giovedì 7 febbraio 2013

ISA (Imponderabile Scalogna Anarchista)



Si chiama ISA, ma non è un nome di donna. È l'Imponderabile Scalogna Anarchista (o Imponderabile Sculo Anarchico nella variante toscana, o Imponderabile Sfiga Anarchista nella variante settentrionale). Nella storia, unita senz'altro a diverse e pur gravi circostanze, ISA si è manifestata costantemente; ieri pomeriggio, a Firenze, si è materializzata per opera di una stufetta elettrica difettosa.

Non è ovviamente obbligatorio che conosciate, o abbiate conosciuto, Villa Panico. Direi che pochi la conoscono in Firenze stessa, se non per i periodici sgomberi. Tracciamone una breve storia: si parte dal vecchio MAF (Movimento Anarchico Fiorentino) di Vicolo del Panico (da cui il nome), sgomberato con la forza pubblica e trasformato in appartamenti di prestigio. Da qui la divisione, a dire il vero già operativa da tempo; gli "anarchici storici" vanno per altre strade, ovviamente sgomberati anche loro, mentre gli "incontrollabili", i giovinotti e le giovinotte, i cani e tutto il resto, iniziano una peregrinazione che li porta prima a occupare uno stabile vuoto in piazza Ghiberti (in Sant'Ambrogio e a mezzo metro dalla sede della "Nazione", oh yea), dal quale vengono sgomberati dopo qualche mese. Da lì si trasferiscono in un luogo che di quelli; all'interno dell'area dell'ex manicomio di San Salvi gli "anarchici incontrollabili" occupano una villa semidiroccata e appartata costruita presumibilmente agli inizi del XX secolo, e che era nata per ospitare la clinica dove si praticava la "cura del sonno". E' quella che diventerà "Villa Panico": un primo tentativo di sgombero nel novembre 2008 (se ben mi ricordo), in cui un battaglione di gendarmi si reca in forze per buttare fuori una quindicina di pericolosissimi terroristi che detengono quintali di munizioni (poi rivelatesi terribili chiodi da muro calibro 9 e tremende viti a espansione paratrapanum), li cacciano con grand'esultanza dei media cittadini (in primis Repubblica) e, poi, si vedon non più di un giorno dopo la Villa Panico rioccupata come se niente fosse, ovviamente con tutta una serie di denunce e incriminazioni con accuse che vanno dal surreale al fantasioso passando per il ridicolo. Il secondo tentativo di sgombero è quello del 13 luglio 2009, giorno in cui il sito Internet di Villa Panico si sospende nel tempo: sono gli Anarchici sul tetto che scotta. I "Panicanti" salgono sul tetto senz'acqua da bere, con una temperatura di trentanove gradi, e non scendono finché gli sbirri non han ripiegato armi e bagagli e se ne sono iti. Poi più nulla, in attesa; eh sì, perché, come ben si sa, l'Area di San Salvi è sotto appetiti, e sono appetiti che contano. Unità abitative nello spazio pubblico, riqualificazione, degrado, lettere di cittadini "indignati", decisivi reportages della solita Repubblica....ma gli Anarchici eran sempre lì.

Un biribissaio. Villa Panico poteva piacere o non piacere, sempre tenendo conto che, a chi ci viveva, che piacesse o non piacesse non gliene fregava, giustamente, un cazzo nulla. C'erano concerti. C'erano iniziative, come quella del 13 maggio 2012 quando era stato chiamato a parlare e raccontare Sante Notarnicola. Laboratori. In un quartiere che, peraltro, si sta riempiendo di fascisti. Sì, certo, è possibile che le aree antagoniste più "organizzate" nutrissero qualche diffidenza nei confronti dei "Panicanti", tenendo conto anche di precise differenze ideologiche che sarebbe semplicemente idiota negare. Per quel che mi riguarda, cosa la cui importanza è pari a zero, ci andavo poco; ma andavo al vecchio Panico, conosco parecchie persone e non ho mai avuto né steccati e né, soprattutto, "utilitometri". Né m'interessano i gradi di "purezza", quelli li lascio ai tanti che continuano a cianciare col culo al caldo e l'impiego nella pubblica amministrazione. In questo senso, sarò sempre più vicino a tutte le Ville Panico del mondo che a qualsiasi teoreta della rivoluzione di questo beato par di coglioni.



Nel luglio del 2009 c'erano quaranta gradi, e nel febbraio del 2013 ce n'erano svariati meno. E ISA si è manifestata in una giornata di febbraio; dove non sono arrivati sbirri, pennaioli e speculatori è arrivata una banale e maledetta stufetta elettrica messa a riscaldare una camera. Un corto circuito, un filo scoperto, un cazzo di qualcosa che non ha funzionato; e Villa Panico ha preso fuoco. In una giornata qualsiasi, così. Mi son cominciati a arrivare messaggi sms su uno "sgombero con un incendio", ma c'era solo l'incendio a sgomberare ogni cosa. La Polizia sembra sia arrivata e ripartita, tanto il servizio lo stavano già facendo, oltremodo bene, le fiamme. Sono arrivato che sembrava la sagra dei pompieri; più che un incendio, sembrava ci fosse stata l'alluvione. Nel parco, un autentico lago. Un bel pezzo di tetto crollato. Cassettate di calcinacci buttati giù a formare un monte. Lacerti di libri e documenti. Sembrava la scena finale del "Nome della Rosa".

