che non mi fermi mai. Con squisita coerenza, appena arrivato al bed & breakfast Corte degli Ulivi, dove ci siamo sistemati tutti, crollo sul letto e mi addormento come un sasso, dopo fatta una doccia che definire una "DAC" è poco. Non un getto, ma un idrogetto a 150 atmosfere di acqua bollente. Una cosa rarissima in questo paese di docce striminzite, di gocciolìi insignificanti, di getti asfittici. E poi il sonno, mentre tutti gli altri sono fuori. Un sonno duro, senza sogni, nero. La morte nel pomeriggio, dalla quale mi risvegliano dei tuoni. La giornata bellissima si è trasformata in un temporale. Piove a catinelle. Bisogna partire per il locale dove si svolge la Piola Messicana organizzata da Andrea Parodi, visto pochi giorni prima sulle rive di un lago, pochi giorni prima che sembrano tre secoli.

Il locale, dove arriviamo sotto la pioggia, è sulla strada provinciale, o statale, che porta –credo- a Lerici. Un misto fra Messico e Irlanda e altre terre celtiche, i frijoles e la Gwenn-ha-Du bretone, le corde di chitarra rotte dagli artisti che vi si sono esibiti, le locandine, il palco. Eccoli tutti qui, i piolanti. Gli amici. C'è Max Larocca con la Claudia, c'è Franco, c'è Alberto Martino, ci sono Federico e un'amica, c'è Andrea Parodi con un bizzarro cugino arrivato su una Porsche assieme al figlio di Mario Poltronieri (il famoso ex commentatore RAI delle gare di Formula 1), c'è tutto il calore di questo mondo mentre un tizio alto e grosso con una felpa color vino vaga tra dentro e fuori senza sapere esattamente dove andare a sbattere. Fuori fuma, dentro guarda ripetendosi tutta la sequela delle famosi frasi: "E' dietro l'angolo", "Potrebbe essere qui", "Vai avanti" eccetera eccetera eccetera. Siate benevoli con questo tizio, che inoltre si rende benissimo conto di essere vagamente ridicolo come si è ridicoli sempre in queste circostanze. Non può neanche mancare il discorsetto molto impegnato: "Ma no, cavolo, va bene che l'abbandono è un'esperienza dolorosa, ma non è mica una grave malattia o la morte di qualcuno"….e tutti che annuiscono, che approvano, che magari pensano "Ma guarda quanto è forte". Sapessero quanto sono forte. Lo avrebbero visto dopo.

E si comincia a mangiare, e gli artisti cominciano a cantare le loro canzoni. Quante volte. Si cantano insieme, si fa casino, si cerca di convincere il Larocca a cantare "Le donne di Carrara", che non vuole fare. C'è un ragazzo sardo di diciannove anni, soprannominato Amsicora il guerriero, che s'è innamorato il giorno prima di una tizia che non lo caca o quasi. Allora il Venturi si trasforma in buon padre e si mette a ammannire consigli su consigli mentre il ragazzo lo guarda con aria impietosita dicendosi probabilmente: Ma questo qui chi l'ha sciolto. Si alza e ricomincia a vagare; si mette a chiacchierare con una ragazza qualsiasi, che gli racconta cinque minuti della sua vita. "Come ti chiami?" "Riccardo. E tu?" "Manuela". E vai. Momento di défaillance, ovviamente impercettibile; poi lei se ne va via col ragazzo, con il quale sta insieme da nove anni. Lei ne ha ventitré. Ci sta insieme da quando ne aveva quattordici. Mi ricorda vagamente qualcosa di lontano, di molto lontano, di talmente lontano da domandarsi oramai se non sia un sogno.

Le Piole, in fondo, sono sempre uguali. Quasi immutabili e eterne. Gente che canta, che mangia e che beve in locali sparsi in mezza Italia. Stanzoni, capannoni, porcherie più o meno saporite. Ci sono sempre le stesse persone che si vogliono bene. Ci hanno persino l' "inno ufficiale", la canzone Gli amici di Francesco Guccini. Ogni paio di mesi, rieccoci. Puntuali come un orologio neozelandese. Questo all'apparenza. Perché durante le Piole, è la vita che cambia sempre. La vita di ognuno di noi. E a volte cambia, o comincia a cambiare, per una banalità. Per un episodio insignificante. Un messaggio su un telefonino, ad esempio. Una borsa piena di formaggi. Oppure uno scalino. Fuori dal "Pegaso" di Arcola, La Spezia, c'è uno scalino. La vita comanda a Claudia, la ragazza di Max Larocca, di salire su quello scalino mentre io le sto davanti. Si butta, decisamente brilla; e io la piglio al volo. Così. Con la massima naturalezza. La tengo sollevata con un braccio solo. Ora, certo, è uno scricciolo; ma nel prenderla mi sento dentro una cosa strana. Una forza fisica che credevo di avere perso.

