giovedì 25 febbraio 2010

Arturo ed io


Arturo l'ho conosciuto verso il '78, in estate, dal giornalaio in piazza della Fontana a Marina di Campo (che allora si chiamava ancora "piazza Milano"). Santi Guerrieri, c'era scritto con le lettere in rilievo sul muro; meravigliosa combinazione di cognomi. Giornali, libri, parole crociate, creme solari, salvagente e paperette di gomma, preservativi: l'estate. Ci si mise a parlare subito, con Arturo, sebbene non conoscessi ancora particolarmente bene la sua lingua (che, oltretutto, usava in una maniera del tutto bizzarra). Si vendeva. Stava lì, fermo, con qualche fotografia, e si dava. Aveva qualche mese, forse un anno più di me; s'era ragazzi. E che ragazzi, porca madonna.

Andò a finire che si fece subito non dico amicizia, perché "amicizia" è una parola abbastanza del cazzo, detto fra noi. Si fece non so cosa. Me lo portavo dietro, lui che non era molto pratico dell'Elba e in più soffriva abbastanza il caldo provenendo da latitudini fungose; gli facevo vedere un po' di tutto, parlandogli sbagliando la grammatica, e lui in compenso mi parlava d'una cosa misteriosa che si chiamava "assenzio" e ogni tanto mi toccava voluttuosamente il culo. Gli piaceva camminare e s'andava per certe stradette in salita, finché un giorno non mi venne l'idea di fargli vedere Galenzana. A dire il vero non so se gli piacque. Guardava e compitava con le dita dei versi che non capivo. Con gli sguardi ci sfogliavamo, diciamo così. Se passava un uomo con un'arma a tracolla mostrava interesse e competenza, ché ancora se ne vedevano di vecchi con il fucile.

Un giorno scomparve, di brutto. Non so proprio dove se ne fosse andato. Lo aspettavo, come ogni mattina, al muretto davanti al "Capriccio"; non si fece vedere. L'Ornella, la torinese con gli occhi azzurri, mi chiese dov'era finito; non le seppi dire niente e non mi riuscì mai di baciarla. Sfogliavo, e mi accorgevo che però continuava a dirmi qualcosa; era andato per le sue strade.

Molti e molti anni dopo, quando la consuetudine s'era fatta allegra disperazione, la sorte mi portò lontano; e talmente lontano da non riconoscere più il cielo. Erano le undici di sera e era ancora chiaro, alla fine di giugno; però bisognava mettersi qualcosa di pesante addosso, faceva freddo e le stelle indicavano qualcosa che non mi era consueto. Un giorno qualsiasi, dopo una mangiata colossale di salade au lard, con una scusa qualsiasi mi feci dare la macchina blu targata 08. E fu là che lo incontrai di nuovo.

Nella piazza della stazione, davanti al gazebo dove sonava un'orchestrina tutta compìta, elegante, davanti all'uditorio domenicale coi cappelli di paglia anche se non era domenica. "Toh, ma guarda chi si rivede", gli dissi; e mi fece cenno, con un sorriso di cortese complicità, di stare zitto. Aveva un quadernetto in mano pieno di seduti e di dormienti nelle valle, e con lui c'era un tipo grassoccio, palesemente rovinato dal bere, che gli lanciava occhiate che neppure l'amore immagina, e le occhiate sparavano camelie sanguinose. Capii di non dover essere troppo invadente; non eravamo più ragazzi, forse, eppure lo eravamo ancor di più di prima. L'orchestrina attaccò un motivetto idiota, alla moda; la stazione si disfaceva e il tempo assieme a lei. Nel cimitero circondato da palazzi moderni di quella piccola città gonzaghiana, una tomba di famiglia borghesava ritmi paludati mentre comitive di danesi scattavano fotografie berciando det er ham, den berømde digter. Il gazebo decollava e allora decisi di andarmene, ché ero fuori posto. Del resto ho passato tutta una vita a essere fuori posto, e una volta di più non faceva differenza; mi diressi verso il fiume.

Chiatte ormeggiate, birra dovunque, e il ponte. Sul ponte, una specie di tozza costruzione nella giornata di luglio che s'era fatta piovosa e quasi gelida. Non c'erano più né Santi né Guerrieri. C'era la comprensione del destino e dell'inadeguatezza; gli altri possono, e Arturo mi ha sfiorato, e quei venticinque giorni da diciassettenni all'Elba si dilatavano come chimere paracadutate a casaccio. Entrai nella costruzione, goffo, curvo, e al bancone una signorina graziosa sorrideva piuttosto mentecatta. Un biglietto, un soldo. Lo presi e mi scivolò di mano. Non so quale aura lo fece andare proprio sotto il bancone, in un posto pressoché irraggiungibile; la signorina mi guardava con aria fintamente desolata, pregustando un nuovo soldo.

