mercoledì 11 agosto 2021

Lingue morte

 


Tra l'essere umano e il linguaggio esiste un legame che non è possibile scindere. L'essere umano è tale perché parla, perché collega il suo pensiero all'espressione verbale; sotto questo aspetto, il linguaggio muore assieme ad ognuno di noi. Il linguaggio nelle sue infinite varietà che si sono succedute nella storia, sempre mutando, sempre mobile; quando si parla di "lingue morte", si parla in realtà della fine di tutto un insieme di usi propri di una comunità di esseri umani, i quali si sono espressi in modo reciprocamente riconoscibile, con o senza unitarietà o codificazione scritta, fino ad un dato periodo in cui il loro codice è stato soppiantato completamente da un altro. Il linguaggio non muore mai; muore un codice espressivo. Muore per mille e mille ragioni, spesso tragiche. Muore per un'oppressione, sociale, politica e culturale; muore per l'estinzione di una civiltà o di una popolazione che lo ha usato, oppure per la loro assimilazione ad un'altra; muore quando muore un modo di vivere. In questo preciso momento, centinaia di lingue stanno per morire; e non ci sarà niente da fare, nonostante gli sforzi che, per alcune, qualche volonteroso sta compiendo.

Di alcune lingue si conosce la data di morte. La si fissa generalmente a quella della morte dell'ultimo parlante nativo (che la aveva, cioè, appresa dai genitori nell'infanzia); in realtà, a quel momento, la lingua è già morta da un pezzo; vive la sua ultima agonia. Poi, un giorno, l'ultimo vecchietto che la parla passa a miglior vita e la lingua passa nelle mani degli studiosi, degli archivisti, degli appassionati che cercano in qualche modo di farla "rinascere"; e solo ad una di esse, l'ebraico, è toccato di rinascere davvero secoli dopo la sua estinzione come lingua parlata. Ma l'ebraico è una cosa del tutto a sé. Pur morta come lingua parlata, era sempre rimasta vivissima come lingua sacra; la sua rinascita poté contare su questo fatto, oltre che sulla follia utopistica di Eliezer Perlman, più noto come Ben Yehuda. L'ebraico è autenticamente un pezzo di storia dell'umanità, da qualsiasi parte lo si voglia considerare.

Per le piccole lingue senza nessun libro sacro, il discorso è molto diverso. Quando arriva l'ultima ora non c'è nessuna remissione, a parte i tentativi più o meno riusciti di farne una specie di melanconico oggetto di folklore o di "identità", reso poi, in genere, del tutto artificiale. Così, la campana per il cornico, l'antico idioma celtico della Cornovaglia Britannica, suonò il 19 dicembre 1777 con la morte di una centenaria, Dolly Pentreath, la quale era diventata famosa per il suo carattere terribile. Viveva in un villaggio il cui nome era tutto un programma, Mousehole ("buco del topo"), e, quando si arrabbiava con qualcuno, usava sparare all'indirizzo del malcapitato intere maledizioni in quella lingua che oramai soltanto lei conosceva. Alcuni anni prima della sua morte, un erudito inglese, Daines Barrington, l'aveva conosciuta e intervistata; si rifiutava di parlare l'inglese, pur conoscendolo abbastanza da farsi capire, e la sua maledizione preferita sembra essere stata kronnekyn hager du!, che significa "brutto rospo nero!"; da qui, naturalmente, il fatto che i paesani la considerassero una strega. Le sue ultime parole, secondo i testimoni che assistettero alla sua morte, furono davvero l'ultimo, fierissimo sussulto del cornico: me ne vidn cewsel Sawznek! "Non voglio parlare inglese!".

La fama di Dolly Pentreath è ancora viva in Cornovaglia, dove è considerata tuttora un personaggio leggendario. Il suo monumento funebre, a Mousehole, fu fatto erigere nel 1860 da Luigi Luciano Bonaparte, nipote di Napoleone e famoso appassionato e studioso di lingue strane. Ma, probabilmente, Dolly Pentreath non fu affatto l'ultima parlante nativa del cornico; con lei, forse, la lingua morì come linguaggio di una comunità, ma già cinque anni dopo la morte della vecchia lo stesso Barrington ricevette una lettera da un pescatore, chiamato William Bodinar, nella quale affermava di conoscere cinque persone che ancora parlavano e usavano il cornico. Particolare non trascurabile, la lettera era scritta in cornico, anche se accompagnata da una traduzione inglese. Nel 1790 morì tale John Nancarrow, del villaggio di Marazion, che pure conosceva bene il cornico; William Bodinar morì nel 1794. La lingua dovette andare probabilmente avanti allo stato di spettro, con qualcuno che ancora, non si sa come e non si sa perché, tentava di tenerla in vita. Probabilmente si trattava di persone che non la avevano appresa da bambini, ma che ancora se la ricordavano; si arriva così addirittura al 1890, quando morì John Davey, l'ultima persona che sicuramente ne avesse ancora qualche conoscenza. I racconti vogliono che, non avendo più nessuno a cui parlarla, si rivolgeva continuamente in cornico al suo gatto e vi faceva lunghi discorsi; con la morte del gatto, si spense l'ultimo essere vivente che aveva udito parlare in cornico.

Qualche parola di cornico sopravvisse nell'inglese vernacolare della zona; ancora nel 1940 dei pescatori furono uditi cantare una filastrocca, da loro considerata "nonsense", che ad un'analisi approfondita risultò essere in cornico. Sopravvivono naturalmente i toponimi; se qualcuno è stato da quelle parti, avrà ad esempio notato la frequenza dei nomi che cominciano con Pen- (Penzance, lo stesso Pentreath che è anche il nome di un promontorio); significa "testa, capo". Sempre attorno al 1940 iniziò il Cornish Revival, che sembra sia riuscito a far reimparare la lingua (scritta peraltro con diversi sistemi ortografici) a circa 3500 persone; suoi animatori furono Henry Jenner e il "Gran Bardo di Cornovaglia" Robert Morton Nance, che compilò anche un famoso dizionario cornico-inglese. Dizionario che, per curiosi accidenti del destino, riuscii a procurarmi moltissimi anni fa, e che una sera mi permise persino di scroccare una cena alla casa del popolo. Vi era ospite una delegazione del già allora sparuto Partito Comunista di Gran Bretagna, ed ero stato chiamato per fare –pensate un po'- da interprete sebbene non avessi nemmeno sedici anni. Per l'appunto uno dei membri veniva dalla Cornovaglia, e quando lo seppi corsi a casa (trenta metri di distanza) a prendergli il dizionario. Ne rimase talmente commosso, e sbalordito, da pagarmi la cena intera. Ci ho ancora la sua firma, su quel dizionario dalla copertina blu. La grammatica cornica scritta da Henry Jenner me la regalò invece il mio amico Pierfrancesco Poli. Me la sto traducendo da anni in italiano, così per fare.

Un'altra lingua europea è invece saltata su una mina.

Il dalmatico, l'idioma romanzo della Dalmazia costiera e insulare, attestato fin dal XIV secolo, che fu almeno una delle lingue d'uso dell'antica Repubblica Ragusea. Una lingua che in tutte le sue numerose frammentazioni dialettali si caratterizzava per la smodata frequenza dei dittonghi derivati dalle vocali lunghe latine, per cui a "capra" corrispondeva kuobra, a "veterana" vetruona (nel senso di "donna anziana, nonna", come il rumeno bătrână), a "album" jualb ("bianco"), a "arborem" juarbul ("albero") e così via. In realtà, il dalmatico morì a macchia di leopardo. A Zara già era estinto nel XIV secolo, mentre a Ragusa (Dubrovnik) sopravvisse fino alla fine del XV. Andò avanti in aree recondite, appartate, sulla bocca del popolo minuto; l'ultimo suo luogo fu l'isola di Veglia, Krk in croato.

Qui era nato attorno al 1820 Antonio Udina, nome che era l'italianizzazione di Tuone Udàina. Fin da ragazzo aveva lavorato come barbiere, e da questo suo mestiere gli era derivato il soprannome, in dalmatico vegliotto, di Burbur; e poiché Udina, o Udàina, doveva essere un cognome diffuso sull'isola, quel Burbur era usato come appellativo distintivo. Spesso, laddove se ne parla, è ricordato "tout court" come Tuone Udàina Burbur.

La fama di Tuone Udàina, almeno nel campo della linguistica, aveva preceduto la sua morte; causa ne fu il suo incontro con il grande glottologo Matteo Bartoli, che sul morente dalmatico aveva deciso di scrivere la sua tesi di laurea negli ultimi anni del XIX secolo. La redasse in tedesco, perché studente dell'Università di Vienna; relatore fu Wilhelm Meyer-Lübke e correlatore Adolfo Mussafia. La tesi fu poi ampliata e pubblicata in due volumi, nel 1906, con il titolo di Das Dalmatische; ma allora Tuone Udàina e il dalmatico erano già morti.

Ancora da studente, mentre preparava la sua tesi, il Bartoli era venuto a sapere che sull'isola di Veglia ancora esisteva un vecchio che conosceva il dalmatico; vi si era recato immediatamente, facendo la conoscenza di Tuone Udàina Burbur. Sull'isola esistevano altre persone che conoscevano ancora un po' il dalmatico vegliotto, e che risposero a precise domande del Bartoli, come scrive Aldo Duro, "molto spesso traducendo in un vegliotto che ricordavano solo approssimativamente e con più fedeltà quando si trattava di quei materiali che si trasmettono per tradizione familiare da padre o da madre ai figli, dai nonni ai nipoti e così via: ciò che avviene soprattutto per le preghiere tradizionali come il Padre nostro e l’Ave Maria, per parabole evangeliche, per fiabe e filastrocche infantili, che il Bartoli raccoglie da più fonti di informazione, e riferisce poi con molta ampiezza nel secondo volume della sua opera." Finché il Bartoli non conobbe l'Udàina.