La gente guarda, e arriva Andrea Parodi; il quale non è uno scricciolo. Sono 80 chiletti buoni di cantautore emergente. Mi fa: "O Venturi, o vediamo se lo fai a me". Sale sullo scalino. Si butta. E io lo piglio al volo, tenendolo bello stretto. La gente fuori guarda, un tizio sussurra a un amico: Con questo è meglio non averci a che fare. E mi sento addosso una specie di Krakatoa che ha scelto quella sera per manifestarsi. Il Piano Quinquennale volge al termine.

Poco dopo riesco, e Alle Casappa mi segue; attraversiamo la strada e ci mettiamo un po' a chiacchierare. Mi parla di certi suoi amici a Parma cui ha fatto leggere Resurrezione, un buffo raccontino "probabile" con Piero Ciampi scritto un paio d'anni prima; sembra che giri sotterraneamente, che sia stato letto da persone di cui non ho mai sentito parlare, che ci siano sparsi per l'Italia dei tizi che sanno il mio nome senza sapere minimamente a chi corrisponda. Così decido di raccontargli come e perché veramente sia nato Resurrezione. Per una data che mi frullava in testa. Una data ripresa da una canzone popolare veneziana, Adio Venesia Adio. Il 18 di novembre. Me la ascoltavo e cantavo spesso quella canzone, nell'esecuzione del "Gruppo Pane e Guerra", i primi giorni d'agosto del 2005 a Friburgo.

Mi venne all'improvviso di scrivere una storia che si svolgesse il 18 novembre. Una cosa qualsiasi; l'idea seminale era una semplice data di calendario. Mi misi a scrivere la prima riga e bussò Piero Ciampi. Toc Toc. In tre minuti la storia era già tutta nella mia testa.

Piero Ciampi morì a Roma il 19 gennaio 1980. Risorse inaspettatamente alle cinque di mattina del 18 novembre 2005 a Livorno, alla vecchia stazione di servizio dismessa dell'Api (con Api si vola) in via dell'Antimonio; non c'era nessuno. Lo videro solo tre vecchi distributori arrugginiti, quello per la super, quello per la normale e quello per il gasolio, la tettoia che perdeva sempre più pezzi e il baracchino coi vetri sfondati che faceva da rifugio ai gatti della zona. Lo videro le erbacce tirarsi su mezzo intontito da un terrain vague che il comune aveva delimitato con il nastro di nailon bianco e rosso; aveva addosso una giacca marrone senza un bottone e dei pantaloni troppo corti, da acqua in casa. Spettinato lo era sempre stato; le scarpe ordinarie, coi tacchi; aveva sete. Una gran sete. E aveva anche fame, ma in sottordine.

Alle Casappa ascolta. Per mostrargli quanto gli voglio bene, mi metto a cantargli quella canzone contenente quella data:

El diciaòto de novembre,
una giornata scura,

montando in vaporèto
ghe n'ha fato ciapar paura…

Canto quasi forte, con un accento veneziano da fare talmente ribrezzo che, se lo sentisse Gualtiero Bertelli (che della canzone è stato il riscopritore e il bravissimo esecutore assieme a Luisa Ronchini), mi toglierebbe il saluto. Alle ascolta, con quel suo sguardo da casappa innamorata; poi torna dentro. Senza che nessuno se ne accorga, io mi metto a fare una corsa.

