sabato 30 aprile 2011

D'aprile


D'aprile
Folgore da San Gimignano

D'april vi dono la gentil campagna
tutta fiorita di bell'erba fresca;
fontane d'acqua, che non vi rincresca,
donne e donzelle per vostra compagna;

Ambianti palafren, destrier di Spagna,
e gente costumata alla francesca
cantar, danzar alla provenzalesca
con istormenti nuovi d'Alemagna.

E d'intorno vi sian molti giardini,
e giacchito vi sia ogni persona;
ciascun con reverenza adori e 'nchini

A quel gentil, c'ho dato la corona
de pietre prezïose, le piú fini
c'ha 'l Presto Gianni o 'l re di Babilona.

D'aprile
Cenne da la Chitarra

Di aprile vi do vita senza lagna:
tafani a schiera con asini a tresca,
ragghiando forte, perché non v’incresca,
quanti ne sono in Perosa o Bevagna;

con birri romaneschi di Campagna
e ciaschedun di pugna sì vi mesca:
e, quando questo a gioco non rïesca,
restori i marri de’ pian de Romagna.

Per danzatori vi do vegli armini,
una campana, la qual peggio sona,
stormento sia a voi, e non refini.

E quel che ’n millantar sì largo dona,
en ira vegna de li soi vicini,
perché di cotal gente sì ragiona.

Con giorni lunghi al sonno dedicati
il dolce aprile viene,
quali segreti scoprì in te il poeta
che ti chiamò crudele, che ti chiamò crudele.
Ma nei tuoi giorni è bello addormentarsi
dopo fatto l'amore,
come la terra dorme nella notte
dopo un giorno di sole, dopo un giorno di sole.

venerdì 29 aprile 2011

Sposini


I principini si sposano in mondovisione, e mentre un giornalista italiano si accinge a condurre una puntata de La vita in diretta interamente dedicata allo sposalizio reale, gli piglia un colpo apoplettico che lo riduce in fin di vita. Il giornalista si chiama Sposini.

Non vorrei dire, ma 'sto matrimonio non mi sembra essere nato sotto i migliori auspici. Come dire, sono Scazzi amari!

giovedì 28 aprile 2011

Quando li toccano.


Quando li toccano.

Quando li toccano, coi loro etilometri,
con le loro usuali famigliuole (che a volte sterminano),
quando li toccano coi loro controlli
che potrebbero benissimo fare a meno di fare.

Quando li toccano coi loro giornali,
coi loro sindaci, coi loro parlamenti,
coi loro portatori di forche,
con quelli che "ma perché non hanno sparato"
quando li toccano coi loro giri di vite,
quando li toccano coi loro doveri,
quando li toccano con le loro regole,
con le loro certezze della pena
con i loro "devono pagare",
con le loro crocifissioni già pronte
con le loro interviste ai poveri genitori
con le loro bave
con i loro pesi e le loro misure,
quando li toccano.

E allora paginate, e titoli, e spiegazioni
e teletutto, e solidarietà, e penedimorte
che farebbero impallidire lo squartamento di Damiens.
Perché tutta la legge e l'ordine che invocano
stanno producendo soltanto più disordine.
Tamburi, grancasse, orchestre,
quando li toccano.

Dicono che fanno un mestiere pericoloso
ma non mi risulta che ne muoiano a migliaia ogni anno
come gli operai edili, come i vuotatori
di cisterne, come i manovratori di macchinari,
come qualsiasi altro lavoratore;
dicono che fanno un mestiere pericoloso,
che è quello di portare dentro
persone che nelle galere muoiono ben più di loro.
Lo sapranno, le loro mogli, i loro genitori,
i loro figli, quando li toccano?

E quando toccano loro.

Italiano, carabiniere, accusato di avere ucciso la moglie.
Baricella, 2 aprile, una donna di 35 anni.
Il marito, appuntato dei carabinieri.
Tre carabinieri e un vigile,
accusati di stupro.
Italiano, ex carabiniere, aveva già ucciso la compagna;
esce dal carcere e commette di nuovo violenza.
Ex carabiniere, Quartu Sant'Elena, Sardegna:
uccide l'ex suocera, ferisce l'ex moglie,
uccide il nuovo compagno della sua moglie, famigliuola, figli, dovere.
Questo soltanto nel 2011,
come leggo da Bollettino di Guerra.
Nessun sindaco.
Nessun articolista di giornali di regime.
Nessun presidente di consiglio, regione, quartiere, bocciofila.
Nessun "rave party".
Carabiniere, arriva a casa, sorprende la figlia
tredicenne, una bambina, su "Facebook"; le spara alla nuca,
lei morta, ferita la sorellina quindicenne.
Due righe.
Era stressato.
E lo stress, si sa, uccide.
Due righe se va bene.
Il "riserbo".
Bisogna capirlo, poveretto.
Tutti i giorni in mezzo agli etilometri,
0,57%, ritirare patenti, sequestrare,
arrestare.
O trascinare in un furgone Franca Rame.

