La Rete Asociale di Riccardo Venturi. Storie di gente più o meno comune, considerazioni più o meno banali, solitudini, fantastichezze, unicherìe, sconnessioni, lotte e presenze di questo tempo. In questo blog non si lasciano commenti scritti; se volete commentare, telefonatemi al numero 339-4723095, oppure venitemi a trovare a Firenze, in via dell'Argingrosso 65/C, se ce ne avete la voglia e/o il coraggio. Altrimenti ciucciatemi il calzino.
Il giovane postino è morto,
aveva solo diciassette anni.
L'amore non può più viaggiare,
ha perduto il suo messaggero.
È lui che veniva ogni giorno,
le braccia cariche di tutte le mie parole d'amore,
è lui che teneva nelle sue mani
il fiore d'amore colto nel tuo giardino.
È andato via nel cielo blu
come un uccello finalmente libero e felice
e quando la sua anima l'ha abbandonato
un usignolo, da qualche parte, ha cantato.
Ti amo come ti amavo allora,
ma oramai non posso più dirlo.
S'è portato via con lui
le ultime parole che ti avevo scritto.
Non andrà più sui sentieri
fioriti di rose e gelsomini
che portano fino a casa tua.
L'amore non può più viaggiare,
ha perso il suo messaggero
e il mio cuore è come in prigione.
Se n'è andato via, il ragazzo
che ti portava le mie gioie e le mie pene.
L'inverno ha ucciso la primavera,
tutto è finito fra noi, ora.
E' morto Andrea Gallo, una persona degna di rispetto.
Non mi importa di quel "don" usualmente prefisso al suo nome. E non m'importa, né mi attiene, quel "messaggio evangelico" di cui sarebbe stato portatore. Non me ne intendo, e poi avesse portato un po' quel che gli pareva, nella sua vita.
E' morto, però, chi se n'era andato sulla nave Garaventa; e ci provasse a andare lui, chi oggi fa il disdegnoso o il sufficiente.
E' morto chi fu scacciato via dal Brasile in piena dittatura, mentre altri con la sua stessa veste benedicevano devotamente i dittatori.
E' morto un uomo in mezzo ad altri uomini prigionieri, su un'isola sperduta e carcere.
E' morto tutto questo ed altre cose, che sono ovviamente lasciate alla libera interpretazione. Alla libera intelligenza come alla libera imbecillità. Alla libera partecipazione come al libero allontanamento. Alla libera pienezza come alla libera nullità.
Si potrà domandarsi che cosa ci facesse Andrea Gallo dentro la chiesa cattolica; domanda più che legittima. Si potrebbe rispondere come certi grand'anarchici che ho conosciuto, che tutti i mesi si pigliano lo stipendio da qualche settore dello Stato e dicono poi di "combattere dall'interno del sistema".
Sono peraltro ragionevolmente certo che Andrea Gallo abbia avuto assai più problemi da parte della Chiesa, e che gliene abbia creati, di quanti non ne abbiano avuto i suddetti da parte dello Stato (e gliene abbiano creati dopo certe giovanili annate & formidabili).
Ma, francamente, non me ne importa una sega.
Mi importa, oggi nel giorno di sua morte, di questa persona al di là del suo mestiere e del suo dio.
Me ne importa al di là di qualsiasi altra cosa, scomprendomi idealmente il capo davanti alla sua vita e al suo ricordo.
M'importa del suo sigaro e del suo cappellaccio.
M'importa delle sue cose belle e anche dei suoi errori. M'importa di ciò con cui sono stato d'accordo, e di ciò con cui sono stato in disaccordo. M'importa di quando ha avuto coraggio e anche di quando non ne ha avuto.
E così se n'è andato, toccandogli pure la sua brava dose di cordogli.
Ma siccome a lui dei cordogli (e specialmente di quelli di certa gente) non credo gliene importi un accidente, preferisco immaginarmelo a tirare due calci a un pallone assieme a un ragazzo con un rotolo di scotch da pacchi al braccio.
Credeva in un padreterno che starebbe lassù nei cieli. Va bene così. Certo che, da stasera, quel padreterno, se c'è, quando se lo vedrà comparire avrà qualche sudorino freddo. Certo che avrà trovato pane pe' su' denti.
Parla di un Cittadino
Nordafricano, così almeno sembra. Di un senzanome. Di uno di quelli
per il quale è d'obbligo il modo condizionale: “si tratterebbe”.
Dicono un cittadino nordafricano, ma potrebbe essere di chissà dove;
potrebbe anche essere Cittadino di Niente. L'unica città che gli si
conosce è questa qua, quella dove ha terminato la sua vita nel buio
della notte.
