martedì 2 settembre 2014

Marò....!




Vorrei cominciare questa cosa in un modo un po' insolito, ovvero invitando a non fare troppo il tifo, acriticamente, per l'Unione Indiana.

Basterebbe leggere un po' i libri e i reportages di un'indiana, vale a dire Arundhati Roy. La quale, peraltro, è nativa proprio di quello stato del Kerala dove si è svolta la vicenda dei due pescatori indiani ammazzati dai due "marò" italiani.

L'India che ne scaturisce è un paese oramai svenduto totalmente alle multinazionali, e dove il potere politico, finanziario, giudiziario e militare è al loro servizio. Una delle principali conseguenze di tutto ciò è la deportazione di milioni di persone, per lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. L'India intera è, attualmente, un territorio di saccheggio generalizzato dove si dispone di enormi masse di diseredati a disposizione del mercato, dello sfruttamento e, quando necessario, dell'eliminazione di massa. Una "democrazia di facciata", come precisa più volte Arundhati Roy che nasconde le solite oligarchie ben ripartite tra il Partito del Congresso della dinastia Gandhi e le altre formazioni politiche che periodicamente si alternano al (finto) potere in realtà nelle mani di pochi colossi privati.

I due pescatori del Kerala, Ajesh Binki e Valentine Jelastine, sono stati ammazzati due volte. La prima dai "marò" italiani, e la seconda dalla propaganda nazionalista indiana che se ne è servita e se ne sta tuttora servendo. Di quei due poveracci non importa nulla a nessuno, né all'Italia e né all'India; due nessuno, come le popolazioni intere scacciate dai loro territori per l'apertura di una qualche miniera. Due insignificanti pedine in un gioco immenso; due moscerini da schiacciare.


Sento il bisogno di dire queste cose perché il nazionalismo puzza da qualsiasi parte, e copre ovunque le stesse porcherie. Quello indiano non puzza di meno di quello italiano, allo stesso modo del razzismo; e l'India è un paese profondamente e storicamente razzista (come un razzista dichiarato era lo stesso "Mahatma" Gandhi). Non potrei mai stare dalla parte dei pescatori indiani senza prima precisare queste cose. Poi si può parlare anche delle ultime vicende dei "marò".

Oggi, uno dei due (Massimiliano Latorre) ha avuto un piccolo malore (un attacco ischemico transitorio, o TIA). Più o meno una cazzata: quando lavoravo in ambulanza, di casi del genere nella città di Firenze ne capitavano ogni giorno. Bene, per il malorino del marò Latorre oggi è partita per Nuova Delhi una ministra in persona, la Pinotti. Per il marò Latorre e per il suo collega Girone è attiva da due anni e mezzo tutta la diplomazia nazionale, col coinvolgimento di quella internazionale. Si è a lungo scomodato Staffan De Mistura quando faceva parte del governo italiano, e mi piace ricordare che Staffan De Mistura è stato uno dei più alti funzionari dell'ONU. La "dura prigionia" dei due marò italiani consiste in un appartamento presso l'ambasciata italiana in India, dove costoro godono di tutti gli agi; nel frattempo, in Italia, non si perde occasione per "sensibilizzare" la popolazione sui "nostri marò", presentandoli praticamente come eroi; il problema è che, nonostante tutti gli sforzi (governi, diplomazie, partiti di destra, media "embedded" eccetera), in Italia non gliene frega assolutamente nulla a nessuno. Più si batte la grancassa sui "nostri marò", e più la gente se ne impippa (ivi compreso a Taranto, la città di uno dei due, dove la gente ha da pensare a ben altro che a due tizi ben pagati che vanno a difendere il sacro suolo della Patria sparando a dei pescatori lontani diecimila miglia; si provi a chiederlo al rione Tamburi, quanto gliene importa dei "marò").

Ciononostante, come è stato proprio ieri ribadito, i due "marò" (termine, mi piace sempre ricordarlo, coniato dal principe Junio Valerio Borghese per i membri della X MAS) sono "una delle priorità del governo"; altro che "lasciati soli". I due ammazzapescatori in divisa sono "priorità" di un governo intero. Avrei voluto vedere quale "priorità" sarei stato io, se mi fosse venuta la voglia di andare a sparare a dei pescatori del Kerala munito di armi da guerra. Avrei voluto vedere in quale bella "ambasciata" mi avrebbero tenuto prigioniero, e se si sarebbe scomodato Staffan De Mistura. Se mi fossi sentito male, chissà se la Pinotti sarebbe partita di corsa. E chissà se avrebbero srotolato striscioni sui municipi e sui monumenti con su scritto "Salviamo il nostro Venturi". Ne dubito fortemente; del resto, quando c'era da salvare centinaia di nostri connazionali dalle grinfie dei militari argentini, quasi nessuno ha mosso un dito.

Bisognerebbe fare presente tutto questo alla  sig.na Giulia Latorre, figlia del fuciliere di marina (o "marò") Massimiliano Latorre, quello che ha avuto il malorino venendo peraltro soccorso immediatamente e portato in uno dei migliori ospedali di Nuova Delhi dove ha ricevuto cure adeguate. 

La sig.na Latorre, oggi, si è lasciata prima sfuggire (su Facebook, e dove altrimenti?) un "Italia di merda", che non è propriamente quel che ci si aspetta dalla figlia di un eroico difensore della Sacra Patria; tant'è vero che, rassicurata dalle buone notizie sulla salute del genitore, ha prontamente cancellato la merda per lasciare solo l'Italia. Anche senza la merda, però, il post della sig.na Latorre Giulia merità di essere riprodotto per intero, con la sua peculiare grafia, poiché dà un'idea ben precisa anche di questo Paese:


Riassumiamo:

a) L'Italia, secondo la sig.na Latorre Giulia, è di merda (seppure prontamente cancellata) perché li fa restare: forse, chissà, vorrebbe dichiarare guerra all'India assieme a Giorgia Meloni (che in questi giorni si è resa protagonista di un'altra "perla", l'invito a Alessandro Del Piero a non andare a giocare in India in solidarietà coi nostri marò; chissà cosa avrebbe fatto lei se le avessero offerto i milioni proposti al calciatore!)

b) L'Italia, sempre secondo la sig.na Latorre Giulia, è di merda perché "si preoccupa" (coi CIE e con la Bossi-Fini, verrebbe da dire) "di portare qui gli immigrati che bucano le ruote xk vogliono soldi"; considerazione profondissima e intelligentissima ripresa immediatamente dalla "Padania". Italia! Smetti di preoccuparti di quegli sporchi immigrati che bucano le ruote "per soldi" e preoccupati per i tuoi eroici figli che bucherellano esseri umani a gratis! (a gratis..?!?)