Sorin Calin, rumeno, anni ventiquattro,
arrestato a Montecatini Terme per aggressione alla fidanzata,
massacrato in caserma dai carabinieri,
ventuno ottobre duemilanove.
Controlli, controlli, controlli! Sicurezza!
Rovereto.
Stefano Frapporti viene fermato a un semaforo
da due carabinieri in borghese:
era passato col rosso, in bicicletta.
Lo picchiano, lo trascinano in caserma,
lo portano in cella senza permettergli nessun contatto
né con la famiglia, né con l'avvocato;
la mattina dopo Stefano Frapporti lo trovano impiccato in cella,
quarantotto anni, la mia stessa età,
impiccato in cella.
Si chiamava Tarzan, Tarzan per davvero,
Tarzan Sulic, undici anni, piccolo nomade,
Ponte di Brenta, 24 settembre 1993.
Fermato per due piccoli furti
assieme alla cuginetta, Mira Djuric, tredici anni.
In caserma, botte, schiaffi
e poi a un carabiniere spunta la pistola,
quella che sui giornali giornaloni giornaletti
ora invocano a gran voce.
Tarzan Sulic, undici anni, morto sul colpo.
Mira Djuric, tredici anni, ferita gravemente.
La "certezza della pena":
il carabiniere assassino di bambini
e il comandante della caserma di Ponte di Brenta
vengono allontanati.
Nessun presidente di regione per loro.
Anzi, il presidente di una regione
si fa ricattare da dei carabinieri delinquenti
che lo hanno incastrato
nei suoi vizi privati
(corrispondenti naturalmente alle pubbliche virtù).

Pochi nomi e pochi fatti,
quelli sopra.
Li conoscevate?
Ne sentite parlare, di quando toccano?
Li avete visti i paginoni sui giornali?
E si osservi:
mi sono guardato bene, finora, dal nominare
genove e placaniche,
macellerie e estintori,
delorenzi e colpi di stato,
e gli obbedienti servitori delle leggi speciali,
padri di finti moralprogressisti
e di feroci conduttrici di trasmissioni false,
quelle coi giudici integerrimi in pensione.

Oh come ama i servi dello stato questo paese!
Il maresciallo Rocca, e addirittura
il tenente Riccardo Venturi.
Ama Salvo d'Acquisto
e magari ama anche i carabinieri di Salò,
e quelli collusi con la 'Ndrangheta
(Fiscarelli, Policano, Venuto i loro nomi)
e magari li ama ancora di più
quando una banda di ragazzini stracotti
strafatti stratutto li piglia
a randellate una serata qualsiasi
guadagnandosi l'odio perpetuo
di una nazione ricca di umanità e di virtù
com'è attualmente la Centocinquantànnia
unitissima e coi tricolori alle finestre
(peraltro già preda dello smog e dei piccioni).

Stigmatizzazioni,
quando li toccano.
Quando li toccano
s'aprano forche e segrete,
si compri la "Nazione",
e si osanni il Sindaco del Bello
che afferma: "Devono pagare".
Pagheranno carissimo un quarto d'ora di follia,
ma non ha pagato un bel nulla
il carabiniere ausiliario Francesco Tramontani,
braccio poggiato su un'auto per prendere meglio la mira
e poi una serie di colpi esplosi in rapida successione.
Bologna, undici marzo 1977.
Muore Francesco Lorusso
mentre sta scappando senz'armi.
La certezza della pena di Tramontani:
viene arrestato mesi dopo,
si fa un mese e mezzo di galera
e poi
processato
viene prosciolto
per aver fatto
"uso legittimo delle armi".
Quando toccano loro.

Dovrò terminare, ora.
Non provo alcuna simpatia per delle teste vuote
e per le loro feste, per i loro "sballi";
forse neppure sono in grado di capirli,
o non me ne importa nulla di capirli
e sono sempre più felice
di non avere avuto figli
perlomeno a me noti.

Vivo la mia vita coi miei amori e coi miei odi,
e con le mie indifferenze,
e con le mie paure e le mie vigliaccherie
e con i miei segreti e le mie sigarette spente a metà.
Ma di fronte all'ipocrisia merdosa
io mi ribello.
E non ho nessun timore
né pudore
nel dirlo.
Nessuna intenzione di santificare
le cretinate immonde che profferì San Pierpaolo.

