mercoledì 11 giugno 2008

Quando il sonno se ne va, 1.



Quando il sonno se ne va, a volte è per colpa di canzoni. Non importa che siano "grandi" canzoni, possono essere anche canzonette qualsiasi che, il più delle volte senza nessun motivo, ti entrano in testa e si mettono a martellartela. Non ti ricordi un verso, una parola…e allora, alla fine, sbatti il cuscino in terra, tiri due madonne e ti alzi. Bisogna andare a cercare il testo, magari alle quattro di mattina, magari stanco morto; ma la canzonetta esige la sua notte. Sovente una cosa che viene dal passato, e che innesta ricordi ben precisi; così per la colpevole di questa notte, ed il termine "colpevole" è quanto mai adatto datone l'argomento stesso. Questo non è un blog di canzoni. Fanno capolino solo una volta ogni tanto, e così per caso. Però, chissà, anche una canzonetta senza pretese, che è pur sempre una storia, qualcosa da dire ce l'ha. Una cosa che, per un motivo o per un altro, si è rifiutata di andarti via dalla mente. Una cosa, poi, che nella sua canzonetta-senza-pretesità, ho sempre trovato del tutto, piacevolmente e indefinibilmente reminiscente di "Arsenico e vecchi merletti" e di quando l'assassino era il maggiordomo; ma stavolta, con tanto di "splash" e di cucù nella musica buffamente goticheggiante, il maggiordomo è il fedele complice. Per chi la volesse ascoltare, eccola su Daily Motion; è di un cantautore parigino nato nel mio stesso anno, che ha cantato anche la mirabolante storia d'amore fra un pipistrello e un ombrello e pure "Bella ciao" in italiano.
Curiosamente ha lo stesso cognome del famoso amante svedese di Maria Antonietta di Francia, quello da cui sembra essere partita la leggenda della "Primula Rossa".

MONSIEUR
di Thomas Fersen
1999

I passanti che incontra
Si levano il cappello,
Il cane gli lecca le mani,
La sua presenza rassicura.
Guardate quel bambino che strilla
Come lo soccorre,
E come aiuta il cieco
A attraversare la strada.
Nella pace del suo giardino
Coltiva le sue rose;
Monsieur è un assassino
Quando è depresso.
Strangola il proprio simile
Nel parco di Meudon
Quando è inconsolabile,
Quando ha il magone.
In barba ai vicini
Che lo trovano simpatico,
Monsieur è un assassino,
Io sono il suo domestico.
E archivio questo dossier
Sotto le rose canine,
Faccio un poco il giardiniere
E pure cucino.

Strangola il suo prossimo
Quando è in preda alla noia,
E poi, oplà! Dentro lo stagno
Sotto le ninfee.
E poi do una spazzatina
Sui luoghi del delitto
Dove lui non torna mai,
Neanche per far scena.
Senza destare sospetti,
Alle ore piccole
Rientriamo a casa,
Io sono il suo autista.

Ché con quell'aria anodina,
è un pazzo furioso,
Monsieur è un assassino,
Per lui è una cosa cronica.
Strangola il suo simile
Quando batte mezzanotte,
E io attiro il povero diavolo,
Al Bois de Boulogne.
Il cliente dentro una valigia
Con tanto di cappello,
Prenderà il treno per Venezia
E un po' di riposo.

Strangola il suo simile
Nel parco di Meudon
Quando è inconsolabile,
Quando ha il magone.
In barba ai vicini
Che lo trovano simpatico,
Monsieur è un assassino
E io sono il suo domestico.

Lo impiccherete, Monsieur,
E io perderò il posto,
Lo impiccherete, Monsieur
Ohimé! Tre volte ohimé!
Ma bisognava aspettarselo
E la prego, Vostro Onore,
Umilmente, di riprendermi
Come servitore.
E archivierò questo dossier
Sotto le rose canine,
Faccio un poco il giardiniere
E pure cucino.

giovedì 5 giugno 2008

Ho appena rischiato la vita. Resoconto da una tranquilla notte fiorentina di paura.




Care amiche, cari amici,

Anche per questa sera, per questa degradata sera d'un giugno piovoso, ho dovuto seriamente rischiare la vita qui nel mio quartiere fiorentino, in questo terribile Isolotto alle frontiere della civiltà.

