venerdì 20 novembre 2009

Estintori



Notte fra il 19 e il 20 novembre 2009.

Ci sono notizie curiose e tragiche, come si confà ad una tranquilla notte di regime. Questa immagine benniana mi è venuta in mente percorrendo il viale Guidoni, fra puttane nigeriane e puttane ucraine, fra barracci aperti e repressioni più aperte dei bar.

Notizia curiosa n° 1: il Placanica, quello di Carlo Giuliani, sembra essere indagato a Catanzaro per violenza sessuale su una bambina di 11 anni. Dalle foto appare una specie di schifoso bozzolo inculato a Fito. Probabilmente è anche lui una specie di vittima offerta oramai al pubblico ludibrio. Più o meno come il figlio dell'orafo Torreggiani. Si potrebbe dire che il famoso estintore che gli è stato tirato addosso poteva servire per calmargli i bollenti spiriti; e si potrebbe dire anche che non è tuttora ben chiaro quanti abbiano sparato addosso a Carlo. Una facile battuta e un macello da offrire al potere, che macelli esige.

Si potrebbero dire tante cose. Il fatto è che, ora, c'è una ragazzina di undici anni che prova sulla sua pelle che cosa voglia dire avere a che fare con un maschio da povera prima pagina, e che il maschio da prima pagina intuisca almeno obnubilatamente che cosa voglia dire essere tritato per fare il servo.

E servo armato.

Carlo, di sicuro, da quel nulla in cui è non se la ride affatto perché aveva e ha un'umanità che a questi fossi biologici non compete.

Eppure al Placanica avevano già mandato qualche avvertimento. Chissà chi gliela ha sabotata la Ford Focus dello zio. Secondo me sono stati quelli del maresciallo Rocca o della stazione di Gubbio del prete don Matteo, così tanto pour faire une blague.

Poi c'è l'articolo 270. Bis, ter, quater, quinquies, sexies.

Ce l'ha spiegato un giovane avvocato di Viareggio, a un'assemblea alla SMS di Rifredi. La SMS, a Rifredi, si ostina a voler significare Società di Mutuo Soccorso, e non messaggino sul telefonino. Ed è una storia terribile, di terrorismo generico, di genericità che si espande fino a catapultarsi nelle nostre vite. Nella mia, nella tua, in quella di tutti. Tutti siamo passibili di essere schiacciati.

L'articolo 270 che, da una conservazione della classe dominante espressa da un codice fascista, si dilata ancora di più, passando per le leggi speciali, nella cosiddetta democrazia. La democrazia che supera il fascismo, con i suoi adattamenti espressi mediante gli avverbi numerali latini. Nelle lucide parole di un avvocato, la percezione esatta e, al tempo stesso, inesprimibile, della galera sempre più vasta che stiamo vivendo e che dobbiamo affrontare. Ho forse sbagliato a nutrire una grande avversione verso lo studio e la comprensione del diritto. Stasera, nelle parole di quel giovane nervoso e chiaro, con addosso un impermeabile dove stava tre volte, ho capito davvero con che cosa si ha a che fare.

Ho addosso una lucida e allegra disperazione.

Estintori, sì. Ma i veri estintori ce li dobbiamo sudare. Sono caricati a schiume che non si trovano facilmente, e che costano carissimo. Costano, a volte, il dover considerare di rinunciare a molto, e forse a tutto, per una scelta.


mercoledì 18 novembre 2009

Un uomo morto


Cosa si scrive su una cosa del genere?

Si potrebbe dire che non si sa se Cesare Battisti abbia o meno commesso i crimini per i quali è stato condannato; ma non è questo il punto.

Si potrebbe anche dire, se si ha ancora un minimo di discernimento e di umanità, di andare a leggersi tutto quel che è stato scritto su Carmilla On Line, una delle poche voci (e forse la sola) a non essersi adeguata. Andateci, sì, se volete. Anche se non lo farete perché avete paura. Ma non è nemmeno questo il punto. O perlomeno non lo è del tutto.

Si potrebbe dire che il sig. Gilmar Mendes, il "giudice della corte suprema" brasiliana che, col suo voto, ha spalancato a Battisti le porte delle carceri italiane, è tutto quel che si vuole, con tendenza alle peggiori cose. Ma proprio non è questo il punto, no davvero.

Si potrebbe ancora dire che, finalmente, giustizia è stata fatta; ma parlare di giustizia in Italia è come parlare di frigoriferi al Polo Nord. In Italia la giustizia è quella delle stragi, dei servizi deviati, delle mafie. Ma ancora una volta, non è questo il punto.

