martedì 10 giugno 2014

Piero Ciampi? State zitti tu e i tuoi servi, cisterne di merda!



Dei "risultati" delle "elezioni comunali" e di qualsiasi altra elezione, m'importa meno che della sega d'un colibrì. Da chi abbiano "scelto" di farsi amministrare quella metà di livornesi (50,44%) che sono andati, domenica scorsa, a votare per un'accozzaglia di gente in contrapposizione al PND (Partito Nazionaldemocratico der Arbeiter)  che da settant'anni, in varie forme, non si spiccicava peggio che se l'avessero incollato con l'Attak, sono cazzi loro, 'ni vo in culo e porto sei. Certo che, ancora una volta, a Livorno come altrove, non si vuole proprio vedere che cosa sia stato in realtà "votato": è stato votato il non votare. Metà della popolazione di una città di 160.000 abitanti che, il giorno del "decisivo & storico ballottaggio", decide di non ballottare e se la patullino un po'quegli altri a base di "cambiamenti".

Anche per questo, sapere e leggere oggi che una serie di cisterne piene zipille di merda, vale a dire Giuliano Ferrara e un suo servo (tale Camillo Langone) si sono permessi, sul loro "Foglio" (sì, ma di carta da culo), di tirare in ballo Piero Ciampi a proposito delle "elezioni livornesi", mi ha fatto balzare sulla sedia con la voglia di averci accanto, e bello carico, un AK47. Non ci credete? Leggete qui. Questi qui mi farebbero vomità anco ir cacciucco der Sottomarino, dé. "Ma domenica a votare è andata a votare la Livorno di Ciampi, inteso il cantautore Piero: il primo che cantò 'ma vaffanculo' ", scrive 'ver popo' di bodda marina al servizio di 'ver butriolo ar cubo di Ferrara; provi magari a immaginare quale vaffanculo cosmico si sarebbero beccati lui e ir su' padrone da Piero Ciampi, che nella sua agra vita fu magrissimo e servo di nessuno.


La Livorno di Piero Ciampi non esiste più. Visto che, anni fa, l'ho fatto perzino risuscità in un racconto, è come se me lo sentissi dire che, quella Livorno là, almeno un po' se l'era inventata lui; come, del resto, me la sono inventata io quando ci stavo. Livorno ne combina di queste cose; è ir 'zu bello, o forse era. O forse, da qualche parte che non so, s'è rintanata in attesa di riuscì' fora. O forse ancora se n'è andata via, schifata; c'è caso che, pe fa' un dispetto, un pezzo se ne sia andata addirittura a Pisa. Ma quella Livorno là,  quella, bisogna soprattutto sapersela inventare, magari in certe nottate d'inverno passate a camminare con in tasca una bottiglia di 'varcosa che, a voialtri, vi farebbe stiantà' solo a sentinne ir puzzo. Quella Livorno triste triste, stranita, inafferrabile come il mare, che potrà essere stata, magari, anche quella di Piero Ciampi ma che è soprattutto la tua, con le canzoni di Ciampi a fa' da colonna sonora. Quella Livorno che sta sotto a patine più o meno colorite e colorate. Quella Livorno arroìta da' ponci. Quella Livorno de su' gatti sotto agli Scali delle Cantine. Quella Livorno dell'ombra di piazza Colonnella che mi dette l'addio regalandomi un euro per le sigarette. Quella Livorno che potrei andà' avanti pe' du' ore a parlanne, compreso spiegà che dose abissale di pezzi di merda ci stanno, da' pottaioni der viale Italia ai fascisti dentro che magari "votavano" pe'r grande Piccì di merda come loro. Ché Livorno ha, o aveva, il cuore duro; non "grande" come si blatera. Ché Livorno non è le macchiette del "Vernacoliere" e men che mai i miti che si è costruita addosso, o che le hanno fabbricato per neutralizzarla, per renderla innocua. La Livorno der ventuno. E così è andata; ce l'ho lasciato per davvero, il cuore sul porto di Livorno. E me la sono portata dietro dappertutto. Divago, vero? Divago, e divago sperando che il maglione di gran marca che regalai a una gatta per avvolgere i suoi gattini appena nati abbia fatto il suo dovere; me lo levai di dosso e rimasi in camicia di novembre. Livorno, non lo sapete, è un novembre. E' il novembre della faccia e della vita di Angelo Froglia. 




