mercoledì 10 maggio 2017

Il genere umano


Vi stupite? Siete esterrefatti? Non vi capacitate? Io no. Per niente. E' tutto normalissimo; anzi, logico.

Normalissimo e logico perché l'ho sentito dire coi miei orecchi, apertis verbis, e nemmeno una volta sola. E non solo in quartieri dove ci sono gli zìngani.

Così, come parlare del tempo che fa o della partita di pallone. Persone normalissime. La mamma col passeggino. Il pensionato e il ragazzotto. Bisogna bruciarli tutti, anche i bambini. Tanto i bambini poi crescono. Tanto i bambini rubano pure loro.

Ah, dimenticavo: i bambini li rapiscono pure, quindi vanno bruciati fin da piccoli.

Sospetto fortemente che propositi del genere li abbiate ascoltati anche voialtri, voialtre. E ho pure qualche sentore che qualcuno di voi li abbia non solo ascoltati, ma anche fatti.

Ha appena dichiarato un presidente della repubblica che si tratta di un fatto “al di fuori del genere umano”. Assolutamente errato. Si tratta di una cosa pienamente al di dentro del genere umano, e solo di esso. Non ho notizie di tapiri che abbiano preso una molotov e la abbiano gettata dentro un camper di lemuri. E nemmeno di faine che abbiano dato fuoco a un pollaio. Arrivo a rivalutare persino le zanzare.

Il genere umano, invece, tra un po' si affannerà sui social media. Chi per stigmatizzare, chi per giustificare. Chi per indignarsi, chi per esultare come allo stadio. Chi per tirarsi fuori, chi per tirarsi dentro. Chi anonimo e chi con nome e cognome.

Il genere umano può benissimo concepire l'odio. L'odio si esplica anche così. Prendendo una bottiglia incendiaria e dando fuoco al camper degli zìngani. Ci sono i bambini dentro? Pazienza, magari bruciano anche meglio.

E non solo bruciano meglio. Servono, meglio. I bambini sono multiuso. Servono agli orrori mediatici e servono alle carriere politiche. Servono ai moderati e servono agli estremisti. Servono alle guerre e servono alle paci. Servono al fotografo e servono alla mamma col passeggino. Servono al pòpolo e servono al potere. Di un bambino, davvero, non si butta via nulla.

Poi, chiaro, ci sono bambini e bambini. In linea di massima, si dividono in due categorie: quelli che quando muoiono male ci sono le foto coi pupazzetti abbandonati, e quelli che quando muoiono male ci sono solo miserie variamente ambientate (il camper di Roma, il quartiere siriano, il fondo del mare).

Fossi un bambino, comincerei a incazzarmi seriamente e a cercare di fare un po' causa comune. Ma per carità. Nemmeno a dirlo. Ci sono tanti di quei bravi bambini, scolaretti e scolarette, che darebbero ubbidienti e senza fiatare una mano alla mamma e al babbo a bruciare il camper degli zìngani.

E allora, come si vede, è tutto normalissimo e logico, come si diceva all'inizio. E umanissimo. Un segno di perfetta umanità. Chiunque sia stato, ha tolto di mezzo tre potenziali ladri dei nostri preziosissimi oggetti. Ha eliminato due mocciose zìngane e una ventenne, gia sicuramente ladra conclamata nonché cacafigli di altri ladruncoli e mendicanti. Ha dato una mano al mantenimento del decoro urbano. Ha agito contro il degrado e per la sicurezza. Il genere umano, appunto.

Tredici persone dentro un camper: ma si può? E non potevano “andare a lavorare”? E una casa? Alt. Le case si danno prima agli italiani. Tipo ai parenti di Gianfranco Fini o al ministro Scajola, a sua insaputa. E poi gli zìngani non sono “nomadi”? E che stiano nelle roulottes. Tanto poi, come sanno pure i bambini, le roulottes sono tirate dalle Mercedes (rubate, naturalmente). “Ci hanno tutti di quei macchinoni che io me li sogno...” (dice il padre di famiglia indebitatosi fino all'osso del collo per comprare il SUV da cinquantamila euro).

Nel frattempo scatta l'immaginazione. Immaginarsi, che so io, che le bambine zìngane del camper di Roma incontrino altrove, nel mondo del niente, i due bambini fatti fuori a martellate dal babbo ex carabiniere di Trento, quello dell'appartamento da un milione di euro.

Immaginarsi una buona volta i bambini ebrei sterminati nei lager che s'incontrano coi bambini zìngani sterminati nei lager.

Basta immaginazione, però. Sennò, poi, qualcuno mi accusa di essere un “buonista”. Lungi da me. Una volta dicevo di essere un “sognatore”, ora sono diventato finalmente realista. Alla buon'ora, realista a cinquantaquattr'anni.

Il realismo più rigoroso mi impone di dire che così è, e che altrimenti oramai non può essere. Portiamo quindi allo scoperto il nazista che è in ognuno di noi, e tutto sarà più chiaro, meno ipocrita. Facciamo i nazisti neri, i nazisti moderati, gli “io non sono nazista però”, i nazisti rossi, i nazisti anarchici, i nazisti della porta accanto, i nazisti a macchia di leopardo, i nazisti allegri, i nazisti tristi, i nazisti a Pontida, i nazisti Posse, i nazisti per legittima difesa, i nazisti intelligenti, i nazisti idioti, i nazisti adulti e i nazisti bambini.

E come sono umani, i nazisti! L'umanità al suo stato puro.

venerdì 21 aprile 2017

Cinquant'anni fa il golpe fascista in Grecia. I nemici entrarono in città.


Atene, mattina del 21 aprile 1967. Αθήνα το πρωί του 21. Απριλίου 1967.

Entrarono in città, i nemici,
sfondarono le porte, i nemici.
Mentre noi ridevamo nei rioni,
il primo giorno.

Entrarono in città, i nemici,
Presero i nostri fratelli, i nemici.
Mentre noi guardavamo le ragazze,
il giorno dopo.

Entrarono in città, i nemici,
Ci misero a ferro e fuoco, i nemici.
Mentre noi gridavamo nel buio,
il terzo giorno.

Entrarono in città, i nemici,
Tenevano spade in mano, i nemici.
E noi credevamo fossero talismani,
il giorno dopo.

Entrarono in città, i nemici,
Distribuivano regali, i nemici.
E noi ridevamo come bambini,
il quinto giorno.

Entrarono in città, i nemici,
Si arrogavano il diritto, i nemici.
E noi gridavamo "evviva!" e "salve!"
e noi gridavamo "evviva!" e "salve!"
come ogni giorno,
come ogni giorno.



Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
τις πόρτες σπάσανε οι οχτροί
και εμείς γελούσαμε στις γειτονιές
την πρώτη μέρα

Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
αδέλφια πήραν οι οχτροί
και ‘μεις κοιτούσαμε τις κοπελιές
την άλλη μέρα

Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
φωτιά μας ρίξαν οι οχτροί
και ‘μεις φωνάζαμε στα σκοτεινά
την τρίτη μέρα

Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
σπαθιά κρατούσαν οι οχτροί
και ‘μεις τα πήραμε για φυλαχτά
την άλλη μέρα

Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
μοιράσανε δώρα οι οχτροί
και ‘μεις γελούσαμε σαν τα παιδιά
την πέμπτη μέρα

Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
κρατούσαν δίκιο οι οχτροί
και ‘μεις φωνάζαμε ζήτω και γεια
και ‘μεις φωνάζαμε ζήτω και γεια
σαν κάθε μέρα

La storica canzone "Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί" fu scritta da Giorgios Skourtis nel 1970, in piena dittatura, e musicata da uno dei maggiori musicisti greci contemporanei, Giannis Markopoulos. Fu interpretata dal cretese Nikos Xylouris, che tre anni dopo sarebbe stato a cantare tra gli studenti del Politecnico in rivolta e in attesa di essere massacrati. La canzone, in generale, descrive bene quel che accade quando "i nemici entrano in città": arresti, uccisioni, deportazioni, mentre la "maggioranza" ride, scherza, guarda le ragazze e grida evviva perché sono tornati l' "ordine" e la "sicurezza".

giovedì 30 marzo 2017

Gli ulivi di via Ponchielli



L'immagine sopra è stata ripresa a Viareggio nei giorni successivi al 29 giugno 2009.

Mostra, come dovrebbe essere noto, un intero filare di ulivi secolari sradicato a causa del gas. Con alcuni trascurabili effetti collaterali, quali la distruzione completa della zona limitrofa all'uliveto e, in particolare, dell'intera via Amilcare Ponchielli (quella con le case incenerite, nella fotografia). Nonché l'incenerimento, e in taluni casi il dissolvimento, di trentadue persone.