Costui, oramai ultrasettantenne, aveva cessato da tempo di fare il barbiere. Si era messo, per vivere, a fare il sagrestano e il campanaro della cattedrale dell'isola, e per questa sua ultima attività era diventato quasi completamente sordo. Come se non bastasse, era quasi del tutto sdentato e la sua pronuncia, sia del dalmatico che delle altre lingue in cui sapeva esprimersi (il veneto giuliano e il croato) era forzatamente difettosa. Insomma, tutte caratteristiche non propriamente desiderabili in un "informatore linguistico", se così lo vogliamo chiamare; ma era l'unica persona che, seppure il dalmatico non fosse la sua prima lingua, ma un idioma che aveva appreso quasi in segreto ascoltando le conversazioni private dei suoi genitori (che si rifiutavano di parlargli se non in veneto). Quando il Bartoli cominciò a fargli domande, Tuone Udàina gli rispose che non parlava più la lingua da oltre vent'anni; ciononostante, dopo un po', quasi si "sciolse" e la lingua cominciò a rifluirgli nella mente. Il Bartoli riuscì, seppure con difficoltà, a raccogliere le ultime vestigia del dalmatico in modo preciso; si fece, ad esempio, ripetere la parabola del Figliuol Prodigo che così suonava:

E el daic: Jon ciairt jomno ci avaja doi feil, e el plé pedlo de lour daic a soa tuota: Tuota , duoteme la puarte de moi luc, che me toca, e jul spartait tra louro la sostuanza e dapù pauch dai, mais toich indajoi el feil ple pedlo andait a la luorga, e luoc el dissipuat toich el soo, viviand malamiant. Muà el ju venait in se stiass, daic: quinci jomni de journata cun cuassa da me tuota i ju bonduanza de puan e cua ju muor de fum.

«Ed egli disse; un certo uomo aveva due figli ed il più piccolo di essi disse a suo padre: Padre, datemi la parte dei beni che mi tocca, ed egli spartì tra loro la sostanza E dopo pochi giorni, messa insieme ogni cosa, il figlio più piccolo andò lontano, e ivi dissipò tutto il suo, vivendo malamente, ma quando venne, cioè tornò in sé stesso, disse: quanti mercenari in casa di mio padre hanno abbondanza di pane e qui io muoio di fame».

Il Bartoli discusse la sua tesi nel marzo del 1898. Nel 1906, alla pubblicazione dei due volumi di Das Dalmatischeal paragrafo 16 del I volume fu inserita questa breve notizia:

"La sera del 10 giugno 1898 gli abitanti di Veglia vennero profondamente sconvolti da una notizia dolorosa e tragica. Alle 6,30, sulla strada che conduce alla località campestre “Ai Campi” e che si sta riattando, mentre si caricava una mina questa improvvisamente scoppiò uccidendo quasi sul colpo certo Antonio Udina, buon vecchietto di 77 anni che stava sopra il sasso per tenere il ferro di carica. Era l’ultimo d’una generazione che se ne va ed era il solo che conosceva e parlava perfettamente l’antico dialetto romanico di Veglia.»

Così, in questo modo tragico e assurdo, si concluse una vita umana e la vita di una lingua intera. Saltata in aria mentre il suo ultimo parlante teneva il ferro di carica, in una località chiamata "Ai Campi".

(Già pubblicato sul blog il 20 novembre 2007)

martedì 10 agosto 2021

La carta d'identità

 


La fila cominciava poco prima dell'angolo tra la via Georgiou e il corso Lambrakis; ed era proprio quel Lambrakis, il deputato socialista ammazzato dai fascisti nel '62, quello di “Z-L'orgia del potere”. A quell'ora, verso le nove della sera del ventiquattro dicembre, la coda non solo non accennava a diminuire, ma si era addirittura ingrossata. Del resto, da giorni e giorni tutte le principali piazze e strade del Pireo erano state tappezzate di manifesti con quel simbolo inconfondibile, il Meandro di Alba Dorata, e la bandiera ellenica: Grande distribuzione gratuita di cibo, giocattoli e farmaci di prima necessità per i bisognosi Greci – Un Natale Greco per i Greci cristiani – Alba Dorata aiuta la Patria in difficoltà. Nei manifesti, in caratteri notevolmente più piccoli, era contenuta la condizione necessaria per il Natale greco dei Greci cristiani: la presentazione della carta d'identità. Il documento che attestasse la cittadinanza greca e il nome greco. Fin dalle dieci del mattino, di fronte alla chiesa dell'Evangelistria, erano stati sistemati quindici banchi contenenti ogni bendiddìo accumulato dai militanti albadoristi per la distribuzione natalizia; una fila enorme e ordinata di persone, uomini e donne di tutte le età, che si svolgeva per tutto il lunghissimo corso Lambrakis, aveva atteso pazientemente il proprio turno per ritirare ciò di cui aveva bisogno presentando la carta d'identità, il deltio taftòtitas; e bisogno c'era di tutto. C'era un silenzio apparente; ma, chi si fosse avvicinato alla fila soltanto per curiosità, avrebbe sentito ognuno parlare sottovoce al vicino di coda, e qualcuno fra sé e sé. Tutti avevano da dire qualcosa senza che nessuno gliela avesse chiesta, e ognuno sembrava provare un desiderio irrefrenabile di giustificarsi. Chi aveva sempre votato per il Pasok, chi non s'era mai interessato di politica, chi si era visto sbattere fuori dal posto di lavoro da un giorno all'altro; chi non aveva mai lavorato, chi aveva quattro figli di cui due piccoli, chi aveva fame. Chi io non sono razzista però, chi ci rubano il lavoro e il mangiare, chi se ne tornino tutti a casa loro. Chi, infine, non li ho mai votati ma stavolta; chi loro almeno fanno qualcosa; e chi si vergognava semplicemente di stare in quella fila umiliante, di poveri, di vecchi e banali benesseri fracassati, di che altro potevo fare. Ai banchi, giovanotti muscolosi e qualche bella ragazza con indosso dei giubbotti neri nella fredda serata dicembrina; a Atene non si creda che faccia caldo, sotto Natale.


Era arrivato, quell'uomo un po' strano, alle nove e trentacinque. Intabarrato in un cappotto grigio che aveva visto tempi migliori, con un cappello floscio che doveva essere stato nuovo cinquant'anni prima, dei pantaloni di fustagno marrone e un paio di scarpe da ginnastica tendenzialmente bianche, sebbene qua e là. Sotto il cappotto aveva un maglione grigio a girocollo, sotto il quale, in alto, si notava una specie di rigonfio; con tutta probabilità si trattava di una sciarpa tenuta completamente sotto l'indumento. Era un uomo parecchio anziano, dalla carnagione piuttosto scura; aveva, però, una barba disordinata ma bianchissima. Le mani erano screpolate, callose e grinze come quelle di chi avesse per tutta la vita fatto un ruvido mestiere di fatica; ma erano coperte da dei guanti di lana senza dita. Fumava una sigaretta puzzolente e mezza rincignata, forse raccattata per terra da qualcuno che la aveva gettata via appena accesa. Non aveva borse o altri contenitori, ma le tasche del cappotto erano piene di roba imprecisata.

Quando era arrivato, l'ultima della fila, che avrebbe dovuto aspettare ancora ore per ricevere gli aiuti di Alba Dorata presentando la carta d'identità greca, era una donna sui cinquant'anni, piuttosto alta e bella dritta su se stessa; si chiamava Samaritha Kalitsounaki, e era arrivata a Atene nel '71, ancora bambina, da Porto Heli nell'Argolide assieme alla sua famiglia. Era stata per qualche tempo commessa in un negozio di articoli sportivi, poi aveva lavorato in una tabaccheria ben fornita nella via Kanellopoulou, sempre al Pireo ma dall'altra parte del Porto. Nel '79, quando aveva sedici anni, era stata violentata dal suo primo grande amore, un ragazzo di diciannove anni di Drapetsona, di nome Mihalis; ma non lo aveva mai saputo nessuno. Del resto, fortunatamente, non era rimasta incinta e questo era già tanto; pensare che lo aveva fregato alla sua migliore amica, la Diamandina Pesmazoglou, che gli sbavava dietro. Nell'86 si era sposata con un trentaduenne dell'Akti, tale Vassilis Ventouris, che le aveva promesso la classica vita tranquilla e senza problemi; e lei si era lasciata sposare nonostante il marito fosse decisamente brutto come la fame. Dopo due anni di gelosia ossessiva e di botte, Samaritha se n'era andata via di casa con un marmocchio di otto mesi, di nome Efstathios, ché così si chiamava il nonno paterno. Efstathios era ora un giovanotto di ventisei anni, che non aveva mai lavorato e che, all'insaputa della madre, era diventato una specie di picchiatore in un partito di estrema destra che è stato già nominato qui, di assoluta sfuggita. Quanto a Samaritha, di lavori ne aveva fatti parecchi prima che la ditta di import-export nella quale lavorava ultimamente fosse stata, più che costretta a chiudere, spazzata via. Una mattina era andata a lavorare e non aveva trovato più nemmeno la targa sul portone; da cinque mesi, del resto, non vedeva un soldo e aveva campato di espedienti.