c) L'Italia, infine, non si preoccupa "dei fratelli che combattono per noi e perdono la vita". Ehi, ehi, calma, ragazzina. D'accordo che il babbo si è sentito male, ma bisognerà chiarirti un paio di cose, e definitivamente. La prima è che il tuo babbo non è mio fratello, e non lo vorrei come fratello nemmeno se me lo regalassero infiocchettato. Non "combatte" affatto, né per me, né per te e né per noi; se ne stava a far la guardia a un privato, e magari dovresti chiederti seriamente che cosa ci stava a fare e perché. Non era a difendere la "Patria", ma una proprietà privata. Non era a far la guerra; sai, quella cosa che i "nostri ragazzi" vanno a fare qua e là, travestita da "missione di pace" con ricchissimi finanziamenti e rifinanziamenti. Tant'è vero che la vita non la hanno rischiata affatto, ma la hanno tolta a due poveracci che lavoravano a casa propria. Non cercare di confondere le acque, ragazzina, anche se si capisce la preoccupazione per il babbo che è stato male; e non tirare in ballo la morte, perché la morte a questo Paese gliela stanno dando soprattutto le spese militari e i razzismini quotidiani da brava figlia come il tuo. Una perfetta figlia dell'Italia, sei: perché la offendi?

lunedì 1 settembre 2014

Contratti



Nel 1965, un avvocato arlesiano di 47 anni, maître André-François Raffray (in Francia si dà il titolo di maître a avvocati, notai e giuristi in genere), stipulò con un'anziana signora un vantaggioso contratto di compravendita di un'immobile.

Si trattava di un tipo di contratto assai comune in Francia: il cosiddetto contrat en viager, o "ipoteca inversa". Simile alla "nuda proprietà", ma che prevede non il pagamento immediato dell'intera cifra pattuita, bensì mediante l'erogazione di un vitalizio alla parte cedente. Maître Raffray, per la cessione dell'appartamento, stabilì di versare alla signora, allora novantenne, una somma mensile di 2500 franchi fino alla sua morte, all'occorrenza della quale sarebbe entrato in pieno possesso dell'immobile. Naturalmente, l'avv. Raffray pensava di avere stipulato una compravendita particolarmente vantaggiosa; la signora sarebbe infatti morta sicuramente di lì a poco.

Il problema, del tutto imprevisto, è che la signora novantenne in questione si chiamava Jeanne-Louise Calment.

Jeanne-Louise Calment, nata a Arles il 21 febbraio 1875, è morta, sempre a Arles, il 4 agosto 1997 all'età di centoventidue anni e 164 giorni.

L'atto di nascita di Jeanne-Louise Calment.
Jeanne-Louise Calment, all'età di dieci anni, era partita con tutta la sua famiglia per andare a Parigi al funerale di Victor Hugo. A tredici anni, aveva conosciuto Vincent Van Gogh, che era entrato nel negozio di famiglia a battere cassa: voleva in prestito del denaro.  Parlandone, lo aveva definito brutto, sporco, puzzolente e sgradevole, però i soldi glieli aveva dati. Aveva conosciuto anche il grande poeta occitano Frédéric Mistral, premio Nobel per la letteratura. Si era sposata, ed ebbe una sola figlia morta  a soli trentasei anni; suo marito, invece, era morto il 2 ottobre 1942 dopo aver mangiato una torta fatta con delle ciliegie andate a male.

La signora Jeanne-Louise Calment è tuttora la "decana storica dell'umanità", vale a dire la persona campata più a lungo in assoluto e per la quale esista una documentazione certa. 

A partire dal 1965, percepì regolarmente i suoi 2500 franchi mensili versatigli dall'avv. Raffray, acquirente in ipoteca inversa del suo appartamento; il quale pensava d'avere fatto l'affare della sua vita, e che si ritrovò invece in una specie di incubo. La signora continuava imperterrita a campare, in ottima salute; nel 1975  compì cent'anni, dritta come un fuso. Tirava di scherma, andava in bicicletta e fumava le Gitanes; nel 1988, quando la città di Arles festeggiò il centenario dell'arrivo di Vincent Van Gogh, Jeanne-Louise Calment aveva 113 anni, era ancora un diociliberi e viveva economicamente tranquilla grazie al contrattino stipulato con l'avvocato Raffray, che si stava letteralmente dissanguando.

L'avvocato André-François Raffray non andò mai a vivere nell'appartamento del centro di Arles; morì nel dicembre del 1994 all'età di settantasette anni, per un cancro al colon. Poiché i contratti si rispettano (come ci dicono gli avvocati), gli toccò pure passare l'obbligazione alla vedova, la quale continuò a versare alla signora Calment il vitalizio mensile. Risparmiando sulle sigarette: all'età di centodiciotto anni, la signora aveva infatti deciso di smettere di fumare. Continuava però col suo olio d'oliva, che metteva ovunque, e col suo chilo di cioccolata alla settimana. 

Quando, finalmente, Jeanne-Louise Calment si era decisa a morire, la famiglia Raffray le aveva pagato duemilacinquecento franchi al mese per trentadue anni; circa duecentomila euro in valuta attuale, corrispondenti a più del doppio del valore dell'appartamento. Una volta, circa all'età di centododici anni, la signora Calment, a proposito del contratto, si era lasciata sfuggire: "Maître Raffray non aveva calcolato che io ero in gara con Matusalemme."

Nella foto: Jeanne-Louise Calment nel 1897, all'età di 22 anni. Aveva ancora cento anni da vivere.

sabato 30 agosto 2014

Risposte cristiane: Un blog imperdibile!



Raramente faccio una pubblicità così smaccata a altri blog; ma nel caso di Risposte Cristiane faccio più che volentieri un'eccezione. Un amico me lo ha segnalato qualche giorno fa, facendo riferimento particolare a questo post; ma ogni post è, a mio parere, un autentico capolavoro anche se lo dovrò prendere a piccole dosi per non rischiare di schiattare dalle risate. Chi ha concepito e realizza un blog del genere è, IMAO, un genio. Non avrei altro da dire, oltre naturalmente raccomandare a tutt* di leggerlo e diffonderlo con santo zelo; soltanto due piccole cose in ultimo. La prima: se leggendo i post si rischia seriamente la dipartita da questo mondo in preda al riso incontrollabile e convulso, ancor più pericolosi sono i commenti, specialmente quelli di coloro che, seriamente o per finta, condividono le curiose teorie del blogger. La seconda: da oggi, Risposte Cristiane finisce -ovviamente- nel blogroll dell'Asocial Network alla voce "Imperdibili". Assolutamente doveroso, miei cari fratelli e mie care sorelle!

giovedì 28 agosto 2014

All'ombra del penultimo sole




Trattandosi di un racconto abbastanza lungo, suggerisco come sempre di stamparlo e di leggerlo con comodo a chi lo desiderasse.