Il punto è che Cesare Battisti si appresta a divenire un uomo morto. Perché è stato condannato a morte.

La cosa, a molti, potrà anche fare piacere. Farà senz'altro piacere ai parenti delle vittime, o meglio a quelli delle vittime di serie A. Quelli che servono ai disegni del potere. Quelli che vengono intervistati di continuo. Quelli che contribuiscono a far sì che la storia di questo paese rimanga ferma.

E se qualcuno mi dice che io non ho rispetto verso queste persone, rispondo semplicemente che nessuno è mai andato a intervistare i parenti di Francesco Lorusso, o di Giannino Zibecchi. Nessuno sa che faccia abbiano i parenti di Rodolfo Boschi. Quelle, come altre centinaia di persone, non sono vittime. Non esistono. Non hanno diritti. Nessuno ha alcun diritto quando l'assassino, pur con diecimila testimonianze più attendibili di quelle che stanno portando alla forca Cesare Battisti, si chiama Stato.

E allora non mi si chieda rispetto verso nessuno.

Si abbia solo il coraggio di dire che Cesare Battisti è un condannato a morte, un dead man walking. Poi se ne gioisca pure, come del resto la classe politica italiana, senza eccezione alcuna, farà e già sta facendo, ben coadiuvata dalle sue fanfare, dai suoi tamburi e dalle sue televisioni di merda.

Oppure, se non se ne gioisce affatto, e se si considera tutto questo come un assassinio legalizzato, non ci si nasconda. Non si volti la testa dall'altra parte per timore di essere considerati complici. Non si pensi alla propria immagine da difendere, ché dire le cose che io sto dicendo in questo momento fa, sicuramente, perdere molta "considerazione".

Lo so benissimo quanta "stima" perdo. Ma come, il Venturi delle "storie elbane" e di tutto il resto, che si schiera perché un maledetto terrorista cui vengono fatte pagare le sue malefatte. Ma il Venturi risponde soltanto alla sua coscienza, e la sua coscienza gli dice questo.

Non servirà, naturalmente, a niente. Nel voto del senhor Mendes ci sono tante cose, e nessuna ha a che fare con la giustizia. Ha a che fare con rapporti internazionali, con affari, con petroli, con commesse. È semplicemente un prezzo per mantenere buone relazioni. Così come la libertà di Silvia Baraldini è stata barattata coi morti del Cermis. Il cadavere di un Cesare Battisti può ben servire a cementare gli ottimi rapporti fra due stati amici. Qualche libbra di carne, di fronte agli Stati, non è niente.

A maggior ragione se il cadavere è quello di un volgare assassino (secondo la definizione del camerata Gianfranco Fini, talmente camerata che lo hanno fatto presidente della camera).

E non serve più nessun'altra parola.

Del resto, nel paese dove si può finire in galera per una scritta su un muro, per venti fotocopie non pagate o per un petardo, altre parole potrebbero essere molto pericolose.

E in galera si muore.

Fate conto quindi che questo post non sia stato scritto da me, ma da chi in galera è morto e continua a morire. Senza essere nessun volgare assassino. Basta essersi fumati una canna o addirittura non avere fatto niente di niente. Lì dentro, si è solo carne da macello.

Tornerà in Italia, Cesare Battisti. Cui il destino non ha risparmiato neppure di essere omonimo di un cosiddetto eroe della Patria. Uno che, però, dal tribunale austriaco che lo aveva giudicato e mandato a morte, fu definito un traditore e un terrorista. I terroristi sono sempre fabbricati dal Terrorista vero, vale a dire dallo Stato. E sono sempre uomini morti.

Tornerà in Italia e la sua morte lenta sarà accompagnata dalla farsa dei perdoni, come di consueto. Ben presto se ne smetterà di parlare. Avrà adempiuto alla sua funzione di pedina di scambio. E a quella di servire da monito. Una certa "stagione" non può essere chiusa. Deve rimanere sempre aperta perché fa un comodo terribile a Lorsignori. Ma non si parli mai di giustizia: si parli sempre e solo di vendetta infinita.