Mi è successa una cosa terribile, e per colpa mia. Eppure me lo dico sempre, da fumatore incallito quale sono: Riccardo, le sigarette te le devi far finire di giorno. Almeno, con il dono della luce solare, le terribili orde di rom del Poderaccio, di rumeni di Mantignano, di albanesi di San Bartolo a Cintoja e di peruviani delle Cascine e di via Torcicoda, possono essere individuate e abbattute dalle speciali squadre della Polizia Municipale dotate dei più moderni armamenti; ma, quando calano la sera e poi la notte, il terrore si impadronisce dell'Isolotto. Il cocomeraio alla passerella delle Cascine appone i suoi quotidiani cavalli di Frisia e tira su le paratie antirapina, consegnando le fette da un'apposita feritoja. Intrepide ronde d'impavidi cittadini, sprezzanti del pericolo, percorrono le buje strade del quartiere. Nei giardinetti di via degli Agrifogli e del viale de' Platani si consumano orrendi stupri ai danni di incaute fanciulle italiane che hanno osato uscire da sole o col fidanzato; si sono avuti casi in cui, nome santo d'Iddìo, è stato stuprato pure il fidanzato, tanto che c'era. Coppie collaudate si sono sfaldate quando la ragazza, pur nell'orrore del momento, ha constatato che il fidanzato ci godeva pure, quel popo' di majale. Così non si può andare avanti. Siamo alla fine della civiltà occidentale. O all'occidente della civiltà finale. Scusate ma sono confuso.

Insomma, alle ore 22.40 di oggi 5 giugno 2008, ho finito le Diana Blé e, da autentico tabagista, non mi è rimasto che sfidare follemente la sorte e andare alla macchinetta situata al bar all'angolo con via Pio Fedi, distante ben 150 degradati & pericolosissimi metri da casa mia. Ogni volta che mi capita di farlo, esco con il cuore in gola. Indosso la mia tuta mimetica, imbraccio il kalashnikov e, nonostante tutto questo, ho una paura folle. Nel quartiere girano voci terribili su quella macchinetta; si parla di ignari fumatori di passaggio sgozzati senza pietà per essere rapinati di pochi spiccioli, e addirittura di un povero vecchio catarroso sventrato, ma non prima che avesse comprato due pacchetti di Stop che gli sono stati sottratti dal vilipeso cadavere assieme al resto dei soldi.

E così è andata. Superato l'ultimo avamposto della civiltà nella notte isolottina, costituito dalle rassicuranti luci della pizzeria "Da Cinzia", mi sono avventurato nel vialetto di uscita e poi nella terrificante via dell'Argingrosso.

Mi è passata davanti prima una lussuosa Mercedes con targa balcanica, letteralmente infarcita di bambini rapiti; sulle fiancate dell'automezzo, un cartello con scritto: Giro rapimenti delle 22. A quest'ora, quei dolci e innocenti bambini e bambine di Firenze saranno già state avviati a sordide tendopoli della periferia di Priština dove condurranno una miseranda vita di furti e di nequizie, non serbando più il ricordo di via Ciseri o di via Cecioni. Si sentivano echi di sparatorie sempre più vicine, e proprio mentre cercavo di ripararmi, ho inciampato nel cadavere della lavandaja mentre un assatanato gruppo di persone dalla pelle olivastra stava saccheggiando il negozio provvedendo anche a dare una lavatina a secco ai loro cenciosi & miseri vestimenti.

Alla fine, ho raggiunto la macchinetta. Ho infilato una moneta da due euro, ma non c'era nulla da fare: come sempre, quella maledetta non ne voleva sapere e risputava fuori il denaro. Naturalmente è stata manomessa dagli zingari, che così possono approfittarne per sorprendere il malcapitato; tanto più che, verso di me, stava avvicinandosi con fare minaccioso uno sconosciuto. Preso dalla disperazione, ho cominciato a tempestare la macchinetta di cazzotti, accorgimento che uso spesso unitamente a colorite bestemmie all'indirizzo del dio giudaico-cristiano; e proprio mentre lo sconosciuto era a pochi passi, clàc, la macchinetta ha deciso di erogare il pacchetto di Diana Blé con la sua voce metallica: Ritirare il prodotto o sceglierne un altro dlèn. Ritirare il prodotto o sceglierne un altro dlèn.

Troppo tardi.

