martedì 24 marzo 2009

Prào deve chiudere (Atto secondo)


Atto secondo: sì, perché, a Prào, evidentemente, un solo atto non basta. Non sono bastati i (quasi) giornalieri piagnistèi dalle colonne polipartisan di mezza stampa regionale e nazionale: dal “Tirreno” (che passa per essere di “sinistra”) alla “Nazi/One”, dal “Giornale della Toscana” fino a tutti i quotidianelli del gruppo “Poligrafici Editoriale”, quello che pubblica anche il “Piccolo” che persino i non propriamente sinistrorsi triestini chiamano affettuosamente “il Bugiardello”.

Stavolta, il praèse d'ordinanza è riuscito a esportare i piagnistèi persino da Michele Santoro. Sapete, il Santoro, quello che un tempo voleva “servire il popolo”, quello che cantava “Bella Ciao” con la sua voce che -decisamente- non ricorda quella di Lauri Volpi o di Di Stefano. Insomma, alla sua trasmissione “Annozero” è magicamente comparso nientepopodimeno che l'imprenditore praèse, non sappiamo se invitato o autoinvitatosi. E qui, prima di procedere, è necessario fare una doverosa precisazione.

Di questo 'mprendihòre, che per la crònaha si chiama Renato Cecchi ed è il padrone (anche se lì lo chiamano, chissà perché, patròn, della Santo Stefano), è stata riportata un'affermazione, precisamente dalla “Nazi/One”. Ora, chiunque conosca il blob giornalaro rappresentato dal “Quotidiano Nazionale” (QN) di cui la suddetta testata, assieme al “Giorno” e al “Resto del calzino Carlino”, è una componente, sa bene che qualsiasi cosa ivi riportata ha la stessa concretezza e credibilità dell'arsenale nucleare di Saddam Hussein e delle sue arcinote armididistruZZionedimassa. Comunque, l'articolajo della Nazi/One menziona la frase che segue, la quale sarebbe stata pronunziata dall'imprenditore in questione, che ci pregiamo di tradurre nel praèse in cui senz'altro è stata eventualmente concepita:

'E s'è alla 'hanna d'i' gàsse, 'e s'è disperahi. E la 'horpa 'e gliè de' governanti che c'hanno venduto alle Logihe d'i' Commercio.

Ripetiamo: non avendo visto la trasmissione, poiché la televisione è MERDA, si deve prendere la cosa con le molle; certo è che se il Cecchi Renato entrepreneur si fosse fatto scappare di bocca una mostruosità del genere, Prào non solo dovrebbe chiudere nonostante le bandierone itagliane da record, ma dovrebbe essere fatta chiudere a colpi di bomba al neutrone. Ve lo immaginate, voi che eventualmente leggete questa cosa, un “imprenditore” che accusa dei non meglio precisati “governanti” di aver la colpa di “vendere alle logiche del commercio”? E di che cosa dovrebbe essere fatta, una qualsiasi attività imprenditoriale, se non di “logiche del commercio”? Di beneficienza? Di fede, speranza e carità?

Peraltro, le “logiche del commercio” in salsa praèse sono notissime e ben utilizzate; e, nonostante la disistima che nutro verso governi e governanti in genere, qui non mi sentirei proprio di attribuire a costoro i fondamentali demeriti della distruzione in corso del distr(u)etto tessile pratese. Distruzione che dev'essere attribuita in toto alle politiche demenziali, egoistiche, antisindacali, meschine e fratricide che ho sempre visto porre in opera da quelle parti; e pur non essendo granché quanto a preveggenza, sono anni ed anni che m'aspettavo un botto del genere. Non solo: mi aspettavo il botto e mi aspettavo anche i relativi piagnistèi contro governanti, cinesi, sindacati e chi più ne ha, più ne metta.

Si noti bene fra le altre cose: gli attuali piagnistei contro i governanti sono fatti rigorosamente e scrupolosamente senza nomi né cognomi; naturalmente, se al governo ci fosse stato ancora il Mortadella, i nomi e i cognomi si sarebbero sprecati (visto che il Mortadella aveva colpa anche dell'11 settembre, delle fosse di Katyn, dell'attacco a Pearl Harbor e del proditorio passaggio in armi del 38° parallelo). Poi ci sono gli ovvi cinesi; a tale riguardo, si deve notare come la cosa sia stata immediatamente “adottata” dall'etrusca destrònzia che vede qui un'ottima occasione per il tanto agognato ribaltone (e che invece, oso ipotizzare, lo prenderà nuovamente nel kiùlo -com'è giusto che sia).

Mi è capitato, una mattina in cui per indisponibilità della mia scassata autovettura ho dovuto svenarmi per affrontare un viaggio in taxi, di beccare giustappunto un tassista de derecha che era sintonizzato con l'autoradio di bordo su “Radio Studio 54”. Ospite era il sen.(zavergogna) Achille Totaro, un tizio fatto rimanere per centocinquant'anni “studente universitario” per fare il dvcetto dei destr'giovinott' e da lì “promosso” parlamentare. Ad un certo punto della trasmissione interviene un “ascoltatore” -singolarmente d'accordo con il Tota(n)ro e ancor più singolarmente lasciato in onda per mezz'ora quando -usualmente- a chi interviene in trasmissioni consimilari con il politicante di turno viene a malapena lasciato il tempo di una domandina. L' “ascoltatore”, che si qualifica come praèse, inizia immediatamente con la geremiade sui cinesi; al che, il sen.(zapudore) fascista prorompe in un'accorata esclamazione con tono da fare invidia al fu Mario Merola: Madonna mia! Certo che v'hanno davvero schiantato, rovinato questi cinesi! Risparmio il seguito, anche perché è facilmente immaginabile. Prào, come qualsiasi cosa in Toscana, è un boccone troppo ghiotto per questi cialtroni; un boccone che gli 'mprendihori alla Cecchi, quelli che accusano i governanti, stanno cercando di servire su un piatto d'argento alla fascisteria locale, cavalcando la crisi e cercando soprattutto di attribuirla a tutti quanti fuorché ai veri colpevoli: loro stessi.