Senza nome e senza età;
anzi, “circa”. “Circa quarant'anni”. C'è soltanto un numero
assolutamente certo: quello delle righe. Tredici in tutto, contate.
Allora si pensa a chi e a che cosa avrebbe potuto essere, sempre al
modo condizionale. Domani avrebbe potuto essere un lavoratore più o
meno precario o al nero, pronto a ricevere un salario o a volare di
sotto da un'impalcatura. Doman l'altro avremmo potuto vederlo in fila
davanti alla Questura per rinnovare il permesso di soggiorno. Fra tre
giorni gli sarebbe potuto pigliare il pazzo, e mettersi a ammazzare i
passanti a picconate. Oppure, domani sarebbe uscito di casa alle
Piagge, perché si chiamava Caputo Giuseppe e glielo dicevan tutti
fin da piccolo che sembrava un marocchino. Documenti? Sono di carta.
E la carta, in acqua, si scioglie. O te li porta via la corrente, i
documenti. Insieme alle chiavi del motorino, insieme alla fotografia
da piccolo, insieme al pacchetto di MS e all'accendino, insieme alla
tua vita.
In quelle tredici righe,
del resto, c'è tutto quel che si deve sapere su di te, Cittadino di
Niente.
Si deve sapere che, ieri
notte verso le una, qualcuno che passava t'ha visto annaspare nel
fiume e chiedere aiuto, perché il fiume, qui, a volte s'è divertito
a portar via la città intera e figurati se non porta via te. In quel
preciso momento, a me giravano i coglioni. Prima mi son visto rubare
la Champions' League, e poi è morto il Monni. Più o meno a
quell'ora, mentre te annaspavi in Arno e chiedevi aiuto, altri a cui
giravano i coglioni per la Champions' League scippata si riunivano a
una stazione ferroviaria per andare a infamare gli scippatori di
passaggio, tra i quali -in particolare- il cittadino italiano Mario
Balotelli. Tutto questo ha occupato oggi, sui giornali, migliaia e
migliaia di righe. Si è scomodato il borgomastro. Clima di dramma e
indignazione in città.
Intanto, Cittadino di
Niente, il fiume faceva il fiume e ti trascinava via. T'hanno sentito
al ponte alla Carraia. Hanno chiamato i carabinieri e i soccorsi, hai
visto bravi. Non mi riesce immaginare come dev'essere chiedere aiuto
sapendo, con tutta probabilità, che non t'ascolta nessuno e che sei
finito. Sei finito anche se t'ascolta qualcuno; che ti ci saresti
buttato tu, a parti invertite, in acqua alle una di notte? E l'Arno
non perdona nessuno. E' un troiaio di gorghi, correnti, fango e
buche. In questo maggio di merda che non fa che piovere, è pure
bello pieno. Così è andata a finire come doveva; verso le tre del
pomeriggio t'hanno ritrovato più in là, neanche tanto in fondo,
vicino al ponte Amerigo Vespucci. Morto in una buca, a quattro metri
di profondità.
Non si sa cosa avevi
fatto. Ti ci eri buttato, ripensandoci troppo tardi? Ci eri cascato
dentro, briaco? Ti ci hanno buttato? E perché? Son tutte domande che
si fanno relativamente a un essere umano. Uno è lì che cammina per
i fatti suoi, e sente un suo simile che grida aiuto mentre un coso
arrivato appositamente ad ammazzarti dal Monte Falterona ti sta
portando via senza speranza. E senza nome. “Cittadino
nordafricano”, vale a dire: esiste la Repubblica (o il Regno) del
Nordafrica di cui uno è cittadino. C'è il Sudafrica e ci può
essere anche il Nordafrica.
Comunque la si metta, hai
fatto davvero una fine di merda. Può darsi che di merda sia stata
anche tutta la tua vita, che tu sia del Nordafrica o di Quaracchi. Là
sotto, solo nella notte e nella morte mentre un fiume ti cancella
rombando d'acqua marmata e di fango puzzolente. Aiuto, aiuto! Ma chi
t'aiuta, Cittadino di Niente. L'unica funzione che ti è rimasta è
quella di fornire tredici righe di riempitivo, come quel tuo amico
che fregava il rame e c'è rimasto secco in una cabina elettrica,
come quella tua amica fatta a pezzi da qualcuno venti bocca cinquanta
fica.
Poi, magari, avevi visto
una lucciola.
Sarebbe stagione delle
lucciole. L'altra notte me n'è entrata una in casa.