E gli Anarchici, già. O come li si vuol chiamare, perché, nonostante la marea di "A" cerchiate, c'è il caso che i "Panicanti" amino poco le definizioni; non ci fate caso, se non siete abituati a storie di vita completamente disassate dalle vostre. Tutti tranquillissimi, specificando che, fortunatamente, nessuno s'è fatto un graffio (nemmeno, e ci tengo a dirlo, i numerosi cani). Inagibilità ufficialmente certificata; e, poi, che cazzo c'è da certificare. E' crollata un'ala intera dell'edificio. Ma quel che colpiva era la tranquillità, come se ISA fosse accettata per quel che è. Insita, intrinseca. Prima o poi arriva, è normale. Diceva una ragazza, abbracciata a un labrador: "Addio Panico, è stato bello finché è durato." Tutti a portar via quel che s'era salvato, qualsiasi tipo di masserizia, di libro, di carta, di bidone, di cianfrusaglia.

E così, chi fosse passato ieri da San Salvi sul far della sera, avrebbe visto una scena surreale e, forse, vagamente indimenticabile. ISA fa di queste cose: mette in fila gli Anarchici in silenzio, e senza un lamento. Che si debba varcare una frontiera sconfitti (e al di là della frontiera ci sono comunque prigionia, esilio, morte), o che si debba smassare un luogo dimenticato in una città, all'improvviso, per una stufa elettrica che ha dato fuoco a tutto. No, certo, non era Port-Bou o Bourg Madame; era solo una fila di cassette, valigie, contenitori, bidoni, borse. Dove andranno non si sa. Dove sarà il prossimo Panico. Certo è che tutto mostravano, fuorché panico. Nessun rimpianto, come se col fuoco ci fosse un'antica consuetudine. Come se, in fondo, meglio che Villa Panico sia finita così che per mano poliziotta. Chi fosse passato avrebbe visto, materialmente, la canaglia pezzente di cui magari si compiace di berciar cantando ogni tanto. A duecento metri nessuno ne sapeva già niente; l'indifferenza generale. E allora mi sono detto: beh, qui bisognerà sforzarsi di ritirar fuori, un po', il Venturi al massimo spolvero. Perché sento di doverlo. C'è caso che, presto, arrivino le ruspe; e che di Villa Panico si perda anche uno straccio lezzo di ricordo. ISA ha lavorato bene e chissà dove se ne sarà andata ad agire; ieri era a Firenze, in un ex manicomio che diventerà qualcos'altro. Nessun "addio" a un dio che non esiste; gli anarchici van via, e non ci sarà, di certo, nemmeno nessun San Pietro Gori che li trascinerà al nord. Al massimo in qualche altro rudere sopra Rifredi, o a Novoli, o al Diavolo.

martedì 5 febbraio 2013

Aiutaci, Valentina




A Valentina Tereškova

Che ne faremo di tanti
E tanti predicatori!
Gli uni si servon di libri,
Altri di acuti sofismi;
Alcuni di storie varie,
Miracoli e apparizioni,
E altri della presenza
Di scheletri e di scorpioni,
Oh mamma mia!

Che ne faremo di tante
Preghiere che abbiamo addosso,
Che cianciano in ogni lingua
Di gloria e di questo ed altro,
Di inferni e di paradisi,
Di limbi e di purgatori,
Di eden di vita eterna,
Di arcangeli e di demòni,
Oh mamma mia!

Che ne faremo di tanti
Discorsi sull'alto cielo!
Aiutami, Valentina,
Tu che hai volato lontano:
Dimmi una volta per tutte,
che non c'è nulla lassù,
Domani lo costruirà
L'uomo con la ragione,
Oh mamma mia!

Che ne faremo di tante
Bugie da tutte le parti:
Valentina, Valentina,
Spezziamo la ragnatela.
Signori, sotto la terra
La morte resta inchiodata
Ed ogni corpo in silenzio
Il tempo lo riduce a niente,
Oh mamma mia! 
Oh mamma mia!

= Violeta Sandoval Parra =
4 ottobre 1917 - 5 febbraio 1967

Valentina Tereškova, sovietica, fu la prima donna a volare nello spazio, il 16 giugno 1963.
Questa canzone fu scritta da Violeta Parra nello stesso 1963.

lunedì 4 febbraio 2013

Resurrezione (13-14)


Le ultime due parti precedenti (11 e 12) erano state pubblicate il 30 ottobre 2012. Le altre parti, prima del 30 ottobre 2012. Cercatevele se vi interessano.

13.

Successe che, sempre senza dir parola, il Milanese s'alzò, prese la chitarra e la porse delicatamente a Piero Ciampi. " Per favore, se la tenga. Non ne voglio sapere nulla. Mi perdoni, non ho nulla contro di lei e mi sembra un brav'uomo, ma ci son delle cose che non afferro più e ho sempre tenuto alla mia perfetta razionalità. " 
" Come vòle lei, signor Maimone ", fece Piero con aria comprensiva e parlando con quel suo fare dolce. " Le do i soldi. Quant'è ? " 
" Non voglio niente, signor Litaliano. Se la prenda e basta. Torni pure a trovarmi quando le pare, ma senza quella chitarra. Quella non la voglio più vedere. " 
" La capisco. Una volta o l'altra torno a trovarla. Ma è sicuro di non volere niente ?… " 
" Davvero. Avrei paura che i soldi si mettessero a contarsi da soli. " E, nel dir questo, riuscì a fare un sorriso sotto i baffi, che stemperò un po' l'aria che s'era fatta da tagliare col coltello, e non soltanto per il fumo delle sigarette che Piero Ciampi fumava una dietro all'altra. Sorrise anche lui. 


" Senta, le chiedo soltanto un favore. " 
" Mi dica. " 
" Posso finirmela qui l'insalata di riso ? Ci metto due minuti." 
" S'accomodi, prego. Se la finisca pure con calma. Io devo tornare in bagno, tanto. Quando ha finito, se non sono ancora tornato esca pure tranquillamente e chiuda solo la porta. " Il Milanese riprese la Settimana Enigmistica e la matita, e se ne tornò nello sgabuzzino ; Piero Ciampi si finì la sua insalata, si versò un'altro bicchiere di vino e poi prese la bottiglia vuota, le diede una risciacquata sommaria, e la riempì al rubinetto del cartone da cinque litri. Il Milanese non era tornato ; Piero Ciampi mormorò un " arrivederci " che sicuramente non sarebbe stato udito, prese la chitarra e la bottiglia, e uscì chiudendo la porta. 