Il fatto era che, sopra il bancone, Arturo mi guardava. Da un manifesto enorme, che lo ritraeva come quando lo avevo conosciuto all'Elba, seppure fosse vestito di tutto punto e persino con la cravattina lavallière. Un ghigno come a dire: "O dai, su, fagliela un po' vedere"; e allora le dissi che non c'erano problemi. Il bancone sarà pesato un centinaio di chili buoni. Lo presi con due mani, e lo sollevai di quel tanto che bastava per ritrovare il biglietto. La signorina era un po' sconcertata, un po' spaventata: Voilà le billet! E dentro c'erano foto, manoscritti, manonienti, manosilenzi, manovite e mano nella mano; ché era saltato fuori dal manifesto, con le sue armi da vendere e mi recitava, con aria divertita e lurida al tempo stesso, di certe sue stagioni, e di certi suoi inferni, e di certe sue volte in cui era morto per poi darsi, vivo, a chi era disposto a ricordarsi acque che cantavano di cristallo attraverso un sole che scivolava piano, piano, piano nel movimento d'un cuore sporcato da un fuoco maligno d'amore.

mercoledì 24 febbraio 2010

Il sassolino rosso


Il piazzale del posto dove lavoro è un ammasso di strati di ghiaia. Poiché non è mai stato asfaltato, per evitare che periodicamente diventi una fangaia viene chiamato un camion carico di ghiaia da un deposito convenzionato, e viene sparsa poi con delle pale. Con l'andirivieni continuo delle ambulanze e degli altri mezzi, i sassolini, piano piano, prima si compattano, e poi affondano. Se qualcuno scavasse, vi troverebbe ventitré anni di ghiaia; il primo strato, oramai, dev'essere a una profondità di parecchi metri.

In questo momento, e sono andato persino un momento a controllare, siamo in una fase mediana. La ghiaia compattata resiste nelle zone laterali, quelle meno battute; al centro, dove passano e ripassano gli automezzi, è già un pantano. Presto dovrà arrivare di nuovo il camion, e si aggiungerà un altro strato; quello precedente verrà inghiottito, ed il primo scivolerà ancora più in basso.

In un angolo sperduto, dietro la tettoia, resiste un sassolino. Uno solo. Nessuno sa dove sia di preciso, tranne me: è perché ce l'ho messo io, in quel posto dove nessuno lo potrebbe mai trovare. È colorato di rosso, col pennarello. Quando il colore sbiadisce, lo vado a ripassare e poi lo rimetto dov'era. È un sassolino del primo strato. Mi venne quella strana idea nel maggio del 1987, meno di un mese dopo che l'associazione si era trasferita nella sede dov'è ancora oggi. Non appena fu data quella prima passata di ghiaia, una mattina che ero solo presi un sassolino qualsiasi, gli feci il trattamento di cui ho parlato prima e lo andai a mettere in quel posto dove nessuno va mai. Da allora è sempre lì.

Lo vado a "trovare" spesso, il sassolino rosso. Come se avessi qualcosa da dirgli, da raccontargli. Come se anche lui ne avesse. Premurandomi di non essere mai visto da nessuno, lo prendo in mano e me lo rigiro un po'; poi lo rimetto dov'era. A volte lo copro con un po' d'erba, certo comunque di ritrovarlo; la consuetudine è oramai tale che lo troverei anche a occhi chiusi, o nel buio più fitto.

A questo punto, magari, chi legge si attenderà un qualche paragone; com'è, altrimenti, che uno si metterebbe a raccontare questa storia vagamente assurda? Un paragone con qualcosa della vita, con i ricordi affidati a un sassolino colorato, e forse addirittura con quel che il sassolino avrebbe "visto" in tutti questi anni. Ho sempre trovato ridicolmente deliziosa la storia degli oggetti che "vedono"; l'ulivo millenario, la casa diroccata, qualsiasi cosa. Il bello è che, spesso, ci si convince della cosa, ci piace convincersene. Quel sassolino, che magari avrà pure centinaia o migliaia di anni, ha quindi "visto" ventitré anni del luogo dove mi trovo; e sono io che, a volte, vedo attraverso di esso.

Scorre tutto nella testa. Facce, avvenimenti, voci. Qualcuno non c'è più. Come sentire dei passi, degli aliti. Come sentire qualcosa che batte. Qualche volta, se in terra non è bagnato, dopo aver riposato il sassolino rosso mi metto a sedere per due minuti cercando di fare attenzione ai gesti che faccio. Se mi prendo la testa fra le mani, o se fisso un punto qualsiasi. Non è nulla di cosmico. Non sento sopra di me nessun cielo, nessun universo. Nessun pensiero elevato mi passa per la testa. Sono soltanto solo col mio sassolino, e con i miei strati di non so che cosa. Ogni giorno qualcosa spinge il primo sempre più in fondo. Ogni giorno un camion che arriva. Ogni giorno palate.

