martedì 22 luglio 2008

Opporsi al destino?


Opporsi al destino non si può. Il fato -dicevano gli antichi, e gli antichi hanno sempre ragione (saranno mica stati un po' fascisti, a volte?)- aveva la prevalenza anche sul volere degli dèi. Così, è inutile stupirsi più di tanto se, oggi, ci ritroviamo per l'ennesima volta il personaggio nella foto come "ministro", e anche come menestrello a base di "Robin tax" (questa l'origine della parola: ministrellus, "piccolo somministratore" o roba del genere; e, come si sa, le ballate di Robin Hood erano affidate giusto ai menestrelli). Sarebbe sufficiente conoscere almeno un po' gli antichi documenti dei nostri padri, come le primitive attestazioni della lingua latina.

Tra di esse ce n'è una che sancisce una volta per sempre il nostro fato. E' il cosiddetto Carmen Saliare, risalente con tutta probabilità al VI secolo a.C., che veniva intonato dal cosiddetto "Collegio dei Salii" nei mesi di marzo e ottobre, in onore della Luce. Il documento, tramandatoci in forma scritta da Varrone, era in un latino talmente arcaico che, in epoca repubblicana e imperiale, non veniva più compreso dai coevi. Era rimasta, come si dice, una formula rituale. Ma guardate come dice nel suo testo originale:

Divom parentem cante
Divom deo supplicate.
Quonne tonas, Leucesie,
prai tet tremonti
quot ibei tet dinei
audiisont tonase.

Letto? Ecco, allora capirete meglio il nostro fato quando vi dirò che il collegio dei Salii si sarebbe costituito in un'epoca antichissima per impedire il trafugamento di uno scudo sacro caduto dal cielo, che i Salii presero sotto la propria custodia. A tal fine fecero forgiare dal fabbro Mamurio Veturio undici scudi, e il dodicesimo di origine divina sarebbe rimasto mimetizzato tra gli altri. I Salii avevano il compito di proteggere il Tesoretto. Come non parlare di destino in questo caso?

E la stessa traduzione del "Carmen Saliare", pur incerta che possa essere, sembra confermare il tutto: si tratta di una primitiva forma di lode a Berlusconi!

Lui, padre degli dèi, cantate,
Inginocchiatevi davanti al dio degli dèi.
Quando tuoni, o signore della luce,
davanti a te c'è Tremonti
e quanti dèi nel cielo t'udirono tuonare.

Devo ancora convincervi? E non bastano certo le interpretazioni alternative, secondo le quali tremonti sarebbe la forma arcaica di tremunt, "tremano". E che importanza avrebbe, visto quanto tremano le nostre tasche di fronte alle grandiose iniziative del ministrellus? Senza contare che, ad ogni modo, a Sondrio, dove costui è nato (o risorto?) il suo cognome si dice, appunto, Tremùnt.

Insomma, già da millenni sta tutto scritto, e senza cambiare una virgola. Rassegniamoci.



martedì 15 luglio 2008

Maglia gialla



Lo vedete il signore con la maglia gialla? Non siamo mica al tour de France, siamo a Genova nel luglio di sette anni fa. Perugini, si chiama quel signore. Faceva il vicequestore. Ai questurini deve piacere chiamarsi con cognomi geografici, Perugini, Calabresi e roba del genere. E piace anche, a questi signori, pestare, bruciare, accanirsi su gente inerme a terra, fare i blitz nelle scuole, prendere la mira e ammazzare ultras nelle aree di servizio, sparare, manganellare. Ah, già, dimenticavo: il capo della polizia che c'è da un po' di tempo si chiama Manganelli. Quando si dice il destino.

Ieri, dicono, c'è stata una "sentenza". Sì, perché in questo paese ci sarebbe ancora chi si aspetta "giustizia" dallo Stato. Cosa di dovrebbe fare, in questi casi? Ridere o piangere? Un "processo" durato anni, dal quale è emerso che sì, a Bolzaneto e alla Diaz è stato tutto uno scherzo. Magari un po' pesante, ma uno scherzo. Ma quale torture! Si chiamano "abusi", casomai. Ma quale "macelleria messicana", tutto è stato ridotto al massimo a un porchettaro sull'Ostiense. E, suvvia, non venitemi a dire che non ve lo aspettavate. Ma cos'altro vi ci vuole, per convincervi che lo stato non processa se stesso, e che, quando finge di farlo, si sa fin dall'inizio come va a finire? Qualche annetto fittizio di galera tanto per dare un po' di belletto, la "procura" che si accontenta ("è stato riconosciuto che qualcosa di grave è avvenuto", all'anima!), gli "avvocati di parte civile" che esultano per i "forti risarcimenti" e perché è stato "riconosciuto l'abuso di autorità".