Verso la fine dell'estate, siccome era diventato troppo vecchio per andare assieme ai figli in mare aperto, aveva deciso di pigliare la barchetta piccola, quella che serviva ai nipoti per andare sottocosta alla ricerca di una caletta dove stare con qualche ragazzina del paese, e di andare a pescare a bolentino. Nulla a che fare con la pesca sul serio, quella con le reti che un tempo aveva insegnato ai figlioli portandoli con sé fin da quando avevano compiuto i quindici anni; ora, secondo le stagioni della vita, toccava a loro. A loro fare stare in pena le mogli e le famiglie, a loro partire e ritornare, a loro sgobbare come negri, a loro gioire per una buona pesca e disperarsi per una magra. A lui, invece, ora toccava la barchetta di legno sulla quale era salito fin da bambino; suo padre gli diceva sempre di non sapere nemmeno lui da quanto tempo fosse della famiglia, era stata riparata, impiallacciata e ricatramata chissà quante volte, eppure era ancora buona a condizione, naturalmente, di non provare nemmeno a allontanarsi troppo dalla costa. Altrettanto naturalmente, però, il vecchio F. era testardo come una gita sociale di muli e non se ne preoccupava troppo. Cosa aveva fatto per tutta la vita? Pescare. Non poteva andare più coi figli a far pesca d'altura? Si capisce, quando arriva il momento di essere dichiarato non più buono, arriva; aveva, il vecchio F., settantotto anni compiuti il ventiquattro di febbraio. E a star lontano dal mare non ce la faceva proprio; fino a quattro anni prima non ne aveva voluto sapere, e continuava a andare assieme ai figli e ai loro compagni di lavoro, ma una volta, oltre la Capraia, si erano beccati una burrasca da levare il pelo, di quelle col prete sul molo, le mogli in ginocchio a salmodiare, il maresciallo dei carabinieri e la Campagnola della Pubblica Assistenza (modello 1967) con su scritto “Protezione Cibile” col pennarello. Proprio così: “cibile”. Che cosa intendesse proteggere, lo sapevano solo loro.

Il vecchio F. non era, come dire, un modello di cristiane virtù. Il mondo dei pescatori, a qualsiasi latitudine, indulge comprensibilmente alla religiosità; ci son dei frangenti, in mezzo al mare, in cui un bell'iddìo, una madonna o un santo fanno parecchio comodo. Lui, però, proprio non ne voleva sapere, e aveva attaccato ai due figli, R. e T., un palese spregio di ogni forma di credenza soprannaturale. Avendone viste di cotte e di crude in mare, si era accorto ben presto che, nonostante preghiere e invocazioni a questo o a quell'abitatore de' cieli, quand'era ora di andare a far da pasto ai pesci ci si andava e basta. Questione di due cose: il culo e la forza. Il culo di averci una via di scampo, un punto riparato a poca distanza, una barca messa bene o una barca più grossa nelle vicinanze; e la forza che ci vuole per governare un'imbarcazione in circostanze del genere. E ce ne vuole parecchia, di quella che s'ha a trentacinque o quarant'anni. Nonostante tutto questo, spesso e volentieri non bastava neppure quello, e allora -diceva il vecchio- si ristabiliva un po' di giustizia; visto che i pesci gli avevano dato da mangiare per tutta la vita, arrivava un momento quando bisognava far mangiare un po' loro.

I compagni pescatori di Marina di Campo inorridivano. Provenivano in gran parte da un'altra isola nel mare, situata un po' più in giù, che si chiama Ponza; e non ce n'era manco uno, come da loro tradizione e convinzione, che non santificasse e madonnasse come si deve, al pari del resto dei non molti pescatori nativi del posto. Il fatto è che gli elbani non sono pescatori, ma montanari in mezzo al mare; preferiscono salì su pe' le cóte e lasciar pescare i ponzesi. Anche F., del resto, sarebbe stato un montanaro, e un cavatore di granito come tutti quelli di San Piero e Sant'Ilario; e come tutti costoro, era sempre stato animato da un acuto spirito di contraddizione. Cavatore il padre, anche se la barchetta ce l'aveva; cavatori gli zii e cavatori i fratelli; così, arrivato a quattordici anni, aveva comunicato che andava a imparare a fare il pescatore giù in paese. Nel contempo, poiché eran tempi strani, s'era pure messo certe idee in testa, e invece d'andare in chiesina imparava le canzoni di Pietro Gori, e altre belle pensate di questo genere che non starò a raccontarvi perché, qualora le vogliate proprio sapere, non avete che far le opportune richieste presso una discreta quantità di questure. Disperando così la moglie, una brava donna parecchio devota alla quale voleva molto bene (e glielo aveva dimostrato mettendole in pancia solo due figlioli e non i soliti sette o otto), aveva tirato su benissimo i ragazzi: pescatori pure loro, e convinti adepti di una particolare dottrina politica che prevede, come tutti sanno, cappellacci, gatti neri, tabarri e bombe in tasca con la miccia accesa.

Le barche di Marina di Campo parevano un martirologio galleggiante intero. C'erano una Santa Lucia e un San Gaetano, che era proprio pochino visto che il santo in questione è il patrono del paese; in compenso c'erano due San Rocco e due Padre Pio, che per distinguerle le avevano chiamate, pensate un po', Padre Pio I e Padre Pio II. C'erano sei San Silverio; un forestiero si sarebbe chiesto come mai Silverio fosse tanto gettonato, per scoprire poi che era il patrono di Ponza. Si passava poi a Santa Rita, mentre un originalone aveva chiamato la sua barca “Madonna di Megiugorio”; una mattina, trovò che qualcuno, approfittando delle tenebre dicembrine, aveva raschiato il “Megiu” e, con la vernice, aveva cambiato il nome in “Pietrogorio”. S'arrabbiò parecchio, ma non aveva fatto nulla perché il vecchio F., quand'era meno vecchio, era un marcantonio di un metro e novanta con due braccia che sembravano paranchi; a settantott'anni si era tenuto la statura, ma le braccia funzionavano un po' peggio. Sempre meglio non averci a che fare, né con lui e né coi figlioli che erano cresciuti a sua immagine e somiglianza; ma per cavarsela tra la Capraia e la Corsica, in mezzo a una burrasca per la quale i pesci s'eran già messi il bavaglino e studiavano il ricettario, ci voleva ben altro. La barca da pesca di famiglia si chiamava “Sacco e Vanzetti”.

Gli interventi divini sono parecchio strani. In quella burrasca di cui si parlava, due pescherecci, il “Sacro Cuore di Gesù” e il “Mamma Maria Bambina”, erano colati a picco con tutti gli equipaggi, facendo perire in tutto quattordici pescatori. Il “Sacco e Vanzetti”, oltre che a forza di braccia e di fortuna sfacciata, s'era salvato a forza di moccoli, equamente ripartiti tra dèi di vario genere e il vecchio F. che non ce la faceva più a far nulla; e, in frangenti come quelli, quando non ce la si fa più a fare nulla, si è soltanto dei pesi inutili a bordo. Saltò il rispetto familiare; il vecchio padre, che s'incaponiva ancora a pescare, era stato sottoposto a una tempesta di parole in confronto alla quale quella atmosferica sembrava un'aura gentil del primo vere. Ad ogni modo, quel giorno i celìcoli si dovevano esser rotti i coglioni di orazioni e salmi, e s'eran concessi invece un po' di risate ascoltando le fantasiose bestemmie di quei pescatori un po' strani; e così i sacri cuori e le marie bambine erano colate a picco, mentre Sacco e Vanzetti erano tornati a casa sani e salvi. Meglio essere in mare tra la Capraia e la Corsica, pensarono quelli veri da lassù o laggiù, che sulla sedia elettrica. Una volta a casa, i figli decisero che il loro padre, d'ora in poi, se ne sarebbe stato a godersi la vecchiaia; e che, se voleva pescare un po', si prendesse la vecchia barchetta, la canna, la lenza e si mettesse calmo una buona volta. Per la prima volta in vita sua, il vecchio F. decise di chinare il capo; forse.

