lunedì 11 gennaio 2021

Il lungo sonno


Ahhhhhhh....!!! Che dormita! Mi ci voleva proprio, una pennichella di quelle serie!

Solo che, perdiana, mi sono risvegliato in un posto un po' singolare. No...niente di esotico, non sono certo su una spiaggia delle Maldive o in una strada di Santo Domingo; sono su un treno. Dico, un posto un po' singolare per risvegliarsi da una dormita veramente galattica; ma non che un treno sia il primo posto dove ritrovarsi al risveglio da un lungo, lungo sonno. Ma è, almeno a una prima occhiata dopo la stiratona di prammatica, un normalissimo treno, mi sembra un "Intercity", coi vagoni e tutto il resto, che corre su delle rotaie, passa per certe stazioni e si ferma a certe altre. Il problema è che, a bordo di questo treno, le cose singolari non sono affatto terminate; lì per lì non ci avevo fatto caso, mezzo assonnato e con gli occhi ancora impastati; poi mi sono alzato per andare a sciacquarmi un po' la faccia in bagno, e ho constatato che la mia dormita deve essere stata davvero interminabile. Per un momento ho temuto di aver dormito i famosi vent'anni di Rip van Winkle, ma poi mi sono accorto che è soltanto il 2021. Undici gennaio duemilaventuno. Ho dormito per un anno e quattro mesi; il 9 settembre 2019 ho ricopiato una lettera di un condannato all'ergastolo, e poi mi sono addormentato. Certo, un anno e quattro mesi non saranno i venti del protagonista della novella di Washington Irving, ma è pur sempre un sonnellino rispettabile.

Ma dicevo delle cose singolari assai che ho notato a bordo del treno in cui mi sono risvegliato. I passeggeri, prima di tutto; pochi, e tutti con sulla faccia una mascherina chirurgica a coprire la bocca e il naso; e la cosa più singolare di tutte e che, prendendomi la voglia di grattarmi il naso, mi sono accorto che ce la avevo anche io, la mascherina. Qualcuno deve avermela messa mentre dormivo, di sicuro. E, grattandomi la pera, mi sono ovviamente chiesto che cosa stia succedendo. Mi sono detto che i casi sono due: o siamo stati invasi dai giapponesi, che hanno imposto a bordo dei mezzi pubblici l'uso della mascherina come sulla metropolitana di Tokyo, oppure deve essere in corso qualcosa di estremamente grave di cui non mi riesce comprendere bene l'entità. Mi guardo attorno, e vedo davanti a me una signora che legge un libro e che, ogni tanto, si disinfetta le mani con una boccetta di Amuchina. Passa il controllore, e ha pure lui la mascherina (ma col "logo" delle Ferrovie); passano gli agenti di polizia, e pure loro con la mascherina. Tutti mascherati, tutti travisati. Che sia stata finalmente abolita la Legge Reale?

Mi alzo per cercare di capirne qualcosa di più; come risveglio, insomma, lo si capirà, è abbastanza bizzarro, nonostante sia una radiosa giornata invernale e il convoglio passi per distese di campi lungo la pianura, dove sicuramente neri alberi stanchi son come amanti dopo l'avventura. Le stazioni mi sono familiari: "Fidenza", "Parma", "Reggio Emilia"...ma guardando dai finestrini, non si avverte il consueto viavai di gente. Vado in bagno un'altra volta, per una pisciatina e per sciacquarmi, stavolta, la faccia un po' meglio; su un sedile, abbandonata, la copia di un giornale, non so se la Gazzetta della Sera, il Quotidiano del Giorno o il Corriere delle Quattro e un Quarto; c'è un titolone che parla di Decreti, di Zone Rosse e di Coprifuoco. 

Ecco, ora la terribile verità mi appare chiara; mentre dormivo, è scoppiata la guerra. Alla fine, dài pìcchia e mena, ce l'abbiamo fatta a arrivarci, perdiana. Le mascherine? Del tutto ovvio: figuriamoci se, nel 2021, non c'è il pericolo di una guerra batteriologica. Il coprifuoco, persino; bella roba! Quindi, fra un po', seguendo la logica, ci sarà anche l'oscuramento. E ci credo, allora, che mi sono fatto una dormita cosmica. E dove staranno bombardando? Le nostre truppe al fronte come si comportano? L'abbiamo finalmente presa quella maledetta Gorizia?