Mi si dice che no, in realtà non si trattava di un uliveto, ma di una stazione ferroviaria. Nella quale ebbe a deragliare, per motivi poi oggetto di un'indagine giudiziaria e di un processo, un treno. Un treno che trasportava un intero carico di un gas, tale GPL (Gas di Petrolio Liquefatto). Del resto, però, Viareggio è in provincia di Lucca, zona famosa da secoli per l'olio buono. Persino Giacomo Casanova in carcere ai Piombi si faceva portare l'olio da Lucca.

Uliveti però ce ne sono tanti anche in Puglia. Ad esempio nel comune di Melendugno (Lecce), vicino a un litorale che prende il nome da San Foca. San Foca, o Focas, o Foca di Sinope, presupposto martire del III secolo dopo Cristo e venerato come protettore dei giardinieri e degli ortolani. Però alcuni lo venerano anche come protettore dei marinai, e persino di coloro che sono stati morsi dai serpenti.

Dovrà specializzarsi, il nostro San Foca, anche come protettore dei gasdotti, d'ora in avanti. Visto che il suo litorale, dopo essere stato approdo di un discreto numero di disgraziati sui barconi, ora è stato scelto come approdo, appunto, di un gigantesco gasdotto multinazionale, il cosiddetto TAP (credo significhi Trans-Adriatic Pipeline o roba del genere). Serve a portare gas dall'Azerbaigian, un lontano paese che un tempo fece parte dell'Unione Sovietica e dove si parla una lingua quasi uguale al turco, ma scritta con l'alfabeto cirillico addizionato di una specie di "e" arrovesciata.

Si chiama "globalizzazione", per la quale il gas dell'Azerbaigian approda a San Foca e fa sradicare gli ulivi di Melendugno. Esattamente come il gas di chissà dove sradica la stazione di Viareggio e tutta via Ponchielli. 

Mi si dirà che, forse, sto facendo paragoni un po' arditi. Può darsi. Forse lo avrei pensato io stesso, fino a qualche giorno fa; però, giusto ieri, in televisione mi è capitato di assistere ad una interessante discussione tra due personaggi. Uno era il sindaco di Melendugno (Lecce), il paese degli ulivi sradicati (duecentoundici, per la precisione) e di un pugno di persone che ha tentato di opporsi venendo, ovviamente, spazzato via dalla polizia. L'altra era il cosiddetto Country Manager (in italiano si potrebbe dire "Dirigente Territoriale") del TAP, tale Michele Elia.

Lì per lì mi sono chiesto: ma dove l'ho sentito questo nome? Mi è frullato in testa per un po', finché non mi si è accesa la lampadina. Ma certo. E' il dottor ingegner Michele Mario Elia, dirigente pubblico nonché amministratore delegato, tra il 2006 e il 2014, di Rete Ferroviaria Italiana.

Carica da lui ricoperta il 29 giugno 2009 quando il gas deragliato sradicò mezza Viareggio, e carica in base alla quale il dottor Michele Mario Elia è stato condannato in primo grado dal tribunale di Lucca, il 31 gennaio 2017, ad anni sette e mesi sei di carcere per disastro ferroviario, incendio colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni personali.

Ora fa il Country Manager del gasdotto Transadriatico. Ci deve avere veramente un feeling col gas, il dottor ingegner Elia. 

Agli abitanti di via Ponchielli, a questo punto, non resta che erigere nella strada una statua a San Foca l'Ortolano, e magari piantare anche qualche ulivo. A quelli di Melendugno, sperare che al gasdotto non pigli la voglia di fare come il trenino di Viareggio, che ebbe un deciso impatto sulla zona. Un impatto ambientale.

mercoledì 22 marzo 2017

Tutti sbirri!



La cosa era nell'aria da tempo. Mancava soltanto la consacrazione ufficiale, che però si è puntualmente avuta ieri 21 marzo 2017, primo giorno di primavera. Fioriscono i prati, sbocciano le margherite e, finalmente sancito anche dalla piazza e dai giòvani, siamo tutti sbirri.

L'attenta osservazione della realtà è una pratica sempre raccomandabile; essa permette, tra le altre cose, di prepararsi per tempo a ciò che verrà. Per quel che mi riguarda, io non ho atteso certamente questa primavera dell'anno corrente, e sono sbirro già dal 2005, come si può vedere dalla foto che mi ritrae mentre, con piglio atlètico, sto passando di corsa il Terzolle.

Certo, nel raccontare le mie avventure da sbirro, la produzione di RIS - Delitti Imperfetti si trovò di fronte a un problema non di poco conto: come dire, non buco il teleschermo, per usare un eufemismo. Decise quindi di farmi interpretare da un signore di bell'aspetto, tale Lorenzo Flaherty; decisione quanto mai opportuna che mi ha permesso, tra le altre cose, pure di baciare un congruo numero di belle donne:


Un'altra gradita conseguenza del mio notevole anticipo nell'essere tutti sbirri, è che ho una mia personale pagina Wikipedia. Ed è inutile qui che facciate tanto gl'indifferenti e i finti modesti: si sa benissimo che ambireste tutti ad averla. Bene, io cellò, e voi no. Cellò da sbirro? E vabbè, mica potevo pretenderla, che so io, come autore di un corso di islandese o come blogger di un non meglio precisato Asocial Network. L'importante è che cellò.

Essere sempre non solo al passo coi tempi, ma saperli prevedere e anticipare. Non passerà infatti molto tempo che saremo chiamati alla tappa successiva: essere tutti Don Ciotti.

Qui, non lo nascondo, avrò un po' più di difficoltà. D'accordo, essere tutti sbirri non è in fondo difficile, ma essere preti antimafia...? E se il mio aspetto ha obbligato la produzione delle mie avventure sbirresche a farmi interpretare dal sig. Flaherty, chi mi toccherà come prete? Terence Hill è già occupato con Don Matteo, disgraziatamente; sarebbe stato perfetto, in quanto riunisce meravigliosamente in sé sia lo sbirro che il prete. 

Se però posso esercitare un'opzione, quando dovremo essere tutti Don Ciotti (senza naturalmente cessare di essere tutti sbirri, va da sé), è la seguente:



venerdì 17 marzo 2017

Diarsera posi un giglio



Se sulla prima, Maremma amara, non c'è alcun dubbio, sulla seconda ci potrebbe essere una qualche contesa. Sto parlando delle canzoni popolari toscane più famose, lo avrete capito: sono uno, del resto, che ha sempre fatto gran giri per il mondo per poi tornare sempre dalle mie parti, alle quali sono abbarbicato come una pianta di rosmarino.

Vada come vada, prima o seconda che sia, c'è qualcuno, anzi qualcuna, che c'è sempre di mezzo. Si chiama Caterina Bueno, e il sedici di luglio di quest'anno saranno dieci anni che se n'è andata, con certezza a fare la “Raccattacanzoni” in qualche ignota dimensione o galassia, con la sua vecchia 500, il registratore, il taccuino e le sigarette. 

A modo mio, oppure in qualche modo, ho inteso anche io, nella mia vita, fare il Raccattacanzoni. Dovessi rendere questa parola, inventata da Caterina, in una qualche lingua, mi sarebbe del tutto impossibile; raccattare canzoni come si raccatta un cencio per terra, un oggetto buttato via, una monetina da due centesimi scivolata da una tasca. Raccattare canzoni come si raccatta un qualche sogno dimenticato, e le parole e le musiche che, in un qualche tempo o momento, hanno potuto far sognare, divertire, incazzare, pensare, amare, odiare.

Ma si parlava delle canzoni toscane, e di quale sia la seconda più famosa. Tra le contendenti, questa qua ha parecchie possibilità di prendersi la medaglia d'argento; però, molti che la conoscono (tra i quali, per esempio, Francesco De Gregori e Roberto Vecchioni) sono tentati di assegnarle la medaglia d'oro per la più bella. Naturalmente è una canzon d'amore; come si dice nel gergo di noialtri raccattacanzoni, sarebbe un Rispetto, quanto a forma poetica e musicale.

E cinquecento catenelle d'oro, la Caterina, la infilò per la prima volta in un suo disco del 1968, chiamato La veglia, pubblicato nei “Dischi del Sole”. Negli anni '60, in Toscana o altrove, si potevano ancora raccattare canzoni per le campagne, magari sulla scorta di vecchi libracci polverosi scritti da preti o da maestri elementari; ora non è più possibile. Il raccattacanzoni del Dumila e rotti raccatta tutto su Internet, a parte qualche fortuito caso personale oppure se lo assiste la memoria. Su Internet lo raccatta, comunque, e su Internet lo rimette.