Di "sentenze" come queste ne abbiamo viste fin troppe, tutte uguali, tutte dello stesso tenore. Nel frattempo continuiamo a vivere nel paese dove i "familiari delle vittime" sono soltanto familiari di certe vittime, quelle buone, quelle sante come –giustappunto- quel commissario Calabresi per cui è stato fatto il francobollo, per cui stata proposta la beatificazione -suprema espressione del connubio inscindibile fra stato e chiesa, fra sbirri terreni e sbirri divini. E giù commossi libri del figliuolo del commissario, già diventati persino audiolibri letti dall'attore di grido. Ci sono poi le vittime che non si possono neppure nominare, quelle senza audiolibri, quelle invisibili. Vittime dello Stato e delle sue forze del disordine. Vittime che "potevano starsene a casa e non gli sarebbe successo niente".

Allora, basterà questo a convincervi a smettere di credere nella "giustizia" dello Stato? Oppure, alla prossima Bolzaneto, alla prossima Venaus, alla prossima Chiaiano ve ne starete sempre lì bel belli a attendere "fiduciosi" il processo, a sentire il procuratore disegnare scenari che tanto saranno cancellati dal "giudice"? Bisognerebbe davvero che vi riascoltaste un genovese, uno che sapeva parlare di giudici. "Oggi un giudice come me lo chiede al potere se può giudicare". E che questi abbiano il cuore troppo vicino al buco del culo, lo si vede sempre più chiaramente. E non importa neppure che siano nani.

Non si aspetti "giustizia" da chi giudica in nome di uno Stato terrorista. Non si deleghi più la propria azione. Si cessi di andare a spararsi in vena illusioni di democrazia a base di voti, partiti, parlamenti, istituzioni: quel che si ha in cambio sono manganelli, bastoni, sangue e morte. Una piazza ripresa vale più di qualsiasi finto processo del potere, delle requisitorie di qualsiasi servo, dei risarcimenti che puzzano di merda insanguinata. Una ribellione qualunque, un'aggregazione spontanea per dire "no", una nuova coscienza civile antitetica alle impronte digitali; questo è l'unico vero risarcimento che si può offrire ai ragazzi e alle ragazze presi a calci dalle maglie gialle, incarcerati, uccisi. Il definitivo rifiuto dello Stato è la definitiva ripresa della vita.

venerdì 4 luglio 2008

A che serve volare

Proprio non ce ne avevo voglia di mettermi a tavola a casa mia, stasera; c'era qualcosa che mi chiamava fuori, in queste giornate torride di veneziane abbassate, di aire acondicionado, di antizanzare e di Philip Dick. Ma di Philip Dick, dei suoi marziani e delle stimmate di Palmer Eldritch si parlerà un'altra volta, anche se nel mio tardivo amore per la fantascienza sono certo di aver terminato di leggere una delle cose più folli e più belle che mi siano capitate fra le mani.

Così, con la scusa di mangiare, me ne sono andato dal lampredottajo all'angolo fra via Simone Martini e via Livorno; passando rigorosamente per via dei Bassi, perché mi sono messo a adorare quel miscuglio di palazzoni e di casette antichissime che è questo bizzarro quartiere che sta diventando uno dei tanti luoghi in cui sono nato. C'è un piccolo spiazzato, al quadrivio; una baracchina, sedie di plastica. Alle dieci di sera di luglio è tutto quel parcheggiare di motorini e apecar, e sulle sedie una congrega d'uomini e birre. In questi casi mi metto nella mia posizione preferita, defilata, sotterranea quasi; ad un angolo a osservare, coi miei panini e il bicchiere di vino. Vino si fa per dire, perché non gli era rimasta che una bottiglia di lambrusco, e m'è toccato adattarmi; ma sul lampredotto non ci si bevono né l'acqua e né la cocacola.

Uno di quei siciliani segaligni, ossuti, che, se non fosse stato per la bassa statura, sarebbe parso Piero Ciampi nato e sputato. La stessa espressione, la stessa ubriachezza anche se a base di Ceres e non di vino. Parlava quella strana lingua dei siciliani trapiantati a Firenze da chissà quanto tempo, il siciliano con le "c" aspirate, inframezzando frasi per me del tutto incomprensibili ad aperture gridate ai suoi compari, siciliani o calabresi anche loro, le camicie sbottonate. Assieme a lui, il suo amore di cui stava raccontando la storia tra una birra e l'altra: una cagnetta, un cucciolo di cane lupo di nome Stella con un orecchio ritto e l'altro piegato, l'andatura goffa e un'attrazione irresistibile verso chi se ne stava lì a mangiare il panino. Ogni tanto se la prendeva in collo, Stella, e giù baci su baci; "la terrò con me finché campo", diceva. Poi la rimetteva giù, quei tre mesi o poco più di morsi al mondo, e di nuovo a dirigersi verso i mangiatori di panini. Tant'è che, in seguito ad uno sguardo eloquente di approvazione, le ho fatto cuocere un würstel, gliel'ho fatto spezzettare e mettere in un piatto di plastica e le ho fatto preparare un po' d'acqua da bere in una delle vaschette che si usano per metterci il lampredotto o la trippa. E il siciliano giù a carezzarsela con la bottiglietta di birra in mano, a dirle cose in cui non ci capivo nulla ma che, credo, si capivano benissimo; e l'amore è amore. Per un essere umano, per un cane, per un'idea o per un'illusione. Poca differenza fa.