Ce l'hanno coi sindacati: ma quali sindacati, quale spauracchio della sindacalizzazione che avrebbe contribuito, a loro dire, allo sfacelo attuale? Sembra di risentire il famosissimo luogo comune che fa il paio coi “negri col ballo nel sangue” o col “non esistono più le mezze stagioni”: sono i sindacati, la colpa della rovina. I sindacati che, per essere elusi, scansati, messi a tacere, bypassati (per usare un termine “in”), hanno dovuto ingoiare la frammentazione dell'intero tessuto economico, le dittarelle con meno di quindici impiegati al di fuori dello Statuto dei Lavoratori, la riduzione a “concertatori”, anzi, peggio, a aiuto-concertatori. Se c'è una colpa, vera, che i sindacati hanno è proprio questa: essere stati proni alle politiche dissennate di un'intera classe imprenditoriale le cui azioni al limite del criminale sono finalmente venute a galla.

Se Prào vuole davvero vivere, se da questo “Prào” che uso volutamente a dispregio vuole ridiventare Prato, con la “t” e con la qualifica di città (che mi ostino a far corrispondere alla “polis” prima greca e poi toscana), si liberi prima di questi loschi figuri, di questa classe di crassi mascalzoni che prima fanno i loro comodi finché la barca va, e che poi, quando la barca affonda, non trovano niente di meglio che organizzare finte manifestazioni strappalacrime col bandierone e lanciare accuse strampalate. La loro Prào deve chiudere, e non riaprire mai più; nasca invece una Prato diversa, consapevole, davvero autrice del proprio destino e senza più piagnistei razzisti o razzismi piagnoni.

sabato 21 marzo 2009

Topa ghèrl


Comunque la si voglia mettere, piaccia o non piaccia, lo si legga o non lo si legga (ah, a proposito: un gran saluto all'Olmoti Giorgio! Comunque 'e gli è inutile che tu faccia: fra i cazzoni e le cazzonesse planetarie di Feisbuk io non ci vengo), sarà ben difficile che questo blog sia frequentato da quindicenni o altre bimbette in età (pre)puberale. Ma, per una volta, sarà bene fare un'eccezione è trasformare momentaneamente l'Asocial Network dal nome grecheggiante in Topa Ghèrl.

A che cosa mi riferisco? Ad un episodio, avvenuto qualche giorno fa, e che è stato peraltro abbondantemente ripreso sia in rete che altrove. Lo sintetizzo in poche parole. Top Girl, rivista edita da Mondadori (e tutti sanno a chi appartenga attualmente la Mondadori) ed il cui bersaglio (sempre bene tradurre alla lettera le parole inglesi, tipo appunto target) sono giustappunto le italiche adulescentulae di età compresa, diciamo, tra i dieci/undici e i sedici/diciassett'anni, ha pubblicato di recente un “reportage” intitolato così: La carica dei neofascisti. La rivista, com'è facile immaginare, si occupa generalmente di sentimenti, bellezza, bonazzi & mode: e 'sti neofascisti che fanno la carica, e che carica, rientrano senz'altro nel novero delle mode di quest'ultimo tempo. In mezzo alle tonnellate di pubblicità presenti sulla rivista, la direttora (tale Annalisa) ha infilato ben sei pagine, corredate di foto, su quei bravi e fighi ragazzotti di Forza Nuova presentandoli come giòvini che danno un senso alla loro vita; e giù ammiccanti accenni ai loro vestitini, ai loro tatuaggi, agli occhialoni da sole che portano; insomma, per farla breve, una giustificazione in piena regola alla loro violenza, allo squadrismo visto più o meno come un'attività sportiva, alla donna vista come mogliemmàdre, agli immancabili valori. Uààààu! Una roba proprio cool, 'sto nazifascismo. Ci sarebbero naturalmente tante cose da rispondere a questi cialtroni, a queste cialtronesse; un modo senz'altro efficace e ben argomentato lo ha scelto ad esempio Femminismo a Sud; il link è d'obbligo.

Qui, invece, si è leggermente più merdoni. Proprio per questo si è voluta questa temporanea trasformazione in Topa Ghèrl, e proprio il giorno dopo in cui quei ragazzi tanto cool (ma vadano tutti a fa' in cool, giustappunto!) hanno, proprio da queste parti, devastato il centro sociale “Il Pozzo”, nel quartiere delle Piagge a Firenze, che fa capo ad un parroco cattolico, don Santoro, da anni impegnato per l'integrazione e contro il razzismo e l'emarginazione; due sere prima, invece, a Lucca (città dove i ragazzi che danno un senso alla loro vita sono ben presenti con tanto di sede), la libreria Baroni è stata ugualmente mezza devastata con tanto di svastiche, slogan omofobi ed altri bellissimi valori del genere. Senza contare, nei mesi scorsi, le aggressioni neofasciste a Prato e Pistoia, peraltro piuttosto ben protette dalle fozzedellòddine.

Trasformiamoci quindi in Topa Ghèrl e indirizziamo un messaggio comprensibile alle figliolotte che, eventualmente, comprano quella puttanata di rivista che le vorrebbe tutte standardizzate, tutte dedite esclusivamente allo Scamarcio di turno, tutte pitturate come mercato vuole, e magari, perché no, future fidanzatine e mogliettine di màschi italici giovinotti, pronte poi ad essere pestate a sangue e stuprate tra le mura domestiche da chi organizza e fa il pogrom contro il rumeno.