Certo che, durante questo mio sonno, mi devo essere perso un bel po' di cose, e tutte estremamente interessanti; mentre dormivo, in effetti, avvertivo un brusio continuo, un ronzio planetario; era il flusso della Comunicazione. Tutti che mi comunicavano addosso, e io dormivo. Nel mio sonno profondo, mi sembrava di sentire un armonioso canto di uccellini, e invece era Whatsapp. Quante analisi, quanti approfondimenti, quante immagini, quante battute, quante notizie, quanti filosofi, quanta libera espressione mi devo essere perso! Sentivo tutto quel "zzzzzzzzzz", e quasi quasi mi conciliava il sonno; e, nel frattempo, il mondo entrava a capofitto dentro la catastrofe.

Però, poi, mi sono accorto, guardando meglio la prima pagina del quotidiano abbandonato, che non tutto deve essere cambiato. Sotto il titolone del coprifuoco, vedo una grossa foto di Matteo Renzi, e noto che non è cambiato per niente: la solita faccia a bìschero. Distrattamente, vedo che stavolta, in piena guerra batteriologica, ce l'ha con tale "Conte"; mi chiedo che cosa mai gli abbia fatto l'allenatore dell'Inter, forse che la Fiorentina stia lottando con l'Ambrosiana per lo scudetto, e abbia subito un grave torto arbitrale? Oppure Renzi, per un motivo che mi resta francamente incomprensibile, ce l'ha col cantautore astigiano, quello che faceva l'avvocato e gli piacevano le Topolino amaranto...? Mah. Vallo a capire, quel personaggio. Nella foto, tra l'altro, sembra averci i capelli ancor più unti del solito.

Il treno corre; il risveglio si completa. Do un'occhiata al mio vecchio portafoglio, mezzo disfatto, e -con mia estrema sorpresa- ci trovo dentro un regolare biglietto ferroviario e ben quaranta euro in contanti. Sul biglietto c'è scritto che devo scendere a Firenze Rifredi, e quindi significa che sto tornando a casa. Qualcuno, sì, deve avermi infilato su questo treno, e lo capisco; anche mentre dormo, sono una presenza piuttosto ingombrante. Oppure che abbia dormito sui treni per un anno e mezzo? Certo, vacca boia, mi chiedo che ne sia stato di casa mia, poerammé. Sempre che nel frattempo non la abbiano pignorata e assegnata alla Pia Confraternita di S. Filomena de' Sottaceti, o non l'abbia occupata il Centro Pranoterapeutico Ayurvedico, cosa ci troverò dentro? Il Museo Nazionale delle Ragnatele? Una colonia di gufi? Una famiglia di kossovari? E chi lo sa; nel qual caso, caro lettore, cara lettrice -sempre che qualcuno di voi esista ancora,- sappi che fra qualche ora mi vedrò costretto a bussarti alla porta e a chiederti ospitalità per stanotte. Mi contenterò di un morbido letto a baldacchino e di una frugale cenetta a base di Blinis Strogonoff e caviale Malossol, innaffiata con un modesto Chateauneuf-du-Pape del 1952. Non ti chiedo molto, in fondo, e soltanto per una notte.

Ad ogni modo, appena sceso alla stazione di Rifredi, una cosa me la concederò senz'altro, perdìo. Quale risveglio può esistere senza un buon caffè? Mi siedero al tavolino del primo bar, stravaccando i miei piedacci e restando seduto almeno una mezz'oretta servito e riverito; con quei quarant'euro che ho in tasca potrei concedermi persino la cena in pur modesta trattoria familiare. E poi? Boh. Poi torno a casa. E domani, magari, mi riaddormento; la vida è suegno.



lunedì 9 settembre 2019

Lettera ai compagni (di Cesare Battisti)