E' un novembre, Livorno, che non è dato a utilizzare a dei servi dei servi dei servi. Mi verrebbe la voglia di piglià un treno e d'andà in via Pellettiè davanti ar dodici a urlallo. In culo a voi e alle vostre elezioni. La "Livorno di Piero Ciampi" vi sdraierebbe a picchi ne' denti, brutti sudici. Ferrara. Mi fa sbudellà dar rìde' solo a pensacci; c'è chi colleziona i francobolli o i tappini, e quello è uno che ha collezionato servitù e leccate di culo, a tutti. Ar Piccì der babbino suo, a Crassi, a Berlusconi, ora si dà da fà' con Grillo (uno cui Piero Ciampi avrebbe detto: Dé, ma te li vòi taglià que' 'apelli che sembri ir pupazzo dell'Orzoro...?). E vi ci vorrebbe sì un po' di Livorno, di 'vella 'e dìo io, di 'vella soda; con Ferrara ci si farebbero du' tonnellate di 'Iteat (*) per' tutti i gatti della Fortezza Nova. Poi fa scrìve l'artìolo sulla "Livorno di Piero Ciampi" ar figliolo d'un forgorino; uimmèna. Chissà se ar babbino dell'articolista hanno rovesciato dalla finestra un pitale di piscio sur capo mentre sfilava facendo ir saluto romano.

E Piero Ciampi, brutti pezzi di merda, servi der potere, 'un vi dovete nemmanco azzardà a nominallo. Vi càa sur muso, Piero Ciampi; e pe' unn'èsse da meno, vi cào sur muso anch'io. A voi, alle vostre elezioni, a' vostri sindaci e alle vostre percentuali. Parlatene pure, ma Piero lo dovete lascià stà'. Sennò c'è ir caso che, un giorno, ve lo vedete arrivà' co' un sottomarino; e poi si ride.

(*) Kitekat

mercoledì 4 giugno 2014

Terroristi



Ci sono proprio tutti quanti. Una perfetta antologia. Dall'ex governatore della Regione Veneto, Giancarlo Galan, al sindaco de Venexia, Orsoni. E poi "magistrati delle acque", la Mantovani, le "Cooperative" più o meno "rosse". C'è, naturalmente, la "grande opera": il Mose (acronimo scelto anche per ricordare Mosè), il disastroso sistema di dighe mobili che avrebbe dovuto "salvare Venezia" e che invece, oltreché l'ennesimo scempio ambientale, si sta rivelando del tutto inutile e basato su calcoli e previsioni sbagliate. Ovviamente, l'altrettanto ennesimo "ministro", tale Lupi, si è affrettato a ripetere la tiritera: "Accertare le responsabilità penali ma completare l'opera". Così come si devono "accertare le responsabilità penali" ma fare comunque l'Expo di Milano 2015. Un sistema intero. Pezzi interi dello stato italiano, ai più alti livelli, assieme ai potentati economici e a politicanti trasversali, dove ogni presupposta "appartenenza politica"è del tutto annullata, indifferente (Galan di "Forza Italia", Orsoni del "Partito Democratico"); ma questo lo si sapeva già bene. Lavori colossali in regime di esclusiva, senza appalti, affidati direttamente ad un consorzio ("Venezia Nuova") che, in questo, ha superato persino la Mafia. La Mafia, perlomeno, trucca gli appalti; qui, di appalti, non ce n'è stato neppure bisogno. Neppure la farsa. 

