mercoledì 25 aprile 2018

Lo chiamavano il Papa



Lo chiamavano "il Papa",
il nome di tutta una vita,
segno di una fede perduta,
ma ora, chissà, riacquisita.
Ed in piazza San Pietro
in grande pellegrinaggio,
a' bolognesi andò dietro
con gli occhiali scuri, da sàggio.

Dentro alla calca e agli sbandi,
in mezzo a tutti i berrettini
cantava anche Gianni Morandi
con Pierferdinando Casini.



E parlava, parlava
con lui che lo stava a sentire,
mentre Bulåggna in San Pietro
non faceva che gioire...
Parlava in spagnolo e latino,
le lingue di ogni paese
e lui, col suo cappellino
traduceva in pavanese.

Ma sarà stato briaco...?!?
E dire che ha detto che ha smesso!
Dice che c'era anche il Flaco,
che gliel'aveva promesso!

E tutti in Vaticano
in mezzo alla folla infinita,
abbracci e strette di mano
con il papa gesuita.
Ma non ho ancora capito
mentre continuo a guardare
chi fosse a prendere in giro,
chi stava a pontificare.

Non mi riesce afferrare,
no, proprio io non ci riesco,
chi fosse in trono a regnare,
chi fosse il papa Francesco

E non ne ho proprio sentore,
-però ci ho assai dura la capa,-
chi dei due era il cantautore,
e chi dei due fosse il Papa.




"...Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura
dai preti di ogni credo da ogni loro impostura
Da inferni e paradisi da una vita futura
da utopie per lenire questa morte sicura
Da crociati e crociate da ogni sacra scrittura
da fedeli invasati di ogni tipo e natura
libera, libera, libera,
libera nos, Domine
libera, libera, libera,
libera nos, Domine."

domenica 25 marzo 2018

Non s'arriva a fine mese! (E è tutta colpa de' negri)


Firenze, anzi Pontassieve, fine marzo dell'anno I dell'Era Legostellata. Sì, proprio Pontassieve, la cittadina dove risiede anagraficamente un famoso senatore di Scandicci.

Fallisce una maison di moda, tale Braccialini. Nella meravigliosa società capitalista, non è che devono fallire solo gli artigiani, le imprese edili o i localini trendy: può fallire anche una casa di moda, appartenente ai uno dei tràini (non traìni) dell'azienda Italia, un'eccellenza, eccetera. Ed è, naturalmente, tutta colpa de' negri, che non solo ci invadono con la complicità di quelle maledette ONG, non solo attentano alla civiltà accidentale occidentale, non solo stuprano le donne e rapiscono i bambini (ah no, quelli sono gli zingari, ma fa lo stesso), non solo rubano il lavoro, ma anche fanno fallire le storiche maison fiorentine.

Succede che allora, nell'ambito del fallimento della maison e nel recupero del patrimonio, si organizza una gigantesca svendita di borse & borsette con il marchio "Gherardini". Poiché, naturalmente, grazie a' negri e agli zingari 'e 'un s'arriva a fine mese, 'e c'è la grisi e s'affoga talmente ne' debiti da risolvere la questione sparando al primo negro che passa, bisogna approfittare dell'occasione; i locali della fallita maison Braccialini vengono quindi trasformati, come c'informano le gazzette, in outlet temporaneo e comincia ad affluire una marea di unsarrivaffinemèse da fare paura.


Migliaia in coda per ore. Vigili urbani con le mani nei capelli (tranne quello in primo piano nella foto, ovviamente). Carabinieri. E è solo il primo giorno della svendita. E per forza ci vogliono i gendarmi: sei ore di attesa, spintòni, insulti, mòccoli. L'apertura dell'outlet temporaneo di borse e borsette è prevista a partire dalle 10 del mattino, ma c'è parecchia gente già in coda dalle sette o dalle otto. Alle 13 (che qui si chiamano i' tocco) riesce a entrare qualcuno che era in coda dalle 9, poi alle 14 viene chiuso tutto per esaurimento (forse della merce, forse nervoso, forse tutte e due le cose). Ma comunque la marea non se ne va: e se fosse tutto un trucco de' negri per fregarci, e entrare loro a prenderci le borse? Ma ora sì che ci penserà qualcuno!

Sempre come c'informano le gazzette, c'è chi è partito alle sei e mezzo del mattino dall'Emilia Romagna per mettersi in coda; lo dice una ragazza, specificando di essere "distrutta". Cosa si fa per arrivare a fine mese (che poi è pure vicina essendo il venticinque di marzo).


Nel frattempo, sembra che le mamme, quelle più colpite dalla grisi, oltre che sovente da' mariti o ex mariti gelosi e, naturalmente, anche da' negri e dagli zingari che rapiscono i bambini, si organizzano. Qualcuna si è portata dietro il pargoletto o la pargoletta, e sono già le quattro del pomeriggio. "Ho la bambina, posso passareee....?" Apriti cielo: la mammina viene quasi linciata. "I bambini si lasciano a casa, non si portano per fare la furba!"  Si vocifera a questo punto di torme di torvi negri e di malvagi zingari all'agguato, pronti per approfittare della svendita di bambini italiani. Cominciano, pare, a volare dei patriottici ceffoni; e non si può nemmero dire, qua, "prima gli italiani"! Qualcuno si sente male, e viene portato via; si sentono a questo punto folate di solidarietà, tipo "Una in meno! Brutta vecchiaccia di merda, così impari a venire a rompere i coglioni!", eccetera, eccetera.  Qualcuno, invece, ce la fa a entrare dopo ore.


