martedì 16 febbraio 2010

Seppelliti dalle risate


Ah, ah, ah, sarà una risata che vi seppellirà. Gli aquilani sono stati, una prima volta, seppelliti alle ore 3,32 del 6 aprile 2009 da un...no, aspettate, stavo per dire da un terremoto. No. Sono stati seppelliti, almeno in parte, da speculazioni edilizie. Da "case dello studente" costruite alla cazzo di cane e con materiali scadenti. Da norme antisismiche disattese, in una città e in una zona dove si sono avuti già parecchi terremoti rovinosi. Da anni di incuria e di consorterie politico-affaristiche. Per questo mi ostino a dire che il terremoto, inteso come effetti che provoca, è solo in minima parte una cosiddetta calamità naturale. Perdipiù in questo paese. Il terremoto ha sicuramente un'origine naturale, ma l'Italia è uno dei paesi più sismici del mondo. Immaginiamoci ora, per un momento, se il Vesuvio si risvegliasse con sotto di lui lo sfacelo edilizio e ambientale della cintura circumvesuviana, e poi riproviamo a chiamarlo calamità naturale.

Dopo questo primo seppellimento, gli aquilani sono stati ripetutamente seppelliti da altre cose che, volendo, sono ancora più tremende del terremoto.

Sono stati seppelliti dal più gigantesco e ignobile spot elettorale che si sia mai visto in questo paese. A macerie ancora fumanti è arrivato Lvi, con aria grave e compunta, serio, vestito di scuro, scravattato (la cravatta non si addice alle emergenze) ma con la dolcevita a collo alto. Credevano di averlo messo alle corde con un po' di gossip, di disavventure coniugal-sessuali e di cazzi ritti di Topolanek, e con qualche decina di domande. Gli è bastato, invece, un terremoto di una magnitudo che, in paesi civili, avrebbe provocato soltanto qualche ferito. Gli sono bastati i consigli dei ministri tenuti in una città dove era crollato persino il palazzo del governo, la Prefettura. Gli è bastato apparire, farsi riprendere dalle sue sei televisioni e promettere, come sempre, mari e monti. Addio Noemi, addio Veronica, addio feste a Villa Certosa, e addio anche alle domandine di Repubblica. Addio alle raccolte di firme e a tutte le inutili boiate del genere. Seppelliti gli aquilani sotto un mare di provvidenzialismo. Ce ne saranno stati parecchi, anche fra di loro, che in quei giorni hanno pensato, convinti: menomale che c'è Lvi.

Seppelliti poi dal G8 spostato, sempre da Lvi, dalla Maddalena all'Aquila. Seppelliti dai padroni del mondo e dalle loro ladies, tra beneficienze, visitine ai monumenti crollati e gli inutili rituali di quel periodico summit di assassini planetari. Intanto, alla Maddalena, stavano succedendo certe cosine di cui si comincia a sapere un po' giusto in questi giorni. Intanto gli aquilani venivano espropriati della loro città, della loro storia e della loro vita come comunità per un piatto di lenticchie. Qualche casetta ben grancassata dai Vespa, dai Minzolini, dagli emilifìdi. Esibizioni di facce sorridenti, dopo il classico momento del dolore coi funerali delle vittime.

Calate nella terra proprio mentre, a loro insaputa, venivano pure seppelliti dalle risate. Bisogna muoversi, non c'è mica un terremoto ogni giorno!; e giù risate, risatine, risatone. Ma qui non era come nel vecchio slogan, che voleva mettere in risalto il ridicolo del potere. Qui si trattava, e si tratta, di un potere che ride sulla morte e sulla rovina dei sudditi, mentre i sudditi stessi lo osannano. Si tratta di capi di "protezioni civili" che di civile, ce ne accorgiamo, non ha niente. Di direttori generali dei lavori pubblici, di costruttori, di tutto un sistema che non domanda più sterili filosofie, analisi teoriche tanto più cretine quanto ambiscono ad essere "approfondite" o indifferenze più o meno disilluse. Si tratta di un sistema che ci costruisce le case, gli ospedali, le scuole, e che lo fa fregandosene se crollino o se stiano in piedi. Di un sistema che ci dovrebbe proteggere, e che invece protegge soltanto se stesso e il suo profitto. Di un sistema i cui lavori pubblici, oltre a dare il colpo di grazia a ciò che ancora resta di questo paese, sono tutt'altro che "pubblici". Di un sistema le cui privatizzazioni ci tolgono tutti i beni primari per trasformarli in fiumi di denaro, appunto, privato. Tutte cose che hanno un'incidenza immediata sulla nostra vita. Sarebbe bene ficcarselo nella testolina prima di rinchiudersi in storielline avulse dalla realtà.

Ce n'è voluto di tempo, prima che gli aquilani, finalmente, si accorgessero di quel che veniva combinato sulla loro testa, sulle loro macerie, sulla loro morte. Prima che rialzassero il capo, prima che manifestassero, prima che formassero collettivi di riappropriazione. Prima che cominciassero a mandare alla malora tutto il vomitevole giochino di quei signori che ridono. Non è mai troppo tardi; ma tutto rimarrà inutile senza una cosa fondamentale. Basilare. Urgente.

Quei signori là non devono più dire di proteggere. Non li vogliamo più vedere con le loro dolcevita, coi loro prelati benedicenti, con le loro sfilate, coi loro "consigli", coi loro summit, coi loro maglioncini blu impataccati di stemmi, con le loro telefonate, coi loro affari di merda, con le loro risate. Non ce ne deve fregare niente né delle loro puttane, né delle dieci domandine di giornaloni di questa ceppa di minchia. La domanda da rivolgere loro è una sola:

Quando ve ne andate tutti all'inferno?

E poiché a questa domanda non risponderanno, occuparsi immediatamente di farceli andare, all'inferno. Smaltire le macerie tirandogliele addosso quando arrivano coi loro codazzi, così come un po' del fango dell'alluvione di Firenze venne tirato addosso a Saragat. Riprendersi il centro dell'Aquila e tutti i centri delle nostre città, il cui vero degrado sono loro e tutti quelli che li sostengono. Farli sparire. Tornare a ribellarsi, ma senza la "mediazione" di magistrati. Non servono gli arresti, non servono "galere", non servono "campagne di stampa": serve incazzarsi. E di brutto. Serve mettere loro paura sul serio. Serve tornare a dire: basta. Quello solo.

giovedì 11 febbraio 2010

Per la giornata dell'Oblìo.



Ne ho abbastanza delle "giornate della memoria". Mi stanno cominciando a dare un disgusto fisico. E allora, opportunamente e con convinzione, propongo la Giornata dell'Oblìo; se si vuole, e seguendo la moda, la si potrà chiamare anche Oblivion Day. O Journée de l'Oubli.