Ehi, dunque, topa ghèrlz! V lo diko io ki sono qs merdosi squadristi, kn le loro testoline di kzz + o – rasate, koi lr vlr tradizionali, koi loro antiaborti ke srbb stt meglio se l'aborto lo avessero ftt le loro mmcc troje ingravidate dai loro bb bekki. Sn gli stss di tnt e tnt anni fa. Di qn gli stss raga, mgr kn meno tatuaggi ma kn la stss violenza abbinata a 1 qznt di intelligenza pari a qll di un karciofo, si dvrtvn a fr le stss kose di ora: pestare devastare bruciare incendiare imbrattare. Smpr gli stss al srvz dl solito potere di mrd, ke i lr valori sn qll di essere i servi del padrone. Servi ubbidienti, gnz, fiki, kn le belle monturine, il lr dio di mrd sempre in bkk, la sopraffazione, e soprattutto kose vekkie kome il mondo presentate kome nuove. Se st tlment idiote da kaskarci ankora 1 volta, se st tlmnt rinkretinite da sbavare x qst koglioncelli ke, x altro, al 1° kasino vero skppn kome konigli, beh, nn sppm ke dirvi; se, poi, st kosì fave persino da komprare qll rivista ke v vrrbb trasformate tutte in oggettini pronti per essere preparate al trombìo prokreativo (e zitte snnò iddìo vi fùrmina) kn la skusa delle mode, del tatuaggino e del panta a vitabassa ke + bassa nn si può, kominciate a (ri)fare 1 kosina ke, tempo fa, tnt e tant vs koetanee facevano: ribellatevi.

Ché, per fortuna, non siete tutte quante così. Ché, nonostante tutto, di ragazze di quindici o diciassett'anni che invece di comprare Topa Ghèrl lasciano un sabato sera di soldini per darli a dei compagni denunciati perché attaccano dei manifesti, mentre i ragazzotti valorosi che pestano e devastano viaggiano non solo a piede libero, ma ben protetti dagli sbirri, ce ne sono ancora, e tante. Lasciatela nelle edicole, quella rivista del cazzo che vi imbruttisce come ragazze e come esseri umani; ché la bellezza non è nell'essere al top di lorsignori, ma nell'essere se stesse e nel gridarlo al mondo.

Nella foto: una delle immagini pubblicate da "Top Girl" ritoccata da alcuni militanti antifascisti.



martedì 17 marzo 2009

Ratescant in pace




Magari sbaglio, perché è una cosa che -sicuramente- tocca tutti quanti; chi più chi meno, ma ci dobbiamo fare i conti (in senso traslato e in senso proprio). Di che cosa sto parlando? Ma della famosa crisi, ovviamente; tanti bei conti in tasca, abitudini -almeno così si dovrebbe- più morigerate, le targhe automobilistiche che prima cambiavano una lettera al mese e che ora la cambiano ogni quattro o cinque, gli hard discount non più frequentati soltanto da immigrati...insomma, tanti segnali, piccoli e grandi, che 'sta crisi c'è sul serio, e la si vede.

Detto questo, a me quasi sta cominciando a garbare, e non poco. Sarà senz'altro perché il sottoscritto, in crisi (finanziaria, monetaria, economica eccetera) c'è sin dall'età delle figurine e delle prime, timide pippette: una consuetudine inveterata allo sparagno, all'accontentarsi a volte di una bella giornata e d'una matita, ai vestitacci del mercatino. Singolarmente, la mia crisi eterna si è venuta almeno un po' a mitigare proprio nel momento in cui il mondo spendi-e-spandi s'è ritrovato a dover meditare seriamente sulla grande, enorme importanza di avere dodici telefonini in famiglia, cinque macchine per quattro persone, le vacanzine alle Mardive, le settimane bianche con annessa frattura esposta tibia e perone, e diverse altre cosine tolte le quali una famiglia in tempi di dopiguerre avrebbe campato non bene, non agiatamente, ma addirittura da nababbo. Così è, ed anche se sento già nell'aria parolette magiche tipo ragionamento semplicistico, debbo confessare che, ultimamente, mi sta riuscendo di tornare a certe semplicità che, per un motivo o per un altro, avevo perso; adelante a la reconquista, e pure con mucho gusto.

Ci sono poi, perché no, le cose divertenti in questa crisi. Quelle, insomma, che fanno godere i' popolo. Certo, le godurie del popolo vanno prese sempre con le molle, perché a volte gode nel linciarti, nel metterti alla gogna, nel bollarti come mostro; però non bisogna neppure rifiutarli a priori, 'sti godimenti popolari. In un modo o in un altro sono sempre dei segnali, e spesso ben precisi; più precisi di tante approfonditìssime anàlisi. A meno che non siano pompate ad arte (come nel caso della sicurezza, fomentata già da ben prima dell'attuale crisi) -cosa sempre possibile e grama-, le reazioni popolari, se genuine, sono un'indicatore che sarebbe sbagliato sottovalutare o, peggio ancora, snobbare.

Così, ad esempio, bisognerebbe tenere nel giusto conto l'autentica goduria che tutti quanti (anche quelli che hanno fatto finta di no) hanno e abbiamo provato nel vedere gli eleganti giovinotti e le signorine in taièr sortire dalla Lehman Brothers con in mano gli oramai celeberrimi scatoloni di cartone; addio stipendi da favola (erogati per non fare generalmente una sega, peraltro), addio appartamenti prestigiosi a Manàtta (manàtte ner muso!), addio squòsh, addio Botox, addio ferrarine nel box (che fa pure la rima). Sembra che un manipolo di giòvini spose di ex manager americani abbia messo su un blogghe, nel quale le suddette si lamentavano della povera vita che si sono ritrovate a dover fare da un giorno all'altro, vista la decurtazione satanica degli stipendi dei consorti e, in frequenti casi, anche la decurtazione a zero. Il blog, inutile dirlo, è stato fatto chiudere a tonnellate di insulti. Quando ho visto quella scenetta in tivvù ci ho provato a dirmi: ma poveracci, ma poverine, sono pur sempre gente che si ritrova senza lavoro. Poi ho ripensato al cinquantaduenne che perde un posto alla fresa per milleduecento euro al mese; ho ripensato a una città delle dimensioni del Cairo che potrebbe essere riempita soltanto coi precari di questo paese; ho ripensato alle finanze creative, alla niù ecònomi e a tutto il resto e mi sono messo a berciare come un assatanato, stappando una bottiglia di spumante del Lidl (euro 1,45); e ancora doveva arrivare la vicenda di quel tizio della megatruffa del millennio, quello dello schema Ponzi, i' Madòffe insomma.