Mi chiedo a volte se un sassolino del mio primo strato sia stato salvato, colorato in rosso e messo in una parte di me dove nessuno lo possa trovare. Vorrei, spesso in quei due minuti in cui sto a sedere dietro la tettoia, che fosse quel presunto sassolino a rappresentarmi, a dire chi ero, a far vedere com'ero prima che si accumulassero strati su strati. Ma non c'è. Non ho nessun sassolino. Aspetto quindi nuovi camion. Nel frattempo la notte avanza, e i rumori delle macchine si fanno sempre più radi. Un altro giorno e un altro strato se ne sono andati. In questo preciso momento ti stanno amando e odiando, tutti coi loro strati e coi loro sassolini, rossi o di altri colori. In questo preciso momento il sassolino rosso si illumina di una luce che sai solo te, e comincia a soffiare una bava di vento che somiglia ad un filo tirato fra due punti. Ad un ponte. E ti ci attacchi a quel filo o a quel ponte; ti ci sospendi. Sotto c'è un fiume; ad un certo punto ti lasci andare. E il fiume ti inghiotte.

Ti ritrovi con il culo per terra, accanto al sassolino rosso. È lì. Ti alzi e te ne vai, scuotendoti la terra o la mota dai pantaloni. Scuotendo il capo con una specie di sorriso che assomiglia a un ghigno. Ed è proprio in quel momento là che, un giorno.


martedì 23 febbraio 2010

La luna


Esco fuori un attimo, per fumare una sigaretta e per vedere se c'è il gatto in giro; non so esattamente quale delle due cose sia il pretesto per l'altra. Alzo la testa, e c'è la luna; e non c'è. Il cielo è tutto coperto, anche se non piove; mi viene a mente che potrebbe essere la testa di ponte della primavera. Oggi ho avuto un terribile mal di testa, improvviso. Mi ha messo quasi k.o.; poi ho avuto buffi scambi su un altro blog, ho avuto una risciacquata sul lavoro per una cazzata che ho fatto e, infine, lo stesso che mi ha fatto la risciacquata mi ha telefonato dicendo di non prendermela. La conosco da più di trent'anni, questa persona. Trent'anni. E intanto la luna c'è e non c'è, sopra le nuvole e chissà perché tutti, dovessero dire una cosa del genere, direbbero "sotto". Spira un'aria strana, come a ogni cambio di stagione che si addensa.

Ci starebbe bene, a questo punto, un bel ripensamento. Sarebbero le serate giuste. Il bilancio, i ricordi, gli episodi, le considerazioni...ma non ce ne ho la minima voglia. Sto lì sulla soglia, a guardare i tre pini in quella specie di giardino pensile che ho sopra casa, il gatto è per gli affari suoi e la luna c'è e non c'è. E ci starebbe bene, allora, che scorressero le nuvole in un cielo mobile; ma le nuvole se ne stanno ferme, compatte. Fumo. Quasi quasi me ne accendo un'altra. Quasi quasi tiro giù i piedi dalla soglia e percorro l'universo cortile; mi accorgo che comincia ad esserci qualche finestra aperta. Me ne accorgo dall'aumento dei rumori di televisione; ondeggia un pino nell'assenza pressoché d'ogni cosa. Mi sorprendo a cercare d'individuare di che trasmissione si tratti, forse un film. Una voce grassa, sguaiata.

Avevo detto di voler essere un ponte di sogni, e sono in un cortile in mezzo a gigantesche pozzanghere che rifletterebbero la luna, se comparisse. Avevo sognato un sacco di cose e mi ritrovo qui, a desiderare uno squarcio nel cielo. Che non ci sarà. Non ci sarà nulla, almeno per stasera. Vedo accendersi una luce a una finestra, e poi spengersi dopo pochi attimi; percepisco qualche rumore piacevolmente sconosciuto. Magari, sulla Luna, c'è un altro me stesso su qualche soglia. Tutto coperto. Aspetta il suo gatto lunare, si fuma la sua sigaretta Selen Blu. I cortili della luna sono come questo, e tutti quanti siamo là, tutti noi mestessi, ad attendere primavera, bellezze e abbandoni che ora sono ricoperti da una coltre di nuvole.

Quello sul piedistallo risponde a MTR


Avvertenza: Questo post rappresenta una risposta a quest'altro proveniente dal blog "Minimi Termini Reload". Deve essere inteso come una risposta diretta al blogger, ma può avere anche valenze più generiche. O comunque tutte quelle che volete.

