mercoledì 29 ottobre 2014

Battan l'otto



Una pura casualità. Appena rientrato a casa, stamani, ho acceso immediatamente la televisione senza nessun motivo specifico, così per sentire qualcosa mentre mi preparavo qualcosa da mangiare. Così mi sono visto tutto in diretta, su Rai News 24. Accesa la tv proprio nel momento in cui il canale oramai totalmente embedded si ritrova, suo malgrado, a tornare per un quarto d'ora servizio pubblico. Niente papa, niente pallosissime conferenze stampa del pezzo di merda italiano o europeo di turno, niente economisti (nella vana attesa che ne appendano finalmente un paio a un lampione, cosa invero assai economica e dotata di straordinaria efficacia), no. Quindici minuti di autentica repressione poliziesca in diretta, invece, con l'inviato che non sapeva che dire mentre si era appena svolta una carica. Così le polpette rifatte in salsa di pomodoro hanno aspettato.

La scena: Roma, piazza Indipendenza, vicino all'ambasciata del Quarto Reich della Repubblica Federale di Germania. Protagonisti: un corteo di operai delle Acciaierie di Terni, di proprietà Thyssen-Krupp (toh!) da una parte, dall'altra ingenti forze di polizia che bloccano totalmente la piazza e pure il corteo, impedendogli di raggiungere detta ambasciata e altri centri di potere nelle vicinanze (ministero dello Sviluppo Economico, oramai i nomi dei ministeri hanno superato quelli di 1984 di Orwell). I fatti: pestaggi polizieschi. Guest star: il segretario della FIOM, Landini.


Seduto al tavolo di cucina, non posso fare a meno di pensare che la televisione di regime, stavolta, è stata colta del tutto alla sprovvista. C'è un operaio a terra (se ne dice persino il nome: curiosamente sembra che si chiami Venturi, come me), cui si sta prestando soccorso; un altro lavoratore si aggira sanguinando dalla testa. L'inviato, a un certo punto, veramente non sa più che accidenti dire; e la tv recupera momentaneamente quello che dovrebbe essere il suo ruolo. Stare zitta e fare sentire le voci vere.


"Vere" non significa "non surreali". La surrealtà, anzi, domina sovrana. Gli operai ternani, in diretta televisiva, ne dicono di tutte ai poliziotti, e fin qui ci siamo: e pregherei i miei assidui lettori della Questura di non convocarmi in una stanzetta, stavolta, perché riferisco soltanto quanto sentito da una rete televisiva pubblica da casa mia. Servi di merda! Schiavi schifosi! Fascisti luridi, siete solo degli schiavi senza palle! Pestate dei lavoratori! Questo è solo un piccolo campionario delle espressioni meno violente, ma comunque sufficientemente chiaro. Dicevo della surrealtà, però. Se ne ha un esempio quando si sente, a un certo punto, un operaio urlare cose come: Ma non avete anche voi dei figli? Non avete una famiglia? Che cosa gli direte stasera?

Il classico dei classici. Anche in mezzo alla repressione governativa e poliziesca, ci sono operai che non possono esimersi dall'italico appello ai figli e alla famiglia dei poliziotti. Ehi, certo che hanno pure loro figli e famiglie, che domande. Essere degli schiavi senza palle e dei servi di merda (parole loro!) non diminuisce o inficia la capacità di figliare. Non si può fare a meno di fare appello al buon cuore o ai sentimenti, in questo mortifero paese dell'amore; non si riesce a accettare che, a un poliziotto in tenuta antisommossa, non importi una beata sega se di fronte ha degli studenti, dei precari, dei senzacasa o degli operai cui la proprietà tedesca sta chiudendo ogni cosa pronta a mandarli in mezzo a una strada, loro e le loro famiglie.


Ma il clou del surrealismo deve ancora arrivare, e se ne occupa proprio il segretario della FIOM, Landini. Da un lato urla e sbraita, inseguito dai cronisti; ce l'ha con Renzi, col governo, con la Leopolda (fossi il povero granduca di Toscana, mi rigirerei nella tomba...), ogni tre parole una è cazzo; si viene a sapere che, forse, un paio di manganellate le ha prese pure lui (e sarebbe ora: che le devon prendere sempre e solo gli operai?), eppure sentite cosa fa, en resumidas cuentas, il Landini. Si adopera per fermarli, gli operai che stavano cominciando a cercare di rispondere in qualche modo alle cariche dei padri di famiglia che avevano di fronte. Prosegue la diretta tv e Landini prende il megafono rivolgendosi non solo agli operai: anche ai poliziotti.

