venerdì 3 luglio 2009

Dio e il Culo


Una barcata d'anni fa, che forse sarebbe stato meglio non fossero mai arrivati, de' missionari nel nome d'un monodìo mediorientale sbarcarono agli antipodi. Ora, ci sarebbe da discutere sugli antipodi; sono sempre i nostri. Mai quelli loro. Noi non siamo mai gli antipodi di nessuno. Ci provò anni fa una casa editrice cartografica neozelandese a fare una mappa arrovesciata, con l'Antartide in cima e l'Artide in fondo. La misero pure in regalo sulla rivista “Internazionale” e me la ritrovai appiccicata in bagno a Friburgo. Strano destino.

Ora, questi missionari (quelli della famosa posizione, per intenderci) dovettero ritrovarsi a contatto con quelli che noi chiamiamo “Aborigeni”. Vuol dire “ab origine”, dall'origine: quelli che abitavano là fin dall'inizio dei tempi. Avevano colori strani, parlavano lingue che secoli dopo sarebbero state buone per le grammatiche descrittive della Mouton & Co. basate sui principi generativo-trasformazionali di Noam Chomsky -come quella della lingua Maung, ce l'ho- e, non essendo esseri umani, dovevano essere giustappunto umanizzati. Per umanizzare, in primis bisogna affibbiare l'iddìo giusto. Sonasega in quali soprannaturalaggini credessero, il dio sole, il dio canguro, il dio bruscolino nell'occhio, il dio pompino; affari loro. In ci si crede o non si crede è sempre affar nostro e basta. Portavano, probabilmente, orgogliosi astucci penici. Gli uomini. Le donne, boh, giravano gnude. O forse no. Magari ci faceva anche freddo. Magari si coprivano con pelli di skrungambongang, che non so cos'è ma suona bene. Oppure, ancor magari, resistevano al diaccio. Oppure sto, com'è assai più probabile, sparando un'enorme quantità di cazzate. Ci sta.

Si trovarono, que' volonterosi missionari inventori della posizione, di fronte ad un problema insormontabile. A parte la lingua. Ma vabbè, dai picchi'e mena la lingua la si impara; sennò come si fa a tradurci la Bibbia. Io ho inventato una lingua, fin da quand'ero bambino; si chiama kelartico. La so soltanto io, e per forza. Eppure sono convinto che, prima o poi, mi troverò la Bibbia tradotta anche in kelartico. E se non l'ho fatta io (Dio me ne guardi!), l'avrà fatta Iddio. Eh, lui non ci ha mica bisogno del Trados.

Ma dicevo del problema insormontabile. Davanti a degli esseri che per ogni cacata ci avevano un dio, bisognava instillare il principio -assai discutibile, invero, ma tant'è- che, invece, di dio ce ne fosse uno soltanto. Massiccio. Onnipresente. Giusto. Infallibile. Soprattutto paterno: tutti siamo suoi figli. Quei poveracci, anche di fronte al missionario viterbese che aveva imparato il Maung alla perfezione, cominciarono un po' a andare nei pazzi e un po', chissà, a pigliarlo per le mele. Figli di chi? È possibile che in quelle società primitive & comunitarie le donne avessero figli da chi cazzaccio pareva loro, c'era lo sciamano che sciamannava ogni cosa, l'unica istituzione era la caccia e tuttora, in alcune di quelle lingue, il conteggio arriva solo fino a cinque (però, in compenso, oltre al plurale e al duale c'è persino il triale). E che importa contare di più? Dieci sono due mani. Basta dire “due mani”. Volendo si può usare anche le dita dei piedi fino ad arrivare a venti, ma venti non serve. I soldi non c'erano.

Il missionario viterbese ci pensò un po'. Come spiegare che Dio era il “principio” di ogni cosa, il Creatore, l'Autore, il Titolare del Copyright, e ch'eravamo tutti fratelli (in quanto figli dello stesso padre) in attesa che i fratelli slavati estinguessero quelli più scuri? Insomma, come spiegare che Dio era il “fondamento” d'ogni cosa? Ebbe forse voglia di spiegarglielo in viterbese dalle parti di Vetralla, di dir loro ma vattel'a pijà...ecco! Il fondamento! Dio manda sempre l'idea giusta. Però non bisogna dirla in viterbese, ma in inglese. Cos'è la cosa concreta più vicina al fondamento? Il culo! Arse, in grafia propria, e ass in quella colloquiale. Antica parola germanica, come si evince dal tedesco Arsch. Vocabolario essenziale e popolare non toccato dall'élite normanna infranciosata.