Bah, che dirti. Innanzitutto che non eri certamente il solo ad essere “chiamato in causa” o roba del genere (odio abbastanza questa espressione giuridica, ma non fa niente). Gli è che l'altro giorno, aprendo e leggendo i blog che più o meno mi interessano -e li leggo, non li “scorro”- era tutto un “sanremare” che mi ha dato, sinceramente, molto fastidio. E infatti mi rendo conto di avere scritto un post discretamente fastidioso, dal quale deriva questa tua risposta altrettanto fastidiosa. Prima di tutto, però, vorrei anch'io tranquillizzare te e chiunque legga: non ho nessunissima intenzione di fare “paternali” a chicchessia, e non mi ritengo né più bravo né niente. Semplicemente, esprimo. “Esprimere” è la stessa parola di “spremere”, etimologicamente. Cerco di spremere tutto ciò che mi sento, senza preoccupazioni di sorta; ma siccome è quel che fai anche tu, non mi ci dilungo.

'Sta cosa di Sanremo mi spreme rabbia. Ma non ho mai parlato né di insipienza, né soprattutto di “mediocrità”. Anzi, se ben mi ricordo, qualcun altro mi disse una volta che amerei “circondarmi di mediocri”. Lungi da me. Ma non perché io frequenti chissà chi, ma perché non considero le persone che frequento come mediocri. Tutt'altro. Proprio per questo mi ha dato fastidio vederne diverse (e, ripeto, non mi riferisco soltanto a te!) scervellarsi su Sanremo. Cosa, è vero, sulla quale ho scritto delle cose anch'io, facessero “ridere” o meno. Non ritengo di avere il “dono della consapevolezza”, come lo chiami tu, ma almeno di una cosa sono cosciente: che la rabbia (ed il fastidio) vanno e vengono. Quel che un giorno non fa rabbia e induce a scrivere cose divertenti, un altro giorno la fa e induce a scrivere cose fastidiose. Questo non significa che uno si metta su un piedistallo e giudichi a dritta e a manca, oppure che le cose che faccio io vadano bene e quelle che fanno gli altri, no. Le cose che si fanno vanno tutte bene, così come va bene criticarle nei modi e nelle forme che si vogliono. Per esempio, va benissimo che tu lo stia facendo, e va benissimo anche che io ti stia rispondendo per chiarire alcune cosette.

Valutare la mia “paternale”? A parte il fastidio e lo sconcerto di cui ti parlavo prima, valutala un po' come ti pare. Del resto mi sono ampiamente “sbollito” anch'io, solo che avevo già provveduto prima a rimuovere il tutto non occupandomene minimamente. E non parlerei nemmeno di “ragione” o “non ragione”, ma di un'altra cosa ben più importante. Tu sei libero di considerarti come ti pare, ma io non ti considero affatto un “Signor Nessuno”, a prescindere da quante persone leggano il tuo blog. Per me non sei un “Nessuno”, ma Red. E quel che scrivi, quali che siano i tuoi impulsi, per me è importante non da ieri. Lo è fin dai tempi dei newsgroup e delle liste. Vorrei fartelo presente, perché a volte quel che sembra un “fastidio” è invece mancanza assoluta di indifferenza. Quel che scrivi non mi è mai indifferente, e a volte può provocarmi fastidio. Così come quel che scrivo io può provocarlo in altri. Non è neanche la prima volta che te lo dico, fra l'altro. Nulla di nuovo. E credo che sia del tutto normale.

Che su un blog si possa scrivere quel che si vuole, è palese. Tra l'altro, anticipando un po' il prosieguo della risposta, uno dei motivi per cui ho eliminato i commenti da “AN” (che è anche la sigla di Ancona, per fortuna) è proprio per eliminare del tutto anche le tracce, le scadenze, chi ti rompe i coglioni o ironizza se non mandi avanti il raccontino. Gli eventuali commenti mi siano fatti sul muso (come diverse persone hanno fatto, peraltro); per questo c'è indirizzo e numero di telefono.

E veniamo alla parte più interessante, quella in cui mi sento io “chiamato in causa”. Prima di tutto ti dirò: io avrò fatto una fastidiosa “paternale”, d'accordo. Tu però, nella tua “ramanzina di risposta”, di lezioni di vita, di comportamento e di educazione ne hai fatte altrettante. Come tutti quanti, riporti alla tua vita e al tuo comportamento. Che hai. Ne dai, di lezioni, come ne do io, come ne dà Pinco Pallino e Tiziocaio de' Semproniis. E ritengo che sia tutt'altro che sbagliato. Se uno non si esponesse, se uno ritenesse di non avere nulla da dire agli altri, tanto varrebbe che se ne stesse bello zitto. Poi, le reazioni sono liberissime; ma non crederti esente per decreto, o “motu proprio”, dal fornire esempi. Ne fornisci nel momento stesso in cui racconti di te, di quel che fai, di quel che senti, di quel che vorresti o non vorresti. Non c'è bisogno di nessun fischio. Però, per piacere, almeno con me non giocherellare all' “inconsapevolezza”. Le bacchettate, quasi sempre giustissime, le tiri pure tu a dritta e a manca, ed in modo del tutto consapevole. Altrimenti non lo faresti. Le tiri perché ti va di tirarle, hai degli ob(b)iettivi e cerchi di colpirli. Io non credo che niente, e ribadisco niente, possa avvalersi del pretesto dell'inconsapevolezza. Una cosa la si fa a ragion veduta, sempre. Questi sono blog dove si scrive liberamente e pititì e patatà, ma non sono roba tipo “scrittura automatica”. Sono anche blog dove si prendono delle posizioni. E prendere posizioni senza criticare o “bacchettare” non è possibile e, soprattutto, non è “inconscio”.