Scrivono, sulle gazzette, che l'ultima parola sull'estradizione di Battisti spetterebbe a un presidente, tale Inácio Lula Da Silva, che un tempo faceva pure l'operaio. E anche uno che, una volta presidente, non ha trovato di meglio che ripetere la solita battuta idiota che fu pronunciata anche da Yves Montand: "Chi è non è di sinistra a vent'anni è senza cuore, chi lo è a sessanta è senza cervello". Lo abbiamo visto, il Lula operaio, recentemente al solito "vertice". Non c'è naturalmente nulla da sperare da un tipo del genere. Anche se ha detto di essere personalmente contrario all'estradizione. Ma anche che non si opporrà alla decisione della "Corte Suprema". Così, bellino lui, si salva pure la faccia.

Bene. Questo è quanto. Si dia pure inizio all'esecuzione.

E se qualcuno vede, durante un viaggio a Tokyo, il signor Hagen Roi, gli chieda magari come ha fatto ad avere la cittadinanza giapponese.





domenica 15 novembre 2009

A Pontassieve grandina


A Leningrado nevica, a Pontassieve grandina; così David Riondino in una sua famosa e dissacrante parodia di Franco Battiato.

Ma il 15 novembre, in una strana domenica pomeriggio grigia e calda al tempo stesso, a Pontassieve grandinavano soltanto la rabbia e la voglia di non arrendersi mai. Il Mannu è di Pontassieve. A Pontassieve è stato tirato giù dal letto dalla Polizia, come il peggiore dei delinquenti, mentre dormiva con la sua ragazza. Ora è dentro una cella di una galera, accusato di essere un terrorista perché - dicono- ha messo un fuoco pirotecnico liberamente in commercio (così recitano gli atti) alle sei di mattina di un 1° maggio all'ingresso dell'Agenzia delle Entrate. In un paese dove ancora ben altri fuochi pirotecnici, e per nulla liberamente in commercio, piazzati nelle banche, sui treni, nelle piazze e nelle stazioni, hanno fatto centinaia di morti senza nessun colpevole.


Una manifestazione organizzata da altri ragazzi di Pontassieve, le Voci dalla Macchia. Quasi col tam tam della foresta. Si pensava, sabato sera al CPA, di essere in trenta o cinquanta, bene che andasse; eravamo in più di cinquecento. Una domenica pomeriggio in un paese di diecimila abitanti, che forse non aveva mai visto una cosa del genere. C'era chi, all'avvio della manifestazione, scherzava macabramente dicendo che quella poteva essere la Bloody Sunday di Pontassieve; ma non è scorsa, fortunatamente, nemmeno una goccia di sangue. E' scorsa, invece, una marea di gente sull'antico ponte della cittadina. Con la gente alle finestre e i ragazzi a dare volantini perché si potesse capire che cosa era accaduto e, soprattutto, che cosa sta accadendo quotidianamente.

Si chiama repressione. Della repressione non ti accorgi finché non ti piomba addosso, una mattina presto. C'è una canzone di José Afonso che forse la descrive meglio di ogni altra cosa. Si chiama Era de noite e levaram. Ecco cosa è successo a Francesco Mannucci, detto Mannu, un ragazzo di 25 anni:



Era di notte e portarono via
era di notte e portarono via
chi dormiva in questo letto
in questo letto, in questo letto.

Gli imbavagliarono la bocca
gli imbavagliarono la bocca
con panni di fredda seta
di fredda seta, di fredda seta.

Era di notte e rubarono
Era di notte e rubarono
quel che c'era in questa casa
che c'era in casa, che c'era in casa.

Restaron solo corvi neri
Restaron solo corvi neri
dentro nella casa vuota
la casa vuota, la casa vuota.

Rosa bianca, rosa fredda
Rosa bianca, rosa fredda
nella bocca del mattino presto
mattino presto, mattino presto.

Un giorno dovrò piantarti
un giorno dovrò piantarti
nel mio petto, bruciata
nel mattino presto, mattino presto.

Senza cambiare una virgola. Nella dittatura fascista portoghese che più volte si portò via José Afonso, e nella democrazia italiana per la quale un ragazzo che mette un petardo davanti all'Ufficio Imposte (e torniamo a chiamarlo come si deve chiamare!) è un terrorista, con tanto di ubbidientissimi pennivendoli che lo martellano nelle coscienze a perdere della gente.

La gente alle finestre, in questa domenica pomeriggio. Mentre il corteo sfila per una piazza intitolata a Quindici martiri che, no, alle finestre non ci stettero affatto. In una cittadina che, come tutte in questa regione cosiddetta "rossa", continua a commemorare ogni anno resistenze e venticinquiaprili privi oramai di ogni senso, e senza accorgersi che la Resistenza bisogna farla ora. Il venticinque aprile non è una ricorrenza!, suona uno degli slogan più diffusi. Questo era un paese dove, un tempo, il sindaco democristiano di Pisa, un galantuomo che non aveva perso il senso della dignità, faceva abbrunare le bandiere ed era presente, in testa, ai funerali dell'anarchico Franco Serantini ammazzato impunemente dalla polizia. Oggi il sindaco "di sinistra" di Pontassieve non spende nemmeno una parola per un suo giovane concittadino prelevato con accuse ridicole.

