lunedì 2 marzo 2015

Il Diavolo esiste (e ci ha pure il Palazzo)



Un tempo, tutta la zona era in mano al Diavolo e al suo palazzo. Quando, nei primi anni '50, un sant'uomo di sìnnacu decise di costruirvi un quartiere popolare, -quello che sarebbe diventato l'Isolotto- i bandi di edificazione recitavano qualcosa come: Lotti di edilizia popolare aree Torcicoda e Palazzo dei Diavoli. Nel Palazzo dei Diavoli, naturalmente, si torcevano code a tutt'andare; e ancor oggi che l'Isolotto ha celebrato i suoi sessant'anni di vita, quelle antiche vie sono rimaste, col loro nome.

Quando, a notte oramai già consolidata, scendo da una delle ultime corse della Tranvìa per tornare a casa, Cristo non si ferma a Eboli; si ferma in piazza Batoni. Da lì non c'è più niente; l'ultima corsa del 9 è alle 22.05, e il viandante che giunga là a tarda ora, diretto verso le remote plaghe dell'Argingrosso, deve farsela a piedi, un passo dopo l'altro e con qualsiasi tempo. Piova o faccia caldo, nevichi o tiri vento, da piazza Batoni si entra nel regno di Satana; tant'è vero che il suo Palazzo, quello che dà il nome alla via e lo diede, olim, a tutta la zona, è subito là, proprio all'angolo con la piazza che quasi si riposa, in silenzio, dopo ogni sua giornata che la vede tra le più intasate, incasinate e puzzolenti di tutta la città.


Così m'è capitato, poche sere fa, oltre la mezzanotte. In una di quelle nottate di fine inverno, piene d'un vento un po' allegro e un po' carogna che dice, senz'ombra di essere contraddetto, che la primavera sta per arrivare, e d'una luna incorniciata da poche nuvole, le uniche nel cielo terso, a farle da squisite e perfette ancelle. In una notte del genere, anche se la strada viene allungata, è giocoforza incamminarsi per via del Palazzo dei Diavoli, penetrando in un solitario inferno di periferia, nei suoi rumori segreti e nel territorio dei liberi gatti. Con l'animo da scopritore, poiché non s'ha mai da entrare nel Regnum Tenebrarum senza cercavi qualche segno della fattiva, palpabile presenza del Maligno -oltre a quella che Egli manifesta nel Vento e nella Luna, ça va de soi.

M'incammino dunque, con l'eterno zaino in ispalla, tra il consueto odore del pane appena sfornato e quello, non definibile, della notte; ché ogni cosa non ha soltanto il suo aspetto e il suo suono, ha anche il suo profumo. Anche i miei passi odorano di qualcosa; passa il primo dei tanti gatti che si avvicendano quasi a farmi da scorta. Per una volta, decido di non accontentarmi di fare l'esploratore; tiro fuori la fotocamera, e m'improvviso reporter da un mondo che ognuno di noi avrebbe sotto casa, ma che si rifiuta di conoscere preferendo luoghi fintamente lontanissimi. 

Cogliere i segni di Satanasso, però, non è propriamente semplice. Occorre avere ciò che chiamo la Sindrome di Marcovaldo, dal famoso personaggio dei racconti di uno scrittore mezzo cubano e mezzo ligure. Bisogna saper porre attenzione ad ogni minimo particolare, a ogni foglia secca che incede a cavallo del vento, a ogni sassolino, a ogni granello di realtà della quale, in quel preciso momento, si è parte. Nell'epoca della Sovrana Disattenzione, qual è questa, si tratta di un esercizio che costa sempre più fatica e che si avverte inviso, sconsigliato, scoraggiato. Ma dà i suoi frutti, solo apparentemente insignificanti. Non tardano ad essere colti.


Cammina cammina, lentamente e senza preoccupazione alcuna d'arrivare rapidamente a casa, ci s'imbatte nel numero ottantotto di via del Palazzo dei Diavoli. Regolarmente segnato col suo numero civico, ma d'una natura che rivela l'appartenenza di quel mondo a una diversa configurazione. Come si noterà dalla foto, infatti, il numero civico è stato apposto sì, ma alla rovescia; e non dev'essere cosa di ieri, dato che la piastrella è di assai vetusto stile ed aspetto.

Il numero otto, come si sa, è identico al segno dell'infinito; siamo quindi in presenza di un messaggio inequivocabile, vale a dire quello di un infinito arrovesciato. O del mondo alla rovescia, se si vuole; e riecheggiano, prepotenti, i versi di una remota filastrocca.

Aller wunder sî geswigen,
das erde himel hât überstîgen,
daz sult îr vür ein wunder wîgen.
Erd ob und himel unter,
daz sult îr hân besunder,
vür aller wunder ein wunder.

Il sovvertimento dell'infinito; si provi a pensarci ogni qual volta si esca di casa, in perfetta solitudine. Un altro gatto sfila accanto, concentrato su chissà quale particella soltanto a lui nota; si aspetta il refolo di vento, ed eccolo che arriva mentre, da una finestra, si accende e si spegne una luce in un istante. Non c'è nessuna paura, nessuna inquietudine; si arriva, anzi, a pensare che l'unico, vero senso di pace lo si abbia in una quotidiana e vicinissima realtà, e soprattutto nella percezione esatta della sua diversità, della sua eccezionalità. Il mondo alla rovescia è qua fuori, basta saperlo cogliere senza sobbarcarsi inutili e vuoti viaggi. I viaggi non danno nessuna conoscenza e, casomai, è vero il contrario. E' la conoscenza che dà il viaggio.


Ma le vecchie case suburbane di via del Palazzo dei Diavoli riservano altri segni della presenza del suo Abitatore. Vi ha operato più d'una sovversione numerica, e l'alterazione dei numeri è indice di una piacevolmente diabolica assenza del continuum. Adoro gli accidenti nelle sequenze, nel predeterminato, nell'ordine consueto e costituito; quella che vedete sopra ne è la sua dimostrazione raccolta a poco più di un chilometro da casa mia.