Può darsi che tutto questo, a molti, ricordi decine di cose già viste; ma, a me, ne ricorda una ben precisa, più delle altre. Una cosa che comincia con Val e finisce con Susa. Una fotocopia, quella del TAV: lo stato, i ministri, la "UE che chiede", i governatori, i politicanti trasversali, l'inutilità totale, il disastro ambientale, le grandi imprese, le "cooperative". Con l'aggiunta, in questo caso, di una popolazione che si è ribellata e che lotta, e di una repressione spietata da parte dello stato, della sua magistratura, delle sue polizie. Mentre gli zelanti procuratori arrestano ogni giorno (solo di ieri la notizia di altri 29 provvedimenti di custodia) ammannendo accuse di "terrorismo", i veri terroristi fanno i loro affaroni. Un giorno o l'altro, e se ne può essere ragionevolmente certi, sarà scoperchiato anche il verminaio del TAV in Valsusa, e allora non basteranno più i Padalino e i Rinaudo. Ci saranno dentro ministri, governatori, imprese, "cooperative", tutti quanti; i veri terroristi, quelli in giacca e cravatta, quelli che non mettono fuori uso i compressori, quelli che mandano la truppa a sequestrare un pezzo intero di territorio e a inseguire in armi chiunque si avvicini alla Clarea. Mari e monti, dalle montagne valsusine alla laguna veneta, quelli che si servono dei loro magistrati "eroi antimafia" per coprire qualosa che è persino peggio della mafia; nulla si salva da questi terroristi, perché terrorista è il loro Stato. Ci sarà, naturalmente, il coretto sull "accertamento delle responsabilità" mentre il ministro dirà che comunque "bisogna completare l'opera".

E così, mentre finiscono quotidianamente in galera compagne e compagni accusati di "devastazione e saccheggio" per una vetrina, una recinzione o un compressore, questi qui devastano e saccheggiano un paese intero, dalla Valsusa a Venezia, dalla Sicilia al Mugello. Devastano e saccheggiano il mondo.

lunedì 2 giugno 2014

San Crispino




Siamo nati per marciare sulla testa dei re emeriti.

domenica 1 giugno 2014

Fratellini (e sorelline) d'itaglia



Giusto alla vigilia del due giugno, festa della repubblica "nata dalla resistenza" e con quella sua famosa "costituzione" immancabile feticcio di demokratici, sinistri "radicali", robertibenigni, giuristi per caso, zagrebèschi, donciotti, effetrentacinque, anacronistiche pulsioni e chi più ne ha, più ne metta, trova l'ennesima e perfetta applicazione quella sua famosa "disposizione transitoria" che prevedeva il divieto di ricostituzione del dissiòlto partito fassìsta in ogni sua forma eccetera (tant'è vero che già nel '46 si costituiva il MSI). Nel paese con la "costituzione più bella del mondo" (sembra che abbia persino vinto il titolo di "Miss Constitution" nel '79), i fascisti sono dappertutto. Sono liberi di scorrazzare come e quando vogliono, mandano i loro Casseri in piazza Dalmazia, siedono in tutte le istituzioni democratiche da quelle locali a quelle nazionali, hanno presenze massicce nelle "forze dell'ordine", festeggiano giovannigentile, franchi tiratori e marcesurroma a Predappio, ci hanno un bel po' di fedeli calciatori grand'eroi dello spòrte e, naturalmente, continuano a tirare fuori i coltelli.

Ieri sera a Torino, un ragazzo di 27 anni -sembra dello squat Mezcal ma le notizie sono ancora frammentarie- è stato accoltellato sul metrò da un gruppetto di fasci, giovanissimi, composto da quattro stronzetti e due stronzette. Si sono accorti del suo abbigliamento, individuato come "antagonista", e lo hanno aggredito prima a calci e pugni, e poi a coltellate perforandogli un polmone. Il ragazzo è attualmente ricoverato all'ospedale Mauriziano, in prognosi riservata ma pare (fortunatamente) non in immediato pericolo di vita. Due fasci, uno di 18 anni e l'altro minorenne, sono stati arrestati. Eccoli in azione, i fratellini d'itaglia, i vigliacchetti nutriti e foraggiati dalla "repubblica antifascista" che da quasi settant'anni altro non fa che coprirli e servirsene per piccole e grandi incombenze, dagli accoltellamenti sul metrò alle bombe sui treni.