Niente incertezze. Niente incertezze. Niente incertezze.” Pensava questo il vecchio, prima di decidersi a aprire bocca. Poteva, naturalmente, stare zitto; ma era meglio esercitarsi a parlare. Nessuno lo avrebbe mai detto, ma nella sua vita aveva parlato molte lingue diverse da quella materna; aveva viaggiato per tutto il Mediterraneo, e in Grecia non si ricordava nemmeno come c'era arrivato. Per un lavoro, forse; un giorno era passato di casa e aveva detto alla giovane moglie, che sarà stata la sua sesta o settima, di fare i bagagli e di partire con lui. Sì che era per un lavoro; si era portato dietro un po' di attrezzi, che gli altri occorrenti li avrebbe trovati lì. Era andata a finire che, lavorando come un mulo, il greco lo aveva imparato alla svelta, e molto bene; ma un greco di merda, da bassifondi, con qualche preziosismo della “lingua pura” usato a sproposito e quintali scomposti di laikì, di kaliardà e di altri gerghi della strada. Ultimamente, da quando gli avevano detto che al Pireo si parla già diverso che nel resto di Atene, si era sforzato di prendere l'accento per diventare davvero uno della zona; e la zona dove si era sistemato con la moglie era un bel cumulo di rovine, ma che non avevano nulla a che vedere con l'Acropoli. Stava in una stradaccia con un nome qualsiasi dietro l'Akti Koundouriotou, che dopo qualche anno di crisi pareva fosse stata bombardata; avevano trovato un fondo vuoto, che doveva essere stato di un qualche negozio di qualche cosa inutile, e ci si erano infilati dentro. Il bandone non c'era più; con dei pezzi di legno e altri rottami trovati in una discarica, visto che il suo mestiere lo sapeva fare, aveva messo su una specie di porta-finestra e poi aveva cominciato a fare il falegname ambulante per pochi soldi. Il lavoro per il quale era arrivato in Grecia? Due giorni dopo l'arrivo si era presentato all'indirizzo che gli avevano dato e ci aveva trovato la Polizia che stava sgomberando a forza della gente, mentre dalle finestre sopra la gente stava buttando sotto di tutto. Un poliziotto, a un certo punto, era stato centrato in pieno da un bidé; un altro, per non essere da meno, aveva ricevuto sul casco una pesante riproduzione in acciaio temperato della Coppa Europa di calcio vinta dalla Grecia nel 2004, finale Grecia-Portogallo 1-0, goal di Charisteas al 12' del secondo tempo. Aveva capito subito che aria tirava.

La strada era formata da qualche palazzo molto alto che cadeva a pezzi; tra i palazzi, però, erano rimaste delle case più basse, alcune delle quali solo col pianterreno. C'erano parecchi terreni incolti, quelli che i francesi chiamano terrains vagues, dove presto erano venute su delle baracche insolite. Quanto alla fauna che ci viveva, era la crema, l'élite del lastrico di questi anni: poveracci, straccioni, emarginati, accattoni che facevano a gara di tare e di storie schifose. Avanzi di galera, buoni a nulla e, chiaramente, immigrati da paesi che potevano stare anche su Marte tanto erano fuori dal mondo. Il nome della strada proprio non me lo ricordo; tanto è inutile. Nel quartiere, comunque, nessuno la chiamava col suo nome ufficiale, ché tanto la targa stradale era stata divelta chissà quando; la chiamavano tutti Pachni, che in greco vuol dire “Mangiatoia”. E così la chiameremo pure noi; inutile dire che nella zona dell'Akti Koundouriotou, che pure non scoppiava di ricchezza, dire di venire dalla Mangiatoia era sinonimo di miseria nera. In uno dei terreni incolti qualcuno aveva sistemato persino due o tre pecore smagrite; in un altro, peraltro vicino al fondo dove abitavano il falegname straniero e la moglie, c'erano invece un asino e un bue, che tutti si domandavano come mai ancora qualcuno non se li fosse mangiati. Ma anche loro erano pelle e ossa.

La vigilia di Natale, girando per le strade, il vecchio aveva letto i manifesti di Alba Dorata. Il fatto è che, qualche mese prima, aveva combinato un bel casino con la moglie; vecchio sì, ma ancora bello in gamba in certe cosine, la aveva messa incinta. Di figlioli, a dire il vero, ancora non ne avevano avuti sebbene al suo paese ne avesse una masnada dalle mogli precedenti, e anche un paio da legittime spose altrui. Un figliolo alla sua età, si era detto, era una benedizione dal Cielo; però non aveva scelto né il momento e né il posto più adatto. Ora la moglie stava per sgravare, e in casa non c'era nulla; certo, quelli là oramai li conosceva bene e sapeva anche cosa avevano fatto al suo amico pakistano e a decine di altri come lui. Però doveva tentare. Senza dire nulla alla moglie, era tornato a casa e aveva detto alla moglie che sarebbe tornato molto tardi; assieme a lei c'era una vicina di casa greca, una ex prostituta di settant'anni di nome Elettra, che le stava preparando una zuppa di non si sa cosa -ed è meglio non saperlo.

I manifesti parlavano estremamente chiaro: greci e con carta d'identità greca. E greco non era proprio, il vecchio, nonostante un po' di greco lo avesse imparato già da ragazzo al suo paese. Il greco era lingua diffusa e di gran prestigio. Si chiamava Yosef ben Eliyahu e veniva dalla Palestina, da un paese con un nome strano che, mi sembra, comincia per “N”; la moglie, invece, si chiamava Maryam. Correvano strane voci su quella ragazza; alcuni dicevano persino che l'avesse vinta a una specie di lotteria, dato che non si capiva come mai una ragazza così giovane e bella si fosse impuntata per sposare un uomo di quell'età. Tant'è; si erano sposati, e siccome durante la cerimonia aveva giurato dinanzi a Dio (non uno qualsiasi) di seguire il marito nella cattiva e nella cattiva sorte, e dovunque, da quel paese palestinese che comincia per “N” si erano ritrovati nella Mangiatoia al Pireo, mentre la Grecia affondava e Dio c'era sì, ma parlava soltanto il greco e si era visto rilasciare anche lui una regolare carta d'identità ad usum Albae Auratae. Yosef, invece, se la doveva procurare; e ci doveva pensare alla svelta.

La cosa era stata risolta grazie a quel delinquente di Christos. Christos era un altro della Mangiatoia, un ex tipografo che aveva stabilito un record difficilmente battibile. La Crisi era cominciata da due ore circa, che lui era stato uno dei primi ad essere licenziato dal posto dove lavorava; in realtà era stata tutta una scusa, dato che Christos, in tipografia, rubava da secoli tutto quel che c'era da rubare: carta, inchiostri, toner, detersivi dal bagno, birre dal frigorifero. Ricevuta la comunicazione dal direttore, che lo aveva mandato in culo dandogli del ladro fottuto e augurandogli di crepare di fame, Christos era tornato nottetempo con un paio di amici e aveva svuotato la tipografia di tutti i macchinari, trasportandoli in un posticino che conosceva lui e basta; si era messo quindi a realizzare il sogno della sua vita, quello di falsificare il falsificabile e di metterlo a gentile disposizione di chi ne avesse bisogno. Facendosi pagare un occhio della testa, naturalmente; però, a modo suo, si mostrava anche generoso. Una carta d'identità falsa, fatta a regola d'arte, costava duecento euro; ma se gli stavi simpatico, si poteva ovviare con due o tre serque di uova, con un lavoro a gratis, con una trombatina alla moglie. Non si sa bene cosa gli avesse promesso Yosef, posto che di uova non ne aveva. Christos aveva detto a Yosef di portare una fototessera, e di tornare alle due del pomeriggio; e alle due gli aveva consegnato una perfetta carta d'identità ellenica a nome di Iosifos Iliopoulos, nato a Rethymnon (Creta) il 17 novembre 1928 e residente al Pireo, via Qualcosa n° 92, statura m 1,73, peso kg 64, segni particolari nessuno, di religione ortodossa e di professione artigiano. Come cazzo avesse fatto a mettere tutti i timbri e le marche da bollo con la dea greca, non si sa. Yosef era esterrefatto.

"Senti, ma perché sarei nato a Creta...?"
"Demente, ma ti sei visto? Hai la faccia di un palestinese, e più che altro sei scuro come un palestinese. Ti dovevo scrivere che eri nato a Stoccolma...?
"E Creta che c'entra?" 
"A Creta sono parecchio più scuri che qui, gamotò. Ho conosciuto uno di Rethymnon che era scuro come te, magari era tuo nonno..." 