Sono stato investito da un profluvio di contumelie in purissimo rumeno dell'ovest, del tipo : Brutto buhaiolo, ma che l'abbozzi di tirà cazzotti alla macchinetta, gesummajale, che con quelle mani 'e tu me la sfasci, accident' a tu' mà trojaaaaa.....!?!?!?

Era il barista.

Biascicando alcune scuse di prammatica, e adducendo a pretesto la paura occidentale, degradata e cristiano-.giudaica che mi attanaglia, ho dovuto promettere a quell'uomo di non farlo mai più, anche perché dalla giacchetta aveva cavato fuori un Usag 36 minacciando di usarlo contro la mia spaventata persona se mi ribeccava a cazzottargli la macchinetta; e di fronti a simili argomenti, non mi è rimasto che acconsentire urbanamente.

Ho preso il pacchetto e sono tornato a casa tremando come una foglia.

Le luci della pizzeria mi hanno accolto salvifiche. Mi sono barricato in casa sistemando, come di consueto, sacchetti di sabbia davanti all'uscio e decidendo per questa sera di ricorrere persino all'extrema ratio: una foto di Giuliano Ferrara ignudo, a mo' di disperato deterrente.

Ma d'ora in poi, le sigarette 'e gli anderò sempre a comprarle di giorno. Si sentono sirene nella notte tragica. Firenze sta morendo. Domattina la Quadrifoglio passerà a rimuovere le salme.

mercoledì 4 giugno 2008

Vox Populi, Vox (del) Sanguinis



In questo blog si parla abbastanza poco di musica, e per una scelta ben precisa. Lascio di solito parlarne chi ha maggiore competenza, maggiore "bernoccolo" e maggiore puntualità di quanto non ne abbia e non ne sia capace il sottoscritto; per questo, basta cliccare sull'elenco dei link a sinistra. Eppure, parlare di certa musica, e soprattutto di certe persone che la fanno, a volte rientra in modo preciso nella "dichiarazione programmatica": stare bene con poca gente e in pochi posti che si amano molto. Per questo, oggi, scrivo queste cose.

Le sto scrivendo sui e per i Del Sangre. Per degli amici, per dei compagni e anche per qualcosa di più; proprio oggi, sul loro sito, hanno reso liberamente scaricabile, interamente a gratis, il loro ultimo e bellissimo album, intitolato Vox Populi. Basta cliccare, e vi scaricate un capolavoro, senza nessunissimo "mezzo termine" (sia detto per inciso, a me i mezzi termini piacciono poco o punto). Di questo album completamente affidato alla diffusione gratuita via Internet parla compiutamente Franco Senia sul suo blog; e si tratta di una consultazione assolutamente necessaria, le "Note di copertina" di un album che di copertine non ne avrà mai. A suo tempo, sono stati i Del Sangre stessi che hanno chiesto a Franco di preparare quelle note, cosa che l'interessato ha fatto (o, per usare le sue stesse parole, ha provato a fare) unendo capacità e passione. Vale a dire esattamente quel che i Del Sangre fanno con le canzoni. Le "note di copertina" di Franco Senia sono, a modo loro, un'altra canzone dei Del Sangre.

Che cosa sia "Vox Populi", ovviamente, è spiegato sia nella breve introduzione presente sul sito della band, sia nelle "note" seniane. Dico solo brevemente per chi si imbattesse nei Del Sangre soltanto ora e per tramite di questo blog, che Luca Mirti e Marco "Schuster" Lastrucci hanno preso alcune canzoni popolari italiane, e poi hanno fatto una cosa. Non so se chiamarla "reinterpretazione", anche se personalmente non mi sembra il termine giusto. Una canzone "popolare" non è mai "reinterpretata", è soltanto fatta circolare. Nella tradizione popolare autentica, una canzone può presentare spesso variazioni assai maggiori di quelle che hanno compiuto i Del Sangre; preferisco quindi dire che Marco e Luca si sono messi sulla stessa strada, sullo stesso cammino della canzone popolare, e lo hanno seguito da par loro. Se c'è un'unica cosa sulla quale non sono d'accordo con Franco, è quando parla di "tradire la tradizione"; secondo me i Del Sangre hanno fatto tutt'altro che tradirla. La cosiddetta "tradizione" è in realtà una storia continua di reinterpretazioni, di modifiche, di interventi che poi si reimmettono in circolo. Al giorno d'oggi, solo per fare un esempio, i rarissimi cantori popolari scozzesi che ancora conoscono le antiche ballate, le cantano per lo più nelle versioni e negli arrangiamenti musicali compiuti da Robert Burns, da sir Walter Scott e da altri nel famoso Scottish Musical Museum. Al tempo loro, quei grandi personaggi fecero un'operazione niente affatto dissimile da quella dei Del Sangre.