Guardavo, perché mi piace guardare. Mi piace anche pensare che nessuno, in quel momento, sa che cosa mi stia passando per la testa. Nessuno sa che tornerò a casa entro pochi minuti e mi metterò a raccontarlo, e nessuno di loro probabilmente lo saprà mai. Mi piace immaginare d'aver fermato un momento e di averlo installato nel ricordo d'una qualsiasi serata d'un quartiere di periferia. E le periferie non sono facili, mai. Passa una madre con una bambina di sette o ott'anni che, chissà, voleva andare a fare una carezza alla cagnetta; la madre comincia a tirarle un ceffone, le dice che la deve smettere, che non la porterà più fuori, e giù una serie di manate quando la bimba si mette a piangere, ci sarebbero mancati soltanto i calci e i tackle scivolati per completare l'opera. Il gestore della baracchina s'azzarda a gridarle un ironico "complimenti, signora!", mentre la donna tira la bimba per il braccio per farle attraversare la strada. Nel frattempo, Stella si mangia il suo würstel, sovrana, piccolo cane in mezzo ai piccolissimi umani.

Un ragazzo che bercia al cellulare con la sua fidanzata, una storia di qualcuno che lei non deve più vedere, i "ma io fo quel che voglio" che si captano dall'apparecchio. E il siciliano che continua a carezzare la cagnetta, guardandola, guardandola. E' ora di pagare e di andarsene, perché i momenti è sempre bene non dilatarli. Riprendo la macchina, passando per un'altra serie di antiche case. San Bartolo a Cintoia, un borgo inglobato tra i palazzoni, ma rimasto com'era. Gli incroci con vecchie strade con le targhe bianche e blu, i nomi di tempi lontani, via dei Querci, via del Saletto, via della Madonna di Pagano. La casa del popolo aperta, e un gruppo di donne e di anziani con le sedie sul marciapiede, a chiacchierare. Procedo pianissimo, e non soltanto perché la strada è stretta. Mi metto a canticchiare la prima canzone che mi passa per la testa, A che serve volare di Roberto Carlos, che in brasiliano si chiama Por isso corro demais; e per la testa, di certo, le cose non passano quasi mai a caso. A che serve volare, appunto. Servirebbe andare piano, con lentezza, per via di San Bartolo a Cintoia e per la vita intera. Mettersi a pensare che c'è qualcosa, qualcosa che non vuole morire; anche in forma d'un salsicciotto dato a un cucciolo di cui un uomo mezzo ubriaco di birra è innamorato. Qualcosa con le sue bellezze, le sue bruttezze, le sue strade, le sue bottiglie, la sua infinita meraviglia qualsiasi.

domenica 29 giugno 2008

Prima vennero a prendere i comunisti (ma sbagliarono l'autore)



Il numero di ieri dell'Unità, quotidiano fondato nel 1924 da Antonio "Trottola" Gramsci (dato che il suddetto si rivolterà sicuramente nella tomba per l'eternità), presentava in prima pagina le notizie sul rifiuto, da parte dell'Unione Europea, della prevista ordinanza sulla schedatura, con tanto di impronte digitali, dei bambini rom in Italia. Su questo provvedimento pienamente nazista da parte del "governo" italiano non intendiamo dilungarci, anche perché –da certi sondaggi di un quotidiano "progressista"- esso sembra essere approvato a larga maggioranza anche dal relativo "popolo"; indi per cui vada in culo non solo il governo, ma anche il popolo.

Da un po' di tempo, l'Unità presenta, tra la testata e il titolo principale, una striscia rossa che dovrebbe contenere un pensiero, quasi sempre espresso in forma di citazione, più o meno in tema con l'argomento del giorno. E cosa c'era ieri? La famosa poesia "Prima vennero per i comunisti" eccetera eccetera. Quante volte la si sarà letta, in questi ultimi tempi? Certo, va detto, di occasioni non ne mancano per utilizzarla attualmente in questo paese. E' letteralmente dovunque: giornali, manifesti, blog. Oltretutto, eh, sarebbe nientemeno che di Bertolt Brecht; l'Unità di ieri riportava anche la data di composizione, il "1931".

