giovedì 8 giugno 2017

Ceneri



Nell'immagine sopra, la spiaggia di Galenzana. La cosa che segue è stata scritta oggi, dopo essere passato a salutare Lorenzo Bargellini, detto il Mao, in un posto deputato a dare il "commiato"; e sia pure, d'accordo. Però, poi, mi è venuto di darglielo a modo mio, il commiato, a Lorenzo. Che un commiato, vi dico un segreto, non è.

Dice che il Mao lo cremano, e poi spargono le ceneri in Arno. Me le immagino, quelle ceneri in canottiera che passano via via con la corrente del fiume, per il masso della Gonfolina che quarche pezzo di cenere ci rimarrà pure appiccicato, per Pontedera della Piaggio, per Pisa sotto 'rponte Sorferino fino giù giù a Bocca d'Arno, che se ci potessino vedé, gaodé e 'rpèoro disupà, le varderebbeno anco le cèe scorrere con tanto d'occhi spipati, sifappeddì. E poi in mare, nel vasto mare, nell'immenso mare senza limiti, senza né inizio e né fine.

Prima o poi mi toccherà ancammè, budello di Gesoo, d'essere un po' bruciacchiato; fosse per me, non passerei nemmeno dalle vie legali & istituzionali, che costano pure uno sbotto; mi si dia tranquillamente fòo senza tante cerimonie e complimenti, stile indiano, su una griglia alla bell'è meglio fatta co' tubi innocenti e la rete da letto arrugginita e se ci volete mètte' pure du' patate a i' forno, tanto meglio. Io, però, poi, vorrei essere disperso davanti alla spiaggia di Galenzana, all'Elba. Ora, può naturalmente darsi che le ceneri del Mao piglino tutta un'altra rotta, arrivate al mare; le correnti fanno sempre quel che vogliono loro, e ci mancherebbe altro. Può darsi che si distribuiscano; che so io, un po' in Corsica e un po' a Savona. Un po' a Cadaqués davanti alla villa di Salvador Dalí con l'uovo sopra, un po' a Gaza sempre che non siano bloccate dagl'isdraeliani, un po' al Lido di Ostia e un po' in uno scarico a Bagnoli.

Poniamo però che almeno un po' delle ceneri del Mao arrivino pure a Galenzana, Isola d'Elba. “O Riccardino!” “O Lorenzo! O icchettuccifài...?” “Come icchecifò?....'E s'è tutt'e due in cenere....” “Eggià, vabbè dai, uèrcam in Galenzana...” E giù a spiegagni comemmài so' finito là, tutta la storia (magari pure dimórto pallosa) del moletto fatto a mano, della villa col patio, di quand'ero bimbetto e pischello e ci passavo la vita, su quella spiaggia con la macchia e i' bosco dreho, la punta Bardella, il Capo Poro. Sicuramente più interessate, le ceneri del Mao, al fatto che Galenzana se la vogliono prendere per farci la strada carrozzabile, i' resòrte, i' porticciolo turistico e presumibilmente anche ir tegamone disumà. “Ma davvero? Sai icchesifà ora? 'E s'occupa la spiaggia!”

Me l'aspettavo. Non sono mica le ceneri di Nardella, quelle; sono le ceneri di Lorenzo Bargellini. Le ceneri di Nardella anderànno, paladine della legalitade, a sgomberare altre ceneri; quelle del Bargellini, magari neppure tutte quante ma non importa, anderànno a occupare, a lottare, a fare casino. Movimento di Lotta per la Spiaggia. Io ci sto subito. S'occupa. Giù una cenerata da fa' spavento. Prima o poi si spande la voce; ecco che all'orizzonte si vede tutto uno sbarco di ceneri a dà manforte: “Oooohh! Arrivano!” Sembra lo sbarco in Normandia delle ceneri: le ceneri di Gramsci, i' Monte Ceneri, i' mercoledì delle Ceneri, Cenerentola, le ceneri della M. che berciano, le ceneri di S. senza sale mi raccomando, le mamme no inceneritore (vabbè, una piccola contraddizione si può ammettere), le ceneri della G. con gli short mozzafiato, le ceneri di E. a passo di rafting, quelle della M. che riescono a essere bionde pure da ceneri, le ceneri di M. autentiche stroncapèttini, le ceneri d'i' P. pronte a creare il fronte unito delle ceneri, le ceneri della S. che naturalmente saltellano di qua e di là, le ceneri d'i' M. che analizzano la quantità di arsenico nell'acqua, le ceneri della C. tutte belle punkettazze, le ceneri barbute d'i' L., le torte salate alle ceneri della S., le ceneri d'un'altra M. che più che abbracciarti ti circondano, le ceneri No Austerity, il CSA Next Cenerson, l'USI (Unione Sindacale Incenerita), i' Partito Cenerista de' Laoratòri, i' Fondo Cenerista, la CUB (Ceneri Unitarie di Base), il Coordinamento Anarchico e Cinerario e quant'àrtri. Ma tanti. Tutti diversi. Tutte diverse.