Seguendo infatti la normale sequenza di due portoni appartenenti allo stesso blocco d'antichi immobili, lato dispari, al numero 203A dovrebbe seguire il numero 203B, o il numero 205; invece, guardate il numero recato dal portone esattamente accanto:


Che cosa dunque può essere se non un altro segno del Diavolo, nella via del suo Palazzo, questa incongruente e misteriosa sequenza la quale fa sì che al numero 203A segua il numero 181? Siamo quasi alla fine della strada, che termina al numero 207; al limite del Territorio che sto attraversando, dell'Inferno in una ventosa e luminosa notte al termine dell'inverno che si è trasformata in un Voyage au bout de la nuit. Mi viene a mente che, in questa città, non è l'unico caso del genere. Ad esempio, via Domenico Maria Manni, nel quartiere di Coverciano, inizia dal lato dispari con il numero 29. I numeri dall'1 al 27 non esistono. Al Salviatino, una recondita e elegante viuzza dal nome di via Pietro Betti parte col numero 8, seguito dal 95A e da una schiera di terratetto che vanno dal numero 91 al numero 53, interrompendosi all'improvviso per dar luogo ad una diversa via, dedicata al naturalista Paolo Mantegazza (quello dell'Heracleum Mantegazzianum, o Pànace di Mantegazza, una bellissima pianta dotata di un singolare veleno che si attiva soltanto se c'è il sole). Via Bolognese, sempre lato dispari, parte regolarmente col numero 1, seguito però immediatamente dal numero 5; il numero 3 non c'è. Mi sono sempre immaginato d'essere convocato, un giorno, in via Bolognese al numero 3; sarei stato certo d'andare incontro ad un bizzarro ed affascinante destino. Una Shunned House lovecraftiana senza nessun bisogno di andare fino a Providence.

Ma è tempo di rientrare nel Territorio normale. Al termine di via del Palazzo dei Diavoli, tale rientro non può essere segnato che da un simbolo antagonista, un tabernacolone ammadonnato piantato là, in mezzo a un incrocio, su di una via che ne è l'esatto proseguimento ma che ha un diverso nome, quello d'un pittore. Una via che percorro alla ricerca del giardinetto delle rose, un piccolo pergolato che, nella sua stagione, è un delirio di fioriture, di profumi, di bellezze. Da lì, però, si entra, con una breve deviazione attraverso quella che dev'essere la più breve via di questa città, di nuovo in Territorio Satanico. Via dei Sabatelli, un'altra strada antichissima e di vetuste case; quella da dove si può mettersi in comunicazione diretta col Maligno sfruttando la Teleselezione. Proprio così; all'ingresso di una casa identica a quelle di via del Palazzo dei Diavoli, troneggia infatti, indisturbato, un cartello rotondo che era comune parecchi decenni fa, quello con la sagoma di un telefono nero a disco combinatorio su sfondo giallo. Quando, con la creazione della SIP e dei prefissi automatici per le chiamate interurbane, si poté fare a meno di passare dal centralino; quando nacquero gli 055, gli 02, gli 06, gli 081; e quando si scendeva per andare al posto telefonico pubblico. Una diversa funzione sembra aver mantenuto quel cartello, in quella via di antiche case e di giardini.

Aspiro profondamente. Il tempo è stato sospeso. Mi accorgo d'aver camminato per più di un'ora, sono oltre le una; di non avere accettato il normale scorrimento. Vanno e vengono le nuvole, e mi si para davanti un'altro gatto, reclamando una carezza a suon di miao; poi se ne va. L'alternanza dei territori vuole che mi ritrovi in una via dedicata a Pio Fedi, scultore, ché nome più divertentemente cristiano non pòle esistere.  Mi sento di una leggerezza che non esito a definire soprannaturale; e decido, prima o poi, di scrivere questa cosa facendo estrema attenzione a che i suoi eventuali lettori non capiscano mai appieno se li stia coinvolgendo in una Bildungsreise di banlieue in compagnia del Signore dell'Ade, o se stia ammannendo loro una gigantesca presa per i fondelli. La risposta, come sempre, è 42. 

"E da dominatrice, nel silenzio acuto entrò la luce."

martedì 24 febbraio 2015

Ventiquattro febbraio (1525)


Lecce, Piazzetta Raimondello Orsini: Monumento a Fanfulla da Lodi.
Oggi, ventiquattro febbraio, cade un anniversario di somma importanza: secondo le tesi più accreditate, infatti, è il giorno in cui cadde in battaglia, nel 1525 a Pavia, un signore di cui non si sa esattamente il vero nome. C'è chi dice si chiamasse Bartolomeo Tito Alon, e chi Bartolomeo Giovenale; conta però l'appellativo con cui è universalmente conosciuto: Fanfulla da Lodi. Era nato, sempre secondo accreditatèrrime tesi, il 1° settembre 1477 a Basiasco, un piccolo centro del lodigiano; insomma, proprio di Lodi Lodi non era, ma "Fanfulla da Lodi" funziona meglio di "Fanfulla da Basiasco".

Chi non conosce l'eroe della Disfida di Barletta? Di lui ebbe a dire Pietro Novati, in una monografia edita nel 1982 a Lodi (un posto a caso): "Non v’è battaglia importante combattuta a cavallo del Cinquecento a cui Fanfulla non abbia partecipato, prima come semplice soldato di ventura e poi come Capitano di Bandiera (Alfiere) colla sua Lanza di cinquanta uomini d’armi direttamente sottoposti ai suoi comandi e al suo soldo". Gli sono state intitolate squadre di calcio e associazioni di ginnastica e di scherma; gli amaretti tipici di Lodi si chiamano "fanfullini". Ha ispirato un paio di film: uno del 1940, diretto da Giulio C. Antimoro e interpretato da Ennio Cerlesi (ma vi compariva anche Osvaldo Valenti, poi fucilato come spia fascista assieme all'amante Luisa Ferida), e uno del 1976, Il soldato di ventura, di Pasquale Festa Campanile (dove è interpretato da Gino Pernice). E' stato disegnato da Hugo Pratt, mica robetta; immaginare un incontro nel tempo tra Corto Maltese e Fanfulla da Lodi sarebbe alquanto suggestivo. Dal 1893, il giornale della comunità italiana a San Paolo del Brasile si chiama Fanfulla - O jornal dos italianos no Brasil. E poi, naturalmente, c'è la canzoncina goliardica.

Non se ne conosce esattamente l'autore, anche se pare di provenienza ottocentesca (dopo la pubblicazione della Disfida di Barletta di Massimo D'Azeglio, esempio più che tipico della creazione di "miti nazionali" nell'Italia postunitaria). Si può dire tutto quel che si vuole della "goliardia" e delle sue canzonacce; ma questa è forse l'unica ad essere divenuta una vera e propria canzone popolare. A ripensarci bene, visto che pochi giorni fa (il 18 febbraio) è caduto un altro anniversario, vale a dire quello della nascita di Fabrizio De André, bisognerebbe pur dire che la sua Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, scritta assieme a Paolo Villaggio, deve moltissimo al Fanfulla e al canto goliardico in genere; chissà se, a suo tempo, se ne sarà parlato nella famosa mailing list Fabrizio. Ne approfitto per dire che fu un genere ben praticato anche da maître Georges Brassens, e se non conoscete quel capolavoro di Mélanie, questa è un'occasione irripetibile.