Sulla storia dei commenti eliminati e della “Verità assoluta” che ti puzza, e che promanerebbe da una mia presunzione, vorrei ripetere che qui, su questo blog, in realtà i commenti sono più liberi che altrove. Sono semplicemente spostati. L'interazione viene spostata al contatto diretto, e alla decisa volontà di averlo. Ad un certo punto non ne ho potuto più di “anonimi”, di “nick” e compagnia bella; non ne ho potuto più di tutti i “giochini in rete” e, in un certo senso, mi sono riappropriato di me stesso. Del tutto sinceramente, poi, ti dirò che non desideravo anche più che due o tre persone ben precise avessero ancora a infestarmi il blog, e la cosa ha avuto il suo peso. Poi mi ci sono trovato bene, senza rumori di sottofondo. Tenendo presente, e ti invito a farlo, che eliminando i commenti non ho eliminato soltanto i rumori sgradevoli, ma anche quelli gradevoli. Il che è, direi, l'antitesi della presunzione. Tutti son buoni a dire che non gliene importa niente dei commenti, ma difficilmente rinuncerebbero a una lode, a un applausino, a una risata, a un'approvazione. Io ci ho rinunciato, e che per questo mi si dia non solo di presuntuoso, ma addirittura di portatore di “verità assolute” mi sembra piuttosto buffo. Senza contare che chiunque, come hai fatto tu, mi può rispondere (criticare, infamare, approvare, deridere, lodare...) dal suo blog. Cosa che ritengo degna e interessante, perché continuo a credere che i blog siano fatti per questo e non per essere una noiosa appendice del dizionario delle citazioni, o antologie di poesie in gran parte pallose come un due novembre, e via discorrendo.

Quanto al resto, vorrei dirti che il “fughismo” di cui parlavo non è esclusivamente rivolto a te. Sulle tue motivazioni, sui tuoi “valigioni di cazzi tuoi” e su tutto il resto non metto bocca. Ma continua a darmi noia, in generale, il “fughismo”. Coraggio, pigrizia, codardia? Fanno parte, queste cose, giustappunto del valigione di cazzi tuoi; ma conosco una marea di francesi che si vergognano di essere francesi, di tedeschi che si vergognano di essere tedeschi, di argentini che si vergognano di essere argentini. Non so cosa voglia dire “sentirsi italiano”, ma non saprei nemmeno cosa voglia dire “non sentirvisi”. Quel che vorrei sentirmi, è esclusivamente me stesso. Dovunque sia stato e dovunque sia. E già questo non è stato, almeno per me, sempre facile. Tutt'altro. Me stesso ritengo di esserlo, o di non esserlo, ovunque io sia. Un posto vale l'altro. L'Italia non è, in questo, un posto peggiore di altri. Ci sembra tale perché ci viviamo, come un francese può avere i medesimi sentimenti nei confronti della Francia, o uno spagnolo della Spagna. La reazione del “voglio andarmene altrove” però mi ha generalmente, e sinceramente, stufato. Il fatto che abbia preso spunto da una tua affermazione, non significa che fosse rivolta specificamente a te. È rivolta, anzi, a tutta quella pletora di italianelli cui basterebbe che non ci fosse più Berlusconi & Co. perché tornasse loro la voglia di stare qui, e di darsi un pochino da fare. È rivolta a chi, di fronte alla merda di questo paese, vorrebbe rimpiazzarla con la merda di un altro. Tanto per citare sempre quel solito signore con la barba (che non è gesù cristo, eh!): “Ti accorgerai da solo, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale”.