Girava per le Maremme e per il Valdarno, la Caterina, e da qualche parte si dev'essere sentita cantare di queste catenelle d'oro, che ha reso famose tanto da penetrare nella canzone d'autore. Cinquecento la bagnarola della Caterina, cinquecento le catenelle d'oro, e Cinquecento, con tutta probabilità, anche gli anni che deve aver girato questa canzone prima di approdare al registratore, al taccuino e alla chitarra della Caterina che girava per le campagne toscane nel decennio della rivoluzione, dei Beatles, del rock e della fantasia al potere, andando a cercare vecchie contadine che si ricordavano di qualche canzone che avevano magari imparata da bimba, così come da bimba l'aveva imparata sua nonna che gliela aveva cantata. Da qualche parte c'era il maggio francese, e lei cercava qualche Calendimaggio a Arcidosso o a San Giovanni Valdarno.

Poi faceva i dischi, del Sole o della Luna. Con quella sua vociaccia senza filtro, viene quasi da dire che si fumava due pacchetti di canzoni al giorno. Certo che, poi, le canzoni che raccattava, le rimetteva un po' in sesto. I contadini valdarnesi non ci avevano di certo la chitarrina e non sapevano che quel che stavano cantando era un “rispetto” o qualcos'altro; cantavano con voci ora fioche, ora che rassomigliavano a una zappa. Poi la Caterina, quando faceva i dischi, rendeva “ascoltabili” quegli strazi secolari.

E così, anche le meravigliose catenelle d'oro, sono meravigliose perché ci ha messo mano la Caterina. Ha sempre funzionato così, quando il canto popolare e rurale è stato dato in pasto ad un'epoca che non è più la sua. Se si ascoltassero le registrazioni originali della Caterina e di chiunque altro abbia raccattato canzoni, non si resisterebbe nemmeno cinque minuti; se volete, provate, che so, a ascoltare il contadino Pietro Zeppi di Bivigliano (Firenze) mentre canta Su fratelli pugnamo da forti. Si dice che per la prima volta, lo Zeppi cantò quella cosa alla Caterina dopo essere sceso giù da un ulivo che stava potando; poi, nel 1964, la Caterina lo portò a Milano e lo mise a cantare davanti a Roberto Leydi che registrava, e gli era un gran viaggio di nulla. Dopodiché lo si confronti con la versione che, della medesima canzone, hanno fatto Les Anarchistes quando ancora ci sonava e cantava Marco Rovelli.

La Caterina, a volte, metteva mano anche alle parole. I canti popolari sono quasi sempre più lunghi di quelli che si ascoltano. Quelli originali, a volte, sono delle lungagnate spaventose che, da soli, occuperebbero un lato intero del vostro disco, vi pungesse vaghezza di inciderne uno (a vostre spese, ovviamente, perché cose del genere non le pubblica più nessuno). I canti popolari, quando vengono proposti, sono generalmente abbreviati; si cantano solo alcune strofe, quelle magari che più “colpiscono”. Le catenelle d'oro della Caterina ne sono un esempio, anche se il testo originale non è in questo caso lunghissimo.

E cinquecento catenelle d'oro passa per una stupefacente canzone d'amore eterno; ma, in origine, era un canto nuziale e non era affatto l'innamorata che lo cantava all'innamorato, o viceversa, in qualche segreto convegno perché all'epoca le ragazze stavano rinchiuse in casa, e se le beccavano a cantarsi le canzoncine con l'innamorato, le monacavano. Di origine cinque o seicentesca, era un canto che le amiche della sposa, o le donne di casa, intonavano mentre le preparavano il letto per la prima notte di nozze, quello dove la fanciulla avrebbe cessato di essere tale per diventare una cacafigli (continuando, magari, a spezzarsi la schiena nei campi e in casa). Il canto si chiamava, propriamente, Diarsera posi un giglio, e in certe sue strofe, quelle centrali, diventa stranamente dolente. Stranamente ma non troppo: quelle strofe parlano d'un giglio che sboccia, la fanciullezza alla quale si vuole tanto bene. Il giglio cresce, e cresce, e cresce; e, alla fine, bisogna ricordarsi del bene che gli si è voluto. E così, mentre le donne preparano il letto alla sposa, si rammentano che su quel letto si comincia a appassire. Poi riattaccano con le catenelle.

Quand'ero ragazzino, di fronte a me, in città, stavano due vecchi contadini inurbati. Lui Torello, lei non mi ricordo come si chiamava. Lui la zappa e tre guerre, lei la zappa e cinque figli. Una volta, lei raccontò del suo matrimonio, avvenuto alle Sieci nel 1920 o giù di lì. Le Sieci, prima di Pontassieve, nel 1920, non erano “campagna” rispetto a Firenze: erano campagna lontana. Tant'è che dopo il matrimonio, durato il tempo della messa e d'una bicchierata di vino fra gli uomini (mentre la sposa riceveva i regali: “tre pentole tutte nòve”, e fine), lo sposo la portò a fare il viaggio: un giorno a Firenze, che lei non aveva mai visto, portati su un carro. Poi via nei campi e a fare figli, e chissà se le su' amiche gliele avranno cantate, le catenelle, alla nonna Cencetti (il nome non me lo ricordo, ma il cognome sì; morì un bel po' prima del marito, che ha campato fino a centotré anni).

E così, la Caterina, quelle strofe centrali di cui dicevo prima, non ce le ha messe mica. E non ce le mette mai nessuno, o quasi, almeno a mia conoscenza. Il canto nuziale ha mantenuto solo le catenelle che lo hanno reso canto d'amore, e di quelli che sciolgono chiunque lo ascolti non solo dalla stupefacente raucedine tabaccosa di Caterina, ma anche dalla Ginevrona Di Marco e di chissà quant'altre e altri. Qui sotto, ad esempio, ve lo faccio sentire in virile e possente versione dalla bella voce baritonale di Alessandro Giobbi, detto “Il Menestrello”, che ora, a quanto ne so, fa il babbo a Cecina pur essendo fiorentino DOC. Prima, si sente Carlo Monni.


Insomma, come dire: noialtri Raccattacanzoni, a volte, si “bara” un po'. Si sa quel che c'è dietro, perché i sogni del canto popolare non sono mai del tutto lieti, quando e se lo sono. Viene dai poveri, e i poveri non sono mai stati bene. Quando approda ad un'altra epoca, rimaneggiato o meno che sia, non è mai del tutto quel che era per davvero (con l'unica eccezione, forse, dei canti politici e sociali un po' più recenti). Poi, naturalmente, rimane l'ambiguità di fondo di chi si strugge nell'ascoltar d'amore eterno e di catenelle d'oro che dovrebbero legare per sempre due esseri umani in un mondo dove le relazioni umane, ivi comprese quelle “amorose”, hanno cessato di essere assolute per aspirazione ideale venendo sostituite, casomai, dal possesso.

Ma, in ogni caso, quel che si canta, che si sia un individuo o una comunità, maschera sempre. Figuriamoci se non lo sapeva Caterina Bueno! E così si prendono anche le catenelle d'oro, cinquecento di numero, mentre si sta abbracciati con occhioni sognanti alla persona amata, o mentre si rimpiange qualcosa che è finito, o mentre ci si appronta a stringere una di quelle catenelle al collo dell'amore eterno fino a strangolarlo. E poi si va a raccattare altre canzoni.

Però sto facendo gran discorsi notturni, lo so. Come se tutti quelli che leggeranno (molto eventualmente) queste cose non facciano altro che cantarsi di catenelle toscane da mane a sera al posto dei karma occidentali e dell'ultimo successo rockettaro americano. Magari non la conoscete nemmeno, 'sta canzone; e allora, spendeteci quei tre minuti che dura, che ora sapete che è pure abbreviata. Se vi va, naturalmente; viene da un'altra epoca, da un altro mondo. Ora non ci sono più le catenelle d'oro, ci sono le catene di montaggio.

E cinquecento catenelle d’oro
Hanno legato lo tuo cuore al mio

E l’hanno fatto tanto stretto il nodo,
Che non si scioglierà né te, né io

E l’hanno fatto un nodo tanto forte
Che non si scioglierà fino alla morte

Diarsera posi un giglio alla finestra
Diarsera ‘l posi e stamani gli è nato

O giglio, giglio, quanto sei crescente
Ricordati del ben ch’io ti vo’ sempre

O giglio giglio quanto sei cresciuto
Ricordati del ben ch’io t’ho voluto

E cinquecento catenelle d’oro
Hanno legato lo tuo cuore al mio

E l’hanno fatto un nodo tanto forte
Che non si scioglierà fino alla morte.


lunedì 13 marzo 2017

Piccolo test per gli scarsi frequentatori / scarse frequentatrici di questo blog, mezzo oramai obsoleto e superato nel mondo dominato dai Social, dai cinguettii e dai gruppi Whatsapp delle mamme (come diceva Mario Merola in O' Uazzappatore: I figli so' piezz' 'e core!)


Un piccolo test rivolto ai frequentatori e alle frequentatrici di questo blog.