E tu facevi bene, Carlo, a stàgni davanti a quello lì, in bicicletta.
Tu facevi bene quando, qualche volta, ti vedevo sulla tranvia per Scandicci, invece che a leggere danti e bibbie.
Tu facevi bene a dire le poesie di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi in un album d'un ragazzo, invece che andare a pigliare premi Oscar.
Tu facevi bene a fare spettacoli a gratis al CPA, invece che a abbracciare Clinton e altri pezzi di merda.
Tu facevi bene a esse' rimasto quel che eri, invece che andare in televisione a fare da spalla a Saviano.
Vorrei dirti tant'altre cose; ma 'un ce la fo.
E' m'ha trombato i' silenzio, stasera. E' so' rimasto incinta.
In questi ultimi tempi, le morti per lavoro si vanno prepotentemente diversificando in Italia. Certo, quelle preferite -vale a dire le morti bianche da un lato (non ho mai capito bene perché volare da un'impalcatura, essere schiacciato da una pressa o esser presi in pieno dalla Jolly Nero debba essere bianca, come morte, ma non importa) e i suicidi dall'altro- occupano sempre la pole position, anche perché permettono, sovente, di esercitare il consueto rituale fatto di "eroi", di applausi alle bare tricolorate, di lacrime in diretta e di storie commoventi; ma cominciano a succederne di discretamente differenti, ora.
Ora, dico che il terreno è, qui, per natura minato. Ieri mattina, ad esempio, il dipendente di una ditta di qualche infisso, o struttura, o supporto di nonsoccosa, a suo dire vessato dal padrone e da costui licenziato in tronco (che è un fatto), ha compiuto una diversificazione sulla quale c'è ben poco da scherzare o da tenere toni lievi. Alle sette di ieri mattina è entrato nel bar di un paese lombardo (di quelli in -ate ) dove sapeva che il padrone e suo figlio andavano sempre a fare colazione, e li ha abbattuti a revolverate.
Il ricorso alla famosa canzone di Paolo Pietrangeli può sembrare quasi banale, o d'obbligo; in realtà, la cosa non è tanto semplice e né tantomeno automatica. Il "padrone sparato" di Pietrangeli odora (o puzza) di Agnelli-Pirelli-Marzotto, sa di padronato altoborghese contrapposto alla classe operaia e, inoltre, gli "spari" proposti nella sarcastica canzone fanno un deciso rumore di tutta una serie di antiquate cose come la "rivoluzione", o l' "abbattimento del capitalismo". Gli spari di oggi, quello del paese lombardo, hanno colpito due immigrati calabresi con qualche sparuto dipendente, tirati da un immigrato foggiano. Non c'è niente, in essi, che possa essere riportato seppur lontanamente a una qualsiasi forma di coscienza di classe; per quel che mi risulta, sia le vittime che lo sparatore potevano benissimo aspirare -come decine di migliaia di lavoratori attuali- ad una vituccia "dignitosa" di stampo piccoloborghese, votare a destra, inveire contro gli "immigrati che rubano il lavoro" e cose del genere. E', quindi, una semplice, elementare storia di rabbia: prendendo per buono ciò che ha detto lo sparatore, si tratta di una persona maltrattata sul lavoro e poi licenziata che ha reagito in maniera violenta per qualcosa che le è capitato personalmente, direttamente.
Si potrebbe allora parlare delle forme che sta assumendo, e potrebbe ancora assumere, questa rabbia frammentata e, generalmente, priva di coscienza. Una forma assai diversa, ad esempio, la sta assumendo la lotta dei lavoratori della logistica (in buona parte, tra le altre cose, formata da manodopera immigrata); trovo strano che se ne parli così poco, anche considerata la capitale importanza del settore (vale a dire la movimentazione dei componenti e delle merci). Con l'episodio di oggi si può soltanto parlare di uno scricchiolio, dell'ennesima crepa nei meccanismi del pietismo e del "tragedismo".
Si può pensare, certo, a che cosa possa essere effettivamente successo perché una persona abbia covato talmente tanta rabbia verso chi gli dava lavoro, e talmente tanto rancore per i loro comportamenti, da fargli armare la mano e varcare la soglia di quel bar per uccidere. Non è, peraltro, la prima volta; qualcuno si ricorderà, ad esempio, del dirigenticidio di Massarosa del 23 luglio 2010. Si potrebbe parlare di che cosa, nell'economia "reale" delle piccole imprese, sia veramente il rapporto tra il "padrone" e il "dipendente"; in questo, l'episodio di oggi somiglia molto di più ad una strage familiare (e non solo perché sono stati coinvolti un padre e un figlio) che a un'azione rivolta contro dei "padroni". Resta soltanto il fatto che l'omicida e le sue vittime hanno trovato il loro destino a causa di un lavoro, di un reddito, e delle condizioni che si vengono a creare laddove vi sia un'impresa che assume dei salariati o dei collaboratori, seppur minuscola.