Vorrei poi sorvolare, ma purtroppo non posso, su quelle poche righe dove mi dici che io “insegnerei a vivere e a comportarsi”, cosa che farei “un po' troppo spesso, magari inconsapevolmente”. E dagli con l'inconsapevolezza! No, caro Red, invece lo faccio consapevolmente. Sempre. Soprattutto non insegno un cazzo, non sto su un “piedistallo” né con la Daniela, né col CPA né con niente, e dirmi una cosa del genere è semplicemente da stronzi. Cosa che ti dico senza problemi, dato che tutti abbiamo dentro una componente di stronzaggine, tu ed io compresi. Ma cosa ti sei sentito, “attaccato” oppure accusato di errori? Ma che ti ha dato di balta il cervello? Allora cosa vuoi, che stia zitto, magari “inconsapevolmente”? Che racconti soltanto storielline, che non mi esprima più sennò c'è il rischio, magari inconsapevolmente, che qualcuno mi dica che sto sul piedistallo e do lezioni? Faccia un po' quel che vuole, questo qualcuno. Tanto zitto non ci sto, e borda in cùlo. Finiranno altre amicizie, o presunte tali? E pazienza. Ho già visto, del resto, com'è andata con diverse “amicizie”, di quelle per cui basta mezza parola su una mail finita misteriosamente in pubblico per scatenare le virgolettature. Di queste cose non mi curo più, e te lo devo dire in tutta sincerità. Ognuno tragga le proprie conclusioni, faccia i propri ragionamenti e si comporti di conseguenza.

Quanto a Facebook, vorrei ricordarti che tu, a differenza mia, non hai avuto chi ti ha fabbricato una finta pagina per sputtanarti, infamarti e prenderti per il culo davanti a mezzo mondo. Qualcuno, peraltro, molto ben informato su di te. Per il resto, conosco e sto bene con decine di persone che hanno la loro bella paginetta Facebook. Ma lo odio, sì. E di un odio viscerale. Odio quel mezzo che permette a chiunque di fare una cosa del genere, cosa che io non avrei nemmeno concepito di fare; e il sospetto che si tratti di persone che ben conosco accresce ancora quest'odio. La trovo una cosa schifosa, e trovo schifoso che non ci si possa fare niente (per questo ebbi la reazione della “polizia postale”, a suo tempo). Tutto questo, caro mio, tu non hai avuto da viverlo. Non sei stato sbeffeggiato davanti a migliaia di persone. Non catalogo affatto chi si serve di quel mezzo (e anche qui, vorrei dirtelo, mi hai dato -e per nulla inconsapevolmente- una “lezione di vita e di comportamento”), ma catalogo il mezzo per quello che può essere: un'arma per ferire. E magari anche per ammazzare, perché no. Ho imparato poi a sbattermene i coglioni, e non direi di passare il mio tempo, anche sul blog, a parlare di Facebook. Ne parlo quando mi va, e ne parlo male. Ma forse, chissà, starò davvero diventando “asociale”.

Il mio “volontariato alla CRI”, ti annuncio, non è più tale. Non è la CRI, e non è più nemmeno volontariato. E' un lavoro con orari massacranti. Sono stato costretto a farlo perché delle traduzioni del cavolo di cui campavo non se ne vedevano più nemmeno l'ombra, e per scrivere questo post ho rinunciato a mangiare nella pausa. La mia “preparazione” e la mia “cultura” mi hanno portato a questo: ad essere un autista di ambulanze per euro 1050 al mese. Poi però mi devo anche sentir dire che do lezioni sul piedistallo perché non mi piace chi vuole “emigrare”, e mi devo beccare i commentini con gli “eheheheheheheheh” cretini del signorino dell'Agenzia delle Entrate. Beh, mi farò coraggio a modo mio. Ti saluto e torno a lavorare. Ma ti pregherei di un piacere. Se hai qualcosa da dirmi ulteriormente, telefonami. Altrimenti scrivi di mondiali e di ippica, certo che ti leggerò anche se l'ippica è uno sport che mi fa venire il latte ai coglioni.

Tutto questo, naturalmente, quando ti sarà passata la sbornia, perché in fondo voglio ritenere che il tuo post sia stato frutto più che altro di una sbronza colossale. Forse questa lunga spatafiata avrebbe potuto essere riassunta più opportunamente con un bel posa ir fiasco!, ma tant'è. Mi ha dato modo di spiegare alcune cose, e anche di togliermi un par di sassolini dalla scarpa; non è poco.

Post Scriptum. Red mi ha ulteriormente risposto qui, e lo ringrazio.

lunedì 22 febbraio 2010

Austin, Texas



Ma come si fa a non amarla, l'America?

Uno ci ha un contenzioso, come ad esempio Mr Joe Stack di Austin (Texas), e lui cosa fa? La cosa più ovvia: prende un aeroplano e si schianta contro l'Agenzia delle Entrate. E ci è entrato sul serio, dentro l'Agenzia, eheheheheheheheheheheheheheheh!

Una volta, a una piola, ci arrivai persino con una maglietta: Don't Mess with Texas, c'era scritto.



Peccato, l'ho persa. O forse è lei che ha perso me!