Come data propongo il 16 giugno. Il 16 giugno 1971 mio padre, vicino al suo ufficio in via dell'Agnolo, si levò una scarpa perché era stato preso da un tremendo prurito al piede sinistro. Si levò anche il calzino e si dette una grattata micidiale e ristoratrice alla pianta del piede; poi si rimise la scarpa, ma si dimenticò di rimettersi il calzino che aveva appoggiato a un cestino della spazzatura. Tornò a casa, e mia madre si accorse che aveva un calzino solo; "O Alberto!", disse. "Ma l'altro calzino dove lo hai messo?!?" E lui: "O Luciana, mi prudeva un piede, mi so' levato la scarpa e i' calzino e me ne so' dimenticato".

Il 16 giugno, quindi, si provveda a dimenticare tutto quanto, e specialmente le varie "giornate della memoria" che ci sono propinate oramai a cadenza mitragliante. Anche perché sono "giornate" in cui, in realtà, la memoria viene mandata semplicemente al macero. Sono "giornate" che sono fatte per tutto, fuorché per il reale ricordo. Sono vomitevoli esercizi di pensiero unico. La memoria è tale solo quando risiede profondamente nella coscienza individuale e collettiva; quando, invece, è una sterile imposizione di obblighi selettivi, serve soltanto a nascondere la realtà attuale; e, quel che è peggio, a nasconderla istituzionalmente.

Si dimentichino quindi i ventisette gennai, e tutti gli "olocausti" fatti solamente per propagandare le malefatte di uno stato assassino e imperialista come Israele, le sue occupazioni, le sue guerre e l'impossibilità di formulare qualsiasi tipo di critica e di opposizione nei suoi confronti. Il ventisette gennaio non rappresenta nessuna "memoria" per coloro che sono morti, e non importerebbe in questo che fossero stati milioni o uno solo. Rappresenta esclusivamente una vetrina mondiale per uno stupido e feroce nazionalismo ottocentesco, il "Sionismo", che tuttora non solo persiste, ma che si vorrebbe inculcare come dogma planetario. Tutto ciò, il 16 giugno, dovrà essere dimenticato. Si dimentichi Berlusconi che, vergognosamente, va a vendere il culo come uno schiavo dentro al parlamento israeliano, giustificando pubblicamente una guerra che ha ammazzato centinaia di persone innocenti. Si dimentichino i falsi "negoziati di pace" che durano da decenni. Si dimentichino tutte queste bassezze; le si dimentichi e lo si gridi pubblicamente. E a chi dice che questo tipo di "memoria" imposta impedisce che "certe cose accadano ancora", si risponda che certe cose (nazismi, razzismi, lager) trovano terreno fertile proprio sull'arroganza armata fino ai denti di chi si serve delle vittime di un tempo per compiere e giustificare le repressioni e le stragi di oggi.

Si dimentichino, il 16 giugno, i dieci febbrai e l'invenzione delle "Foibe" cui deve sottostare, per compiacere una certa parte politica, anche un uomo la cui "funzione istituzionale" dovrebbe essere di rappresentare tutto un paese. Perché anche questa "giornata della memoria", in realtà, è fatta per nasconderla totalmente. È fatta per nascondere quel che è successo prima del 1945, a cura di un regime fascista e nazionalista che aveva "italianizzato" a forza terre che italiane non erano. Che aveva cercato di sradicare lingue e culture intere. Che aveva represso, incarcerato, internato, ucciso. Vale a dire, gli effetti normali di ogni nazionalismo schifoso. Il nazionalismo, quando poi viene sconfitto da chi prima era stato ridotto ad un suddito di serie B, genera reazioni terribili. Le cosiddette "foibe" sono state il prodotto perfetto di quel nazionalismo e delle sue malefatte. È stata, probabilmente, una reazione anche abbastanza blanda in confronto a vent'anni di oppressione quotidiana; ma quei vent'anni, quelli no, non formano oggetto di "memoria". Tutt'altro. Vent'anni di fascismo che hanno prodotto quel che hanno prodotto tutti i nazionalismi. Sradicamenti, migliaia di morti, espulsioni, pulizie etniche, vendette. Anche chi è morto nelle "foibe" è stato vittima di quel nazionalismo. Le vie, le piazze, i larghi che sono stati un po' ovunque intitolati ai "Martiri delle Foibe" dovrebbero essere intitolati alle vittime di tutti i nazionalismi: quella sarebbe vera memoria. La "memoria" del 10 febbraio, biascicata anche da Napolitano che si permette come sempre di essere offensivo e irriguardoso verso due altri stati sovrani che ebbero a patire due decenni di durissima oppressione fino ad essere (nel caso della Slovenia) addirittura inglobati come "provincia di Lubiana", dev'essere eliminata. Dimenticata. Rimossa.

E, il 16 giugno, si dimentichi anche l'"otto marzo" e la cosiddetta "Giornata della donna". Una festicciola idiota che oramai è diventata come l'Halloween benevolmente concesso a signore e signorine per farsi una pizza fra di loro, con la mimosina regalata la mattina da chi per i restanti 364 giorni dell'anno le considera generalmente come fiche con inutile carne attorno. Da chi, per i restanti 364 giorni dell'anno, e in svariati casi anche lo stesso otto marzo, le stupra domesticamente, le fa lavorare al nero in scantinati, le fa prostituire a forza, le ammazza assieme ai figli per i suoi fallimenti personali, le mercanteggia, le opprime in ogni modo possibile e immaginabile. Nessuna memoria per questa data oramai vuota, ché la memoria della sua origine è oramai persa, o stata fatta perdere. Sia, allora, dimenticata. Principalmente dalle donne che sottostanno annualmente al giochino, come macchinette, come bamboline cui si permette una serata di "evasione". Le mimose vengano lasciate sugli alberi. Ai mimosi si attacchi per le palle il sor padrone che fa mobbing, il maritino che vuole la cena o la scopatina, il fidanzatino che già a sedici anni comincia a considerare la fidanzatina come una sua proprietà, il sor parroco che propaganda le virtù da madonnina.

Il 16 giugno si manifesti il proprio oblìo di tutte queste ignobili stronzate, la volontà di spedirle nel dimenticatoio personale e della storia, l'intenzione di non ricordare più soltanto quel che vorrebbero farci ricordare a loro esclusivo e sozzo tornaconto. Si appendano calzini alle finestre, o meglio ancora li si lasci, dimenticati, appoggiati ai cestini della spazzatura. Oppure non si faccia proprio un bel nulla di "simbolico", ma si dimentichino nel profondo tutte queste false "memorie" del potere; ché il potere desidera sempre e soltanto ricordare una cosa sola. Che tu sei un oggetto. Di sesso, di marketing, di mode, di voto, di pubblicità. Auschwitz, la foiba e la mimosa non sono diverse dalla carne Simmenthal, dal Dash o dalle magliette reclamizzate con lo slogan "Sii stupido". Questo è precisamente il loro proposito. Che tu sia stupido o stupida. E allora dimenticalo. Scordalo.

martedì 9 febbraio 2010

Itaglia, amore loro!


Dunque, era tutto vero.

E allora, come dire, mi sono premurato di riscrivere leggeremente il testo della canzoncina sanremese, in modo che rispecchiasse un po' di più la realtà delle cose. Poerannòi. E non voglio dire altro, non mi riesce.