Mi auguro che quelle persone
vivano e guariscano
perché non desidero rinunciare a quella
che ritengo una necessaria umanità,
ma non era loro "dovere"
perché il dovere è l'arma più tremenda
inventata per renderci tutti schiavi.
Non devono niente.
Che se ne rendano conto.
E ci risparmino le lacrime delle loro madri
perché le lacrime delle madri
di coloro che
sono caduti per mano loro
non le abbiamo mai viste,
non le vediamo
e non le vedremo mai.
Non sono "vittime del dovere", quelle;
l'unica cosa che intendevano dovere era dover vivere
e anche dovere sbagliare.
E hanno dovuto pagare spesso con la vita
il male fatto in un'ora
o in un quarto d'ora.
Come diceva un genovese
morto.

E a te, articolista, opinionista, istituzionista,
politichista,
auguro di cuore
che un giorno ti bussino alla porta
e traggano via tuo figlio.
Che vengano da te i tuoi colleghi
e che ti mostri piangente e esterrefatto
e che tu dica loro:
"è un bravo ragazzo...è sempre stato tranquillo..."
Ti auguro che te lo facciano ritrovare
tumefatto
picchiato a sangue durante il fermo,
e magari, perché no, morto.
Deve toccare soltanto al figlio di un qualsiasi signor Cucchi,
o al figlio di una qualsiasi signora Lonzi?
Deve toccare soltanto al tifoso della Lazio
puntato mentre dormiva in macchina?
Si vedrebbe allora
quante "certezze della pena" invocheresti,
quante forche, quanti pagamenti,
quanti sdegni.
Si vedrebbe allora il prezzo vero
del tuo sporco stipendio di mercenario.
Quando te lo toccassero.

E ti auguro di cominciare la trafila del "perdono",
obbligatorio in questo paese cattolico di merda
che Cristo stesso schiferebbe.
E ti auguro soprattutto che tuo figlio, invece,
se ne vada via, vivo, bello
e diverso
e senza nessuna divisa,
senza nessun'arma,
senza nessun "comandi"
perché nessuno deve
obbedire.

martedì 26 aprile 2011

Una piazza


C'è chi non gliene importa nulla, se non perché è un "giorno di festa" e le feste vanno sempre bene; religiose, civili, e persino mischiate come è stato quest'anno in cui il 25 aprile era anche "pasquetta"; gitarelle fuori porta, l'ultima strafogata prima di ricominciare a lavorare o a santificare quotidianamente San Precario; e così si vedono le scene come quella cui ho assistito coi miei occhi la mattina di pasqua in una pasticceria vicino a casa mia, quando due eleganti signore anzianotte, probabilmente appena uscite dalla santa messa pasquale, si sono azzuffate con graffi e male parole davanti a tutti per questioni di precedenza sulla consegna delle paste. Finché il pasticciere non le ha buttate fuori tutte e due; miracoli del dí di festa.

Poi c'è chi il 25 aprile lo disprezza, e ne approfitta anzi per compiere le fatidiche provocazioni (fasci littori, croci celtiche, saluti romani e tutta la panoplia contenuta nel Kit del fascista del III millennio che va così di moda ora, fra un po' lo venderanno persino nelle edicole e non è detto per forza che sia abbinato a Libero o al Giornale). C'è persino chi vuole abolire la "disposizione transitoria" della Costituzione (è transitoria da sessantacinqu'anni o giù di lì, mi dico a volte) che vieta la "ricostituzione sotto qualsiasi forma del Partito Fascista", non tenendo però conto che, in Italia, il partito fascista non si è mai sciolto. Tutt'altro, e non è possibile altrimenti in un paese come questo, ammalato di fascismo in tutta la sua storia.

C'è chi il 25 aprile se ne va alle manifestazioni più o meno istituzionali, quelle coi gonfaloni, coi sindaci, coi politicanti che ci devono essere almeno finché la festa della Liberazione esisterà ancora; toccherebbe ricordare a costoro che festeggiare una liberazione di sessantasei anni fa da un fascismo cui è stato poi permesso di perpetuarsi e di prosperare quanto e più di prima, non ha senso. Il 25 aprile dovrebbe essere non tanto la festa di una presupposta e passata "liberazione" che non c'è stata, quanto quella di una liberazione futura da un sistema che ha prodotto le peggiori macerie che si possano immaginare. Non importa nulla, poi, fischiare questo o quel politicante della "parte avversa": non ci sono "parti avverse", se ne devono andare via tutti quanti.