Christos si mise a ridere sguaiatamente, poi continuò:

"Ascolta, con questa qui, dammi retta, sei un cretese perfetto oltre che un cretino, perché solo un cretino ingravida la moglie sotto questi bei chiardiluna. Alla tua età poi ne potevi anche fare a meno, anche se ti capisco con quel bel pezzo di....lasciamo perdere, vah. Però una cosa te la consiglio: se vuoi andare a prendere la roba da quei pezzi di merda, comunque, vacci a buio, stasera. Tanto sai che te ne frega del Natale a te, te lo dice uno che si chiama Christos; ma a proposito, te di che religione sei per davvero?.."
"Boh, me ne sono dimenticato. Però ci ho il cazzo conciato strano, ho un certo sospetto..." 
"Allora vacci a buio il doppio, a quelli piacciono poco i monsummani o come si chiamano, ma mi sa che non gli vadano a genio tanto nemmeno gli ebrei. Col buio la tua carnagione si nota di meno. Menomale che parli il greco come se tu fossi nato qui, questo è un bel vantaggio. Tanti auguri, vecchiaccio, ma stai attento; se ti riconoscono e si accorgono che hai fatto il furbo, sono cazzi tuoi." 
"Lo so, lo so. E li protegge anche la polizia." 
"Io quel che potevo fare l'ho fatto. Ma tua moglie a che punto è con la pancia?" 
"Ha finito il tempo il venti, potrebbe scodellarlo da un momento all'altro..." 
"E' un maschio?" 
"Secondo te ci ho i soldi per andare all'ospedale privatizzato e farle fare la morfologica? Sarà quel che sarà..." 
"Se è maschio come lo chiamate?" 
"Mah, a me sarebbe piaciuto chiamarlo come te, sai. Te lo giuro. Il tuo nome mi piace parecchio, ma lei vuole chiamarlo diverso. Un cavolo di nome che a me piace zero..." 
"Sarebbe?.." 
"Iesous." 
"Iecosa?... E che minchia di nome è...??" 
"Si chiamava così un suo zio materno che la faceva giocare da bimba. A dire il vero nella lingua nostra suona un po' differente, ma qui mi sono impuntato. Voglio la forma greca, ora come ora qui non è bene chiamarsi da immigrato..." 
"Capisco, capisco. Certo che è un nome bello strano, io non l'ho mai sentito in Grecia. Vabbè, bando alle ciance. Stai in campana, Yosef, anzi Iosifos. Iosifos Iliopoulos, ricorda." 
"Me ne ricordo, tranquillo. Ci vado verso le nove di stasera." 
"Bravo. E vacci vestito ammodino, ché Dio ti vede!" 

Christos si mise di nuovo a sghignazzare sguaiatamente, mentre Yosif, anzi Iosifos, si allontanava. Ora stava in coda tra la Georgiou e il corso Lambrakis; faceva un freddo da pelare e continuava a ripetersi fra sé: “Niente incertezze. Niente incertezze”. Fu la donna che lo precedeva a attaccare bottone, all'improvviso; sembrava averci una gran voglia di parlare, a bassa voce.

Freddo eh.”

Iosifos alzò leggermente la testa; prima di rispondere, sempre a bassa voce, si controllò automaticamente la tasca sinistra del cappotto. La carta d'identità era lì, e quel demonio di Christos la aveva pure plastificata a dovere. Un gioiellino; era diventato greco cristiano in due ore, e senza pagare in uova. Ogni tanto, per la strada, si vedeva qualche giovanotto di Alba Dorata che controllava la coda interminabile; qua e là passavano anche dei tipi in motocicletta, con dei caschi che non promettevano nulla di buono.

Fa freddo sì, signora. Siamo il ventiquattro di dicembre.”
Già. Buon Natale.”

A questo Iosifos non si era preparato. Di natali ne aveva già passati qualcuno in Grecia; solo che, alla Mangiatoia, non andava particolarmente farsi gli auguri. Non si facevano né l'albero e né i regali. Il ventiquattro c'era la stessa miseria del venticinque, e il ventisei ce n'era ancora di più. Si trovò subito a biascicare:

B...buon Natale a lei signora. Kalà Christoùyena.”

Non poté fare a meno di pensare che Christoùyena significa “nascita di Christos” e si ritoccò la tasca sinistra.

Anche lei in fila, eh.”
Già.”
E non si vede la fine...”
La fine è alla chiesa dell'Evangelistria, credo.”
Lo sa quanto c'è alla chiesa?”
No...”
Due chilometri. 'Sto cazzo di corso non finisce più.”
Prima o poi ci toccherà, signora...”
Speriamo. Lei vota per loro?”

Iosifos deglutì. Doveva scegliere alla svelta se fare il poveraccio che aveva votato per il Pasok, o addirittura per i comunisti, se proclamarsi apolitico o se essere diventato nel giro di poche ore prima greco e poi fascista. Optò per la terza ipotesi.

Signora, voto per loro. Non mi vergogno a dirlo. Anzi!”

Aveva, senza essersene accorto, alzato un po' la voce. Qualcuno più avanti nella fila si voltò senza dire nulla; altri fecero finta di non avere sentito. Iosifos continuò:

Voto per loro ma votavo per Nuova Democrazia quando stavo a Creta...”
Ah, viene da Creta”, disse la signora. “Nemmeno io sono di qui. Vengo dall'Argolide.”
Bel posto, l'Argolide”, rispose Iosifos che non sapeva nemmeno dov'era, l'Argolide. La signora Kalitsounaki sorrise.
Io non ho mai votato per loro, ma lei non si deve vergognare. Non è detto che non lo faccia anch'io alle prossime elezioni, perdiana. Certo che a Creta siete tutti belli scuri di pelle...ci picchia forte laggiù, eh!”

Si intromise un giovane magrissimo, che li precedeva di tre posti nella fila; anche lui sottovoce, ma tutto sembrava come amplificato.

Io invece mi vergogno eccome, cari miei. Come un ladro. Ma non c'è più nulla in casa mia, accidenti alla puttana dell'eva. Tutti sulla stessa barca, se la roba la dava Pol Pot ero in fila lo stesso.”

La fila avanzava lentissima; erano quasi le dieci, quando riuscirono finalmente a passare l'angolo della Georgiou e a svoltare sul marciapiede del corso Lambrakis. La coda era impressionante; si cominciava a sentire qualche campana, forse per fare le prove per la messa. A Iosifos prese la voglia di piantare tutto quanto e di tornarsene a casa; Maryam, del resto, poteva partorire da un momento all'altro. Maledizione. Sarebbe tornato a casa in tempo, magari, per vedere nascere suo figlio; ma in casa non c'era più nemmeno una briciola di pane. Non poteva andarsene. Tanto, la carta d'identità la aveva; era tutto al sicuro. Lui era Iosifos Iliopoulos, fascista cretese. Uno dei loro.

Io manco per il cazzo ero in fila da Pol Pot”, disse Iosifos al giovane. “Io sto coi miei, con la Patria greca in difficoltà. Contro quei musi neri che ci rubano il pane e il lavoro...ma loro sanno come trattarli!”

Nonno, non mi sembri particolarmente chiaro, tu!”

Aveva parlato un altro ragazzo, coi capelli cortissimi; Iosifos si sentì raggelare.

Certo che voi cretesi ci credo che ce l'avevate coi turchi nel '21! Siete uguali!”

Dalla fila partì una salva di risate, mentre la fila avanzava lenta ma costante; Iosifos cominciò a sentirsi come ubriaco, e pensare che non toccava un goccio da giorni.

Bella battuta, bravo! Ma noi cretesi siamo l'anima della Grecia, voi qui a Atene eravate un branco di selvaggi, allora! Ma siamo tutti greci, fratelli, la Patria è nostra e sappiamo cosa fare!”

Successe a quel punto una cosa parecchio inattesa. Proprio in quel momento la coda cominciò a avanzare molto più rapidamente, senza nessun motivo apparente; la signora Samaritha disse al vecchio: “O stai a vedere che hanno finito la roba e succede casino”. Tutti sembravano camminare a passo normale ora, come in una processione di spettri sul marciapiede d'una grande città; avevano smesso di parlare. Erano i poveri, gli sfrattati, i diseredati, i buttati fuori, i piccoli borghesi morti dentro, i nipoti del partigiano, i tifosi dell'Olympiakos, le studentesse senza mangiare ma col telefonino, gli impiegati della televisione ammazzata, quelli che il ventuno aprile si erano girati dall'altra parte, quelli che il ventuno aprile li avevano rinchiusi nell'ippodromo di Nea Faliro che è pure lì vicino, quelli che il ventuno aprile non erano manco nati, i precari mangiaerbe, i pensionati senza pensione, un paio di anarchici e forse anche tre, i vergognosi, gli orgogliosi, gli ex volontari delle Olimpiadi, sedici fannulloni inveterati, un cantante fallito, Mikis Theodorakis, diversi insegnanti che avevano insegnato i valori della democrazia, diversi insegnanti che non insegnavano un bel nulla, un'intera squadra amatoriale di pallacanestro, otto preti poco ortodossi, un numero imprecisato di bambini e bambine e la signora Samaritha che sembrava sostenere il vecchio Iosifos che la seguiva. Tutti con la loro carta d'identità ellenica. Non si vedeva neanche un negro, nel corso Lambrakis. Neanche un indiano. Nulla. Era una strada greca nel Natale greco.

Tranquilli! E' arrivata ancora roba!”

Aveva parlato un giovanotto gigantesco, vestito col giubbotto nero, da un motorino scassato che era passato di lì.

Tu, vecchio, vieni qui, ché ti voglio abbracciare!”