(Pupo) Io credo sempre nelle bische, nel poker e nei casinò,
dove succede di trombarsi madre e figlia: evviva la famiglia!
Io credo nelle tradizioni di un popolo che si vende
a papi, duci, calciatori e butta a mare chi non ha niente.

(E. Filiberto) Io credo nella coca ma non disprezzo un bel razzone,
vendo scarpe, tifo Giuve, e ho una faccia da cazzone.
Sono l'immagine perfetta di quest'Itaglia merdaiola,
fatta di idioti, di veline, enalotti e gente forcaiola.

(L. Canonici) Sì stasera sono qui per dire al mondo e a Dio, Itaglia e Padrepìo!
Io, io non mi stancherò di dire al mondo e a Dio, Itaglia e Ciancimìo!

(E. Filiberto) Ricordo quando ero bambino, ci davano dei boia,
chiudevo gli occhi e sentivo le grida: "A morte la casa Savoia!"

(Pupo) Ventennio e quel Beccaris, la fuga e il paparino
che traffica le armi e ammazza il ragazzino...

(L. Canonici) Sì stasera sono qui per dire al mondo e a Dio, Itaglia e Padrepìo!
Io, io non mi stancherò di dire al mondo e a Dio, Itaglia e Ciancimìo!

(Pupo) E noi crediamo nel denaro, nelle mafie e questi stronzi
Ci applaudono a Sanremo, proprio un popolo di gonzi!

(E. Filiberto) Sì, stasera sono qui per dire al mondo e a Dio, Itaglia e Padrepìo!
Su, Pupo, passa la cannuccia che mi faccio un tiro anch'io!


Obreros


Le telefonate non si poteva aspettarle, perché le cabine non ricevevano. Si poteva soltanto farle, munendosi originariamente dei gettoni scanalati, e poi delle monetine da dugento lire. Continuarono però, e per un bel pezzo, a circolare anche i vecchi gettoni, che venivano usati comunque come moneta; l'Italia è l'unico paese al mondo dove, negli anni '70 del secolo scorso, sono esistite valute parallele a quella ufficiale, e comunemente accettate. I gettoni telefonici e i miniassegni. Avevano voglia i negozianti a mettere all'ingresso avvisi con su scritto: “Non si accettano gettoni”: tanto gli toccava accettarli di riffa o di raffa.

A Marina di Campo esistevano due file di cabine telefoniche: una davanti alla Coop sul lungomare, e l'altra nella piazza del Municipio. Specialmente d'estate era un delirio: quando c'era da andare a telefonare, bisognava munirsi di sacchettate piene di una macedonia di gettoni e monetine; non essendo ancora di moda i marsupi, e poiché il famoso borsello a tracolla di quegli anni provocava (giustificatissime) bordate di prese per il culo, s'andava coi sacchetti di plastica. Alle cabine c'erano generalmente, tutte le sere, code in pieno stile sovietico; naturalmente s'andava solo la sera a telefonare, perché costava meno. Le code erano sovietiche solo per la lunghezza; ma nell'URSS erano ordinatissime e rassegnate. Quelle lì, invece, erano pienamente latine con qualche spruzzata di tedesco che ironizzava sull'arretratezza di quel paese di poveri dove nelle case non c'era ancora il telefono. Per il resto, erano gomitate, lamentele, minacce sanguinose a chi telefonava troppo a lungo, botte sui vetri, malori, bimbi che frignavano, e conversazioni per ingannare l'attesa che digradavano rapidamente dal banale all'imbecille. Poi, finalmente, toccava a te. La telefonata al babbo rimasto in città, o alla ragazza che passava le vacanze dai suoi nel Sud. Nel Sud, però, il telefono in casa ce l'avevano eccome. L'Elba, negli anni '70, era ancora più a sud.

Avvenne che, finalmente, a Marina di Campo si decisero a mettere il telefono nelle case. Fu, statemi bene a sentire, nei primi mesi del 1985. Ripeto: Millenovecentoottantacinque. A quell'epoca ero all'università, e mi capitava, con la scusa di preparare qualche esame, di passare qualche volta una quindicina di giorni a casa dei miei, fuori stagione; ovviamente l'esame era un pretesto, e non appena mettevo piede all'Elba con la 127 amaranto mi lanciavo immediatamente nella mia attività preferita: quella di esplorare all'infinito i posti che meglio conosco. Son buoni tutti a esplorare posti sconosciuti, a andare nella Skeleton Coast, nel deserto di Gobi o sul selvaggio picco andino; a me piace esplorare ogni granello di polvere dei posti che mi dicono qualcosa dentro, perché ciascuno di quei granelli mi dovrà restare appiccicato addosso per sempre. A me dell'Armenia o del Karakazzistan non me ne importa una sega, però se mi mettessero bendato nel fossetto che scorre di lato al viottolo fra il Formicaio, l'Orzaio e la Piastraia ci camminerei senza inciampare.

Nell'aprile del 1985, poi, successe quel che agognavo da non so quanto. Mia zia era a Firenze, e la casa era vuota. Non so come, riuscii a convincere tutti quanti che dovevo assolutamente restarmene da solo per preparare non ricordo più quale esame di blutolinguistica glottologica cloridrata; e il permesso arrivò. Caricare la centoventisette, passare per Volterra e Casini di Terra, arrivare a Piombino e avere già tutto in testa. Panini e a giro tutto il giorno, dato che era già aprile e le giornate erano discretamente lunghe. L'esame? Ma vaffanculo. Tanto, poi, chi mi controllava: il telefono non c'era, ed era -vi dirò- un gran bel vivere in un mondo dove nessuno ti trovava. Missing. La telefonata serale dalla cabina, e nemmeno tutti i giorni; non era estate, Pasqua era già passata e le code estive erano ancora ben al di là dal venire. E solo. Senza un cazzaccio di nessuno. Prepararsi una bella cena di troiai davanti alla televisione (la tv c'era, il telefono no; però l'antenna ballava e faceva malissimo). Andare a dormire se t'andava, e sennò di nuovo a giro, a buio, in riva al mare. Allora, come dire, avevo ben ventidue anni. Ci avevo un animo poetico, e inoltre mi piaceva pure un casino tirarmi qualche sega all'aria aperta, sotto le stelle, immaginando cose sconcissime con una sirena.

Il giorno prima della partenza, la doccia fredda. Mi chiama mia zia. “Riccardo”, mi dice, “ma lo sai che vengono quelli a mettere il telefono? Bisogna che tu stia a casa una mezza giornata...”. Per mia zia, quando veniva a casa qualcuno a fare un servizio, che fossero gli idraulici o i trasportatori della legna da ardere, erano sempre quelli. Tale pronome dimostrativo aveva un'accezione semantica che copriva tutta la gamma dei mestieri esistenti; al massimo, ogni tanto, c'era una specificazione tipo quelli delle bombole, quelli della televisione, quelli dello scaldabagno. Costantemente quelli, poi, al plurale, anche se poi ne veniva uno solo; ma per mettere il telefono, con tanto di piantamento dei pali, filo di derivazione e installazione, dovevano essere per forza più di uno. Insomma, addio solitudine. Addio mancato reperimento. Arrivava il telefono in casa, persino al Formicaio. Detti un'occhiata languida alla zuppa di gettoni che mi ero preparato, a mo' di mesto commiato; ma fui subito ripreso da mia madre, che mi ammonì a non usare il telefono per chiamare perché costava. Nel loro sacchetto, i gettoni e le monetine ricominciarono a tintinnare.