Proprio in quel momento un orologio da qualche parte batteva le dieci ; la chitarra e Piero Ciampi si ritrovarono sul marciapiede, su un marciapiede, e il freddo s'era fatto ancora più intenso. Si sentì addosso una stanchezza e un sonno tremendo, proprio quello che non ci voleva avere. Perché avere sonno, dopo che s'è dormito per venticinqu'anni, non lo si può desiderare, non ci si può abbandonare a camminare verso un letto pregustandoselo ad ogni passo. Ma non aveva addosso che una giacchetta; forse, coi trenta euro risparmiati, domani avrebbe potuto comprarsi qualcosa di pesante da mettersi addosso, magari al mercatino. Un maglione di lana, o una giacca a vento a poco prezzo. Chissà, forse la signora Emiliani ci aveva ancora qualcosa del suo famoso marito che non avrebbe mai combinato nulla di buono e che passava il suo tempo a scrivere su quella cosa…come cazzo si chiamava, l'intermìlan, l'internazionale… Arrivato di nuovo in piazza Cavour, fu preso d'infilata da una raffica di vento umido e gelido ; e siccome gli era rimasta congelata nella mente l'ultima parola che aveva pensato, " internazionale ", pensò di riscaldarsi intonandola. La sapeva anche in francese, con il testo di Eugène Pottier, scritto sotto i massacri d'un maggio lontano, nel quale la Comune di Parigi veniva annientata ; e si mise a berciarlo, nel mezzo della piazza, cercando di accelerare il passo quanto poteva, ma stavolta senza correre…



Debout, les damnés de la terre 
Debout, les forçats de la faim! 
La raison tonne en son cratère 
C'est l'éruption de la fin. 
Du passé faisons table rase 
Foules, esclaves, debout, debout 
Le monde va changer de base 
Nous ne sommes rien, soyons tout! 
C'est la lutte finale Groupons-nous, et demain 
L'Internationale Sera le genre humain ! 

Mentre attraversava così cantando la piazza, non s'era accorto d'un gruppo di persone che, appoggiate a un muretto che dava sul fosso Reale, stava pure cantando, in coro. Lo videro passare. Lì per lì, Piero Ciampi nemmeno si voltò ; una voce dal gruppo, quasi tenorile, però gli fece eco :

Il n'est pas de sauveurs suprêmes 
Ni Dieu, ni César, ni tribun, 
Producteurs, sauvons-nous nous-mêmes 
Décrétons le salut commun 
Pour que le voleur rende gorge 
Pour tirer l'esprit du cachot 
Soufflons nous-mêmes notre forge 
Battons le fer quand il est chaud. 
C'est la lutte finale... 

Stavolta si voltò, sorpreso. Dé, a quell'ora, e con quer freddo budello, c'era ancora 'varcuno a giro 'e 'ni rispondeva all'Internazzionale in francese…lui cantava la prima strofa, e loro gli rispondevano con la seconda.

" Ciao ! ", fece un tizio magro, con un flauto in mano.
" Ciao a te ", rispose Piero Ciampi. " La sapete pure voi."
" E' quel che siamo venuti a fare ", gli rispose il tipo magro ; " Però ", disse rivolgendosi ai suoi compagni e alle sue compagne, perché c'erano anche diverse donne, " avete visto che città. Ve lo avevo detto. Qui ci si mette appoggiati a un muro, in una serata gelata, e dopo un po' passa uno che canta l'Internazionale. In francese. " ; ci fu una specie di risata. " Scusa se ti abbiamo fermato, amico…. "
" Tranquillo…ma da dove venite ? "
" Da Bergamo. Siamo qui a Livorno, ospiti del… "
" Premio Ciampi. "
" Ah, vedo che lo conosci. Mi fa piacere. "
" Sì, sì…domani sera cantano anche dei miei amici…anzi no, li ho conosciuti stasera, però domani sera m'hanno detto d'andare a sentirli cantare al premio Ciampi… "
" E, se posso…chi sono questi tuoi amici… ? "
" Senti…come si chiamano 'un lo so…un paio dèvano èsse' di Firenze, anzi tre…uno si 'iama…aspetta…Lùa, un altro Marco… "
" Ossantiddìo …i Delsangre… ", fece il tipo magro cambiando improvvisamente espressione.
" I Delcosa… ? "
" Lascia stare…non ti preoccupare, sono cose nostre…"
" Se 'un ti stanno simpatici, scusa te… "
" No…sai, sono cose…sono vecchie cose nate su una mailing list su Internet…nulla di che… "


Eccola là. Internet. Quella parola che non si ricordava, e per la quale s'era messo a cantare l'Internazionale. Se se la fosse ricordata, non si sarebbe messo a cantarla. E se non si fosse messo a cantarla, nessuno lo avrebbe fermato e a quest'ora sarebbe già stato minimo in via Grande.
" Ah…sì, Internèt…io invece fo ir tifo pe' ir Livorno… " Il tipo magro lo guardò con aria interrogativa, mantenendola per 2,48 secondi circa prima si presentarsi :
" Beh…senti, piacere. Io comunque sono Dario, e questi sono i miei amici del Gruppo Pane e Guerra. Si canta anche noi. "
" Io sono Piero, piacere mio. Dario…Dario di Livorno… "




" Veramente io sono di Bergamo… "
" No, no, scusa stavo pensando fra me e me…e che cantate nel Coro Pane e Guerra ? "
" Canzoni di lavoro, di emigrazione e di guerra. "
" Quelle di emigrazione e di guerra mi garbano. Quelle di lavoro no. Io di lavorà' 'un lo sopporto. "
" Ma com'è che conosci l'Internazionale in francese ? "
" L'ho imparata a Parigi tant'anni fa… "
" E hai una chitarra. "
" Sì, qualche volta mi garba pure di strimpellà. "
" La città di Piero Ciampi ! ", fece Dario di nuovo rivolto al suo gruppo mentre Piero Ciampi s'avviava a gran passi verso l'ipotermia.