Sembra che la cosa, come racconta Alessandro Bausani nel suo seminale volume Le lingue inventate, edizioni Ubaldini-Astrolabio, 1974, abbia funzionato. L'abborìggeno comprese in modo inequivocabile: Dio era il culo, e il culo era Dio. Tutto promana dal Culo. Siamo tutti figli del Culo. Essendo un concetto nuovo, fu naturale che il termine usato dal missionario fosse adottato di sana pianta per esprimerlo: noi abbiamo preso loro il canguro (che vorrebbe dire, più o meno, “so una sega io”) e loro ci hanno preso il culo. “Dio”, in Maung, o in chissà quale altra lingua di quelle parti, si dice Ass. E le vie del Signore sono davvero infinite. Non c'è scampo. O forse sì, perché a quel punto -fatto il più- il missionario avrà dovuto spiegare a quella gente che c'era una tizia che era rimasta vergine pur essendo incinta; e siccome suo figlio era Dio, era incinta del Culo. Mi fermo qui. Ho una certa qual tendenza al grand-guignol, ma ho pur sempre dei limiti. Ad esagerare, poi, si finisce sempre per pigliarlo nel Dio.


giovedì 2 luglio 2009

Giorgianeda


Volevo dire due parole, assolutamente piane, su una cosa.

A me, quando una polizia o qualcosa del genere spara sulla folla e ammazza, fa regolarmente uno schifo indicibile. Mi fa schifo che a Neda l'abbiano ammazzata a Teheran. Era una ragazza che manifestava. Anzi, era una ragazza. E basta. Non si deve sempre dire “che manifestava”. Manifestare, opporsi a quel che si vuole, porca madonna, è un diritto. Ovunque. Mettiamocelo bene nella testa, una volta per tutte. Che non stia bene cosa facciano i cazzoni che, in ogni parte del mondo, si arrogano la figura di “governanti”, non è soltanto un diritto: è un dovere. Pagarlo con la vita non ha parole. “Schifo” è solo un eufemismo.

Però c'è da dire anche qualc'altra cosa.

Neda sembra diventata un'icona, ora. Poveraccia, è perfetta. A lei magari non gliene importava un cazzo se non di andare a protestare contro quel che considerava un sopruso; e l'hanno ammazzata. Il risultato è stato l'eroizzazione. La stessa riservata al ragazzo cinese che fermava il carrarmato a Tienanmen, quella che allo stesso ragazzino palestinese che pigliava a sassate un tank israeliano nei Territori non è stata riservata. Altro risultato è stato lo scatenarsi dei perdigiorno telematici alla moda, i cretini dei 140 caratteri di Twitter, gli indignati per Teheran che al contempo non si sono mai accorti di uguali ragazzi ammazzati dalle nostre polizie “democratiche”. Attenzione, perché gli stessi che ora si accorano per Neda sono spesso gli stessi che hanno applaudito i macellai della Diaz e il Placanica.

Il Placanica? Banale. Carlo Giuliani? Banalissimo. Tirava l'estintore mentre si opponeva a qualcosa. Ha sbagliato piazza. Se avesse tirato l'estintore in faccia ai Pasdaran o ai cinesi in Tibet sarebbe stato un eroe. La piazza doveva chiamarsi Bandar Gharman o Gyatso Tenzing, non Alimonda. Allora persino l'estintore sarebbe diventato un oggetto di culto. E il Placanica doveva chiamarsi Plaqanikejad o Palaq Aning. Sarebbe stato il mostro. Vorrei anche vedere quanto il popolo dei twitteronzi centoquarantacaratteretteggia su Alexis Grigoropoulos, un altro che ha il torto assai poco mediatico di non chiamarsi Nedo.