Gli scatoloni della Lehman Brothers mi servono oramai per prendermi certe carognesce soddisfaziuncielle, specie con dei tipini ben vestiti per i quali una persona è definita dalla giacchina di marca, dalla camicina Tommy Hilfiger, dalle scarpette da 200 euro a paia. Mi è capitato non molto tempo fa, peraltro con un poveraccio che deve vestirsi a quella maniera perché fa il portiere d'albergo ed al quale voglio tutt'altro che male anche se dice d'essere di destra. Appena varcata la soglia l'ho diacciato: Bàdalo lì bellino! Ti ci manca lo scatolone e tu sembri uno della Lèman Bràderz! E' rimasto lì, con la mano alzata in un cenno di saluto, l'aria inebetita. Mi pento amaramente. Faccio pubblica ammenda. Ma m'è venuto spontaneo.

Eh sì, potremo dire d'aver visto cose che voi umani. D'aver visto persino le agenzie di rating. Ve ne ricordate? Fin dai tempi di Everardo Dalla Noce, ex cronista sportivo che tentava di “umanizzare” Piazza Affari (detta ora, familiarmente, piazza Affarinculo), non passava giorno che dai tiggì, dai giornali e delle agenzie di stampa non arrivassero le notizie sul rating: quella parola che tutti sentivano, e che magari spappagallavano dal pizzicagnolo, al bar o dalla parrucchiera, e che nessuno -naturalmente- aveva la minima idea di che cosa esattamente significasse. E pensare che è presto detto: il rating altro non è che la valutazione di solvibilità di qualunque società emetta delle obbligazioni. Ma certo, dire agenzia di valutazione della solvibilità è troppo lungo e non è “in”; meglio il rating. E poiché, com'è noto, lo stato da un po' di tempo è diventato un' “azienda” (la famosa “azienda Italia”), giù a farsi ratinghizzare a più non posso. Sembrava il campionato di calcio: c'erano le promozioni (in serie AA1 o roba del genere), le retrocessioni (fino alla AA3: al di sotto si era nel terzo mondo o giù di lì), la metà classifica. Alla vigilia di ogni responso, il paese sembrava stare col fiato sospeso: saremo stati promossi? Relegati? Stabili? Il tutto, chiaramente, continuando a non capirci un beatissimo cazzo di niente. Il marito tornava a casa dal cantiere, e la moglie lo accoglieva festante: “Amore! E' s'è stati promossi n'i' ràtinghe! T'ho fatto i fagioli all'uccelletto che ti garbano tanto!”; oppure: “Oh te, pulisciti i piedi che tu se' zozzo come un magnano, 'e ciànno retrocessi n'i' ràtinghe e stasera 'e tu t'accontenti di tonno e fagioli, la cena de' becchi.”

Preposte alle sentenze (inappellabili) sul rating erano principalmente due apposite agenzie ammeregàne dai nomi stravaganti. Una era la Moody's (pronunce correnti: mùdiz, mòdisse, mùdisse, anche mùdi), che più che un'agenzia di valutazione finanziaria faceva pensare a languidi gruppi vocali, rotonde sul mare, dischi che suonano e settembre poi verrà ma senza sole; l'altra era la Standard & Poor's, che ha singolarmente anticipato quel che sarebbe successo dopo (lo standard attuale, infatti, è che s'è tutti pòeri). Imperversavano. C'era la febbre del rating, di fronte alla quale quella del sabato sera impallidiva, sbiadiva, scompariva. Un responso negativo di Moody's era una catastrofe nazionale, un'onta, una vergogna che gettava nello sconforto più nero anche chi seguitava imperterrito a ignorare cosa fosse il rating; un responso positivo si trasformava in una specie di vittoria ai mondiali. Avendo vissuto per un po' all'estero, quando mi ci trovavo avvertivo talora un senso di vuoto, la sera, guardando i telegiornali di France 2, di France 1, della Tv Svizzera Romanda, di Arte: non c'era il rating. Nessuna notizia da Moody's. Come se non esistesse. Eppure, accidenti, vivevo in paesi che pure avevano uno stato e un sistema finanziario; ma non se lo facevano valutare dalle agenzie, o comunque giudicavano i relativi responsi come cose riservate agli addetti ai lavori e non come notizie da dare in pasto la sera, tra la strage sull'autostrada e l'ultima love story di Briatore.

La crisi s'è (finalmente) portata via Moody's e il rating. Non che, probabilmente, i responsi non vengano ancora emessi, anche se le relative notizie compariranno sul Sole 24Ore e sugli inserti finanziari dei vari quotidiani (quei malloppi di carta che vengono, nel 97% dei casi, gettati nel cestino della carta straccia circa 3,2 secondi dopo l'acquisto del giornale, e che vengono ritrovati a migliaia abbandonati sui sedili dei treni): semplicemente ora s'ha altro a cui pensare. Il paese in cui hanno sede Moody's e Standard & Poor's avrebbe ora come ora bisogno di agenzie di smerding ed è tornato ai salvataggi statali dopo decenni in cui ha imposto a tutto il mondo di sregolare, di privatizzare, di “incentivare i mercati”; e tutti, ovviamente, dietro come cagnolini. E così tutti, oramai, si sono scordati del rating. Si può tornare, finalmente, a ballare Nights in White Satin senza pensare a un'agenzia finanziaria.