Magari a qualcuno verrà in mente di dire che sono "ragazzini", che sono "ignoranti", che sono dei pischellotti con un quoziente d'intelligenza inferiore a quello di una melanzana; intanto, però, di qualcosa sono stati imbevuti e sanno di poter contare su un ben preciso retroterra, su connivenze e su un'intera "cultura" ben organizzata. E tirano fuori il coltello per colpire un ragazzo inerme e senza nessuna possibilità di difendersi. Fra due giorni ci sarà il consueto leguleio che "escluderà i motivi politici", pare già di vederlo; e avanti il prossimo. Domani sfileranno presidenti, retoriche e parate militari, e magari ci sarà anche una bella spruzzata di "nostri marò" (quelli espressamente nominati da Giorgio Napolitano nella sua allocuzione del 25 aprile).

Del resto, il termine "marò" veniva usato comunemente anche per i membri della X MAS di Junio Valerio Borghese, una cosa che dovrebbe prima o poi essere ricordata. Tutto questo accade nel bel paese della "coesione" che si prepara al rito dei mondiali di pallone; profluvi di bandiere, di frecce tricolori, di jobs act, di sgomberi, di utenze tagliate, di poveri cristi schiacciati a morte in Borgo San Frediano, di repressione giornaliera, di telecamere, di "legalità" e, ovviamente, di gente accoltellata sul metrò perché ha la sfortuna di imbattersi nei bravi ragazzi (e nelle brave ragazze) d'itaglia.

Fatevela pure la vostra festicciola. Tanto è già finita prima di cominciare, davanti a un letto d'ospedale dove sta distesa un'altra persona che ha avuto un polmone perforato dalla vostra "democrazia". Alla quale va, per quel che può servire, un abbraccio forte.

venerdì 30 maggio 2014

Nardelle le Sgombereur: Chiuso il Fondo Comunista a Firenze





Ieri mattina, alle 8, il Collettivo del Fondo Comunista, in via Rocca Tedalda alle Case Minime, è stato sgomberato manu militari e sigillato con decreto e timbri della Procura della Repubblica di Firenze. Polizia Municipale e Digos in azione, con tanto di perquisizione dei locali. Di essere oramai sotto tiro lo si sapeva da tempo, almeno fin da quando, periodicamente, erano venuti a cambiare le serrature della porta (che erano state fatte regolarmente saltare per rientrare); stavolta hanno fatto le cose in grande stile.

Il Fondo Comunista esiste da oltre vent’anni. Si trova in un quartiere, le Case Minime di Rovezzano, per il quale ha sempre rappresentato ben più di un punto di riferimento e di aggregazione. Nella Firenze-salottino, o Firenze-vetrinetta, del Renzismo trionfante, un quartiere come le Case Minime è semplicemente qualcosa da cancellare, a cominciare da chi per esso ha sempre lottato e agito ad ogni livello; certamente, lo sgombero del Fondo Comunista si inserisce in una più vasta azione (non soltanto locale) di eliminazione di ogni realtà antagonista, sociale e politica, che non si uniforma minimamente ai diktat di “pace sociale” e di “legalità” imposti dal “Partito Democratico” e dei poteri forti; anche perché il Fondo Comunista, oltre ad essere un punto di attività e di lotta, lo è anche di studio e di proposta. Prova ne sia che, ieri, durante la perquisizione, sono state portate via anche copie di volantini e manifestini girati in città e, soprattutto, la bozza (già in fase avanzata di realizzazione) di una proposta di discussione che il Fondo intendeva produrre e proporre a tutte le situazioni con le quali siamo in relazione. Bozza che non era nostra intenzione far circolare (sia su Internet che in incontri) fino a quando non avesse avuto una stesura definitiva. Ora è in mano a giudici e polizia.