Iosifos non si era reso conto che il giovanotto stava parlando proprio a lui; quest'ultimo, allora, scese dal motorino proprio mentre la fila era arrivata, velocemente, quasi al capolinea. Vicinissimi si vedevano i banchi coi militanti, davanti alla chiesa dell'Evangelistria, mentre le campane cominciavano a suonare a distesa e un'altra fila di persone, vestite da festa, entrava dentro per la messa. I banchi erano davvero pieni di ogni cosa; militanti albadoristi indaffaratissimi confezionavano sacchetti e li davano alla gente che passava davanti esibendo la carta d'identità sfilando poi via chi a testa bassa, chi a testa alta e chi senza testa. Degli altoparlanti diffondevano ora canzoni patriottiche, ora inni sacri della tradizione.

Dico a te, vecchio. Ti ho sentito prima, sai. Ti voglio abbracciare per questo, camerata!”

Iosifos si toccò per l'ennesima volta la tasca sinistra. Il giovanotto si avvicinò, e lo abbracciò convinto. Un vero greco che non si vergognava, finalmente. Magari un povero lavoratore cui quei maledetti immigrati aveva rubato il lavoro o la pensione, costretto a far la fila la notte di Natale per avere qualcosa da mangiare. Ma tutti oramai sapevano quale fine avrebbero fatto, con l'Alba Dorata al potere. Nell'abbraccio di quel marcantonio al povero vecchio, dal collo del maglione spuntò fuori qualcosa. La sciarpa. Aveva degli strani peneri. Giusto giusto quando la signora Samaritha era stata servita e si era allontanata con la sua carta d'identità di greca cristiana, e com'è bello essere cristiani quando Cristo sta nascendo e suonano le campane a distesa. Magari avrebbe fatto pure un salto alla messa, e domani ci sarebbe stato qualcosa da mettere sotto i denti per lei e anche per quello di Pol Pot.

Ma cos'è questo?”
La mia sciarpa...”

Il ragazzo cominciò a tirargliela fuori, la sciarpa, al vecchio; a grandi manciate. Ne venne fuori una bella keffiah palestinese, bianca e rossa, da combattimento. Yosef se l'era fatta fare a N. da un suo amico arabo, un bravissimo tessitore che in quel momento stava pure lui in coda, da diciotto ore, a un valico tra Israele e i territori, aspettando di poter passare per tornare a casa. Naturalmente Yosef non lo sapeva.

Una ragazza al banco della roba, anche lei col giubbotto e biondissima, disse a Yosef mentre il ragazzo suo camerata guardava la keffiah:

Me la fai vedere la carta d'identità, tu?”

Yosef tirò fuori dalla tasca sinistra la carta d'identità di Iosifos Iliopoulos, nato a Rethymnon (Creta) eccetera.

Ma guarda tu!”, disse la ragazza. “Sono anch'io di Rethymnon, lo sai?”
Incredibile!”, rispose Yosef con una specie di sorriso mentre gli era venuta la pelle d'oca.
Già, incredibile. Dove stavi a Rethymnon?”
Ci manco da anni oramai...”
Sì, Iosifos caro, ma ti ricorderai dove abitavi, no?”
In via....in via Agiou Nikolaou.”
Via Agiou Nikolaou a Rethymnon non c'è.”
Mi sarò sbagliato...forse era Agiou Mihali...”
Non c'è nemmeno Agiou Mihali, bello. E 'sta carta d'identità è falsa.”
Come falsa...? Ma che cazzo dici, tu...?”
E' falsa perché è firmata col nome del sindaco di Salonicco. La hai mai vista una carta d'identità di un comune firmata dal sindaco di un altro comune? Io no.”

Attorno si era fatto il silenzio e il gelo.

Fanculo a Christos. Doveva averci uno stock di firme di sindaci e si era sbagliato. E lui era fregato. Era finita. Telos. Il ragazzo che lo aveva abbracciato con tanto entusiasmo stava calpestando la keffiah sotto gli anfibi, mentre si sentivano provenire dalla chiesa i cori da dietro l'iconostasi: “Brutto arabo di merda, schifoso, lurido verme! Ci volevi fregare, eh! Di Creta, eh!?! Ecco perché ci hai quel muso scuro da latrina! Ora te lo diamo noi un bel po' da mangiare!”

Yosef fu circondato in due secondi da dieci energumeni, mentre alla sua keffiah veniva dato fuoco. La sua carta d'identità era stata gettata pure nelle fiamme; aveva cessato di essere greco, di essere cristiano e anche di essere vivo.

Alla Mangiatoia, la Elettra aveva prima cominciato a sentire Maryam lamentarsi e non sapeva cosa fare; di tutto aveva fatto nella sua vita, fuorché la levatrice. Nonostante il suo mestiere, di figli non ne aveva avuti anche perché s'era fatta chiudere le tube da ragazza; ma tutto s'impara alla svelta, quando occorre. Bisognava, forse, chiamare un'ambulanza; e con cosa la si pagava, poi? Di ambulanze pubbliche dell'ospedale manco a parlarne, anche perché l'ospedale vicino, a ripensarci, non era più pubblico. Quelle private costavano carissime. Nel fondo alla Mangiatoia faceva un freddo boia mentre Maryam aveva rotto le acque; si sentì un raglio dal terreno vicino.

Cazzo, l'asino...e il bue! Porca troia, magari se li porto dentro, con il fiato e con la merda fanno un po' di caldo...”, pensò l'Elettra; e corse fuori a prendere i due animali, spalancando la porta-finestra e facendoli entrare dentro. Maryam era stranamente tranquilla; era sicura che Yosef sarebbe tornato da un momento all'altro per vedere nascere suo figlio, magari rimediando anche qualcosa da mangiare e una coperta. Da un momento all'altro. Spuntò un testolina.

Il primo cazzotto prese Yosef spezzandogli una costola, mentre proseguiva la distribuzione del cibo ai greci; lui non era più greco, era un morto. Al secondo cazzotto partì un'altra costola, mentre sentì arrivarsi qualcosa sulla testa. Al terzo colpo caddè per terra fra gli sputi; al quarto sentì un calcio nei coglioni, ché tanto suo figlio ormai era nato di sicuro e avevano assolto al loro compito naturale. Al quinto colpo sentì due raffiche di mitra e vide cascare a terra in una pozza di sangue il ragazzo di Alba Dorata che lo aveva scoperto, e anche la ragazza pura cretese di Rethymnon. I colpi erano tutt'altro che cessati, e si vedevano due automobili ferme con tre persone che continuavano a sparare mentre la gente scappava da tutte le parti, chi abbandonando sacchettate di roba, chi arraffandone a più non posso. A terra c'erano otto fascisti, mentre gli altri erano scappati in chiesa; si sentivano urla dappertutto e, più in là, altri cadaveri col giubbotto nero. Le due automobili erano ripartite, nel frattempo, a velocità folle. Yosef si rialzò sanguinante; era mezzanotte in punto. Nella confusione, raccolse tre sacchetti di roba; uno era pieno di latte in polvere multinazionale. Correre. Anche se non ce la faceva. Correre. Correre a casa, mentre nel cielo splendeva una luce.

Arrivò alla Mangiatoia trafelato e ridotto a un ecce homo. Coi suoi sacchetti ridotti a ecce sacchetti, ma la roba ancora era là dentro. Erano quasi le una di notte.

Maryam era distesa sul pagliericcio, vicino alla cucina economica e alla bombola del gas dalla quale il gas mancava da dodici giorni. Sorrideva, con un marmocchio sulla pancia; l'Elettra era seduta, sporca come una fogna; per terra, liquidi, pezzi di placenta, ogni cosa. Il bambino era bellissimo e dava lievissimi vagiti; ci aveva pure un bel pisellino. Maryam non parlava.

Ce l'hai fatta a tornare a casa, tu”, disse l'Elettra leggermente incazzata. “E ti sei anche perso la nascita di tuo figlio, stronzo.”
Sì, però ho portato a casa tre sacchettate di roba...”
E dove le hai prese?”
Non te lo dico.”
Non sarai mica...?”
Andato a rubarle, dici?”
Se tu le avessi rubate avresti fatto benissimo. Io dicevo...non sarai mica andato da quei merdosi...?”
Dici quelli di Alba Dorata? Ma sei ammattita? Secondo te danno la roba a un ebreo palestinese?...”
Appunto...”
Ma com'è che ti sei conciato così? Sei ferito!”
Sono stato preso da una macchina qui vicino...”

Non disse più niente, Yosef. Corse dalla moglie e dal bambino. Da Iesous, con quel nome un po' a bischero, di sicuro; ma così era stato deciso. Maryam non parlava, e quel suo non dir nulla era un misto di felicità e di pugni al cielo. Un po' più in là stavano portando via dodici cadaveri di militanti di Alba Dorata ammazzati, secondo il referto che qualcuno avrebbe stilato sicuramente, da svariate raffiche di tre diversi mitra. La roba sui banchi era scomparsa, così come quella abbandonata a terra nel fuggi-fuggi generale; le prime agenzie internazionali stavano passando con la notizia della strage di Natale al Pireo. Nel cielo brillava, inesorabile, il raggio laser proveniente dalla discoteca “Comet”, da poco aperta vicino allo stadio Karaiskaki.

(Già pubblicato sul blog il 23 dicembre 2013)

lunedì 19 luglio 2021

Le ossa di Carlo

 


Domani, alle 17.27, le ossa di Carlo andranno in cerca di alcune cose.