venerdì 13 marzo 2009

Ci rifiutammo tutti



Ero seduto su un moletto, le gambe ciondoloni, gli spruzzi sui pantaloni. C'era una bottiglia vuota, e non sapevo più neanche di che cosa fosse stata piena; sarà stato di gennaio, sì. Il gennaio del 2002. Erano le tre di notte, non faceva freddissimo; mi accendevo una sigaretta dietro l'altra, scientificamente, mi sembrava quasi di accenderle schioccando il dito. Ogni tanto una crisi dei miei tic; e i miei tic consistono spesso nell'impulso a fare qualcosa che non si può proprio fare, specie se a rischio della vita. Se la crisi mi prende quando sono appoggiato al parapetto di una nave, sta nel fare movimenti, gesti, salterelli per buttarsi di sotto; così su un ponte, così dovunque in alto. Su quel molo consisteva nell'appoggiarsi con le mani a terra, e fare leva per scivolare in mare. Quando ho una crisi di tic, mi hanno detto talvolta che sono uno spettacolo; tra smorfie, denti digrignati, balletti, contrazioni e tutto il resto. Per questo evito di sporgermi, di mettermi a sedere su muretti che danno sul vuoto, di avvicinarmi alle balaustre, alle ringhiere. Quello che chiamo il mio orrore del vuoto non è soltanto la cosa in sé; è la consapevolezza che mi prenderanno i tic, e possono essere pericolosissimi. E' una cosa che ho fin da quando ero bambino piccolo; avrò avuto cinque o sei anni.

Ci vuole uno sforzo di lucidità per resistere. Bisogna guadagnarsela e aiutarsi, specie quando si è briachi come autocisterne, specie quando si vivono certi momenti della propria vita; e in quei momenti, un porto è un luogo cui si finisce sempre per andare. Specie quando ci si abita, a due passi, a portata di barcollo. Bastava arrivare al ponticino e girare subito a sinistra in via del Molo Mediceo; non c'era mai nessuno. Solo una volta due a baciarsi, che non si sarebbero accorti nemmeno se fosse loro arrivata addosso la corazzata Potëmkin vestita da Maga Maghella; tirai oltre senza guardarli. Non c'era nulla da guardare, fino al posto dove andavo a mettermi a sedere. Era quasi sempre vicino alle motovedette dei Carabinieri. Di lì si vedeva tutto il porto vecchio, i traghetti fermi, le barche a perdita d'occhio; e mi sentivo d'abbracciare tutto quanto. Se andavo indietro, e indietro, e indietro, e ripensavo a cosa m'aveva messo in tutto questo, ricordavo un'espressione che mi veniva rivolta da ragazzino; “cane d'un livornese”, mi dicevano. Con mia madre dell'isola d'Elba, e mezza vita passata da quelle parti, il mio accento è sempre stato strano. A Firenze mi pigliavano per livornese, a Livorno per fiorentino. Poi mi sono perfezionato ed è intervenuta la mia personale barriera linguistica. Quando ancora metto piede a Livorno so parlare in livornese, fin dal bivio della FI-PI-LI, perché mi metto a pensare in livornese. Al ritorno, allo stesso bivio ricomincio a pensare in fiorentino. Ma sono cose strane, lo so. Io ve lo dico sempre che nella mia testa ci sono cose bizzarre, non dite che non vi ho avvertito e soprattutto, poi, non fate gli indignati perché, tanto, della vostra indignazione non me ne importa un cazzo.

Cane d'un livornese! E andavo indietro, sempre più indietro; perché un ricordo, un ricordo qualsiasi, impegna la mente; e se la mente s'impegna, i tic arretrano assieme al tuo culo che s'allontana dal bordo del moletto, dalla possibilità di finire in acqua, a gennaio, briaco; senza nessuno intorno, pronto a andare a fondo. Intervenivano, spesso, i compagni. I compagni non c'erano, ma me li fabbricavo. Tutta una serie di personaggi, perlopiù animali antropomorfi, con cui mi mettevo a chiacchierare sottovoce; ed era un dialogo fitto, un bisbiglio continuo sui fatti del giorno, su come andare avanti, su quale pretesto inventare, su quando e come sarebbe arrivata l'alba. Non era l'alba del giorno dopo. Di albe del giorno dopo avevo fatto la collezione. Mi si vedeva arrivare a un bar qualsiasi, il primo aperto, a mangiare come un bisonte. Sono arrivato a bermi, dopo fatta una colazioncina del genere, quattro ponci uno dietro all'altro; poi arrivavo il sole e scrivevo cose dai titoli mica male per i cestini della carta straccia, tipo Una notte di sir Aldingar.

E ci rifiutammo tutti, quella notte.

Io e i miei compagni s'era impegnati a disquisire di qualcosa. Una partita di calcio, forse; o una donna immaginaria. Oppure d'una povera crista sola in un letto, senza più nemmeno a chiedersi dove fossi, o forse sì, e fors'ancora a viversi le sue disperazioni senza che si potesse oramai più abbattere il muro che le divideva dalle mie. Oppure, ancora, a scambiarsi ricette di cucina; dev'essere stato allora che ho inventato la mia “famosa” pasta alla carbonara, un delirio con la tequila infilata nelle uova da sbattere, con la pancetta cotta in mezzo litro di birra, con due quintali di peperoncino. E chissenefrega, dio merda; vadano affanculo, e per il culo d'un elefante diarroico, i puristi della carbonara e della maiala di su' ma'. Oppure, infine, si chiacchierava di quel che si vedeva davanti a noi, io e i miei compagni, gatti per l'aria, formichieri blesi, un buffo coso a pera col ciuffo, un pesce femmina dagli occhi belli. Sì, ci rifiutammo tutti, quella notte di gennaio, di credere che fossero lampare. Erano anche loro dei nostri compagni. Erano tutti lì a dirci che eravamo vivi, che ero vivo, e che non bisognava buttarsi nel mare; né per uno stronzo di tic, né per un male che ti rodeva dentro, né per nessun'altra ragione al mondo. E me ne voglio ricordare oggi, quasi all'alba, lontano dal porto, lontano da quegli anni. Ce l'ho lasciata anch'io qualche cosa sul porto di Livorno, ma non credo affatto sia il cuore; più probabilmente ci ho lasciato me stesso, e tutto quanto, com'ero. C'è ancora, là seduta su quel moletto, un'ombra. Puzza d'ogni cosa. Parla fitta con i suoi compagni, e quando le luci s'accendono sul mare non crede che siano lampare, ma la meraviglia ondeggiante di tutti i fili della vita.