" Sentite…mica ce l'avete un maglione ? "
" Un maglione ? "
" Sì. Un maglione. Una giacca pesante. Un mantello. Un checcazzotipare. Sto crepando di freddo. "
" Ah… " Dal gruppo si staccò una ragazza, dopo aver frugato in una borsa. Ne cavò fuori uno sciallone di lana, che porse a Piero :
" Scusa…senti, se ti va bene ho questo…"
" Mi va benissimo…senti, però non saprei come rendertelo… "
" Hai detto che domani sera sei al premio, no ? ", fece lei con un sorriso a trentadue occhi.
" Me lo riporti domani sera… "
" Non so come ringraziarti… "
" Si potrebbe cantare tutti insieme per dieci minuti… "

Piero Ciampi si sentì finalmente un po' riscaldato addosso ; dalla tasca esterna sinistra della giacca prese la bottiglia di vino, ne tirò giù una gozzata a garganella, e prese la chitarra. " Sentite, visto che vi garba l'Internazionale, ve ne fo sentì una che 'unn'avete mai sentito. "
" E che è ? "
" E' l'Internazionale dei portuali livornesi. Una 'osa 'e si 'antava 'vì subito dopo la guerra…ir coro Pane e Guerra siete, no ? "
" Dai, faccela sentire ! "
Piero Ciampi si mise anche lui appoggiato al muretto, e imbracciò la chitarra mettendosi a cantare :

Compagni! Avanti, al porto, al mare 
si va da tutta la città! 
Il popol vuole lavorare, 
e non esser mai più sfruttà. 
Noi marciamo qui sulle rovine 
d'una guerra che ci schiantò, 
ma ora sorgon le mattine 
di nuova forza che ci animò! 
E' la lotta finale, 
dei compagni sul mar! 
L'Internazionale 
andiamo a realizzar. 
Lottiam per l'ideale 
che vogliamo istigar, 
L'Internazionale 
il mondo cambierà! 

Dal mare s'alzan grida forti, 
di marinar, di pescator; 
sono i compagni che son morti 
per combattere l'oppressor. 
Non c'è posto qui, vile fascista 
che dal mondo si scaccerà, 
perché Livorno comunista 
dalla miseria risorgerà! 
E' la lotta finale, 
dei compagni sul mar! 
L'Internazionale 
andiamo a realizzar. 
Lottiam per l'ideale 
che vogliamo istigar, 
L'Internazionale 
il mondo cambierà! 

Sarà la lotta d'ogni giorno, 
sarà la lotta del portual; 
noi volgerem lo sguardo attorno 
riprendendoci l'ideal! 
Nasce già da rovine e macerie 
l'alba nuova dell'avvenir; 
rinasce ognor dall'intemperie 
una speranza e non vuol morir. 
E' la lotta finale, 
dei compagni sul mar! 
L'Internazionale 
andiamo a realizzar. 
Lottiam per l'ideale 
che vogliamo istigar, 
L'Internazionale 
il mondo cambierà! 

E il popolo di tutto il mondo 
s'unisce a noi per terra e mar; 
non più schiacciato e moribondo 
presto si andrà a ribellar! 
Forza, unione e organizzazione 
e lo sciopero general; 
avanti alla Rivoluzione, 
lottiamo pel nostro Germinal! 
E' la lotta finale, 
dei compagni sul mar! 
L'Internazionale 
andiamo a realizzar. 
Lottiam per l'ideale 
che vogliamo istigar, 
L'Internazionale 
il mondo cambierà! 

" Cangelli… ! " La voce, mentre Piero Ciampi stava ancora cantando a squarciagola, veniva bisbigliando da un altro del gruppo, un armadio di sei metri per tre con addosso un pastrano da prima guerra mondiale che avrebbe avvolto un Lancia Rho intero.
" Cangelliiii…. ! "
" Sì… "
" Questa si deve mettere nel repertorio… "
" E sì che si deve…non l'avevo mai… " Proprio in quel momento, Piero Ciampi aveva finito di cantare, e prima di rialzarsi aveva deciso d'avere ancora sete.
" E' bellissima. "
" Ti garba ? "
" Ci garberebbe…di metterla nel nostro repertorio. "
" Dé, fate 'osa vi aggrada. E' di pùbbrio dominio, tarmente pùbbrio 'e ormai la'onosco io e ir' mi gatto. Gliela 'antavo sempre anche ar merlo di Moravia, prima che quer pezzo di mota l'ammazzasse… "
" Il merlo di Moravia… ? "
" Lascia stà, và…. "