Il fatto gli è che, per andare a pescare a bolentino, un po' al largo bisogna andarci per forza. Ci siete mai stati, voialtri? Magari anche sì, chiamandola “pesca a volantino”, che sarebbe il suo nome in tutto il Mediterraneo (anche in Catalogna dicono volantí). Ma all'Elba si dice bolentino e, anzi, mio padre raddoppiava pure la elle e diceva bollentino; quindi bolentino è e bolentino rimane. La cosa è semplice: si piglia una lenza bella robusta, ma non una gugliata. Ce ne vogliono novanta o cento metri come minimo. Poi ci si attaccano, a distanze fisse (diciamo a un mezzo metro l'uno dall'altro), gli ami che porteranno le esche e il piombo finale perché la lenza deve stare diritta. E' una delle operazioni più noiose che ci siano sulla faccia della terra, e va fatta il giorno prima; il pescatore a bolentino si mette in mare alle quattro di mattina. E poiché ci ha cento metri di lenza con gli ami attaccati, deve andare dove si presume che il mare sia più profondo della lenza; un po' al largo, appunto, e dove non ci sono scogli, perché sennò la lenza può impigliarsi ed è capace anche di arroversciarti la barchetta.

Non glielo aveva detto, perché sennò con la lenza lo avrebbero strozzato. Così aveva detto alla moglie e ai figlioli che sì, se ne sarebbe andato a pescare non oltre la punta Bardella di Galenzana, e con la canna. Per convenienza non stavano in paese, ma sopra il Pozzo al Moro, un po' in campagna; così potevano farsi anche un po' d'orto e un po' di vigna. Il vecchio F. aveva pure la macchina; una Bianchina panoramica del 1964, targata, e se ne ignora il perché, Piacenza. Tenuta impeccabilmente quanto a motore e carrozzeria, col sedile anteriore pulito e in ordine, ma con i sedili dietro tirati via e con l'intero abitacolo posteriore trasformato in magazzino degli arnesi. A destra del vano, il reparto agricolo; a sinistra, quello ittico. Il vecchio F. era un uomo ordinato, anche quando sparava una balla ai familiari; perché il giorno prima, con una scusa, aveva preso la Bianchina dove aveva accuratamente nascosto centoquindici metri di lenza da bolentino Tubertini, gli ami già infilati e preparati il giorno prima sempre di nascosto, il piombo finale e tutto il resto. Le esche (bachi, pezzettini di polpo) le aveva nascoste in frigorifero coi panini; in bella vista nella Bianchina, la canna da pesca, la cassetta e il retino. Dé, ci andassero quegli altri sul molo o vicino a riva a pescare alla canna; lui ci aveva bisogno del mare. Quello sul serio. E così, verso le tre e mezzo, senza svegliare nessuno, s'era avviato verso il paese e verso la foce del fosso, all'inizio della spiaggia, dove teneva la barchetta. La Bianchina, come sempre, la lasciò nella piazzetta all'inizio delle Scalinate, dedicata a Giovanni da Verrazzano ma che lui continuava a chiamare Piazza del Tembien, come qualche ventennio prima; quando a volte andava a ripigliarla, d'estate, dentro ci saranno stati settanta gradi e diceva che almeno lui lo trovava sempre, il posto al sole. Mai una volta all'ombra. Anche quel giorno sarebbe stato così, verso le dieci e mezzo o le undici del mattino; la pesca a bolentino ha bisogno di acque calme, calme, calme. Quando cominciano a passare motoscafi e altre barche, si torna a casa.

Siccome ne' romanzacci si dice sempre che era una notte buia e tempestosa, in questo raccontaccio si dirà che la notte era dolcissima e senza un filo di vento, e che il mare sembrava talmente un olio che veniva quasi la voglia di condirci l'insalata. A fine estate, bisogna farci comunque parecchia attenzione; mai fidarsi del tutto di Sua Maestà il Re Salato, l'unico sulla cui testa il vecchio F. non intendeva marciare. Usciti fuori dal golfo, l'onda lunga è sempre in agguato anche nelle temperie più pacate; e l'onda lunga ha una sola funzione, quella di rovesciare le barchette dei bischeri che non sanno andar per mare. C'era solo un problema, qualcosa che disturbava parecchio ma che non aveva proprio nulla a che fare col mare, ma col cielo. Non mi si fraintenda, perché pure il cielo era sgombro e splendeva dorata la luna nonostante le pedate di Neil Armstrong; però, puttana dell'eva, c'era un elicottero che girava e rigirava. E, per essere in volo notturno, doveva cercare qualcuno. E se quel qualcuno lo cercavano con l'elicottero a quell'ora, doveva esser successo qualcosa. E se poco dopo il bivio della Piastraia c'era pure il posto di blocco dei Carabinieri (che non lo avevano bloccato; figurarsi se non li conoscevano, lui e la Bianchina piasintëina), la ricerca non doveva essere d'uno uscito per andare a far funghi. E, intanto, l'elicottero girava con tanto di fotocellula; e il vecchio F. cominciò, ancora guidando, a recitare una lenta e ragionata litania di bestemmie, non risparmiando nemmeno santi assai poco noti (che lo ringraziarono di cuore, perché sennò non li nominava mai nessuno). Se continuava così, addio bolentino e per un sacco di motivi; non ultimo perché quelle cose là lo innervosivano. Non sopportava i braccaggi. Non tollerava lo Stato alle calcagna di qualcuno. Se qualcuno gli avesse nominato Sciarl Bodlèr, avrebbe chiesto se era un tipo di lenza oppure il commissario che sparò a Mesrine (lui, sì, lo conosceva); ma era l'incarnazione dell'uomo libero che ama il mare. Mi spiace per Mauro Corona, ma la montagna era tanto amata da Julius Evola (tiè, ok, non c'entra un cazzo col racconto ma era tanto che ci avevo la voglia di dirlo, 'iosagrataccio!)

Decise, ciò nonostante, d'andare avanti. Aveva perso tre ore, il giorno prima, a incoccare gli ami, e poi figuriamoci se uno come lui tornava indietro per un elicottero che svolazzava e un posto di blocco. Al massimo non pigliava manco un pesce; e poi, chissenefrega del pesce. Quello che gl'importava davvero, era starsene lontano, in mezzo al mare, ascendendo pian piano dal buio all'aurora, dall'aurora all'alba, dall'alba al giorno fatto; e a quegli ami abboccassero pure scarponi bucati. Era mescolare la profondità del sotto con la vastità del sopra. Era fumare una Nazionale ripensando a tutto. Era percepire il minimo movimento di centoquindici metri di niente, abituandosi al silenzioso esercizio dei sensi. Era, non sempre ma quella mattina ci aveva fatto la bocca, riplasmarsi un mondo su una piccola barca, e un mondo come lo si vuole per davvero almeno fino alle undici la mattina. Di questo gli importava, e di tutta un'altra serie di cose; e siccome così m'immaginavo mio padre, seppur confusamente, da bambino quando lo vedevo preparare i bolentini per il giorno dopo, m'immagino pure il vecchio F.; chissà, magari è lui.