Intanto tutti più o meno


Sabato sera sono stato a vedere uno che cantava le sue canzoni. Non importa manco come si chiama, è semplicemente uno che se le scrive e se le canta accompagnato da un altro tizio che suona di tutto, dal basso allo xilofono. Per fare tutto ciò, assieme alla Daniela, mi sono sobbarcato un viaggio fino a Alessandria, dopo essere stato a Milano per una manifestazione. Dico questo, ovviamente, non perché chi mi legge abbia nei miei confronti un qualsiasi sentimento di approvazione o roba del genere; anzi. Si tratta semplicemente di una enunciazione. Sono pronto, come lo sono sempre stato, a fare centinaia e centinaia di chilometri per andare nei posti e nei locali più impensabili per andare a sentire cantare e suonare persone che, a mio parere, lo meritano. Lo facevo quando avevo molto più tempo, e lo fo ancora adesso che di tempo ne ho molto meno. Ma il tempo lo si trova sempre, e se non lo si trova si cerca in tutti i modi di rubarlo.

Intanto tutti, più o meno, si trovavano davanti ai teleschermini dell'aborrita tivvù; o quantomeno con essa si rapportavano. C'era, giusto sabato sera, la finale del Festival di Sanremo con le sue belle canzoncine, tra le quali una che mi sono divertito a parodiare. Forse la mia parodia è ancora più idiota dell'originale, ma non è questo il problema. Il problema, a mio parere, è vedere che cosa ha suscitato il suo cammino sanremese, il suo ripescaggio, il suo secondo posto finale. La parola che più mi viene a mente è psicodramma; e, mi dispiace, io non sono affatto portato agli psicodrammi. Su quella stupidissima canzone e sui suoi imbecillissimi interpreti ho detto la mia e ho fatto la parodia (fa pure la rima!); ma domenica mattina, quando a un'ora assai tarda ho acceso il computer e ho appreso la feral notizia, ho avuto francamente di che grattarmi la pera.

Nel paese di Bloggherìa è tutto un sanremare, tutto un filibertare, tutto un pupare. Si va dai colloqui post-mortem con Luigi Tenco a improbabili confronti, da "Italie oramai scomparse" ai glossari sanremesi, dai "post con più fan di Sanremo" alle immancabili vergogne di essere italiano, condite con le altrettanto immancabili dichiarazioni di esilio volontario, o coi rimpianti di non averlo fatto prima. Insomma, ovunque ci si muova, è tutta una geremiade sanremese. Tutti si vergognano, tutti sono indignati, tutti sono sbigottiti, tutti sono schifati però sabato sera erano davanti all'apparecchietto delle meraviglie a far parte di quel 53% di italiani che guardavano il Festival. Io non ero fra quelli. Ero a Alessandria, in un locale angusto all'angolo tra via Verona e via Santa Maria di Castello. Non c'ero mai stato, a Alessandria. Avevo, alle medie, una professoressa di storia nativa di quella città che passò tutti i tre anni dalla prima alla terza a dirne peste e corna; ma in fondo ho visto posti ben peggiori, e in certi casi ci ho anche vissuto non poco.

Poteva, poi, essere Alessandria o qualsiasi altra città dove andare. Poteva essere anche casa mia; non lo avrei acceso comunque quel televisore di merda. Che i filiberti e i pupi cantassero quella popo' di canzone lo si sapeva da tempo; tutto il tempo necessario per pigliarla per il culo prima, e per ignorarla poi assieme a tutto quel ridicolo baraccone teletrasmesso. Per passare la sera di sabato 20 febbraio 2010 in altri modi; invece no. Ci sono cascati tutti quanti. Ci siete cascati, anzi. Ho come l'impressione che i filiberti emanueli e i pupi vi abbiano menato per il naso alla grande, cari miei. E bisogna che ve lo dica, che abbiate poi guardato o meno il Festival. Siete stati, e siete, il più grandioso veicolo pubblicitario di quella canzone. Con grande amarezza, devo dire che è stata un'operazione davvero ben congegnata.

E allora, ditemi un po', come mai desiderereste così tanto emigrare? Ve lo dice uno che ha passato qualche bell'anno all'estero, generalmente in postacci, sognando praticamente in ogni momento di tornare in questo paese di merda. E constatando che tutta 'sta voglia di andarsene lontani non solo non serve assolutamente a un cazzo, non solo somiglia terribilmente a uno stantio esercizio retorico, ma anche viene generalmente espressa da gente che al massimo ha fatto qualche gita organizzata, qualche vacanza, qualche giretto più o meno cospicuo nelle solite londre, nelle solite barcellone, nei soliti mèssichi e nei soliti luoghi dell'immaginazione. Fughe, reali o immaginarie; ma nel frattempo, finché non si fugge, il 20 febbraio si guarda Sanremo per indignarsi per una canzonetta idiota. E mi sembra, questa, una cosa tremendamente italiana. Che più italiana non si può. Andateci un po' per davvero, a vivere all'estero. Accorgetevi una buona volta che il problema non è "vergognarsi di essere", ma far qualcosa di concreto perché tale vergogna abbia non dico a cessare, ma perlomeno a moderarsi.