Un ragazzo, con un bell'accento meridionale, cerca ad un certo punto di farli scendere dalle case, i pontassievesi, i concittadini del Mannu. Di un ragazzo che hanno portato via e rinchiuso a marcire in una galera. La ragazza di Francesco non se ne sta certo a piangere; è lì a volantinare, a parlare, a entrare nei negozi aperti per spiegare. La stessa cosa che fa sua madre, senza tremare, con voce ferma e calma, ad un altoparlante.

Dall'angolo di un palazzo sembra stare ad ascoltarla, forse solo apparentemente immobile e di pietra, persino Giuseppe Garibaldi:


E chissà se persino lui non sarebbe volentieri sceso in piazza per il Mannu, invece d'essere là a starsene a incancrenire nel tempo addosso a un palazzo che ospita una Sezione distaccata del Tribunale.

Sì, proprio così. A Pontassieve grandina. E continuerà a grandinare, dovunque sia necessario. La grandine manda in malora i raccolti, e c'è da far marcire, per sempre, le velenose semine del fascismo, della repressione poliziesca, dell'asservimento, dell'omologazione a oggetti da centro commerciale. Una grandine di mobilitazione e di solidarietà. Ultimamente questa parola gode di un destino curioso. Da una parte è letteralmente sconciata a base di vuota e comoda carità più o meno "cristiana", che perlopiù serve a tacitare coscienze sporche mediante offertine per i sinistrati di turno. Dall'altra viene derisa a base di snobismi più o meno arzigogolati. Quando c'è da esercitarla sul serio, ad esempio per un compagno sbattuto in galera ingiustamente, gli snob arzigogolatori la domenica se la passano bel belli al cinema o alla tivvù. Per tutti costoro i vaffanculo non saranno mai troppi.

Al prossimo corteo, ci deve essere anche il Mannu.

Corteo, o iniziativa, o lotta, o qualsiasi cosa sia necessaria. Deve uscire da quella maledetta cella, e assieme a lui gli altri compagni arrestati a Pistoia, a Livorno, ovunque.

Ci dev'essere a vedere come ci siamo anche divertiti, perché senza allegria non c'è lotta, e senza lotta non ci sarà mai allegria. Lo pensavamo quando vedevamo chiudere qualche finestra impaurita, coscienti di aver crudelmente strappato diverse persone a Domenica In, o Domenica in Famiglia, o Domenica Sport, o Domenica delle Salme. Come un imbecille che dalla sua finestrella ci gridava di andare a lavorare. A gente che in massima parte si fa il culo dalla mattina alla sera. Divertiti a andare in giro con roba del genere:


Divertiti anche, verso la fine del corteo, a pigliare per il culo un paio di pettoruti vigili urbani che "guidavano il percorso", facendo un bello scarto di lato in massa ("via!") e entrando dentro un centro commerciale quasi funereo, berciando a squarciagola Mannu libero! E quelli lì a rigirarsi come du' poeri bischeri, in mezzo alla strada, lasciati soli con le divise piene di peneri, i fischietti e i berrettoni che troverebbero miglior uso come padelle; e non mi riferisco a quelle per friggere.

Ecco, anche una cosa del genere, al pari dei volantini, degli slogan, degli appelli e di tutto il resto, è solidarietà. È grandine di libertà.




sabato 14 novembre 2009

Buoni e Cattivi, ovvero Crocifissi e Manganelli


La foto che vedete qui sopra è stata scattata in via della Colonna, a Firenze, lo scorso 11 maggio, davanti al liceo classico Michelangelo. Vi si vede, senza tanti preamboli, un gruppo di studenti medi fiorentini impegnati nell'essere presi a manganellate, a calci e a cazzotti dalle forze dell'ordine, durante una manifestazione. Una vera propria caccia al liceale, quell'undici maggio: DIGOS, forze antisommossa, Squadra Mobile, una quindicina di fermi, venti denunce. In una parola sola: repressione. Quando i ragazzini e le ragazzine non fanno i bravi e le brave, ci pensa la Polizia a far capire loro come va il mondo. Il mondo va come vuole che vadano i bravi presidi-carcerieri, come tale Massimo Primerano, il quale ha trasformato la sua scuola (il liceo Michelangelo, giustappunto) in una galera: per rendersene conto, basterebbe leggere il regolamento interno che ha imposto agli studenti.