Insomma, questo meraviglioso ventiquattro di febbraio, che segnò anche la nascita del geografo e viaggiatore arabo Ibn Battuta (1304) e la morte di Sandro Pertini (1990) -oggi faccio funzionare Wikipedia a pieno ritmo, un vero e proprio wikipedofilo...- è un'occasione irripetibile anche per ripassare il Fanfulla da Lodi, condottiero di gran rinomanza; col suo mitico vaffancùl, vaffancùl, vaffanculo, oggi più che mai attuale, immarcescibile, immortale. Un grido che torna a inondare l'etere da questo giorno di capitale importanza.




Il barone Fanfulla da Lodi
condottiero di gran rinomanza
 fu condotto una sera in stanza  
da una donna dai facili amor.
Gran Cavalier, Gran condottier  
cessa di far la guerra, la guerra, la guerra  
Gran Cavalier, Gran condottier
cessa di far la guerra e vieni a goder!
Era nuova ai certami d'amore  
di Fanfulla la casta alabarda  
ma alla vista di tanta bernarda
prese il brando e si mise a pugnar
E cavalca, cavalca, cavalca
alla fine Fanfulla si accascia
lo risveglia la turpe bagascia
"Cento scudi mi devi donar"
Vaffancul, vaffancul, vaffanculo
le risponde Fanfulla incazzato
venti scudi oramai già ti ho dato
gli altri 80 li prendi nel cul
Gran Cavalier, Gran condottier  
cessa di far la guerra, la guerra, la guerra
Gran Cavalier, Gran condottier  
cessa di far la guerra e vieni a goder!
Passa un giorno, due giorni, tre giorni
e a Fanfulla gli prude l'uccello
cos'è mai questo male novello
che natura ci volle donar?
Fu chiamato un dottore di grido
che gli disse "mio caro Fanfulla
qui bisogna amputare una palla
se di scolo non vuoi tu morir"
Di Fanfulla l'uccello reciso
fu deposto in un'orrida bara
mille vergin facevano a gara
per cantargli codesta canzon:
«Facesti il fol, facesti il fol
chiavasti senza guanto, il guanto, il guanto
facesti il fol, facesti il fol,
chiavasti senza guanto e beccasti lo scol!»
La morale di questa novella
ci riporta alla legge del Menga:
chi l'ha preso nel cul se lo tenga
ed impari ad usare il goldon!
Però oltre alla legge del Menga
ci sta pure la legge del Volga:
chi l'ha preso nel cul se lo tolga
e lo metta nel cul del vicin!

lunedì 23 febbraio 2015

I Nostri Ragazzi (e le loro ragazze)



Dunque, era una notte buja e tempestosa. Una volta, forse, sarei partito raccontando come mai mi trovavo su un dato treno, una data sera e a una data ora; il cosiddetto “cappello”, come mi aveva insegnato la maestra in seconda elementare, al tempo dei primi pensierini (i temi si cominciavano a fare solo dalla terza, almeno a scuola mia che, per un capriccio del destino, si chiamava “Diaz”. Quando dico che sono andato alla scuola Diaz, la gente si mette le mani sulle parti basse e mi chiede se sono scampato o se mi hanno portato a Bolzaneto; ma la mia stava a Ponte a Mensola, all'angolo tra via D'Annunzio e via della Madonna delle Grazie, amen).

In pratica, come vedete, il cappello l'ho già fatto; dure a morire le vecchissime abitudini. Ora, quindi può cominciare il tema (facciamo conto, beh, che sono già in terza); il titolo lo sapete già. I nostri ragazzi (e le loro ragazze). Era una notte buja e tempestosa, e mi trovavo -come avrete già intuito- su un treno delle Ferrovie dello Stato, un Intercity seguito da un numero partito dalla lontana città di Chissadove e diretto nell'altrettanto lontana città di Chissaquale. Salito a una fermata decisamente intermedia per scendere a quella dopo, un'altra grande città che, oramai da tempo, funge da capolinea delle bombe di stato per i treni che percorrono quella tratta segnata da lunghe gallerie, e parecchie. Lo stato italiano? C'entra, per forza. 1974, 1980, 1984; ma, quella sera, lo stato italiano era impersonato, per mia fortuna, non dai servizi segreti deviati o dai suoi fascisti di ordinanza, con valigette e timer; aveva, invece, il volto rassicurante di un prestante militare di una quarantina d'anni, coi capelli biondastri rasati quasi a zero, che mi sedeva davanti impegnato in interminabili telefonate dal suo vociòfono di ultimissima generazione, quello che ti prepara una pasta alla carbonara istantanea, ti mette in comunicazione con tutti i tuoi amici e ci ha pure 'uazzàpp (Mario Merola se ne sarebbe entusiasmato e avrebbe fatto 'O uazzappatòre, gli amici taggati so' piezz' 'e core).

Parentesi: pur essendo un Intercity, uno dei rari rimasti, mi era toccata, senza che lo sapessi al momento di fare il biglietto, una carrozza in stile “freccia”; insomma, una di quelle maledette coi posti da quattro (due di fronte agli altri due) e i tavolinetti allungabili. Per uno come me è una disgrazia: non ci entro nemmeno a pigiarmici, in quei vagoni per nani. Rimpiango gli accelerati del 1974, che perlomeno non venivano sottoposti alla pubblica esplosione. Rimpiango persino il “rapido” che presi nell' '87 da Reggio Calabria a Bari, quindici ore di esperienza mistica sulla costa jonica senza aria condizionata i primi d'agosto. In più, mi era toccato un posto in direzione contraria al senso di marcia del treno, cosa che detesto; ma poiché l'età porta saggezza, mi sono sistemato alla bell'e meglio con mosse degne della contorsionista spagnola di Amici Miei, con accanto un ragazzo in viaggio verso il Pianeta delle Cuffie. Di fronte a me, invece, il militare al telefono. In realtà, non era vestito da militare; potevano però sussitere pochi dubbi, dato il borsone che recava seco, completamente pavesato di tricolori, italie, aquile, reparti, scuole di karatè, eserciti e quant'altro. Con voce modulata, calda e virile parlava, parlava, parlava.

Non sono abituato a seguire le altrui conversazioni; anche perché, generalmente, di quel che si dicono i cristiani fra di loro non mi importa assolutamente nulla. Però, trovandosi davanti un autentico Nostro Ragazzo che parla a otto centimetri di distanza, c'è poco da fare. Con mossa inaspettata, ho tirato fuori il libro coi miei esercizietti di ebraico, e mi sono messo a tracciare segni strani nelle righe predisposte; nel frattempo, davanti a me si stava svolgendo una di quelle piccole vicende nelle quali, ogni tanto, ci si imbatte. Specialmente quando uno dei protagonisti decide di spiattellare tutto ad un intero vagone ferroviario, pieno zipillo. Ho trovato tale vicenda talmente edificante da volerci spendere qualche parola, ché tanto non ho da copiaincollare su un blog ponderosi saggi di studiosi tedeschi e posso anche permettermi qualche digressione.