C'è però un piccolissimo particolare che sfugge regolarmente a chi cita quei versi: che essi non sono affatto di Bertolt Brecht. Sembra ripetersi, in questo paese, la stessa bufala che portò alla famosa declamazione dei "versi di Neruda" in parlamento da parte di Clemente Mastella, quando diede inizio alla crisi del governo Prodi. Sono invece opera del pastore protestante tedesco Martin Niemöller (1892-1984), e presentano peraltro una storia controversa, al pari del suo autore. Il quale, all'inizio, aveva appoggiato Hitler per divenirne poi un fiero oppositore. Opposizione che, nel 1937, gli costò un periodo di imprigionamento, prima a Sachsenhausen e poi a Dachau. Fu esattamente lì che compose l'embrione di questi versi, che presentano peraltro numerosissime versioni e rimaneggiamenti.

La versione definitiva fu composta dopo la guerra, nel 1946; fu pubblicata per la prima volta nel 1955 in un libro di Milton Mayer, They Thought They Were Free. La versione inglese fu incisa in una lapide poi sistemata nello Holocaust Memorial del New England, come si può vedere nella foto che precede questo post. L'originale tedesco è stato musicato ed eseguito dalla Songgruppe Regensburg, discendente della corale proletaria di Regensburg che interpretò per la prima volta Die Moorsoldaten nel campo di concentramento di Börgermoor. E' inoltre alla base di una famosa canzone di Christy Moore, Yellow Triangle.

La "bufala brechtiana" sembra avere avuto origine nei paesi di lingua spagnola attorno agli anni '70 e si è diffusa rapidamente, ed esponenzialmente con l'avvento di Internet. In effetti, per smontarla basterebbero alcuni semplici ragionamenti: dai versi appare chiaramente che è stata composta da un internato, e Brecht non lo fu mai; scappò dalla Germania il 28 febbraio 1933, il giorno successivo all'incendio del Reichstag. Nella poesia si afferma chiaramente: "Io non ero comunista". Chi non era comunista? Bertolt Brecht? Vogliamo babbiare, direbbe il commissario Montalbano? Come poi l'Unità, ieri, abbia spostato la data di composizione al 1931, lo devono sapere solo i geni della sua redazione, dato che in quell'anno i nazisti ancora non erano al potere. Comunque sia, e come dubitarne?, la citazione della poesia apre anche la voce "Bertolt Brecht" su Wikipedia italiana, anche se nella relativa discussione finalmente qualcuno sembra essersi accorto dell'errore. Comunque sia, certo, restano i versi. I quali, ovviamente, continueranno tranquillamente ad essere attribuiti a Bertolt Brecht finché a qualcuno non verrà in mente di attribuire "A coloro che verranno" al povero Martin Niemöller, così per compensazione.

Del resto, eh, gli stessi versi, e persino nell'originale tedesco (Als die Nazis die Kommunisten holten) sono stati addirittura attribuiti in rete al sottoscritto, Venturi Riccardo. Non ci credete? Leggete qui! E se non siete convinti, leggete pure qui. Insomma, c'è il caso che in qualche numero dell'Unità del 2095, quando sarò morto e sepolto e il governo italiano varerà la legge sulla precipitazione dalla Rupe Tarpea degli omosessuali, mi vedrò citato nella strisciolina rossa sotto la testata.

sabato 28 giugno 2008

Pian di Bordiga



Domenica scorsa sono stato, assieme alla mia compagna, a fare un giro in cerca di un po' di fresco. Era una giornata torrida, come oggi del resto; ci siamo messi in macchina e mi è venuto in mente di andare verso Vallombrosa. A mille metri secchi di altitudine, in mezzo ai castagni e ai pini alti, certi di trovarci comunque mezza Firenze in fuga dalla calura (cosa puntualmente avvenuta); e così ci siamo messi in strada, non senza aver notato, al Girone, un termometro stradale, fuori dalla casa del popolo, fermo su quaranta gradi.

Per arrivare a Vallombrosa bisogna costeggiare l'Arno verso monte, passando Compiobbi, Le Sieci e Pontassieve. Poi si prende la statale 70 verso Pelago. E' una Toscana poco nota, quella; poco nota e stupefacentemente bella. Ed è anche qualche ricordo per me, qualche ricordo molto lontano. Lasciata la statale, bisogna deviare verso Tosi (si pronuncia con la "ò" aperta, "Tòsi"); un paese già a più di cinquecento metri di altezza, dove tenere i finestrini aperti cominciava a risultare decisamente gradevole. Abbarbicato a mezza costa, uno di quei "paesi del mobile" che esistono, o esistevano, da molte parti in Toscana. Ci sono ancora i mobilifici, c'era il mercatino domenicale, un vecchio a fumare fuori dalla porta. Non ci passavo più da vent'anni.