Oppure vorrei ricordare di un'altra ragazza che manifestava, senza estintori e senza niente, che si chiamava Giorgiana. Manifestava a Roma, tanti anni fa. Vediamo se qualcuno ancora se ne ricorda. Ammazzata. Non dai Pasdaran ma dalla polizia o dai carabinieri. Non fa lo stesso effetto, come diceva Guccini: ci fregano con il nome. Vuoi mettere essere ammazzata, a diciannove anni, dai Pasdaran invece che dai carabinieri; è proprio come la tirata da Omaha a Tucson in confronto a quella da Piumazzo a Sant'Anna Pelago. In più, quando Giorgiana è stata ammazzata dai carabinieripolizia italiani, non c'era Internet, non c'era YouTube, non c'era Twitter. C'era Radio Alice che se si provava le entravano dentro, la devastavano e la chiudevano a forza, proprio come i Pasdaran. Non c'era niente tranne la stessa ragazza privata della vita da uno stato. Spero che si incontrino da qualche parte, Neda e Giorgiana, e che diventino amiche, compagne, giovani per sempre e vive. Spero che gli ipocriti e tutta la loro panoplia di media, di titoloni, di polizie, di scoregge prezzolate e di seghe telematiche crepino del peggior male.

Nella foto, un pppasssddarrannn. Kossadinejad. Uno che, tempo fa, ha teorizzato di andare in mezzo alle manifestazioni di ragazzi dei licei a "mandarli all'ospedale". Facciamo anche un conto di quanti manifestanti siano stati ammazzati in Italia, e quanti in Iran. Tanti bei nomi puramente iraniani. Masi. Lorusso. Zibecchi. Boschi. Ardizzone. Giuliani. Franceschi. Saltarelli. Del Padrone. Serantini. Eccetera. Bisognerebbe non piegarsi a questo sporco giochetto, in primis per rispetto proprio a Neda.


martedì 30 giugno 2009

Treni



Due poveri cristi si svegliano alle cinque di mattina. Lei deve prendere il treno per andare a casa e poi a lavorare, in una città abbastanza lontana. La porto alla stazione, dall'altra parte della città; sì, perché il treno dalla stazione centrale che prendeva fino a un anno prima lo hanno eliminato. Era un intercity, un semplice intercity; li eliminano perché bisogna fare spazio alle loro “frecce rosse”, alle alte velocità, alle idiozie criminali che, per farti risparmiare un quarto d'ora da Milano a Roma ad un prezzo spaventoso, riducono il resto della rete ad una fogna su rotaia. Torno a casa da solo. Dopo un po' mi arriva una telefonata, dicendo che il treno non parte. Sembra ci sia stato un incidente da qualche parte. Ai passeggeri viene detto, praticamente, d'arrangiarsi; la classica formuletta, “Trenitalia si scusa per i disagi” e tutto risolto. Deragliato un treno merci carico di acido fluoridrico, poco dopo Prato; ritardi; casini; la povera crista arriva a lavorare alle tre del pomeriggio, stravolta. Ma, ad ogni modo, talvolta quel treno che prende (che arriva da Reggio Calabria), accumula anche due o tre ore di ritardo. Così, la normalità.

La normalità di una rete ferroviaria sconciata. Al sud, ad esempio. Al sud non bisogna mica farli, i treni, sono antieconomici. I treni vanno contro il lucroso business delle autolinee private. Una volta mi sono fatto proprio da Reggio Calabria a Bari su un “rapido”, pagando tanto di “supplemento”: partito alle quattordici dal capoluogo calabrese, arrivato a Bari alle una e cinquanta di notte. Su un treno non elettrificato privo di aria condizionata, d'agosto. Rapido. Immaginatevi voi se fosse stato lento, invece che rapido. La normalità di stazioni “privatizzate”, persino le stazioni, troiai dove da un lato si cacciano i disperati che vi dormono davanti, in nome del “decoro”, e dall'altro si chiudono le sale d'aspetto alle nove la sera; e chi deve partire dopo si arrangi, anche di gennaio. Dove pomposi cartelli, come alla stazione di Genova Piazza Principe, annunciano che la stazione è “mantenuta nel decoro” (rieccolo!) da una ditta che in realtà la mantiene nella merda, come tutte le altre. La normalità di bagni nei treni che farebbero ribrezzo persino al Demonio. La normalità di uno schifo totale, generalizzato, ipocrita.