Il Nostro Ragazzo era di ritorno da una qualche missione durante la quale “si era rotolato due settimane nel fango”; lo stava dicendo a una signora, o signorina, che evidentemente si trovava all'altro capo del telefono nella città di Chissaquale. Che fra i due intercorresse una tenera relazione, resa totalmente pubblica in quell'ambientazione, lo si evinceva dalla fraseologia tipica (“amore”, “tesoro”); chiameremo questa fanciulla Miss X. La conversazione era incentrata sul fatto che Miss X era, palesemente, piuttosto incazzata perché il Nostro Ragazzo era stanco morto per aver compiuto il suo Dovere (rotolarsi nel fango, appunto) e non intendeva assolutamente andare a fare una gita a Nonsondostà, grande città di mare che il Nostro diceva di non sopportare. Miss X insisteva; lui si spazientiva; lei gli attaccava sul muso. Con misurata pazienza lui ricomponeva il numero, la richiamava, e continuava a spiegare pacatamente le sue ragioni, specificando che per il week-end era disposto a coprire interamente le spese perché tanto che vuoi che siano per lui, che guadagnava duecento euro al giorno (“che vuoi chemmefreghi, pago tutto io basta che stiamo a farci una bella passeggiata in città, cenannàmo in un bel locale”, eccetera). Confesso che quei duecento euro al giorno (che farebbero, ad un rapido calcolo, oltre seimila euro al mese), mi hanno fatto sbagliare una facile frasetta in ebraico e dimenticare il doppio articolo determinativo (in ebraico, per dire “la grande fetta di torta” bisogna obbligatoriamente dire “la fetta di torta la grande”, haugà hagdolà). Ad un certo punto, al Nostro Ragazzo cade la linea; il telefono risquilla, e lo vedo cambiare tono. All'altro capo del telefono, presumibilmente nella non vicina città di Qualesarammày, c'è un'altra persona, che chiameremo per comodità Miss Z anche se non si tratta affatto di una miss: è anzi, una donna sposata e, dal tono della conversazione si evince facilmente che il di lei matrimonio è stato contratto a suo tempo proprio col Nostro Ragazzo che mi sta davanti, impegnatissimo a gestire la situazione con fare deciso e fermo.

Detto tono, appunto, assume una allure affranta e stanchissima: purtroppo, il Dovere gli ha imposto un prolungamento della missione, altri rotolamenti nel fango, uomini da addestrare alle düre battaglie (e magari, chissà, pure alle missioni di pace), manovre rischiossissime e quant'altro, e quindi si sta recando nella città di Vattelappèsqua (più o meno agli antipodi dell'effettiva destinazione, vale a dire dove abita Miss X) e non può rientrare a casa per ordini superiori. Probabilmente assai delusa dalle mancate promesse di outlet domenicali e quant'altro, Miss Z, vale a dire la moglie del Nostro Ragazzo, strappa impegni futuri, si sente dire la classica frase (“tesoro, lo sapevi quando hai sposato un militare...”), profferisce l'altrettanto classica accusa di non stare mai con la famiglia e, colpo di scena, gli passa il figlio.

Comincia qui la terza versione del Nostro Ragazzo: quella di Papà Amorevole. Si fa raccontare per filo e per segno quel che il bambino, o ragazzo, ha fatto a squola, si interessa sinceramente, dice “ci si vede prestissimo”, racconta al pargolo di un'altra generosa porzione di fanghiglia e, nel frattempo, fa eloquenti sguardi dal significato chiarissimo (“Tepossinocecàtte, attacca che quellaltra me mena e nummeladappiù...”). A questo punto, anche il ragazzo che mi siede accanto torna per un momento dal suo viaggio sul Pianeta delle Cuffie, se ne toglie una, ascolta e mi lancia un impercettibile risolino; nel blocco di sedili accanto, una giovane mamma cerca disperatamente di sedare una frugoletta di tre o quattr'anni, perché anch'ella si è appassionata alla sápuópera (versione islandese della soap opera). Finalmente, e con gran sospirone di sollievo, Miss Z (la moje) si convince e attacca ripensando che una missione durante il week-end vale magari trecento euro al giorno, e che all'outlet ci andrà da sola o con un'amica. Risquilla il telefono.

Avete presente le chiamate di Zio Paperone imbufalito a Paperino, quelle in cui il filo del telefono assume la forma di un boia con la scure o roba del genere? Beh, di fili non ce ne sono ovviamente più, in quest'epoca ipertecnològica; però si sente una voce femminile che non promette nulla di buono. Il Nostro Ragazzo fa parecchia fatica a calmarla, dovendo perdipiù non berciare; Miss X lo accusa di non rispondere più, lui tira in ballo le gallerie, e ricomincia la storia della gita nella città di mare della quale lui proprio non vuol sapere nulla. Il risultato, dopo una trattativa serrata, è il seguente: lei andrà a fare la gita da sola (o con un'amica), ma tornerà in tempo per passare la serata del sabato assieme e l'intera domenica a (___ guardare “Domenica In”; ____ vedere l'interessante match di football Sanbordolese-Briacòpoli; ____ faire l'amour tutta la giornata; barrare con una X la propria scelta). Il sàbato sarà invece da lui impegnato, nell'appartamentino preso in affitto en cachette, a farsi una bella dormita ché gli è tanto stanco e infangato, e poi un giro da solo in bicicletta -mens sana in corpore sano) in attesa de la tarde y de la noche. Tutto sembra finalmente acquietarsi; la trattativa ha avuto successo, e siamo già quasi arrivati in quella data città. Il Nostro Ragazzo assume un'espressione spossata ma soddisfatta e si prepara per scendere. A pensarci bene, devo scendere pure io, anche se solo per pigliare una coincidenza con un Regionale; ripongo gli esercizietti di ebraico, in un'ora e venti mi sarà riuscito di fare sì e no quattro frasette e coi balzi del treno ho fatto delle aleph che sembrano ghimel, e delle ghimel che sembrano teth, accidenti al corsivo rabbinico. La storia, in pratica, finisce qui; salvo qualche pacata (e classica) considerazione finale.