[Riceviamo e pubblichiamo senza commenti, che lasciamo ai lettori.] [*]
Mi si chiede, era veramente necessario assumermi le responsabilità politiche e penali, insomma la dichiarazione al procuratore di Milano? Mi chiedo, quale necessità muove coloro che si pongono questa domanda? Perché, se io sapessi esattamente cosa ci si aspettava da me, mi sarebbe allora più facile calarmi al loro posto e magari trovarci qualche buona ragione, che sicuramente non manca, per dubitare dell’opportunità o meno della mia decisione.
Ma quanti di questi, a cui vorrei sinceramente rispondere, non solo perché lo meritano, ma anche perché lo considero un dovere di compagno, possono veramente calarsi al mio posto? Ossia, come faccio a spiegare cosa mi succede adesso, senza poter dire che l’oggi è il risultato accumulato negli ultimi quarant’anni, soprattutto da febbraio 2004 in Francia fino al 23 marzo a Oristano?
Prendiamo solo questi ultimi quindici anni. Sono stati un inferno continuo, tra anni di carcere, arresti rocamboleschi, enorme dispendio di energia personale e di forze solidali, in una persecuzione spietata, senza riserve e mai vista prima. Mi ha visto abbandonare più volte casa, famiglia, ripudiato nella pubblica via, scacciato dai posti di lavoro, quando ne trovavo uno, a causa di un’opinione pubblica avvelenata da una propaganda di media senza scrupoli, con lo scopo di disarcionarmi ogni volta che riuscivo ad aggrapparmi a una speranza di vita normale. Lasciamo perdere i gravi problemi finanziari, rischierei di essere patetico.
Per questo, mi chiedo, sarà possibile che con una persecuzione simile, che ha superato in mezzi e durata l’immaginabile, è possibile, dico io, che quelle buone teste di compagni lungimiranti siano riuscite a resistere all’avvelenamento della disinformazione, che non si siano lasciate attingere anche loro, inconsciamente, in maniera moderata, come il martello che a forza di battere ha ragione del chiodo, da una tale organizzazione scientifica della menzogna? Perché, se così non fosse, come spiegare allora che alcuni compagni pretendano da me esattamente quello che da me si aspettano l’opinione pubblica, leggi, istituzioni?
Il “mito Battisti” è stato creato per abbatterlo, questo si capisce ed ha una logica feroce; quello che non si capisce è il “mito” ripreso anche dai compagni, un buon “mito” da sventolare in nome della lotta rivoluzionaria. E succede che poco importa che quel “mito” sia fatto di carne e ossa, che non ne possa più di essere martirizzato – martire da agitare, secondo i gusti, da un lato o dall’altro della barricata.
In fondo, chi avrei realmente danneggiato assumendo le mie responsabilità relative a un processo definitivo, archiviato, demonizzato? Non avrei dovuto dire del fallimento della lotta armata? E perché no? Giacché l’avevo sonoramente dichiarato nel 1981 e ripetuto. C’è qualcuno oggi che può onestamente dire che la lotta armata era da fare, che ne sia valsa la pena? (E non confondiamo Movimento con partiti combattenti). Ho preso questa decisione perché se non smitizzavo il mostro, se non dicevo che sono appena umano, allora sarebbe stato meglio se mi avessero scaraventato subito giù dall’aereo di Stato.
Volete avere un’idea certa su ciò da cui dovevo liberarmi? Ebbene, chiedete pure agli amici di strada, parenti, conoscenti qualunque, colleghi, chiedete loro cosa pensano di Cesare Battisti e avrete la risposta su cosa era che mi toglieva il respiro. Ho confessato senza chiedere una riduzione di pena, è stata anzi la premessa e proprio in questi giorni avete assistito alla conferma dell’ergastolo da parte della Corte d’Assise di Milano, la quale ha grossolanamente legalizzato un sequestro di persona in Bolivia. Ergastolo, tra l’altro, unico al processo PAC!
La domanda da porre sarebbe più concretamente questa: valeva la pena? Sì, indubbiamente (a parte le omissioni che ho lasciato passare al momento della firma, lamento la stanchezza), perché, nonostante il massacro, ho ancora voglia di avere un cervello tutto mio, una sedia e un tavolo per scrivere a voi, alla famiglia e a tutti quelli che ancora vogliono leggere.
Ho scritto d’un sol getto, non farò correzioni e, se incoraggiato, posso raccontare in seguito i retroscena di Ciampino, immagino che i media ci abbiano vomitato su.
Un abbraccio a chi lo vuole.
[*] La lettera è stata pubblicata da Carmilla On Line. Viene qui riprodotta integralmente.  I commenti, ovviamente, si riferiscono ai lettori del sito in questione. Da parte mia, un abbraccio a Cesare Battisti; è l'unico commento che faccio.

mercoledì 4 settembre 2019

Nomina omina!



Speranza alla salute
Costa all'ambiente
Pisano all'innovazione
Boccia agli affari regionali
Provenzano al sud

sabato 29 giugno 2019

Carola la violentatrice




"Sono responsabile per le 42 persone salvate in mare, che non ce la fanno più. La loro vita viene prima di ogni gioco politico."