Nulla di tutto questo, porca della schifosa di quella baldracca, con quell'elicottero di merda. Parcheggiando in piazza del Tembien, ebbe voglia di tirare una sportellata da svegliare mezzo paese; poi pensò che un colpo del genere avrebbe spaccato in due l'eroica e vetusta utilitaria. Prese tutta la roba, nascondendo però la canna da pesca e la cassetta sotto una coperta talmente militare che doveva aver fatto la guerra d'Abissinia, e s'incamminò verso la barca canticchiando una canzoncina dove si diceva d'imitare tali Bresci e Ravasciòl; forse, chissà, l'aveva scritta Alighiero Noschese.

La barchetta era lì, e sarebbe stata nel buio assieme alle altre se non fosse stato per una fotocellulata che la prese in pieno per due secondi. Aveva pure lei un nome, ma considerando che la usavano i nipoti (un ragazzo di vent'anni e un'altro di diciassette) per andare nelle calette dietro Capo Poro, tipo le Cavine, assieme alle pischelle, i loro genitori s'erano imposti sul nonno che la voleva chiamare Luisa Miscèl. Era stata quindi, orrore!, battezzata “Chicca”. Ogni volta che vedeva quel nome scritto sulla barchetta, il vecchio F. pensava che “Chicca” si poteva chiamare una gatta, non una barca; indi per cui, una gatta di casa, chiaramente tutta nera, era stata chiamata Luisa Miscèl, ché tanto i gatti il loro vero nome lo sanno solo loro -come ebbe a scrivere un certo Iliot, o Ilio, come Ilio Barontini che era un brav'omo anche se era comunista. Concedendosi un ultimo moccolo (U.M.), sistemò la roba nella Chicca e s'apprestò a spingerla in mare; quando udì un sussurro. Una voce d'omo, bassa bassa ma altissima al tempo stesso; diceva, “Shtare fermo, mi zerkano”. Il vecchio F. aveva, fortunatamente, la capacità di capire al volo. Si fermò subito e non disse mezza parola. Non era lui che doveva parlare; il sussurro si fece ancor più basso, e al tempo stesso ancor più alto. Disse, con uno strano accento: “Ascolta, non mancio da più t'un ciorno. Tu afere manciare ?”

Il vecchio F. si mise a sedere sulla rena e, dal sacchetto, tirò fuori i due panini con la frittata di pomodori che si era portato, passandoli a una mano nascosta sotto il telo della barca. Sentì mangiare una fame nera, e parlare una sete mortale anche se questa non aveva detto ancora nulla. Nel sacchetto c'erano due bottigliette, una piena d'acqua gassata e l'altra di vino bianco della sua vigna. Aveva, quel vino, sedici gradi e era torbo come quello avvelenato che la Donna Lombarda voleva far bere a suo marito becco. Passò tutto a quella mano, continuando a stare a sedere sulla sabbia e facendo attenzione all'elicottero.

Ascolta, fattene e non ti mettere in kuai”, disse la voce senza la mano. “Sono scappato ta Porto Zurro. Sono quello ke ha mazzato....”, e disse un nome che il vecchio F. capì molto male. Poteva essere la moglie, un impiegato dell'Agenzia delle Entrate o il presidente della Repubblica; il vecchio, in un istante, si decise a dire pure lui qualcosa dimolto sottovoce, e pure dimolto alta. “Non me ne vo. Senno so' peggio che morto.” Per un poì ci fu silenzio; l'elicottero stava puntando di nuovo il fanale in quella direzione, e era passata anche una pattuglia della stradale di Portoferraio. Forse andava a fare la multa agli ergastolani evasi. Quando tutto fu di nuovo al buio, il vecchio F. disse alzando il telo della Chicca per due centimetri: “Io 'un me ne devo andà, bambolo. Sei tu che te ne devi andà. Ti garba la pesca a bolentino?”

La mano era quella di Simon Altdörfer, da Caldaro sulla Strada del Vino, o meglio Kaltern an der Weinstrasse, provincia autonoma di Bolzano o meglio Südtirol; e la pesca a bolentino non sapeva nemmeno che cosa fosse. Aveva ammazzato, in modo squisitamente premeditato, il sindaco del paese, Wilhelm-Klaus Perathoner, per una questione amministrativa: lo aveva trovato a letto con la figlia di sedici anni e mezzo. Scontava l'ergastolo da otto anni e mezzo e sarebbe uscito di galera, come tutti sanno, il 99/99/9999. “Peska a kosa...?” “Lascia stare, amico. Ora la impari alla svelta. Fra du' minuti devo levà ir telo, ma se torna l'elicottero ti monto sopra. Capito?” La mano fece un cenno che voleva dire sì, e siccome le mani pensano, pensò che erano circa otto anni e mezzo che nessuno lo chiamava più amico, né Freund, né filos, né niente. Il vecchio F. spinse rapidamente la Chicca verso la battigia; poi la mise in mare, tolse il telo e saltò sopra sempre spingendola visto che a Marina di Campo, in quel punto, prima di trovare un metro d'acqua bisogna fare mezzo chilometro. Alla fine il vecchio F., quando l'acqua fu un po' più alta, saltò in barca e si mise a remare; in mezzo alle burrasche sul peschereccio Sacco e Vanzetti magari non era più buono, ma a remare sì; e in men che non si dica passò il molo a forza di braccia. Poi verso punta Bardella, all'estremità della spiaggia di Galenzana; si vedeva una finestra, una sola, illuminata alla Villa. L'ammiraglio era mattiniero. L'elicottero, invece, pareva essersi stufato e magari aveva pure finito il carburante. Dopo tre quarti d'ora di remata, mentre ancora si rifiutava d'albeggiare, il vecchio F. aveva trovato il punto giusto per buttare giù il bolentino; cominciò a infilare le esche, che puzzavano parecchio. Ai pesci, però, sembra che piacciano.

L'efaso altoathesino stava sempre giù e non parlava. Faceva pure parecchia fatica a parlare in italiano, però in galera aveva imparato ad esprimesi discretamente nel dialetto di Bitti (Nuoro), da un compagno che gli avevano messo in cella. Maledizione, poi; non si ricordava come si dice “jetzt” in italiano; gli ci volle un po'. “E ora...?”

E ora nulla, amico. Stai giù che devo pescare un po' e a bolentino si sta zitti”, rispose il vecchio F. Teneva la lenza arrotolata in modo strano tra il polso e le nocche della mano sinistra; non era mancino, ma trovava che a bolentino ci sentiva meglio con la mano del diavolo. Ora, anzi jetzt, sì che cominciava a albeggiare; volendo, il vecchio F. avrebbe potuto vedere che faccia avesse il criminale; non lo fece e non si voltò. Simon Altdörfer faceva il meccanico di motorini; in certi casi è bene che su una barca in mezzo al mare ci siano un meccanico e un pescatore. Ci fossero stati un professore di filosofia e un filologo germanico, avrebbero potuto pericolosamente convenire che si trattava di una situazione assurda, e dalle situazioni assurde si viene fuori non pensandoci nemmeno per un istante e, ancor meglio, non rendendosene conto. Il vecchio ritirò, all'improvviso, la lenza; a un amo aveva abboccato un prelibato scatolone di biscotti Ringo, fornitura per catering, buttato in mare probabilmente da un traghetto. Echeggiò la risata più silenziosa di questo mondo.