Tutte diverse. Tutti diversi. Ma 'un vi si lascia in pace nemmeno da ceneri, bisognerà che vu' lo sappiate. E nemmeno prima d'essere inceneriti come i' Mao. Giù di canottiera e di capellacci, e niente urne. L'urne de' forti (o Pindemonte!) so' scatolette, noialtri si fluttua e, all'occorrenza, giù d'occupazione. Una casa, una spiaggia, un chicchirillò legato a un filo, un prato o un sogno che, quello no, non muore e non verrà mai incenerito.

Magari qualcuno potrebbe dire: obbravi. Però vu' siehe ceneri, appunto. Cosa volete occupare voialtri, da morti? A questo punto mi vedo i' Mao, che ascolta la partita della Fiorentina (che, comunque, lo scudetto non lo rivincerà mai nemmeno da incenerita), levarsi e pigliare le ceneri d'un megafono. E urlare che noialtri s'è vivi anche da ceneri. E che, più che altro, ancora ceneri non siamo, nemmeno i' Mao. E, infine, che i morti siete voialtri, anche se non ve ne volete rendere conto. C'est vous qui êtes morts. Die Toten, das seid ihr. It's you, the dead. Οι νεκροί είστε εσείς. Que sois vosotros, los muertos. 

Ciao Lorenzo, cìsi. Domani alle cinque in San Marco; dove, ovviamente, sarai lassù in cima a i' corteo. Che, magari, sarà pure bello grosso e sarà, quindi, un lunghèo. Megafono, canottiera e chioma al vento, ma guarda d'un ripiglià bottigliate ni' viso. E li si riduce tutti in cenere, que' bastardi in giacchina e cravatta!

domenica 4 giugno 2017

Mao


E' morto Lorenzo Bargellini. Lottava, da sempre, per il diritto alla casa. Non aveva italiani e non aveva stranieri. Aveva una classe. Aveva proletari.

E' morto stamani di prima estate. E' morto dopo una vita passata a reclamare diritti, e a reclamarli mica con la "legalità" di lorsignori, anche se di una legalità più profonda e non corrispondente a quella delle ciance e delle malefatte del capitalismo istituzionale avebbe potuto dar dure e chiare lezioni.

E' morto persino con gli ultimi oltraggi. Quello di vedersi coccodrillare a dovere da roba tipo "Repubblica", con tanto di "una vita passata a difendere gli ultimi" quando il medesimo giornale passa la vita a difendere i primi. Oppure quello di vedersi, come informa scrupolosamente sempre il medesimo fogliaccio di regime, piombare in casa la polizia persino da morto d'infarto. Cioè, se si muore d'un colpo secco da Lorenzo Bargellini, eccoti in casa gli sbirri perché non si sa mai. Ci avranno avuto paura di un ultimo sfratto o di un'ultima occupazione, chissà.

Siccome le vite dei Lorenzi Bargellini sono spese bene,, bisognerebbe continuarla. Bisognerebbe pigliarla in mano tutti quanti, questa lotta per la casa. Bisognerebbe cominciare, per esempio, a sgomberare in via definitiva tanta gente, tipo padroni, speculatori, consorterie, palazzinari, gruppi d'affari. Bisognerebbe spazzare via il vero "degrado", cosa che Lorenzo Bargellini ha ostinatamente perseguito per tutta la sua vita, pagandola spesso cara proprio a cura di chi oggi gli decreta il ricordino di prammatica con il quale sarebbe doveroso pulirsi il culo.

Proprio mentre le politiche abitative dei comuni-lager alla Minniti, proprio mentre i peggiori fascisti ci giocano sopra con sempre maggiore successo, arriva un infarto poliziottato e repubblicato a togliere di mezzo Lorenzo Bargellini. Ci possiamo piangere sopra per la perdita di un compagno e di un amico, ma non dobbiamo piangerci sopra per continuare la lotta senza paura. Che da un Bargellini ne nascano, e ne siano già nati, altri cinquemila.