La normalità di licenziare e vessare un dipendente delle Ferrovie che ha denunciato uno stato di cose non più sostenibile. La normalità di un territorio ammazzato, quello della val Santerno e dell'alto Mugello, in nome di un'inutile e faraonica linea di “alta velocità” (che, come le “frecce rosse”, arriverà comunque in ritardo. Falde prosciugate e inquinate, corsi d'acqua seccati; condanne, sequestri, “azzeramenti”, richieste di danni di centinaia di milioni di euro, ed eccoli comunque lì bel belli, in nome dell' “economia”, in nome della “mobilità”. Merdosi papponi, senza distinzione di schieramento. Buoni soltanto, destre e sinistre, a mandare gli sbirri a manganellare la gente a Venaus. Buoni a tagliare i “rami secchi”, le linee dei lavoratori, le linee che non “rendono”, per fare posto alle loro TAV, agli Eurostar, ai gadgettini, alla presina per attaccare il computer, alla Stronzexpress che ti fa pagare cinque euro per un paninaccio gommoso ripieno di affettato di iguanodonte, a dei posti a sedere dove uno come me, alto un metro e novanta, rimpiange i vecchi scompartimenti puzzolenti da sei posti; uscivi fuori che anche il pancreas ti sapeva di treno, di quell'odore metallico tipico, ma almeno potevi stendere un po' le gambe o schiacciare un pisolino (sempre che, ovviamente, qualche solerte servitore dello stato non ti facesse dormire un pisolino eterno con una bomba).

Capita qualche incidente? E' sempre “errore umano”. Specialmente quando muore il macchinista, così almeno non può rispondere più. Poi succede che, una notte alle 23,54, ad un treno merci in transito per Viareggio, carico di una cosina innocua chiamata gas propano liquido, GPL, che non brucia e non scoppia nemmeno un pochino (ma che volete che sia!), ceda il carrello. E chi ci pensa ai carrelli dei merci che trasportano acido fluoridrico, gas superinfiammabili e esplosivi, ogni cosa? Non sono importanti, bisogna pensare alle elevate tecnologie! Allora il treno deraglia in stazione, un carro cisterna salta in aria e, assieme a lui, mezza Viareggio. La normalità, anche della morte, e della morte più atroce. La normalità di una città devastata. I ferrovieri? Lo dicono da anni che i carrelli dei merci malfunzionanti sono pericolosissimi. Ma tutta la tecnologia e tutte le risorse sono dirottate sui famosi “fiori all'occhiello”, sulle “alte velocità”. Altissima! Chissà a che velocità è saltato in aria quel treno merci; e il fiore che lorsignori possono mettersi all'occhiello è, per l'ennesima volta, un crisantemo. Cianciano di “sicurezza” ogni tre secondi, e quando c'è di mezzo la vera sicurezza, l'incolumità dei cittadini, se ne fregano; anzi, la considerano un fastidioso impiccio. La tolgono di mezzo. Sulle rotaie italiane viaggiano dei materiali da invidiare le ferrovie della Sierra Leone. Salta in aria un treno in stazione nella Corea del Nord (facendo, sembra, centinaia di vittime) e puntiamo il ditino, facciamo i superiori: “Da noi una cosa del genere non potrebbe mai succedere!”; già, come no! Con la differenza che, almeno, i responsabili del disastro nordcoreano ora sicuramente meditano in qualche simpatico lager e apprendono volenti o nolenti lo Juche dell'eterno presidente Kim-il Sung, mentre quelli del disastro italiano continuano, e continueranno, a prendere i loro favolosi stipendi da manager.

Nel frattempo, fuori dalla stazione di Firenze ma anche da altre, credo, fa bella mostra di sé un tabellone, con un orologio che segna il conto alla rovescia prima dell'entrata in funzione dell' “Alta Velocità”. Per favore, per rispetto ai poveri morti di Viareggio, qualcuno lo vada a prendere a sassate. E alla svelta.

venerdì 26 giugno 2009

Muri a secco


Il mio bisnonno di parte materna, Menotti Dini, era nato lo stesso giorno in cui era morto Giuseppe Garibaldi: il 2 giugno 1882. Suo padre era esperto nell'arte di fabbricare i muri a secco per le vigne terrazzate dove si faceva il vino aleatico; e quelle vigne vogliono terreno secco come i muri, pietraie, e aria. Le migliori erano sopra il Seccheto, che il nome già dice tutto, sopra Cavoli, sopra Pomonte e Chiessi; e quelle ancora migliori erano le più in alto. Bisognava prendere dei sentieri ripidi spiombati e salire su fino a sei o settecento metri.