Inutile, altrimenti, scrivere canzoni su certi altri morti che a Reggio Emilia sarebbero dovuti uscire dalla fossa e persino mettersi a cantare Bandiera Rossa. Artifici retorici. Le ossa di Carlo, invece, usciranno non soltanto dalla fossa; usciranno da Bolzaneto. Usciranno dai piedi dei questori. Usciranno dalle case di Scaiola, dalle democrazie di Gianfranco Fini, dalle zone di qualsiasi colore, da un albero della Val di Susa, da una flottiglia su qualche mare e da altre decine e decine di ossa.

Piano si scoperchierà la tomba, senza clamore. Ne ha avuto abbastanza di frastuono, in questi venti anni di morte; e andrà a cercare prima di tutto un po' di refrigerio. Una tomba è un ambiente malsano e asfissiante; andrà a farsi un tuffo in mare. Nessuno gli farà caso; chi sarà al lavoro, chi in ferie, chi in piazza Alimonda -pardon, piazza Carlo Giuliani. Poi, in forma di scheletro, nessuno lo potrebbe comunque riconoscere. Il simbolo appartiene a quella foto qualsiasi di un ragazzo qualsiasi, i capelli corti, la pozza di sangue, la canottiera bianca.

Troverà casualmente, per terra, un rotolo di scotch da pacchi; se lo metterà, quasi ridacchiando, attorno a un braccio. Guarda mamma, uno scheletro con un rotolo di scotch! E clàc, clàc, giù per qualche strada che digrada verso il Porto Vecchio. Delle ossa scarnificate possono permettersi di andare a farsi un bagno persino nel porto di Genova; cosa vuoi che gliene importi dell'inquinamento e dei petroli. Gli viene persino un'idea balzana: infilarsi nel famoso acquario, nella vasca dello squalo, e nuotarci assieme, assieme. Lo squalo guarda. Lo scotch si bagna. Ma guarda tu che ti vanno a inventare, pure quello mangiato dallo squalo. Sarà un'animazione. Lo avranno fatto al computer.

E altri squali girano tutti attorno, e le idee sono moribonde. Pensano le ossa di Carlo: dicono parecchi che le hanno ammazzate assieme a me, non sapevo di essere tanto importante. Ma sì. Mi butto. Non so nemmeno nuotare. Però non posso nemmeno annegare. Parte una qualche manifestazione; Genova emana i suoi puzzi. Ogni vicolo, un puzzo diverso. Ogni pertugio, qualcosa che marcisce.

Perché, poi, farsi riconoscere? Anzi, la cosa migliore è proprio questa. Le ossa di Carlo hanno capito qualcosa, in questi venti anni. Altro che estintore. Un estintore contro una guerra su due gambe. Le ossa di Carlo vanno, stavolta, nella più totale indifferenza perché di scheletri è comunque popolato questo tempo, a svaligiare una bella armeria. Le ossa sono dure. Dieci anni sono duri e ora ho quarantuno anni; una gomitata nel punto giusto, una pedata. Ora sì che va bene.

Ci abbiamo da risolvere certe questioni, diranno le ossa di Carlo. Prima di tutto, porca madonna, datemi un po' di soldi per tutte le canzoncine, i libri, gli articoli, i comitati e le piazze a mio nome; in ogni caso, anche se il Plaka non mi avesse fatto fuori, sarei stato un precario oppure sarei volato di sotto da qualche impalcatura. Poi, armato fino ai denti, e che denti, giù a fare un po' di casino. S'andrà a trovare Perugini. S'andranno a trovare tutti quei bravi padri di famiglia che hanno fatto carriera. S'andranno a trovare Agnoletto e Casarini. S'andrà a trovare qualche macellaio in Messico, ché non ci sono mai stato.

S'andrà a trovare un figlio che non potrò mai avere. Una vita che guardate un po' voi come mi tocca continuare, da scheletro armato con lo scotch. Eppure c'è qualcosa che mi fa andare. Un autobus tutto per me, perché nessuno ha paura degli scheletri ma di un arsenale d'armi sí. Sarà mica lui? Fermata in via Fracchia, chissà se c'è pure via Fantozzi. Quattro altri scheletri in un corridoio. Uno ha pure la canottiera, come me. Genova.

S'è fatta sera e ancora sto cercando. Vorrei entrare in ogni casa di coloro che telefonavano dicendo "Uno a zero". Il partito del Carlomorto e quello del Carloragazzo; e le cose sono sempre qui. I gangster sono diventati migliaia. Mi si fa incontro un altro scheletro, ed è quello di un ragazzino; avrà sí e no quindici anni. Non parla la mia stessa lingua, mi declina un nome impossibile ma ha avuto la mia stessa idea, pure lui qualche anno fa, oramai. Mai disarmati, d'ora in poi; quando gli parlo del Plaka mi dice che è anche un quartiere di Atene. E dietro un paese allo stremo; e dietro la polizia, l'astinomia; scheletri. Andrà a finire che lo dovremo cambiare noialtri scheletri, il mondo; ai vivi non gli riesce.

A tarda sera, io e il mio compagno stavamo cercando un cannone, e del cortile non ce ne frega proprio un cazzo. Casomai volesse venire anche lo scheletro della canzone, un rotolo di scotch e due AK 47 gli si trovano anche a lui. Casomai lo troviamo, quel cannone, lo usiamo. Casomai ci fosse qualcuno che volesse fare un po' di cattiva strada.

(Già pubblicato sul blog il 20.7.2011 -con alcune lievissime modifiche)

giovedì 14 gennaio 2021

Tornando a casa (Il lungo sonno, 2a puntata)



Riassunto della puntata precedente. Il Blogger, dopo una lunga dormita durata quasi un anno e mezzo, si risveglia su un treno in corsa accorgendosi di alcune strane cose che accadono attorno a lui. Da alcuni indizi capisce che dev'essere scoppiata la guerra. Scende a una stazione secondaria della sua città natale con l'intenzione di prendersi un caffè seduto a un tavolino. NB. In questa seconda puntata entra in scena un personaggio fondamentale: Rosalinda, la Vocetta Interiore del Blogger che interloquisce con lui dandogli sovente suggerimenti improntati al buon senso.

Però, che strana guerra dev'essere scoppiata durante la mia dormita; sono d'accordo che ho il sonno assai pesante; però, diàmine, un colpo d'artiglieria mi avrebbe ben dovuto svegliare. Una granata, una sventagliata di mitraglia, le grida di un assalto alla baionetta, un bombardamento...ma icché, niente di niente. Forse dev'essere davvero un conflitto esclusivamente batteriologico, condotto con invisibili armi biologiche; scendo dal treno, tutti -uomini, donne, bambini- portano le mascherine come sugli autobus cinesi e nei mercatini di Singapore, e si evitano accuratamente. Berrettone di lana in testa, zaino in spalla (peso spiombato, come sempre) e un bisunto carrellino da spesa a fare da improbabile trolley, mi avvio comunque all'agognato bar e al bramato caffeino, ché i malanni cardiaci che ho avuto non mi hanno lasciato affatto -come sembra a volte succeda- il disgusto per i semi tostati dell'alberello delle Rubiacee. Il bar lo vedo aperto, appena fuori dalla scalinata che mena alla piazzetta appena fuori dalla stazione di Rifredi, che non ha manco un nome, o perlomeno non me lo ricordo. 

E' aperto sì, il bar; ma proseguono le cose bizzarre. Vedo persone entrare una alla volta e uscire tutte con un bicchierino di carta in mano, allontanandosi e quasi nascondendosi prima di abbassarsi la mascherina per bere. Qualcuno ha in mano una palettina e la bustina dello zucchero, e posa tutto sul primo appoggio che gli capita (uno scalino, un bidone della spazzatura); di tavolini, neanche l'ombra. Entro. Il bancone del bar e la cassa sono protetti da una lastra di plexiglass; timidamente chiedo un caffè, e ancor prima di aver terminato la richiesta il barista mi investe con un profluvio di raccomandazioni: miraccomandolobevafuoriaccinquantametriminimosennòmichiudonoibbàrre. Come un bischero, prendo il mio bicchierino bollente che fra poco mi spello le mani, la bustina non importa ché tanto ci ho dietro la mia polverina di stevia da diabetico, però piglio la palettina ed esco a passo quasi podistico dirigendomi verso un angolo bujo. Non propriamente, insomma, quel che avevo sperato dopo il risveglio dalla mia lunga dormita; ma, mi dico, c'è la guerra. E, durante una guerra, ringraziamo che il caffè c'è ancora; ricordo i' mi' pòero babbo quando mi raccontava dei succedanei che si bevevano a' su' tempi, ancora prima della guerra mondiale, il meglio dei quali sapeva di cartone ondulato, però con un gradevole retrogusto di catrame.

Quello che sto bevendo, indubbiamente, è caffè. Non sarà magari quello, famosissimo, cacato dagli animaletti indonesiani e che costa uno sproposito; ma è caffè. Sorbendolo in quella strana maniera, faccio in tempo a gettare una distratta occhiata alla porta a vetri del bar; mi accorgo che è completamente ricoperta di avvisi, disegnini, divieti, indicazioni scritte anche in un inglese agghiacciante; saranno -mi dico- le comunicazioni diramente alla popolazione dai comandi militari. Riesco anche a scorgere una parola ripetuta più volte, anche se da lontano leggo malissimo dato che non sono propriamente una lince, e che la mia bestemmia preferita è "Dio 'ttrìa"; parola che rafforza la mia convinzione di essermi risvegliato nell'infuriare di una stramaledetta guerra batteriologica. La parola è "Covi"; Covi di qui, Covi di là, Covi sotto e Covi sopra. I' Covi, nella mia città natale, è una notissima ditta di autospurghi e vuotatura di bottini, letamaj, merdaj, sterquilinij e quant'altro. Un'azienda che, evidentemente, in queste tragiche e particolari circostanze deve avere assunto un'importanza strategica di primo piano.