E cosa dice, sempre in diretta? Che è inconcepibile che altri lavoratori che si guadagnano il pane per le loro famiglie (i poliziotti, ndr) agiscano in questo modo. E allora vien fatto di dire che te le cerchi, demente. Ma piglia quel megafono di merda e, almeno, di' come stanno le cose, una buona volta. Sei in mezzo a degli operai moltissimi dei quali fanno parte dell'organizzazione che presiedi e che vengono pestati senza pietà, e tu che fai? Ritiri fuori la stronzata dei lavoratori della polizia? Monsignor Pier Paolo Pasolini, chissà, applaudiva dall'Empireo. Insomma, Landini, fra un cazzo e un altro, si occupava di fare il pompiere; come dubitarne. Compito precipuo: quello di far ripartire il corteo alla svelta, ovviamente nella direzione voluta dalla Polizia. Niente ambasciata tedesca, niente Ministero; essendomi trovato in situazioni del genere, pur non essendo un metalmeccanico, sono ben lungi dallo stupirmene. Cariche, manganelli, strade bloccate; e zitti. Soprattutto zitti.

Fin qui la diretta. A dire il vero, poi, non lo so se è proseguita; ho semplicemente spento la televisione e mi sono finalmente scaldato le famose polpette in salsa di pomodoro. Pare che il tutto sia proseguito con quell'altra, sì, la Susanna tutta panna, quella che porta il milione in piazza, in un bel sabato di fine ottobre, ad ascoltare romanze operistiche assieme a Civati e a applaudire sul palco gli stessi che avevano dato il loro pieno assenso alla formazione dei reparti-confino a Pomigliano (anche qui rubo le parole alla stessa persona del link, che saluto).

"Ci sono persone che rischiano il posto di lavoro - ha detto il leader della Cgil Susanna Camusso - che oggi sono state picchiate dalla polizia. Si parli di questo e non delle sciocchezze". Ah, bene; se ne accorge ora, la Camusso, che la polizia picchia persone che rischiano il posto di lavoro; ci sarebbe da chiedersi di che cosa sia stata a parlare lei, visto che di persone "che rischiano il posto di lavoro" oppure, più semplicemente, che il lavoro lo hanno già perso o che non lo hanno mai avuto, ne sono state pestate e mandate all'ospedale a decine, e da parecchio tempo. E così la Susanna, mentre Landini (senza megafono) era al telefono con Delrio che lo rassicurava, se ne è andata in ospedale a visitare i lavoratori rimasti feriti, condannando le cariche con forza e sdegno e chiedendo a Angelino Alfano di fare chiarezza. Impareggiabile. Mi stupisco solo che Angelino Alfano non abbia ancora espresso vicinanza e solidarietà alle forze dell'ordine, come fa sempre in questi casi. Mi ricordo a aprile, sempre a Roma, quando non tardò neanche un secondo a farlo dopo che gli agenti avevano caricato, bastonato e pesticciato senzacasa, studenti e quant'altro in piazza Barberini e in via Veneto. Bisognerà che qualcuno, prima o poi, si occupi di farlo presente alla Camusso; Angelino Alfano esiste solo in quanto ministro dell'interno del governo leopoldiano. E' un nonsisaccosa alla guida di un nonsisacché che verrà spazzato via alla prima "elezione" buona, e che si affretterà o a tornare da un ottantenne  che a sua volta si sta accingendo a essere spazzato via, o a entrare pure lui armi e bagagli nel "Partito Democratico". Una totale nullità che ha, nel suo bagaglio, poche frasi elementari e sempre quelle: solidarietà alle fozzedellòddine, ddiritto demmanifestàre ma colla leggalità, faremo chiarezza seccisonostatabbùsi. Cosa chiedono? Che Alfano si dimetta? Vogliamo babbiare? Uno che, dimettendosi, avrebbe la concreta possibilità di andare a fare il vuotacessi a Girgenti?