Ed ecco infine l'agognata merce, l'agognato marchio in libera svendita. I primi a partire, pare, sono i trolley, le maledette valige che ingombrano i treni, i marciapiedi, le stazioni, le strade, ogni cosa. Anche se vai da Firenze a Sesto ci devi avere il trolley, ma icché vucciavète da portàvi, madonna trolley? E indanto piedi pestati, botte negli stinchi e quant'altro. Portafogli da uomo a 10 euri, ma tanto a che vi servono se disordiunceneppiùe...? Tutta colpa dell'euro, de' negri e unceppiùiffutùro, i giovani emigrano (col trolley) e scrivono a Concita Di Gregorio, oppure votano per la Meloni (chissà se c'era pure lei in fila, in mezzo alla gggente, e magari con la figlia per saltare la fila), oppure chissà cosa. Dentro l'outlet temporaneo proseguono le operazioni di borsa: chi è felicissimo, chi ha la faccia stravolta (la signora in basso a sinistra nella foto, diciamolo francamente, sembra uscita da un libro di Stephen King), chi discute, chi prova...ce l'hanno fatta! E possono così arrivare fieri e felici al fine mese che s'approssima. Fuori intanto, impera la delusione. Perché loro si e io no? Maledizione! Ma è solo una battaglia persa, alla prossima svendita giuriddìo che mi metto in coda alle cinque di mattina! E vo in culo anche ai Carabinieri, invece di proteggerci dagli immigrati stupratori (quando non stuprano loro, naturalmente...), mettersi a fare i gradassi co i' Pòpolo affamato. Pane e borsette griffate (ancorché fallite)!

C'è un'ultima, piccola considerazione da fare.


La considerazione non riguarda ovviamente la signora della foto, la quale -intelligentemente- avrà pensato bene di munirsi di occhiali scuri per nascondere le borse (quelle sotto gli occhi) per essersi dovuta svegliare alle quattro di mattina. Riguarda invece i trolley griffati messi normalmente in vendita a 300 euri e svenduti a 35, gli stessi 35 euri a cui vengono vendute borse che in negozio ne costano 500. Ci sono borse da 2000 euri (!!!) svendute a 90, e così via. Mi chiedo: ma come funziona 'sta cosa? Mah ! Invece di far fare code chilometriche a questa povera gente che 'unn' arriva a fine mese, non potevano direttamente regalargliele e tirargliele dietro? Regarlarne qualcuna anche a' Carabinieri? Non ci capirò mai niente, nei meccanismi di produzione e di mercato, ma è notorio che non sono molto intelligente. E quelli che dentro la maison fallita ci lavoravano, che faranno? Andranno a votare per Salvini, oppure alla seconda puntata della svendita ci saranno pure loro? Prima gli italiani, specialmente nella coda per il trolley!


mercoledì 7 marzo 2018

Il pensionato 2.0




Lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare,
tira fuori il fucile e si mette a sparare,
lo vedo con lo smartphone, che non so cosa sia bene,
che fa una luce fioca, quasi da trenta candele,
ci ha in mano “La Nazione” piena di paure e orrori,
moschee, polveriere, comitati anti-rumori,
fra i suoni usati e strani dei suoi riti quotidiani,
provare una pistola e mirare agli africani...

Lo sento quando torno stanco e tardi alla mattina
berciare con la moglie, con le figlie o la vicina,
ce l'ha con me perché gli butto la mia sigaretta
giù dentro alla terrazza, dove tiene una Beretta
e poi lo incontro ancora quando viene l'ora mia,
sovente ci scambiamo qualche antica cortesia:
“Brutta testa di cazzo, te e quei negri marrocchini,
Ma tanto sta' tranquillo, che ora ci pensa Salvini...”

Mi dice cento volte tra la rete dei giardini
che lui degli zingari ammazzerebbe anche i bambini
che 'sti rubalavoro van buttati dentro al cesso,
che lui con la pensione non si compra manco il lesso...

Io ascolto, apre la giacca, c'è qualcosa che fa “toc”,
non mi vorrei sbagliare, ma mi sembra una Glock,
mi dice che, oramai, vorrebbe farla finita,
gli dico: “Ma si accomodi!..” “Oggi no, c'è la partita...
magari il cinque marzo, giorno dopo le elezioni,
forse uscirò di casa per levarmi dai coglioni...”
Dovrei un po' trattenerlo, ma nel cesto delle uova
ci ha un dépliant che dice di votare Forza Nuova...