Una volta sceso, e costretto a aspettare un'ora al binario 4 per pigliare la famosa coincidenza col Regionale delle 20,28, mi sono seduto, intabarrato poiché in quella città ci fan certi gennaj (anche se il tutto si svolge in febbrajo), e messo a meditare. In particolare, mi son come rivisto quelle famose dirette di Rai Nius Ventiquattro o roba del genere, quando ritorna la bara tricolorata del Nostro Ragazzo saltato in aria durante la missione di pace in Assurdistan accolta dal Presidente in gramaglie e dalla giovane moglie del caduto, regolarmente incinta e con in braccio il bambino col basco rosso in testa, da posare sulla cassa dell'eroico papammòrto. Il quale ha, in quel dato caso, cessato di guadagnare anche ben più di duecento euro al giorno a spese mie, tue, nostre, vostre eccetera (in ebraico, sappiatelo, tutti questi aggettivi possessivi sarebbero espressi mediante appositi suffissi). Mi son visto il Nostro Ragazzo, che dopo aver düramente addestrato i Suoi Ragazzi a invadere, che so io, la Libia, se ne torna in treno (dopo aver fatto visita alla mamma, me ne ero scordato!) al caldo abbraccio della ganza ventiduenne che vuole fare le gite, mica della famigliuola, sparando una serie di balle telefoniche da record mondiale. Può essere anche che siano pensieracci meschini, non lo nego; pensieracci di uno che sta andando, in treno, in una data altra città dove si manifesta per una valle che, a quanto pare, di Nostri Ragazzi è strapiena, militarizzata più dell'Assurdistan, dove nei boschi si cammina su tappeti di CS sparati, dove si finisce al bagno penale per un compressore. Non resta allora, mentre il tabellone annuncia un ritardo di quindici minuti di un treno a bassissima velocità, che immaginarsi un bel Nostro Ragazzo rinchiuso in una bara tricolore mentre Miss X e Miss Z (sempre la moje) se le danno di santa ragione davanti alle autorità. E, nel pensarlo, ho assunto un ghigno che proprio satanico non era, ma gli si avvicinava parecchio; era, del resto, una notte buja e tempestosa.

lunedì 16 febbraio 2015

Sandrino della Solvay


Rosignano (Livorno). Lo stabilimento Solvay visto dalle "Spiagge Bianche".
Qualche tempo fa, in una pagina di un sito che frequento, si ebbe un'interessante discussione sull'opportunità o meno di sparare ai padroni. C'è da dire che, in quel caso, si trattava di una cosa squisitamente teorica; non risulta infatti che l'autore della canzone in questione, Paolo Pietrangeli, abbia mai sparato a un padrone, nemmeno a quello d'un cane; in compenso i padroni hanno continuato imperterriti a ammazzare la classe operaja, con il gentilissimo aiuto, va detto, della classe operaja medesima. E così arriviamo ai giorni nostri, a' fulgidi tempi di Marchionne e Renzi, giorni di Amaro 18, giorni di accordi, di pomigliani, di camusse, di bonanni in anni pessimi, di mobilità, di tutto quel che si vuole e anche oltre.

La canzone che segue, scritta con ottima probabilità da Pino Masi (il “Deposito Canti di Lotta” gliela attribuisce tout court, ma per una canzone di quel periodo io preferisco rifarmi al collettivo del Canzoniere Pisano), ha tutta l'aria di rifarsi a un fatto vero, per nulla teorico, con tanto di nome, cognome e mansione e altamente edificante. Vado a riassumerlo brevemente.

Negli anni '50, alla Solvay di Rosignano (cittadina che si chiama ufficialmente Rosignano Solvay), in provincia di Livorno, lavora un operaio, tale Sandrino, che si distingue per il suo alto idealismo e per la decisione nella lotta in fabbrica: vuole cambiare il mondo e sa bene chi è il suo nemico di classe: il padrone. Tant'è vero che, in reparto, mette un cartello corredato da una corda da impiccato, a simboleggiare chiaramente la fine che deve fare il padrone in questione. Anni dopo, sempre alla Solvay di Rosignano, imperversa il sig. perito Fornai, capofabbrica che vessa gli operai distribuendo multe e penalità per ogni lieve mancanza. Ad un certo punto, però, le multe diminuiscono all'improvviso; gli è che qualcuno ha scoperto che il perito Fornai e il vecchio Sandrino, l'operaio che voleva impiccare il padrone, sono la stessa, precisa, identica persona. Stabilito certamente un gentile colloquio col signor perito, del quale è facile immaginare la perfetta vrbanità de' modi ed il linguaggio forbito, gli operai della Solvay comunicano ufficialmente al suddetto loro ex collega passato dall'altra parte che la corda è sempre lì (ce la aveva messa lui) e che essa verrà sì, in un primo momento, adoperata per il padrone; ma che, in un secondo momento, passerà al di lui collo. Così le multe scemano e la storia sembra finire.

La canzoncina è del 1969 e, nonostante i 45 anni che ha sul groppone e che non sia mai entrata nella hit parade (non si trova manco sul Tubo, dove ora c'è tutto), continua a dirci alcune cose interessanti. La prima, senz'altro, è che bisogna stare parecchio attenti ai super-radicali, ai troppo solforosi, agli esplosivi e ai dispensatori d'impiccagioni varie; perlomeno a certuni d'essi, in quanto non troppo raramente, fatti due conti, sono i primi a gettarsi nel caldo abbraccio del padronato. Cosa che, oggi, assume un valore generale, visto che nelle braccia -ad esempio- di un Marchionne si è gettata un'intera classe di Sandrini. La seconda è che la classe operaja ha avuto, in generale, la tendenza ad essere nemica di se stessa, e che questa è una cosa perfettamente logica nel sistema capitalista. E' andata a finire, sicuramente, che quella corda da impiccato è marcita assieme a tutto il resto, ed è un marciume che oggi puzza particolarmente forte; nel contempo, pur marcescente, quella corda la classe operaia se l'è messa al collo da sola, dissolvendosi come classe dotata di coscienza e rimanendo tale solo come forza-lavoro "concertante" con il padrone, rinunciando allo scontro sociale e alla contrapposizione dura.

Sarà quindi utile andare a vedere come si ragionava nelle fabbriche 45 anni fa, non foss'altro che per stabilire un paragone. Un Sandrino Fornai, ora come ora, sarebbe una figura non solo accettata, ma capita e giustificata. Non risultano essere avvenute impiccagioni alla Solvay, né di padroni e né di ex operai; però, quando te lo diceva una fabbrica intera, a te, ci pensavi due volte; e, magari, ci pensava due o tre volte anche il sor padrone. “Se io sto con chi lavora io non sto con il padrone”, diceva un altro di quel periodo, Ivan Della Mea, ma dicendolo già molti anni dopo, alle porte del 2000, in una canzone che si chiama “Rosso un fiore”; si vede che nel 1969 era un concetto generalizzato, mentre ora non lo è più. Si fa a gara, anzi, a chi sta di più col padrone; operai compresi.

La Solvay di Rosignano continua, naturalmente, a avvelenare l'avvelenabile; si prendano ad esempio le famose “Spiagge Bianche”, che d'estate attirano così tanti turisti visto che sembrano tropicali nonostante lo stabilimento alle spalle. Beh, sono bianche perché sono formate dagli scarichi della Solvay, al 90% di calcare cotto e per il resto di cloruro di calcio. Si entra in mare e se ne esce pulitissimi, visto che praticamente si fa il bagno nella soda. Secondo l'UNEP, si tratta di uno dei 15 tratti di costa più inquinati del Mediterraneo; a questo si aggiungano le circa 500 tonnellate di mercurio sversate in mare dalla Solvay nel corso degli anni. Buona lettura, visto che purtroppo non posso proporre l'ascolto diretto della canzone. E se, per caso, a qualcuno pungesse vaghezza di farsi tanti sinceri & democratici scrvpoli sulla violenza e nonviolenza, gli consiglio prima d'andarsi a fare un bel bagno a Rosignano, o nel Mar Piccolo a Taranto, o dove gli pare; poi se ne riparlerà. 