Lo chiamavano "Mao", il Bargellini, che era nipote di quel Piero Bargellini, scrittore, che aveva fatto il sindaco democristiano di Firenze nel periodo dell'alluvione. Costringendo tutti a pensare, a causa del suo agire, che era assai migliore degli attuali quaqquaraqquà con velleità di ridicoli sceriffi sempre al servizio del sor padrone.

Lo chiamavano "Mao", e allora, per ricordarlo, non ci abbiamo messo la sua faccia, che tutti conoscevano, da antico guerriero inca, con le botte e le ferite di cinquantanove anni di battaglie. Ci abbiamo messo un paio di gatti neri su un tetto, ché dai tetti si vede tutto quel che succede e si difende meglio quel che viene preso, occupato, conquistato alla facciaccia loro.

Due gatti che fanno "mao". Uno che passa e uno che viene. Mao sì, mao e unghie, mao e graffi, mao e eleganza, mao e un diavolo che fa paura. Questo vi aspetta. Questo Lorenzo Bargellini ha miagolato di brutto.

mercoledì 10 maggio 2017

Il genere umano


Vi stupite? Siete esterrefatti? Non vi capacitate? Io no. Per niente. E' tutto normalissimo; anzi, logico.

Normalissimo e logico perché l'ho sentito dire coi miei orecchi, apertis verbis, e nemmeno una volta sola. E non solo in quartieri dove ci sono gli zìngani.

Così, come parlare del tempo che fa o della partita di pallone. Persone normalissime. La mamma col passeggino. Il pensionato e il ragazzotto. Bisogna bruciarli tutti, anche i bambini. Tanto i bambini poi crescono. Tanto i bambini rubano pure loro.

Ah, dimenticavo: i bambini li rapiscono pure, quindi vanno bruciati fin da piccoli.

Sospetto fortemente che propositi del genere li abbiate ascoltati anche voialtri, voialtre. E ho pure qualche sentore che qualcuno di voi li abbia non solo ascoltati, ma anche fatti.

Ha appena dichiarato un presidente della repubblica che si tratta di un fatto “al di fuori del genere umano”. Assolutamente errato. Si tratta di una cosa pienamente al di dentro del genere umano, e solo di esso. Non ho notizie di tapiri che abbiano preso una molotov e la abbiano gettata dentro un camper di lemuri. E nemmeno di faine che abbiano dato fuoco a un pollaio. Arrivo a rivalutare persino le zanzare.

Il genere umano, invece, tra un po' si affannerà sui social media. Chi per stigmatizzare, chi per giustificare. Chi per indignarsi, chi per esultare come allo stadio. Chi per tirarsi fuori, chi per tirarsi dentro. Chi anonimo e chi con nome e cognome.

Il genere umano può benissimo concepire l'odio. L'odio si esplica anche così. Prendendo una bottiglia incendiaria e dando fuoco al camper degli zìngani. Ci sono i bambini dentro? Pazienza, magari bruciano anche meglio.

E non solo bruciano meglio. Servono, meglio. I bambini sono multiuso. Servono agli orrori mediatici e servono alle carriere politiche. Servono ai moderati e servono agli estremisti. Servono alle guerre e servono alle paci. Servono al fotografo e servono alla mamma col passeggino. Servono al pòpolo e servono al potere. Di un bambino, davvero, non si butta via nulla.

Poi, chiaro, ci sono bambini e bambini. In linea di massima, si dividono in due categorie: quelli che quando muoiono male ci sono le foto coi pupazzetti abbandonati, e quelli che quando muoiono male ci sono solo miserie variamente ambientate (il camper di Roma, il quartiere siriano, il fondo del mare).

Fossi un bambino, comincerei a incazzarmi seriamente e a cercare di fare un po' causa comune. Ma per carità. Nemmeno a dirlo. Ci sono tanti di quei bravi bambini, scolaretti e scolarette, che darebbero ubbidienti e senza fiatare una mano alla mamma e al babbo a bruciare il camper degli zìngani.

E allora, come si vede, è tutto normalissimo e logico, come si diceva all'inizio. E umanissimo. Un segno di perfetta umanità. Chiunque sia stato, ha tolto di mezzo tre potenziali ladri dei nostri preziosissimi oggetti. Ha eliminato due mocciose zìngane e una ventenne, gia sicuramente ladra conclamata nonché cacafigli di altri ladruncoli e mendicanti. Ha dato una mano al mantenimento del decoro urbano. Ha agito contro il degrado e per la sicurezza. Il genere umano, appunto.