Interventi come quello su "Maremma", ad esempio, non sono certo nuovi; costruire un testo originale attorno ad un ritornello "popolare" è un caso che si ritrova decine di volte nella "tradizione", e quel testo riscritto è divenuto poi autenticamente "vox populi". E' il caso, per citarne uno famoso, di Scarborough Fair. Ma è quello che scrive, precisamente, anche Franco Senia: Il canto popolare vive nelle sue varianti, e anche nelle sue interpretazioni e riscritture. Nella sua giustezza, questa frase contraddice da sola il presupposto "tradimento". Giungo a dire, pur nella mia particolare e oramai lontana formazione, che l'aderenza filologica, pur lodevole e utile, imbalsama il canto popolare, lo cristallizza, lo rende morto. Il canto popolare vive soltanto mutando continuamente come le immagini di un caleidoscopio.

Con il loro album, i Del Sangre compioni quindi un'emozionante operazione di vita. Qualcosa che, ora come ora, suona come un'opportuna, una doverosa bestemmia. Condannando magari questa band favolosa ai margini, ai localacci ancora fumosi perché a un certo punto le sigarette spuntano sempre fuori nonostante Sirchia, a un circuito sotterraneo. E' qui che la passione, quella vera, quella che non ha mai bisogno di ritornare perché non è mai andata via, si manifesta in tutta la sua magnificenza.

Non resta quindi che inforcare il mouse, cliccare e scaricare. E magari, perché no, diffondere. Con un ultimo "grazie" ai Del Sangre per le loro canzoni, per la loro musica, per la loro esistenza.




venerdì 30 maggio 2008

Nuove proposte per il festival di Sanremo: "Zingara 2008"



Pur essendo lontanissimi dall'annuale appuntamento col Festival di Sanremo, e rileggendo le relative & cospicue recensioni di Bielle su quello passato, mi pregio di sottoporre all'organizzazione della rassegna canora nazionale questa
modest proposal in piena linea coi tempi.

Correva l'anno 1969 quando Iva Zanicchi e Bobby Solo presentarono al Festival di Sanremo una canzone che ha successivamente fatto epoca, divenendo un vero e proprio evergreen. Sto parlando , naturalmente, di Zingara, scritta per la cronaca da Albertelli e Riccardi. Chi, tuttora, non la conosce?

Dal 1969 sono passati trentanove anni. Trentanove anni fa si poteva ancora parlare degli zingari in termini romantici, in una canzone: la zingara che legge la mano e che predice il destino, gli spasimi di un amore affidati alla sua previsione. Di più: si poteva immaginare una donna sensuale abbigliata dei tipici costumi di quel popolo; che, poi, più che tipici erano spesso frutto di un immaginario collettivo. Intendiamoci: non che, nel 1969, agli zingari si volesse bene; per tutti quanti rubavano, erano brutti sporchi e cattivi, e così via. Ma, almeno, resisteva quel po' di iconografia tardoromantica a base di vita libera ("vivere come uno zingaro"), di assenza di regole, di bischerate consimilari che un po' controbilanciavano le altrettante (e secolari) stronzate relative ai Romà. Che ancora non si chiamavano rom; erano "zingari" e basta, a Firenze zìngani (termine etimologicamente più vicino all'originale greco, Athinganoi -"intoccabili", "paria"- che rimanda alla loro antica origine indiana così come la loro lingua, il romanes, è imparentata da vicino col bengalese, con il gujarati e con lo hindi).

Insomma, il signor Albertelli e il signor Riccardi potevano impunemente scrivere, nel 1969, una canzone intitolata "Zingara" e farla cantare al festival di Sanremo da due big come Iva Zanicchi e Bobby Solo. Canzone talmente gradita, che quel Sanremo addirittura lo vinse, alla grande. Sbaragliando tutte le altre! Voglio quindi ricordarne il testo, a imperitura memoria d'un tempo che fu; e ve lo fo anche ascoltare da YouTube.