Ci passavo abbastanza spesso, invece, da bambino e da ragazzino. Sul sedile posteriore delle due 850 di mio padre (la seconda, beige, era "Special"), poi sulla 128 verde. Per andare a Pian di Melosa.

Pian di Melosa è già vicina a Vallombrosa, e sta già sui sette o ottocento metri. Ci andavo, e ci andavamo, perché una zia paterna, di nome Luciana come mia madre, aveva lì la "casa dell'estate"; uno di quei posti di cui non devo avere mai parlato. Eppure, guidando piano su quel pezzo di salita, mi sono riaffiorati visi, e persone. Tornare in un posto dopo vent'anni, neppure fosse all'altro capo del mondo; ma forse sarà perché all'altro capo del mondo, o qualcosa del genere, ci sono stato io. Sarà anche perché, in generale, Pian di Melosa era associato a domeniche in famiglia, e mi toccava andarci piuttosto riottoso e solo con la promessa che sarei potuto andare al bar a seguire la partita della Fiorentina per radio, quando c'era ancora soltanto "Tutto il calcio minuto per minuto" col secondo tempo. Bortoluzzi, Ameri, Sandro Ciotti e Provenzali, per intendersi.

Però, a volte, ci ho passato anche una settimana o dieci giorni di fila, a Pian di Melosa. Quando gli zii convincevano i miei a lasciarmi lì per qualche giorno. Allora mi faceva piacere, perché un nipote dagli zii ha qualche libertà in più. E così mi ricordo delle figure di quel paesino, che poi è una frazione del comune di Reggello; una sola strada, circondata da "terratetto", che sbocca in una piazza aperta, con poche villette. Attorno, il bosco e basta; e il bar "Da Gigino", tenuto da una vecchia coppia –Gigino, appunto, e l'Angiolina- e dal figlio, che si chiamava Pellegrino. C'era il biliardo eternamente occupato dai giocatori di boccette, ché in Toscana la stecca è roba da accademie cittadine che non mi riesce immaginare in preda alla legge Sirchia; c'era l'ordinanza che proibiva i giochi "d'azzardo" alle carte, tra cui la briscola e il ventuno; s'immagini quanto fosse rispettata, quell'ordinanza a bischero. C'erano dei ragazzi, pochissimi del posto e molti fiorentini in vacanza. E siccome mio padre le ferie le pigliava quasi sempre in luglio, quando tornavamo all'Elba, agosto spesso voleva dire Pian di Melosa.

Quanto avevo? Sette, dieci, tredici anni. Ho tre ricordi incancellabili di Pian di Melosa. Il primo è quando, per accidente, mi chiusi un dito mignolo nello sportello della macchina di mio zio Dino, che era ovviamente una Simca. Righeschi Dino, ex bigliettaio sull'ATAF, fedele alla Simca fino alla morte. Tre Simca 1000 –la prima, blu notte, era detta "La Poldina" - poi una di quelle "familiari", verde, che se n'è andata con lui nella tomba –mi verrebbe quasi da dire. Un dolore terrificante e una falange rotta. Il secondo ricordo è una vecchia del posto che aveva perso, non si sa per quale motivo, l'uso della parola; tranne che per una sola espressione, "Oh Dio, Dio, Dio, Dio!". Riusciva a dire solo quello, ma col tempo doveva avere sviluppato una specie di linguaggio modulato elementare. Modulando il suo "Oh Dio, Dio, Dio, Dio!" arrivava ad esprimersi e farsi capire. Mi ricordo di una volta che era arrabbiata nera, e che berciava il suo "Oh Dio, Dio, Dio!" a novecento decibel; quando mi incontrava, però, mi faceva sempre la carezzina e un sorriso, e un "Oh Dio, Dio, Dio" decisamente dolce. Non so neppure come si chiamasse. Per me è "Oddìo Oddìo". Sarà morta e sepolta, ché era già vecchia quand'ero un bimbetto.

Il terzo ricordo, me lo sono ritrovato fermandomi a Pian di Melosa, dopo vent'anni, e entrando nel bar che si chiama sempre "Da Gigino". Solo che Gigino non c'è più, e nemmeno l'Angiolina, e nemmeno il figlio Pellegrino. Non c'è più nemmeno il biliardo, ma una TV al plasma dove rombavano i motori del gran premio di Formula 1, e di quello di motociclismo poi. Quella è una cosa rimasta; il bar Gigino era un tempio del dio Ferrari, e mio zio Dino ne era uno degli apostoli. Abbonato a "Autosprint" fin dal primo numero. Mi sono ricordato che in quel bar ho visto per la prima volta nella mia vita la televisione a colori; erano le trasmissioni sperimentali dell'estate del 1976, durante le olimpiadi di Montréal. Sono una cosa incredibile, i ricordi. Dopo trentadue anni mi è tornata alla mente l'immagine precisa, la partenza di una gara di atletica leggera, i colori ancora violenti, le discussioni tra la scelta del sistema PAL e del SECAM francese. Mi ci sono abbandonato per due minuti.