Tredici persone dentro un camper: ma si può? E non potevano “andare a lavorare”? E una casa? Alt. Le case si danno prima agli italiani. Tipo ai parenti di Gianfranco Fini o al ministro Scajola, a sua insaputa. E poi gli zìngani non sono “nomadi”? E che stiano nelle roulottes. Tanto poi, come sanno pure i bambini, le roulottes sono tirate dalle Mercedes (rubate, naturalmente). “Ci hanno tutti di quei macchinoni che io me li sogno...” (dice il padre di famiglia indebitatosi fino all'osso del collo per comprare il SUV da cinquantamila euro).

Nel frattempo scatta l'immaginazione. Immaginarsi, che so io, che le bambine zìngane del camper di Roma incontrino altrove, nel mondo del niente, i due bambini fatti fuori a martellate dal babbo ex carabiniere di Trento, quello dell'appartamento da un milione di euro.

Immaginarsi una buona volta i bambini ebrei sterminati nei lager che s'incontrano coi bambini zìngani sterminati nei lager.

Basta immaginazione, però. Sennò, poi, qualcuno mi accusa di essere un “buonista”. Lungi da me. Una volta dicevo di essere un “sognatore”, ora sono diventato finalmente realista. Alla buon'ora, realista a cinquantaquattr'anni.

Il realismo più rigoroso mi impone di dire che così è, e che altrimenti oramai non può essere. Portiamo quindi allo scoperto il nazista che è in ognuno di noi, e tutto sarà più chiaro, meno ipocrita. Facciamo i nazisti neri, i nazisti moderati, gli “io non sono nazista però”, i nazisti rossi, i nazisti anarchici, i nazisti della porta accanto, i nazisti a macchia di leopardo, i nazisti allegri, i nazisti tristi, i nazisti a Pontida, i nazisti Posse, i nazisti per legittima difesa, i nazisti intelligenti, i nazisti idioti, i nazisti adulti e i nazisti bambini.

E come sono umani, i nazisti! L'umanità al suo stato puro.

venerdì 21 aprile 2017

Cinquant'anni fa il golpe fascista in Grecia. I nemici entrarono in città.


Atene, mattina del 21 aprile 1967. Αθήνα το πρωί του 21. Απριλίου 1967.

Entrarono in città, i nemici,
sfondarono le porte, i nemici.
Mentre noi ridevamo nei rioni,
il primo giorno.

Entrarono in città, i nemici,
Presero i nostri fratelli, i nemici.
Mentre noi guardavamo le ragazze,
il giorno dopo.

Entrarono in città, i nemici,
Ci misero a ferro e fuoco, i nemici.
Mentre noi gridavamo nel buio,
il terzo giorno.

Entrarono in città, i nemici,
Tenevano spade in mano, i nemici.
E noi credevamo fossero talismani,
il giorno dopo.

Entrarono in città, i nemici,
Distribuivano regali, i nemici.
E noi ridevamo come bambini,
il quinto giorno.

Entrarono in città, i nemici,
Si arrogavano il diritto, i nemici.
E noi gridavamo "evviva!" e "salve!"
e noi gridavamo "evviva!" e "salve!"
come ogni giorno,
come ogni giorno.



Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
τις πόρτες σπάσανε οι οχτροί
και εμείς γελούσαμε στις γειτονιές
την πρώτη μέρα

Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
αδέλφια πήραν οι οχτροί
και ‘μεις κοιτούσαμε τις κοπελιές
την άλλη μέρα

Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
φωτιά μας ρίξαν οι οχτροί
και ‘μεις φωνάζαμε στα σκοτεινά
την τρίτη μέρα

Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
σπαθιά κρατούσαν οι οχτροί
και ‘μεις τα πήραμε για φυλαχτά
την άλλη μέρα

Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί
μοιράσανε δώρα οι οχτροί
και ‘μεις γελούσαμε σαν τα παιδιά
την πέμπτη μέρα

Στην πόλη μπήκαν οι οχτροί
κρατούσαν δίκιο οι οχτροί
και ‘μεις φωνάζαμε ζήτω και γεια
και ‘μεις φωνάζαμε ζήτω και γεια
σαν κάθε μέρα

La storica canzone "Μπήκαν στην πόλη οι οχτροί" fu scritta da Giorgios Skourtis nel 1970, in piena dittatura, e musicata da uno dei maggiori musicisti greci contemporanei, Giannis Markopoulos. Fu interpretata dal cretese Nikos Xylouris, che tre anni dopo sarebbe stato a cantare tra gli studenti del Politecnico in rivolta e in attesa di essere massacrati. La canzone, in generale, descrive bene quel che accade quando "i nemici entrano in città": arresti, uccisioni, deportazioni, mentre la "maggioranza" ride, scherza, guarda le ragazze e grida evviva perché sono tornati l' "ordine" e la "sicurezza".

giovedì 30 marzo 2017

Gli ulivi di via Ponchielli



L'immagine sopra è stata ripresa a Viareggio nei giorni successivi al 29 giugno 2009.