E ora...?”, ripeté all'improvviso l'efaso; “E ora”, rispose il vecchio, “si guarda spuntare il sole. E' il primo, e ci aiuterà, a tutti e due. Perché, sai, non ho due figli cretini; a volte cerco di fregarli, però il problema è che li ho tirati su parecchio furbi e lo sanno che io non mi accontento di fare le giratine sottocosta. Poi li ho tirati su senza un particolare amore per l'ordine costituito, sai amico. E li ho tirati su che è già la quarta volta, porcaccia della schifosa dell'eva, che cerco di andare a pescare a bolentino di nascosto, e che mi vengono a ripigliare col peschereccio. Poi stamani ti ci sei messo pure tu, e a pensarci bene ora ci ho pure una fame boia e mi hai mangiato e bevuto tutto, acqua e vino...”

Io...io stare strata del fino....”; Simon Altdörfer aveva capito la metà di uno che non capisce nulla, in quel che il vecchio gli aveva detto; solo che, dopo un'altra mezz'ora, bello al largo del Capo Poro, duecentoottantasette metri di profondità, il nove settembre di un anno che non mi ricordo, vicino alla Chicca comparve un peschereccio d'altura dedicato a un tizio di Torremaggiore e a un altro di Villafalletto; e questo vorrà pur dire qualcosa. “Babboooo !!!!”, urlo T.; il vecchio non si mosse mentre il grosso peschereccio, procedendo al minimo de' minimi, si accostava alla barchetta. “Un'altra volta! Ma lo sai se ti piglia una burrasca qui, testaccia di legno...?” L'altro figlio, R., non diceva nulla; era stato il primo a notare che nella Chicca c'era un'altra persona, e aveva capito immediatamente. Con una manata zittì il fratello, che aveva cominciato a dirne di tutti i colori al padre immobile, che non si guardava neppure intorno. Fu a R. che, alla fine, là in mezzo al mare che doveva pur pullulare, da qualche parte, di motovedette e altre belle invenzioni, disse poche parole secche: “Questo è scappato dal Forte. Lo cercano da stamani presto. Ora lo pigliate, vi mettete in assetto da gran pescata e fate un salto in Corsica. Di volata. Se non lo fate, vi ammazzo a tutti e due. E lo nascondete anche nel posto più merdoso, nella cella frigorifera, gl'infilate ventisei maglioni, fate voi. Di corsa e ci si vede stasera a casa. Se non tornate si vede che siete in galera anche voi e ci si vede fra qualche anno, i figlioli so' grandi, le mogli ve le tromba qualcun altro e ora andate.” Quando Simon Altdörfer fu fatto salire in due secondi sul peschereccio “Sacco e Vanzetti”, non si era nemmeno reso conto che lo stavano facendo scappare all'estero; “Che ne facciamo di questo, in Corsica?”, disse T.; “Lo lasciate da qualche parte vicino a un paese. Lo buttate in mare. Sai nuotare tu, amico?” “No...”, rispose; “Beh, tu impari, sennò crepi. Poi in Corsica so' cazzi tuoi, ti arrangi, tu provaci e vedrai che ce la fai con du' soldi che ti danno questi due e magari anche una cosina che hanno a bordo e fa pum pum. Ce la avete sempre, no...?”

S'era fatto giorno pieno, e era ora di tornare a casa. Ci aveva, il vecchio F., da affrontare la moglie e spiegarle un po' di cose, tipo che i figli avevano deciso d'andare a pescare in Corsica. Nulla di strano; altro che Corsica, col Sacco e Vanzetti qualche volta erano arrivati in Sardegna e fra poco facevano a fucilate coi pescatori del posto, che non sono molto accomodanti coi forestieri. Per questo motivo, a bordo, di cosine che fanno pum pum non ne avevano una sola. Il primo sole aveva fatto strada al secondo, che picchiava nonostante il settembre, e non c'era ombra; il vecchio F., sudando, tornò a remi alla spiaggia senza aver preso nemmeno un pesce. La lenza Tubertini si era tutta attorcigliata e per sbrogliarla ci sarebbe voluta una razione supplementare di moccoli; lo scatolone dei Ringo era rimasto sulla barca, disfatto, e, come se non bastasse, sulla spiaggia si accorse che lo aspettavano due gendarmi a cavallo. Pure quelli avevano chiamato. Con calma rispinse la Chicca dove stava e i due gendarmi, stando in sella, gli fecero qualche domanda.

Senta, è lei S.F.?”
Sono io. Desiderano?”
E' sua la Bianchina targata Piacenza parcheggiata in piazza da Verrazzano...?”
E' mia. Qualcosa non va?”
C'è già un ordine di rimozione forzata. Se si sbriga a toglierla, forse se la cava con una multa e basta...”
Accidenti!”, e si tirò un finto nocchino sulla fronte perché se fosse stato vero si sarebbe suicidato. “Corro! Vi ringrazio per la gentilezza! Posso solo una domanda...?”
Ma prego.”
Come mai c'era tutta quella confusione stamani presto presto...? Posti di blocco, l'elicottero...Uscivo a pescare e non so nulla...”
Eh...è evaso un assassino da Porto Azzurro. Per caso ha notato qualcosa di strano...?”
Io? No....”
Stia attento, quello è uno pericoloso. Corra adesso, sennò le portano via la macchina!”

Fece, il vecchio, una specie di sorriso. Così imparavano a disturbagli la pesca con quel cazzo di elicottero. Così imparavano a mettere la gente all'ergastolo. Ci aveva, però, una fame che si sarebbe mangiato un bove con tutte le corna; evadessero, porca puttanaccia, portandosi dietro almeno tre panini e un tetrapak di Tavernello; invece no. Gli era pure toccato versare il vino e spezzare il pane a chi diceva ho sete, ho fame; andò a ripigliare la Bianchina e, poi, dal Bertelli a farsi mezzo chilo di schiacciata all'olio. La sera, al penultimo sole quando sarebbero tornati i figli, ci sarebbe stata, a casa, una burrasca peggiore di quella di qualche anno prima; aveva dei figlioli meravigliosi.