C'è chi, il 25 aprile, esercita purezze (più o meno accompagnate da durezze) e aborre mescolarsi con altri. Ha a sua disposizione, oltre ad un passato da cui s'è sentito fornire una qualche imprecisata patente di superiorità, tutta una serie di battutone fabbricate da professionisti (tipo: "L'antifascismo è il peggior prodotto del fascismo"), le proprie sacre "disillusioni", uno più momenti storici passati i quali cercare di vivere (e cercare di lottare) non è più stato degno -anzi, persino disprezzabile-, una sequela di rancori verso tutti e verso tutto e la tendenza a "smitizzare" qualsiasi cosa -tranne ovviamente i propri miti fondanti. Naturalmente, costoro se ne restano a casa, o vanno a fare la gitarella assieme alle famigliuole, o se ne restano a dormire, a scopacchiare, a farsi preparare il manicaretto, a leggere. Dovessi scegliere una categoria di morti esemplari, credo che difficilmente costoro potrebbero essere battuti.



Infine c'è chi, il 25 aprile, fa il Venticinque Aprile. Lontanissimo da tutti questi tizi, dalle gitarelle, dalle disillusioni, dai politicanti, dai fascisti armati di tricolori di merda, di spray e di vigliaccheria, dall'astio codificato, da "umorismi" cupi come un due novembre di pioggia, e vuoti come la loro elegantissima testa. C'è chi si riprende una piazza, e persino un paio, un quartiere, una storia. Senza nessunissima "purezza", anzi tutt'altro: quella piazza diventa tutto l'impuro che è possibile immaginare. Gli anarchici accanto agli stalinisti. I trotzkisti accanto ai superstiti partigiani che non vanno a farsi tricolorare assieme al sindaco della Ruota della Fortuna. Forse, chissà, sessantasei anni fa doveva essere così, quando c'era un nemico da combattere senza quartiere e il nemico aveva armi, ammazzava, deportava. Bancarelle su cui campeggia il volto di Emilio Canzi, comandante partigiano anarchico piacentino, assieme al labaro della brigata Garibaldina intitolata a Vittorio Sinigaglia (uno che negro, ebreo e comunista lo era davvero). I "puri" considererebbero tutto questo come il delirio dell'antisettarismo, dato che il passato deve essere sempre e comunque usato per dividere e per stabilire verità talmente assolute che hanno portato, come era del resto logico e prevedibile, al niente. Al niente e al fascismo, che non è stato prodotto dall'antifascismo ma dal cessare di ritenerlo un nemico comune da sconfiggere e da eliminare sul serio.

E così la piazza è tornata tale. Non dovrebbe esserlo, certamente, soltanto il 25 aprile per fare una festa militante, per un corteo che torna a percorrere le strade strettissime di un quartiere combattente, con gli abitanti che ancora si fanno vedere alle finestre a applaudire o a salutare col pugno chiuso. Verso questa città ho sicuramente delle critiche, ed alcune assai gravi, ma mi incazzo parecchio anche quando la sento definire gratuitamente una città morta da qualche studentello fuori sede frequentatore di localini. Io non spreco la parola Resistenza, e resistere non è certamente eleggere a propri "eroi" dei magistrati o dei giornalisti che sono dei servi come tutti quegli altri. Non è neanche una piazza e un corteo. Non è depositare dei fiori alla memoria di chi è morto combattendo per quelle stesse strade. È una pratica quotidiana, la Resistenza, che si esprime in ogni proprio gesto e in ogni proprio pensiero; è il non desiderare mai di cedere, senza per questo ritenersi persone "speciali" o autorizzate a sputare su ogni cosa in nome di chissà quale pretesa "coerenza" o "linearità". Resistenza è stare assieme, ognuno sí con le proprie individualità, che non vengono mai meno; alla fine, però, si vede la differenza tra essere in quattro o cinque mentecatti che si profondono in ardite analisi sempre più "radicali", ma che non vanno mai alla radice vera. Con tutte queste analisi non è stata fatta a pezzi nemmeno una telecamera. Con l'aforisma più alato non è stato impedito lo sgombero di un circolo anarchico, ma con la presenza di un centinaio di militanti (molti dei quali non anarchici) che hanno fatto sloggiare vigili urbani e carabinieri. A presidiare la Riottosa, squat anarchico e "vegano", sono arrivati fior di comunistacci e di carnivori; e i vegani sono arrivati pochi mesi dopo a dare man forte quando si trattava di cacciare da un'altra piazza dei fascistelli che volevano "distribuire il pane agli italiani". Cacciati via non solo dai militanti, ma dalla gente del quartiere. This is Florence, my friends.