Io ascolto e un po' ricordo il pensionato di Guccini,
di quando i pensionati ci avevan dieci gattini,
di quando al bar accanto, tra lacchezzi e vino rosso
giocavano a ventuno moccolando a più non posso,
e gli 'eran stronzi uguali, però avevan la pensione,
parlavano di donne, e mica dell' “invasione”,
e ce l'avevan sempre co' Andreotti e co' Fanfani,
ora ce l'hanno sempre con quel “prima gli italiani”...

Ma poi mi accorgo che probabilmente è solo un tarlo
che qualcuno gli ha messo nelle teste per votarlo,
e mentre si lamentan che 'un s'arriva a fine mese,
c'è un negro e vende ombrelli, che sarà senegalese...?

Diremo forse un giorno: “Ma è lui sul Ponte Vespucci...?”
C'è un uomo steso in terra, ma che son questi corrucci...?
E' meglio farli fuori poco a poco tutti quanti,
Quindi, per cominciare, un po' di spari sui passanti.
Passanti sì, però, basta che passino un po' strani,
Magari anche un po' negri, mi suiciderò domani,
E poi ci abbiam le vite di sì tante cose piene,
Chi si ricorderà, fra due o tre giorni, di Idy Diene.


(Sull'aria del "Pensionato" di Francesco Guccini)




martedì 6 marzo 2018

Ponte Idy Diene


Quando, a volte, si scrive troppo "a caldo", perdipiù basandosi su prime notizie riportate da testate di regime, si commettono spesso inesattezze, e si basano i propri ragionamenti su prospettive sbagliate.

Così ieri mattina, quando appunto poco dopo i fatti ho scritto il post intitolato Il secondo venuto mi sono lasciato fuorviare da diverse cose, prima fra tutte quella della follia e della disperazione. Altro che follia. Altro che disperazione. Me lo è stato fatto giustamente notare; vorrei quindi riportare ciò che quella persona mi ha scritto.

" Mah, a me sembra che chiamarla follia sia pericoloso. La follia è qualcosa di imponderabile, qualcosa come un fumoso uccellaccio che può attaccartisi ai capelli quando meno te lo aspetti, una causa esterna dunque. Qui invece - come nel caso del carabiniere che ha ammazzato le figlie - io vedo vigliaccheria e stronzaggine, calcolo e grettezza, piccineria e manie di grandezza. Questo ha scelto di togliersi le castagne dal fuoco a prezzo di una vita altrui (ed è paradossale che probabilmente ci sia stata una componente di rimorso nei confronti della propria famiglia, per averli messi nei casini finanziariamente; ma nessun freno morale - e quindi nessun rimorso - nell'uccidere un altro essere umano a scopo puramente utilitaristico). Quell'altro ha quasi ucciso la moglie e ucciso le due figlie (ma perchè poi le figlie?!) perchè la moglie aveva osato separarsi da lui, quando lui stesso aveva un'amante da tempo. Guardare dentro a quell'individuo è come guardare dentro una fossa settica non spurgata da un bel po'. Parlare di follia ne suo caso, o in quello che hai raccontato, significherebbe concedere un'attenuante morale che decisamente nessuno dei due si merita. "

Non ci sarebbe, in fondo, molto da aggiungere. O forse sì. Ci sarebbe da aggiungere che tutto quel che è accaduto ieri mattina è il frutto, oramai, di una "cultura", di un modo di pensare, di razzismo, di odio. E stop. Nessuna "follia", anche se dalla follia siamo circondati. Nessuna "disperazione", anche se dalla disperazione siamo circondati. Per le tue follie e le tue disperazioni, la colpa ricade sull'Altro. L'Altro è nemico. Questo è stato fatto passare nella testa. L'Altro ti "invade". L'Altro ti "ruba il lavoro". L'Altro "stupra le donne". L'Altro è "terrorista".

E così, oggi, su quel ponte è stato organizzato un presidio. Mi ci sono recato. Poco prima di arrivare sul ponte, sono entrato in un bar per prendere un caffè. Simpatica e giovane barista italiana. Entra all'improvviso un giovane vestito da lavoro, che evidentemente conosce la barista; si mettono a parlare. Due giovani fiorentini della classe lavoratrice.

"Oh, hai visto quello ieri sul ponte?", dice lui alla barista che annuisce. "Ha fatto proprio bene...! A me mi tocca lavorare in un cantiere coi bangladesh...uno in meno! Casomai è stato un bischero perché si è fatto beccare subito dalla polizia...!" E la giovane barista là che sorrideva e ridacchiava.

Io ho posato il caffè senza finirlo di bere e sono uscito dal bar senza nemmeno pagarlo. E non se ne sono nemmeno accorti tanto erano beati nel ridacchiare sull'assassinio di un essere umano che neanche conoscevano.

Un assassino che aveva "risparmiato la mamma col bambino" (anche loro di colore, ma quando ho scritto ieri ancora non si sapeva) scaricando poi sei colpi di pistola su Idy Diene, venditore di ombrelli, abitante a Pontedera, che passava di là. Un assassino con la sua brava pagina "Facebook" sulla quale lo si vede col suo fucile. Un assassino razzista che, sempre sulla sua pagina Facebook, scriveva i pensierini contro l'ISIS. Il tipografo pensionato sessantacinquenne. La "persona qualsiasi" come la giovane barista e il suo amico lavoratore. La persona che puoi incontrare sull'autobus, alla cassa del supermercato, in un bar, per la strada, dovunque.