Una corsa. Fino a pochi giorni fa avevo il fiatone anche correndo per dieci metri. Mi faccio cento o duecento metri per la strada provinciale, senza pensare. Sento le gambe che vanno. Sento il fiato che tira, anche se in questi giorni sto fumando come un camino. Sento il sangue che ricomincia a scorrere. Ci avessi una bicicletta! Riprendersi la bici ed i vent'anni…

Poi torno dentro. Nessuno si domanda stasera dove vada ogni tanto. Perché lo sanno. Perché non dicono niente, e fanno come se niente fosse, ma lo sanno. Mi metto a sedere, e dopo un po'…Alle Casappa mi si mette in collo, mentre si canta e si beve. Nessuna ubriachezza, stasera. Sì, si beve. Ma voglio ricordarmi ogni cosa, senza che altri abbiano a dovermelo raccontare. Magari, fra un mese o fra un anno, potrei ricordarmene come l'inizio di una nuova luce, e non voglio avere davanti il buio. Mi alzo, lentamente, dalla sedia. Con Alle Casappa sempre in collo. Alle Casappa è magro, ma è bello alto; un 75 chili buoni sarà ben pure lui. Me lo tengo per un po'; poi mi rimetto a sedere, sempre tenendolo. Alle Casappa? Potrei sollevare anche un'automobile da solo, stasera.

Bisogna, in questa serata, in questa Piola uguale e diversa da tutte al tempo stesso, mettere un punto. Bisogna chiudere un periodo e iniziarne un altro. La cosa mi appare urgente, imprescindibile. Ora o mai più. L'occasione me la fornisce Andrea Parodi, invitandomi a cantare sul palco una canzone di Piero Ciampi. Eccolo, di nuovo, Piero. Si era presentato poco prima, là fuori; si presenta sempre nei momenti di cambiamento. Come a farmi da compagno di strada. Cerco di resistere. Non ci voglio andare, su quel palco a cantare una certa canzone. Perché si sa quale canzone canto, io, di Piero. Ne canto una che cinque anni prima, durante una Piola…

Vado di nuovo fuori. Amsicora, il guerriero sardo, mi segue. Gli dico: Ascolta, non mi venire dietro, devo stare cinque minuti da solo. Devo avere uno sguardo convincente; il povero ragazzo si blocca sulla soglia e torna indietro. Attraverso di nuovo la strada. E mi metto a cantare, da solo. Quella canzone lì. Quella canzone che poco più di cinque anni prima, durante una Piola a Livorno, in un momento in cui la vita mi era passata addosso, mi ero presentato a cantare sul palco dopo aver bevuto di tutto, dopo non avere più nulla. E' l'ultima cosa che mi ricordo prima di crollare. La avevo cantata senza ricordarmene il testo, come fosse un grido di vomito e di disperazione. Era stata l'inizio tragico dei cinque anni più belli della mia vita.

Torno dentro, e annuncio: sì, ci vengo. Mi fanno pure l'applauso di prammatica. Io che non sono un cantante, io che non so suonare niente, io che non so scrivere canzoni, io che la musica è una specie di chimera. Mi metto a sedere e mi avvicino il microfono chiedendo solo due minuti di attenzione perché voglio dire una cosa. Credo di ricordarmene così:

"Quella che sto per cantare è una canzone che ho già cantato, cinque anni fa, a una Piola. Io non so cantare, ve lo devo dire. La cantai perché mi era appena successa una cosa, chi c'era se ne ricorderà bene. Quando andai a cantarla avevo bevuto tutta una vita di barbera, come diceva Ivan della Mea. Non mi ricordavo nemmeno il testo perché ero troppo ubriaco. Stasera no. Sono bello sveglio. Fu l'inizio di cinque anni che sono stati bellissimi, gli stessi che si sono appena chiusi. La fine di un ciclo. E l'inizio di un altro. Vi avverto che non è una canzone allegra."

E l'ho cominciata a cantare, con Alle da una parte, e Federico dall'altra, alle chitarre. Mi hanno accompagnato in questo mio passaggio, con amore, e non saprò mai ringraziarli abbastanza. Davvero mai.

Il Natale è il ventiquattro,
non so più neanche contare,
la vita va così…

Ho una folle tentazione

di fermarmi a una stazione

senza amici e senza amore.

Mio fratello è all'ospedale,
sono giorni che sta male,
la madre non l'ha più…
Anche Pino è separato,
Elio al gioco s'è sparato,
mi sorprendo sempre più.

Io vado,
quando sono abbandonato vado in cerca di una donna,
senza danni,
Sento
quelle volte che non pago che rimane pure amore
per un'ora…

Ma il mattino mi consegna
Francescangelo drogato,
non mi conosce più…
Per vederci un poco chiaro
bevo un litro molto amaro,
sono dentro un'osteria.