E così partii, in quel mese d'aprile di 25 anni fa. Arrivai la mattina presto, e alle dieci ero già a scorrazzare con la macchina ché avevo un vecchio conto da regolare con la maledetta militare del Colle Reciso, che allora era ancora un'infernale mulattiera che riusciva a sderenare anche le vetture preparatissime del Rally, compresa la 124 Abarth Coupé di un mio lontano cugino. Mi riuscì di farla tutta, perdìo, con una 127 scassata. Procedendo ad una media di quindici all'ora, con punte di sette / otto. Sigarette a quintali mentre guidavo col finestrino abbassato, perché faceva già caldo e la storia dei granelli di polvere addosso non è mica un'invenzione: me li volevo pigliare sul serio. Impolverarmi come un maiale. Sbucare da quella stradaccia dove nessuno osava mettere piede, zozzo come un magnano, e magari sperare nel ricompensante sguardo esterrefatto di qualcuno (il che, ohimé, non avvenne: non c'era un accidente di nessuno). E così andò, in compagnia della vecchia gatta priva di un occhio, mangiando la sera squisite delikatessen tipo scatolette di carne Montana fritte nell'olio, bevendo birra, facendo le parole crociate, e soprattutto guardandomi bene dall'aprire i libri che mi ero portato dietro. Del resto, un esame ben più importante mi stava aspettando perché la gatta monòcola era pregna e stava per scaricare una quantità imprecisata di gattini.

Ora, successe anche che arrivò quella mattina alle dieci quando dovevano arrivare quelli del telefono. La sera prima, alle cabine, mia madre e mia zia si erano raccomandate; ero andato a letto alle cinque, alle nove mi toccò svegliarmi e alle dieci, zac, eccoli che arrivano. Puntuali come la morte, ma ero testimone di un avvenimento epocale. Il telefono al Formicaio. Semplicemente impossibile. Da qualunque parte del mondo poteva esistere il telefono in casa, anche nelle favelas di Rio de Janeiro, ma al Formicaio significava l'inizio del XX secolo con qualche annetto di ritardo, facciamo un'ottantacinquina. Il furgone Fiat con la scritta Qualcosa-Tel; a quei tempi le cose che avevano a che fare col telefono finivano tutte in -tel e ancora non erano diventate -com. Ne scendono due operai in tuta, uno alto più di me, e quell'altro più alto ancora; nel cassone del furgone, pali di legno, cavi, arnesi, scatole, cazzi d'ambra, castori impagliati, spine, orinali, prese e una copia delle Ore la cui copertina, dilavata dalle intemperie, mostrava oramai solo una fica pelosa. Tanto, poi, a quello serviva.

“Toh, siamo venuti a mètte' ir telefano”, mi disse uno dei due operai, circa un metro e novantacinque d'ossi; gli risposi che me n'ero accorto, salutandolo al contempo col cenno d'una mano. “Te devi èsse uno studente”, mi disse allora, “perché ci hai l'occhiali”. Cazzo, così, senza preavviso. Già sgamato per via degli occhiali. La classe che subito mi colpiva e metteva le distanze: gli occhiali, il ragazzotto che studia nella casa al mare, e tutto il resto mentre loro sono a lavorà. Forse ci avrei avuto qualcosa da dire, ma dovevo averci una di quelle giornate in cui ero scarsamente sveglio. “Dé, invece di studià vieni a imparà un mestiere”, mi fece sempre quello mentre l'altro, due metri di scheletro, aveva già scaricato i pali e cominciato a fare le buche sul ciglio del campo, terrorizzandomi di toccare il cespuglio di fico slabbrato che fa i fichi più buoni del mondo.

E io ci andai, così, a vederli lavorare, a vedere quel che facevano. In preda ad un sottile senso di inferiorità misto a una voglia di tirargli du' manate nel muso; ma forse non era il caso. Comunque, mentre guardavo e fumavo, continuava a pigliarmi per il culo mentre l'altro stava zitto. Stava nascendo il telefono, Antonio Meucci trionfava anche in quelle lande dimenticate da dio, e si drizzavano i pali del progresso tecnologico. Coi cavi a ciondoloni, però. I pali erano davvero pali, di legnaccio duro; tra di essi, il filo dell'avvenire pendeva gnudo. Per isolare il Formicaio, pensavo, sarebbe in fondo bastato un paio di forbici. Assorto in questi pensieri, quasi non sentivo nemmeno più le continue prese per i fondelli di quell'operaio, che la mattina doveva essersi evidentemente svegliato con qualcosa di traverso e aveva trovato un perfetto studente con gli occhiali per sfogarsi.

Insomma, con tutte le cose che avevo in testa allora, non mi era mai capitato di trovarmi davanti, a tu per tu, con la classe operaia. Così, da vicino. Ce l'aveva particolarmente con gli occhiali, che portavo anche allora perché sono miope fin da quando ho sedici anni. Occhiali voleva dire, credo, libri. Libri voleva dire, credo sempre, non fare un cazzo dalla mattina alla sera. E menomale che, in mezzo ai sarcasmi, quello lì non m'aveva domandato cosa studiavo; gli avessi risposto “filologia germanica” sarei stato finito. “Filologia” mentre quelli stavano piazzando dei fili; come servirgliela su un piatto d'argento. Però li guardavo anche lavorare, e a un certo punto ci fu un piccolo problema. L'ultimo palo era stato sistemato, però il cavo doveva arrivare in casa e nel giardino di mia zia (talmente “pollice verde” da essere soprannominata, fin da ragazzina, la Fiorina) non c'era verso di piantare nulla. Inoltre c'era il susino spuntato quando la mia bisnonna, Dini Giuseppa vedova Dini, cieca, aveva tirato un nòcciolo a casaccio dopo aver mangiato un frutto. Ne era nato un susino, ancora esistente, gigantesco. Aveva superato il tetto. Al Formicaio non c'era il telefono, ma spuntavano susini enormi da un nocciolo tirato da una vecchia cieca; e questo qui non gli è ancora riuscito di inventarlo a nessuno, tranne al Padreterno per chi ci crede.

In mezzo a tutto questo, si fa mezzogiorno; quelli del telefono, gli operai, hanno deciso per un sistema molto pratico, vale a dire far passare il cavo fra i rami del susino -che lo sostiene benissimo. Pali, fili a ciondoloni in mezzo ai rami di un albero, un buco nel muro: l'impianto telefonico più alla 'ioboia della terra. Entrano in casa per fissare la presa, e quello non la smette. Ma tanto chi se ne frega; fra poco hanno finito, se ne vanno, e pazienza. Con mio padre che mi diceva che chi lavora ha sempre ragione, a ventidue anni non ci scherzavo troppo. Stavo zitto; e mentre tacevo, sento un miagolio.