La "cronaca" la leggerete e la guarderete in queste ore, se non lo state già facendo, su giornali, tv, media, pagine Facebook, altri "media": ce ne sono di tutti i tipi. Così saprete che, stamani, Carola Rackete ha forzato il "blocco" a Lampedusa, con la Sea Watch, ha fatto sbarcare i 42 migranti che aveva a bordo ed è stata immediatamente arrestata per il reato di "resistenza o violenza a nave da guerra" (che prevede fino a 10 anni di carcere).

Povera nave da guerra. E' tutta una violenza. A Lampedusa, mentre molti manifestavano in solidarietà con la Capitana, c'era pure un gruppetto di leghisti -guidati dall'ex sindaca Angela Maraventano. La quale dichiarava (anzi berciava, come sembra): "Vergognatevi! Siete i complici degli scafisti. Questa è la mia isola e voi la state invadendo. Fate scendere i migranti ma la capitana deve essere arrestata immediatamente. L'Italia questa sera è stata violentata."

Povera nave da guerra. E povera isola della leghista sicula, così "violentata" assieme all'Italia intera. Uno stupro di massa perpetrato da una ragazza tedesca al comando di una nave che va a salvare delle persone in mezzo al mare, una delle prime leggi elementari dell'Umanità. Povera "guardia di finanza", la cui motovedetta rischia di essere schiacciata da una nave che sta cercando di attraccare in un porto: un reato gravissimo. Tipo quello della "nave da guerra" italiana, tale corvetta "Sibilla", che il 28 marzo 1997, giorno del Venerdì Santo, schiacciò giustappunto una carretta albanese carica di 120 profughi, la Katër i Radës, mentre cercava di attraccare in un porto italiano, un porto di questo paese così violentato. E ci riuscì benissimo, la "Sibilla", la nave da guerra: 81 migranti morti. Grazie al blocco navale allora decretato, si badi bene, dal governo di Romano Prodi. "Katër i Radës", il nome della nave che non resistette alla nave da guerra, significa: "Battello in rada".


Di fronte a tutta questa cieca violenza nei confronti della nave da guerra, dell'isola della Maraventano (Lampedusa è sua, se non lo si fosse capito: infatti è nata a San Benedetto del Tronto, e si fece notare, nel periodo in cui era sindaca, per la proposta di annettere Lampedusa alla provincia di Bergamo) e dell'Italia intera si potrebbero dire tante cose. Ma ora come ora non credo sia il caso. Ne bastano due, molto semplici.

La prima è che Carola Rackete va nelle galere di uno stato fascista, guidato da un bambino che gioca nella vasca con le paperette e che fa la collezioncina di felpe e divise di ogni tipo mentre si prepara gli spaghetti col sugo Star. Uno stato fascista e oramai del tutto disumano, come disumano è il crasso consenso che riscuote. Carola va in galera, infatti, proprio in nome dell'Umanità superstite, ferita, sconciata, derisa, incarcerata; ma esiste ancora e forza i blocchi.

La seconda potrebbe essere riassunta con una sola parola. Ma non la dico. Coraggio, Carola, du hast wohl getan.



martedì 4 giugno 2019

Fozzammàte



Le inevitabili premesse sono: a) che, come sempre, non sono andato a "votare" per le "elezioni europee" e roba del genere; b) che sono profondamente convinto, come messo in luce e ribadito da tanti, che tutte le percentuali che comunque ne sono venute fuori sono in realtà percentuali di percentuali (il famoso 34% di Salvini è il 34% del 68%, ad esempio); c) che, per me, tutte le feste di "repubbliche" con annesse sfilate e parate militari potrebbero tranquillamente finire nel cesso dimenticatoio assieme alle relative repubbliche, "costituzioni", "elezioni" e quant'altro.

Detto questo, mi ritrovo davanti (grazie a Autolesionistяа) ad un'immagine del genere, scattata davanti ar Colossèo durante la festa della repubblica del due giugno. Esiste, cioè, un cinque o sei per cento del sessantotto per cento che sono andati a votare per tale "giorgia meloni" e per il suo raggruppamento di fratelli d'itàglia, tra i quali gli autori dello striscione raffigurato nella foto.

Ora, alcuni -e forse a ragione- li definiscono una mànica di fascisti. Come tutte le màniche di fascisti che imperversano attualmente in questa repubblica, hanno attualmente un gran successone e non v'è da stupirsene affatto; né tantomeno che lo abbiano in quartieri proletari e/o in città storicamente "rosse" come Pisa, Livorno o Piombino (dove, addirittura, sta per essere eletto sindaco un candidato proprio dei suddetti fratelli d'itàglia).