Ci sono, ahimé, tanti, troppi studenti cattivi di questi tempi. Stanno tornando ad alzare la cresta, a non volerci più stare. Ad opporsi anche all'erosione delle ultime libertà, alle ultime superstiti conquiste dei loro genitori; genitori che, va detto, in diversi casi, passati gli anni, hanno messo la testa a posto e che, quando i figli e le figlie occupano la scuolina per protestare contro condizioni di studio e di vita che oramai somigliano a quelle di autentiche prigioni, non esitano a farla sgomberare. Sempre così: con l'eterno aiuto del signor preside-kapò e della DIGOS. Minacce, intimidazioni, manganelli, arresti. Sul blog della Rete dei Collettivi la situazione attuale è fotografata nella sua interezza:

"Le reazioni le abbiamo viste: presidi e questura si sono immediatamente mobilitati e riuniti al fine di accrescere i fascicoli che questi spioni hanno già da tempo creato sulle nostre teste, al fine di farci credere che tutto sta andando bene, al fine di reprimere queste lotte che sono ribellione, analisi e crescita. Si sono sprecate minacce di denunce, convocazioni da parte della DIGOS, invio di volanti davanti alle scuole occupate, in un clima di intimidazione che ci fa ricordare come ogni giorno le scelte sulla componente studentesca sono prese arbitrariamente da qualcun altro, che i rapporti negli istituti non sono paritari, che l'autoritarismo scolastico prepara lo studente a quando sarà reso precario, sfruttato e instabile da una città militarizzata e da un datore di lavoro. L'azione repressiva è andata in crescendo negli ultimi tempi, partendo dalle denunce e sospensioni agli studenti nell'Ottobre 2008, passando per i fermi senza nessun capo d'imputazione agli studenti diretti alla manifestazione contro il g8 di Luglio scorso (con relative perquisizioni in casa e deportazioni in questura per 12 ore) e le cariche agli studenti di Maggio, finendo con le irruzioni in 15 case di venerdì 6 e l'arresto immediato con isolamento a Sollicciano di Francesco."

Ma si sa: per tutti questi studenti cattivi che ancora non hanno perduto il desiderio ed il senso della lotta, ce ne sono -somma fortuna!- di buoni e virtuosi che portano avanti le vere battaglie che contano, finendo addirittura con nome e fotografia sui giornali cittadini. Ve ne presento uno, che in questi giorni ha ottenuto molta réclame da parte dei pennaioli cittadini di regime. Un bravo, santo e illuminato studente che ha trionfato nell'importantissima pugna di rimettere il crocifisso in classe.



Eccolo qua: si chiama, a quanto si legge, Guido Scatizzi ed è allievo della classe 1a A del Liceo Classico "Galileo", sempre a Firenze (e come dubitarne? In tutti i licei classici, la sezione A è quella dei "bravi"). Ha avuto persino l'onore di un articolo sul Corriere, che vale la pena di leggere. Contiene tutto ciò che da un bravo ragazzo di sedici o diciassette anni si aspetterebbe questa società. Per chi non abbia però voglia di leggersi tutto l'articolo, farò un piccolo riassunto contenente i fatti salienti.

Guido Scatizzi, che naturalmente è un bravo studente cattolico osservante, si è accorto con orrore che nelle aule del suo liceo non c'era più il crocifisso. In questa scuola attuale, naturalmente, questo è il problema basilare: e il prode Guido è partito in tromba. Democraticamente, va da sé: tutto l'articolo è permeato da quintali di assemblee, discussioni e dibbbàttiti con i compagni. Sia mai che il Guido venga presentato come un bigotto ragazzetto con una faccia da similprete (che, invero, ha tutta quanta): dev'essere invece fatto rimarcare il suo autentico anelito democratico, con tanto di votazione. Ovviamente, per lo Scatizzi, "Togliere il crocifisso dalle aule è un'ingiustizia contro le nostre radici culturali"; e per dire tutto questo ha dovuto iscriversi al liceo classico. Sarebbe bastato che avesse comprato tutti i giorni La Padania. Ma come sono presi, 'sti ragazzi cattolici, dalle radici culturali; e dire che, ad un liceo classico, se proprio vogliono le radici culturali che dicono di studiare, invece dei crocifissi dovrebbero appendere in aula i ritratti di Platone, di Catullo, di Aristofane, di Seneca.