Per concludere, forse, ci vorrebbe una di quelle famose prese di coscienza che sembrano tanto ovvie e banali, ma che oramai sono pura fantascienza. Di cariche e manganellate, per non dire di peggio, gli operai di Terni e di altre città (assieme a tutte le altre persone e categorie da eliminare totalmente in questo paese) ne prenderanno ancora, e chissà quante. Continuando magari a fare scampagnate oceaniche a Roma, a ascoltare i trombettisti che la prossima volta, al posto di Vincerò, soneranno L'ora è fuggita e muoio disperata, a veder sfilare Superpippo Civati e a farsi spedire all'ospedale accompagnati da Landini e dalla Camusso (che gioia). In che cosa dovrebbe consistere la presa di coscienza di cui parlavo prima, non sto oramai nemmeno a dirlo; in questo paese dove tutti, operai e poliziotti, tengono famìgghia, bisognerà forse aspettare finalmente il fausto giorno in cui le famigliuole saranno davvero con le pezze al culo, ridotte alla fame vera e a non a quella finta di cui si continua a cianciare. E forse non basterà neppure quello. 

Nel frattempo, ahi ahi ahi. Si ripestan gli operai. Anche se Landini e la Camusso se ne accorgono solo ora, è storia secolare. Tanto più per gli stabilimenti di Terni. Nel 1907, proprio dalle acciaierie di Terni, partì uno sciopero selvaggio, altro che corteo davanti al ministero. Fabbrica occupata e serrata sine die; la repressione fu selvaggia da parte del governo Giolitti. Lo sciopero degli operai ternani durò, prima di essere stroncato nel sangue, novantatré giorni; fu accompagnato da un'ondata di scioperi senza precedenti in tutta Italia (se ne contarono 2258). A Firenze, dove la Leopolda fungeva ancora da stazione ferroviaria e era scesa in sciopero generale con tutti i suoi lavoratori, si ebbero i moti per il pane; per il pane. Nacque proprio in quell'occasione una cazone che Caterina Bueno recuperò nel 1964 a San Giovanni Valdarno, da tale Renato Porri che ancora se la ricordava.




venerdì 24 ottobre 2014

Sessantanove



Trovo altamente simbolico che l'autobus di Borgaro Torinese, quello che inaugura ufficialmente l'apartheid in Italia, rechi il numero 69.

Sinistra, Pornografia e Libertà.

Ripeto il breve post in lingua afrikaans, sicuramente più facilmente comprensibile al sindaco PD della cintura torinese e al suo assessore vèndolo:

Ik vind dit baie simboliese dat die bus van Borgaro Torinese, waarmee die apartheid amptelik begin in Italië, het nommer 69.

Links, Pornografie en Vryheid.

lunedì 20 ottobre 2014

venerdì 17 ottobre 2014

Troppo corto



La foto qua sopra fu scattata, il 5 maggio 1945, dal sergente Albert J. Kosiek della 11a Divisione Corazzata americana. Mostra la liberazione del campo di concentramento di Mauthausen-Gusen; il sergente Kosiek comandava il  primo plotone del gruppo D del 41° squadrone di Cavalleria Meccanizzata e si trovava a bordo del primo carro. La sua meticolosa relazione si può leggere al link.

Dei liberatori, qui, non se ne vedono che tre a bordo del carro armato; la foto è quasi interamente occupata dai liberati, moltissimi dei quali con il vestito a strisce del prigioniero. Mi sono sempre chiesto da che cosa sia nato, il vestito a strisce; se per motivi materiali, stoffe di risulta per confezionare indumenti a bassissimo costo, o per qualche altra causa che ignoro del tutto. Tutti salutano, esultano; la pelle è salva. Russi o americani che siano i liberatori; avrebbero salutato anche i marziani, se fossero arrivati per primi.

Sopra il portone d'ingresso del lager, uno striscione enorme con altri prigionieri dietro. Sono gli antifascisti spagnoli rinchiusi a Mauthausen: Los antifascistas españoles saludan a las fuerzas libertadoras. Mauthausen è in Austria; tra tutte le lingue dei rinchiusi, il benvenuto ai liberatori viene dato in spagnolo. La lingua in cui si erano svolte le prove generali della II guerra mondiale, e la lingua degli sconfitti che, dopo la guerra civile, avevano costantemente vissuto (se "vissuto" si può dire) nell'universo concentrazionario. Vivere tutti i giorni in mezzo alla morte. E il resto della vita, con tutta probabilità, in esilio.