Ed eccovi quindi gli "italiani", quelli che dovrebbero sempre "venire prima" negli slogan acchiappacervelli di una destra che, oramai, abbraccia tutto e, più che altro, la mente delle persone. La vita dell'Altro non conta niente, e chi lo fa fuori diviene una sorta di eroe. Come il Traini da Macerata, come il Pirrone da Firenze. Quel che più mi rimprovero, in quel che ho scritto ieri, è di aver ceduto anche io alla panzana della "follia" e della "disperazione", panzana che il Pirrone si è sentito bene di esprimere anche al momento del suo arresto ("Portatemi in carcere, questa vita mi fa schifo"). Già, questa vita ti fa schifo, e quindi, dai, togliamola al primo o secondo che passa. Basta che sia negro, naturalmente. La vita che faceva schifo al Pirrone non la si poteva togliere a un turista tedesco o all'italiano. Un negro, invece, si può anche ammazzare come un capo di bestiame da abbattere.

Il ponte Vespucci ha delle ringhiere metalliche per tutta la sua lunghezza. Quando sono arrivato c'erano un po' di fiori, dei cartelli, due o tre striscioni. Nulla in confronto alla cancellata dello stadio, dove una città intera piange un calciatore di 31 anni morto per cause naturali in una camera di un albergo a cinque stelle. Per un negro di 54 anni ammazzato mentre camminava per i fatti suoi, la città intera non piange e non si scomoda granché. E' così a Firenze e sarebbe così ovunque. A Macerata, dopo quel che è successo, il primo partito è la Nazi-lega di Salvini. C'è rabbia, certo, tanta rabbia. Viene sfogata sul sindaco Nardella, che si è presentato al presidio; il sindaco PD, creatura di Matteo Renzi, applicatore ferreo dei decreti del suo sodale Minniti, distributore di Daspo urbani, sgomberatore indefesso.

Lo stesso sindaco Nardella che ieri sera, mentre i senegalesi e gli altri africani stavano percorrendo il centro in una manifestazione spontanea, si preoccupava tanto di due o tre "fioriere antiterrorismo" nel salottino buono e di gran lusso di via Calzaiuoli, divelte e rovesciate. "Paura in centro", titolano la "Nazione" e la "Repubblica"; già, invece sul ponte, che è pure in centro, così tanta paura non c'era. C'era, invece, il giustiziere "disperato" e "folle", quello che "voleva andare in carcere per non gravare sulla famiglia". Aver creduto a queste balle, all'inizio, è una cosa che non mi perdono.

Il sindaco Nardella è stato cacciato via dal presidio, e si è beccato anche uno sputo addosso da qualcuno. Torni a preoccuparsi delle sue fioriere, dei suoi cantieri che non finiscono mai, delle sue inaugurazioni di giardinetti, dei suoi fontanelli e dei suoi "angeli del bello".

Rabbia, polizia, (tanti) africani e africane, (pochi) italiani e fiorentini. I soliti. L'usuale contarsi mentre ci si saluta praticamente tutti quanti, a parte qualche cittadino e cittadina che è venuta a esprimere "solidarietà". D'accordo, la solidarietà; d'accordo la presenza. Ma non è possibile neppure parlare di una minoranza. Si tentava di formare un corteo che è stato impedito dalla polizia (tra l'altro, sabato 10 marzo si terrà a Firenze un corteo nazionale); c'è stato anche un piccolo inizio di carica. Sono del tutto certo che, invece, molta più "solidarietà" sarà riservata al povero, disperato, folle Pirrone. All' "italiano" coi debiti e col fucile da Facebook. All'ordinario "pensionato", quello che magari si è fatto "una vita di lavoro". Ma queste "vite di lavoro" chi ve le ha fatte fuori, dei politicanti o gli immigrati? La Fornero o Idy Diene? Renzi o i venditori di ombrelli? I padroni o dei diseredati?

Questa la situazione. Questi i veri "risultati elettorali"; questo quel che si avrà a ripetere. E, penso, anche molto presto.


lunedì 5 marzo 2018

Il secondo venuto



Firenze, mattina del 5 marzo 2018. Una mattinata di fine inverno, grigia, fredda, piovigginosa. La città è in lutto per l'improvvisa morte di un giocatore di pallone. Da poco si sono fatte le loro votazioni e imperversano seggi, conteggi, governi, poteri, coalizioni; tutto questo non impedisce né alla pioggia di cadere, né alla vita e alle vite di tutti di sciorinare le loro banalità quotidiane, le loro occupazioni.