E, ancora una volta, appare sempre più sottile, o inventato, il confine tra l'autodistruzione che si vende bene, e la distruzione che crea paura. Tra l'autodistruzione che produce indifferente e falso pathos, e la distruzione cui si dedica l'Autorità. Tra le bare che escono dalla chiesa con quell'orrenda consuetudine degli applausi, e una persona che invece esce da una caserma dei carabinieri in manette e viene infilata a forza su una vettura che lo porterà a tutta una vita in galera. Tra la folla che grida "eroi!" a dei morti, e quella che invoca la morte per un vivo. Tutto questo, però, mi ricorda le immagini dell'Alluvione di Firenze, quando l'Arno, poco prima di straripare, premeva sulle spallette che cominciavano a far zampillare, ad una pressione inimmaginabile, acqua dai pertugi.
Mi hanno detto, abbastanza di recente ma, in realtà, da un remoto passato, che dovrei avere una vita normale. Il problema è che, da un lato, non so assolutamente che cosa sia, una "vita normale"; e, dall'altro, che ritengo la mia vita del tutto normale, pur nell'assoluta assenza di norme. Ho provato, e provo tuttora, a spingermi in certi recessi non sovente esplorati; però il tempo m'ha instillato una certa leggerezza nel farlo, ed ammaestrato a mie spese del pericolo che comporta il voler penetrarvi a tutti i costi. Ho, credo, una normalità abbastanza variegata; ed è questo, ahimé, che non riesce mai a capire chi, basandosi su non so quali criteri, cerca di richiamare all'ordine. La mia normalità, invece, non solo mi consente, ma addirittura mi impone, di passare con la massima tranquillità dal resoconto di un curioso episodio accaduto davanti a un trippajo di periferia alla Chaconne des Scaramouches.
Ciò che, probabilmente, state ascoltando e vedendo adesso, vale a dire la Chaconne des Scaramouches, è un brano musicale composto nel 1670 da Giovan Battista Lulli, o Jean Baptiste Lully che dir si voglia; qui a Firenze si preferisce dire Lulli, perché di nascita il musicista era fiorentino anche se poi si fece suddito francese. La chaconne, che in italiano si chiama "ciaccona", è sempre stata rinomata per le sue notevoli difficoltà di esecuzione; qui è interpretata dal gruppo Modo Antiquo, che per la cronaca proviene proprio da Firenze.
L'uomo, dall'aspetto longilineo e signorile che dirige i musicisti alla maniera antica (vale a dire battendo il tempo col bastone, così come faceva lo stesso Lulli e per cui passò a miglior vita dopo essersi con esso colpito accidentalmente un piede e morendo poi per l'infezione e la setticemia gangrenosa causata dal non volersi far curare) si chiama Federico Maria Sardelli. E' livornese di nascita (pur abitando a Firenze, in via dei Serragli), e potrei anche aggiungere che tra i musicisti del gruppo c'è pure la delycatissima sua consorte, Bettina Hoffmann, violinista e violoncellista di fama (è la signora biondissima che si vede nel video).
Non ho, lo devo dire, nessun talento musicale attivo; come son solito dire, a malapena riesco a suonare il campanello di casa mia, e male pure quello. Ma, oltre a una certa predisposizione al canto, credo di avere un buon talento di ascoltatore di musica, nelle forme più svariate; una di esse è, da sempre, la musica antica. Da quella medievale a quella barocca, in senso lato; prima o poi, insomma, col Modo Antiquo (che peraltro non ho mai visto esibirsi dal vivo) ci dovevo prima o poi aver qualcosa a che fare. Federico Maria Sardelli, che oltre a musicista è anche musicologo, è reputato uno dei maggiori interpreti e intenditori di musica antica in Italia e non solo; solo che il cosiddetto "grande pubblico", che si potrebbe chiamare anche "persone normali", non lo conoscono per questo.
E', infatti, lo stesso Federico Maria Sardelli che, da tempo oramai immemore, inonda di zolfi vari le colonne del "Vernacoliere". L'autore di Clem Momigliano, del Baluganti, delle "Più belle cartolyne del mondo" e di altre cose come "Trippa" (vedete che un po' di trippa c'è sempre), nonché del "Libro Cuore (forse)", una delle rare cose che ha rischiato, a suo tempo, di farmi autenticamente schiattare dal ridere.