I bambini erano pregiati per quel lavoro. Agili, piccoli, con le dita che s'infilavano nei pertugi. Quando aveva cinque anni e mezzo, il mio bisnonno dovette andare a lavorare con suo padre, a fare i muri a secco. Siamo all'Isola d'Elba attorno al 1888, lo stesso anno in cui nacque quella che poi sarebbe diventata sua moglie, la mia bisnonna. Dini Giuseppa. A Marina di Campo si chiamavano quasi tutti Dini. Oppure Danesi, oppure Ditel. Un antico cognome francese che era rimasto chissà come impigliato da quelle parti. Niente scuola per il mio bisnonno. Imparò a leggere e a scrivere nei tre anni passati sotto le armi, a diciott'anni.

Una vita da bambino passata a ammazzarsi dalla fatica, e senza soldi. I soldi li pigliava solo il padre e dovevano bastare per tutta la famiglia. Pochi. Meno che pochi. Nei periodi buoni per fare i muri non esistevano né domeniche né riposo. I periodi buoni erano quelli quando faceva più caldo e non pioveva; doveva piovere dopo, perché i muri a secco sono tenuti insieme dall'incastro perfetto e dalla terra che ci si mette nel mezzo. Quando piove, nella terra crescono le piante che cementano il muro. Ora, credo, nessuno li sa più fare; ma quelli fatti bene durano da secoli.

Partivano all'alba, e non era una sveglia con buone parole e carezze. Giù dal letto; e per farsi forza, la colazione degli uomini. Pane inzuppato nel vino forte. A sei anni. Il mulo carico di pietre e loro a piedi, l'uomo di trent'anni e l'uomo di sei. Chilometri, di cui gli ultimi a salire su per un'erta da fare paura.

Sbagliare un incastro voleva dire buttare via il muro e ricominciare daccapo. Voleva dire la disperazione. Se il bambino sbagliava, la lezione era imparata a calci nel culo e botte selvagge; così non sbagliava più. Se il padre sbagliava, le botte selvagge se le tirava da solo, a se stesso. Prendeva un sasso e se lo batteva in testa, e il bambino guardava.

Arrivavano a diciott'anni e andare a fare il servizio militare, per tutti, era un sollievo. La ferma durava tre anni, ma la fatica e la disciplina del servizio era probabilmente nulla in confronto a quel che avevano dovuto passare fin da bambini. Per questo erano contenti. Andavano a vedere il mondo oltre l'isola. Mangiavano. C'era chi vedeva un pezzo di carne per la prima volta in vita sua. Imparavano a leggere e a scrivere se volevano. C'era, sì, l'inconveniente di dovere andare a morire in guerra, ma al mio bisnonno non toccò per motivi che non so. Toccò poi a uno dei suoi figli, che si chiamava Mamiliano, in un'altra guerra. Mamiliano non sapeva nemmeno come si facevano i muri a secco, e il mio bisnonno non volle poi più vederli. Per tutta la vita fece il pescatore. Non l'ho mai conosciuto; è morto l'anno prima che io nascessi.

Si chiama “memoria d'uomo”. Vuol dire avere sentito raccontare delle storie dalla voce di chi le ha vissute, o comunque le ha a sua volta sentite direttamente. La mia bisnonna, Dini Giuseppa, nata nel 1888 come ho detto, le aveva sentite da suo marito. Suo marito era il bambino che faceva i muri a secco. La raccontava sempre questa cosa dei muri a secco, della sveglia all'alba, della colazione a pane e vino, del mulo e dei calci. Ho fatto in tempo a sentirla, prima che morisse all'improvviso il 4 luglio 1968. Avevo cinque anni. Nessuno mi svegliava per dire d'andare a lavorare. La colazione la facevo con il latte e i biscotti. Qualche ceffone me lo pigliavo se facevo le marachelle, non perché sbagliavo a infilare una pietra in un muro.

Non so se sarò l'ultima parte della memoria d'uomo, per questa storia. Non avendo figli, è probabile. La memoria bisogna dirsela, non scriverla; quello che sto facendo è un artificio che non serve. Sicuramente non sarei stato un buon padre. Non ho grandi istinti paterni. Però una cosa per cui mi dispiace di non avere figli, è di non potergliele passare a voce, queste storie. Ma forse non gliene sarebbe importato nulla.

Ci sono stati bambini che non lo sono mai stati. La povertà li svegliava all'alba, urlava e metteva il vino nella tazza. Ci sono ancora, in mille parti del mondo, e senza nemmeno il vino.



lunedì 22 giugno 2009

Prato (finalmente!) chiude. Arriva Papitàunne.


È con viva perfidia e sollecita cattiveria che annuncio dalle righe di questo blog il compimento della mia profezia/augurio di qualche mese fa: la chiusura di Prào. E l'apertura di Papitàunne.