Mostra, come dovrebbe essere noto, un intero filare di ulivi secolari sradicato a causa del gas. Con alcuni trascurabili effetti collaterali, quali la distruzione completa della zona limitrofa all'uliveto e, in particolare, dell'intera via Amilcare Ponchielli (quella con le case incenerite, nella fotografia). Nonché l'incenerimento, e in taluni casi il dissolvimento, di trentadue persone.

Mi si dice che no, in realtà non si trattava di un uliveto, ma di una stazione ferroviaria. Nella quale ebbe a deragliare, per motivi poi oggetto di un'indagine giudiziaria e di un processo, un treno. Un treno che trasportava un intero carico di un gas, tale GPL (Gas di Petrolio Liquefatto). Del resto, però, Viareggio è in provincia di Lucca, zona famosa da secoli per l'olio buono. Persino Giacomo Casanova in carcere ai Piombi si faceva portare l'olio da Lucca.

Uliveti però ce ne sono tanti anche in Puglia. Ad esempio nel comune di Melendugno (Lecce), vicino a un litorale che prende il nome da San Foca. San Foca, o Focas, o Foca di Sinope, presupposto martire del III secolo dopo Cristo e venerato come protettore dei giardinieri e degli ortolani. Però alcuni lo venerano anche come protettore dei marinai, e persino di coloro che sono stati morsi dai serpenti.

Dovrà specializzarsi, il nostro San Foca, anche come protettore dei gasdotti, d'ora in avanti. Visto che il suo litorale, dopo essere stato approdo di un discreto numero di disgraziati sui barconi, ora è stato scelto come approdo, appunto, di un gigantesco gasdotto multinazionale, il cosiddetto TAP (credo significhi Trans-Adriatic Pipeline o roba del genere). Serve a portare gas dall'Azerbaigian, un lontano paese che un tempo fece parte dell'Unione Sovietica e dove si parla una lingua quasi uguale al turco, ma scritta con l'alfabeto cirillico addizionato di una specie di "e" arrovesciata.

Si chiama "globalizzazione", per la quale il gas dell'Azerbaigian approda a San Foca e fa sradicare gli ulivi di Melendugno. Esattamente come il gas di chissà dove sradica la stazione di Viareggio e tutta via Ponchielli. 

Mi si dirà che, forse, sto facendo paragoni un po' arditi. Può darsi. Forse lo avrei pensato io stesso, fino a qualche giorno fa; però, giusto ieri, in televisione mi è capitato di assistere ad una interessante discussione tra due personaggi. Uno era il sindaco di Melendugno (Lecce), il paese degli ulivi sradicati (duecentoundici, per la precisione) e di un pugno di persone che ha tentato di opporsi venendo, ovviamente, spazzato via dalla polizia. L'altra era il cosiddetto Country Manager (in italiano si potrebbe dire "Dirigente Territoriale") del TAP, tale Michele Elia.

Lì per lì mi sono chiesto: ma dove l'ho sentito questo nome? Mi è frullato in testa per un po', finché non mi si è accesa la lampadina. Ma certo. E' il dottor ingegner Michele Mario Elia, dirigente pubblico nonché amministratore delegato, tra il 2006 e il 2014, di Rete Ferroviaria Italiana.

Carica da lui ricoperta il 29 giugno 2009 quando il gas deragliato sradicò mezza Viareggio, e carica in base alla quale il dottor Michele Mario Elia è stato condannato in primo grado dal tribunale di Lucca, il 31 gennaio 2017, ad anni sette e mesi sei di carcere per disastro ferroviario, incendio colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni personali.

Ora fa il Country Manager del gasdotto Transadriatico. Ci deve avere veramente un feeling col gas, il dottor ingegner Elia. 

Agli abitanti di via Ponchielli, a questo punto, non resta che erigere nella strada una statua a San Foca l'Ortolano, e magari piantare anche qualche ulivo. A quelli di Melendugno, sperare che al gasdotto non pigli la voglia di fare come il trenino di Viareggio, che ebbe un deciso impatto sulla zona. Un impatto ambientale.

mercoledì 22 marzo 2017

Tutti sbirri!