Si conferma così quella sorta di “scaletta” che presiede agli insediamenti delle giunte renziane a Firenze: nel 2009, il primo provvedimento dell’allora neoeletto Supergiovane Renzi era stato lo sgombero del Mercatino Etnico del Lungarno Pecori Giraldi, all’alba e senza alcun preavviso, con i soliti pretesti dello “spaccio”, del “degrado” e dalla “restituzione ai cittadini di uno spazio verde”; andatelo un po’ ora a vedere quello “spazio verde restituito”, contornato da decine di pullman turistici puzzolenti, a volte parcheggiati là davanti in doppia fila e, naturalmente, del tutto deserto e in via di abbandono. Appena eletto, Dario Nardella si è sentito in dovere di inaugurare il suo mandato in modo del tutto analogo; prima ha “trionfato”, il giorno dopo si è fatto fotografare gongolante in maternità dove la consorte gli ha scodellato un bel pargoletto (che bello il sindaco neopapà, è così family-friendly!) e, il giorno dopo ancora, ha sgomberato il Fondo Comunista. Un bello sgombero serve per ribadire immediatamente che cosa aspetta Firenze in questi anni, e soprattutto quella Firenze che non ci sta e non c’è mai stata. Che c’è ancora, nonostante tutto. Che esiste e non cesserà di esistere, malgrado i tempi durissimi che ci aspettano in questo anno I dell’Era Renzista.

Firenze, va detto, non è soltanto una vetrina per il renzismo (mondiali di doping –altresì detto ciclismo-, futuro G8…); è anche una città-laboratorio dove, da tempo, si sperimentano tecniche di controllo, repressione e normalizzazione. La città delle telecamere capillari, della riduzione del centro storico a un deserto sociale e abitativo (l’ultimo baluardo, l’Oltrarno, è oramai sotto attacco), delle manovre di asservimento alle speculazioni capitalistiche, dell’esproprio dei beni pubblici (trasporti, acqua), delle squadrette "antidegrado" della Municipale. Si tratta di tecniche e caratteristiche che, con Supergiovane Renzi al potere nazionale (e inserito nel contesto europeo e internazionale) troveranno e già trovano applicazione perfetta (si veda il “Jobs Act”). In tale contesto, ogni realtà di reale opposizione, di attività e di proposta alternativa deve essere spazzata via, dalla più piccola alla più grande. Il Fondo Comunista è una realtà piccola che si è sempre mossa a livello di quartiere; ma non per questo fa meno paura, e il sequestro dei suoi documenti sta lì a dimostrarlo. Si vuole evidentemente vedere che cosa “bolle in pentola”, e si mandano urgentemente le forze dell’ordine a impossessarsene (oltre che a sgomberare e sigillare).

In questo caso, chiamare alla solidarietà ha e deve avere un valore che va ben oltre il semplice atto. Il Fondo Comunista è una realtà come ce ne sono tante altre in ogni città, in ogni quartiere; e tutte queste realtà, sarà bene realizzarlo definitivamente, sono sotto attacco perché non devono più esistere. Devono essere neutralizzate. Non c’è nessun posto per loro nell’assetto sociale che si va configurando e, di conseguenza, tutte le loro azioni, rivolte agli strati più deboli e disagiati della popolazione, ai lavoratori, ai precari, ai senzacasa e a tutte quelle fasce di persone che il capitalismo ha necessità di eliminare in questa sua fase di esplosione e di declino inarrestabile. La brutale questione è questa: non si tratta tanto di un singolo sgombero (quotidiano: si veda, ad esempio, quello di una realtà come il Taksim di Bologna, avvenuto pochi giorni or sono), quanto di un processo di eliminazione e di distruzione. La solidarietà alla quale chiama il Fondo Comunista di Firenze è solidarietà di classe. E’ solidarietà non soltanto resistenziale, ma di azione incessante e giornaliera. E’ la solidarietà di chi intende non essere schiavo per sempre, ma artefice del proprio presente e del proprio domani.

Il Collettivo del Fondo Comunista, pur in mezzo alle ovvie difficoltà che lo sgombero di ieri comporta (privazione di un punto di riunione) continuerà la sua attività senza nessuna sosta. Firenze è tutt’altro che “normalizzata”, e di questo la giunta del “neopapà” Nardella deve prendere atto ed aspettarsi risposte adeguate e ragionate. Dietro quella sua faccina da “bravo ragazzo”, e dietro a tutte le faccine come la sua ivi compresa quella di Matteino, si nasconde l’odio, e non si nasconde nemmeno troppo bene. Sarà nostra cura, oggi come ieri, non fargliene passare una che sia una.