Consegnandosi oggi 22 giugno 2009 al coacervo di cialtroni, razzisti, “socialisti” (rotfl), fascisti e altri signorini e signorine del genere, i praèsi, unici in tutta la Toscana, cedono alle sirene d'i' ddegràdo, della sihurezza, de' cinesi 'he portano via i' laòro e via discorrendo.

Naturalmente non hanno voluto vedere che cosa davvero ha portato la loro cosiddetta città alla situazione attuale: in primis l'insipienza, l'inconsistenza, la carogneria e la crassa beceraggine della loro “classe imprenditoriale”, la stessa che ha battuto i tamburi del razzismo, la stessa della manifestazione col supertricolorone.

Non hanno voluto dare un reale futuro alla loro città, preferendo buttarsi tra le calde braccia di Papi. Mi auguro ovviamente che alle prime avvisaglie di quel che è possibile, i cinesi decidano di andarsene e di lasciare finalmente affogare tutta Prào nella merda.

La Toscana in blocco, nonostante tutto quel che si possa dire, criticare e quant'altro, si conferma -con buona pace del cav. Papi, il “buco nero d'Europa”; è caso mai Prào a diventare il vero buco nero della Toscana, anche se forse sarebbe meglio definirla il buco del culo di questa regione che no, non ci vuole proprio stare.

Ma, del resto, Papitàunne è oramai idealmente (e speriamo presto anche organicamente) appartenente alla provincia di Rovigo, o di Varese, o di qualsiasi altro postaccio in Itaglia dove regnano il leghismo razzista e il puttanfascismo.

Chiusa, giustappunto. Assai volentieri, a Firenze e ovunque in Toscana accoglieremo i profughi pratesi in comodi e umani centri di accoglienza a San Donnino e a Campi Bisenzio, rigorosamente gestiti da intelligenti e laboriosi figli della Grande Muraglia, della Grande Marcia e dei dettami del Presidente Mao Tse Tung. In codesti primi avamposti della civiltà Toscana potranno così rigenerarsi.

Prào chiude: viva Fiorenza!


domenica 14 giugno 2009

A bordo ché salpiamo, Ivan



"Signori", disse allora, "vi parla il capitano,
il mare è buono, il vento tiene, a bordo ché salpiamo",
"Signori", disse allora, "vi parla il capitano".

Timone alla mano, la prua alla Polare,
mi disse "Può dormire, signore, può sognare",
timone alla mano, la prua alla Polare.

Sorrise e disse ancora: "Non c'è da aver paura,
la vela regge il vento, la nave è ben sicura."
Sorrise e disse ancora: "Non c'è da aver paura."

Ricordo quel momento di pace alla stesa,
Il senso di un silenzio pulito di ogni offesa
Ricordo quel momento di pace alla stesa.

E dopo mezzanotte, da dove, da che mare
si leva come un canto di madonna senza altare,
e dopo mezzanotte, da dove, da che mare.

E dolce ed infinito, in palpiti d'amore
e si discioglie lieve come la neve al sole,
e dolce ed infinito, in palpiti d'amore.

Il capitano sbianca, la ciurma è nel terrore:
"Nel nome di Maria, si salvi chi si può salvare!",
Il capitano sbianca, la ciurma è nel terrore.

Ma io non so capire, ma io non so pensare
Lo sguardo all'orizzonte io resto ad ascoltare.
Ma io non so capire, ma io non so pensare.

Il capitano, forte: "Signore, venga via!
Il miele di quel canto uccide per malìa."
Il capitano, forte: "Signore venga via!"

"Lei sa che ogni tempo dell'uomo in ogni mare
Si porta il suo canto e vive sull'altrui morire,
Lei sa che ogni tempo dell'uomo in ogni mare."

"Siam sulla luna (ah, rido!) con gli atomi a giocare,
e lei mi parla di malìe mortali in mezzo al mare!
Siam sulla luna, (ah, rido!) con gli atomi a giocare."

"Non voglio, no, capire, non voglio, no, pensare,
o capitano, capitano, io resto ad ascoltare;
Non voglio, no, capire, non voglio, no, pensare."

Calate le scialuppe ognuno si allontana,
E il canto scioglie solo a me la sua dolcezza arcana,
Calate le scialuppe ognuno si allontana.