Rosignano Solvay: Le Spiagge Bianche. Più bianche non si può.

Anche nei giorni degli anni '50
le nostre vite erano tali e quali:
nella casa gente stanca,
nella fabbrica come animali.

C'era però chi voleva lottare
e chi voleva cambiare il mondo;
e fra i compagni era un certo Sandrino
il più aggressivo della Solvay.

Aveva in reparto messo un cartello
ed una corda da impiccato;
e c'era scritto: così finiranno
i traditori del proletariato.

Ai giorni nostri il perito Fornai
che è capofabbrica ai clorometani
fa un sacco di multe a noi operai,
per ogni cazzata si resta fregati.

E per multare tutto un turno
di motivi ne trova un milione:
bastan tre noccioli d'oliva
dimenticati sopra un bancone.

Ultimamente le multe sono
diventate meno frequenti;
gli avranno parlato di un certo Sandrino,
dei suoi proposito alquanto violenti.

Dimenticavo, corre la voce
dentro la fabbrica e in tutta la zona:
questo Sandrino e il perito Fornai
pare che siano la stessa persona.

Sandrino, la corda da impiccato
è ancora alla fabbrica della Solvay,
noi la useremo in un giorno di festa,
prima il padrone e poi tocca a te!

giovedì 12 febbraio 2015

La famiglia (canzone anonima)

E' vero: ho sperato a lungo di trovare una canzone del genere. Quando, finalmente, la trovo, mi trovo pure davanti ad un testo di cui non si sa nulla. Ignoto l'autore, ignota la musica, ignota la provenienza, ignoto tutto. Canti di Lotta, unico che la riporta, è un sito del tutto “popolare” nell'accezione più vasta del termine: notizie spesso essenziali, grafica alla bell'e meglio, spesso testi scarni senza nient'altro (come in questo caso). Si tratta di un sito che esiste fin dal 1997, che merita il più grande rispetto; naturalmente, chi possedesse eventualmente maggiori notizie su questa canzone è pregato di farsi vivo. Per ora viene presentata così com'è.

Speravo di trovarla, e di trovarla con le cose che dice. Chiunque le abbia scritte. Da quel che dice, è quasi indubbio che provenga dagli anni '70 e, probabilmente, dal femminismo militante; opportuno quindi riproporla, e con attenzione, in quest'epoca dove la “famiglia” e l'orripilante familismo la fanno da padroni. Si tratta di un testo che riconduce invece a quel che effettivamente è la famiglia non solo borghese, ma anche quella proletaria: un luogo di violenza e di sopraffazione, specialmente nei confronti della donna. Nei “quadretti edificanti” proposti dalla canzone non si fanno sconti: la famiglia, di qualsiasi estrazione, è una galera con tutte le sue sbarre. Matrimonio religioso, matrimonio “civile”, matrimonio “operaio”: distinzioni non se ne fanno.

Il primo “quadretto” riguarda il classico matrimonio religioso; nella sua chiusa, in due versi, ci mette davanti quel che accade tutt'oggi: La famiglia è come un campo / molto spesso un camposanto. Il secondo “quadretto” riguarda invece il matrimonio “civile”: firme al posto del prete, ma sempre in un lager si va a finire. Il terzo “quadretto” è forse quello più sottile e veritiero: non importa essere né alienati e né aguzzini di natura, ma quando l'ometto si sente “capofamiglia” comincia come d'incanto a sentire “duro cuoio di stivale” e “viene fuori la violenza”.

E così la “famiglia” viene finalmente ricondotta a ciò che è, in quanto riconosciuto “pilastro”, fondamento della società. Un pilastro e un fondamento che, venendo per primo nella vita di un essere umano, ne anticipa tutto il susseguirsi: la minorità in primis, l'obbedienza, le imposizioni, le “regole” (“finché ti mantengo e stai in casa mia devi obbedire senza fiatare”). Una caserma, in pratica; logico che, in una canzone come questa, le similitudini col camposanto, col lager e col poligono di tiro siano ben presenti. Verranno la scuola e, soprattutto, il lavoro; c'è stata, fino a qualche tempo fa, anche la caserma obbligatoria che, dicono, è stata “abolita”. Ma non è esattamente così: la caserma è stata semplicemente trasferita nella vita comune. La si ritrova nel securitarismo, nelle paure, nella “legalità” opprimente, nelle telecamere, nel pensiero unico, nei “social networks”, in mille altre cose. Come in caserma, chi si ribella e chi non si sottomette deve essere eliminato, messo in un angolo, dimenticato.

E' assolutamente naturale che il familismo, assieme a tutte le forme di repressione condotte in nome della “salvaguardia dei minori” (i quali, peraltro, trovano una delle loro più frequenti cause di morte proprio in ambito familiare, si pensi ad esempio alle quotidiane stragi prodotte dai “capifamiglia”) e del “controllo parentale”, sia diventato una grancassa sulla quale battono tutti, al pari del “lavoro”. Destre, centri, sinistre, tutti fanno a gara per accattivarsi la “famiglia”, e senza neppure una distinzione di classe che, del resto, in questo ambito non c'è mai stata. La famiglia borghese e la famiglia operaia (per non parlare della famiglia contadina) presentano le medesime forme di oppressione, i medesimi meccanismi gerarchici, le medesime e quotidiane violenze, piccole e grandi. La guerra, ed è un aspetto da sottolineare, comincia in famiglia.

Comincia con le ingiustizie, comincia con le “alleanze”, comincia con gli scontri, comincia con le ingiustizie. Comincia con l'embrione del Führerprinzip (“Qui comando io e tu fai come ti dico”), con la blandizie, col bastone e con la carota. Comincia col culto del “sacrificio”, comincia con l'esaltazione della “verità” (a condizione che la verità coincida con quella di chi comanda), comincia con le convenzioni, con le idiozie trasformate in tragedie, comincia con la meritocrazia, comincia con la “protezione” contro il mondo che è tanto brutto e cattivo, pieno di orchi e pronto a schiacciarti. Quando, prima o poi, si viene fuori dalla “famiglia”, ci si accorge che il mondo è comunque brutto e cattivo, pieno di orchi e pronto a schiacciarti -sempre che i brutti i cattivi, gli orchi e gli schiacciatori tu non li abbia già sperimentati per venti o trent'anni in casa. Cosa terribilmente frequente. Cosa che non ha bisogno neppure di fatti clamorosi e sanguinosi, visti i danni spesso irreversibili che, ad esempio, sulla psiche e sul carattere degli adolescenti vengono inflitti dal carcere giornaliero che va sotto il nome di “famiglia”.