La cosa era nell'aria da tempo. Mancava soltanto la consacrazione ufficiale, che però si è puntualmente avuta ieri 21 marzo 2017, primo giorno di primavera. Fioriscono i prati, sbocciano le margherite e, finalmente sancito anche dalla piazza e dai giòvani, siamo tutti sbirri.

L'attenta osservazione della realtà è una pratica sempre raccomandabile; essa permette, tra le altre cose, di prepararsi per tempo a ciò che verrà. Per quel che mi riguarda, io non ho atteso certamente questa primavera dell'anno corrente, e sono sbirro già dal 2005, come si può vedere dalla foto che mi ritrae mentre, con piglio atlètico, sto passando di corsa il Terzolle.

Certo, nel raccontare le mie avventure da sbirro, la produzione di RIS - Delitti Imperfetti si trovò di fronte a un problema non di poco conto: come dire, non buco il teleschermo, per usare un eufemismo. Decise quindi di farmi interpretare da un signore di bell'aspetto, tale Lorenzo Flaherty; decisione quanto mai opportuna che mi ha permesso, tra le altre cose, pure di baciare un congruo numero di belle donne:


Un'altra gradita conseguenza del mio notevole anticipo nell'essere tutti sbirri, è che ho una mia personale pagina Wikipedia. Ed è inutile qui che facciate tanto gl'indifferenti e i finti modesti: si sa benissimo che ambireste tutti ad averla. Bene, io cellò, e voi no. Cellò da sbirro? E vabbè, mica potevo pretenderla, che so io, come autore di un corso di islandese o come blogger di un non meglio precisato Asocial Network. L'importante è che cellò.

Essere sempre non solo al passo coi tempi, ma saperli prevedere e anticipare. Non passerà infatti molto tempo che saremo chiamati alla tappa successiva: essere tutti Don Ciotti.

Qui, non lo nascondo, avrò un po' più di difficoltà. D'accordo, essere tutti sbirri non è in fondo difficile, ma essere preti antimafia...? E se il mio aspetto ha obbligato la produzione delle mie avventure sbirresche a farmi interpretare dal sig. Flaherty, chi mi toccherà come prete? Terence Hill è già occupato con Don Matteo, disgraziatamente; sarebbe stato perfetto, in quanto riunisce meravigliosamente in sé sia lo sbirro che il prete. 

Se però posso esercitare un'opzione, quando dovremo essere tutti Don Ciotti (senza naturalmente cessare di essere tutti sbirri, va da sé), è la seguente:



venerdì 17 marzo 2017

Diarsera posi un giglio



Se sulla prima, Maremma amara, non c'è alcun dubbio, sulla seconda ci potrebbe essere una qualche contesa. Sto parlando delle canzoni popolari toscane più famose, lo avrete capito: sono uno, del resto, che ha sempre fatto gran giri per il mondo per poi tornare sempre dalle mie parti, alle quali sono abbarbicato come una pianta di rosmarino.

Vada come vada, prima o seconda che sia, c'è qualcuno, anzi qualcuna, che c'è sempre di mezzo. Si chiama Caterina Bueno, e il sedici di luglio di quest'anno saranno dieci anni che se n'è andata, con certezza a fare la “Raccattacanzoni” in qualche ignota dimensione o galassia, con la sua vecchia 500, il registratore, il taccuino e le sigarette. 

A modo mio, oppure in qualche modo, ho inteso anche io, nella mia vita, fare il Raccattacanzoni. Dovessi rendere questa parola, inventata da Caterina, in una qualche lingua, mi sarebbe del tutto impossibile; raccattare canzoni come si raccatta un cencio per terra, un oggetto buttato via, una monetina da due centesimi scivolata da una tasca. Raccattare canzoni come si raccatta un qualche sogno dimenticato, e le parole e le musiche che, in un qualche tempo o momento, hanno potuto far sognare, divertire, incazzare, pensare, amare, odiare.

Ma si parlava delle canzoni toscane, e di quale sia la seconda più famosa. Tra le contendenti, questa qua ha parecchie possibilità di prendersi la medaglia d'argento; però, molti che la conoscono (tra i quali, per esempio, Francesco De Gregori e Roberto Vecchioni) sono tentati di assegnarle la medaglia d'oro per la più bella. Naturalmente è una canzon d'amore; come si dice nel gergo di noialtri raccattacanzoni, sarebbe un Rispetto, quanto a forma poetica e musicale.