La gatta senza un occhio. Porca puttana, me n'ero scordato; corro di dietro, sul piazzale familiarmente detto Gallina Beach perché d'estate è un forno crematorio ottimo per la tintarella (e per le ustioni), ma a contatto con il pollaio, e nel fossetto c'è lei a cacare gattini. Tranquilla. Lo deve aver fatto chissà quante volte nelle sua vita. Escono fuori e lei li lecca, piano; mi chino. Accanto a lei, casualmente, un pesante stecco di legno, quasi un randello, un rimasuglio della legna da bruciare per l'inverno appena passato. Me ne sto lì mentre sento lavorare gli operai, finché non arriva di nuovo quello che finora mi ha massacrato di prese per il culo, a me e ai miei occhiali. Si avvicina. Mi alzo, quasi d'istinto, e con il randello in mano gli dico:

- Se tocchi la gatta ti spacco il capo, pezzo di merda.

Così, senza motivo. O meglio, sì. Avevo paura che volesse farle del male, a lei e ai gattini appena nati. “Ma io...ma io...volevo dirti solo che s'è finito il lavoro...”. Dovevo averci, forse, una brutt'aria, oppure era la mia presa di coscienza di appartenere alla classe felina. Non è che si diventa Pampalea a caso; però le coscienze e le classi non sono cose semplici. E chi si diverte a far troppe semplificazioni, appartiene solo alla classe dei babbei.

E, infatti, lo avevano finito, il lavoro. L'altro, con l'apparecchio, stava controllando la linea (che non c'era ancora); forse, chissà, la sera o il giorno dopo. E se poi la linea veniva anche un mese più tardi, sai che importanza; arrivò, comunque, nemmeno tre ore dopo.

Non mi disse più nemmeno una parola, mentre rimballava le sue cose e l'altro operaio, quello che era stato sempre zitto, sogghignava. La gatta, nel frattempo, si era presa i gattini uno per uno, agguantandoli con la bocca per la pelle del collo, e li aveva portati chissà dove nel campo, al sicuro; ché poi, in campagna, di sicuro non c'è mai niente. Chissà quanti ne sarebbero sopravvissuti; ma così va, e da sempre, e lo sapevo anche se avevo gli occhiali e studiavo la filologia germanica. Forse gli avevo messo paura, chissà; forse aveva pensato davvero che gli avrei tirato una randellata; ma avevano lavorato duro, e il loro pane se l'erano guadagnato, i loro pochi soldi d'una mattinata al servizio, come tutti, del sor padrone che finiva in -tel.

Tre ore dopo, l'avvenimento. Alzo la cornetta e sento il tu-tu-tu. E non resisto: compongo un numero, che però non è quello di casa. Chiamo un'altra persona, per raccontarle dei gattini appena nati: è la prima telefonata fatta nel ventesimo secolo dal Formicaio, frazione rurale di Marina di Campo, Isola d'Elba, provincia di Livorno, Italia. Il cavo pende dai rami del suo susino; lo farà, e senza alcun problema, per quasi vent'anni. Fino a una sera settembrina di tempesta quando un fulmine lo colpirà incenerendolo e scaricandosi addosso ad un tizio che, per l'appunto, stava al computer a scrivere un post su un newsgroup dopo aver passato una meravigliosa giornata ad essere processato a Livorno; non vi dico chi è. Era un lavoro ben fatto, con quei cavi tra i pali, le susine e il cielo; hanno fatto in tempo a far marciare anche Internet.

Ho letto, in questi giorni, un po' di cose dove si parla di operai. Volevo dire la mia, ma la mia è quasi sempre disassata, sbalestrata. Sarò fatto così, ma poi ognuno ne tragga le conclusioni che desidera perché detesto sempre di più le operette morali e mi piacciono, invece, le libertà d'intendere che promanano da ciò che si sceglie di raccontare. Pure oggi ho mandato pesantemente in culo un operaio che non voleva farmi passare col furgone; gli faceva fatica spostare una transenna di quindici centimetri. Ho sempre gli occhiali, ma non mi si prende più tanto facilmente per il culo a gratis. Sono sceso dal furgone e la transenna gliela ho spostata io, ma con una pedata. Stava rifacendo un muro, lavorando senz'altro benissimo, e per i soliti pochi soldi di un padrone di merda.

lunedì 8 febbraio 2010

Ah, Ça ira, maremma cignala!


Ora, non è che io voglia dire; a me i' cignale mi garba, anzi mi garba parecchio; e chi 'un gni garba, secondo me, 'un sa nemmeno icché si perde. Anzi, ora che mi sovviene, le più grandi cignalate della mia vita me le son fatte proprio a Bòlgheri, presso tale Giorgio F. (il quale, se per caso mi legge e si vede definito "tale", probabilmente viene a aspettarmi sotto casa con la doppietta e fa anche bene). Tutto questo per dire che, in preda ad un afflato di coerenza, non posso definirmi un anticaccia; non soltanto mi garba i' cignale, ma anche i' sugo di lepre, mi garbano le quaglie arrostite, quand'ero a Travale a festeggiare il guaita, guaita male mi sono strippato di capriolo (e se qualcuno m'avesse detto "stai mangiando Bambi", l'avrei arrovesciato intrafinefatta) e così via. Tutti mangiarini, insomma, che necessitano qualcuno che vada a dar la caccia alle materie prime, vale a dire alle bestie. Ne sono, ovviamente, ben cosciente.

Ciononostante, stavolta in un afflato di ben più venturiana incoerenza, a me i cacciatori e la caccia proprio non mi riesce di farmeli stare simpatici; anzi, direi che in linea di massima mi stanno, sia in veste di singoli che in quella, ben più perniciosa, di lobby, notevolmente sul culo. E questo ben prima dell'attuale leggina berluscazziana, contro la quale persino qualche cacciatore un po' più dotato di gnègnero si è opposto. Gli anticaccia, quelli veri, duri & puri, avrebbero anche la mia ammirazione se non fosse che, davanti a un piatto di tagliatelle a i' sugo di cignale, o a un vasetto di sarcicce sott'olio, vengo colto da subitaneo deliquio e mi ci butto sopra come Klaus Dibiasi dalla piattaforma di 10 metri. Saranno, come si suol dire, umane debolezze, per le quali non accampo scuse; e, ovviamente, continuerò imperterrito sia a addentare manicaretti a base di cacciagione (cosa che mi capita, invero, al massimo due volte all'anno se va bene), sia a farmi stare sul culo i cacciatori e la loro attività (che almeno vorrei non fosse definita sport).