martedì 26 agosto 2014

Il muro di Capalle



Per alcuni anni, nelle edicole della Toscana, ci abbiamo avuto questa roba qua sopra. Qualcuno se ne ricorda? Si tratta del Giornale della Toscana, il foglietto privato dell'on. Denis Verdini, ex macellajo di Champs sur le Bisence (come diceva i' pòero Monni) divenuto poi un fedelissimo di Silvio Berlusconi nonché "coordinatore nazionale" di tutta la pappa di forzitàglie e popolidellalibbertà tirata fuori nel tempo dal Cavaliere. Poiché, a livello nazionale, c'è il Giornale di famiglia, quello dei Feltri, dei Belpietri e dei  Sallustij, in Toscana -regione dove notoriamente tutto il potere è ai Soviet- ci doveva essere la propaggine locale; e, così, per un certo tempo hanno imperversato impareggiabili locandine gialle a base di pallone, pallone, ancora pallone e, infine, anche un po' di pallone. Nel mezzo al pallone, ogni tanto, dosi mirate di degrado, di sihurezza, di zingari, di moschee (la Toscana è piena di moschèe, e più che altro di zanzarèe) e di foibe, come si evince da questa primapàgina nella quale compare anche il famoso Farina, ovvero l'agente Betulla. A fianco del Giornale della Toscana, l'on. Verdini si era concesso un'ulteriore foglietto ancor più locale, centrato sulla natìa Campi Bisenzio: si chiamava Metropoli (minchia che popò di metropoli!), e si faceva notare per deliziose locandine come questa qua sotto, nella quale si manifestava l'uso squisito e impeccabile della lingua italiana:


Un bel giorno, questi fulgidi esempi della libera stampa di cui gode questo paese, sono stati praticamente spazzati via. Non hanno semplicemente chiuso: sono stati letteralmente cancellati dalla faccia della terra. Gli è che qualcuno si è vagamente accorto che quella stampa faro di Lybertà nella Тоскана in preda da sempre al gelo rosso, coacervo di gulag e difesa da un manipolo d'irriducibili eroi (tra i quali, va da sé, l'on. Verdini), in realtà, serviva ad una sola cosa: a truffare lo Stato per ottenere pubblici finanziamenti. Nell'imminenza della cancellazione, i redattori del Giornale della Toscana e della Banda Verdini provarono pure a chiedere solidarietà, poiché stavano per perdere il loro prezïoso lavoro consistente nel dar conto di pallonate, foibe e astenzionisti; credo che avrebbero ottenuto assai maggiore solidarietà Landru o la Leonarda Cianciulli (detta la Saponificatrice). 

Per un momento, però, vorrei mettermi nei panni di chi, quotidianamente o saltuariamente, acquistava il Giornale della Toscana e, magari, pure se lo leggeva. In Toscana alligna una bizzarra genìa di cittadini che si sentono assediati da ogni cosa; in primis dai homuništi. Ora come ora, di homuništi in Toscana ne saranno rimasti, a dir bene, una quindicina; e posso dirlo, perché praticamente li conosco tutti di persona. Al massimo, come dire, potrebbero assediare un pollaio a Sant'Angelo a Lecore e non è detto che ce la farebbero se incontrassero un par di galli (non quelli della Lista) particolarmente cazzosi. Peu importe; "Finalmente ci abbiamo un baluardo contro i homuništi!", avranno indubbiamente pensato. E, in sottordine, anche contro tutti i compagni naturali dei homuništi: islamici, zingari, centrisociàli, balordi, vuccumprà, mendicanti, donsantòri, e via discorrendo. Di questi buffi personaggi ne ho conosciuti alcuni, i quali infilavano i homuništi pure nei discorsi sul tempo che fa. Parlando con me, naturalmente, non tardavano a voler "provocarmi", o quanto meno stuzzicarmi: la categoria dei homuništi, per queste persone, non riconosce né sfumature e né distinguo storici, politici e di qualsivoglia altra natura. E così mi son ritrovato homuništa parecchie volte, con tutto quel che comporta. La prima cosa che ne consegue, naturalmente, sono le battute su Renzi, definito "mio amico": per gli antihomuništi toscani, infatti, il comuništa si identifica automaticamente col PCI / PDS / DS / PD. E non importava minimamente specificare, pure gentilmente e con grandi sorrisi, che il qui presente è un frequentatore di centri sociali, di entità antagoniste, di matrice fondamentalmente anarchica e antistatale, libertarie e magari non di rado persino comuniste, di ex terroristi, di stranissimi figuri e quant'altro; l'universo dei homuništi si ferma a Renzi e al PD.

Mi garberebbe di sapere, ora come ora, come si sentono venendo a sapere che il Giornale della Toscana, autentico baluardo nonché capillare informatore sulle serate di Adrian Mutu, è equiparato, persino dalla Corte dei Conti, ad una fabbrica di truffe ripetute e aggravate. Che la Società Editoriale Toscana e la Settemari scarl di Denis Verdini non erano minimamente interessate alle foibe, al degrado e neppure al pallone, ma a rubare soldi e basta. Che i loro campioni di libertà altro non erano che dei volgarissimi ladri. Che il Verdini è un crac semovente (di banche e di giornali), in procinto di diventare carne da carabinieri, da guardia di finanza, da Corte dei Conti. Mi garberebbe sì di saperlo, ma non lo saprò. Questi qui resteranno antihomuništi, 'io diàscolo. Truffa sì, ma in fondo era per una buona causa: difendere il mondo libero dal pericolo rosso. Mi chiedo cosa sia cascato a fare il Muro di Berlino, ma da queste parti ce n'è uno ben più saldo: il Muro di Capalle. E' saldo, tra le altre cose, perché da entrambe le sue parti ci sono gli stessi. Comuništi e antihomuništi. E non c'è nemmeno bisogno delle Trabant, basta prendere il bus 30 da via degli Orti Oricellari.

domenica 24 agosto 2014

W for Water: La curiosa fine del giudice Thayer


Il giudice Webster Thayer (1857-1933)

Webster Thayer, il "giudice" e macellaio di Sacco e Vanzetti, era nato a Blackstone, nel Massachusetts, il 7 luglio 1857. Era il più classico prodotto della upper class americana di sempre: nato dalla classica ottima famiglia, diplomato alla Worcester Academy, laureato al Dartmouth College in giurisprudenza. Classicamente, eccelse al college sia nel classico baseball, sia nell'ancor più classico football (ebbene sì, eran fatti con lo stampino anche allora). Politicamente fu, manco a dirlo, classico: prima fu democratico, e poi repubblicano. Fece poi la classica brillante carriera fino a essere nominato, nel 1917, giudice presso la Corte Suprema del Massachusetts a Dedham. Fu là che, nel 1920, si svolse il "processo" a Sacco e Vanzetti.

Il problema era che, nello stesso anno 1920, il classico giudice Webster Thayer aveva tenuto un discorso presso una classica istituzione, "New American Citizens", denunciando il pericolo che il bolscevismo e l'anarchismo rappresentavano per le istituzioni americane; gli Stati Uniti vivevano ciò he fu chiamato il "Triennio Anticomunista", una sorta di maccartismo ante-litteram, e il giudice Thayer (noto anche per le sue idee razziste), applicò a perfezione quei suoi princìpi. Del resto, si tratta di princìpi assolutamente classici nel "paese della libertà".

E' peraltro del tutto errato descrivere Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti come una specie di santi paracattolici: erano due anarchici e due combattenti che andavano a morire per questo, pur non avendo commesso il fatto specifico per i quali venivano condannati a morte. Bartolomeo Vanzetti ebbe a scrivere, in inglese non perfetto: "I will try to see Thayer death [sic] before his pronunciation of our sentence". Non mancò, lo stesso Vanzetti, di chiedere ai compagni anarchici, "revenge, revenge in our names and the names of our living and dead."