Di fronte a tale immagine, qual è il tuo pensiero immediato?

Hai tre libere e democratiche possibilità, sottolineate dalla grafica assolutamente egualitaria:

1) Una sensazione di giovanile freschezza, di rinnovamento, di voglia di fare,
di ottimismo, di progresso nella legalità, di superamento della crisi economica
e morale della Nazione; in una parola, come so' carini !

2) In Siberia! 


3) Una massa di fetenti, di fighetti, di bugiardi, di cialtroni e di occhialuti stile "cervello in fuga",
ma comunque meglio di Salvini, della Meloni e di De Maio....

(Avvertenza: naturalmente non intendo conculcare il tuo diritto di scelta sancito
dalla Costituzione più Bella del Mondo, perché la Libbertà è il sommo bene;
però, se scegli le possibilità 1) e 3) puoi anche fare a meno di continuare a frequentare
- sia pur saltuariamente - questo arcaico blog. Dammi retta: 'un ci venì più.)

giovedì 2 marzo 2017

Claudia aggrappata



Casa mia, che è un buco, ha detto basta. Di libri non ce n'entrano più. Sono dappertutto, scaffali, impilati, in bagno, sulla cassettiera, si stanno inghiottendo anche il televisore e il ripiano della carta igienica, del cotone idrofilo e delle salviette. Così, da un po', ho preso a prendermeli in biblioteca, i libri; l'altro giorno, ad esempio, ho preso in prestito i Quaderni di Lanzarote di José Saramago, che non avevo mai letto. L'edizione italiana è una silloge; non sono certamente tutto il diario che il portoghese tenne a partire dal 1993, quando se ne andò a stare nell'isola delle Canarie assieme alla moglie dopo gli attacchi subiti in Portogallo dopo la pubblicazione del Vangelo secondo Gesù Cristo.

A scanso di equivoci: non amo particolarmente la lettura dei diari di scrittori. Anche quello di Saramago, in certa parte, non fa eccezione: viaggi qua e là, incontri, resoconti piuttosto noiosi. A sua scusante, probabilmente, quella che i suoi quaderni erano affare suo personale; ma il diario di un premio Nobel per la letteratura non è il diario Vitt. Morto lo scrittore, viene pubblicato (l'edizione italiana è, infatti, del 2010), e lui lo sa benissimo che troverà avidi lettori della sua cosiddetta vita quotidiana, che comprende anche tutta una serie di cani (anzi, di cagne) arrivatigli a casa. Ecco, sì, sono uno di quelli. Per Saramago prendo anche il diario in biblioteca, d'accordo. Nella mia vita non ho mai avuto molti lussi, ma quello di aver potuto leggere L'anno della morte di Ricardo Reis direttamente in portoghese, sì. E così, dai Quaderni, ho addirittura appreso del giorno in cui gli venne (a Saramago, dico, non a Ricardo Reis) l'idea di scrivere Cecità. Poi ci sono alcuni pensieri e considerazioni, un divertente appunto sugli orgasmi di Santa Teresa d'Avila, una sparata a zero su Teresa di Calcutta che mi ha provocato scomposte reazioni di entusiasmo.

C'è anche un pensiero su quando una persona si accorge di essere diventata vecchia. È del 31 dicembre 1996. Il 31 dicembre 1996 Saramago aveva settantaquattro anni e io ne avevo trentatré. Dice così: "Credo di avere scoperto stamattina che cos'è realmente la vecchiaia. Ero ancora a metà tra la veglia e il sonno, come ad Amherst, la mattina in cui mi 'vidi' sfilare dentro la testa il nocciolo di Tutti i nomi, e all'improvviso ho capito che si entra nella vecchiaia quando si ha l'impressione di occupare sempre meno spazio nel mondo. Durante l'infanzia e l'adolescenza crediamo che lo spazio sia tutto nostro ed esista apposta per essere nostro, nell'età matura cominciamo a sospettare che in definitiva non sia proprio così e lottiamo perché lo sembri, e si comincia ad essere vecchi quando ci accorgiamo che la nostra esistenza è indifferente al mondo. È chiaro che lo era sempre stata, ma noi non lo sapevamo."

In ultima analisi, per queste poche righe è valsa perfettamente la pena essermi sciroppato anche i resoconti degli incontri letterari, dei viaggi e di quant'altro. Mi correggo: ne è valsa la pena anche per la storia di un cinese conoscitore della lingua portoghese, che negli anni precedenti la "rivoluzione culturale" aveva quasi ultimato la traduzione in cinese dei Lusiadi di Camões. Fu redarguito e minacciato dalle "guardie rosse" in quanto stava occupandosi di un'opera straniera; ed erano minacce da non prendere certo alla leggera. Si tenne quindi un consiglio di famiglia sul da farsi; la traduzione cinese dei Lusiadi, centinaia di pagine, fu bruciata.

Quanto allo spazio nel mondo, i pensieri ne debbono sempre generare altri, a condizione che si sia disposti a coglierli sia da Saramago come dal proprio vicino di casa, dai quaderni del Premio Nobel come dall'elenco del telefono (che sta scomparendo). Non è poi che il pensiero di Saramago mi abbia generato chissà quale elevatezza da riportare qua dentro, una cosa che è pur sempre un diario seppure non quadernato. Mi è venuto da pensare, quale che sia la mia età attuale, che di spazio nel mondo ne ho comunque occupato abbastanza, viste le mie dimensioni. Nell'adolescenza, anzi, ne occupavo di meno, visto che ero parecchio più secco di adesso; quanto a quello che occuperò in vecchiaia, vattelappesca. Sono però ragionevolmente certo che occuperò, alla fine, una buca di circa due metri di lunghezza a meno che qualcuno, come mi piacerebbe, non si occupi di buttarmi in mare, opportunamente zavorrato, di fronte a Galenzana. Un pochino al largo, però. Se mi buttate dalla riva, l'acqua è alta mezzo metro fino a non si sa dove e mi ritrovo al massimo a fare il morto. Tutto intero, comunque; ai pesci piace la ciccia, non le ceneri.

Libri. Non ne parlo spesso, ed è meglio così perché, in fondo, non ne so neppure parlare molto bene. Quelli di cui so parlare peggio e con più difficoltà sono proprio quelli che davvero hanno significato qualcosa per me. Nei libri, poi, a volte si trovano cose del tutto inaspettate; ed è a questo punto che, da questo mio diario fatto di quaderni elettronici, vorrei per una volta rivolgermi direttamente a José Saramago. Mi piace pensare che lo interesserebbe, o quantomeno incuriosirebbe.

Caro Saramago, nella copia dei tuoi Quaderni di Lanzarote in silloge e in traduzione italiana che ho preso in prestito sabato scorso, 25 febbraio 2017, alla biblioteca comunale dell'Isolotto (Firenze), c'è una cosa. Qualcuno ci ha scritto quel che pare un incubo, non si sa se a occhi chiusi o aperti.

In fondo al volume, sulla pagina bianca prima dell'indice, quel qualcuno ha preso addirittura un pennarello (nero), dimostrando sì scarso senso civico ma evidentemente spinto da un bisogno impellente, imprescindibile e insopprimibile, e ha scritto quanto segue:

"Naufragio in città (onde altissime) con Claudia che si aggrappa ed io insanguinato la spingo via."

Segue un'altra parola che non mi è riuscito decifrare. Potrebbe essere "sono", ma potrebbe essere anche "sesso". La parola è staccata dalla frase precedente, in disparte sulla sinistra. Personalmente, propendo per il "sono" come prima persona del verbo "essere"; potrebbe essere stato l'inizio di un periodo che continuava a descrivere l'incubo, ma qualcosa ha interrotto il qualcuno. Finanche un addetto della biblioteca che si è accorto che stava scrivendo con un pennarello su un libro di pubblica lettura, e che lo ha rimproverato oppure buttato fuori a calci nel culo.

Che ne sarà stato, però, del naufragio in città e di Claudia che si aggrappa a lui insanguinato? L'espulsione dalla biblioteca lo avrà indotto a naufragare tra via Chiusi, piazza Sansepolcro e via Massa, mentre Claudia si ritrovava, spinta via e di lui insanguinata, di fronte all'Esselunga di via Canova...? E le onde altissime? Avrà, per vendicarsi, preso a martellate il fontanello di Renzi di fronte alla biblioteca, provocando un'alluvione di acqua gassata...? Non lo si saprà mai. Caro Saramago, indicativamente sarei tentato di proporti di continuare tu la storia; del resto, si trova come lacerto, come frammento, come disiectum membrum su un tuo libro, sui tuoi quaderni di Lanzarote. Ah, mi dici che sei morto. E che sarà mai? Di morti che scrivono, sai quanti ce ne sono; prendi, che so io, Alessandro Baricco o Susanna Tamaro, non mi dirai mica che non può scrivere qualcosa José Saramago morto...?