E cinquecento catenelle d'oro, la Caterina, la infilò per la prima volta in un suo disco del 1968, chiamato La veglia, pubblicato nei “Dischi del Sole”. Negli anni '60, in Toscana o altrove, si potevano ancora raccattare canzoni per le campagne, magari sulla scorta di vecchi libracci polverosi scritti da preti o da maestri elementari; ora non è più possibile. Il raccattacanzoni del Dumila e rotti raccatta tutto su Internet, a parte qualche fortuito caso personale oppure se lo assiste la memoria. Su Internet lo raccatta, comunque, e su Internet lo rimette.

Girava per le Maremme e per il Valdarno, la Caterina, e da qualche parte si dev'essere sentita cantare di queste catenelle d'oro, che ha reso famose tanto da penetrare nella canzone d'autore. Cinquecento la bagnarola della Caterina, cinquecento le catenelle d'oro, e Cinquecento, con tutta probabilità, anche gli anni che deve aver girato questa canzone prima di approdare al registratore, al taccuino e alla chitarra della Caterina che girava per le campagne toscane nel decennio della rivoluzione, dei Beatles, del rock e della fantasia al potere, andando a cercare vecchie contadine che si ricordavano di qualche canzone che avevano magari imparata da bimba, così come da bimba l'aveva imparata sua nonna che gliela aveva cantata. Da qualche parte c'era il maggio francese, e lei cercava qualche Calendimaggio a Arcidosso o a San Giovanni Valdarno.

Poi faceva i dischi, del Sole o della Luna. Con quella sua vociaccia senza filtro, viene quasi da dire che si fumava due pacchetti di canzoni al giorno. Certo che, poi, le canzoni che raccattava, le rimetteva un po' in sesto. I contadini valdarnesi non ci avevano di certo la chitarrina e non sapevano che quel che stavano cantando era un “rispetto” o qualcos'altro; cantavano con voci ora fioche, ora che rassomigliavano a una zappa. Poi la Caterina, quando faceva i dischi, rendeva “ascoltabili” quegli strazi secolari.

E così, anche le meravigliose catenelle d'oro, sono meravigliose perché ci ha messo mano la Caterina. Ha sempre funzionato così, quando il canto popolare e rurale è stato dato in pasto ad un'epoca che non è più la sua. Se si ascoltassero le registrazioni originali della Caterina e di chiunque altro abbia raccattato canzoni, non si resisterebbe nemmeno cinque minuti; se volete, provate, che so, a ascoltare il contadino Pietro Zeppi di Bivigliano (Firenze) mentre canta Su fratelli pugnamo da forti. Si dice che per la prima volta, lo Zeppi cantò quella cosa alla Caterina dopo essere sceso giù da un ulivo che stava potando; poi, nel 1964, la Caterina lo portò a Milano e lo mise a cantare davanti a Roberto Leydi che registrava, e gli era un gran viaggio di nulla. Dopodiché lo si confronti con la versione che, della medesima canzone, hanno fatto Les Anarchistes quando ancora ci sonava e cantava Marco Rovelli.

La Caterina, a volte, metteva mano anche alle parole. I canti popolari sono quasi sempre più lunghi di quelli che si ascoltano. Quelli originali, a volte, sono delle lungagnate spaventose che, da soli, occuperebbero un lato intero del vostro disco, vi pungesse vaghezza di inciderne uno (a vostre spese, ovviamente, perché cose del genere non le pubblica più nessuno). I canti popolari, quando vengono proposti, sono generalmente abbreviati; si cantano solo alcune strofe, quelle magari che più “colpiscono”. Le catenelle d'oro della Caterina ne sono un esempio, anche se il testo originale non è in questo caso lunghissimo.

E cinquecento catenelle d'oro passa per una stupefacente canzone d'amore eterno; ma, in origine, era un canto nuziale e non era affatto l'innamorata che lo cantava all'innamorato, o viceversa, in qualche segreto convegno perché all'epoca le ragazze stavano rinchiuse in casa, e se le beccavano a cantarsi le canzoncine con l'innamorato, le monacavano. Di origine cinque o seicentesca, era un canto che le amiche della sposa, o le donne di casa, intonavano mentre le preparavano il letto per la prima notte di nozze, quello dove la fanciulla avrebbe cessato di essere tale per diventare una cacafigli (continuando, magari, a spezzarsi la schiena nei campi e in casa). Il canto si chiamava, propriamente, Diarsera posi un giglio, e in certe sue strofe, quelle centrali, diventa stranamente dolente. Stranamente ma non troppo: quelle strofe parlano d'un giglio che sboccia, la fanciullezza alla quale si vuole tanto bene. Il giglio cresce, e cresce, e cresce; e, alla fine, bisogna ricordarsi del bene che gli si è voluto. E così, mentre le donne preparano il letto alla sposa, si rammentano che su quel letto si comincia a appassire. Poi riattaccano con le catenelle.