Non lontanissimo da dove abito, c'è un ponte dedicato a uno che ha dato il suo nome a un continente intero, fin dalla Universalis Cosmographia di Martin Waldseemüller e Matthias Ringmann. Era un venticinque aprile, dell'anno 1507. Nel frattempo, su quel ponte che sbocca davanti al consolato degli Stati Uniti d'America, davanti a quel consolato dove si facevano i sit-in, le proteste e gli scontri, passa il signor Roberto Pirrone, di anni sessantacinque. Sembra sia uscito per una di quelle banalità quotidiane di cui si parlava prima, o occupazioni: suicidarsi. Anzi, per meglio dire: suicidarsi per questioni economiche.

Arrivato sul ponte, il sig. Pirrone constata però che suicidarsi, pur essendo a tutti gli effetti un fatto quotidiano, non è poi così semplice. Gli manca, insomma, il famoso coraggio. Ha già scritto una lettera d'addio alla figlia. Ha con sé una pistola, vale a dire quella cosa che dovrebbe servirgli per compiere quel banale atto e spedirsi da solo nell'altro mondo; ma il sig. Pirrone proprio non se la sente, non ce la fa. L'ego prevale sull'es. Escogita allora un'altro sistema.

Andare in carcere. Suicidarsi da vivo. Per non gravare più sulla famiglia. C'è tutto un manuale di psicoqualcosa in quel che accade dopo: perché il coraggio che manca per puntarsi una pistola addosso e farla finita, lo si trova per puntarla addosso a qualcun altro che sta passando. Il primo che passa; anzi no, in questo caso pare il secondo.

Passa una famiglia con bambini. Loro? No, il signor Pirrone è sicuramente una persona perbene, un ometto qualsiasi, un brodo di tutte le storie che possono accumularsi in una vita ordinaria. Non si ammazza una famiglia con bambini. Dopo di loro, invece, passa un senegalese di una cinquantina d'anni e rotti; è solo. Bingo. Per uno del genere si può anche andare in galera, e non gravare più sulla famiglia risparmiandole anche le spese per il funerale. Il secondo venuto, appunto. E così il senegalese, che passava da solo sul ponte, si ritrova steso per terra sotto la pioggia, attorniato da soccorritori che sembrano vestiti da Babbo Natale. Morto, naturalmente. Quando si passa su un ponte e si incrocia una disperazione armata, occorre sempre tenere conto che avere la pelle scura, oggi come oggi e anche ieri come ieri, è un grosso problema. Anche imbattendosi in un disperato a cui però manca il coraggio di rinunciare alla propria vita, paiono esserci discrete differenze, serie A e serie B, famiglie felici e negri che camminano da soli. Quindi, pum pum.

A Firenze si spara volentieri al senegalese; mi piacerebbe poter dire che le gesta del Casseri in piazza Dalmazia "sono ancora nella memoria di tutti", ma tutto lascia supporre che non sia affatto così. E così eccone un altro, mentre prosegue il lutto per il calciatore morto e si contano i voti. Così per fare, per un fascista o per un aspirante suicida. Di tutto oramai si ha paura, tranne che della follia gratuita. Scrivo in giorni in cui mi è capitato di sperimentarne personalmente un piccolo esempio, per fortuna senza gravi conseguenze; ma le conseguenze dipendono magari dal fatto di ritrovarsi semplicemente di fronte a uno che non ha un'arma, oppure a uno che non ce l'ha. Tutto qui.

Ne consegue che, passando su un ponte cittadino, bisogna prendere la follia e farle un discorsetto preventivo. Può, ovviamente, essere del tutto inutile perché la Follia ha sempre e comunque l'ultima parola, ed inoltre può manifestarsi bianca, nera, gialla, rossa, a pallini o incolore; ma avendo ella comunque un barlume di logica, sia implicita che indotta, e considerato che si tratta di un estremo tentativo di salvarsi la pelle, le va detto prima di tutto di essere un normale uomo bianco, in possesso di documenti attestanti la cittadinanza italiana. Il fatto, magari, di essere da solo e di non avere momentaneamente con sé moglie o bambini che indichino lo status familiare, può rappresentare senz'altro un problema se su quel ponte passa il sig. Pirrone cui non riesce proprio di suicidarsi e che vuole andare in carcere; ma il destino, che a propria scelta si può chiamare Iddio o Buona Sorte (altresì detta "Culo"), ha voluto che proprio in quel momento, in seconda battuta, passi il sig. X, africano e solo. E senz'altro privo di famiglia, dato che gli africani hanno al massimo una tribù.

Così funziona. Andando a leggere scrittori e cronache dell'antichità, medievali, di tempi comunque lontani, si trova sempre espressa la paura della follia dei propri tempi. Non è, quindi, nulla di nuovo sotto il sole, anche quando piove. Se ne è sempre avuto paura, della follia, cercando di ricacciarla nei pozzi più profondi degli abissi, nascondendola, patinandola, oppure -non di rado- innalzandola fino ai gradi più alti del potere. Cercando comunque di renderla inarrivabile, ma facendosi stendere addosso il suo velo che ha la tendenza ad essere proteiformemente quotidiano. Quotidiano e munito di tutti i segni di un dato tempo.