Se proprio non te la senti, mi è venuta un'idea: prima o poi la scrivo io. Ho già pronto il titolo: "Claudia aggrappata". Quando sarà pronta, però, almeno la prefazione me la fai ché sarebbe una bella promozione, accidenti. Riccardo Venturi, Claudia aggrappata, prefazione di José Saramago. Poi, se ti va, si va a occupare pure un po' di spazio nel mondo e a mangiare qualcosa. Però paghi tu.

mercoledì 1 marzo 2017

La parola Morte


La parola Morte [*], che indica un avvenimento ed un concetto fondamentali nella vita dell'essere animato e vegetale (sebbene, poi, con tutte le possibili ramificazioni metaforiche; anche le più comuni metafore sono di antichissima origine), è, nella lingua italiana ed in tutte le altre lingue neolatine, o romanze, derivata direttamente dal latino: *-morte(m), accusativo di mors. Nel latino letterario, generalmente, il termine non era utilizzato al plurale (laddove in italiano, ad esempio, si può dire “tante morti”, “tutte quelle morti inutili”). In quanto termine fondamentale astratto non attraversato da mutamenti religiosi, tecnologici e di altra natura (e, quindi, facente parte del lessico quotidiano e familiare), le lingue derivate direttamente dal latino parlato lo hanno conservato senza soluzione di continuità, ognuna con le sue peculiari evoluzioni fonetiche: il francese e il catalano mort, il provenzale antico mortz, il castigliano muerte, il portoghese e galiziano (e sardo logudorese) morte, il friulano muart, il rumeno moarte.

La parola Morte appartiene alla più remota antichità indoeuropea, come appare palese dal confronto con le altre lingue di tale grande famiglia linguistica. La radice del “morire” è stata individuata nella forma *mer- / *mor- / *m, con i tre gradi apofonici (detti, rispettivamente, “debole”, “forte” e “ridotto”) di ogni radice originaria. Il significato originario della radice pare però essere stato differente: indicava, con buona probabilità, concetti quali “strisciare”, “trasportare trascinando” e, per traslato, “portare via”. Il passaggio della radice al suo significato millenario del “morire” dev'essere stato, a sua volta, un altro traslato originato dal destino che spetta ai mortali al momento della fine: quello di essere “trasportato via”, “trascinato” all'ultima dimora durante il funerale; ancora oggi, nel toscano popolare, il funerale è detto semplicemente “trasporto”. Il “morire” e la “morte” sono quindi stati associati, in origine, con l'ultimo viaggio del mortale, come una sorta di traduzione in suoni del trascinamento del feretro fino alla sepoltura.

Si hanno così, nelle varie lingue indoeuropee, gli omologhi astratti (tutti per “morte” e formati con un'estensione in dentale tipica degli astratti) quali il sanscrito mṛti e il lituano mirtìs; e, ancora, per il “morire” come concetto verbale, il sanscrito márate “muore”, il latino morior “muoio”, il russo у-мирать / у-мереть [umirat' / umeret'] “morire”. Così l'aggettivo e participio per “morto”: sanscrito mṛta-, latino mortuus, paleoslavo мрътвъ [mrŭtvŭ], armeno marb [← *martwos, del tutto analogo alle altre forme testè nominate). Soltanto, naturalmente, per citarne alcuni.

In epoca altrettanto antica, il termine comincia ad essere usato in alcune aree indoeuropee per indicare l' “essere mortale”, vale a dire il destino dell'uomo e di ogni essere vivente; in particolare lo si nota nella lingua greca. Il greco dorico μορτός [mortós] significa “soggetto a morte, mortale”; nella lingua classica attica si usa la forma βροτός [brotós], da *mr-tós (formato sulla radice di grado ridotto, mentre il dorico utilizza la radice di grado forte) con successiva epentesi in labiale sonora [*m-b-r-o-tós] per motivi di eufonia (esattamente come, nel fiorentino parlato, si dice comunemente Isdraele per “Israele”, con epentesi però di una dentale sonora).

Fondamentalmente la stessa cosa accade nelle lingue indoiraniche: già il sanscrito martá- significa “mortale”, ed inizia ad assumere gradatamente il significato di “essere umano, uomo” in quanto essere mortale per eccellenza. Nell'area, il passaggio definitivo avviene nelle lingue iraniche, cosicché il persiano moderno mard significa esclusivamente “uomo” (“il mortale”).

Da notare che la lingua greca, una volta spostata l'antica radice indoeuropea verso la “mortalità”, per il concetto del “morire” e della “morte” prenda a utilizzare una radice di origine sconosciuta (probabilmente pregreca e preindoeuropea), *than- / thṇ-, da cui il verbo con suffisso incoativo θνῄ-σκω muoio” [thnḗskō] (nel greco classico si usa comunemente il composto ἀπο-θνῄσκω [ apothnḗskō]), aoristo -θανον [éthanon] (si veda l'alternanza apofonica ridotto-forte tra il sistema del presente e quello dell'aoristo; dall'aoristo del comune composto classico si è formato il greco moderno πεθαίνω, aoristo πέθανα). Il sostantivo greco comune per “morte”, θάνατος [thánatos, inalterato nel greco moderno], è anch'esso da tale radice esclusivamente greca, ma appare formato pure con l'estensione astratta in dentale.

Un'evoluzione analoga avviene nelle lingue germaniche. In esse, l'antica radice indoeuropea del “morire” e della “morte” ha però preso un'accezione ancora differente, quella del “dare la morte” ovvero dell' “uccidere”. E' un passaggio semplice, come ad esempio si può vedere dal comune uso popolare (ad esempio in spagnolo, ma anche nel toscano e in altri dialetti italiani) di morire usato transitivamente per “ammazzare”: he muerto a un hombre “ho ammazzato un uomo” o, come dissero i famosi agenti di polizia a proposito del giovane Federico Aldrovandi, è stato morto un ragazzo”.

Così, nelle lingue germaniche, l'antico astratto per “morte” significa “omicidio, assassinio”: islandese antico morðr, tedesco Mord (l'inglese murder è probabimente di derivazione scandinava diretta, oppure è formato con un diverso suffisso astratto, -*tro-). Il termine diviene talmente “tipico” delle società germaniche, che dà luogo tout court al mediolatino mordrum, oltre che passare direttamente nel francese meurtre e derivati. Come il greco, le lingue germaniche utilizzano per il “morire” e la “morte” una radice autoctona, non presente cioè nelle altre lingue indoeuropee: *dau-. Con varie derivazioni e formazioni, è quella dell'inglese die, dead, death, del tedesco Tod,tot (ma, per “morire”, il tedesco usa per traslato esclusivamente sterben, propriamente “morire di fame” come l'inglese starve “morire di fame o di freddo”), dello svedese dö, död. La radice appare già nel gotico dauan “morire” nella sua forma più antica. Da notare che anche le lingue slave, pur avendo conservato la radice del “morire” e della “morte” in senso proprio, la usano anche per l'”uccidere”; serbocroato u-moriti, per traslato anche “stancare, affaticare” (umor significa solo “stanchezza, spossatezza”, esattamente come noi diciamo “stanco morto”).

Se ne può concludere che, nelle lingue indoeuropee, la più comune radice per la parola Morte non ha alcuna connotazione “spirituale” o “magica / sciamanica”; è, bensì, derivata dalla più elementare sensazione visiva e uditiva dei vivi al momento del trasporto di una salma (si potrebbe ipotizzare persino, come alcuni hanno del resto fatto, il rumore prodotto dal trasporto del feretro a contatto con il suolo, non su un carro, tirato da altre persone o da un animale: mrrrrrrr.....). Le connotazioni “spirituali” e ultraterrene non sono certamente assenti da parecchi termini fondamentali indoeuropei, così come i tabù (tipico: il nome del “lupo”, ma se ne avrà, chissà, a riparlare), ma è altresì vero che la magia, lo sciamanesimo e il culto magico degli antenati hanno sovente afflitto la ricerca linguistica più del dovuto. In definitiva, gli antichi erano uguali a noi. Ascoltavano rumori e li associavano agli atti formando parole (come noi abbiamo inventato, millenni dopo, crack, zig-zag, scrosciare e altre centinaia di parole).

[*] Ogni parola nome di una cosa
è un nome singolare della morte
tranne la vita che non è parola.

La biblioteca di Alessandria arse
insieme a un libro che narrava l'incendio
che arse la biblioteca di Alessandria.

Ogni orologio che fa l'orologiaio
è uno strumento per segnare l'ora
in cui dovrà fermarsi l'orologio.