Ci si potrebbe chiedere che cosa abbiano pensato, in quel momento; magari anche che quelle fuerzas libertadoras avrebbero pure cacciato via il fascismo dalla Spagna, così come avevano abbattuto Hitler, Mussolini e gli altri fascismi sparsi per l'Europa. Sarebbero bastati pochissimi anni e che la guerra, da calda, si trasformasse in fredda affinché il governo dei libertadores strizzasse l'occhio con grande benevolenza a Francisco Franco, baluardo anticomunista. Sotto la scritta in spagnolo, si legge lo stesso messaggio di benvenuto in lingua russa: Испанские антифашисты.... e qualcosa. Sotto a sinistra si intuisce lo stesso messaggio in inglese. Lo striscione, però, era troppo corto per farci entrare la parola libertadoras. Troppo corto come il ventesimo secolo.  

giovedì 16 ottobre 2014

Et por ce reposer n'osons



Il romanzo Yvain il Cavaliere del Leone (Yvain ou le Chevalier au Lion), scritto da Chrétien de Troyes tra il 1170 e il 1180, è un poema cavalleresco il cui protagonista, Yvain, deriva dal personaggio storico di Owain mab Urien.

Nel poema, Yvain cerca di vendicare il cugino Calogrenant sconfitto da un cavaliere nella foresta di Brocelianda. Yvain uccide questo cavaliere, Esclados, e si innamora della sua vedova, Laudine. Con l'aiuto della damigella di Laudine, Lunete, Yvain riesce a sposarla, ma Gawain lo convince a imbarcarsi in un'avventura cavalleresca. La moglie acconsente, a patto che lui ritorni dopo un anno, promessa che però Yvain non mantiene cosicché lei lo respinge. Yvain si infuria ma alla fine decide di riconquistare l'amore della donna. Egli salva un leone da un serpente, dando poi in seguito di virtù cavalleresche e di lealtà con l'aiuto del felino. Alla fine Laudine permette a lui e al leone di tornare nella fortezza.

La fonte di Chrétien per il poema è ignota, ma la storia ha molti punti di contatto con l'opera agiografica sulla Via di san Mungo (anche conosciuto come san Kentigern), secondo cui il santo sarebbe stato figlio di Owain mab Urien e della figlia di re Lot del Lothian. Le somiglianze suggeriscono che le due opere hanno una comune fonte latina o celtica. Yvain ha avuto un grande impatto sulla letteratura mondiale: il poeta tedesco Hartmann von Aue lo usò come base per il suo Iwein e l'autore di Owain, o la dama della fontana, uno dei romanzi gallesi compresi nel Mabinogion, rimanda l'opera indietro a un background gallese. Il poema esiste in diverse versioni in differenti lingue, compreso l'Ywain and Gawain in inglese medio.

Nel poema, non separato dal resto della narrazione, è contenuto un documento stridente e unico nel suo genere. E' un canto di operaie della seta, filandiere di quei tempi lontani che, nel loro lamento, descrivono le terribili condizioni delle lavoratrici dell'epoca. In tutto questo è necessario, ovviamente, mettersi in un'ottica preindustriale: in pieno Medioevo, la lavorazione della seta (un tessuto pregiatissimo e di lusso, riservato esclusivamente alle classi dominanti) era artigianale e affidata esclusivamente alla mano umana (ancora non si erano sviluppare le gualchiere mosse ad acqua, un'innovazione più tarda che prefigura già una delle prime situazioni protoindustriali). Ciononostante, nei versi del canto si riflettono le condizioni che già allora avevano gli strati più bassi dei lavoratori manuali, i laboratores; la massa della manodopera salariata che non godeva di alcuna protezione corporativa, riservata ai servitori delle corporazioni.



“Manovali affidati al caso del mercato della manodopera” -scrive Le Goff-, “gregge riunito quotidianamente sulla piazza di assunzione (la Place de Grève a Parigi), dove i datori di lavoro o i loro mandanti venivano ad attingere proletariato continuamente in preda alla disoccupazione”. Le Goff parla dell'Europa del XII secolo, e davanti agli occhi abbiamo il caporalato attuale. Abbiamo davanti le operaie clandestine dei “laboratori” in nero, una realtà tuttora ben presente. Abbiamo davanti le ragazze della Triangle Shirtwaist Company, e ci si può domandare se il Medioevo sia mai terminato. Alla fine del XII secolo, le operaie, in quanto proletarie e donne, costituivano la categoria inferiore delle categorie inferiori, messe all'ultimo posto nella “classifica” effettuata da Giovanni da Friburgo nel suo Confessionale. Scrisse un altro famoso storico, il polacco Bronisław Geremek, che il lavoro e il lavoratore erano diventati una merce; praticamente la situazione attuale.