E ora è tutto mio il canto, il mare, il nero,
Son solo come un dio che ha perso anche il suo cielo.
E ora e' tutto mio il canto, il mare, il nero.

Ma non ci son le stelle e non c'è neanche il mare,
E non c'e' più la nave, oddio, fatemi svegliare,
Ma non ci son le stelle e non c'è neanche il mare.

E adesso so capire, e rido, e rido forte,
Il canto muore e resto qui, con me, con la mia sorte.
E adesso so capire, e rido, e rido forte.

"Signori", dico ora, "vi parla il capitano,
il mare e' buono, il vento tiene, a bordo che salpiamo."
"Signori", dico ora, "vi parla il capitano."

Ivan della Mea.


venerdì 12 giugno 2009

Scogli e birre


Scrivo, a mano, da uno scoglio; e non è uno scoglio qualunque. È lo stesso scoglio sul quale, non più di due anni e qualche mese fa, stavo in compagnia d'una marea di persone, a fare e dire cose che non ha, qui, importanza raccontare. Avevano comunque un nome loro, quelle cose che si facevano e si dicevano; con quel nome ne ne ricorderò.

Non ci sono andato per caso, su quello scoglio. L'ho fatto del tutto coscientemente, apposta, volutamente, con intenzione. Appena messo piede sulla spiaggia pietrosa -la medesima di cui serbo un altro incancellabile ricordo addosso, sul braccio destro, grazie a una medusa cui dovevo stare particolarmente antipatico-, mi sono detto che dovevo andare proprio là, su quello scoglio semipiatto, a sdraiarmi da solo. Due anni e poco più. A questo punto si affaccia il pericolo mortale delle solite frasi banali, del tipo "...e sembra un secolo", oppure "par mill'anni". Nulla di tutto questo. Sembrano proprio due anni fa. Non importa ricorrere ai secoli o addirittura ai millenni: il tempo reale è già più che sufficiente. Due autentici anni fa ero su quello scoglio assieme a delle persone; oggi ci sono da solo. Col mio zaino blé, l'asciugamano e una giornata di giugno assolutamente maestosa, di quelle che comandano soltanto d'immergersi nella luce.

Sbaglierebbe, e grossolanamente, chi credesse che stia scrivendo qualcosa che abbia a che fare con la nostalgia, con il rimpianto, con gli appelli, con i richiami o altre idiozie del genere. Questa è una cosa che ha a che fare soltanto coi miei ricordi. Con alcune di quelle persone che stavano sullo scoglio ho ancora dei rapporti, seppur flebili; con altre, no. È la normalità del fluire, una normalità per la quale poco più di due anni sono un tempo più che ragionevole. I ricordi non sono, per natura, né allegri e né tristi. Possono esserlo, allegri o tristi, nell'immediatezza di un dato evento; ma dopo un po' diventano ricordi e basta. E sono sempre una ricchezza, forse l'unica vera che si ha.

C'è chi li fugge, li evita. C'è chi, capitando sulla stessa spiaggia, se ne sarebbe subito andato via oppure sarebbe andato a mettersi dalla parte opposta di quello scoglio. C'è chi, sicuramente, avrebbe invece provato indifferenza. Non io. Io, nei ricordi, mi ci butto dentro a capofitto, ci vado a fare il bagno. Mi ci confronto, rivedo, rivivo e penso. Ci siamo fatti del bene, del male oppure anche del niente. Ci siamo incrociati per un dato periodo. Ma sto benissimo da solo, in questo momento, su questo scoglio, così come ci stavo bene allora in compagnia. Non desidererei che foste con me, ora. Non vorrei vedervi comparire. La vostra presenza è nel ricordo, et hic manebitis optime.

Davanti a me, il paese e le sue case, i fiori, le barche colorate. Non è, in quel luogo, l'unico ricordo; non è soltanto quello scoglio. E non mi chiederò mai che "fine" abbiate fatto, quand'anche non dovessi mai rivedervi (ammesso che abbia un qualche senso "rivedersi", a ieri, a oggi o a domani). Chissà come mai si pensa sempre alla "fine": è come chiedersi in che modo siete morti. Invece siete vivi. Mi va di chiedermi, casomai, che inizio abbiate fatto, che avvio, che partenza, che ἀρχή. Senza desiderare alcuna risposta (che, naturalmente, non potrebbe esservi a parte nel territorio evanescente del sogno). Ma io sono per gli inizi continui. Continuo a detestare i pessimismi, le depressioni più o meno manovrate, le disillusioni, i ritiri.