" Ce la insegni ? "
" Se volete. Ma ora bisogna che torni a casa. Magari ci s'arvede domani… "
" Domani mattina noi siamo…dove siamo ? ", fece Dario di Bergamo rivolgendosi ancora all'armadio.
" Si va a mangiare alla trattoria senza nome, quella che t'ha indicato quel tuo amico. "
" Ecco, la trattoria senza nome…in via…in via… "
" Delle Cateratte ", rispose ancora l'armadio.
" La 'onosco ", fece Piero Ciampi. " Ciandàvo sempre a scroccà. "
" Ecco…senti, se ti fa piacere, vieni a scroccare anche domani…ci sono anche altri nostri amici… "
" Ma guarda che io scrocco sur serio… "
" E tu scrocca quanto ti pare. Ma ne conosci altre ? "
" Di trattorie ? "
" No…di canzoni. "
" Tutte quelle che volete. Anche quelle di Piero Ciampi. "
" Perfetto ! Allora a domani all'una ! "
" A domani…bene, così riporto anche lo scialle alla ragazza… bonanotte, coro Panegguerra. "
" Panguerra ! ", fece Dario con una specie di urlo, che gli altri ripresero come fosse la haka degli All Blacks ; e Piero Ciampi si riprese la chitarra, e s'incamminò per via Cairoli. Fece ancora in tempo a sentirli intonare un canto che doveva essere della prima guerra mondiale, come il pastrano di quello lì; Il diciotto di novembre, una giornata scura… ; in fondo a via Cairoli li si sentiva ancora cantare : Passando per Malamocco ghe x'era de le donète, e tutte ci dimandavano: Ma da che parte siete? Siamo dal Cannarègio, San Giacomo e Castèlo, siamo fuggiti via col nostro fagotèlo...

Fatti duecento metri, la chitarra si mise a suonare da sola l'Internazionale. Arrivò in via Garibaldi in pochi minuti. Sì, bisognava andare a dormire. Il diciotto di novembre, una giornata scura. Altro che scura. E anche se il mattino dopo non si fosse risvegliato, se fosse stata tutta un'invenzione del grande Manitù, chissenefrega. Mise la chiave nella toppa, e il portone s'aprì con un rumor di ferraglia.
 
14. 


Anche dopo aver acceso la luce, che illuminava soltanto l'ingresso subito adiacente al portone, la rampa di scale era rimasta semibuia. La lampadina sul pianerottolo doveva essere fulminata, e nessuno doveva averla cambiata ; si sentivano degli strani lamenti, una specie di litania in un dialetto incomprensibile, provenire dalla porta della vecchia vicina di casa della signora Emiliani ; a Piero Ciampi la rampa di scale apparve ancor più ripida di quanto gli era apparsa di giorno, poche ore prima. L'attaccò reggendosi a un corrimano bisunto con la mano sinistra, e tenendo la chitarra con la destra ; a metà salita aveva già il fiatone. Era stanco morto, ed era un bene ; la stanchezza l'avrebbe forse aiutato a addormentarsi senza dover pensare a quando sarebbe di nuovo caduto nell'incoscienza. E a metà di quella rampa di scale erta e scura, si ricordò all'improvviso di quand'era morto. Non se n'era andato nel sonno. Se n'era accorto. Si era sentito scivolar via, e poi più niente. Non c'era stato più niente. Più niente. E non avrebbe mai potuto raccontare il niente, a chi gliel'avesse chiesto. Nemmeno al Capitano suo amico, che pure aveva detto d'aspettarsi che un giorno sarebbe ritornato. Non avrebbe potuto mai parlare d'aver fatto uno sberleffo e una ghignata dopo aver constatato che da quell'altra parte non c'è nessun dio, nessun inferno, nessun paradiso. Non avrebbe mai potuto provare delusione perché non c'era nulla, solo un nero che non era neppur nero, perché nel niente i colori non esistono. A meno che non avesse davvero avuto ragione quel tedesco, quand'aveva scritto che Dio è un vastissimo nulla, e che non lo tocca né l'Adesso, né il Qui. Ma no, non c'era niente. C'era soltanto la Grande Pausa. Forse, in quel momento, era successa la medesima cosa a chissà quant'altre persone; o, forse, soltanto a lui. Si sorprese con un piede a mezz'aria, su un gradino ; la litania della vecchia sembrava essersi acquietata, la luce a tempo si era spenta e dovette fare le scale che gli restavano nell'oscurità più totale, a tentoni.

Si aprì la porta, all'improvviso, dell'appartamento della signora Emiliani.
" Signor Litaliano…è lei. Menomale che l'ho sentita salire le scale, la lampadina sul pianerottolo è fulminata… "
" Se domani me ne dà una, gliela cambio io. "
" Eh, magari…volentieri, mi farebbe un piacere davvero."
" Ma dé, le pare. "
" Lo vuole un caffè ? " Piero Ciampi ci pensò su due secondi.
" No, grazie, ho sonno e magari me lo leverebbe. So' stato a giro tutto il giorno. "
" Vedo…e vedo che ha preso la chitarra ! "
" Sì, sì, ho preso la chitarra. "
" Non mi dica… "
" Sì… ? "
" Niente…ma non sarà per caso anche lei uno di quelli del premio Ciampi ? "
 Ora, e non avrebbe neppure saputo spiegarne esattamente il perché, da tutti Piero Ciampi s'aspettava d'essere stato conosciuto, fuorché dalla signora Emiliani ; aveva quell'aria da ascoltatrice della Louiselle, di " Andiamo a mietere il grano " o della " Scogliera ", e chissà come mai gli era venuta a mente proprio quella, ché sicuramente la signora Emiliani non avrebbe potuto conoscere perché era troppo giovane.




" Ma lo conoscono tutti 'sto Piero Ciampi ?… ", disse Piero Ciampi con un sorriso che doveva essere a bocca chiusa anche se l'aveva leggermente aperta ; " Comunque no, non sono uno di quelli. "
" Ah, sa com'è, si vede in giro un sacco di gente con gli strumenti in questi giorni… "
" Già, l'ho vista anch'io. Ma com'è che conosce Piero Ciampi, lei ? Ai suoi tempi 'un lo 'onosceva nessuno. "
" Eh…è sempre quel sudi…insomma, il mio ex marito, a lui piaceva e ogni tanto me lo faceva ascoltare… "
" E le piaceva ? ", chiese Piero Ciampi oramai definitivamente incuriosito.
" Belle canzoni, sì…ma uno strazio…un po' lagnose… "
" Sa, magari erano uno strazio perché era straziato per davvero ", disse Piero Ciampi eliminando ogni forma di sorriso.
" Senz'altro…però, insomma, sa com'è, mi sembravano un po' tutte uguali…e poi in ogni caso a me piace altra roba…
" Piero Ciampi si sentì quasi sollevato. " Certo, signora, anch'io, sa, ascolto quasi sempre altra roba. " " Davvero ? E chi le piace ? Le piace Marco Masini ? E la Mia Martini ? "
" La Mia Martini è brava, quell'altro 'un lo 'onosco… "
" Come ? Non conosce Marco Masini ? Ma come mai dice 'è' brava di Mia Martini ? "
" Dico che è brava perché è brava. Canta bene. "
" Non è per quello…è perché ne parla al presente, capisce ? Mia Martini è morta da anni… che strano! "