Detto questo, bisognerebbe però avere presente la giorgiamelòni. E i suoi accoliti. Bisognerebbe, e il condizionale è d'obbligo. Immaginarla come amazzone guerriera, che so io. No peace, no love. Immaginarla a capo delle forze armate che piacciono tanto a' su' fratelli d'itàglia. Immaginarla in tenuta da combattimento; immaginarla mentre difende eroicamente la nazione dalle 'nvasioni, giòvine e ardita pulzella non seconda a Giovanna d'Arco.

Bisognerebbe, appunto; ma dubito che, in fondo, servirebbe a qualcosa nell'attuale idiocrazia itagliàna, dominio del ridicolo. E' per l'appunto il ridicolo che è pericolosissimo; molto più del fascismo. E è del tutto trasversale.

mercoledì 22 maggio 2019

Tre donne, una bambina, un somaro e uno sbarco



A volte si ritirano fuori vecchie foto, senza un perché e senza un percome. Si ritirano fuori e basta.

A rigore, questa è la fotografia di una fotografia. Non ho né uno scanner, né altri marchingegni del genere. Ho sempre la mia (oramai antidiluviana, credo) fotocamerina digitale, che mi basta e mi avanza; quindi, per riprodurre la foto che si vede qua, l'ho fotografata.

La foto, quella originale, è dell'estate del 1948; una volta, spesso, con la matita si usava scrivere la data o l'anno di una fotografia.

Vi si vedono tre donne, una bambina e un somaro mentre salgono su per un ripido sentiero da una spiaggia deserta. Si immagina facilmente il sole a picco.

Siamo all'Isola d'Elba, su una delle sue pietraie della parte occidentale. D'estate, il sole non è uno scherzetto in quei posti là. Ci sono delle località che hanno nomi evocativi da quelle parti: quando uno si ritrova a Seccheto, al Forno, a Sassomorto o a Bollecaldaie penso che non vengano in mente verdi prati, ombrose frasche o chiare, fresche e dolci acque.

Le tre donne, la bambina e il somaro stanno invece risalendo da un posto, quello con la spiaggia, che si chiama Fonza. Non so da che cosa venga questo nome; ma, come quasi tutti quelli di quella zona dell'Elba, ha il suo gemello, o comunque un nome assonanzato, in Corsica. La Corsica, la sorella più grande, è lì davanti. 

La donna all'estrema destra della foto è mia nonna Maria, nata a Portoferraio lo stesso giorno in cui, a cento metri di distanza, moriva l'anarchico Pietro Gori. I famosi capricci del destino, come si dice. E' morta la vigilia di Natale del 2000. Nella foto aveva trentasette anni; era vedova da due anni dopo che s'era sposata. Mio nonno, suo marito, si chiamava Francesco, come poi mio fratello. Lavorava alle acciaierie di Portoferraio, morì sul lavoro nel 1935 preso in pieno da un carrello di una tonnellata di peso, mentre era su una passerella.

La donna al centro è mia zia Clara, nata il 14 agosto 1927 a Marina di Campo, grande raccoglitrice di caffettiere, di ricette e di strofe popolari che trascriveva in dei quaderni. Nel 1972, quindi non più da ragazza, si comprò un motorino "Ciao" per andare a lavorare; da allora fu soprannominata "Ago", come Giacomo Agostini, il famoso motociclista. La chiamavano anche "la Fiorina" per la sua abilità nel coltivare fiori e piante; seminava, tra le altre cose, un basilico in delle vecchie tinozze di latta riempite di terra, che faceva delle foglie di una grandezza mai vista. E' morta il 13 luglio del 2014, con la testa che oramai batteva la campagna. Nella foto ha ventuno anni.

La ragazza è mia madre. Si chiama Luciana. E' nata il 16 ottobre del 1933 e è ancora viva, anche se non sta punto bene. Nella foto ha quindici anni, ha il cappello più grande e, anche se sta un po' piegata, si vede chiaramente che è altissima. Così si capisce "da chi ho preso", e anche quel che mi dicevano sempre da piccolo: "Verrà più alto di zio Fausto". Questo zio Fausto, che ho fatto appena in tempo a conoscere, era alto un metro e ottantadue e doveva essere il gigante di famiglia; l'ho passato di una decina di centimetri e rotti, in effetti.

La bambina non so chi sia, e mia madre non se lo ricorda.