martedì 10 marzo 2009

Una gita sull'Aar



Me ne stavo con la mia barchetta nel punto più imo del fiume Aar, più noto come il fiume di Berna, leggendo le Eèe di Esiodo e grattandomi pigramente l'epa, quando ripensai preoccupato al mio conto corrente presso lo Ior, che stava pericolosamente assottigliandosi. "Mio Dio!" -esclamai-, "dovrò chiedere ajuto alla regina Ena di Spagna, altrimenti mi vedrò costretto ad affogarmi nell'Ema! Ma, in quel momento, un'allegra e graziosa ila passò gracidando e mi distolse da quei neri pensieri, anché perché mi trovavo già sull'Aar e quindi, casomai, avrei potuto già buttarmi là dentro senza dover ricorrere al fiume del Galluzzo. Così facendo, la mia barchetta s'arrovesciò, ma giunse a salvarmi un'inia, un simpatico delfino di fiume che di colà passava proveniente chissà come dalle rias spagnole: sicuramente l'aveva mandata Era, forse addirittura dalle acque dell'Era o dell'Omo! Saltellando allegramente nell'Aar in groppa all'inia, ebbi alfin più rosei pensieri: ci avrebbe pensato Opi a farmi nuotare nell'abbondanza e, magari, a farmi incontrare l'amore nella persona di una squisita e compìta giapponesina cui avrei volentieri slacciato l'obi del kimono. Ma mentre ero assorto (e quindi non corpèvole) in quei dolci e voluttuosi pensieri, l'inia andò a incagliarsi in un ciuffo maleolente d'ari affioranti; fui sbalzato e mi ritrovai sulla riva dell'Aar dove fui raccolto da un pietoso norvegese di nome Olav. Gesù, che giornata movimentata sull'Aar !


Della mia autentica e bruciante passione per le parole crociate, i rebus, le sciarade, gli enigmi e compagnia bella non ho sicuramente mai fatto mistero a nessuno; poiché non mi riuscirà mai parlarne compiutamente, questa storiella-nonsense vuole essere un omaggio a tale passione pluritrentennale; ma ha anche un preciso valore (a)sociale. Essa, infatti, è volutamente costruita utilizzando una serie di celeberrime parole che non si trovano in uso che nei cruciverba, e che ritornano da 950 anni circa in ogni fascicolo settimanale, quindicinale o mensile delle varie riviste. Si tratta di parole perlopiù molto brevi, variamente definite, che servono generalmente da "tappabuchi" nelle parti morte degli schemi liberi. A parte l'uso locale di alcune di esse (certamente al Galluzzo, che è una frazione di Firenze, tutti sanno cos'è l'Ema, e poco in là, a Ponte a Ema, è nato Gino Bartali e soprattutto abita Daniele del CPA; ma sicuramente tale rio -toh, a proposito!- sarebbe stato meno noto a Sondrio o a Carlentini se non fosse stato per la Settimana Enigmistica), il resto sono parole morte, utilizzate soltanto nelle riviste enigmistiche; persino il celebrato Bartezzaghi non se n'è mai privato. Col mio raccontino-nonsense ho inteso finalmente dar loro vita, consegnarle all'eternità di Google e alle sbirciatine di Echelon (per il quale, ovviamente, inia diverrà, da un innocuo e simpatico delfino fluviale, la pericolosa organizzazione terroristica INIA -International Nazist Islamocommunist Association-) e quindi, finalmente, immetterle nell'uso. Quante ancora di queste parole esisteranno, costrette a passare la loro sotterranea vita tra gli incroci obbligati, le cornici concentriche e le parole crociate ad anelli? Salviamole!

Nota Bene. La povera regina di Spagna Ena, moglie di Alfonso XIII, oramai è stata sloggiata da ENA, sigla della famosa École Nationale d'Administration (quella degli
énarques) che forma i funzionari dello stato francese. Era è assai più spesso il nome greco di Giunone che il rio toscano che forma la Valdera e passa per Pontedera, provocando così una crisi di gelosia tra fiumi; ma anche l'Ema comincia a non passarsela più tanto bene, spesso sostituito dal prefisso greco per "sangue". Le rias e l'inia non corrono alcun rischio, così come gli ari (detti anche gicheri, gigari eccetera) -pianticelle alquanto puzzolenti e anche non poco tossiche-, l'obi, la dea Opi, il norvegese Olav. Si giunge poi agli immarcescibili, agli imprescindibili, agli immutabili: le Eèe di Esiodo, l'aggettivo imo, la "raganella arborea" e l'Aar. Però, un giorno o l'altro, qualcuno dovrà andare a dire ai cruciverbisti che, in Svizzera, e massimamente a Berna, il fiume in questione si chiama Aare. Nella foto lo vediamo proprio attraversare Berna: si avvera il sogno di ogni cruciverbista, avere finalmente un'immagine di quel fiume, e la conferma che esiste (seppur proditoriamente privato della sua legittima "e" finale), che passa veramente per la capitale elvetica e che non è un'invenzione del Dott. Prof. Ing. Comm. Grand'Uff. Lup. Mann. Giorgio Sisini, conte di Sant'Andrea!

mercoledì 4 marzo 2009

Notte di marzo


Mi sono messo sull'uscio di casa, stasera, a fumare una sigaretta. O meglio, mi sono spostato un po' sulla sinistra, da dove si vedono i tre pini del giardino sovrastante. L'ingresso dà su uno scivolo condominiale con una fila di box; ma il tetto dei box sono quel giardino, e il tetto della mia vita vorrebbe assomigliare un po' a quel cielo buio dove si rincorrono le nuvole, e che mi posso limitare soltanto a guardare col fumo che mi esce dall'incrocio tra l'indice e il medio.