Prendi questa mano,
zingara,
dimmi pure che destino avrò
parla del mio amore,
io non ho paura
perché
lo so
che ormai
non m'appartiene.

Guarda nei miei occhi,
zingara
vedi l'oro dei capelli suoi.
Dimmi se ricambia
parte del mio amore,
devi dirlo
questo
tocca a te.

Ma se e' scritto che
lo perderò,
come neve al sole
si scioglierà
un amore.

Prendi questa mano,
zingara

(strumentale)

Ma se e' scritto che
lo perderò,
come neve al sole
si scioglierà
un amore.

Prendi questa mano,
zingara,
leggi pure che destino avrò
Dimmi che mi ama,
dammi la speranza,
solo questo
conta
ormai per me.

Oggi, anno di grazia, di antirelativismo, di famiglia & sicurezza 2008, la cosa sarebbe semplicemente improponibile. Se a qualcuno saltasse l'ùzzolo di scrivere una canzone romantica su una zingara, vale a dire su una rapitrice di bambini, una facitrice di degrado, una mangiatrice di vecchiette cristiane eccetera, correrebbe il rischio di essere linciato. Ma come rinunciare al revàivol di una bella canzone nell'epoca post-Jalisse?

Suggerisco quindi il presente piccolo rifacimento & adattamento della canzone ai nuovi tempi, che incontrerà maggiormente il favore dell'italica opinione pubblica oramai evoluta e maturata verso il IV Reich: ecco a voi Zingara 2008!

Brucio il tuo campo,
zingara,
dimmi solo che benzina vuoi,
poi brucio la monnezza,
pacchetto sicurezza
perché
lo so
che ormai
nulla mi tiene

Guardo la roulotte,
zingara
brucian bene gli occupanti suoi.
Gli altri son sgombrati,
sono sparpagliati
devo dirlo
questo
fa per me.

L'hanno scritto che
non vònno li rom,
e alla luce del sole
incomincerà
il pogròm

Brucio il tuo campo,
zingara

(strumentale)

E se pure il piddì
non vuole i rom
alla luce del sole
incomincerà
il pogròm

Il campo è bruciato,
zingara,
e se occorre, lo ribrucerò
ché sono italiano,
cattolico romano,
contro l'aborto
vo a votar
Giuliano.

giovedì 29 maggio 2008

Nuova topo(difogn)onomastica capitolina



Lo scorso 2 febbraio sono stato profeta. Avevo infatti proposto di intitolare via Fra' Silvestro Maruffi, a Firenze, dove si trova la sede cittadina di una certa organizzaziunciella di gggiòvani, a Mario Carità, noto torturatore nazifascista; e lo avevo fatto con una fittizia lettera dove lo stesso fra' Maruffi protestava dichiarando di non voler avere nulla a che fare con quei simpatici ragazzotti (che ora, per altro, hanno preso a imbrattare la città con manifesti dove si propaganda la loro Casaggì, centro sociale di destra [!!!!]. Ora che il neosindaco dell'Vrbe, Gianni Alemanno in Rauti, vuole intitolare una piazza ad un altro torturatore fascista e razzista, tale Giorgio Almirante, e che gli stessi ragazzotti della capitale già sembrano aver provveduto autonomamente a farlo, mi pregio di svggerire al podestà di Roma alcune nuove intitolazioni di strade, piazze, vicoli, larghi eccetera più consoni al periodo. Ogni proposta è corredata da brevi note biografiche stile stradale, redatte secondo il "principio Dell'Utri".

1) Viale Herbert Kappler
1907-1978
Eroico ufficiale germanico

2) Via Pietro Koch
1918-1945
Martire anticomunista

3) Largo Adolfo Hitler
1889-1945
Vive per sempre nei nostri cuori!

4) Piazza Junio Valerio Borghese
1906-1974
Se l'8 dicembre del 1970…

5) Vicolo Achille Starace
1889-1945
La versione con la vocale giusta

6) Corso Hermann Göring
1893-1946
Collezionista di opere d'arte e aviatore

7) Via del Triangolo Rosso dell'Emilia
NB. Sostituisce Via del Triangolo Nero di Dachau. Fa angolo con la nuova via Giampaolo Pansa.

