domenica 11 settembre 2011

Undici nientembre



Una bella domenica calda e di sole, la porta di casa aperta in piena città, i panni asciutti da cogliere, il gatto nel cortile. Neanche un aeroplanino di carta in vista. La doccia e spaparanzato al pc, e tanto che ci sono ho spalancato anche la finestra; si va verso l'autunno, ed è bene tesaurizzare queste ultime giornate d'estate vera. Un refolo di vento, che è sempre meglio di qualsiasi aria condizionata (compresa quella per le truppe in Afghanistan, che sembra costi 26.000 dollari al minuto). Inutile che si faccia: non mi accoderò ai consueti undicisettembri incrociati annuali. Né alle torri, né agli agliendi. In Cile rifanno una rivolta, ma la fanno dei ragazzi che trentott'anni fa non erano nemmeno nelle palle dei loro babbi. Quanto alle torri, sono state abbattute città intere, paesi interi, mondi interi senza che nessuno si ricordi non dico la data, ma neppure che tali cose siano accadute. Nel frattempo, ho imparato a eliminare dalla mia vita concetti come sicurezza e insicurezza; non me ne frega niente. Tengo aperte porte e finestre, e casa mia è casa di tutti coloro che vogliono entrarci. Ci riprovano, con i loro grounds, le loro civiltà, i loro scontri; ci avrebbero disperatamente da nascondere i risultati della loro nullità. Risultati che si esplicano ogni giorno. Risultati che si muovono. E allora, evviva l'undici nientembre, seguito da un dodici, da un tredici, da un sempre che vanno oltre e che si ribellano contro passati le cui catene abbiamo da spezzare. Soprattutto con le porte aperte. Soprattutto con il non accettare più le porte chiuse cui intendevano condannarci.