E, allora, fregandomene bellamente di quello che -eventualmente- pensiate di me, ché sono affari vostri e non mi riguardano nemmen di striscio, vi auguro sempre inizi. Voglio, su questo scoglio, chiedermi e immaginarmi di che cosa siate vivi, e non morti. Voglio divertirmi a fare le ipotesi più strampalate, e ammazzarmici pure dalle risate. Voglio figurarmi la Teodora che sta per farsi carmelitana scalza. Il Menandro che si è dato, sul suo poggiolo, all'apicoltura o alla pastorizia, magari scrivendo carmi pagani come Caeiro. Mezzo nudo, of course, o al massimo avvolto solo da una bandiera del Torino neoretrocesso (ma il Torino è una di quelle squadre che non retrocede mai). La Ludovica innamorata di una cuoca messicana, tra cene luculliane, delicato ma deciso sesso saffico e interessanti disquisizioni sul peperoncino più scovillato del mondo. L'Andronìco a dar da mangiare sasizz' e friarielli a dei simpatici iguana che tiene di nascosto sul lido di Torpappànica. Il Saltimbanco a fare il viaggio di ritorno, giù, fin dove il mare suggerisca il ciclo. La Samuela a manovrare sani bulldozer spianamontagne, tutta sudata, polverosa, finanche un pochino puzzolente. Il Sofronio lacustre a cantare E la vita l'è bèla briaco sì, ma di indefinibile contentezza. Boezio e famija a rimettere finalmente in sesto quel carrarmato trovato sepolto in giardino, ché se ne potrebbe fare decisamente buon uso. E voglio immaginare anche un po' me stesso, la mia carta d'identità con su scritto: "Professione: Paradigma". No, non mi piace la fine, nemmeno un po'. Ho un alfabeto di tutte alfa. Tanto si resta quel che si è; si cambiano le maschere, gli scimmiottamenti di questa o quella cosa o persona, le croste di cui ci si pasce di rivestirsi. Poi, un bel giorno, ognuno ha il suo scoglio di giugno. Ci si mette a sedere e tutto va via; e il ricordo, lui solo, risplende.

Mi ricordo, ad esempio, che il Menandro e sua moglie, su quello scoglio, avevano portato una marea di roba; tra cui una cassa di birra artigianale fatta dalle loro parti. Una birra che, anch'essa, è un ricordo. Alzandomi, oggi, da quello scoglio ci stavo proprio ripensando; e anche di lei mi chiedevo che inizio avesse fatto.

Sono tornato pian piano alla macchina, sotto il sole, deciso a andarmi a bere una bella birra; ché il ricordo ha pure questo, d'instillarti la voglia di qualcosa, una voglia da donna incinta. Tanto più quando il sole picchia e ci hai una sete realissima e beccarona. C'è un bar aperto, appena terminata la salita, sulla Provinciale; si vede che il cielo non manda sempre guarigioni miracolose, stimmate e madonne che lacrimano roba rossa. A volte, ben più opportunamente, manda una pompa di benzina. O un bar dove hanno di sicuro una bella birra diaccia.

Entro e non c'è nessuno. Mi avvicino al frigorifero delle bevande, e lo sguardo mi cade, tra le Wührer, le Dreher, le Pilsner, le Beck, le Heineken e le Cazzinkulen, su un nome mai visto. Domina. Prendo la bottiglia in mano, e scopro che è birra fatta qui, su quest'isola, la prima in assoluto. Vedo parole che mi sono consuete, tipo le coti nere. Fuori di qua, nessuno potrebbe capire cosa siano le "coti", vale a dire delle erte, delle ripide salite in mezzo a una pietraia: si va su pelle 'oti, di dice. La piglio subito, pago il prezzo esorbitante che costa. Me la bevo, torbida, buonissima; me la gusto proprio, io l'ingurgitatore, io la cisterna umana. Sorso dopo sorso, facendo persino decantare la schiuma densa.

E, allora, capisco all'improvviso che inizio abbia fatto quella birra portata due anni fa, e rotti, dal Menandro su quello scoglio. È diventata la birra delle coti nere. Ci dev'essere restata talmente bene, da quelle parti, da metterci su casa. Anche lei, ora, è sola, nel bicchiere di uno solo in un bar, di uno che beve, ridacchia e fa pure il ruttino. Di uno in una vita. La mia.