8. Piazza gen. Rodolfo Graziani
1882-1955
Portatore di civiltà fra i negri

9. Sordido Angiporto Pietro Badoglio
1871-1956
Niente di più per quel traditore del Dvce!

10. Piazzale dr. Joseph Paul Goebbels
1897-1945
Creatore di giuste intuizioni mediatiche

11. Lungotevere della Notte dei Cristalli
9/10 novembre 1938
NB. Tratto del Lungotevere vicino a via del Portico D'Ottavia

12. Via Stefano Delle Chiaie detto Er Caccola
1936-
E' ancora vivo ma per lui si può fare un'eccezione

13. Corso gen. Augusto Pinochet Ugarte
1915-2006
Presente!

14. Via Bolzaneto
20-21 luglio 2001
Pagina eroica della storia italiana

15. Largo Giusva Fioravanti e Francesca Mambro
Famiglia italiana di sani principi morali

Reliquiae, reliquiarum



C'è una cosa, nella religione cattolica, che non so se mi fa più sbellicare dal ridere o inorridire. Parlo del culto delle reliquie; la tibia di San Giuseppe, il fegato di san Pantaleone, la ghiandola pituitaria di Santa Cunegonda, il piloro di San Ponziano e magari anche l'uretra di San Filippo Neri. Conservate in veneratissime teche di cristallo e offerte al culto de' fedeli; pezzi rinsecchiti di corpi umani, escissioni cimiteriali che, se praticate su salme non altrettanto sante, configurerebbero agevolmente il reato di violazione e vilipendio di cadavere.

Addirittura riesumazioni intere, come nel recente caso di quel povero Forgione Francesco da Pietrelcina, che, se un giorno si risvegliasse dal sonno mortale (essendo santo, può farlo, perdìo!) e si ritrovasse attorno quella massa accaldata e isterica di ragionieri di Pontebba, di callcenteriste di Afragola e di presentatrici di pentole di Borgo Valsugana, secondo me s'incazzerebbe non poco pretendendo di tornare in una normalissima e fresca tomba.

Scrivo questo perché trovo tutto ciò semplicemente disumano. Negare la quiete della morte, spezzettare corpi, escindere organi, esporre parti che sono state vive nella loro putredine secolare. Così mi viene a mente una storia accaduta all'Elba, ma stavolta tanti e tanti secoli fa. Nei cosiddetti "secoli bui" dell'alto medioevo.

Viveva allora all'Elba, in romita solitudine alle pendici del monte Perone, un sant'uomo che aveva deciso di fuggire i mali del mondo; si chiamava Mamiliano. Non "Massimiliano"; proprio "Mamiliano". Ancora adesso, all'Elba, e solo all'Elba, è un nome ancora diffuso; io stesso ho un cugino che si chiama esattamente così. Successe insomma che, dopo che la fama di santità di Mamiliano si fu diffusa per tutta l'isola, qualche paese incominciò a contenderselo per le benedizioni e per i miracoli. Perché, ovviamente, di miracoli ne faceva; faceva vedere i ciechi, raddrizzava gli storpi, faceva cacare gli stitici e restituiva la verginità alle figliuole che l'avevano data un po' troppo presto, diciamo verso i sette anni e mezzo vista l'epoca (siamo esattamente nel V secolo dopo nostro signore Gesù Cristo).

Accadde l'irreparabile: i cavatori di San Piero e Sant'Ilario, vale a dire i progenitori di Victor Hugo, pretendevano che il santo Mamiliano fosse "loro"; ma quelli di Marciana non sentivano letteralmente cazzi e già gli dedicavano chiese e cappelle pur essendo ancora regolarmente vivo e vegeto. Il problema era che il romitorio di San Mamiliano, che più tardi fu utilizzato da un altro eremita detto San Cerbone, si trova esattamente a mezza strada tra San Piero/Sant'Ilario e Marciana. Posto migliore per suscitare casini, il povero Mamiliano non poteva averne trovato; e poiché era in età oramai più che avanzata, già principiavano certi appetiti sulle reliquie.

Avere reliquie da venerare, ora come allora, non era soltanto questione di fede. La era anche di quattrini. Una bella chiesotta con il corpo tutt'intero di un santo (e non importava neppure che fosse stato nominato ufficialmente tale da Santa Romana Chiesa) significava: gente che veniva da tutta l'isola. E la gente che veniva da tutta l'isola, magari sciroppandosi giorni di viaggio a piedi o a dorso di mulo, significava mercato. Insomma, faceva un gran comodo.