La voce di quelle sconosciute operaie di più di ottocento anni fa affiora da un luogo forse sorprendente, un poema cavalleresco che formava una sorta di “letteratura popolare” largamente diffusa e non tramandata esclusivamente per via scritta (del resto inaccessibile alla stragrande maggioranza della popolazione); e affiora in una maniera cruda, dando la parola perdipiù a delle donne lavoratrici, ultime degli ultimi. Non a caso, molti secoli dopo, i "canti della filanda" avranno gran parte nel dar voce a lavoratrici le cui condizioni non erano mutate nel tempo.

Da quei tempi remoti esce fuori un canto disperatamente modernissimo: nel bel mezzo di un poema di favolose avventure e cortesi tenzoni amorose, questa voce dissonante dove delle donne, delle operaie, parlano di condizioni di lavori durissime, di salari da fame (espressi precisamente con le loro cifre), di miseria, di nottate e giornate intere al lavoro, del padrone che si arricchisce sulla loro pelle, di minacce fisiche ("la ruota" era una comune tortura). Quando si parla di attualità del Medioevo!



TOZ JORZ DRAS DE SOIE TRISTRONS

Toz jorz dras de soie tristrons
ne ja n'an serons miauz vestues.
Toz jorz serons povres e nues
e toz jorz fain e soif avrons;
ja tant gaeignier ne savrons
que miauz an aiiens a mangier.
Del pain avons a grant dangier,
au maint petit et au soir mains;
que ja de l'uevre de noz mains
n'avra chascune por son vivre
que quatre deniers de la livre.
Et de ce ne poons nos pas
assez avoir viande et dras;
car qui gaaigne la semainne
vint souz, n'est mie fors de painne.
Et nos somes an grant poverte,
s'est riches de nostre deserte
cil por cui nos nos traveillons.
Des nuiz grant partie veillons
et toz les jorz por gaeignier;
qu'an nos menace a maheignier
des manbres, quant nos reposons,
et por ce reposer n'osons.

TUTTI I GIORNI DRAPPI DI SETA TESSEREMO

Tutti i giorni drappi di seta tesseremo
ma non ne saremo vestite meglio.
Tutti i giorni saremo povere e nude
e tutti i giorni fame e sete avremo;
e non potremo mai guadagnare tanto
di che aver di meglio da mangiare.
Di pane ne abbiamo con gran pericolo,
la mattina poco e la sera di meno;
poiché dal lavoro delle nostre mani
ognuna non ne ricaverà per vivere
che quattro denari di una lira.
E con questo non possiamo
aver di che comprare carne e stoffa;
perché con un salario settimanale
di venti soldi, non si esce dagli affanni.
E noi siamo in grande povertà,
però si arricchisce con la nostra fatica
colui per il quale lavoriamo.
La maggior parti delle notti vegliamo
e poi tutto il giorno per guadagnare;
e minacciano di mettere alla ruota
le nostre membra, quando riposiamo
e così riposare non osiamo.
 

domenica 12 ottobre 2014

Cittadini, istituzioni e dignità



Il signore ritratto nella foto qua sopra si chiama Marco Doria.

Con quel cognome lì, non poteva essere che genovese; e, infatti, attualmente fa di mestiere il sindaco di Genova.

A Genova, ogni anno, c'è l'alluvione. Anzi, no: c'è l'evento imprevedibile. Talmente imprevedibile, che basta scorrere le date: 1970, 7/8 ottobre (44 morti). 1992, 27 settembre (2 morti). 1993, 23 settembre (5 morti). 2010, 4 ottobre (1 morto). 2011, 4 novembre (6 morti). 2014, 9/10 ottobre (1 morto). A Genova, tra l'inizio dell'autunno e i primi di novembre, si verificano episodi atmosferici del genere praticamente ogni anno, del tutto trasversali alle giunte comunali, ai governi, alle protezioni civili, agli allerta meteo; episodi atmosferici che si abbattono, va da sé, su una gestione criminale del territorio. Non soltanto a Genova, è chiaro; ma a Genova la cosa, mettiamola così, è particolarmente evidente.

Mi ricordo quando, nelle famose giornate del luglio 2001, si sentivano tanti e tanti genovesi, oltre che fare il tifo per le squadracce della polizia e dei carabinieri, accusare i black bloc di "distruggere Genova". Nossignori. Genova ve la siete distrutta da soli, giorno dopo giorno, e in un modo assolutamente capillare. Altro che tre vetrine e due macchine incendiate. Ve la siete distrutta accettando che lo fosse senza un minimo di ribellione. Accettando che una città meravigliosa, ma dall'equilibrio territoriale del tutto speciale e fragilissimo, fosse non devastata, ma polverizzata. Alla fine, è del tutto logico che, in autunno quando si scontrano fronti atmosferici, il territorio non ce la faccia più e esiga il suo tributo. 