E questo c'era in quella piazza antica, quest'anno pure mezza sconciata da dei lavori di ristrutturazione che non finiscono mai. Belle ciao, fischiailvento, insorgiamo, il Menestrello che abbinava le canzoni di lotta alle canzonacce da caserma -che i partigiani lassù in montagna amavano oltremodo perché due risate bisognavà pur farsele prima di andare a rischiare di crepare per un avvenire che non c'è stato, ma che occorrerebbe riscoprire al posto di tutti i sistemi messi in campo per rinchiudersi insensatamente. E così il Venticinque Aprile ha un senso, e lo ha ben preciso. Una festa di popolo dove il popolo non accetta più di farsi disprezzare da nessuno. Vino a fiumi. Pappa col pomodoro. Paninacci e fette di pancetta e di formaggio. Libri. Musica fino a più di mezzanotte, in barba al priore della chiesa là davanti che ogni tanto va a fare querele e lai dalle pagine dei quotidiani di regime. La polizia e i carabinieri che arrivano in forze a mostrare i muscoli, e che vengono letteralmente inseguiti e cacciati via; è successo anche questo, in quella piazza. Senza per questo essere nient'altro che ciò che siamo, e senza preoccuparci di differenze e di eccezionalità. Tutti con al collo un bicchiere di plastica con una stella e un pugno chiuso stampati sopra, perché bere ora bisogna. Mirsilo non è affatto morto, ma bevendo alla salute dei compagni che non ci sono più e che ci sono ancora lo si ammazza un po' ogni giorno.

Dei 25 aprile di lorsignori non c'interessa. Se li facciano con le loro famose unità della nazione, con i loro fascismi travestiti da democrazia, con le loro fanfare e con le loro pasquette. Noi ci si riprende le piazze, e così avverrà il Primo Maggio, festa del lavoro coi negozi aperti. Non ci sottomettiamo, mantenendo le nostre prerogative di persone normali, di membri di una comunità, di militanti quotidiani senza voler né fare i Tarzan, né i finti "disperati" sdegnosi o gli intellettuali delle contorsioni atte soltanto ad assumere l'esclusiva della ragione. E allora si festeggia, anche se non ci sarebbe nulla da festeggiare. Si festeggia perché davanti ci ostiniamo a voler vedere qualcosa. Si festeggia perché viviamo nel presente, e in un presente orrendo una festa è anche e soprattutto una promessa. Quando smetteremo di festeggiare, ad esempio il Venticinque Aprile, vorrà dire che saremo tutti morti; e non ne abbiamo la benché minima intenzione. E la cosa più bella, e singolare, è che non rinunciamo a cercare di dare un po' di vita anche a chi si diverte a buttarla via, ai giocherelloni della distruttività, agli attori del cupio dissolvi cui farebbe un gran bene esser mandati a fare un bagno caldo, anzi meglio: un bel semicupio dissolvi.

venerdì 22 aprile 2011

Μεταξύ τη 21 και τη 25 Απρίλη



Σφυρίζει ο άνεμος, ξεσπά η καταιγίδα,
Παπούτσια σπασμένα, μα πρέπει να πάμε
Να κατακτούμε τη κόκκινη άνοιξη
‘Οπου ανατέλλει ο ήλιος του μέλλοντος.
Να κατακτούμε τη κόκκινη άνοιξη
‘Οπου ανατέλλει ο ήλιος του μέλλοντος.

Ο αντάρτης έχει πάντοτε πατρίδα
Και των γυναικών τους ανατεναγμούς
Και στη νύχτα τον οδηγούν τ’αστέρια
Δυνατόν κι έτοιμον να χτυπήσει.
Και στη νύχτα τον οδηγούν τ’αστέρια
Δυνατόν κι έτοιμον να χτυπήσει.


Κι αν μας πάρει ο θάνατος ο σκληρός,
Σκληρήν εκδίκηση ο αντάρτης θα πάρει.
Τώρα πια βέβαια είναι η σκληρή τύχη
Του φασίστα, του προδότη δειλού.
Τώρα πια βέβαια είναι η σκληρή τύχη
Του φασίστα, του προδότη δειλού.

Παύει ο άνεμος, καλμάρει η καταιγίδα,
Γυρίζει σπίτι ο υπερήφανος αντάρτης
Κι ανεμίζει τη κόκκινή του σημαία,
Νικήσαμε, και ζήτω η λευτεριά!
Κι ανεμίζει τη κόκκινή του σημαία,
Νικήσαμε, και ζήτω η λευτεριά!

martedì 19 aprile 2011

La cosiddetta "stupidità umana" e l'idolo dell'anticomplottismo


In questi giorni, relativamente all'assassinio di Vittorio Arrigoni, ho udito qualche voce fuori dal coro. Mi si perdoni l'uso di questa espressione, che considero decisamente imbecille (oltreché abusata), e mi scuso fin da ora con le persone che, eventualmente, vi si riconosceranno.