Solo che Mamiliano, a un certo punto, si ruppe i coglioni. Santo e eremita d'accordo, ma era pur sempre un sampierese e i sampieresi erano fatti di coccio anche nel V secolo dopo Cristo. Un bel mattino, senza dir nulla a nessuno, li mandò tutti in culo e, con l'aiuto di un pescatore che aveva una tartana, si fece portare a Montecristo. La quale, allora, aveva un altro nome antico che non ricordo; "Montecristo" fu chiamata poi, e proprio per il numero di eremiti che vi si rifugiavano. Lì intese vivere finalmente in perfetta solitudine e in santa pace.

Un'isola che, per accidenti della storia, è rimasta com'era allora. Chi magari mi legge e di Montecristo sa solo per via del romanzo di Dumas, mi deve immaginare a guardarmela dalle coste occidentali dell'Elba, quando si staglia con la sua forma triangolare. Non ci ho mai messo piede.

Costernati, i sampieresi, i santilariesi e i marcianesi presero atto della fuga del loro santo e si dettero pace, magari nell'attesa del prossimo bischero che voleva viver di radici e di preghiera. Come se, poi, anche tutti gli altri, a quell'epoca, non campassero di radici e di poc'altro. Mamiliano visse ancora qualche anno a Montecristo nella pace del Signore, finché un bel giorno non s'accorse che sorella Morte lo stava chiamando. Ai santi, come è noto, non piglia mai un colpo secco; o muoiono squartati orribilmente, segati in due o crocifissi nelle posture più fantasiose, oppure la Morte li avverte. Essendo che in quel posto dimenticato non poteva essere squartato, né aveva volontà alcuna di automartirizzarsi, Mamiliano udì l'avvertimento; e gli prese un umanissimo desiderio di non putrefarsi all'aria aperta o in una grotta, magari smangiato dalle capre (numerosissime sull'isola ancora oggi). Si mise a far dei segnali di fumo, i quali furono visti dall'Elba.

Gli elbani capirono immediatamente; poiché a Montecristo c'era solo Mamiliano, e poiché costui faceva dei segnali, significava che stava per morire. E si gettarono sulle barche. I sampieresi e i santilariesi dalla spiaggia di Campo, e i marcianesi da Sant'Andrea e dalla Zanca, convergendo tutti quanti su Montecristo. Nel frattempo, San Mamiliano, che doveva avere un'agonia bella robusta, s'era costruito una zattera temendo che non facessero in tempo a raccattarlo vivo, e s'era pure messo in mare.

Quando infine, poco al largo di Montecristo, fu intercettato mentre chiedeva ajuto, accadde il patatràcche. Steso com'era sulla zattera, i sampieresi/santilariesi e i marcianesi credettero che fosse oramai morto; e intrapresero una vera e propria battaglia navale a remate e bastonate, per accaparrarsene le venerabili spoglie. E furono crani spaccati, denti maciullati, bracci mutilati, remi ficcati nel culo, manate a schioppagòta, voli in mare, pedate nelle pudenda e barche affondate. Nel bel mezzo della pugna, qualcuno vide che il morto si muoveva; aveva alzato un braccio. Risvegliato da tutto quel gran casino, il povero Mamiliano aveva assistito alla battaglia che quei fedeli cristiani s'erano data per assicurarsi il suo cadavere.

Ma non fece in tempo a protestare; accortisti che l'oggetto del contendere era ancora vivo, per un momento i combattenti s'unirono decidendo di risolvere la questione una volta per tutte, per poi ricominciare a darsele di santa ragione. Da qualche parte sbucarono un paio di remi, i quali furono opportunamente stiantàti sul capo del pover'uomo agonizzante, fracassandogli la còccia e rendendolo –alfine!- un ammasso di belle, fresche e succulente reliquie.

Come spesso accade tra persone ragionevoli, una volta raggiunto lo scopo si passò dalla lotta ai conciliaboli, e fu ben presto trovato un accordo. Perché continuare a ammazzarsi, quando si poteva tranquillamente prendersi parti uguali? E così fu. Una volta a riva, si procedette al sezionamento; a Marciana finirono le gambe e qualche coratella, a San Piero il tronco e a Sant'Ilario la testa. Tutte reliquie che, in gran parte, si son perse coll'incedere de'secoli; ma qualcuna, sparsa, se ne trova ancora in alcune chiese di San Mamiliano diffuse in tutta la parte occidentale dell'Elba. Un fosso e una frazione di Campo dell'Elba si chiamano ancora San Mamiliano; l'eremo alle pendici del monte Perone è però chiamato di San Cerbone, dal nome del successivo occupante.