Poi ce ne siamo andati via. Le ho telefonato, alla zia Luciana, per dirle dov'ero in quel momento. Mi piace pensare che le abbia fatto piacere.

Poi, rimontando in macchina per andare a Vallombrosa, mi sono accorto che a Pian di Melosa c'era qualche strada nuova. O meglio, alle stradine di campagna sul lato destro della provinciale avevano dato un nome; prima non lo avevano.

C'era una via "John Milton", a Pian di Melosa. Accidenti, il paradiso perduto! E c'era, facendomi strabuzzare gli occhi, una via "Amadeo Bordiga". A Pian di Melosa. Non ci sono né Togliatti, né Lenin, né Berlinguer; ci hanno messo Amadeo Bordiga.

lunedì 23 giugno 2008

Il Passo della Morte


Trambusti, da queste parti, è un cognome comune; quando lo si sente, almeno nelle menti delle generazioni non recentissime, si pensa poi immediatamente al vino. "Chianti Trambusti", che esiste peraltro tuttora, col magazzino in via Pistoiese.

Scrivo così perché, in realtà, non so nemmeno da dove cominciare. Perché questa è una storia che non conosco, che nessuno mi ha raccontato a voce, che non ho mai sentito coi miei orecchi. L'ho letta qualche tempo fa in alcune scarne righe del saggio di Gianantonio Stella, L'Orda – quando gli albanesi eravamo noi. Righe riportate anche da un paio di siti, e che ho trovato quando sono andato a cercare qualcosa di più per raccontare una storia, una storia di gente più o meno comune, come recita la frase introduttiva di questo blog. Nulla da fare. Soltanto alcuni scarni dati, e un nome.

Quando gli albanesi eravamo noi. Albanesi, e rumeni, e chissà cos'altro. Quando eravamo anche zingari; una delle più famose canzoni di emigrazione italiane, Trenta giorni di nave a vapore, dice letteralmente: in America ci andremo coi carri degli zingari. Non ha avuto la fortuna che meritava, quel libro di Gianantonio Stella; troppe cattive coscienze smuove. Troppe storie che, al giorno d'oggi, si vogliono dimenticare. Oppure liquidare con la lontananza nel tempo. Oppure, ancora, ponendo "paragoni" tra il bravo emigrante italiano che "con l'industria costruisce paesi e città" e il cattivo emigrante d'ora, che porta soltanto delinquenza, prostituzione, stupro, sporcizia.

Di questa storia, o non-storia, so che è avvenuta l'altro ieri. Nel 1962. L'anno prima che io nascessi. Proprio ieri pomeriggio sono passato da Bagno a Ripoli; ora una cittadina attaccata a Firenze, cittadina di villette e benessere, di territorio ben adatto al "Tuscan dream", qualche piccola industria, le seconde case dei cittadini e, spesso e volentieri, anche le prime di ex fiorentini che si sono trasferiti là per sfuggire magari al "degrado". Davvero carina, Bagno a Ripoli, nulla da dire. Con le sue frazioni immortalate persino da un pittore del calibro di Ottone Rosai. Un suo affresco, "Case di Villamagna", del 1935, si trova dentro il bar Chef Express della stazione centrale; e quel paesaggio, tutto sommato, lo si può vedere ancora. Villamagna è nel comune di Bagno a Ripoli.

Come immaginarsi che, ancora nel 1962, da Bagno a Ripoli si potesse partire per fame? Il secondo magro dato di questa storia. Il nome. Mario Trambusti, di anni 26. Un nome che ora non si sentirebbe più, chi chiama ancora "Mario" un figlio. Si chiamerebbe, chissà, Jonathan Trambusti, o Samuel Trambusti, o Vanessa Trambusti se fosse una femmina. A quei tempi succedeva invece che una mia cugina coetanea trovasse difficoltà nel parroco perché i genitori la volevano chiamare Barbara. "Barbara non è un nome cristiano", disse loro.

Mario Trambusti faceva il panettiere. Racconta Stella che aveva un negozietto a Bagno a Ripoli che non gli permetteva di tirare avanti. Dovevano essere ancora i tempi, nel 1962, in cui di quei piccoli forni ce n'erano uno ogni duecento metri, tutti con la stessa vita dura e magari senza impastatrice meccanica, ché la luce elettrica costa un subisso. Tempi già di Rai tv, di telefono, di automobili. Tempi che, sovente, ancora si sente chiamare di miracolo economico o di boom. Di cui si parla con rimpianto. Tempi in cui un panettiere di ventisei anni doveva ancora partire da Bagno a Ripoli, come un cane, per cercarsi una vita altrove senza nulla in tasca.