Juan Rodolfo Wilcock, La parola Morte, 14.


martedì 28 febbraio 2017

Enne







Non so, e non ho mai saputo, se questa storia io la abbia sentita nel portico, quand'ero ragazzino, o se me la sia sognata in qualche recesso del tempo; forse, tutte e due le cose. Forse anche il portico è un sogno, e i sogni sono fatti magari anche di portici, in qualche primo pomeriggio d'estate, quando i racconti delle donne e dei parenti sono una specie di diversa declinazione del sonno. Non c'è quasi più nessuno, del resto; sono passati quasi cinquant'anni.

Si diceva, e si sognava, che c'era stata una ragazza in paese. Il paese non lo si diceva mai. Poteva essere quel paese lì, a cinque minuti di una strada che allora era sterrata, polverosa e senza nome, e buia come l'inferno, la notte, se non c'era un po' di luna; o poteva essere un altro paese dell'Isola, Capoliveri, il Poggio, Marciana Marina. Si escludeva Portoferraio, perché Portoferraio non era un paese; c'era questa giovane ragazza, chissà quando, che era un po' strana. Quando si diceva “strana”, c'era sempre qualche risatina e qualche “eeeh...”; io, che ero piccolo, non ne capivo il perché, e non lo avrei capito nemmeno sognando. Dicevano che portava addosso non si sa quante gioie di bigiotteria, e che cosa fosse la bigiotteria dovevo cercare di immaginarmelo perché alla mia età il lessico non è molto, e tutte le parole sono nuove. Il nome lo dicevano, ma non mi riesce proprio di ricordarmelo per quanti sforzi faccia; cominciava, mi sembra, con la N...o qualcosa del genere che mi dovette suonare bizzarro, qualche anno dopo avrei detto “esotico” dopo aver imparato anche quella parola. Forse, mi dicevo, non era dell'Isola; le ragazze e le donne, all'Isola, avevano o nomi semplici di sante (Maria, Antonia, Caterina), oppure dei nomi unici scovati dal ghiribizzo dei genitori. Ce n'era una, famosa, che si chiamava Eneide; un'altra, concepita di sicuro al ritorno di un soldato dal fronte, si chiamava Guerramondiale e non si immagina come dovessero chiamarla da piccola, tipo “monta su, Mondi...”. Il nome di quella ragazza non doveva rientrare in quelle due categorie; altrimenti me lo sarei ricordato. “Enne”.

Non portava soltanto le gioie di bigiotteria, si diceva. Aveva sempre anche delle calze verdi, che dovevano fare chissà quale impressione. Si peritavano, nel portico, a dire che era probabilmente molto bella; in un posto dove le calze erano sempre e solo nere, in una specie di lutto continuato al pari dei vestiti, una ragazza di paese con le calze verdi proprio la si notava, e la si scansava. Viveva, dicevano, da sola non si sa in quale stanza, o tugurio; nel prosieguo degli anni, diventato grande, mi capitò di leggere, a proposito di un'antichissima canzone, che le “maniche verdi” erano come il segno distintivo di una donna di facili costumi. Lo avessi saputo allora, avrei capito, anzi non avrei capito lo stesso perché non sapevo di certo che cosa fossero, i “facili costumi”. Io, a cinque anni, ero innamoratissimo di una giovane sposina della casa accanto, di quando il portico non era ancora diviso prima da una grata, e poi da un muro. Si chiamava, e questo me lo ricordo benissimo, Iliana; non “Liliana” o “Ileana”, proprio Iliana, e avrà avuto, chissà, ventidue o ventitré anni. Ora ne dovrà avere più di settanta. L' “amore” consisteva nell'immaginarmi un uccellino, e andavo sempre a mettere il capo sotto il suo braccio per “dormire”; dev'essere stata anche la prima volta che ho appoggiato il capo su un seno di donna. E mi ricordo anche del marito, un giovanottone simpatico che, anche quello lo avrei imparato tempo dopo, portava un cognome identico a quello di un famoso musicista d'opere liriche.

Portava calze verdi, Enne, e viveva da sola. Insomma, faceva la puttana ma io, quando sentivo raccontarne, cercavo di figurarmi la bigiotteria e le calze verdi. Quasi di sicuro, se ero presente, si ingegnavano a non farmi venire strane idee in testa, i bambini piccoli devono essere tenuti nel loro limbo di uccellini innamorati. Mi sono chiesto tante volte, poi, da dove sarà piovuta, la Enne, arrivata magari alla deriva come succede non di rado nei posti a cui la sorte e la geografia hanno riservato d'essere circondati dal mare. O forse no; nel villaggio ci sono sempre lo scemo e la puttana.

Però si diceva, a volte, che quella ragazza aveva avuto un padre. Si nominava quasi sempre, a quel punto, una cosa, un “palazzo di giustizia” che, porco pionòno, nemmeno quello sapevo che accidenti fosse. Il palazzo, d'accordo; ma la giustizia? Che diavolo era, la giustizia? E che ci faceva in un palazzo? Poi dicevano che il padre di quella ragazza era innocente, e terminavo anche di fare domande. Ripensandoci, non mi veniva nemmeno da bambino di interrompere sempre a chiedere che cosa volesse dire una parola; ero già impegnato a fabbricarmele da solo, le parole, e quelle le sapevo solo io.

Era innocente. Non aveva fatto nulla. Poi partivano sempre col “Palazzo del mistero”, ma quello lo conoscevo anche se non c'ero ancora mai stato. Era una grotta a mare tra Pomonte e Chiessi, che ci si arrivava giù per un viottolo scosceso che avrei fatto solo a diciassette o diciott'anni, quand'ero allampanato e secco come un chiodo. Chissà chi glielo aveva dato, quel nome così poetico; anche perché, in fondo, di misterioso aveva poco. Era una grotticella come ce ne sono tante, neanche un po' delle dimensioni d'un palazzo, e si apriva su una spiaggetta di sassi. Non c'era quasi niente nel Palazzo del mistero, dicevano, e giù ancora risatine; e quel “quasi”, mi sa, voleva significare che la Enne se ne serviva per portarci qualcuno a fare chissà cosa al sicuro da sguardi indiscreti. Beh, giù, chissà del resto cosa ci andavo a fare, io, da ragazzotto; allora erano già passati i tempi dell'uccellino con la testolina sotto l'ala, come natura vuole.

Poiché, e lo dico sempre con dieci benefici di quindici inventari, il mio temperamento (o indole, una parola difficile che all'inizio pronunciavo indòle) è sempre stato romantico con qualche frequente spruzzata di ridicolo, io m'immaginavo sì qualche piccola cosa; ma doveva essere per forza amore. La Enne era innamorata di tutti, portava le calze verdi e andava al Palazzo del mistero (che ci doveva durare, poveraccia, una fatica non di poco conto, specie al ritorno su per quelle pènte). Qualche cosa se la lasciavano sfuggire, però; per esempio, che “dormiva con tutti”. Ecco, andava a dormire. E faceva proprio bene, un bel riposino in compagnia di tutti, del ciabattino, del maresciallo e magari anche del prete. Chissà, forse anche di quel mio zio, che all'epoca era un bel ragazzo e che è morto un mese fa quasi a novantott'anni, con la bara portata fuori davanti all'Isola che si vedeva chiarissima in una mattinata gelata ma che si sarebbe vista anche l'Australia, da Piombino. Era innamorata di tutti, sì, e quindi ci dormiva. Un bel sonnellino di quelli che, di sicuro, a quel punto andavo a fare anch'io, lasciandoli tutti lì nel portico a raccontarsi le storie.

Una volta non andai a dormire. E allora sentii la fine di quella storia. Non la avrei voluta sentire, però. Le storie dovevano essere buffe, divertenti; i fatterelli, come li si chiamava (la parola “storia” la conoscevo, ma per me voleva dire soltanto di quando mi dicevano “su mangia e non fare storie!”, e io non le facevo per niente, figurarsi). Quella non finiva per nulla bene, non era buffa, non era divertente. Dicevano che la Enne, un giorno, la avevano trovata morta affogata, non si sa dove. Forse vicino al Palazzo del mistero, forse da qualche altra parte, ché all'Isola non mancano di certo posti per affogare. A riva, con le sue calze verdi, sbattuta un po' dalla risacca, con dei brutti segni sul collo. Dicevano che aveva i capelli sciolti, e non li portava quasi mai così; erano lunghissimi. Aveva una macchia di sangue “giù”, e quel “giù” no, non sapevo che cosa volesse dire. Tanto era morta affogata, e tanto bastò. Mi chiedo ancora perché, quella volta, davanti a me che non avevo ancora sei anni, mi avessero voluto raccontare quella fine, senza mandarmi a dormire; e chissà che, quella volta, non abbia cominciato, non so dire come, a ingrandire. Dal che, tempo tempo dopo, mi è venuto a volte da pensare che un bambino lo si ingrandisce facendogli prendere un po' coscienza con l'esistenza della morte. Magari raccontando una storia, il fatterello d'una povera ragazza che aveva cambiato sonno sulla riva del mare.