Il signor Marco Doria, quel sindaco che ora insultate e minacciate e al quale promettete schiaffi e badilate di fango, è stato eletto dalla cittadinanza genovese che si è recata a votare al ballottaggio, il 21 maggio 2012, con quasi il 60% dei suffragi.

Non è, a quanto mi risulta, né migliore e né peggiore dei suoi predecessori. Di quella Marta Vincenzi, ad esempio, che il 14 maggio 2007 era stata eletta con il 51,21% dei voti e che, nel novembre del 2011, avevate insultato, minacciato, preso a badilate di fango ecc.

E non sarà neppure migliore o peggiore del prossimo sindaco che eleggerete, di qualsiasi partito o coalizione egli o ella sia, che insulterete, minaccerete e piglierete a schiaffi dopo la terribile alluvione del 19 ottobre 2017 o di chissà quando. Perché, al pari di ogni città, paese e campagna di questo paese, non siete mai stati capaci di ribellarvi una volta per tutte. Siete rimasti lì a minacciare, insultare, promettere e spalare fango. Perché avete preferito pensare al negozietto, a farvi intervistare dal tiggì di turno sul fatto che avete perso tutto, perché avete aspettato di ricominciare e poi, zàc, siete tornati a votarli.

Quindi è inutile, cari miei, che ve la prendiate tanto col sindaco Doria di turno. Spalàtevi il negozietto e il Borgo Incrociati, fischiate pure le istituzioni che poi correte a rilegittimare, magari andate dietro la prossima volta a quel vostro concittadino che fa il comico, e buona esondazione. Dateci fùlgidi esempi di solidarietà, fateci presente che oggi a spalare con voi ci sono gli stessi immigrati che col bel tempo vorreste ributtare a mare, e cantateci lodi sperticate degli angeli del fango e del calciatore del Genoa.

Nel frattempo, indignatevi pure con i TAR che "bloccano tutto coi ricorsi", perché i soldi ci sono. I soldi ci sono sempre, però ci sono sempre pure le alluvioni.  E ci saranno sempre pure sindaci che dovranno passare il loro quarto d'ora alla gogna, ché tanto cosa volete che sia. Oh, mica glielo ha ordinato il dottore di fare il sindaco; e non mi sembra che sia propriamente una sinecura. 

A voialtri, invece, bisognerebbe far presente che non si è cittadini soltanto nelle emergenze. Lo si è tutti i giorni, e che la principale caratteristica del cittadino dovrebbe essere quella di intervenire, e intervenire facendosi sentire con le buone e con le cattive, nei giorni qualsiasi. In quelli quando le istituzioni vi preparano e vi ammanniscono la quotidiana distruzione della quale, poi, vi accorgete quando arriva il fronte perturbato e vi scarica addosso l'evento imprevedibile. Allora, all'improvviso, sembrate accorgervi che cosa siano, realmente, le istituzioni; e vi incazzate per dieci minuti scarsi, perché poi ci avete da spalare i vostri negozietti di cianfrusaglie e le vostre case di fronte al Rio Fereggiano. O di fronte a qualsiasi rio Fereggiano d'Italia, da Aosta a Capo Passero. 


Il signore che si vede qua sopra, perché questo post è pieno di signori qua sopra, è pure genovese. Come il sindaco. Solo che, lui, fa un mestiere diverso: fa l'arcivescovo. Ha una carriera più che rispettabile, perché prima faceva nientepopodimeno che il presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Nei giorni scorsi, come hanno raccontato i giornali, l'arcivescovo di Genova è stato protagonista di un curiosissimo episodio.
Durante l'ultimo evento imprevedibile, infatti, la sua auto blindata ha subito la sorte di centinaia di automezzi: è stata portata via dalla furia delle acque, alle quali della blindatura o meno nun jene pò' fregà de meno.

La cosa curiosa è che l'autovettura blindata del cardinal Bagnasco veniva ospitata nel cortile della Qvestvra, che pure è stata colpita dall'annuale cataclisma. Orbene, la grossa vettura, sollevata dalla massa d'acqua, è stata trascinata via finché non ha sfondato un portone: quello dell'ufficio immigrazione della Qvestvra medesima. Un modo un po' singolare, per un cittadino extracomunitario qual è Bagnasco, di andare a rivolgersi all'ufficio competente.