Pure lei, pensò Piero Ciampi. " Io quello che preferisco in Italia è De André, però. Come lui 'un ce n'è nessuno. "
" Signor Litaliano ? "
" Sì ? "
" Certo che lei dev'essere davvero stato bello lontano. "
" In che senso ? "
" Nel senso che Fabrizio de André è morto pure lui. Più di sei anni fa, signor Litaliano. "
 
Piero Ciampi decise che era ora d'andare a letto.
" Signora, mi scusa se ir discorso lo ripigliamo domani ? Sa, so' davvero stanco morto… "
" Mi scusi lei, signor Litaliano. E' che sa, sono sola…e mi fa piacere un po' fare due chiacchiere… "
" La capisco, signora. Le garantisco che domani si fa una bella chiacchierata. Di musica, se le piace. Sennò, di 'vello 'e vòle. Davvero. "
" In bagno le ho lasciato un asciugamano e un telo grande se si vuol fare la doccia. Stia attento ai rubinetti, mi raccomando. Se quando si sveglia sono già andata via, le lasciò il caffè e la macchinetta sul tavolo. "
" Grazie, signora, è molto gentile. Buonanotte. "
" Buonanotte a lei. "
 Piero Ciampi s'alzò dalla sedia dove neanche s'era accorto di essersi messo a sedere, mentre la signora si chiuse in bagno. Che strana casa. Entrò nella stanza, dov'era stato sistemato uno dei lettini che prima stavano nella sala d'ingresso, con sopra dei lenzòli, le coperte e un cuscino senza federa. Dal soffitto pendeva una lampada col piatto di plastica ; Piero Ciampi non rifece neanche il letto, prese il lenzòlo, ci mise sopra una coperta leggera perché in casa faceva caldo, e si mise a fumare una sigaretta. La prima cosa che gli venne a mente, è che la signora Emiliani non gli aveva chiesto niente dello scialle. Lo aveva posato sul tavolo della stanza, era uno sciallone di lana pesante, da donna. Chissà, la signora forse era abituata alle cose strane.


In quella stanza qualcuno ci doveva aver fumato tanto. E tanto. E forse anche passate delle notti intere senza dormire. Si dovette alzare per spengere la luce, perché l'interruttore era lontano da dove la signora aveva sistemato il letto, e non c'era verso di arrivarci neanche allungando un piede ; dal bagno, proprio accanto, si sentivano sciacquìi di rubinetti. Spense la luce, tornò a letto e in due secondi si addormentò con un vaffanculo.


Sognò, chissà a quale punto di quella notte, di essere in automobile, a Roma, con due giovanotti spettinati, coi capelli lunghi e con la barba. Stavano imbottigliati su in vialone, che poteva essere la Cristoforo Colombo, su una Fiat 124 bianca. Faceva un caldo tremendo, erano sudati e lui stava con la testa fuori dal finestrino a berciare insulti sanguinosi agli altri automobilisti. Uno dei due giovanotti guidava la macchina, mentre l'altro sembrava preoccupatissimo :

" Piero, Piero, ahò, e càrmete…sennò quarcuno scenne da'a' màghina e ce spara… "
" Dé, ma lo vòi 'apì che s'è in ritardo, te ? Tanto mìa devi registrà te… "
" E lo so che devi registrà, ma che ce potemo fà se stamo 'mbottijati… ? "
" Si poteva fà di partì mezz'ora prima, gesummorto ! "
" E se se partiva mezz'ora prima se stava ar punto ndo' stamo ora, lo stesso… "
" Io vo a piedi. "
" A' Piè'…da qui so' dieci chilometri… "
" E io me li fo a piedi. Lo vòi vedé… ? "
" Ma fa' 'n po' che te pare… "

E Piero era sceso di macchina, in mezzo di strada. E s'era messo a correre, a correre, a correre. E era passato davanti a tutto quanto, a caso, come gli veniva. Dal Colosseo, dalla fontana di Trevi, da piazza Navona, dal Testaccio, da via del Governo Vecchio, da via Novara all'altezza del civico cinquantatré, dove un tizio su una macchina blé gridava a una finestra: 'Tu no ! Tu no ! Tu no !', da Villa Borghese, dall'Aracèli. E aveva corso fino a perdere il fiato, finché non s'era ritrovato davanti al Piper. Sulla porta, Franco Califano con una camicia hawaiiana completamente aperta sul petto villoso, gli occhiali scuri e l'aria da fascista di merda che aveva sempre avuto, stava a parlare con un tizio magro, che fumava nervosamente.


" Ah, eccolo. Te presento er grande cantante Ciampi. "
" Piglia pòo pe' ir culo, te, sennò te la ficco in culo, la 'amicina a fiori. "
" Ahò, bòno e sbrìghete. E' tutto pronto, di sotto. Mòvete en nun fiatà, sennò la prossima vorta vai a registrà dar papa in Vaticano. "
" Eh…magari ! " E s'era precipitato giù per delle scale con la moquette rosa sciòcchin, e in un sotterraneo lo aspettava un complesso che sembrava venuto direttamente da una terza media di periferia. Tre ragazzini di diciassett'anni al massimo, coi brufoli e vestiti di certo con la roba comprata dalla mamma, delle chitarre prestate dal locale, e una batteria con scritto I Sultani .