Partendo magari nella notte dopo aver cercato una via per andare dall'altra parte. L'altra parte era la mèta di tanti italiani, e di moltissimi toscani e fiorentini. La Francia. Da Firenze, poi, era probabilmente il paese più emigrato di tutti, i fiorentini –nonostante Antonio Meucci- in America non ci andavano tanto volentieri, e neppure in Australia. Magari in Argentina. Ma quando stavo a Bruay Sur l'Escaut, un'officina vicino a dove abitavo recava il nome di "Giotto Bardi". Il titolare non parlava più neanche mezza parola di italiano, ma il padre veniva da Scandicci. Quando il figlio vide la mia vecchia Tipo targata Firenze, che reggeva l'anima coi denti e che in quelle plaghe è rimasta poi a sfasciarsi, mi fece passare avanti a tutti.

Si dev'essere diretto verso Ventimiglia, Mario Trambusti, panettiere di anni ventisei nel 1962, con un biglietto di terza classe, o qualcosa del genere. Verso un posto che era usato dagli emigranti clandestini italiani fin da decenni prima, i sentieri dietro la Valle dello Stura, alla frontiera del Col di Tenda. Un luogo talmente impervio, da essere chiamato Passo della Morte. Già nel 1922 un deputato italiano, Stefano Iacini, aveva denunciato che "ogni notte sono decine e decine, per non dire centinaia, gli operai che passano in Francia clandestinamente"; nel primo dopoguerra si arrivarono a calcolare circa duecento clandestini al giorno. Un traffico organizzato, con tanto di guide; e non si trattava soltanto di operai o comunque di carne da lavoro. C'era anche la carne da sesso, ragazze italiane abbindolate nei porti (specialmente a Napoli, Livorno, Messina) e spedite clandestinamente in Francia e in mezza europa a fare le puttane con la promessa di qualche bel lavoretto sicuro. Ricorda nulla, questa cosa? Magari, che so io, l'espulsione delle prostitute? E c'erano anche i bambini, letteralmente venduti per diventare schiavi nelle vetrerie francesi, sgobbando quindici ore il giorno "in cambio di un pezzo di pane duro, di una minestra immangiabile condita col sego, alla domenica un bicchiere di vino cattivo e salsicce o altra carne putrefatta, cinque per letto, brulicante di insetti." (dalle relazioni di Lionello Scelsi, diplomatico italiano, console a Lione).

Il Passo della Morte. In realtà, di "passi della morte" ce n'erano diversi. La Valle dello Stura, ma anche la Valle della Roya, il Piccolo S. Bernardo, il Chemin de Rochemolle in Savoia, la "Fenêtre Durand" e altri. Mario Trambusti era in quello della Val di Roya, appena sopra Mentone. Sentieri abbarbicati a quelle montagne da paura, e tuttora utilizzati da curdi, rumeni, magrebini. Probabilmente utilizzati nei due sensi, però, ora. Allora no. Il senso era unico. Si partiva, magari da Bagno a Ripoli, da una Bagno a Ripoli del 1962, da una Bagno a Ripoli dove un ventiseienne del 2008 si pone come problemi il Nokia di ultima generazione o le vacanzine alle Maldive con la fidanzata, per andare a schiantarsi giù dal Passo della Morte. Quel Passo dove sono morte, dicono, duecentocinquanta persone. Ognuna con un nome e un cognome. Mario Trambusti fu l'ultimo clandestino italiano che vi morì, volando di sotto da una spaventosa parete di roccia dopo aver messo un piede in fallo. Lo trovò tale signor Ferdinand Delrue, che aveva portato il cane a pisciare nel giardino della sua villa proprio ai piedi del costone; Mario Trambusti, da Bagno a Ripoli, anni 26, panettiere, gli era venuto a cascare proprio in casa. Era la mattina del 1° gennaio 1962.

Non posso immaginare altro e forse ho immaginato già troppo. Mi viene da pensare ai nomi. Tutti avranno presente i titoli dei giornali: 150 clandestini annegati nel Canale di Sicilia. Clandestino trovato morto nel cassone di un TIR. Clandestini. Persone. Con dei nomi. Cognomi. Persone. Esseri umani. A Mario Trambusti è stato perlomeno riservato un barlume di memoria, la stessa memoria che abbiamo perso vomitando cibi confezionati, oggetti inutili, pance gonfie che hanno sostituito il pane e la fame. La fame è brutta e nessuno vorrebbe tornare a farla. Ma l'antico affamato che ora sputa addosso all'affamato attuale, invocando leggi, "legalità" e tolleranze zero, meriterebbe di tornare, come individuo e come collettività, a schiantarsi giù da un Passo della Morte, una mattina di gennaio, nella più totale solitudine pari solo al disprezzo che lo avrebbe atteso di là dalle montagne.

mercoledì 11 giugno 2008

Quando il sonno se ne va, 2.