Nella foto: il Sindaco di Firenze, Dario Nardella, in attesa che la consorte gli sgomberi partorisca un erede.

lunedì 26 maggio 2014

Ils n'ont pas voté, ovvero La risposta è 42



Naturalmente, per dovere di cronaca, hanno dovuto far presente i “dati sull'affluenza”: il 57,22% esattamente. Finiti i vecchi tempi dei collegamenti col Viminale; ora la percentuale di votanti è un dato secondario, da relegare in qualche angolino o addirittura da ignorare del tutto; e non c'è da stupirsene. Sotto i titoloni coi “cicloni”, gli “tsunami” e i “trionfi”, la realtà viene nascosta da chi non solo vive al di fuori di essa, ma ha interesse a che tutto un continente ne viva costantemente al di fuori. La realtà, del resto, è la seguente: in Italia come altrove, il vero scetticismo, quello autentico, reale, tangibile, non è verso le “istituzioni europee”, verso la “moneta unica” o quant'altro; è uno scetticismo nei confronti di un intero sistema, il quale si esprime -tra le altre cose- disertando in massa le urne elettorali. Non ci si crede più, e ve lo si manda a dire in questo modo inequivocabile, tanto più inequivocabile quanto più lo minimizzate e ignorate, quanto più tendete a dire che è un “fenomeno fisiologico”. Fisiologico? Ma ve lo ricordate, ad esempio, quando in Italia andava a votare il 90% degli aventi diritto? Fisiologico, casomai, è il progressivo smascheramento della “democrazia” liberal-borghese, talmente palese da indurre una massa inarrestabile di persone a non scomodarsi a andare alle scuoline imbandierate. Questo è il vero tsunami, questa è la realtà, questo è il responso; e questa è la vera paura che avete, e che cercherete di tenere a bada con le menzogne e con la repressione generalizzata.

E così, oggi, ci vengono persino a dire che il “Partito Democratico” avrebbe “superato la DC”; scordando magari che, nei suoi tempi migliori, la DC arrivava fino al 38% ma con l'85 o il 90 per cento dei votanti. Il “PD” ha preso il 40% del 57,22%. Per il resto, si può continuare ad libitum con le barzellette; tipo quella del buffone genovese che, come previsto, è durato una cacata. E' stato messo lì al momento giusto, quando c'era da arginare in qualche modo un malcontento sociale che stava avviandosi allo scontro (cosa che, del resto, lo stesso Grillo dichiarava apertis verbis: “senza di noi ci sarebbe stata la guerra civile”). Un utile idiota che ha propinato stronzate a dritta e a manca, impallinando allodole finché è servito impallinarle e facendo ridere polli già precotti ai quali sono bastati ottanta euro finti per tornare ad essere contenti; e così il Grillo, assieme al suo amicone sociopate Casaleggio, ai pischelli e alle pischelle dalla “faccia pulita” e alle piazze a base di insalata di Bergoglio, Berlinguer, Hitler, Lupin III e chissà chi altro, oggi fanno i disperati del 57,22%. Dimostrando, fra le altre cose, di non aver capito assolutamente un cazzo della Rete e dei suoi meccanismi più profondi, proprio loro tutti “guru” della “comunicazione” internettara. Se lo sono presi nel guru, giustappunto. Di Berlusconi & co., fa quasi fatica parlarne; quelli là non è che vivono fuori dal mondo, oramai vivono nel bar ai confini dell'Universo.