Non fa più freddo, finalmente. Magari tornerà; ma il riscaldamento stasera è chiuso, e fuori si comincia a stare bene senza più il giubbotto pesante. Marzo è tra i mesi che adoro. Detesto l'inverno in tutti i suoi aspetti. Maledette le coperte, i piumoni; maledetto quel tristo dicembre con le sue pseudo-giornate che finiscono alle quattro del pomeriggio, con le sue feste, con le sue brume. E maledetto soprattutto febbraio, ché ringrazio i miei d'aver trombato al momento giusto per non farmici nascere. Mi sarebbe dispiaciuto dover dire che ho un anno in più in mezzo a quel mese idiota, d'invernaccio e d'invernino, senza mai una scusa per essere ricordato. M'è toccata una fine di settembre, che a volte è ancora calda, o tiepida, a condizione di non stare in Svizzera.

Marzo è la fine di tutto questo. A marzo si ricomincia a vivere sul serio, si può andare a fumare fuori senza trasformare il parallelepipedo ipogeo in una versione casereccia di una camera a gas, si può lasciare il giubbotto all'attaccapanni. Domani pioverà? Sì, ma a marzo tutto cambia, tutto è mobile. Di notte è tutto un rincorrersi, lassù; la nuvola cane, la nuvola gatto. Ed è una notte senza luna, questa; cerco di immaginarmela. Nella testa si allungano le giornate, fino al momento meraviglioso in cui scatta l'ora legale.

A noialtri odiatori dell'inverno basta poco per addentare un momento di felicità, con una sigaretta dozzinale tra le dita; basta che l'inverno se ne vada. Ci contentiamo addirittura della percezione della sua partenza, anche se alla sua fine mancano ancora diciotto giorni. Stolido figlio di puttana, lo sappiamo che tornerai; ma intanto va' in Argentina, o in Australia. Raus. Presto si toglierà il piumone dal letto; presto si tornerà a fare l'amore tutti scoperti, sudati. Presto torneranno le amiche zanzare, gli occhiali da sole, le cochecole ghiacciate, le comari fuor dall'uscio la sera, a San Bartolo a Cintoia, sulle seggiole a ragionar d'un niente secolare.

E io? Me ne stavo a fumare, tranquillo, senza dover rendere conto d'alcunché a niente, e a nessuno. I tre pini stavano fermi, e me li facevo ondeggiare con la mente, a mio piacimento. Forse chiudevo gli occhi, che mi prendessero, mi accarezzassero il tempo Chronos e il tempo Wetter. Ché marzo è il ritorno, si può fare ogni cosa a marzo. Sorridere largo, e davanti non c'è un'anima viva. Ci sono le porte dei box, tutte chiuse. Dalle finestre si sente qualcosa che l'immaginazione fa presto a trasformare in musica, anche se è la voce gracchiante d'un calciatore o d'un giornalista; e marzo s'addormenta sulla periferia, si rimbocca la coperta più leggera e comincia a russare di primavera.

Luna impudica, al tuo improvviso lume
Torna, quell'ombra dove Apollo dorme,

A trasparenze incerte.

Il sogno riapre i suoi occhi incantevoli,
Splende a un'alta finestra.

Gli voli un desiderio,
Quando toccato avrà la terra,

Incarnerà la sofferenza.

Giuseppe Ungaretti, "Notte di marzo", 1927.

Un grido, un insulto,
una voce che urla – Martina -
di marzo, di notte, per strada.

Martina che scappa
incerta sui tacchi, fra incerti
lampioni e pozze d’acqua.

All’angolo il vento l’abbranca,
la fruga violento, le strappa
le vesti, la bacia
dentro la bocca.

Martina stordita
si arrende alla danza,
pazzia dell’altrove, del vuoto.

Martina, le braccia dell’uomo
che corre a salvarti
ti tengono al suolo, Martina.

E il vento rabbioso,
menando colpi di coda
ai muri dell’alba,
sparisce ingoiato
dal giorno che avanza.


Riccardo Mannerini.

lunedì 2 marzo 2009

Prào deve chiudere


Sabato scorso, in quel di Prào (che nel resto d'Italia e del mondo si chiama Prato; ma io preferisco la pronuncia loàle, che rende meglio l'idea), si è svolta una manifestazione che ha ottenuto risonanza nazionale. C'è la crisi, ed è arrivata anche a Cenciòpoli, o Lumpenstadt che dir si voglia; ed è di quelle nere. In una città dove, notoriamente, si usa costituire una società anche per l'uso dei cessi aziendali, si fa a gara per chiuderle, codeste società; il cimitero delle sarl, scarl, snc, sas e spà (con l'accento). Crolla l'occupazione; nelle annuali “classifiche del benessere” (che oramai sarebbe opportuno chiamare classifiche del malessere) la città precipita; non va in crisi micidiale soltanto un tessuto economico, ma un intero “modello”. Eh già, perché Prào, per chi non lo sapesse, è stata un modello. Qualsiasi cosa avesse a che fare coi cenci, doveva per forza passare da Prào; ora, invece, nel mercato globale, passa chissà da dove. Posti dai luoghi sconosciuti, che non sono “modelli”, che non hanno il collegio Cicognini, che non hanno il Buzzi, che non si sognano nemmeno di avere Curzio Malaparte.