" Surtani ? "
" Sì… ", aveva risposto uno dei ragazzi con una vocina da catechista.
" Dé, manco beduini siete…Franco ! Francoooo ! Brutto pezzo….stronzo di merda, lezzume, razzumaglia, budellone, te e ir tegame di tu' mà…ora te lo fo vedé' io ir complesso famoso…sudiciumeeeeEEEEEEeeee….. " E aveva tirato un cazzotto al tavolo, facendo cascare due matite e un quaderno. Dagli scuri della finestra entrava la luce, la prima del giorno. Erano le sei, le sei e mezzo, un quarto alle sette del mattino del 19 novembre 2005, e s'era risvegliato vivo. Aveva una gran fame e,in sottordine, una gran sete.

Sugli economisti



" Senza riempire le terz’ultime pagine dei settimanali, ci riempite di previsioni, di certezze senza basi, di astronomie senza pianeti.
Come prima si diceva ‘Hai letto l’oroscopo?’, si dice oggi ‘Hai letto l’ultimo DPEF?’.
Non è la filosofia il regno dell’indefinito. Noi ci occupiamo d’ontologia.
Dunque d’economia geometricamente definita. Noi ci occupiamo della perfezione e dei suoi traditori.
Siete voi gli agenti dell’ “oroscopo che si crede scienza’, siete voi i nuovi teologi, ogni volta che rilasciate una dichiarazione, che ruttate una previsione, prima della nuova congiuntura, della nuova ‘fase’ economica.
Marx vi trattava come i ‘buffoni di corte’.
Tali eravate, tali siete rimasti. "

Millepiani, 12 luglio 2005.

Fratelli Monsummani







A volte ci si fa qualche domanda oziosa, del tipo: Chissà chi o cosa ha fatto nascere quel tale e/o quel tal altro in un dato luogo. Come Giuseppe Giusti e Yves Montand a Monsummano Terme (Pistoia). Esistenze senza nessun punto di contatto; eppure, un 4 dicembre 2010 qualsiasi...

domenica 3 febbraio 2013

Colori



Se ne parlava giusto ieri sera a Livorno, alla Federazione Anarchica di via degli Asili, in occasione della presentazione di un libriccino piccolo quanto denso. Lo ha scritto Marco Rossi: Livorno ribelle e sovversiva. Arditi del Popolo contro il fascismo, 1921-1922. Volendo, maggiori notizie sul libro si trovano sul sito del Collettivo Anarchico Libertario di Livorno. 

Una questione interessante è saltata fuori quando l'autore si è messo a parlare dei colori; all'epoca, l'identificazione sembrava essere parecchio diversa da quella generalmente percepita al giorno d'oggi. Nel fronte antifascista della Livorno in lotta del 1921, che vedeva fianco a fianco comunisti e anarchici (anche e soprattutto negli Arditi del Popolo, che sono il campo di studi precipuo di Marco Rossi), il "rosso" e il "nero" erano usati pressoché indifferentemente; anche se i "neri" erano identificati generalmente con gli anarchici e i "rossi" coi comunisti, tutte le combinazioni erano non solo possibili, ma effettivamente presenti. Si hanno così bandiere nere bordate di rosso, con l'emblema della falce e martello; così come bandiere interamente rosse usate da formazioni riconosciutamente anarchiche. Il nero è il colore storico dell'anarchismo, tant'è che ai funerali di alcuni anarchici livornesi, il feretro è coperto con la bandiera nera. In pratica, nel periodo che va dall'estate del 1921 (con la reazione armata antifascista) alla "conquista di Livorno" da parte fascista (agosto 1922), assieme al rosso il nero identifica fortemente l'antifascismo armato e la lotta popolare. Gli stessi fascisti livornesi lo certificano, quando parlano in un loro comunicato di "schiacciare le violenze dei rossi e dei neri". 

I quali fascisti non hanno, all'epoca, nessun colore identificativo specifico. Sono tutt'altro che "neri"; il loro simbolo riconoscitivo è casomai un altro, vale a dire la bandiera tricolore italiana. Alle loro riunioni sventolano esclusivamente i tricolori, ed è per questo motivo che, spregiativamente, la popolazione livornese li chiama "tricolorati". Il "vessillo nazionale" viene quidi, sin dall'inizio, parificato allo squadrismo fascista; durante la repressione che porterà alla "conquista di Livorno" nell'agosto del 1922, l'arcivescovo di Livorno, tanto per far capire bene da che parte stia la chiesa cattolica, fa sventolare il tricolore italiano sulla facciata del Duomo (un simbolo preciso dell'appoggio dato dalla Chiesa al fascismo). Nel 1921, durante un'azione "antisovversiva" a Livorno, i fascisti si dividono in tre squadracce: una indossa effettivamente una camicia nera (forse il primo esempio in assoluto), ma la seconda ne indossa una verde e la terza addirittura una...rosa!