Ma, oggi, sono anema e core dalla parte dei cignali. Me li immagino nelle boscaglie maremmane di Bolgheri seduti in cerchio, con tutti i loro cignalini, a spanciarsi dalle risate. È successa, proprio da quelle parti, una cosa. Una di quelle cose che, caccia o anticaccia, cignale o tofu al seitan, mi ha fatto sobbalzare sulla sedia ritirando fuori tutto il mio mai sopito giacobinismo. Una festa di nobilastri, di aristocazzi di merda generalmente riciclatisi come imprenditori di successo, con la relativa e immancabile battuta di caccia. Al cignale, giustappunto. Trasformatasi all'improvviso in una qualsiasi battuta di proletari, di quelle dove -mi son sempre chiesto come mai- si fanno sempre fuori tra cognati. Lo si legge a metà agosto sui giornali, a ogni apertura della caccia: "Tragedia ne' boschi di Suvereto - Uccide il cognato durante la caccia", oppure, "Spara al cognato e lo ammazza, credeva fosse una quaglia" (sospetto che, almeno a volte, più che di quaglie si debba parlare di cervi e che dietro tutte 'ste ammazzatine venatorie ci siano inconfessabili regolamenti di conti in famiglia per questioni di corna).

Stavolta, invece, niente cognati. E niente proletari. C'è tutto il Gotha della zona, in quel "luogo magico e amatissimo dall’aristocrazia di tutta Europa" (così vola pindaricamente il "Corriere della Sera"). Stavolta l'impallinamento letale è toccato nientemeno che al conte Giuseppe Orlando, sposo di una Della Gherardesca e, quindi, discendente del Conte Ugolino. Sì, perché questi qui si sposano tuttora sempre fra di loro, si fanno le feste fra di loro, ci hanno le tenute più belle in Maremma, si accignalano reciprocamente le loro spose e, talora, durante il rito millenario capita loro di ammazzarsi a vicenda come dei bischeri qualunque. Come il Pinzauti Piero che fa fuori il cognato Lascialfari Giuseppe. Come il Degl'Innocenti Ettore che stende l'amico fraterno Bartoli Ottavio, con il quale andava a caccia fin da ragazzo.

Ora, magari, i cignali forse si aspetterebbero che queste cose toccassero giustappunto ai Pinzauti, ai Lascialfari e ai Bartoli, a questi vili pezzenti che possono anche accopparsi al massimo con un trafiletto di dieci righine in cronaca locale. Sì, perché di incidenti in questo "sport" che addirittura taluni vorrebbero chiamare arte ne succedono parecchi. Succede sempre dove, per un motivo o per l'altro, c'è gente che imbraccia delle armi. Invece no. I cignali debbono oggi ricredersi con gran sollazzo: nonostante tutta l'attrezzatura, nonostante le postazioni nascoste e i palchetti rialzati, ieri uno dei venti sceltissimi cacciatori di quelle nobìllime famigliuole d'antichissimo lignaggio ha spedito a babboriveggi il conte Orlando con un proiettile calibro 30 sparato da una carabina. Proiettile senz'altro destinato a un cignale che, oggi, ringrazia la su' madonna cignalessa non senza essersi debitamente pisciato addosso dal ridere.

O che ci volete fare. Io ero uno di quelli che, persino alle scuole medie, quando si faceva la Rivoluzione Francese tifavo quasi da stadio quando il professore spiegava degli incendi appiccati dai contadini alle avite tenute di quei parassiti merdosi, delle teste che rotolavano nei panieri, del cittadino Luigi Capeto portato al patibolo la livida mattina del 21 gennaio 1793 e di quella schifosa dell'Austriaca alleggerita anch'essa della testolina. Non mi hanno mai fatto brillare gli occhi né le vicende della Primula Rossa, né quelle dei Vandeani. Magari, all'epoca, è ragionevolmente certo che prima o poi anch'io sarei stato passato per l'invenzione del citoyen De Guillotin, ma pazienza; dé, vo' mètte. Abbasso tutti questi luridi, in ogni epoca e in ogni paese; e mi sia scusato se, nell'attuale paese dell'amore mi ostino a fare queste decise dichiarazioni di odio di classe.

Questi mica sono come me e come te, lettrice o lettore, anticaccia o cacciatore che tu sia. Questi trasformano ogni cosa in separazione, in recinzione. Le loro meravigliose tenute dove fanno i loro preziosissimi vinelli, come ad esempio il Sassicaia di quelle contrade lì: per farne una Molotov bisognerebbe averci fior di bigliettoni per acquistarne una bottiglia millesimata (e, peraltro, le molotov vengono meglio con le bottigliacce da spumante da du' soldi, quelle col fondo rialzato e di vetro spesso). Le loro élites. Il loro lusso orrendo mentre qui si crepa. Le loro spose, i loro figli e i loro avi che mica si possono chiamare come noi comuni mortali: il defunto Orlando era figlio di Sibilla e i suoi figli si chiamano Cloe e Tancredi. T'an credevi, eh, di finì sparato come un cognato qualsiasi di Montaione o di Vicchio del Mugello. T'an credevi che la tua "dinastia leader imprenditoriale nel campo del rame" (chissà se si serviva anche delle miniere cilene riprivatizzate da Pinochet...) tu non te la potessi più godere, proprio ora che il prezzo del rame, l' "oro rosso", è schizzato alle stelle, e che non so quanti poveracci e diseredati lo vanno persino a rubare dalle linee elettriche ad alta tensione o dalle traversine ferroviarie, rimettendoci sovente la buccia in un modo un po' meno nobiliare ed anche ben più atroce.

E allora, unendomi per una volta ai cignali che se la spassano, li invito a cantare assieme a me il Ça Ira!, che ce n'è uno in meno. Via questa merda puzzolente dalla faccia della terra. Via aristocratici, conti, baroni, grassi borghesi, imprenditori leader; e che la Maremma, e le sue terre, e le sue antiche case, i suoi boschi ed anche i suoi animali siano restituiti a chi lavora. Saremmo nati o no per marciare sulla testa dei re? Beh, intanto potremmo anche farlo su un nobile imprenditore sbudellato per la sua stronzata di rito millenario. Se ne fosse rimasto a passare la domenica a trombarsi la sua bella sposa, invece d'alzarsi all'alba per andare a giocherellare con le carabine, non gli sarebbe successo.



venerdì 5 febbraio 2010

Certificato di morte


L'ha detto La Repubblica, e se lo dice lei, specialmente per festeggiare nientemeno che i 6 anni di Facebook, ditemi voi come sarebbe possibile anche accennare la benché minima obiezione. Dunque, care bloggeresse, cari blogger: da oggi tutti noi siamo ufficialmente sbaragliati. Obsoleti. Relitti del passato. Destinati a scomparire sotto le bordate di quello che oramai non viene chiamato neanche più "Social Network", ma addirittura Il quarto stato del mondo (a me questa espressione suona abbastanza sinistra: ricorda da vicino un certo Quarto esercito del mondo, ma oramai dev'essere preistoria). Addirittura, nel giorno del suo sesto genetliaco (per FB non si può più usare il volgare termine "compleanno": bisogna ricorrere oramai a quello "elevato" che si usa per i sovrani), il Quarto Stato del Mondo si rifà il look, pronto per altri 400 milioni di iscritti. Arriverà il momento in cui la geniale intuizione di Zuckerberg conquisterà tutti gli abitanti del pianeta: addio Cina, addio India, addio ogni cosa. Ne resteranno fuori pochi irriducibili, considerati probabilmente un po' folkloristici e un po' innocui, e magari da conservare come specie protetta in via di estinzione. Continueranno a mandare avanti i loro dimenticati blogghini, e la stessa parola si perderà nel dimenticatoio.