Poiché su quel ponte sarei potuto passarci io, o tu; poiché un sig. Pirrone con i propri problemi economici (o affettivi, o esistenziali, o di qualsiasi altro genere) lo si trova sempre, e ci si passa accanto sfiorandosi sull'autobus, in una strada, su una spiaggia o persino in casa propria; poiché la follia è padrona del genere umano fin dai suoi albori; poiché nessuno ne è al riparo e nessuno ha il diritto di dichiararsene immune; poiché quasi sempre essa è coniugata ad una lama di odio che ci perfora costantemente e scientemente nutrita; poiché la vita di ognuno sfocia in un momento in cui non si torna più indietro; poiché nessuno conosce niente di nessuno; poiché si può essere in qualsiasi istante e in qualsiasi luogo dei secondi venuti; poiché lo spread è già salito di dieci punti; poiché anche stamani c'è, steso per terra, un cadavere che parlava wolof, non resta altro da fare che tenersi sempre pronti. Estote parati, si dice classicamente.

Il senegalese ucciso, il secondo venuto, si chiamava Idy Diene e aveva 54 anni. Sul ponte si è radunato spontaneamente un gruppo di connazionali.

mercoledì 28 febbraio 2018

Nell'attesa




Marchesa, se il mio viso
ha qualche fattezza un po' vecchia
ricordatevi che, alla mia età,
non varrete affatto di più.
Marchesa, se il mio viso
ha qualche fattezza un po' vecchia
ricordatevi che, alla mia età,
non varrete affatto di più.

Il tempo, alle cose più belle
si compiace di fare un affronto,
e saprà far appassire le vostre rose
come a me ha riempito la fronte di rughe.
Il tempo, alle cose più belle
si compiace di fare un affronto,
e saprà far appassire le vostre rose
come a me ha riempito la fronte di rughe.

Lo stesso corso dei pianeti
regola le nostre nostre notti e i nostri giorni,
mi si è già visto come voi siete,
e sarete quel che io sono.
Lo stesso corso dei pianeti
regola le nostre notti e i nostri giorni,
mi si è già visto come voi siete,
e sarete quel che io sono.

"Può darsi che diverrò vecchia",
-risponde Marchesa-, "purtuttavia
ho ventisei anni, mio vecchio Corneille,
e, nell'attesa, vaffanculo,
ho ventisei anni, mio vecchio Corneille,
e, nell'attesa, vaffanculo."

Pierre Corneille (str. 1-2-3)
Tristan Bernard (str. 4)
Georges Brassens.

martedì 27 febbraio 2018

Caffettiere


Fuori ci saranno, credo, quattro o cinque gradi sotto zero. Esattamente non lo so quanti, però prima è successa una cosa piuttosto curiosa, e indicativa: avevo messo fuori dalla porta il sacchetto della spazzatura, come fo sempre, per andare più tardi a portarlo al cassonetto (il cosiddetto oblomovismo ecosostenibile). Ebbene, al momento fatidico di portarlo su (dico “su” perché sto in un sottosuolo), la spazzatura si era congelata. Una specie di guazzabuglio inteccherito dei normali troiai della vita quotidiana; così l'ho portato su. Appena tornato in casa, mi son detto: per tutti i diavoli, qui ci vuole un caffè, anzi, un bel caffè. Mica un caffeino: un caffeone, fatto come iddìo comanda, senza pressare la polvere, e pure bello zuccherato perché bere il caffè amaro sarà anche da intenditori, ma -come si dice a Oxford all'angolo con Cambridge, gli intenditori possono anche andare a farselo troncare nel culo.

In casa ho tre caffettiere: una da due, una da tre e una da sei. Ne avevo anche una “monodose”, ma qualche tempo fa ha fatto una fine abbastanza consueta per quel che mi riguarda: l'ho messa sul fuoco dimenticandomi di riempirla d'acqua. E così è fusa la guarnizione, spedendo la povera caffettierina nel mio personale paradiso caffettieresco, assieme alla vecchia e gloriosa Bialetti. Faceva parte, la defunta caffettiera monodose, di una “fornitura” del tutto particolare, della quale avrò a parlare un po' in questo post scritto in una gelida nottata di fine febbraio, per riscaldarsi nel modo migliore, ovvero perdendo tempo a ruota libera.

Di tutte le caffettiere che ho, non ne ho acquistate nemmeno una. Quella da tre, di marca “Pedrini” mi è stata regalata in circostanze abbastanza curiose. Alcuni anni fa, quando lavoravo ancora sulle ambulanze e nei servizi di trasporto sociale, mi era capitato di dover portare un'anziana signora a fare un ciclo di cure settimanali in un presidio sanitario. Tre giorni alla settimana, a una data ora, andavo a prenderla con un pulmino o una macchina, la aspettavo e poi la riportavo a casa. Al termine del ciclo di cure, la signora si sentì in dovere di farmi un regalo: la caffettiera, appunto. Che accettai di buon grado e con tanti ringraziamenti espressi mediante grugniti o roba del genere. La cosa assolutamente mirabile è che tale caffettiera donatami in ambito sanitario ha casualmente lo stesso nome, Pedrini, del mio medico di base (che è una donna). Vorrà dire qualcosa?