Appare quindi chiaro che la "simbologia nera" del fascismo, con le relative camicie che verrano poi istituzionalizzate e rese obbligatorie durante il regime, è interamente mutuata dal campo avverso; si tratta naturalmente dell'eterna tendenza fascista, fin dal suo inizio, a cercare di confondere le acque e ad impadronirsi dei simboli altrui. Tra il nero rubato letteralmente alle combinazioni antifasciste prima della "marcia su Roma" e il Che Guevara sui manifesti di Casapound esiste un legame storico indissolubile, un filo che non si è mai spezzato. Non si scordi che il simbolo stesso degli Arditi del Popolo sembra riprodursi senza praticamente alcuna variazione nell'iconografia fascista (non soltanto il colore nero ma anche il teschio):


La simbologia fascista originaria si basava quindi sul tricolore nazionale; nell'ottica, poi, di avvalorare storicamente la costruzione della "rivoluzione fascista", fu scelto un colore effettivamente dalla portata simbolica rivoluzionaria come il nero, ma che era un simbolo assolutamente avverso (si pensi comunque che, tuttora, l'anarchismo, pur avendo generalmente adottato la combinazione rosso-nera, mantiene simboli come il gatto completamente nero; ed anche nell'iconografia popolare, anche vignettistica, l' "anarchico" è spesso una "figura nera"). Da qui la valenza intrinsecamente fascista del "tricolore"; quando, ad esempio, si svolge l'annuale manifestazione a Firenze dedicata alla "memoria delle foibe" e una Giorgia Meloni vuol dare ad intendere che lo sventolio di tricolori sarebbe soltanto "simbolo della nazione italiana e non politico", mente sapendo di mentire. I "Tricolorati" sono sempre quelli, e la bandiera italiana ha la precisa e esclusiva funzione di simbolo fascista. E sbaglierebbe chi, definendosi antifascista, la intendesse in altro modo. Ce lo insegna la lotta antifascista del 1921-22 a Livorno e altrove: l'unica bandiera dell'antifascismo è quella della lotta di classe, contro l'idea fascista stessa di "nazione". Nel 1921 e nel 2013.



venerdì 1 febbraio 2013

MPS, utili suggerimenti per un rimpiazzo.


a) Monte dei Baschi di Siena.

Visto che c'era di mezzo tale "Santander" (fino a pochi giorni fa, per me, era una città spagnola; ora scopro che è un "gruppo bancario" di cui sarebbe rappresentante il piacentino Gotti-Tedeschi, ex presidente dello IOR, ma pensate un po'), avrei pensato di fare non molta strada e di trasformare il tutto nella centrale di tutti gli Euskaldunak in Italia; con questo, Siena potrebbe finalmente servire a qualcosa di veramente utile (e degno) invece di essere nota in tutto il mondo per una corsa di tre o quattro castroni in una piazza e per la banca del 5%. Una sorta di Euskaletxe ( = casa basca) aperta a tutti, che potrebbe, per rispettare la dizione originale, chiamarsi anche Euskalmendi ( = monte basco). Sienako Euskaldunen Mendia (traduzione letterale di "Monte dei Baschi di Siena"). Un centro per diffondere la cultura dell'Euskalherria e la sua antichissima e bella lingua. Dalla banca alla basca; pensate anche al vantaggio di avere a disposizione esperti di tubature (el gas! el gas!) e di ottimi allenatori di salto in alto con la macchina per primi ministri: Carrero Blanco docet!


b) Monte degli Spasskij di Siena.

L'antica e scenografica piazza Salimbeni ospiterebbe a dovere una prestigiosa scuola scacchistica, atta finalmente a far guadagnare all'Italia la reputazione internazionale che non ha mai avuto. A tale riguardo, il grande campione russo (ma naturalizzato francese; non esistono, come si vede, soltanto i francesi che diventano russi) Boris Spasskij sarebbe assolutamente perfetto. Immaginate di non avere più fra i coglioni banchieri, economisti, derivati e quant'altro (pensare che, fino a poco tempo fa, si parlava di "derivati" soltanto per il latte...) e di averci invece arrocchi, varianti, Bobby Fischer al posto di Mussari, Anatolij Karpov al posto dell'ABI, Garry Kasparov al posto del rating...



c) Monte dei Peschi di Siena.

Ipotesi altamente raccomandabile per il rimpiazzo dell'inutile banca mangiaquattrini. Radere tutto al suolo (palazzo storico compreso; e non ce ne saranno a centinaia, di palazzi storici, a Siena...) e piantare al suo posto uno squisito ed ameno pescheto che potrebbe contribuire assai di più al consesso umano. Un frutteto in pieno centro di una delle principali città d'arte del mondo; dove si sarebbe mai visto? Di banche, perdio, ce ne sono ovunque! Avrei già studiato degli slogan perfetti: Pesca di Siena, pesca che ripiena, oppure Pesca del Monte, pesca ad alta fronte. Naturalmente una percentuale della produzione potrebbe essere donata in beneficienza; facciamo un 5%...


Così potrebbe apparire piazza Salimbeni in un prossimo futuro,
una volta eliminata la solita banca del cazzo. 

d) Monte dei Blaschi di Siena.


Anche in questo caso, via tutto e costruzione nello spazio lasciato libero dalla banca di una grande e modernissima Vasco Rossi Arena, così da far sbizzarrire pure Massimiliano Fuksas. Più che un'arena, un mausoleo dove imbalsamare il Blasco al termine della sua carriera, e senza aspettare nemmeno che sia morto. Lo si imbalsama da vivo, come del resto appare sempre di più attualmente: una mummia. Concerti, centro gàggezz, museo...il tempio della Blascomania nazionale nella cornice di una storica città che, va da sé, si porrà all'avanguardia della scena musicale. E basta con quella pallosissima "Accademia Chigiana"! Non bastasse Palazzo Chigi...


e) Monte dei Fiaschi di Siena.

La soluzione, forse, più logica e naturale. Scusate, cari i miei sienaioli, ma pensate che al mondo vi amino di più per quella specie di banca di merda che ci avete, o per il Chianti di Radda, di Gaiole o di Monteriggioni? Per i derivati o altre prodezze bancarie, o per il Brunello di Montalcino? No, ditemi voi... E, allora, mantenere pure il palazzo storico, ma trasformarlo finalmente e opportunamente in una splendida enoteca contenente tutte le meraviglie vinicole di Siena e provincia. Tanto più che, bancariamente parlando, avete fatto un fiasco clamoroso, tanto vale prendere atto delle cosa e metterci dentro i fiaschi veri, al posto di quelli finanziari. Abbasso il capitalismo, evviva l'etilismo!