Quindi, cari e care bloggers, ci è stato ufficialmente pubblicato il certificato di morte. Però, accidenti, finché possiamo (anzi: finché esistiamo) abbiamo un preciso dovere: quello di vendere cara la pelle. Prima di soccombere al fato ineluttabile (anzi: alla Mailing list con qualche gadget in più, secondo l'indimenticabile definizione di chi, a differenza mia, è sempre al passo coi tempi), ci resta ancora qualche spicciolo da spendere. Del resto, a mo' di piccola consolazione, lo stesso articolo di Facepubblica riporta che il geniale signor Montedizucchero ha affidato l'annuncio del restyling della sua creatura ad un blog. Oh bella. Ma vabbè, sarà una specie di "onore delle armi", quella perfidia inventata dagli inglesi per pigliare ancor di più per i fondelli gli sconfitti, e farli sentire ancora più sconfitti, facendo finta di "onorarli" e di "riconoscere il loro valore".



Bene. Prendiamone atto. Ne prendo atto, e passo qui alla prima persona singolare: non posso certamente arrogarmi il diritto di parlare a nome di altri. Sono peraltro ben conscio del fatto che molti di voi, cari bloggers, avete anche la vostra bella paginetta Facebook, magari con tanto di relativo profilo proprio sul blogghetto; insomma, giù, prima o poi vi stuferete di essere costretti a pensare ogni giorno o quasi che cosa scrivere su quella pagina bianca, quando invece FB vi permette di scambiare, interagire, esprimere, manifestare, esporvi, raggrupparvi eccetera, per di più con un battage pubblicitario planetario. Tutti là, con la vostra bella faccina (o con qualcosa che comunque ne riassume i caratteri "ideali"), col vostro nome -vero o finto che sia-, con le vostre belle storie offerte "in tempo reale", con quel che vi piace, con quel che non vi piace, con le vostre magnifiche condivisioni, coi vostri eroici codici, con le canzoni che vi fanno battere el corazón, ed anche -va da sé- con milioni di trombate che verranno (e sono già state) consumate grazie a FB. E, ovviamente, absit iniuria verbo: si trombava sui newsgroup, si trombava sulle mailing list, si trombava su Pow Wow e su ICQ, su MSN Messenger, si tromba tuttora sui blog, e figuriamoci quindi se non si tromba e si tromberà su Facebook.

Ma poiché a me dell' "onore delle armi" non me ne frega un cazzo, e detesto qualsiasi "zuccherino" che mi viene ammannito per rendere meno amara la (peraltro ovvia e certa) sconfitta, vorrei in articulo mortis dire che cos'è per me un blog, che cosa è stato e, almeno fin quando non resteremo in quattro dementi con il tagghino "Facebook? No Grazie!" rinchiusi nel Bloggassic Park.

Un blog è, o era, trovarsi più o meno quotidianamente a confronto con il proprio pensiero, cercando di vincere il timore dell'inadeguatezza. Un blog significa(va) non avere nessuna preoccupazione di "interagire", ma soltanto di esprimere. E sempre a disposizione di tutti, senza obbligare o forzare nessuno ad "entrare", al "dai vieni anche tu fra i Ringo Boys". Mi spiego meglio. Quel che state leggendo ora, fra pochi minuti verrà catturato da Google, da Technorati, da ogni altro motore di ricerca. Sarà disponibile in Rete senza nessuna mediazione. Lo stesso vale per i vecchi e defunti newsgroups e forum.

Mi dicono che anche FB, fra i suoi infiniti gadgets, offre il blog, ovvero la pagina bianca dove scrivere quel che si vuole. Però, per leggere, è necessario prima iscriversi a Facebook. Io, che non vi sono iscritto, non posso leggere quel che hai scritto. Se voglio farlo, bisogna che mi crei un account: era lo stesso limite delle mailing list (quelle con qualche gadget in meno, insomma). Come dire: bene, caro, cara mia, ci avremmo tante belle cosine ma prima occorre che tu entri nel nostro magico mondo. E se non ci vuoi entrare, pazienza. Tanto, prima o poi, cederai. Come puoi pensare, illuso, di riuscire a starne fuori? Non senti la curiosità che attanaglia? Dai, prova! Al limite fatti un account farlocco! Non sai che, in questo preciso momento, si sta parlando anche di te? Ti si sta elogiando, amando, odiando, blandendo, insultando, prendendo per il culo, compatendo, nominando, e tu non lo sai.

È vero. Non lo so. Posso, al massimo, immaginarlo o intuirlo. Ma poiché, come è noto, io sono io e voi non siete un cazzo, e non siete un cazzo anche se siete tanti, anche se avete sbaragliato i blog, anche se vi siete coscientemente autoschedati in un modo che il Grande Fratello non sarebbe nemmeno riuscito a concepire (e poi, magari, ammirate tanto Orwell!), anche se siete "cittadine" e "cittadini" del "Quarto Stato del Mondo", non basteranno né i certificati di morte di Repubblica, né nient'altro, a farmi cessare di considerarvi dei poveri coglioni. Specialmente quelli del "Beh, sì, io FB ce l'ho ma dipende dall'uso che se ne faaaaaaaaaaaaaaaaa....", o del "Beeeehh, io non è che sia sfavorevole a priori, solo che non me la sentooo....però non ho niente in contrario...", o magari del "Se si è contrari a Facebook, allora si è contrari a tutta Internet" (l'identificazione oramai avvenuta!). E, come vedete, di coglioni ve lo do sul muso, senza problemi, e con indicizzazione immediata e aperta. Non dovete iscrivervi a questo blog per leggere che siete milioni di ignobili teste di cazzo. Non vi richiedo nessuna password. Se invece mi state dando, proprio ora, di coglione e di ignobile testa di cazzo sulla vostra paginetta FB con tanto di gadgets, mi toccherebbe "iscrivermi". Toh, ma bòrda in culo! Fossi matto! Ma volete mettere un bel blog, quello dove non scrivete più niente a parte mettere fotine e citazioni dai vostri Bildungsbücher o da qualche poetònzolo? Quello che oramai serve soltanto come "gadget esterno" alla vostra paginetta Facebook, per far vedere che ci siete, oh sì che ci siete, e che dovete venire lì? In un blog, quel che penso di voi, della vostra vita, delle vostre facce (a culo, mi pregio di ripeterlo) e di tutto il resto ve lo dico senza "account". Basta digitare: http://ekbloggethi.blogspot.com .