Il somaro si chiamava Gustavo. Le tre donne e il somaro hanno il capo coperto, come si conviene. Il somaro era pienamente uno di famiglia, e giustamente gli hanno coperto il capo con una specie di cappello da gondoliere. Sicuramente anche un po' per scherzo, per fargli la fotografia. Qualcuno la deve aver fatta, quella fotografia, e chissà chi sarà stato. Non erano tempi di "selfie". Un po' per scherzo, ma un po' anche per non fargli scottare il capo, povera bestia. 

Nessuna lo monta, nonostante l'erta sotto il sole. Nemmeno la bambina, che peraltro è l'unica a capo scoperto (o almeno così sembra dalla foto). Questo non è uno scherzo: è un atto di rispetto per un animale che faticava. Come un somaro, appunto. 

Sembra una specie di occasione di festa, o di svago. Le tre donne e la bambina sono vestite abbastanza bene, con proprietà. Mia madre, un'adolescente, si tiene un po' la sottana del vestito che sembra svolazzare al vento. Doveva essere un vento secco e bollente; non lo scirocco. Lo scirocco non fa respirare, porta nuvole grasse e puzzolenti di formaggio e ti fa passare la voglia di fare qualunque cosa.

Tre donne, una bambina e un somaro, un giorno d'estate di settantuno anni fa.

A Fonza, in realtà, ci stavano di casa. Quattro anni prima, una mattina di giugno dove lo scirocco, e di quello peso, invece c'era, si erano viste un intero sbarco alleato in casa; tra tutti i posti per lo sbarco, le forze francesi comandate dal generale vandeano De Lattre De Tassigny avevano scelto il posto dove abitava la mia famiglia: l' Opération Brassard.



Il filmato per le United News mostra tutto lo sbarco a Fonza del 17 giugno 1944. Vi si vede la stessa spiaggia e la stessa erta percorsa quattro anni dopo da quelle tre donne, dalla bambina e dal somaro. A 13'27" del filmato si cominciano a vedere spesso la casa e il magazzino della mia famiglia, che furono ovviamente requisiti. Vi si vedono le forze francesi, composte prevalentemente da tirailleurs marocchini e senegalesi; così, se vi capiterà di fare un giro al cimitero vecchio di Marina di Campo, quello di San Mamiliano, capirete perché c'è un monumento ai caduti con una scritta in arabo che dev'essere un versetto del Corano. Mia nonna, quella all'estrema destra della foto con le due ragazze, la bambina e il somaro, tirò una secchiata piena d'acqua in testa a un soldato senegalese che, diciamo, le aveva messo un po' gli occhi addosso. Se la vide brutta. Comunque, anche a Marina di Campo e dintorni nacquero due o tre bambini con la pelle scura, come nella canzone napoletana Tammurriata Nera.

A 14'09" del filmato si vede il magazzino di casa mentre vi viene issata la bandiera francese. Mia madre, che per tutta l'occupazione, alta e bionda com'era, era stata letteralmente sfamata da un soldato tedesco che la aveva presa a benvolere, si ricorda che mio zio Ulisse (all'epoca ventottenne) aveva aiutato i soldati a tirare su la bandiera; ma nel filmato non si vede.

Sono solito dire che non tutti possono dire di avere avuto un intero sbarco alleato in famiglia; anzi, proprio in casa. La casa, il magazzino e il terreno di Fonza sono stati venduti nel 1961 a degli industriali di Biella, che ci si fecero la villa al mare. Io ci sono stato pochissime volte, anche da ragazzo; c'era una stradaccia orrenda che spaccava qualsiasi macchina si azzardasse a percorrerla. La vedo sempre da Galenzana, quando ci vado; sta proprio là davanti, dall'altra parte del golfo. Con la vendita di Fonza fu costruita la casa al Formicaio.

Quattro anni dopo lo sbarco, in un dopoguerra, tre donne, una bambina e un somaro con il cappello da gondoliere salivano per quelle ripe, su verso il Monte Tambone, in una giornata d'estate piena. Mi mancavano ancora parecchi anni a nascere; sono del 1963. Nella fotografia, a parte mia madre e (forse e lo spero) la bambina, sono tutti morti.

A volte si ritirano fuori le vecchie foto. Non c'è un motivo, non c'è nessun anniversario, non c'è un'occasione speciale, non c'è nemmeno l'impeto dei ricordi. Non ci potrebbe del resto essere, dato che non c'ero. Solo una fotografia, né più e né meno.