lunedì 23 novembre 2009

La voce della terra



Quella sopra è la voce della terra. E quando la terra parla, nessuno deve farsi illusioni. Non parla mai, la terra, in modo sommesso; parla con boati e reca distruzione e morte.

Il 23 novembre 1980, ventinove anni fa, una piccola radio locale di Avellino, Radio Alfa 102, stava registrando delle basi musicali da mandare poi in onda. Verso le 19,30 cominciò l'allegra mazurchetta che si sente nella registrazione; quattro minuti dopo, la voce della terra. In quel preciso momento, mentre la musica va, si ferma la vita di migliaia di persone. E la musica continua a andare, perché non c'è nessuno più a fermarla. Il nastro va fino alla fine, e registra l'agghiacciante connubio tra una musica popolare e il terremoto che cancella ogni cosa.

Non c'erano, allora, videocamere agli angoli delle strade. Questa è probabilmente l'unica testimonianza di quel che accadde in quel momento in Irpinia, in Lucania, a Napoli. Cominciarono poi ad arrivare le prime notizie coi telegiornali di quella domenica sera di novembre; all'inizio la classica frase, non si segnalano danni a cose e a persone. Poi ci fu la telefonata del parroco di Balvano, che aveva visto crollare la sua chiesa e seppellire genitori e bambini che stavano festeggiando la comunione. Poi cominciò a delinearsi l'inferno. E l'inferno peggiore, ben peggiore anche del terremoto, doveva ancora arrivare.


Fate presto, titolava il Mattino di Napoli. Si fece presto, infatti, a trasformare il terremoto nel colpo di grazia a quel che restava non solo delle zone colpite dalla sciagura, ma anche dell'Italia intera. In quel 1980 e negli anni successivi, il 1981 della P2, il 1982 delle guerre di mafia, gli anni '80 dell'edonismo da bere, questo paese è morto.

Accanto agli slanci e alla solidarietà delle migliaia di persone che accorsero a cercare di fare del bene, quasi sempre nella confusione totale di uno stato che difendeva peraltro ferocemente la sua assenza e, al tempo stesso, la sua delinquenza. Il terremoto che diventava soldi, soldi a palate; la voce della terra che diventava quella di un potere la cui vera essenza, oramai, appariva chiara. Non disgiungibile dalle mafie, perché le mafie e il potere sono la stessa cosa. Eliminare chi tentava di portare alla luce l'inferno che, già il giorno dopo il terremoto, aveva spalancato doppiamente le sue porte sulla vita di chi era morto, e di chi era sopravvissuto.

Quante volte si è fatta sentire la voce della terra, in questo paese. Nella stessa zona dove ora i turisti vanno ad ammirare le vestigia pietrificate di una città sepolta da un vulcano duemila anni fa, hanno costruito di tutto. Se quel vulcano si risvegliasse, come già ha fatto nel 1944, fra duemila anni i turisti vedrebbero la vita fermata in mezzo ad una giornata di caos, agli scempi edilizi, ai dissesti, a facce sui muri che promettono cambiamenti sempre più vuoti, sempre più privi di ogni significato. Terre ballerine le hanno sempre chiamate.

Messina e Reggio, Avezzano, il Belice, il Friuli, l'Irpinia, l'Umbria. E poi L'Aquila. Ce ne saranno ancora, di terremoti. Sempre con le solite case costruite dove non si doveva. Sempre con le solite infrastrutture delinquenziali. Sempre con le solite facce messe a nudo. E sempre coi soliti tromboni che prosperano sulla morte. Consegnano casette in diretta TV, ospiti dei loro servi; e nel frattempo, laddove la voce della terra ha ucciso migliaia e migliaia di persone, progettano i loro ponti faraonici affinché si possa consegnare sempre più denaro al loro sistema. E le facce, inebetite, di chi è ancora vivo si affollano quando il Grande Capo si offre all'applauso dei poveri cani che ricevono le briciole dal padrone.

E allora è bene ascoltarla, la voce della terra. Sentirla bene, da quella misera registrazione di Radio Alfa 102. Capire che, domani, stanotte, potrebbe toccare anche a te. Un giorno qualsiasi. Un 23 novembre, un 6 aprile. E se avrai la ventura di non essere inghiottito e di sopravvivere, sai già quel che ti aspetta in questo paese il cui vero terremoto, quotidiano, senza tregua e senza scampo, si chiama potere, e si chiama servilismo, e si chiama anche con un terribile miscuglio di carogneria e rassegnazione.