Gli "account" non esistono. "Account" è un termine di origine bancaria. Avete, infatti, messo in banca voi stessi. Vi siete rinchiusi nelle cassette di sicurezza di una specie di World Bank. Un enorme Fort Knox. Le vostre facce sono come le pubblicità delle banche, con investimenti a base di "amicizie" o presunte tali. Facebank! Qui, invece, e in tutti gli altri superstiti blog del mondo dove ancora si scrive, vige l'antico sistema del libero baratto. Se mi serve qualcosa dal blog di Tizio, me la prendo e gli offro qualcosa di mio; e viceversa. È più sociale questo blog "asociale" di tutta Facebook. Facebook non è socialità, è il suo esatto contrario. Per quanto le sue dimensioni siano oramai enormi e inarrestabili, è un lugubre repository. Parola inglese che può ben coprire le accezioni di "ricettacolo", "museo" e "cimitero". E anche sulla sua presupposta "utilità" ci sarebbe da questionare non poco. Prendiamo ad esempio il terremoto di Haiti. Ad un certo punto sembrava che si sapesse tutto soltanto grazie a Facebook (e Twitter). Sembrava che tutta Haiti, o quel che ne restava, fosse collegata al Social Network, persino da sotto le macerie. O non è il paese più povero del mondo? E dove ce li hanno tutti 'sti computer? O non c'erano le linee telefoniche e elettriche completamente saltate? Tutti con le chiavette, addirittura? Non mi torna qualcosa. Intanto, però, anche grazie a Haiti il signor Zuckerberg e la sua creatura si sono fatti un'altra bella fetta di pubblicità; e ci sarebbe da avere qualche sospetto ben preciso. Si vede oramai il mondo consegnato nelle mani di Facebook, ma quali siano, e di chi siano, esattamente queste mani dovrebbe inquietare soprattutto le menti eccelse, quelle che hanno sempre previsto il futuro, quelle cui il tempo dà ragione. Nulla da fare. Sono tutte là, come ad esempio Adriano Sofri (tanto per fare un nome a caso).

Io, invece, sono tutt'altro che una mente eccelsa. Non prevedo il futuro e il tempo si guarderà bene, almeno spero, di darmi ragione. Per questo sono inquietato, e non poco. Per questo resto ancorato al mio povero blog del cavolo, pur sbaragliato, pur sconfitto. In questo spazio trovo che sia ancora possibile respirare aria libera, e magari provare anche a farla respirare a chi vuole. E magari ancora respirare quella di altri, che a loro volta la respirano e la fanno respirare. Scrivano quel che vuole, Repubblica e tutti gli altri potentati mediatici che sono i veri artefici, con chi sta loro dietro, del pompaggio di Facebook e della riduzione dei rapporti umani ad un infinito, inutile, stupido, alienato e innocuo belante cazzeggio di pecore, e ai numeretti di quanti "amici" si hanno. Fuori dai coglioni, gli "amici".

Siamo morti? Bene. Non siete invitati al nostro funerale. Ce lo facciamo come vogliamo, e da soli. Semplicemente continuando, fino all'ultimo momento, a fare quel che abbiamo fatto, o quantomeno cercato di fare dalle nostre pagine bianche da riempire di vita. La vostra vita, quella che offrite corredata da mille e mille notiziuole, da quel che state facendo in questo momento, dai vostri "contatti", dai vostri "gruppi" e da tutto il resto genialmente inventato da Zuckerberg, puzza soltanto di cadavere. Il blog, come strumento non soltanto di libero pensiero ma di sua estensione realmente articolata, faceva paura. Doveva essere fermato. Ci ha pensato Facebook con tutti i suoi gadgets. Certi blog hanno scosso il mondo, e quando qualcosa comincia a scuotere un po' troppo esiste un'arma sempre efficace: l'idiozia vuota.

lunedì 1 febbraio 2010

Come dire d'un cielo rosa


Irrompe, a mezz'inverno, la voglia d'uscire senza un motivo. Da solo, sbattendosene del gelo della prima notte di febbraio, in un giorno cominciato grattando ghiaccio e che sta finendo grattando confusioni. Inforcare il berrettone di lana blé, inventarsi una fame che somigli almeno un po' a quella di vivere, maledire il freddo e tutto questo mese idiota e chiudersi la porta alle spalle.

La mèta è quella solita: il trippaio all'angolo con via Livorno. Neanche a farlo apposta, ci sono delle persone a ragionare di uno che è finito in galera. Non mi va di ascoltarle, anche se riesco a cogliere lacerti di discorsi, e di una storia non bella. Come se volessi pigliarmi una pausa dal pensiero della galera, che in questi ultimi tempi mi ha accompagnato. Perché c'è galera come si gira gli occhi. C'è galera come c'è la tirannia della poesia di Gyula Illyés. C'è galera, ormai, nella testa, e una galera che nessuno riesce più nemmeno a esprimere. C'è galera nella rassegnazione e nell'omologazione. Galera nelle sonerie dei telefonini. Galera nei bassi sparati dagli stereo delle macchine, maledette cacofonie stordenti. Galera negli sguardi sempre più vuoti. Galera nel puzzo della fabbrica che sgrassa gli oli usati per la zootecnia. Galera nell'alone di luce giallastra emesso dalla galera vicinissima. E febbraio, mi vien fatto di pensare usando della mia fame da galera, è il suo mese. Mese che ha la febbre nel nome.

Ma sono uscito. A casa mia c'è caldo, ci sono le cose che amo. C'è un frigorifero pieno di dimenticanze e di incognite. Case, oramai, come mondi. Ed è proprio quando più farebbe piacere restarci che bisogna uscire. Andare fuori. Andare a vedere che succede. Il vuoto della periferia come un Maelström. Uccidere la televisione e le rassicuranti finestre illuminate nel cortile. Gettarsi nei parcheggi scuri, e tendere l'orecchio al minimo rumore cercando di cogliere tutto quel che si può. Verrà rielaborato, poi, nella sinfonia dei ricordi che non ti abbandoneranno; impedirà che la vita sia tutta una sequela di giorni qualunque. E tre bicchieri di vinaccio, bevuti uno dietro l'altro, mentre il freddo aumenta.

Smettono di passare le macchine, e cominciano a passare le immagini non appena quel sottile dolore di solitudine frammisto a sciatalgia s'acquieta. Viene a mente un vecchissimo racconto di Paperino, una vignetta con un bambino che gioca felice con un cerchio in un bel giorno di primavera, un passero che cinguetta posato sul palo di un cartello. È la prima cosa, sì, che passa per la mente. Sfumano le voci delle persone che parlano; il ragazzo che prepara i panini s'è messo a sedere, fuma una sigaretta e guarda rapito il televisore portatile che trasmette Il grande Fratello. Non sa, probabilmente, nulla di Orwell. E non sa che, dietro di lui, mentre addenta un panino esageratamente piccante e beve il suo quarto bicchiere di vino, c'è uno che sta compiendo la sua quotidiana, minuscola fuga, provando a rendersi invisibile.

Ché l'invisibilità si acquisisce pensando intensamente di non essere visto da nessuno. Convincendosi che il pensiero, e quello solo, può vincere sulle sozze meccaniche di controllo e non solo volare libero, ma anche volare a distruggere. E allora, per un momento, anche febbraio è sconfitto. Senza neppure chiudere gli occhi, e continuando con dei gesti talmente consueti da partecipare della meraviglia del non essere percepiti, appare un bambino che gioca con un cerchio. Appare un passerotto che cinguetta. Come dire d'un cielo rosa che che sovverte la realtà e rende, seppur vagamente, invincibili.