Poi c'è la “sinistra”, ah sì, già. Ogni anno ci ha l'idolo di turno; l'anno scorso, in Italia, era una specie di facocero che faceva il “magistrato” e che si esprimeva in un linguaggio primordiale che avrebbe fatto la felicità dei linguisti storici interessati alla ricostruzione del siciliano dei tempi dei Vespri (marzo 1282); quest'anno, invece, è stato un bel ragazzo ellenico (il cui nome, non eccessivamente difficile, è stato comunque ritenuto impronunciabile da molti: ho sentito alcuni parlare, anche alla radio, di “Lista Piras”, capito mi hai) che, nel suo paese, ha spopolato ma che, qui, ha preso il 4% del 57,22%. Questi qua sono andati persino oltre il bar ai confini dell'Universo, unico posto dove si legge ancora il “Manifesto”. Il quale oggi titola “Kalispera”; e bravi, sì. Bonasera. Mi piacerebbe dir loro “Kalinychta”, che ci starebbe meglio. Buonanotte. Inutile persino cercare di svegliarli, non c'è riuscito nessuno; e che dormano, allora, il loro sonno tombale senza aver capito che pure nel bar ai confini dell'Universo tutti sanno che la risposta è 42. La vecchia Guida Galattica ci dà sempre: infatti la vera risposta è stata proprio 42. Per cento. Facciamo anche 45, vai, mettendoci le schede nulle e bianche; quelli che si sono sì rotti i coglioni, ma che considerano ancora votare come un “dovere civico” nei confronti di coloro il cui dovere è quello di sterminarci, uno ad uno.

Poi c'è il vincitore, il trionfatore, il ciclonatore: Supergiovane Matteo. Si è beccato oltre il 40% di quel 57,22% che ancora crede di trovare “rappresentanza” in un mondo politico fuori oramai da tutto, a livello europeo e locale. Chiaramente, non bisogna commettere l'errore di crede che tutto ciò non abbia incidenza; la ha, e la avrà, sempre più pesante. E' stata cercata ed è stata trovata la legittimazione, sebbene fasulla, per cancellare ogni tipo di opposizione reale nel paese, la quale si trova all'interno di quel 42% per cento che ha rifiutato il giochino (e che lo abbia rifiutato ammodo, lo si vede dal ceffone che ha rifilato ai “protestatari”, ai giustizialisti forcaioli pentastellati, al fascista Travaglio, al “Fatto Quotidiano”). Il PD, però, non è la “nuova DC” che tanti si sono affannati a dire; è qualcosa che va oltre. E' una destra carognesca e efficientista che ha come scopo la distruzione totale di ogni voce dissonante e la formazione di un assetto istituzionale che non tollera alcuna deviazione; e per il futuro sarà una cosa da tenere a mente, soprattutto dal punto di vista della repressione. Sarà sempre più dura e capillare, almeno finché non saranno (ri)appresi gli elementari meccanismi della creazione e dello sviluppo dei rapporti di forza. Eppure un rapporto di forza ben preciso lo si vede: quel 42 o 45 per cento di persone che hanno detto “no”. Lo potrà ignorare il “Repubblika Beobachter” nei suoi titoli, ma è un dato che sta lì davanti agli occhi di tutti; ed è al suo interno che occorrerebbe lavorare, impedendo tra le altre cose che l'avvio allo scontro sociale (dato che i suoi meccanismi sono ancora tutti in atto) sia per l'ennesima volta convogliato a finti “movimenti di protesta” come i cialtroni dei Cinque Stelle, gli “antisistema” che si sono ben affrettati a tuffarcisi come pesci, nel sistema e nelle sue istituzioni nazionali e locali (non dopo aver dato una bella mano a soffocare una situazione che stava sfuggendo di mano). Stando all'interno del sistema, se ne è parte piena e se ne è sempre suoi complici. Stando all'interno del sistema, non si compie mai nessuna azione reale di lotta. Stando all'interno del sistema, lo si avalla e basta. E' totalmente al di fuori di esso che la realtà si muove e si evolve, ed è al di fuori di esso che l'azione deve essere espletata, accettando una realtà che è dura e che sarà ancor più dura e rischiosa; ma una realtà che darà i suoi frutti soltanto quando si smetterà di rifugiarsi in mille idiozie, in semplici aspetti slegati dall'insieme (caso tipico: i “beni comuni”) e in gloriosi passati sempre più lontani e nebulosi.