. Ehi....scusa, ma te la posso dire una cosa...?

- Che c'è, Rosalinda...?

- Ma niente...volevo solo dirti che, forse, faresti meglio a controllare sullo smartòfono quel che succede...magari riesci a capire meglio...

- Rosalinduccia mia tesoro...ma io a volte mi domando se ci sei o se ci fai....sei la mia Vocetta Interiore da una caterva d'anni ormai e lo sai che io lo smartòfono non ce l'ho, non l'ho mai avuto e manco lo voglio...

- E sarebbe bene che te ne prendessi uno, fava di lesso che non sei altro! Ma non vedi che ormai ce lo hanno anche i neonati e i cagnolini da passeggio...?

Tiro fuori, con malcelato orgoglio, il mio telefonino stile Realismo Socialista, made in Cecoslovacchia anno 1953, e lo fo vedere alla Rosalinda, che allarga le braccine e scompare con un sibilo. Inoltre, dopo un anno e mezzo di dormita sarà anche un po' scarico, e non ho più pagato quei diciotto rubli della ricarica alla Kim-Il Sung Communications. Poco importa, e è ora di cercar di tornare a quel che resta di casa mia, sempre che non ci trovi una voragine al suo posto dopo un raid aereo o, come più probabile, una foresta di erbacce. Mi avvio quindi verso Piazza Dalmazia per andare a prendere il tram.

Certo, però, che è davvero una drôle de guerre, questa. Mascherine, avvisi degli autospurghi Covi e caffè semiclandestino a parte, sembra tutto normale. Certo, c'è poca gente in giro; ma, perdiana, siamo di gennaio, fa un freddo che si pela e capisco che s'abbia poca voglia di uscire. Però passano gli autobus, in fondo a via Carlo Giuliani -no, Reginaldo, mi sbaglio sempre da quando i' Mào gli voleva cambiare il nome ma non il cognome, a quella strada- c'è sempre un po' d'ingorgo, in piazza Dalmazia c'è persino un po' di traffico e, per fortuna, non si vedono in giro fascisti discesi armati dalla montagna Pistoiese. Ché, insomma, durante una guerra bisogna pur tenerne conto, di una cosa del genere. Mah. La fermata del tram c'è ancora. Naturalmente non ci ho il biglietto, e vorrà dire che viaggerò sperando di non beccare il controllore; e se poi lo becco, pazienza.

Salgo sul tram, e ricominciano le cose un po' fuori dall'ordinario. Sulla porta automatica c'è scritto che, al massimo, possono salire 136 persone. Io mi ricordo che, prima della dormita, c'eran certe domeniche mattina che, prima di riuscire a infilarsi a Batoni su un tram stracolmo di giapponesi, cinesi, americani, sloveni, birmani, sammarinesi, kazakhi, livornesi e venusiani, bisognava aspettare un'ora buona dato che sul convoglio urbano erano stipate almeno 1136 persone ai limiti dell'asfissia; ora mi risveglio, sul tram di persone non ce ne sono nemmeno venti, ci si può mettere a sedere un seggiolino sì e uno no con degli avvisi perentori assai (tipo: "Morino, se ti metti a sedé' qui ti si porta al Poligono e ti si fucila senza processo, e poi ti si multa anche la mamma pe' avé' cahato una testa a pinolo come te") e sul tram ci son dappertutto boccettine di una roba appiccicosa trasparente con un odorino a metà tra lo spirito e lo sciampo andato a male. Tutti salgono e scendono, e ci si sdrùsciano le mane con vigore, facendo giravolte con le dita degne del mago Silvan.

- Ohei....dàttela anche te...

- Rieccola....o Rosalinda, icché mi devo dà....?!?

- Quella roba lì...

- Sì, ma io unno so miha icché gliè qui' troiaio...

- Ma tu dàttelo lo stesso sulle mane...magari è l'antidoto...

Ecco, a volte la mia Vocetta Interiore sa come toccare certe corde col suo inveterato buon senso. Non ci avevo pensato: l'antidoto. C'è la guerra batteriologica, e qualcuno avrà sicuramente trovato l'antidoto alle misteriose sostanze concepite per isterminarci a tutti...anche se, immagino, saranno sorti come funghi anche i movimenti No-Antidòt perché dentro le boccette sparse ovunque c'è una cacchina inventata da George Soros con l'aiuto dei pedofili, contenente microchips, scie chimiche, pericolosissimi acari mutati provenienti dalla Cina, caccole di Giorgia Meloni interconnesse via Instagram con le ragadi anali di Elon Musk...di tutto, insomma, per dominare finalmente il mondo. Però mi dico che, stavolta, forse la Rosalinda ha ragione e mi spalmo voluttuosamente le mani con quel gel nominalmente prodotto dalla ditta Eleuterio Pinzauti di S. Giuseppe in Collotorto, alcool 72%, boia dé o stavvedère che ci si piglia anche una bella ciucca.

Intanto, il tram fa il suo percorso di sempre. La mia città. Non vi dirò qual è, spinto anche da un improvviso impulso letterario ripensando a Sussi e Biribissi. Mezza vuota, come s'addice in tempo di guerra. Scorrono le fermate: Alamanni Stazione, Porta a Prato Leopolda, Cascine Carlo Monni, Sansovino, Batoni....si sente uno scoppio...ecco ci siamo, altro che batteri, qui ora bombardano...invece è un Gasolone che ha beccato in pieno una Kia Sorento e ora stavvedè' che se le danno...il 9 che mi parte sotto il naso....tutto normale, tutto quasi normale...aspetterò l'autobus dopo, o forse vo a piedi attraversando l'Isolotto Vecchio, canticchiandomi una canzone di tant'anni fa...2021...ho dormito tanto...




lunedì 11 gennaio 2021

Il lungo sonno


Ahhhhhhh....!!! Che dormita! Mi ci voleva proprio, una pennichella di quelle serie!

Solo che, perdiana, mi sono risvegliato in un posto un po' singolare. No...niente di esotico, non sono certo su una spiaggia delle Maldive o in una strada di Santo Domingo; sono su un treno. Dico, un posto un po' singolare per risvegliarsi da una dormita veramente galattica; ma non che un treno sia il primo posto dove ritrovarsi al risveglio da un lungo, lungo sonno. Ma è, almeno a una prima occhiata dopo la stiratona di prammatica, un normalissimo treno, mi sembra un "Intercity", coi vagoni e tutto il resto, che corre su delle rotaie, passa per certe stazioni e si ferma a certe altre. Il problema è che, a bordo di questo treno, le cose singolari non sono affatto terminate; lì per lì non ci avevo fatto caso, mezzo assonnato e con gli occhi ancora impastati; poi mi sono alzato per andare a sciacquarmi un po' la faccia in bagno, e ho constatato che la mia dormita deve essere stata davvero interminabile. Per un momento ho temuto di aver dormito i famosi vent'anni di Rip van Winkle, ma poi mi sono accorto che è soltanto il 2021. Undici gennaio duemilaventuno. Ho dormito per un anno e quattro mesi; il 9 settembre 2019 ho ricopiato una lettera di un condannato all'ergastolo, e poi mi sono addormentato. Certo, un anno e quattro mesi non saranno i venti del protagonista della novella di Washington Irving, ma è pur sempre un sonnellino rispettabile.

Ma dicevo delle cose singolari assai che ho notato a bordo del treno in cui mi sono risvegliato. I passeggeri, prima di tutto; pochi, e tutti con sulla faccia una mascherina chirurgica a coprire la bocca e il naso; e la cosa più singolare di tutte e che, prendendomi la voglia di grattarmi il naso, mi sono accorto che ce la avevo anche io, la mascherina. Qualcuno deve avermela messa mentre dormivo, di sicuro. E, grattandomi la pera, mi sono ovviamente chiesto che cosa stia succedendo. Mi sono detto che i casi sono due: o siamo stati invasi dai giapponesi, che hanno imposto a bordo dei mezzi pubblici l'uso della mascherina come sulla metropolitana di Tokyo, oppure deve essere in corso qualcosa di estremamente grave di cui non mi riesce comprendere bene l'entità. Mi guardo attorno, e vedo davanti a me una signora che legge un libro e che, ogni tanto, si disinfetta le mani con una boccetta di Amuchina. Passa il controllore, e ha pure lui la mascherina (ma col "logo" delle Ferrovie); passano gli agenti di polizia, e pure loro con la mascherina. Tutti mascherati, tutti travisati. Che sia stata finalmente abolita la Legge Reale?

Mi alzo per cercare di capirne qualcosa di più; come risveglio, insomma, lo si capirà, è abbastanza bizzarro, nonostante sia una radiosa giornata invernale e il convoglio passi per distese di campi lungo la pianura, dove sicuramente neri alberi stanchi son come amanti dopo l'avventura. Le stazioni mi sono familiari: "Fidenza", "Parma", "Reggio Emilia"...ma guardando dai finestrini, non si avverte il consueto viavai di gente. Vado in bagno un'altra volta, per una pisciatina e per sciacquarmi, stavolta, la faccia un po' meglio; su un sedile, abbandonata, la copia di un giornale, non so se la Gazzetta della Sera, il Quotidiano del Giorno o il Corriere delle Quattro e un Quarto; c'è un titolone che parla di Decreti, di Zone Rosse e di Coprifuoco. 