E gli anarchici, italiani e americani, non stettero a grattarsi. Per parecchi anni dopo la morte di Sacco e Vanzetti non fecero letteralmente dormire sonni tranquilli né al giudice Thayer, né ai giurati che avevano pronunciato la sentenza di morte. Tutti i giurati ebbero delle brave bombe piazzate presso le loro abitazioni, che esplosero regolarmente; lo stesso capitò a un (falso) testimone dell'accusa e persino al boia che aveva azionato la sedia elettrica, Robert G. Elliott. Il 27 settembre 1932, infine, toccò a Thayer stesso: un bel pacco contenente non pochi candelotti di dinamite fu sistemato presso la sua abitazione di Worcester, e la casa fu classicamente rasa al suolo. Nell'esplosione il giudice Thayer rimase illeso, ma rimase gravemente ferita sua moglie ed anche un domestico.

Da allora, il giudice Webster Thayer visse il resto dei suoi giorni al suo classico club, guardato a vista 24 ore su 24 dalla sua guardia del corpo personale e da alcuni poliziotti. La vendetta richiesta da Bart Vanzetti stava però per compiersi in modo curioso, e a cura del destino: il giudice Thayer non morì una morte propriamente classica, dopo tutta una vita da classico stronzo e da ancor più classico servo.

Il 18 aprile 1933, infatti, fu colto da un ictus (allora ancora noto come "embolia cerebrale") mentre stava cacando presso il suo esclusivo club. Morì sul cesso, insomma; la vendetta del ridicolo, in mezzo al puzzo della sua merda. L'anarchico italiano Valerio Isca sostenne per primo che, in questo modo, Sacco e Vanzetti avevano ricevuto una specie di vendetta; "così la sua anima se n'è andata direttamente nelle fogne", aggiunse Isca.

sabato 16 agosto 2014

Urgente: Programma abbattimento controllato per leghisti


Vicino a Pinzolo, in Trentino, devono allignare dei geni. Tipo quel famoso cercatore di funghi che ieri, mentre si aggirava per il bosco pronto a raccogliere qualche bella amanita falloide ("ma mangiali i funghi raccolti dallo zio....lui è bravo, li conosce!") si è imbattuto in mamma orsa coi suoi due piccoli. E che ha fatto il nostro bravo fungajolo, che evidentemente deve avere la testa ancor più falloide dell'amanita? Mica si è levato dai coglioni con circospezione estrema; no, si è nascosto dietro un albero per "osservare". Lodevole intenzione; solo che pure a mamma orsa è venuta voglia di osservarlo. E siccome mamma orsa ci ha, direi, dei bei cinque o sei quintali di osservazione acuta, l'intelligentissimo fungaiolo è stato attaccato e, bontà sua, se l'è cavata con qualche ferita e, soprattutto, con l'indelebile marchio di pirla che lo accompagnerà per il resto dei suoi giorni.

La cosa parrebbe, e logica vorrebbe, che fosse finita qui: la classica "brutta avventura" ferragostana che poteva finir bene o finir male. E invece no; poiché non c'è mai limite all'idiozia, ecco che ti spunta, indovinate chi? Ma la Lega Nòrde! Poteva forse lasciarsi sfuggire l'occasione per esercitare l'arte della cretineria di area vasta, in cui essa è maestra? Poteva esimersi dal fornire il suo autorevolissimo parere? Impossibile. E, infatti, non contenta degli immigrati, dei gay, degli zingari, dei mendicanti e praticamente di chiunque, ora ha pensato bene di prendersela persino con gli orsi.

Così la povera orsa Daniza, la quale non è stata "introdotta" nella zona di sua spontanea volontà e deve portare il "radiocollare" per essere sempre localizzata, non soltanto non può avere una reazione normalissima (dato che è un orso) e rischia per questo di essere catturata e eventualmente abbattuta senza pietà dietro apposita e regolamentare ordinanza provinciale e in base al relativo "protocollo"; ma questi qui lo avranno saputo, al momento di reintrodurre gli orsi, che essi si comportano da orsi? Che non sono i gattini di YouTube? No, non soltanto questo. Deve anche beccarsi l'intervento leghista che chiede la fine del programma "Life Ursus" per la tutela e la protezione degli orsi nella provincia autonoma di Trento; ci ha, la Lega, da difendere gli interessi dei coltivatori e degli allevatori (peraltro instancabili devastatori di territori) i cui principali problemi, evidentemete, sono gli orsi che entrano nei loro meleti del cazzo. Fossi l'orsa Daniza,  a questo punto, dichiarerei la guerra. Altro che cercatore di funghi; andrei a fare una visitina, che so io, a qualche assessore e, soprattutto, a qualche leghista locale. Senza cuccioli al seguito.

Sono questi i risultati di una politica che ha lasciato proliferare indiscriminatamente "amministratori" e legaioli; si vogliono abbattere gli orsi, quando sarebbe bastato, negli anni passati, abbattere in modo controllato (e, naturalmente, regolamentato da un protocollo) qualche esemplare particolarmente problematico. Si metta ad esempio di essere tranquillamente nel bosco a cercar funghi, e di imbattersi non nell'orsa Daniza, ma in una bestia del genere:


Cosa si dovrebbe fare, considerato anche che non gli è stato applicato nemmeno il radiocollare? Un serio programma di abbattimento controllato e immediato avrebbe preservato da parecchie cose, anche tenedo conto che nei nostri centri abitati, e persino nei nostri parlamenti e nei nostri governi, sono stati introdotti animali come questo:


Ripeto: neppure per i leghisti, e ci tengo a sottolinearlo, sarei mai stato favorevole a un protocollo di abbattimento indiscriminato: assolutamente mirato e controllato. Sono certo che anche gli allevatori e i coltivatori ne avrebbero ricevuto assai più benefici di quanti ne possano avere ammazzando mamma orsa, soprattutto pensando che alcuni esemplari leghisti si sono occupati di politiche agricole, territoriali e comunitarie. Si potrebbe naturalmente obiettare che, al pari dell'orsa Daniza sotto minaccia di abbattimento per aver fatto la bua al fungaiolo, anche i leghisti hanno i loro cuccioli:


In questo caso, oltre a citare un celebre detto labronico (dé, sàrvamene un cucciolo!) ci sarebbe stato da considerare che un serio programma mirato & controllato avrebbe dovuto prevedere, sebbene la cosa possa apparire crudele, l'abbattimento anche di alcuni giovani esemplari oppure, come misura alternativa, la loro reintroduzione in territori lontani, tipo l'Albania (dove avrebbero potuto anche comprare qualche laurea).

Ma oramai il danno è fatto; e così l'orsa Daniza si ritrova a farne le spese. Ma occorrerebbe ricordarsi che non è mai troppo tardi, e che il tempo e lo spazio per studiare finalmente un serio programma di abbattimento controllato dei leghisti ci sarebbe, magari estendendolo in via eccezionale ad alcuni amministratori locali di altre congreghe.