Non mi riferisco, ovviamente, ai consueti e prevedibilissimi vomiti di Libero e del Giornale; anzi, mi sarei quasi stupito se non ci fossero stati. Personalmente non capisco perché si debba sprecare così tanta indignazione per quei due fogli e per i loro "direttori"; forse sarebbe meglio dedicarla ad altre cose, anche molto meno appariscenti e ben più quotidiane.

Ma parlavo delle voci discordanti. Appartengono a persone verso quale nutro e continuerò a nutrire stima, per tutta una serie di motivi che qui non importa elencare; premessa necessaria. In definitiva, queste voci possono essere ricondotte a un paio di minimi comun denominatori: 1) Vittorio Arrigoni sarebbe stato assassinato per un atto di "stupidità umana"; 2) Il cui prodest non rappresenta di per sé una prova. Per ampliare un po': tali voci sono decisamente restie a spiegare l'assassinio di Vittorio Arrigoni con qualcosa di diverso dalla pura idiozia di alcune persone.

È indubbio che il pianeta Terra sia popolato da una quantità di imbecilli assolutamente non numerabile; ad esempio, c'è chi ammazza un suo simile per un parcheggio (innescando magari faide sanguinose e stermini di intere famiglie); c'è il padre carabiniere che spara alla figlia tredicenne con l'arma di ordinanza perché la ragazza "sta troppo su Facebook"; e via discorrendo. Questi sono atti stupidi, gratuiti, senza nessun cui prodest. Disgraziatamente, però, ammazzare un Vittorio Arrigoni qualche ben preciso vantaggio per qualcuno lo aveva; a meno che il suo nome sulla lista di eliminazione israeliana non fosse stato un dolcetto o scherzetto. Sinceramente, non lo credo.

Personalmente, neppure io tendo affatto al cosiddetto complottismo, e di sicuro non mi sono mai lanciato in ipotesi strampalate su questo o quell'evento. A volte, come nell'attualissimo caso della Libia, pur di non gettarmici a capofitto ho confessato una mia grande incertezza (la quale perdura). Però, nel caso di Vittorio Arrigoni, ho percepito le stesse sensazioni di molti; le quali, peraltro, come complotto sono abbastanza lineari, non contorte, plausibili. Interessava a Israele eliminare Vittorio Arrigoni, e Vittorio Arrigoni è stato eliminato. Poi, chiaramente, tale atto può essere sicuramente ascrivibile anche alla "stupidità umana", a meno di non considerare intelligenti Sabra e Chatila, l'invasione di Gaza, i lager di qualsiasi tipo, il genocidio in Rwanda, il massacro degli Albigesi, Tursutursu che ammazza Dunzudunzu nel medio pleistocene, e via discorrendo.

Se certamente non è opportuno vedere "complotti" in ogni evento (anche se, poi, qualche volta ce ne sono stati eccome), non ritengo opportuno neppure cercar di spiegare ogni cosa con la "stupidità umana"; altrimenti si potrebbe appunto ipotizzare che Vittorio Arrigoni sia stato ammazzato per un parcheggio. Oh, ce l'avrà avuto un mezzo per spostarsi per Gaza, e nella situazione in cui si trova la sventurata città sotto assedio non dev'essere semplicissimo trovarlo. Se di per sé non costituisce una prova il cui prodest, non la costituisce neppure l'idiozia.

Occorrerebbe, a mio parere, non trasformare nulla in un idolo, o perlomeno in una forma mentis troppo costante, granitica. Questo vale sia per il complottismo che per l'anticomplottismo. Quando una cosa viene percepita in un certo senso da molte persone, non necessariamente la si deve ritenere sbagliata oppure, peggio, espressione di una qualche generica massificazione più o meno ideologica, magari condita di sindromi, comportamenti, tendenze e isterismi. Le oltranze mi garbano poco. Se su 100 persone, di fronte a un dato fatto, 98 lo percepiscono in un senso e 2 in un altro, non vale sempre quella che chiamo la "legge delle minoranze intelligenti"; specialmente in un caso come quello di Vittorio Arrigoni. Non sto dicendo che la percezione generale sia per forza giusta; sto dicendo soltanto che potrebbe esserlo e che non è un'ipotesi che deve essere scartata da i' priore (questa l'ho sentita in un bar di Mantignano, giuro). Anche perché, poi, si tratta di cose assai ondivaghe.