Non solo; Federico Maria Sardelli, tutto quel che scrive, se lo disegna e illustra da solo; uomo d'ogni talento, verrebbe da dire, ed è vero. Solo che una parte non indifferente del suo talento l'ha rivolta verso il dileggio popolaresco nelle sue forme più grevi ed eleganti al tempo stesso; una cosa che a me stupisce assai poco, conoscendo anche fin troppo bene Livorno e chi ci è nato. E' a Livorno che ho imparato che la più elevata condizione dello spirito e arroìssi da' ponci vanno a braccetto, e che l'Arte è sorella de' Cazzotti e de' Moccoli.
Fate pure, se vi pare, andare ancora la Chaconne des Scaramouches e riflettete, sempre che vogliate, sulla "normalità" che magari state ricercando, oppure che vi ritrovate ad esaltare e rivendicare, ed anche a raccomandare a chi vi è oramai del tutto estraneo per storia e per esperienza. Strade differenti che non hanno più nessuna possibilità di incontrarsi. Appartenere, negli stessi precisi momenti, alla gagliofferia e all'infima classe dalla quale si proviene e nella quale si individuano ancora le proprie radici e la propria coscienza, e alla condizione più elevata: quella che ha messo a disposizione un'intera vita d'apprendimenti e di sapere ad uno sguardo costantemente diverso sul mondo, sulle sue figure e sui suoi fatti. Non rifiutandone nessuna forma e, anzi, cercando di farla propria.
Tutta una Ciaccona di Scaramucce fatta di continui ed infiniti passaggi tra i linguaggi, di scorrerie tra i sensi palesi e nascosti, di lotte ignote tra i variopinti noistèssi che ci popolano e si beffano di noi mentre bolliamo nel ridicolo del non dar libertà totale agli oceani che abbiamo dentro, suicidandoci per un lavoro perso o ammazzando per possessi inappagati. Abituati a quantificare la ricchezza secondo criteri che dovrebbero, invece, essere relegati, e con disprezzo, nella povertà. E allora, prima di chiudere gli occhi e di lasciarvi invadere da questa musica secolare, che vi riporterà non tanto alla corte del Re Sole quando alla corte di voi stessi e al Sole che avete ricoperto d'inutili nuvolaglie, guardate ancora una volta quel signore alto ed elegante capace di disegnare anche la "grosse Koalition", vale a dire il misto di aglio, cipolle, würstel e miasmi escrementizi che si sta formano nell'intestino del Baluganti chiamato dalla maestra alla cattedra, e che esplode in un'enorme scoreggia. E' questa la Chaconne des Scaramouches, ed è questa l'intera vita: un'immensa, inestricabile ghirlanda d'elevazioni e merda.
"Si resta affezionati alle proprie fantasticherie; diventano una parte di noi, sono nella memoria lunga. Ci son delle volte in cui, senza un motivo ed in un luogo qualsiasi, tornano alla mente. Ed allora si torna per un attimo ad aprire quella porta del faro di Palmaiola, chiusa da anni; si spolverano i mobili e le suppellettili, si verifica se le apparecchiature sono tutte in ordine, si aggiusta quella zampa di tavolino che cigolava e s'innaffiano i vasi di fiori che, chissà come, non appassiscono mai. Si dà un'ultima controllatina, si richiude la porta a tripla mandata e si torna alla legge di gravità. Ma tutto dev'essere pronto all'uso, sempre, in qualsiasi momento."
Riccardo Venturi, uno che sta bene con
poche persone, in pochi posti e con poche cose; e che sta benissimo
anche da solo. In ogni caso, ama, ha amato e forse amerà molto tutte
queste persone, queste cose, questi luoghi. Qui ci trovate qualcuno o
qualcosa
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informazioni. Se non sapete l'italiano, imparàtevelo.
Risyart Vendtūr, enie syestā dănē săn gozăm mihkar, in tabāi mihkar ya săn brāmonāi mihkar; ya syestā dănē yasyi enhŭltig. Tāmā gozmăn, tāmā tabāin ya tāmā brāmonāin takveis mad, madne ya madsye udnŏmsyi pŏll. Ik rizkăv nyertenien va nyertăton.
Anvīssraz viyustāi mān perfīl pŏlen, kliki ap to perfīl in tŭlyan; emmeret nălebiez rhudăn in to, syestā gegrāb ik.
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