Quando il sonno se ne va, magari per una canzone, te ne vengono a mente delle altre. Sono le quattro e cinquantasette di una notte di giugno, e sta per arrivare l'alba. Silenzio. Gli uccelli. Mi è venuta a mente questa, che invece credo sia una grande canzone. La conosco da una vita e mezzo, ma come mi è successo spesso, avendola ascoltata da ragazzo su una cassettaccia senza nomi, a lungo ho ignorato chi la cantasse. Poi, tempo dopo, ho scoperto che era un gruppo irlandese, i Planxty. In seguito ho scoperto che nei Planxty cantava tale Christy Moore, e ancora dopo che la canzone la aveva scritta talaltro Norman Blake. Ne hanno fatta di strada per diventarmi nomi noti, e volti, e altre canzoni; ma andrà a finire che, questa, sarà sempre legata a sogni provenienti da una musicassetta arancione scassata.

Parla di una ragazza che si innamora di un pistolero, e parla di amore. Di quello "che non conosce ragioni", che non gl'importa di nient'altro. Fatta apposta per un diciassettenne e mezzo. Lui viene ammazzato, lei lo ama per sempre. Nel mezzo c'è la "fredda giustizia", e in quest'alba voglio proprio dirlo che la legge e l'amore saranno sempre nemici mortali, e che l'amore è, o dovrebbe essere, un fuorilegge naturale, un
outlaw. Vabbè. Di Norman Blake, l'autore, dico che è nato a Chattanooga, nel Tennessee; e nonostante le vecchie ironie di Guccini, no, non è per nulla la stessa cosa che essere nato a Sant'Anna Pelago provincia di Modena. Ha avuto a che fare, non mi ricordo se suonato assieme o che altro, con Bob Dylan, con Johnny Cash, con Kris Kristofferson. Ma la cosa che più mi piace di Norman Blake, oltre a questa canzone che ho nella pelle e nel cuore, è che è cresciuto in un posto che si chiama "Sulphur Springs", "Sorgenti di Zolfo".

Christy Moore racconta che, quando la sentì per la prima volta cantare in un pub di Cork, in Irlanda, da Noel Shine, oltre a innamorarsene subito pensò che una cowboy song in un pub irlandese non l'aveva proprio mai sentita. Su YouTube si trovano due "versioni artigianali" cantate e suonate da sconosciuti, questa e questa; e resta meravigliosa lo stesso.

TRUE LOVE KNOWS NO SEASON
L'AMORE VERO NON CONOSCE STAGIONE
di Norman Blake


Billy Gray arrivò a Gantry tornando da dov'era, nell'83,

là incontrò per la prima volta Sarah McLane,
rosa selvatica del mattino, pallido fiore dell'alba,
quel giorno scagliò la primavera nella vita di Billy

Sarah non sapeva vedere quanto lampante era la realtà,
ai suoi giovani occhi Billy non aveva alcuna macchia
poiché non sapeva che il suo amato era un pistolero
ricercato a Kansas City dalla legge

Poi, un giorno, un uomo alto arrivò dalle Badlands
che stanno a nord del New Mexico
per caso fu sentito dire che cercava un certo Billy Gray,
un ricercato e un pericoloso fuorilegge

Billy lo venne di straforo a sapere mentre dormiva sodo
all'albergo del Clarendon Bar,
corse alla vecchia chiesa appena fuori dal paese
pensando di nascondersi nella guglia del vecchio campanile

Ma gli arrivò una fucilata e cadde faccia a terra
nella polvere della strada, dove giacque morto
Sarah corse da lui maledicendo lo sbirro,
la povera ragazza non intese ragioni, lo avevano ammazzato e basta

Sarah vive ancora nella vecchia casa bianca di legno
dove per la prima volta aveva incontrato Billy quarant'anni prima
ma la rosa selvatica del mattino è appassita assieme all'alba,
lunghi anni son passati e ogni giorno è stato un giorno di pena.

E scritte sulla pietra dove a lungo hanno soffiato venti carichi di polvere
ci sono ventuno parole che dicono alla gente che passa:
"L'amore vero non conosce stagione, buon senso o ragione,
la giustizia è fredda come la terra della contea di Granger."

"L'amore vero non conosce stagione, buon senso o ragione,
la giustizia è fredda come la terra della contea di Granger."