Guardiamoci in faccia: siamo tutti degli schiavi. La risposta alla schiavitù è possibile unicamente agendo in modo che il “futuro”, quella famosa cosa che ci propinano ogni minuto, ce lo riprendiamo in mano direttamente e senza più nessuna mediazione, né quella di un boyscout e né quella di Topo Galileo, né quella dell' “economista” e né quella del fascista, né quella dell' “Europeista” e né quella dell' “Euroscettico” ancorché travestito da avvenente ragazzone greco “de sinistra” che piace tanto a carampane come la dissepolta Castellina appositamente traslata dal suo loculo con procedimenti lovecraftiani. Sapete chi ha vinto davvero? Ha vinto il non delegare, non votare. Ovunque in Europa. Anche nella Francia “profonda” che si consegna allegramente ai fascisti della Le Pen grazie alle “elezioni”. Schiavi per sempre, o artefici del proprio futuro? Sarà questa la domanda da porsi, e stavolta con urgenza, e stavolta agendo nel più totale rifiuto del sistema, delle sue istituzioni, del suo lavoro, del suo odio, della sua morte.

giovedì 8 maggio 2014

Ola ola



Non so se a qualcuno è mai capitato.

Quando, nel luglio del 2001 a Genova, per me lo stato italiano è morto definitivamente, avevo 38 anni e ancora, per mia fortuna, correvo abbastanza veloce per cercare di sfuggirgli in qualche modo. Mi è andata bene dalle parti di via Tolemaide; a tanti, tanti altri è andata meno bene. Come si sa.

Mi è capitato, ultimamente, di avere a che fare e di parlare con dei ragazzi e delle ragazze che, nel luglio del 2001, avevano quattro o cinque anni. Alcuni ancora di meno. Sono passati, cavolo, tredici anni. 

Così mi sono sentito chiedere che cosa era successo, "com'era stato", che avevo fatto, che avevo visto fare. Ho cercato di rispondere a quei ragazzi, senza nessuna enfasi. Qualcuno mi ha detto persino che "avrebbe voluto esserci", e gliel'ho sconsigliato caldamente.

Qualcun altro mi diceva che, in casa sua, i genitori facevano il tifo per la polizia. Qualcuno era alla spiaggia. Qualcuno ha vaghi ricordi dalla televisione. Qualcuno ha la maglietta con sopra l'immagine di Carlo Giuliani, portata come quella col Che Guevara. Un'immagine, appunto.

E' normale. Se devo rispondere a qualcosa che mi chiedono, cerco di non farlo rivivendomi; altrimenti non darei proprio nessuna risposta. Era la premessa.

Anche perché, nello scrivere quel che segue, mi trovo un po' a disagio. Di contraddizioni ne ho sempre avute, ne ho e ne avrò parecchie; nulla di nuovo. Ne ho piena coscienza. Non per questo le vivo facendo firulì, firulà; l'unica cosa che posso fare, è esprimerle. Non sottacerle. 

Ad esempio, la galera. Non sto nemmeno a parlarne ancora, viste le decine di volte che l'ho fatto inequivocabilmente. E sulla galera non cambio nemmeno mezzo millimetro di idea.

Però, stamani, eccola la famosa contraddizione.

Ho letto che Claudio Scajola è finito al gabbio. E, senza pensarci, contraddittoriamente, incoerentemente, diosolosacosamente, ho fatto un "Hip, hip, hurrà!" che si dev'essere sentito fin da Bologna. E poi ho anche urlato: Ola ola, in galera lo Scajola!

E per un pochino mi sono rivissuto, sì. L'ho rivisto, il signor ministro degli interni che, su sua stessa ammissione, aveva dato ordine alla polizia di sparare sui manifestanti. E ho rivisto pure quell'altro, quel fascista schifoso di Gianfranco Fini, e li ho rivisti tutti. Contraddizioni! 

C'è ben poco da fare.

Bisogna abbatterle e basta le galere.

Se però si abbattessero lasciandoci dentro, che so io, uno Scajola, sarebbe ancora meglio.

Sploch!