E così Prào manifesta. Tutti insieme: lavoratori, imprenditori, preti, massaie, bottegai, politicanti in campagna elettorale. Manifestano facendo sfilare per la città un bandierone italiano di un chilometro e mezzo, ché anche nella crisi più nera siamo sempre a Prào e bisogna andà su i' Ghinnes de' Primati, come con il bananone arrugginito più grosso del mondo (quello sistemato fuori dal museo Pecci). Per le strade, come mi assicura chi c'è stato, dei cinesi non si fa menzione; e di cinese non ce n'è manco mezzo. I cinesi sono a lavorare, gliene importa una sega a loro della crisi de' pratesi; il mondo ora passa da loro, e lo sanno benissimo. Alle prossime elezioni municipali, sembra, si presenterà anche una listarella “anticinese”, ché in tempi di crisi come questa qualche voto di ex comunisti lo raggranella sempre. Dimenticavo: Prào era anche una città “comunista”, di quelle dove magari c'era pure l'associazione Italia-Cina, prima che i cinesi arrivassero davvero; e con paccate di soldi.

Ora, non vorrei che con questo inizio volutamente carognesco si credesse che io goda nel vedere tanta gente per la strada e una città con l'acqua alla gola. Non ci godo affatto, ma proprio per nulla. Però qualcosina la avrei da dire. Sul bandierone chilometrico c'era uno slogan ripetuto migliaia di volte: Prato non deve chiudere. Io, invece, sostengo che Prào debba chiudere. Urgentemente, se vuole salvarsi sul serio. Deve chiudere il suo “modello”. Deve, in primis, diventare davvero una città, ché una città non è soltanto lavoro, lavoro e lavoro con qualche abbellimento “culturale” (il solito museo dell'arte moderna, il solito teatro più o meno all'avanguardia). Deve imparare a fare i conti in modo diverso, e rimettersi completamente in discussione. Deve imparare che, in questi tempi, non sta andando in crisi soltanto l'economia, ma lo stesso caposaldo del "lavoro".

Prào è una città che, a lungo, col suo famoso “modello”, si è sentita la locomotiva della Toscana. Considerando tutto il resto, appunto, come vagoni a traino. Firenze? Una sgradevole appendice storica dalla quale staccarsi a tutti i costi (credo che Prato sia l'unica città italiana dove sia stato dedicato un viale alla data di costituzione di una specie di inutile provincia, “viale 16 aprile”). Prào lavora, produce, accumula, trasforma; gli altri, un inutile carrozzone buono per i turisti. Ora succede che i carrozzoni turistici se la barcamenano, persino Livorno che turistica non è per niente; mentre Prào chiede aiuto, ora. “Abbiamo dato aiuto a tanti, ora aiutate Prato”, si sente dire nel corteo. Toh!

Magari qualcuno potrebbe ricordare ai pratesi com'è fatto in sostanza, quel suo “modello”: fabbriche tessili smembrate e atomizzate per rientrare nel limite dei 15 dipendenti, al di sotto del quale non si ha la copertura dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (e guai a parlare di estensione, e tutti a boicottare il referendum del 15 giugno 2003). Il “modello pratese”, coi suoi macrolotti fatti di migliaia di finte microaziende, si è basato sul sor padre-padrone, su orari di lavoro massacranti, e su salari per gli operai che sono stati enormi in base alla produzione; finché il mercato ha tirato. Finché tutta questa politica imbecille non è stata messa a nudo da varie cause, tra le quali la totale incapacità di saper guardare un po' più in là del proprio naso. Credevano che durasse in eterno, i bravi pratesi; invece in eterno non dura niente. E siamo all'attuale sequela giornaliera di fallimenti, di chiusure, di drammi. Prào è anche la prova del fallimento dei distretti industriali monotematici, del rifiuto della differenziazione. Non se la deve prendere se la chiamano Cenciòpoli; Prato è quella, e caparbiamente ha voluto essere quella. Ora ne paga le spese, salatissime.

Paga anche le spese di rapporti umani inesistenti, di lotte al coltello anche all'interno della stessa famiglia per questioni di soldi, denaro, quattrini, sghèi; più in là non si va. Ostentazioni, villoni, SUV anche per il cane, e lavoro, lavoro e lavoro imbestialente, abbrutente. Per questo affermo che, se vuole vivere davvero, Prato deve chiudere. Chiudere e rifarsi. E che cosa vuole, restare “aperta” per ributtarsi in ciò che l'ha portata in questa condizione miserevole? Vuole restare “aperta” per continuare a basare tutta un'economia sul buttarselo nel culo a vicenda, sull'aggirare leggi un po' troppo scomode, sul paternalismo del “capoccia”, sull'incultura semitotale? Vuole restare “aperta” per dare la colpa ai cinesi? Poi non serve fare le manifestazioni imploranti col bandierone italiano da record. Non serve che tutti, persino sulla Nazione, scrivano articoli lagrimevoli; Il grido di dolore di Prato, titola l'articolista. Gnè gnè. Eppure qualcuno glielo aveva detto, sentendosi rispondere con risate miste a boria. O che non gliel'avevano insegnata, ai pratesi, la vecchia storia delle vacche grasse e delle vacche magre? O che non gliel'avevano insegnato, specialmente ai lavoratori, che l'accettazione passiva dello status quo stabilito dal padrone, alla fin fine fa andare tutto in malora anche se per un certo periodo ti ha dato stipendi da favola?

E, nel frattempo, nella “rossa” Prào si cominciano a vedere i funghi velenosi che crescono regolarmente in terreno di crisi e di percezione della mancanza di un futuro: sono funghi neri, armati di manganello, ben protetti dalla polizia e che, per l'appunto, amano tanto -pure loro- il bandierone italiano.

Invece di scendere in piazza a implorare, si riconsiderino da cima a fondo. Se non lo sanno fare, imparino. Tornino magari in provincia di Firenze, ché l'aborrito baraccone turistico una mano al maggior centro della provincia magari glielo poteva dare. Oppure vadano in provincia di Hangchow o di Shangai, ché i cinesi lo sanno come fare. Scendano in piazza con un bel bandierone rosso con la stella, invece che col bandierone italiano; altrimenti la loro famosa collina che li sovrasta (e dove s'è fatto seppellire Malaparte) adempirà al suo nome, e il vento li spazzerà via.