Pronti, magari in tempi di “crisi”, di “mancanza di futuro” e di “speranza”, a riprodurre imperterriti gli stessi meccanismi, con il pretesto della “riproduzione umana”. Nuove famiglie come approdo naturale, nuove galere, nuovi fili spinati. Anche per gli omosessuali, ora che la grancassa in salsa “progressista” batte così tanto sui “matrimoni gay” come forma di diritto civile. Nuove firme e nuovi contratti, quando invece il “matrimonio” dovrebbe semplicemente essere soppresso, quali che siano le scelte e le tendenze sessuali di ognuno di noi. Nuove catene spacciate come “conquiste”.

Gli anni '70, dai quali proviene quasi certamente questa canzone, furono anche quelli di “Contro la famiglia”, ai suoi tempi l'opuscolo più solforoso e sequestrato di tutto il movimento di quell'epoca. C'è stato un periodo in cui era assai più facile reperire le pubblicazioni delle Brigate Rosse che quell'opuscolo (poi ripubblicato nel 1995 da Stampa Alternativa). Troppo pericoloso. Metteva in circolo troppe cose da non dire. Eppure ha continuato a vagare, e continua a farlo, sotterraneamente, ai giorni nostri. Giorni in cui il “Libro Nero della Famiglia” riempie le cronache. Giorni in cui in nome della famiglia si commettono le cose più atroci e liberticide. Giorni in cui chiese, parlamenti, papi buoni e meno buoni, religioni di qualsiasi atroce “dio” tribunalizio e spietato, istituzioni e economie si servono della “famiglia” come sempre se ne sono servite: come di un'arma micidiale rivolta contro l'essere umano e come forma di ricatto generalizzato.

Una delle forme più elementari, per una donna e per qualsiasi essere umano, per evitare una buona dose di violenza sarebbe quella di non andare a ficcarcisi dentro giulivamente, evitando accuratamente di cadere nella trappola della famiglia. Vivere la propria vita e la propria sessualità in maniera totalmente libera. Lavorare con lentezza. Rifiutare il capitalismo, che è della stessa famiglia della famiglia. I figli? Farne se se ne ha proprio voglia, e con chi se ne ha voglia e desiderio. Abolire le “minori età”, le minorità, rifiutare di imporsi sotto il travestimento assassino dell' “educazione”.

Utopie? Naturalmente. Sogni? Altrettanto naturalmente. Eppure leggetevela bene questa canzone della quale non si sa nulla. Non è un caso, forse, che non se ne sappia nulla.

Quanti sposi ben vestiti s'inginocchiano all'altare,
chiesa piena di parenti cerimonia di due ore
sono in festa in una nicchia gli angeli con la Madonna,
l'uomo spera che sia vergine quella notte la sua donna
All'altezza del taschino mostra un bel rigonfiamento
non è il cuore, è 1a pistola: gli conviene stare pronto.

Matrìmonio relìgioso
com'è bello essere sposo
la famiglia è come un campo,
molto spesso un camposanto

Una coppia ín municipio, sindaco col tricolore
lui gli sta leggendo il codice, loro firmano l'amore
Lacrimucce della mamma, la veletta della zia
dopo il pranzo delle nozze sono pronti a andare via
Di già pensano alla casa, alle nuove proprietà,
i regali deí parenti e per sempre fedeltà

Matrimonio in municipio
com'è bello sul principio,
la famiglia è come un prato
però col filo spinato

Io non sono un alienato e neppure un aguzzino,
spero che mi vada bene, non è detto sia destino
però spesso sento dentro duro cuoio di stivale
e persino dentro il letto sono spinto a farti male
sfogo la vigliaccheria che mi lega al mio lavoro
e considerarti mia mi riconferma nel mio ruolo

Matrimonio oppure senza,
viene fuori la violenza.
Questa vita è come un prato
un poligono di Stato.

venerdì 6 febbraio 2015

Elba Susana


Nel 1969, in Argentina, ci furono le prove generali di quel che sarebbe accaduto qualche anno dopo. Un anno di scioperi e di rivolte sociali in parecchie zone del paese, tutte represse nel sangue dalle forze armate; nessuna differenza con la fine degli anni '70; l'Argentina del 1969 era sotto una dittatura militare, quella del generale Juan Carlos Onganía. Certo, meno conosciuta di quella di Videla, Massera e Galtieri, del Garage Olimpo, dei Desaparecidos e delle Matite Spezzate; e, soprattutto, pubblicamente combattuta in piazza. Il '69 argentino fu una continua rivolta contro la dittatura; sui muri delle città si vedevano scritte come quella dell'immagine, Soldato, non sparare ai tuoi fratelli. Dopo il '76 scritte del genere non si videro più. Non erano fratelli, i soldati; erano soltanto ciò che erano anche prima, assassini. 

Córdoba, maggio 1969.
Il mese di maggio del 1969 fu, in Argentina, una serie ininterrotta di massacri. A fronte di rivolte antigovernative con scontri violentissimi e barricate per le strade, poliziotti e soldati reagirono in modo che definire selvaggio è un eufemismo. Il 15 maggio, a Corrientes, la polizia fucilò letteralmente per la strada uno studente di 22 anni, Juan José Cabral; l'identica sorte toccata due giorni dopo, il 17 maggio a Rosario, ad un altro studente anch'egli di 22 anni, Adolfo Ramón Bello, durante una manifestazione di protesta proprio per l'assassinio di Cabral. Esecuzioni sommarie al muro, per la strada. Il 21 maggio, sempre a Rosario, toccò a uno studente di soli 15 anni, Luis Norberto Blanco. Colpito da una raffica, il ragazzo fu soccorso, agonizzante, dal medico Aníbal Reinaldo, che fu manganellato quasi a morte dai poliziotti. Nei giorni successivi, a Córdoba e Rosario, furono abbattuti per strada: Daniel Laoz, di 27 anni, travolto da un veicolo militare (come Giovanni Ardizzone e Giannino Zibecchi in Italia); la studentessa Nilda Vilma Martínez, di 21 anni, centrata da pochi metri da un lacrimogeno in pieno volto; Máximo Menna, di 25 anni, ucciso a fucilate; un giovane di 32 anni di cognome Castillo (il nome non è noto), pure fucilato. Oltre a questi, ci furono altri dieci morti e centinaia di feriti. 