Mi spiego meglio: tornando al caso della Libia, alcune delle persone che adesso non rientrano nel modo di pensare "maggioritario" sull'omicidio di Arrigoni (= il "complotto") si sono invece accodate al pensiero generalizzato (= finta rivolta preordinata, intervento imperialista, Gheddafi santo subito, informazione asservita, eccetera); e lo hanno fatto, sicuramente, con motivazioni più che ottime, ben documentate e ancor meglio argomentate. Di fronte a chi la pensava diversamente hanno invocato gli immaginari. Insomma, i "complotti" vanno bene una settimana prima, e vanno male una settimana dopo (e lo stesso, chiaramente, vale per gli "anticomplotti"). Ne consegue che nulla può essere spiegato, o quantomeno ipotizzato, a partire da pensieri fissi, o troppo generici. Con la "stupidità umana" si può spiegare tutto e il contrario di tutto, e al tempo stesso non spiegare un accidentaccio di nulla.

Comunque la si veda, Vittorio Arrigoni è morto. È anche probabile che fra una decina di giorni nessuno lo ricorderà più, così come nessuno si ricorda che c'è un'altra volontaria nelle mani di certa gente da mesi (e di cui non si sa più niente), e così come nessuno si ricorda di Gaza a meno che non venga ammazzato qualcuno che ci è più o meno vicino, e che tentava invece ogni giorno, e con ogni mezzo a sua disposizione, di farcene ricordare. A mio parere Vittorio Arrigoni è stato eliminato per conto di Israele; punto e basta. Qui non ho incertezza alcuna. Non ho idoli, né "complottistici" e né "anticomplottistici". Poi, certamente, mi sbaglierò e si scoprirà che Vittorio Arrigoni è stato ammazzato davvero per un parcheggio; ma, purtroppo, anche quell'eventuale parcheggio avrà fatto dimolto comodo a chi lo voleva morto per altri motivi.

E con questo concludo; non senza, però, avere anch'io espresso la mia totalmente insignificante solidarietà a Cloro per l'attacco cui è stata sottoposta da un non meglio precisato "giornale progressista"; ah, mi dicono che si chiami Repubblica ma non è possibile; a me tale parola ricorda Platone, non della carta da culo.

Nella foto in alto: Tursutursu ripreso nel medio pleistocene, dopo avere ammazzato Dunzudunzu.

domenica 17 aprile 2011

Ogni giorno


Noi non ne avremmo mai il coraggio. Figuriamoci: piantare ogni cosa, e non dico soltanto una vita comoda (perché lo è) ma anche una militanza altrettanto comoda, fatta di prese di posizione di varia gradazione, di manifestazioni, di riunioni, di blog. Tutte cose che, certo, hanno una loro importanza; ma la solidarietà, quando vuol essere chiamata davvero con questo nome, necessita di decisioni drastiche, di quelle che cambiano la vita e che la mettono in ballo e a repentaglio. Vittorio Arrigoni lo ha fatto, ed è anche per questo che il suo assassinio (che sia stato commissionato agli "estremisti islamici" di fiducia o che sia avvenuto per purissima stupidità umana, oppure ancora per entrambe le cose) ci ha così colpiti. Tutte, tutti.

Al tempo stesso, credo che sia necessario non fare quel che Vittorio Arrigoni stesso, probabilmente, non avrebbe mai voluto. Essere trasformato in "eroe". Le persone come Vittorio Arrigoni vivono la propria scelta come una normale concatenazione di pensieri e fatti; persone che, ad un certo punto, danno realmente seguito a quel che hanno dentro. Sono poche. La vita di ognuno, che lo si voglia o meno, incatena. Quando iniziamo a pensare certe cose, a indignarci, a desiderare ardentemente di "fare qualcosa" e quant'altro, la logica e l'umanità vorrebbe che lo facessimo; ma, nella stragrande maggioranza dei casi, restiamo invece degli ibridi. La sincerità dei propri pensieri e della propria rabbia non viene messa in discussione, ma il fosso non lo saltiamo. Di motivi possono anche essercene parecchi, a cominciare dall'istinto di conservazione; Vittorio Arrigoni sapeva benissimo quel che rischiava, non per questo rinunciando alla propria normalità. Uno che vi rinuncia non dice di "restare umani". Non è un'affermazione da "eroe", questa, ma da essere umano che agisce quando vede altri esseri umani calpestati.