Io vado,
quando sono abbandonato vado in cerca di una donna,
senza danni,
Sento
quelle volte che non pago che rimane pure amore
per un'ora…

Ma il Natale è il ventiquattro,
Gianna ha un cuore molto strano,
la vita va così…
Ho una folle tentazione
di fermarmi a una stazione
senza amici e senza amore.

E il Natale non è stato il ventiquattro, ma il sette ottobre. Il nuovo Piano Quinquennale. S'è cantata da sola, quella canzone. Mi rivedo, mentre sto scrivendo, abbarbicato al microfono, senza guardare la gente, a volte a occhi chiusi, con le prime e forse uniche lacrime di questi giorni. Poi è finita e sono sceso da quel palco. Mi sono rimesso a sedere e avevo saltato il fosso. Tom Joad che, con quella sua aria da Tom Joad, mi dice: "E menomale che non sapevi cantare, era da registrazione". Vaglielo a spiegare che, mentre la cantavo, ci avevo un'altra data addosso, il ventotto settembre. Proprio giorno in cui è nato Piero. E il giorno in cui a me finiva un sogno, con un microfono all'orecchio, davanti a un computer, sentendo una voce.

E la Piola è continuata, per un po', per un altro po'. Poi è finita, coi saluti, coi "Quando si fa la prossima". Già, la prossima. Senti un po', tu, carissima Nuovo Inizio. Ci vieni tu, alla prossima. Ci devi essere. Cosa mi stai dicendo? Che non ci conosciamo? Ma non diciamo baggianate, per favore. Noi due ci conosciamo da sempre. Quarant'anni e rotti di Nuovo Inizio. Fatti viva, e vieni. Io ci sono. Tu ci sei. Dietro il famoso angolo, no? E se tu avessi una faccia già nota? O se ce la avessi del tutto nuova? Chi lo sa. Però ci sei, e vieni. Si mangia, si beve, e si canta.



venerdì 5 ottobre 2007

In questo medioevo


La poesia che segue (che, tanto per cambiare, mi fu fatta a suo tempo conoscere da Franco Senia), è di Hans Magnus Enzensberger. Sulle poesie, di solito, mi astengo da giudizi "estetici", sebbene -in maniera del tutto ovvia- ne abbia, e parecchi, di miei personali. Preferisco invece dire: le parole che vi sono scritte sono importanti. Per me quelle che seguono lo sono state, fin da quando ho avuto modo di conoscerle. Talmente importanti da rientrare di diritto nel racconto di me stesso che sto eseguendo con questo blog dallo scorso 18 maggio; ed eccole.

Giovanni de' Dondi
1318-1389
di Hans Magnus Enzensberger

Giovanni de Dondi
per tutta la vita
costruì un orologio.

Un prototipo insuperato
per quattrocento anni
Un congegno multiplo
con ruote ellittiche e dentate
connesse a ingranaggi
e al primo bilanciere
una costruzione inaudita

Sette quadranti
mostrano lo stato del cielo
e le rivoluzioni silenti
d’ogni pianeta .
Un ottavo quadrante,
il meno appariscente,
indicava l’ora, il giorno e l'anno
AD. 1346.

Forgiata con le proprie mani
una macchina celeste,
inutile e ingegnosa come i Trionfi,
un orologio di parole
costruito da Francesco Petrarca.

Ma perché sprecate il vostro tempo
con il mio manoscritto
se non siete in grado
di eguagliarmi?

Durata della luce diurna,
congiunzioni dell'orbita lunare,
feste mobili.
Una calcolatrice e al contempo,
ancora e sempre, il cielo
D'ottone, d'ottone.
Sotto questo cielo
noi viviamo tuttora.

La gente di Padova
non guardava l'orologio .
Un putsch dietro l'altro.
Carri d'appestati rotolavano sul selciato.
I banchieri
pareggiavano il loro bilancio.
C'era poco da mangiare

L'origine di quella macchina
è problematica.
Un computer analogico.
Un Menhir. Un Astrarium.
Trionfi del tempo. Residuati.
Inutili e ingegnosi,
come un poema d'ottone

Non c'era Guggenheim a spedire
gli assegni a Petrarca il primo del mese.
De' Dondi non aveva un contratto
con il Pentagono.

Altre le belve. Altre le
parole e le ruote. Ma
lo stesso cielo.
In questo medioevo
noi viviamo tuttora.