Il generale Juan Carlos Onganía.
L' 8 giugno, il generale Juan Carlos Onganía fu deposto da altri tre generali. Le rivolte continuarono però in tutto il paese, estendendosi ad altre province e ai centri minori, e saldandosi con le rivendicazioni sociali degli strati proletari della popolazione. Il 1° luglio 1969, nella cittadina di Tafí Viejo, nella provincia di Tucumán, era stato organizzato uno sciopero di ferrovieri, con una manifestazione che fu immediatamente attaccata da un reparto della Polizia Ferroviaria argentina; praticamente, come se uno sciopero di ferrovieri italiani fosse assaltato dalla Polfer. Durante gli scontri, accadde uno di quei tipici effetti collaterali, con l'ancor più tipica pallottola vagante; naturalmente, le pallottole che fin da maggio avevano fatto decine di morti (regolarmente giovanissimi) non erano vaganti. Avevano una direzione ben precisa.

Elba Susana Del Valle Guerrero era una bambina di tre anni che stava giocando nel portico di casa sua, la quale si trovava disgraziatamente a breve distanza dagli scontri tra gli scioperanti e la polizia ferroviaria. Chissà, forse era stata pure attratta dal rumore; fatto sta che la piccola fu abbattuta da una pallottola in dotazione alla polizia, che la centrò in pieno ventre uscendole dalla spalla. Occorre qui lasciare la parola ad un poeta, che in quel momento si trovava in galera, a Ramallo. Si chiamava Castillo, come una delle vittime degli scontri di maggio; Leonardo Castillo. Scrisse un recitativo, o poesia in prosa, intitolato È morta Elba Susana. Diceva così:

"A Tafí Viejo è morta Elba Susana, dice il giornale di oggi, 2 luglio 1969.

È morta durante gli scontri tra gli scioperanti e la Polfer. Ieri, quando è arrivata la notizia del suo ferimento, aveva 3 anni. Suo padre ha detto che la polizia ha sparato su un gruppo di operai.

Secondo le notizie di ieri, Elba Susana stava giocando nel portico di casa sua quando una pallottola le ha fracassato il pancino uscendole dalla spalla; la ferita, dicono le notizie, aveva quattro centimetri di diametro. Una rosa che avrei voluto baciare. 

Su, ditemi ora, ditemelo; vi invito a parlare, signori. Voglio sentirvi dire che è stata una tragedia, che è stato un deprecabile incidente, che la vita continua. La proprietà privata continua a essere al riparo e protetta; piena di serpenti e di veleno.

Chi mi dà un gelsomino per Elba Susana del Valle?
Darei una carrettata di caramelle e tutti i miei versi per Elba. Dite di no? Che questa carrettata e tutte le mie poesie non serviranno per pagare il riscatto? E che devo fare per far tornare Elba in vita e perché mi insegni a contare fino a dieci? E che ci faccio allora con le mie poesie? Me le mangio e volo, volo fin dove Elba Susana ha lasciato la sua pozza di sangue?

Sì, volo.

Però, prima, vorrei sapere dove giocano i figli dei generali, dei latifondisti, di quelli che affollano la borsa valori. Per ora mi tengo il mio pianto. Vorrei sapere se questi bambini sono diversi da Elba Susana. Vorrei sapere se hanno la coda, se dormono in pigiamini di amianto. Oggi, 3 luglio, il giornale dice che aveva 4 anni; ieri diceva che ne aveva tre. La hanno invecchiata di un anno in un giorno, e con questo la rosa di sangue nel suo pancino è fiorita due volte. E pure io dico che in un giorno siamo invecchiati di un anno; quindi...è ora di aggiustare i conti.

Dico questo, mentre alle quattro del pomeriggio senti come aumenta il baccano nel cortile della scuola, qui, a Ramallo."

Qualche tempo dopo, la poesia sull'assassinio della piccola Elba Susana diventò una canzone, di Rolando Alarcón. Non ne cantò, però, il testo completo. Rolando Alarcón non era argentino; era cileno. Fu ammazzato sei mesi prima del golpe di Pinochet. Noto come cantautore comunista, fu colpito da un'emorragia e, stranamente, invece di essere portato all'ospedale fu mandato a una stazione di pronto soccorso dove, ancor più stranamente, si diceva che il personale fosse di estrema destra. Si rifiutarono di operarlo, e Alarcón morì. La storia potrebbe, forse, finire qui. Ho cercato se esistesse una foto di Elba Susana Del Valle; nessuna. Troppo piccina per avere delle foto, forse. E troppo lontana. La sua brevissima vita, terminata per mano poliziotta, non ha avuto immagini; o, se le ha, saranno in qualche cassetto della sua famiglia, ingiallite.

Però, per me, la storia non finisce affatto qui. Per un motivo parecchio mio, e pure parecchio labile. Ha a che fare col nome della bambina uccisa quel pomeriggio di luglio a Tafí Viejo, provincia di Tucumán, Argentina; vale a dire, che una bimba argentina di 4 anni si chiamasse "Elba". All'isola d'Elba, chiamarsi "Elba", come la stessa isola, oppure "Elbano" (si veda, ad esempio, il patriota Elbano Gasperi), era in passato piuttosto comune; a Marina di Campo c'era una "pensione Elba" che non prendeva nome dall'isola, ma dalla titolare che si chiamava proprio così, Elba. Sono più che convinto che, per chiamarsi così, la piccola Elba Susana doveva avere qualche antenata (chissà, forse la nonna) che proveniva dall'isola d'Elba. Del resto di elbani in Argentina io ho avuto direttamente due zii. Non mi risulta che il nome femminile "Elba" sia mai stato usato fuori dall'isola d'Elba, a parte per motivi di parentela stretta; è un nome estremamente identitario, popolarizzato durante il Risorgimento anche nelle forme classiche Ilva e Ilvano a causa, probabilmente, dei trecento guerrieri elbani che avevano combattuto assieme a Enea, come scrisse Virgilio nel suo poema. Che la piccola discendente di un'elbana o di un elbano sia andata, forse, a morire manu militari in un paese lontanissimo, mi fa venire letteralmente i bordoni. 

Ho così tradotto integralmente la poesia di Leonardo Castillo; il motivo, credo, si spiega da solo. Illustro la traduzione con un'immagine dell'Isola d'Elba, come omaggio alla piccola Elba Susana vittima del terrorismo di stato e di uno stato terrorista. Non posso ovviamente sapere perché la piccola Elba si chiamasse così, e quello che ho in testa altro non può restare che un'ipotesi e una suggestione; ma nel suo piccolo niente, il suo piccolo niente di una bambina che giocava nel portico di casa, Elba aveva comunque, pur non sapendolo, il nome di una lontanissima isola che è la mia. Come Leonardo Castillo avrebbe dato tutto per far tornare Elba Susana in vita, io le do l'isola del suo nome. Il due di luglio del 1969 io ero all'Elba e avevo quasi sei anni. Forse anche lei è là, mi piace pensare, che sta giocando felice su una spiaggia, lontana dall'orrore, lontana dagli orchi in divisa. Forse giochiamo assieme. 

Il Cavo e, in mezzo al mare, Palmaiola.