Quand'ero ragazzino, di fronte a me, in città, stavano due vecchi contadini inurbati. Lui Torello, lei non mi ricordo come si chiamava. Lui la zappa e tre guerre, lei la zappa e cinque figli. Una volta, lei raccontò del suo matrimonio, avvenuto alle Sieci nel 1920 o giù di lì. Le Sieci, prima di Pontassieve, nel 1920, non erano “campagna” rispetto a Firenze: erano campagna lontana. Tant'è che dopo il matrimonio, durato il tempo della messa e d'una bicchierata di vino fra gli uomini (mentre la sposa riceveva i regali: “tre pentole tutte nòve”, e fine), lo sposo la portò a fare il viaggio: un giorno a Firenze, che lei non aveva mai visto, portati su un carro. Poi via nei campi e a fare figli, e chissà se le su' amiche gliele avranno cantate, le catenelle, alla nonna Cencetti (il nome non me lo ricordo, ma il cognome sì; morì un bel po' prima del marito, che ha campato fino a centotré anni).

E così, la Caterina, quelle strofe centrali di cui dicevo prima, non ce le ha messe mica. E non ce le mette mai nessuno, o quasi, almeno a mia conoscenza. Il canto nuziale ha mantenuto solo le catenelle che lo hanno reso canto d'amore, e di quelli che sciolgono chiunque lo ascolti non solo dalla stupefacente raucedine tabaccosa di Caterina, ma anche dalla Ginevrona Di Marco e di chissà quant'altre e altri. Qui sotto, ad esempio, ve lo faccio sentire in virile e possente versione dalla bella voce baritonale di Alessandro Giobbi, detto “Il Menestrello”, che ora, a quanto ne so, fa il babbo a Cecina pur essendo fiorentino DOC. Prima, si sente Carlo Monni.


Insomma, come dire: noialtri Raccattacanzoni, a volte, si “bara” un po'. Si sa quel che c'è dietro, perché i sogni del canto popolare non sono mai del tutto lieti, quando e se lo sono. Viene dai poveri, e i poveri non sono mai stati bene. Quando approda ad un'altra epoca, rimaneggiato o meno che sia, non è mai del tutto quel che era per davvero (con l'unica eccezione, forse, dei canti politici e sociali un po' più recenti). Poi, naturalmente, rimane l'ambiguità di fondo di chi si strugge nell'ascoltar d'amore eterno e di catenelle d'oro che dovrebbero legare per sempre due esseri umani in un mondo dove le relazioni umane, ivi comprese quelle “amorose”, hanno cessato di essere assolute per aspirazione ideale venendo sostituite, casomai, dal possesso.

Ma, in ogni caso, quel che si canta, che si sia un individuo o una comunità, maschera sempre. Figuriamoci se non lo sapeva Caterina Bueno! E così si prendono anche le catenelle d'oro, cinquecento di numero, mentre si sta abbracciati con occhioni sognanti alla persona amata, o mentre si rimpiange qualcosa che è finito, o mentre ci si appronta a stringere una di quelle catenelle al collo dell'amore eterno fino a strangolarlo. E poi si va a raccattare altre canzoni.

Però sto facendo gran discorsi notturni, lo so. Come se tutti quelli che leggeranno (molto eventualmente) queste cose non facciano altro che cantarsi di catenelle toscane da mane a sera al posto dei karma occidentali e dell'ultimo successo rockettaro americano. Magari non la conoscete nemmeno, 'sta canzone; e allora, spendeteci quei tre minuti che dura, che ora sapete che è pure abbreviata. Se vi va, naturalmente; viene da un'altra epoca, da un altro mondo. Ora non ci sono più le catenelle d'oro, ci sono le catene di montaggio.

E cinquecento catenelle d’oro
Hanno legato lo tuo cuore al mio

E l’hanno fatto tanto stretto il nodo,
Che non si scioglierà né te, né io

E l’hanno fatto un nodo tanto forte
Che non si scioglierà fino alla morte

Diarsera posi un giglio alla finestra
Diarsera ‘l posi e stamani gli è nato

O giglio, giglio, quanto sei crescente
Ricordati del ben ch’io ti vo’ sempre

O giglio giglio quanto sei cresciuto
Ricordati del ben ch’io t’ho voluto

E cinquecento catenelle d’oro
Hanno legato lo tuo cuore al mio

E l’hanno fatto un nodo tanto forte
Che non si scioglierà fino alla morte.