Io mi sarei vergognato, sapendo bene che cosa si cantava a Sanremo (e non soltanto la canzone di filipupo), di accendere la tv e guardarne anche un solo minuto. Mi sarei vergognato, anche non guardandolo, di parlarne e di fungere così da veicolo. E così non l'ho fatto. Sono andato a Alessandria, a vedere un concerto di canzoni un pochino differenti. Ce ne sono, di questi concerti, e di queste canzoni, anche vicinissimi a voi. Basterebbe cercarli. Basterebbe smuovere il culetto. Basterebbe comunque non sottostare a quel che viene imposto, cari i miei italiani che tanto vi vergognate. Basterebbe restare qui, in questo paese, senza nessuna vergogna e facendo altro, senza riempire i vostri blog di stronzate su Sanremo. Una rivoluzionaria indifferenza, magari senza quell'insopportabile insalata di indignazione, rassegnazione e fughismo del cazzo che sta veramente cominciando a farmi venire il varicocele. C'è, invece, da stare dimolto qui e da sbattersi, giorno dopo giorno. Altrimenti suggerisco un rimedio che preserverà da ulteriori pupifiliberti: il suicidio. Di morti alla tv ce ne sono fin troppi, e a me piace invece avere a che fare con dei vivi che dall'indignazione per cose un po' più degne di una canzonetta traggano la rabbia di vita che serve per fare almeno una piccola rivolta, che si potrebbe chiamare una rivoltella.

Ah, specifico che quest'ultima non è mia. L'ha detta il cantante di Alessandria, in una sua canzone scritta da poco. Gliel'ho rubata, ma credo ci stesse bene. Mi scuserà se legge. In ultimo, a chi rimpiange magari il "vecchio Sanremo" come se fosse stato chissà cosa o tutto Endrigo o Tenco, ricorderei volentieri che nel 1970 si sentivano sul palco dell'Aristronz cosine come quella qui sotto, di un reazionarismo schifoso, odioso, stupido. In fondo, pupoberto non ha fatto che rinverdire la tradizione, quella vera. Altro che "Italia oramai scomparsa".


mercoledì 17 febbraio 2010

Fermate


UN TRANVIERE
Musica di Fabrizio de André
Dall'Antologia di Greve River di Edgardo Leo Maestri

Da bambino volevo andare ai Ciliegi
quando rossi di frutti li vedevo a Scandicci,
l'autobus, però, ci aveva scaricati
giù nel viale Nenni in mezzo ai baraccati.

Un sogno, fu un sogno, ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il tranviere
e non per un dio, ma nemmeno per gioco:
perché ai Ciliegi s'andesse a tutte l'ore,
perché ai Ciliegi s'andesse a tutte l'ore.

E quando tranviere lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l'uomo
e salivano in tanti, e si chiamavano "gente",
dai Ciliegi andavano alla stazione.

E i colleghi d'accordo, i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d'amare
mi dirottavan sul tràmme i nullatenenti,
con la sentenza in faccia, e per tutti era uguale:
derelitto, immigrato, incapace a pagare.

E allora capii, fui costretto a capire
che fare il tranviere è soltanto un mestiere,
che il biglietto non puoi regalarlo alla gente
se non vuoi ritrovarti ridotto anche te male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.

E il sistema sicuro è pigliarti per fame,
nei tuoi figli, in tua moglie che vogliono i' Sùvve
perciò, dopo aver chiuso del tram le portiere
dicevo ai passeggeri: "Si paga al tranviere".

E un giudice, quello della canzone sul nano,
mi spedì a fare un viaggio sopra un cellulare,
la sola fermata era a Sollicciano,
eh sì, ero un tranviere un po' particolare
però quando esco ritorno a guidare.



La fermata De André-Ciliegi sulla nuova tramvia fiorentina è la penultima andando verso Scandicci (o la seconda andando verso Firenze). E preceduta, o seguita, da "Aldo Moro" e "Resistenza", e il trio Aldo Moro-Resistenza-De André mi è apparso come una delle singolari curiosità del caso, al pari della fermata dei Ciliegi. Ci sarebbe stato bene anche un "Pertini", ma non c'è. Siccome avevo già tutto in testa da giorni nella mia mente malata, ho preso apposta la tramvia per andare a fotografare i cartelli della fermata. La canzone originale è, ovviamente, "Un Medico", vale a dire il "Dottor Siegfried Iseman" di Edgar Lee Masters:



Domani 18 febbraio è nato Fabrizio De André.