Proviamo per un attimo ad immaginare di vedere il proprio nome su una lista di eliminazione. Sapere che, per le tue attività e per i calli che inevitabilmente pesti, ti vogliono morto. E non ti vuole morto un qualche singolo che ce l'ha con te, ma uno Stato. Il normalissimo ragazzo Vittorio Arrigoni il suo nome lo ha letto; è rimasto là, a Gaza, a fare quel che faceva tutti i giorni. Aiutare, salvare, informare. Non agendo da generico "pacifista", ma a mio parere tutto al contrario; un "pacifista" non intitola il proprio blog informativo "Guerrilla Radio". Stava conducendo, assieme ai volontari dell'ISM, una guerra ancorché senza armi da fuoco (anche se è possibile che, in una situazione come quella di Gaza, un kalašnikov almeno qualche volta lo abbia preso in mano). Conduceva una guerriglia fatta di pescatori, di aiuti, di quotidianità in una città sotto assedio. Vorrei associare il suo nome non solo a quello di Enzo Baldoni, ma anche a quello di Rachel Corrie e di Dino Frisullo. Tutte persone normalissime, e tutte morte. Non erano in "missione di pace", per usare quell'orrendamente falsa espressione tanto cara a ogni potere e ad ogni suo servo. Erano a fare una guerra, una guerriglia. Erano, autenticamente, a lottare. Senza "eroismi" di sorta alcuna. Tutto sommato, credo che Vittorio Arrigoni, pur avendo affermato di essere disposto a morire per quello che faceva (cosa che, purtroppo, è avvenuta), avrebbe preferito di gran lunga vivere. Da morto, in modo schifosamente disgraziato, serve a poco. A parte, forse, convincere qualche sparuto altro a fare la stessa cosa; lasciare tutto e andare a combattere in una zona della Terra dove si muore. Non so perché, ma il nome del "Movimento di Solidarietà Internazionale" mi ricorda da vicino le Brigate Internazionali. La Spagna del 1936 è forse l'unico luogo che ne ha visti a migliaia, di Vittorio Arrigoni; e, come lui, non erano "eroi", pur avendo compiuto atti che difficilmente riusciremmo a immaginare. Così come non riusciamo affatto a immaginare quel che viveva Vittorio Arrigoni a Gaza. Nonostante le sue cronache puntuali, nonostante la sua "Guerrilla Radio", nonostante le sue azioni che venivano rese note.

E noi, ovviamente, ce ne restiamo qui. Con le nostre rabbie confortate magari da un bicchierino di sambuca, da un figlio appena nato, da un'occhiata alla partita della squadra del cuore. E, peraltro, con queste cose dovremo conviverci finché non ci decideremo a partire per Gaza, per la Palestina. Andiamo ai presidi per i prigionieri politici palestinesi senza aver mai provato cosa significa essere prigioniero politico. Nelle carceri israeliane ce ne sono a migliaia, di prigionieri politici; così come nelle carceri di qualsiasi paese del mondo, compreso il nostro. Comandi militari e statali, colpe spesso non commesse, arbitrio, tortura, violenza psicofisica, morte. Ogni tanto, un ricordo verso chi, come Vittorio Arrigoni, ci ha rimesso le penne perché il suo "basta" era andato a gridarlo in loco, e senza tanti berci ma con i fatti. Non dico certamente questo per instillare inutili sensi di colpa personali o collettivi, ma semplicemente perché è la realtà delle cose e, come tale, domanda di essere espressa nella sua crudezza. Anche per questo ho scelto di declinare il nome di Vittorio Arrigoni, che non conoscevo di persona, per intero. Nome e cognome. Nessun "Vik". Lo chiamerò, tra me e me, "Vik" quando sarò a bordo di una flottiglia che va a Gaza; cioè mai. Lo chiamerò "Vik" quando arriveranno da me dei bastardi che mi preleveranno per ammazzarmi; cioè rimai, perlomeno a Gaza. Questo mi potrebbe, a rigore, succedere anche in via dell'Argingrosso; ci ho un Salafita che, ogni tanto, mi lascia dei bigliettini terribilmente minatori sul parabrezza perché lascio la macchina nello scivolo condominiale (cosa proibitissima).

E così discutiamo, ci incazziamo, magari ci diamo addosso l'un l'altro; e così, ogni giorno o quasi, eccoci qui a "postare" sui nostri "blog" (o su Facebook, o su qualsivogli'altra diavoleria del ventunesimo secolo). Che almeno non ricordiamo solo quando ammazzano un normalissimo Arrigoni Vittorio, proveniente da una banale Besana Brianza, perché era "dei nostri" (o così almeno lo percepivamo) e perché ci mette in moto qualche rotellina di cattiva coscienza. A Gaza si crepa ogni giorno. In Palestina si è messi in galera. Nelle nostre città vivono centinaia di esuli palestinesi; ogni giorno dovremmo ricordare e fare, anche senza avere il coraggio necessario per andare laggiù. Ogni giorno, anche se Vittorio Arrigoni non fosse mai esistito. Ma fortunatamente lo è, e la sua è un'esistenza che è stata ben spesa.