In questo post si è parlato parecchio di cittadini e di istituzioni; parliamo adesso un po' di dignità. So che è una parola scivolosa, questa; ci si scivola sopra ben più che sul fango depositato dal Bisagno o dal Polcevera, antico torrente dove in tempi remotissimi sguazzavano i salmoni (il nome deriva dall'antico ligure *Porko-bhera "che porta i salmoni", ove porko- riflette l'antico nome del salmone, "pesce porco").

Ci si scivola sopra, quella parola, perché tutti noi crediamo di averne a bizzeffe, di dignità. Rifiutiamo di considerarci dei poveri piccoli indegni con la tastiera o col badile in mano, mentre scriviamo post o spaliamo fango insultanto il sindaco o aggredendo le squadre dei vigili urbani perché, in quel momento, rappresentano le istituzioni e lo Stato dal quale ci si sente "abbandonati". O se siete sempre "abbandonati dallo Stato", che ne direste una buona volta di abbandonarlo voialtri, lo Stato?.... Ci avete mai pensato, invece di ripulire lo scantinato?

Tornando al Cardinale Arcivescovo di Genova, oggi costui si è sentito in dovere, Lui, di bacchettare lo Stato italiano e le sue istituzioni.

Ha dichiarato infatti: "Lo Stato non si nasconda!", mentre era in mezzo agli alluvionati. I quali, va detto, non si sono manco sognati di insultarlo e minacciarlo perché Egli, com'è noto, ha fatto di tutto e di più per salvare il territorio genovese, per salvaguardarlo da ogni sorta di speculazioni, per impedire lo sfacelo. Un autentico Faro. Ci fosse stato lui, come sindaco! "Lo Stato non sia distratto e lento", ha dichiarato; et voilà, pure la lezioncina di Sua Eminenza. Il quale, peraltro, non ha spalato nulla; e la macchina blindata gli verrà sostituita prontamente.

Fossi stato io il Sindaco di Genova, o qualsiasi altro rappresentante delle istituzioni di questo Stato, a questo punto sarei scoppiato. Vanno bene gli insulti. Vanno bene le palate di fango. Vanno bene pure le minacce, ché tanto son cose che si dicono e poi non si fa assolutamente nulla, come sempre. Ma pure il ditino puntato di questo qui? Ma uno, dico uno, un sindaco, un assessore, un consigliere comunale, un parlamentare che si sia alzato e gli abbia detto: "Ma te che cazzo vuoi?" 

Ma come, in quanto Stato italiano a te, alla tua organizzazione planetaria, al tuo principale più buono del 30% degli altri papi della stessa fascia, alle tue ingerenze continue, ai tuoi uomini di paglia che abbiamo in quantità esorbitante qui fra noi, alle tue favole mediorientali, alle tue speculazioni edilizie (anche a Genova!), alle tue tasse dalle quali sei esentato, ai tuoi ermellini estoni, alla tua RaiNews24 (ora PapaNews 24, servizio non-stop), ai tuoi presidenti del consiglio, alle tue preghierine e a tutto il resto, abbiamo fatto sempre ponti d'oro parando il culo ad un semplice cenno della mano, e ora ci vieni pure a fare la ramanzina? Nasconderci? "Distratti" e "lenti"? Ma se siamo così solleciti, così attenti e così rapidi a obbedire a te e a quelli come te! Che ci hai da dire, ancora? 

No, ci mancherebbe. Ossequi. Sia dalle istituzioni statali bacchettate, sia dalla famosa gente, la quale avrebbe dovuto tirargli una cestata di fango a merda, al pari che al Sindaco. E allora fallo te, il Sindaco, appunto! Magari ti eleggerebbero pure a man bassa. Magari gli angeli del fango li faresti scendere direttamente da' Cieli. Anzi, perché no, saresti pure capace, con qualche intercessione messa bene, di bloccare i fronti perturbati, quando arriva ottobre. E, se non ci riesci, nessuno ti insulterebbe. Meglio insultare lo Stato e le sue istituzioni terrene, senza preoccuparsi però mai di abbatterle, con quei badili e con qualcos'altro. Meglio mugugnare e spalare, bravi e onesti come si è. E la dignità viene, come sempre, scambiata per una vita tanto onesta e laboriosa e per un condono edilizio.