Non era sincero nessuno. Chissà chi la aveva ammazzata, la Enne, magari per non pagarla, per non darle quei miserandi e pochi soldi che chiedeva. Dicevano poi che la avevano presa, e che le avevano fatto fare un funerale alle sei di mattina, non in chiesa, in fretta e furia, e seppellita in una tomba senza nome in un cimitero lontano, a Portoferraio, che poi è rimasto bombardato dai tedeschi nel '43. Me ne andai via, o forse mi rintanai in qualche sogno mentre la mi' mamma s'arrabbiava con chi non aveva tenuto la bocca serrata davanti a un bimbo. Me la vedo a fare dei gesti a tutti gli altri e le altre, “giù...! giù...zitta! Zitto!”

Nel sogno era notte.

C'era la Enne, bellissima, forse le davo pure la faccia della sposina della casa accanto, quella dell'uccellino. Arrivava una persona, che mi vedevo con l'aria triste, sperduta; e magari mi vedevo io stesso, già grande, ché i bimbi se lo mirano nella loro nebulosa, a volte; ché i bimbi, assieme all'esistenza della morte, imparano automaticamente anche quella del tempo, cioè imparano tutto quel che serve della vita e non esiste nessuna “minore età” se non per i fabbricatori di leggi e di galere. Facciamo che ero io, quello che arrivava, nella notte; o facciamo anche che eri tu, non importa. Era così contenta, la Enne, che stavi arrivando; mi chiamava, o ti chiamava, persino amore. Sono contenta che sei venuto.

E siccome i sogni hanno il vizio di restare inalterati, e di non essere proprio nessuna realtà parallela, ma soltanto una diversa proiezione della realtà reale, la gratitudine che provo verso la Enne, verso quella ragazza strana con le gioie di bigiotteria e le calze verdi, è rimasta pari soltanto a quel granello di felicità da quattro soldi di aver ricacciato via la sua schifosa morte, che mi avevano voluto raccontare. Di esser passato oltre, di averla presa con me in quella notte come ce ne sono state non poche, e nella maggior parte delle quali me le sono dovute patullare da solo, la tristezza, la solitudine, la cattiva coscienza o una cena di pane e rinoceronte.

Di essere, per questo, sempre pronto a fermare ogni pensiero, a ore che voialtri spesso non concepireste neppure, e a fare immediatamente la Enne anche se vi toccherebbe, malauguratamente, di avere a che fare tutt'altro che con una bella ragazza con le calze verdi e disponibile a dormire con voi. Non si dorme affatto. Però io sono lì, e sono contento che sei venuta, sono contento che sei venuto. Nel tuo buio della notte, col tuo tutto e col tuo niente, col tuo bello e col tuo brutto, con la tua indifferenza e con la tua putrescenza, con la tua minuscola piccineria o col tuo alito all'immenso. E' questo che la Enne mi ha mandato a dire quella volta, in mezzo a un sogno con Paperino e a un'altro coi calciatori, mentre il portico si svuotava e tutti se ne saranno tornati alle loro case.

Mi sarò svegliato verso le sei del pomeriggio, sudato fradicio, ci sarà stato lo scirocco, quel tremendo scirocco dell'Isola che trasforma tutto in una ragnatela grassa e soffocante. Poi ci sono state le canzoni, tanto tempo dopo, quelle non me le aspettavo di certo. La Enne si deve essere infilata, con le sue calze verdi, nei sogni di altri bambini lontanissimi, che però non stavano nel portico e che la storia non la conoscevano troppo bene. Una canzone la aveva scritta un genovese e diceva che la Enne s'era buttata dal terzo piano col telefono rotto; l'altra era addirittura di un canadese ebreo, e diceva che invece s'era sparata con una calibro 45. Però in tutte e due le canzoni c'erano le calze verdi, il Palazzo o la Casa del mistero, c'era che dormiva con tutti. E c'era, sì, che era contenta che sei venuto. I sogni viaggiano, e i sogni sono storie, sono fatti. Sono la realtà che si traveste, anche lei con le calze verdi, da immaginazione. Sono isola e sono terra. Sono notte, e in quella notte stai arrivando. E in quella notte tutto arriva, nel buio che potrebbe non avere fine come potrebbe non avere avuto inizio.


sabato 18 febbraio 2017

Via Taddea



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Via Taddea è una delle più antiche strade del quartiere di San Lorenzo, a Firenze. Sembra che prenda nome da una famiglia Taddei, che qui aveva il suo palazzo dove soggiornò pure il pittore Raffaello.

Via Taddea.
Via Taddea.


E' una di quelle strade fiorentine strette, ombrose, in alcuni angoli persino buie ma che inaspettatamente si aprono in sprazzi di sole. Il palazzo nobiliare è accanto alle case della gente comune e alle vecchie botteghe e ai fondi, senza soluzione di continuità, in un'unica severità. Al numero 21 di via Taddea nacque, il 24 novembre 1826, Carlo Lorenzini detto il Collodi, l'autore del Pinocchio. Da questo vicolo partì il Burattino senza Fili per il suo giro del mondo.

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A brevissima distanza dal Palazzo Taddei dove soggiornò il pittore Raffaello (al numero 17 della strada), una vecchissima e modesta casa popolare che ancora oggi è tale, coi panni stesi e le mutande a asciugare al filo sopra la breve lapide dedicata al "padre di Pinocchio".

In cima alla strada, invece, al numero 2, nel 1921 si trovava il Sindacato dei Ferrovieri.

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Come ricorda la lapide, la sera del 27 febbraio 1921 la sede del Sindacato fu assalita da una squadraccia fascista, durante un'intera settimana di situazione insurrezionale a Firenze e di scontri sanguinosi. La Resistenza antifascista fu particolarmente dura proprio nei quartieri di San Lorenzo, di Santa Croce e di San Frediano, da parte degli Arditi del Popolo e delle Formazioni di Difesa Proletaria.

Durante l'assalto al sindacato dei ferrovieri in via Taddea, fu ucciso il sindacalista comunista Spartaco Lavagnini.

Quante cose in una vecchia e buia strada. Quanta gente. Il pittore, lo scrittore di fiabe, il sindacalista ammazzato dai fascisti. Mi piacerebbe, a volte, poter scrivere la storia di ogni strada, di ogni vicolo.

Ma poiché la Storia è anche fatta di immaginazione e fantasia, mi piacerebbe poter immaginare un burattino di legno, col suo vestitino di carta a fiori e il berretto di mollica di pane, che la sera del 27 febbraio 1921 sente confusione in capo a via Taddea e scende le scale di corsa per cercare di andare a dare una mano contro quegli assassini neri, proprio come quelli che lo avevano impiccato alla Quercia Grande.

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Coi sui gomiti di legno e i suoi piedacci duri. Forse non ce l'avrebbe fatta a salvare il sindacalista, ma qualche stinco rotto e qualche dente fuori posto a quei maledetti glielo avrebbe assestato ben bene. Mentre, dal numero 17, accorreva il grande pittore a ritrarre il sindacalista ammazzato, nella sua morte in un vicolo della decrepita Firenze attraversato dall'Imponderabile Intrico.

giovedì 16 febbraio 2017

Surrealismo e Solitudine


L'ambientazione è stata perfetta.

Lavagna straziata dal dolore. Sembra una vecchia classe scolastica. I gessetti che piangono disperati e la cimosa piegata in due dal magone. Il parroco. Non si nega a nessuno un parroco, nemmeno a un ragazzino suicida. Un tempo, va ricordato, gli sarebbe stata negata degna sepoltura in terra consacrata, come al Miché della ballata di De André che era pure di lì vicino.

A Lavagna, fra due o tre giorni non gliene fregherà più una sega a nessuno.

Gli striscioni. Nessuno muore sulla terra finché vive nel cuore di chi resta. Non funziona propriamente così. Bisognerebbe una buona volta abolirlo, codesto cuore. Nel cuore, che è una pompa a durata scadenziale, non vive niente e nessuno. Tutto, casomai, vive nel cervello; ma il cervello non va molto di moda, sotto questi chiardiluna.

C'è pure Guccini, tra gli striscioni. Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi. Però quello era un incidente stradale, se ben mi ricordo. Con gli incidenti stradali, ora più che altro si consumano le vendette dei gladiatori innamorati. In questo caso, in questo ennesimo fatto di cronaca nel quale m'ingaglioffo, le modalità mi sembrano tanticchia differenti.

Uno a uno. Stavolta il ragazzino sedicenne non ammazza i genitori. Stavolta il ragazzino sedicenne s'ammazza per sé. Ha in tasca dieci grammi di fumo. Arriva a casa una delle tante declinazioni di sbirri, e il ragazzino si butta dalla finestra. Non è che ci si ammazza così per giocherellare, neppure a sedici anni. In un dato momento, si preferisce la morte a qualcosa che si paventa; ed è una cosa che esigerebbe perlomeno un granello di rispetto, quello dovuto ad ogni essere umano. Il minimo sindacale, per così dire. Almeno quello.