Ecco, ora la terribile verità mi appare chiara; mentre dormivo, è scoppiata la guerra. Alla fine, dài pìcchia e mena, ce l'abbiamo fatta a arrivarci, perdiana. Le mascherine? Del tutto ovvio: figuriamoci se, nel 2021, non c'è il pericolo di una guerra batteriologica. Il coprifuoco, persino; bella roba! Quindi, fra un po', seguendo la logica, ci sarà anche l'oscuramento. E ci credo, allora, che mi sono fatto una dormita cosmica. E dove staranno bombardando? Le nostre truppe al fronte come si comportano? L'abbiamo finalmente presa quella maledetta Gorizia?

Certo che, durante questo mio sonno, mi devo essere perso un bel po' di cose, e tutte estremamente interessanti; mentre dormivo, in effetti, avvertivo un brusio continuo, un ronzio planetario; era il flusso della Comunicazione. Tutti che mi comunicavano addosso, e io dormivo. Nel mio sonno profondo, mi sembrava di sentire un armonioso canto di uccellini, e invece era Whatsapp. Quante analisi, quanti approfondimenti, quante immagini, quante battute, quante notizie, quanti filosofi, quanta libera espressione mi devo essere perso! Sentivo tutto quel "zzzzzzzzzz", e quasi quasi mi conciliava il sonno; e, nel frattempo, il mondo entrava a capofitto dentro la catastrofe.

Però, poi, mi sono accorto, guardando meglio la prima pagina del quotidiano abbandonato, che non tutto deve essere cambiato. Sotto il titolone del coprifuoco, vedo una grossa foto di Matteo Renzi, e noto che non è cambiato per niente: la solita faccia a bìschero. Distrattamente, vedo che stavolta, in piena guerra batteriologica, ce l'ha con tale "Conte"; mi chiedo che cosa mai gli abbia fatto l'allenatore dell'Inter, forse che la Fiorentina stia lottando con l'Ambrosiana per lo scudetto, e abbia subito un grave torto arbitrale? Oppure Renzi, per un motivo che mi resta francamente incomprensibile, ce l'ha col cantautore astigiano, quello che faceva l'avvocato e gli piacevano le Topolino amaranto...? Mah. Vallo a capire, quel personaggio. Nella foto, tra l'altro, sembra averci i capelli ancor più unti del solito.

Il treno corre; il risveglio si completa. Do un'occhiata al mio vecchio portafoglio, mezzo disfatto, e -con mia estrema sorpresa- ci trovo dentro un regolare biglietto ferroviario e ben quaranta euro in contanti. Sul biglietto c'è scritto che devo scendere a Firenze Rifredi, e quindi significa che sto tornando a casa. Qualcuno, sì, deve avermi infilato su questo treno, e lo capisco; anche mentre dormo, sono una presenza piuttosto ingombrante. Oppure che abbia dormito sui treni per un anno e mezzo? Certo, vacca boia, mi chiedo che ne sia stato di casa mia, poerammé. Sempre che nel frattempo non la abbiano pignorata e assegnata alla Pia Confraternita di S. Filomena de' Sottaceti, o non l'abbia occupata il Centro Pranoterapeutico Ayurvedico, cosa ci troverò dentro? Il Museo Nazionale delle Ragnatele? Una colonia di gufi? Una famiglia di kossovari? E chi lo sa; nel qual caso, caro lettore, cara lettrice -sempre che qualcuno di voi esista ancora,- sappi che fra qualche ora mi vedrò costretto a bussarti alla porta e a chiederti ospitalità per stanotte. Mi contenterò di un morbido letto a baldacchino e di una frugale cenetta a base di Blinis Strogonoff e caviale Malossol, innaffiata con un modesto Chateauneuf-du-Pape del 1952. Non ti chiedo molto, in fondo, e soltanto per una notte.

Ad ogni modo, appena sceso alla stazione di Rifredi, una cosa me la concederò senz'altro, perdìo. Quale risveglio può esistere senza un buon caffè? Mi siedero al tavolino del primo bar, stravaccando i miei piedacci e restando seduto almeno una mezz'oretta servito e riverito; con quei quarant'euro che ho in tasca potrei concedermi persino la cena in pur modesta trattoria familiare. E poi? Boh. Poi torno a casa. E domani, magari, mi riaddormento; la vida è suegno.



lunedì 9 settembre 2019

Lettera ai compagni (di Cesare Battisti)


[Riceviamo e pubblichiamo senza commenti, che lasciamo ai lettori.] [*]
Mi si chiede, era veramente necessario assumermi le responsabilità politiche e penali, insomma la dichiarazione al procuratore di Milano? Mi chiedo, quale necessità muove coloro che si pongono questa domanda? Perché, se io sapessi esattamente cosa ci si aspettava da me, mi sarebbe allora più facile calarmi al loro posto e magari trovarci qualche buona ragione, che sicuramente non manca, per dubitare dell’opportunità o meno della mia decisione.
Ma quanti di questi, a cui vorrei sinceramente rispondere, non solo perché lo meritano, ma anche perché lo considero un dovere di compagno, possono veramente calarsi al mio posto? Ossia, come faccio a spiegare cosa mi succede adesso, senza poter dire che l’oggi è il risultato accumulato negli ultimi quarant’anni, soprattutto da febbraio 2004 in Francia fino al 23 marzo a Oristano?
Prendiamo solo questi ultimi quindici anni. Sono stati un inferno continuo, tra anni di carcere, arresti rocamboleschi, enorme dispendio di energia personale e di forze solidali, in una persecuzione spietata, senza riserve e mai vista prima. Mi ha visto abbandonare più volte casa, famiglia, ripudiato nella pubblica via, scacciato dai posti di lavoro, quando ne trovavo uno, a causa di un’opinione pubblica avvelenata da una propaganda di media senza scrupoli, con lo scopo di disarcionarmi ogni volta che riuscivo ad aggrapparmi a una speranza di vita normale. Lasciamo perdere i gravi problemi finanziari, rischierei di essere patetico.
Per questo, mi chiedo, sarà possibile che con una persecuzione simile, che ha superato in mezzi e durata l’immaginabile, è possibile, dico io, che quelle buone teste di compagni lungimiranti siano riuscite a resistere all’avvelenamento della disinformazione, che non si siano lasciate attingere anche loro, inconsciamente, in maniera moderata, come il martello che a forza di battere ha ragione del chiodo, da una tale organizzazione scientifica della menzogna? Perché, se così non fosse, come spiegare allora che alcuni compagni pretendano da me esattamente quello che da me si aspettano l’opinione pubblica, leggi, istituzioni?
Il “mito Battisti” è stato creato per abbatterlo, questo si capisce ed ha una logica feroce; quello che non si capisce è il “mito” ripreso anche dai compagni, un buon “mito” da sventolare in nome della lotta rivoluzionaria. E succede che poco importa che quel “mito” sia fatto di carne e ossa, che non ne possa più di essere martirizzato – martire da agitare, secondo i gusti, da un lato o dall’altro della barricata.
In fondo, chi avrei realmente danneggiato assumendo le mie responsabilità relative a un processo definitivo, archiviato, demonizzato? Non avrei dovuto dire del fallimento della lotta armata? E perché no? Giacché l’avevo sonoramente dichiarato nel 1981 e ripetuto. C’è qualcuno oggi che può onestamente dire che la lotta armata era da fare, che ne sia valsa la pena? (E non confondiamo Movimento con partiti combattenti). Ho preso questa decisione perché se non smitizzavo il mostro, se non dicevo che sono appena umano, allora sarebbe stato meglio se mi avessero scaraventato subito giù dall’aereo di Stato.
Volete avere un’idea certa su ciò da cui dovevo liberarmi? Ebbene, chiedete pure agli amici di strada, parenti, conoscenti qualunque, colleghi, chiedete loro cosa pensano di Cesare Battisti e avrete la risposta su cosa era che mi toglieva il respiro. Ho confessato senza chiedere una riduzione di pena, è stata anzi la premessa e proprio in questi giorni avete assistito alla conferma dell’ergastolo da parte della Corte d’Assise di Milano, la quale ha grossolanamente legalizzato un sequestro di persona in Bolivia. Ergastolo, tra l’altro, unico al processo PAC!
La domanda da porre sarebbe più concretamente questa: valeva la pena? Sì, indubbiamente (a parte le omissioni che ho lasciato passare al momento della firma, lamento la stanchezza), perché, nonostante il massacro, ho ancora voglia di avere un cervello tutto mio, una sedia e un tavolo per scrivere a voi, alla famiglia e a tutti quelli che ancora vogliono leggere.
Ho scritto d’un sol getto, non farò correzioni e, se incoraggiato, posso raccontare in seguito i retroscena di Ciampino, immagino che i media ci abbiano vomitato su.
Un abbraccio a chi lo vuole.
[*] La lettera è stata pubblicata da Carmilla On Line. Viene qui riprodotta integralmente.  I commenti, ovviamente, si riferiscono ai lettori del sito in questione. Da parte mia, un abbraccio a Cesare Battisti; è l'unico commento che faccio.

mercoledì 4 settembre 2019

Nomina omina!



Speranza alla salute
Costa all'ambiente
Pisano all'innovazione
Boccia agli affari regionali
Provenzano al sud