venerdì 10 ottobre 2014

Loukanikos sulla luna




Se stasera si guarderà la Luna, ci sarà anche Loukanikos. Ha passato, come diceva non mi ricordo quale essere umano, il suo quarto d'ora di notorietà, e qualcuno magari se ne ricorderà pure: il cane delle manifestazioni greche, sempre in prima fila, chiamato in un primo tempo Kanellos (o forse era un altro cane, quando c'entrano mezze leggende anche i nomi fluiscono), che vuol dire "valoroso" in greco, e poi riportato ad un ben più prosaico e canino nome (Loukanikos vuol dire "salsiccia", come la lugànega, nel quale si tramanda il nome della Lucania, antichissima terra d'insaccati di maiale). Ma quel cane c'era per davvero, in mezzo ai riots di questi anni a Atene; leggenda sia, ma stavolta è un mito con tanto di fotografie e di lacrimogeni polizieschi, soprattutto. Perché pare proprio che Loukanikos, che aveva una decina d'anni (età più che rispettabile per un cane) sia stato, come dire, aiutato a morire dal fumo del CS che ha respirato di continuo.


La foto sotto il titolo è, probabilmente, la più famosa del bastardone ambrato senza padroni. Ripreso mentre abbaia a uno squadrone di poliziotti in tenuta antisommossa. Lui sta facendo semplicemete il cane, però. Non era né un anarchico e né un compagno: era un cane. Come tale, abbaiava a una fila di malfattori che invito a guardare bene: tutti uguali. Sembrano clonati. I ragazzi venuti dal Brasile. Automi, con davanti un essere vivente che fa quel che gli dice la sua natura. Poi non so, e non posso sapere, se alle manifestazioni e agli scontri qualcuno ce lo portasse, o se ci venisse da solo; c'è anche da credere che si divertisse semplicemente come un matto. E poi ve lo posso dire per esperienza, mettiamola così: ad ogni manifestazione, dovunque nel mondo, ci sono decine di cani. A quelle greche non ci sono mai stato, ma ne ho visti altri di cani abbaiare alla polizia; ivi compresa l'Askina, la cagnetta di una ragazzina che conosco, che con un Loukanikos ci se ne farebbe tre. E ivi compresa la Stellina, che a cagnare va spesso in posti dove di CS ne lanciano parecchi, e a tutto quello che si muove. 

Retorica no, Luna sì. Anche perché, almeno per ora, si presume e si spera che sulla Luna non arrivino i lanci di gas, gli spray al peperoncino, le pistole elettriche, i manganelli, le prese di contenzione, i controlli delle assicurazioni dei motorini. Tutto sommato non sarebbe male raggiungere Loukanikos sulla Luna e mandarli tutti nel culo, quelli di quaggiù. Dicono sia diventato un simbolo, ha avuto canzoni, insegne di negozi, persino la copertina di Time; a lui, però, sono ragionevolmente certo che non gliene fregasse un emerito cazzo. Lui andava e abbaiava, e l'Astynomia ci stava persino parecchio attenta, lacrimogeni a parte. Avesse ammazzato un simbolo come quel cane, sarebbe stato molto peggio che ammazzare qualche ragazzino di quindici anni, qualche immigrato o qualche rapper; i quali, davvero, vorrei che stasera, naturalmente sempre sulla Luna, facessero giocare Loukanikos e gli lanciassero palline e stecchi (con l'assenza di gravità dev'essere proprio un bel gioco). Basta candelotti, finalmente. Lo hanno chiamato in trecento modi, il cane black bloc, il Riot Dog, il cane anti-troika; sulla Luna potrà fare, finalmente, il cane e basta. E magari farci delle belle pisciatine in testa, anche se un uccellino mi ha detto che cadranno più volentieri sui caschi e sulle divise antisommossa che sui manifestanti. 

Sulla Luna, poi, c'è sempre un discreto viavai. Ora pare che stia arrivando una comitiva di studenti messicani. E di ragazze curde. Addio, Loukanikos, stasera sentirai che ululati e che abbaiate. Qui nel mio cortile hanno già cominciato, e pensa che c'è una cagnona lupa che si chiama come te: Salsiccia. Qua la zampa, amico. Qua la zampa.


Post Scriptum. Però, come prossimo animale-simbolo delle manifestazioni e delle sommosse, spero arrivi un Velociraptor. Secondo me sarebbe molto, molto efficace; e le salsicce di sbirro gli piacciono particolarmente. Lo si potrebbe chiamare Batsòfagos ("mangiasbirri").