Vicende di secoli oscuri, certamente. Ma pensate un po' se in un futuro, prossimo o remoto, a qualcuno pungesse vaghezza di fare uno spezzatino di Padre Pio!

mercoledì 28 maggio 2008

Quousque tandem?



Se intitolo questo post Quousque tandem?, è probabile che un milanese del cazzo, un pratese cenciopolitano col SUV o più semplicemente un italiano del dumilaotto –ché in questo modo dovrei aver già detto tutto- intendano che stia per parlare di biciclette. So' belli, alla domenica, tutti questi connazionali bardati come se fossero al tour de France, con attrezzature pagate migliaia di euri, tutti pronti a tenersi in forma, perché in questo paese la forma fisica ha oramai definitivamente sostituito la forma mentis.

E allora dico: fino a quando (quosque tandem) il milanese del cazzo, il pratese col SUV, coi loro necessari corollari di marcegaglie, di montezemoli, di sacconi, di cristiani allam e d'altre consimilari emorroidi sotto abusiva forma d'essere umano continueranno a pretendere, pretendere, pretendere? Ne scrivo ricordandomi, in questa serata come al solito qualsiasi, di una persona che ho conosciuto non molto tempo fa.

L'ho conosciuto al 118, dove presto servizio. E' un ragazzo albanese, di cui non farò ovviamente il nome perché –purtroppo e contro la mia volontà- ho dovuto imparare ad essere più prudente visto che l'italica imbecillità è sempre in agguato. Comincerò col dire che, oltre ad essere di una simpatia unica, questo ragazzo è pure di una bellezza straordinaria. Anche fisica.

Sento già le voci: poiché sono già comunista, negro, ebreo, zingaro, islamico e noggròbbal, mettiamoci pure che sono anche finocchio e non se ne parli più. Inoltre sono un mortale nemico dell'istituzione della famiglia (ricordo che in ungherese il termine per "famiglia", csalad, significava originariamente "orda") e con le reliquie di padrepìe ci farei lo spezzatino. Ma quel ragazzo è veramente bello; mi ci è capitato di fare qualche servizio e un turno notturno intero terminato alle sei di mattina, in una città ancora semideserta, a ragionare più o meno di nubi.

Parla correntemente: l'albanese (sua lingua materna), il fiorentino, il serbo, il rumeno ("lì il rumeno lo sappiamo tutti") e se la cava più che discretamente con l'inglese. Su questo potete farmi fiducia, perché –albanese a parte, ma la questione in questo caso non si pone- su tutte le altre lingue sono in grado di controllare e di esprimere un giudizio. Fa l'operaio edile. Vale a dire: sale sulle impalcature, e magari rischia di volare di sotto e di finire sul solito trafiletto e nelle indignazioni di dodici secondi del popolo che poi ricomincia immediatamente a pensare alle cose che contano veramente: gli europei di pallone, il grande fratello, riccardo scamarcio (detto "scarotten" in inglese).

Mi farebbe incazzare sul serio, se succedesse. Perché mi ha detto anche quanto cazzo gli danno al mese. A uno che, alle sei di mattina, mentre si sente in animo di fare pure un servizio volontario per della gente che, poi, magari gli dà di extracomunitario che ruba il lavoro agli italiani, si mette a ragionare di Filippo Brunelleschi quando dal ponte alla Vittoria si scorge la cupola del duomo all'alba. Faccio presente che sono arcisicuro che, allo stato attuale delle cose, il 96% dei fiorentini non sa neppure che la cupola sia stata costruita da Filippo Brunelleschi.

E allora, fino a quando dovranno prevalere l'ignoranza, l'imbecillità e la protervia di un "popolo" che all'improvviso si è scoperto padrone, ma in realtà padrone del nulla, soltanto perché dei delinquenti hanno giocato a farglielo credere per i loro sporchi interessi?

Fino a quando dovremo sopportare di avere perso quel po' di anima che avevamo, e guardate bene che non sono uno che indulge spesso all'uso della parola "anima"?

Fino a quando chi un po' d'anima, in mezzo alle intemperie, la ha conservata, dovrà sentirsi un paria?