Oltracciò, quel che sto scarabocchiando ha il grave limite di essere, per forza di cose, mediato da una qualsiasi carta da deretano che riporta "i fatti"; in questo caso, Repubblica. Si tratta di un limite desolante, qualcosa che obbliga ad una scelta. O ne parli, o stai zitto. Se ne parli, occorre accettare la mediazione di una qualche spazzatura. 

Detto questo, mi corre l'obbligo di rassicurare chi eventualmente stia leggendo. Non ho la benché minima intenzione di accusare chicchessia. Non desidero spargere odio. Non mi schiero da una parte o dall'altra. Sono perfettamente conscio che il mestiere di genitore è spaventosamente difficile, tant'è vero che proprio non mi sono sentito all'altezza d'intraprenderlo nella mia vita pur essendo i miei spermatozoi regolarmente funzionanti. Mi sarebbe piaciuto, a volte, parlare un po' del mestiere di adolescente; ma, quando lo ero, i blog non esistevano. Ora che invece esistono, e sono persino passati alquanto di moda, l'adolescenza risale per me circa al tempo delle guerre puniche. Destino cinico e baro.

Quel che mi preme, invece, è attribuire ad una persona ben precisa, almeno da quanto mi è dato leggere e con il beneficio di una decina di inventari, un riconoscimento ed una sorta di premio. Il premio universale per il Surrealismo. La persona destinataria di tale premio è la madre del sedicenne lavagnese suicidato per essere stato trovato in possesso di grammi dieci di un qualche cannabinoide.

La madre del sedicenne lavagnese autodefenestratosi ha tenuto, all'altare della parrocchia in occasione del funerale del ragazzo, il discorso che riporterò tra breve e che merita assolutamente di essere tramandato ai posteri come vetta inarrivabile del Surrealismo. Impallidiscano André Breton, Luis Buñuel, Tristan Tzara, René Magritte, Antonin Artaud, Max Ernst, Philippe Soupault. Si scostino deferenti di fronte a questa madre; la quale, oltre ad aver chiamato di persona la Guardia di Finanza affinché perquisisse il figlio, la ha pure pubblicamente ringraziata per avere ascoltato il suo urlo di disperazione. Come dire: grazie, Guardia di Finanza, per avermi aiutato a sbarazzarmi di mio figlio. La cosa è abbastanza comprensibile: c'è la crisi, non si arriva alla fine del mese, un figlio adolescente costa un occhio della testa e, per di più, si fa pure le canne. Ma bando alle ciance, e consegniamo ordunque alla Storia questo capolavoro che riporto integralmente, permettendomi soltanto, dada- e surrealisticamente, di suddividerlo in cesure poetiche. In mancanza di un titolo ufficiale lo chiameremo: Un cri désesperé d'une mère de Tableaunoir.


E la mamma ha preso la parola dall'altare: 
"La domanda che risuona dentro di noi e immagino dentro molti di voi è: 
 perchè è successo, perchè a lui, perchè adesso, perchè in questo modo? 
Arrovellandoci sul perchè, 
ci siamo resi conto che non facevamo altro che alimentare 
uno stato d'animo legato alla sua morte senza possibilità di una via d'uscita. 
Allora abbiamo capito che forse la domanda da porsi in questa situazione è piuttosto: come?
Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, 
che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. 
Qualcuno vuol soffocarvi. 
Diventate protagonisti della vostra vita 
e cercate lo straordinario. 
Straordinario è mettere giù il cellulare e parlarvi occhi negli occhi. 
Invece di mandarvi faccine su whatsapp, 
straordinario è avere il coraggio di dire alla ragazza sei bella 
invece di nascondersi dietro a frasi preconfezionate. 
Straordinario è chiedersi aiuto proprio quando ci sembra che non ci sia via di uscita. 
Straordinario è avere il coraggio di dire ciò che sapete. 
Per mio figlio è troppo tardi ma potrebbe non esserlo per molti di voi, fatelo.
(Ha detto la donna). 
Noi genitori invece di capire che la sfida educativa non si vince da soli 
nell'intimità 
delle nostre famiglie, 
soprattutto quando questa diventa una confidenza per difendere 
una facciata, 
non c'è vergogna se non nel silenzio: 
uniamoci facciamo rete, 
(Ha aggiunto). 
In queste ore ci siamo chiesti perché è successo, 
ma a cercare i perché ci arrovelliamo. 
La domanda non è perché, ma come possiamo aiutarci. 
Fate emergere i vostri problemi
(Ha detto la madre ai ragazzi). 
E alla Finanza ha detto anche: 
Grazie per aver ascoltato l'urlo di disperazione 
di una madre 
che non poteva accettare 
di vedere suo figlio 
perdersi. 
E ha provato con ogni mezzo di combattere 
la guerra contro la dipendenza 
prima che fosse troppo tardi. 
Non c'è colpa né giudizio nell'imponderabile, 
e dall'imponderabile non può che scaturire 
linfa nuova 
e ancora più energia 
nella lotta contro il male. 
Proseguite."

Di fronte ad un simile capolavoro, mi sono alzato con deferenza e mi sono tolto il cappello. Specifico che avevo sì un cappello, ma che l'ho regalato a un anarchico pisano dato che non lo portavo mai; indi per cui, il mio scappellamento è squisitamente metaforico.

Certo, in un impeto di salutare cattiveria, sulle prime mi sono immaginato la signora finalmente libera di fumarsi la cannetta che oramai non serve più al rampollo bell'e morto e sepolto; sinceramente, mi sono vergognato di me stesso. Ho conosciuto una volta una simpatica signora ultrasettantenne che si faceva il suo bravo cannino ogni tanto, è morta in grazia di Dio dopo una vita di lavoro e non si è persa. Ma sono, naturalmente, discorsi così tanto per fare. Quel che resta, è il discorso della Madre di Lavagna, che la Letteratura non potrà fare a meno di annoverare tra i suoi capisaldi con la speranza che la signora non abbia poi a fare come certi ex-surrealisti, come gli Aragon, i Dalí "Avidadollars" e gli Éluard, divenuti infamoni della peggiore specie. Ma nutro speranze positive.

Al che mi sono alzato dalla sedia e sono andato alla porta di casa. Con la sigaretta fatta con le cartine e il tabacco Pueblo. Non ci sono più i pini di fronte a casa mia, come magari saprà chi legge ancora questo blog. Non fa caldo ancora, questo no; ma nei primi giorni di malato sole...

Mi sono messo per qualche attimo a ragionare sulla Solitudine. 

Ci ho avuto un rapporto normalmente complesso, con la Solitudine. Ambiguo. E surreale, appunto, com'è ragionevolmente logico che sia. L'ho mal sopportata, la Solitudine, in alcune parti della mia vita. Ho cercato di sopraffarla in qualche modo, a macchia di leopardo. I risultati sono stati generalmente disastrosi.

Alla fine mi sono accorto di essere intimamente portato alla Solitudine. Che è una compagna perfetta, e che non chiama nessuna Guardia di Finanza. 

Quella Solitudine che ha la gentilezza e l'umanità di non imporsi a nessuno, che abbia cinque o novantacinque anni. Che fa fumare le sue cannette, i suoi dieci grammi di fumo, al bambino e alla nonna; e specifico che sono totalmente allergico ai cannabinoidi, se tiro anche una boccata di fumo strabuzzo gli occhi e tossisco a morte. Quella Solitudine che non va all'altare di un qualche dio di merda a tenere capolavori del Surrealismo. Quella Solitudine che non si unisce e che non fa rete. Quella Solitudine che non fa figli da perdersi per dieci grammi, e menomale che l'anima, come dicono, ne pesa ventuno.

Come finale Surreale, poniamo che quel ragazzo, anni sedici, dal suo volo sia atterrato qui da me. Per quel che mi è possibile alla mia età, lo avrei fatto accomodare e gli avrei fatto fumare la sua cannetta, come una delle ultime che mi sono fatto prima dell'insorgere dell'allergia. Me la aveva regalata un tizio che conoscevo, e che poi si è suicidato in carcere.

Gli avrei fatto conoscere i privilegi della Solitudine, dicendogli di non avercela con sua madre, povera donna all'altare, che vuole fare rete come un centrattacco, e che ringrazia pure la Guardia di Finanza. E' andata così. E' andata così. E' andata così, la sfida educativa, l'intimità delle famiglie, la linfa nuova, l'altare.

Però, sorridendo, un vaffanculo a tua madre te lo concederei. Finisciti 'sta canna, poi ci si fa un mojito. Amen.