Le altre caffettiere -compresa, come detto, la scomparsa “mono”- erano invece tutte della zia Clara, dell'isola d'Elba, morta il 13 luglio 2014. La zia Clara, alla quale cantavo quasi ogni volta che la vedevo “Aqui se queda la Clara...”, è morta che non c'era ormai più con la testa; l'ultima volta che l'ho vista da viva mi aveva riconosciuto, mi aveva chiesto come stavo, e poi mi aveva chiesto come andava con una fidanzata che non avevo più da vent'anni e rotti. “Va benone, zia, eh, benissimo...!”, le rispondevo quasi ghignando e facendo ghirigori nell'aria con una mano. Ci aveva la zia Clara, negli ultimi mesi della sua vita, una badante rumena che sembrava un rinoceronte, e che era stata sistemata nella camera dove dormivo da giovane e dove, tra le altre cose, ero stato più volte proprio con la famosa fidanzata in questione; la aveva riempita, la badante o badonte che dir si voglia, di immagini sacre, di santi ortodossi, di icone ritagliate dai giornali, di cose che per un momento mi avevano fatto venire l'insopprimibile desiderio di rivalutare Nicolae Ceauşescu, Ana Pauker e Gheorghiu Dej. Nel delirio di vedere la mia stanza trasformata in un reliquiario rumeno, e confondendo oramai Ana Pauker con Ana Aslan (quella del Gerovital), avevo avuto una specie di flash: mi ero rivisto per un attimo, ragazzino quindicenne, varcare la soglia di un'anziana signora rumena, quando avevo da poco cominciato a imparare il rumeno. Non mi ricordo come, ero stato messo in contatto con questa persona che abitava a Firenze, quando di rumeni in giro in Italia ce ne saranno stati una ventina o poco più. Elena Margheri Albescu si chiamava la signora, aveva sposato un italiano chissà quando e viveva da sola perché era rimasta vedova. Al momento di suonare il campanello di casa sua, tutto emozionato perché non avevo mai parlato in rumeno fino ad allora, mi ero accorto che sotto il pulsante c'era un'etichetta appiccicata, contenente uno scongiuro: Sfântul Sava să ne proteagă din hoţi, ovvero “che San Saba ci protegga dai ladri”. La Margheri Albescu, lo avrei appreso più tardi, era una comunista di ferro; eppure, sotto il campanello di casa, invocava un santo di casa sua affinché le proteggesse la casa. Così, all'improvviso, riuscii a capire quella povera donna che badava a mia zia Clara e che mi aveva riempito la stanza di santini. Anche dalla Margheri Albescu avevo avuto un regalo dopo un po', anzi due. Un sorriso è un “te desculci foarte bine” (te la cavi molto bene), riferito al rumeno, e un disco di musica popolare di tale Dona Dumitru Siminică, intitolato Cine are fată mare? (“Chi ha una ragazza grande?”, cioè, da sposare).

Tutto questo va immaginato in tre secondi. La percezione dei santini, la rabbia, la rivalutazione di Ceauşescu, il ricordo della Margheri Albescu e del suo scongiuro sotto il campanello con la mia memoria assolutamente patologica (sono ancora capace di ricordarmi chi c'era sulla copertina della Settimana Enigmistica n° 2152 del 24 giugno 1973, vale a dire Enio Girolami, mentre sul n° 2156 c'era Kaz Garas e sul n° 2310 tale “John Travioli”, ovvero una primitiva versione di John Travolta) e, infine, il pensiero a quali accidenti della vita e della storia avessero portato quella donna e i suoi santini da qualche villaggio dell'Oltenia o della Dobrugia fino al Formicaio, Marina di Campo, Isola d'Elba, a imboccare e smerdare mia zia Clara che stava per morire.

Intanto ho messo la caffettiera sul fuoco, quella che si vede nella foto. Quando la zia Clara è morta, poco dopo (era maggio, è morta a metà luglio), io e mio fratello ci siamo ritrovati di fronte a un compito oceanico: aprirle l'armadio. Quello di camera sua. Quando era viva, nessuno aveva il diritto di aprirlo: ci teneva tutta una vita, una vita di donna sola e fieramente sola (non si era mai voluta sposare, sembra dopo una terribile delusione d'amore da ragazza): e così, agli occhi miei e di mio fratello si è spalancato un guazzabuglio di tesori e di schifezze.

Vestiti nuovi mai messi e biancheria letteralmente marcia e divorata dalle tarme. Scatolate di fotografie vecchissime e quattro, dico quattro, asciugacapelli mai usati quando in bagno c'era ancora un pericolosissimo arnese di marca Wunder (“meraviglia”) acquistato, credo, nel 1970 e ancora funzionante, ma che asciugava i capelli in due ore e mezzo da quanto andava lento. Uno scatolone pieno di bicchieri di ogni sorta e due bambole da letto, bellissime. Una valigetta piena di vecchie carte, con il libretto d'imbarco di mio bisnonno, i documenti militari di mio zio Mamiliano (disperso in mare nel 1941 a Capo Matapan) e un quaderno pieno di ricette e canzoni popolari. Mutande nuove e mutande sporche di merda. Coperte rose dai topi, cinquecentomila lire fuori corso, l'albero genealogico della famiglia fatto redigere chissà da chi e, appunto, caffettiere. Caffettiere di ogni tipo, ancora nelle loro scatole. Caffettiere mai usate. Caffettiere vergini, che non avevano mai visto un granello di caffè. In cucina, da trecento anni circa, c'era una caffettiera bisunta della quale, peraltro, la zia non faceva praticamente uso perché detestava il caffè, e che serviva solo a noialtri. Resta quindi il mistero perché non facesse che comprare caffettiere se non le piaceva il caffè, depositandole nel suo armadio senza nemmeno toccarle. Ce n'erano, in tutto, dodici.

In uno di quei momenti magici, irripetibili, io e mio fratello ci siamo messi a ridere come scalmanati. Un accesso irrefrenabile, di fronte alla parata delle caffettiere; e ancora non era arrivato il “clou”, vale a dire due scatoloni stracolmi di ogni attrezzo di cucina, da poterci rifornire due ristoranti interi. Tenuti naturalmente nell'armadio, e non in cucina (un bugigattolo dove si faceva fatica a entrare in due). La farò qui breve, risparmiando tutto il “triage”, i sacchi della spazzatura riempiti di tutta la roba marcia, i lavaggi della roba buona, la ca-te-go-riz-za-zio-ne delle masserizie, il “questo lo prendo io” e il “questo lo prendi tu”. Dirò quindi solo cosa mi sono preso io.

Mi sono preso le fotografie, tra le quali ne è spuntata pure una dove ci sono io personalmente di persona, a poco meno di diciott'anni, magrissimo, un filo di barba, i capellacci bagnati, mentre sono in acqua su una spiaggia con un paio di pinne in mano. Sta qui davanti a me, quella foto, mentre sto scrivendo e perdendo il tempo quasi quarant'anni dopo. Poi mi sono preso la valigetta con le carte, lasciando però all'Elba l'albero genealogico, dato che non ho figli e non posso annaffiarlo (ci ha pensato, di recente, mia nipote mancando peraltro solo di due o tre giorni, per il suo bambino, la stessa data di nascita della famosa fidanzata della quale mi chiedeva la zia Clara quando son esprit battait la campagne). E poi mi sono preso gli scatoloni con gli attrezzi di cucina, e tutte e dodici le caffettiere.

Per me, ne ho tenute soltanto tre. Le altre nove e quasi tutti gli attrezzi di cucina sono stati distribuiti tra pressoché tutte le “realtà antagoniste” di Firenze, cosicché la nostra antagonìa possa almeno essere allietata con cene preparate ammodino. Tra tutte queste cose, il “remo” -vale a dire il mestolone di legno da pentolone di conserva, lungo quasi un metro e che avevo sempre invidiato a un importante centro sociale autogestito che ce lo aveva, e la caffettierona da dodici, che al medesimo centro sociale autogestito avevo a suo tempo fatto fuori dimenticandomi naturalmente di riempirla d'acqua e facendola esplodere quasi centrando in pieno un innocente cantautore di Carrara.

Quelle che ho tenuto, sono la caffettiera da sei, che uso poco e che è bellissima. Strabiliantemente bella, la Hedy Lamarr delle caffettiere.



E poi quella che sta sul fornello nella foto, e che riesce a fare un caffè buonissimo anche quando compro schifezze emerite tipo il “Gimoka” a novantotto centesimi a sacchetto (ma ora, in un impeto di spendaccioneria, ho il caffè Lavazza qualità rossa che tengo diabolicamente in un barattolo di caffè Vergnano). Di marca “Forever”, si chiama così.

Naturalmente, al momento di chiudere o quasi questa lunga perdita di tempo notturna, e mentre là fuori tutto si congela nella mortale stretta del rude inverno, il caffè fatto con la Forever della zia Clara me lo sono già bevuto tutto quanto, in una tazza col manico rotto che mi serve a scaldarmi le mani. La caffettiera, ora, sta lì nell'acquaio, da lavare, e ancora una volta ha assolto al suo dovere. Sarà stata quindici o vent'anni nell'armadio della zia, e quel lungo ozio lo sta pagando caro da tre anni e mezzo a questa parte data anche la quantità di caffè che bevo. Esiste qualche cosa di più bello di un caffè bollente e di una sigaretta rollata a mano, zia? Ma te lo ricordi, zia, di quando ogni tanto provavo a farti tirare un pèo da una sigaretta, tu che non avevi mai fumato in vita tua, e lo tiravi pure? E il basilico nelle tinozze, con delle foglie enormi, mai viste? E i gatti che si azzuffavano per papparsi le lische dei pesci messe su un foglio di carta di giornale? E il tuo motorino “Ciao”, quando ti si chiamava “Agostini”? Io, però, protestavo perché facevo il tifo per Renzo Pasolini. Ecco, zia, un caffè. Un caffè nella notte, in una notte gelida, in un inverno che non finisce. Ma finirà. Forever!