Ma, naturalmente, il Guido è anche un ragazzo di oggi: poteva, ad esempio, per sostenere la sua santa battaglia, non ricorrere a Facebook? Detto, fatto: ed ecco l'immancabile gruppo Facebook, da lui fondato ed intitolato: Il crocifisso nelle aule è un diritto. Mediante discussioni e votazioni, per le quali -afferma orgoglioso- è andato persino a rispolverare un Regio Decreto del 1924, lo Scatizzi è riuscito a convincere la maggioranza. Un vero e proprio Pierferdinando Casini in sedicesimo. Una Binetti sui banchi di scuola. "Si rimette solo se c'è la maggioranza", afferma solenne il Guido Scatizzi. Intanto, però, l'iniziativa viene approvata con gridolini orgasmici dalla preside, tale Lucia Anna Calogero (la quale, con un nome del genere, non poteva fare che la preside: nomen, omen):

"Personalmente — dice — sono feli­ce della loro scelta. Però quando mi hanno chiesto il permesso di discuter­ne non ho espresso la mia opinione. Hanno deciso liberamente, senza con­dizionamenti. Nel 2002, quando sono arrivata qui, qualcuno li aveva tolti, ma ci sono ancora e se me li chiedono sono a disposizione. Sono un simbolo di civiltà, e non vedo perché debbano essere messi da parte".

Un "simbolo di civiltà". Esattamente così, infatti, pochi giorni fa il crocifisso è stato definito da Carlo Giovanardi. Lo stesso che, poi, non ha esitato a insultare un ragazzo morto, ammazzato, e stavolta davvero messo in croce, da un gruppetto di fedeli servitori dello stato. Ma come sono bravi e democratici, questi crocifissanti, sia che siedano sui banchi di un liceo, sia su quelli del parlamento. E com'è felice la signora Preside, la quale peraltro non esiterebbe un momento a chiamare i manganellatori per fare sgomberare la sua scuola da altri studenti, da quelli cui non importa una sega nulla né dei crocifissi, né dei simboli di una civiltà che altro non sa dare che repressione, schiavitù e morte.

E se proprio il bravo Scatizzi Guido volesse far appendere qualche cos'altro nella sua classe, gli suggerirei l'immagine di un suo coetaneo. Un ragazzo di diciotto anni che l'ha incontrata sul serio, la civiltà. Questa:


E non ho alcun dubbio che quel simbolo di civiltà cui lo Scatizzi tiene tanto, sia sempre regolarmente appeso nelle aule di tribunale, nelle caserme dei carabinieri, nelle questure, e nei sottosuoli dove si tortura. Chissà quanti ce n'erano, di quei simboli di civiltà, in una certa scuola di Buenos Aires.

mercoledì 11 novembre 2009

L'inglese


Vi racconto una storia un po' lontana, che non c'entra proprio nulla con l'attualità, che non c'entra nulla con nulla. E' cosi' che l'ho sentita dire nella mia famiglia fin da quand'ero piccino, e a codesta maniera la poteva raccontare nel portico la mia bisnonna Giuseppa Dini, classe 1888. Qualche parola forse non la capirete, ma non importa.

"Sapete, bisogna rianda' indietro ar mille...ar mille e novecentocinquanta....Ulisse, sarà stato 'vell'anni li'..."

"Eh...prima! Ner quarantasette o quarantotto, mamma, quando s'aveva le vigne in Barbatoia [1]..."

"...e si ronzicava li tonchi 'or pane. 'Nzomma, la guèra 'unn'era finita da tanto e allora 'un ce ne veniva tanti di foresti, bamboletti. Una vòrta, di giuglio, s'era in vigna 'or mi' povero marito [2] e cosa ti si vede ariva'? Un macchinone, ma un macchinone che 'un se n'era mai visti pe' di qui. O che macchina sarà stata, Ulisse?..."

"Doveva èsse...boh...una macchina ameriàna...blé."

"Blé e tutta imporverata...chissa' come ce l'avevano imbarcata sur Pola [3]. 'Nzomma....scende uno tutto vestito perbene, e 'ntugnimò che ir tu' povero babbo s'avvicina pe' chièdeni 'osa vorebbe, questo 'ni si mette a parla' in una lingua stragnera 'e un ci si 'apiva nulla manco pè'..."

"Era ingrese, mamma. Ingrese d'Inghirtèra."

"E lo so che era ingrese, ma tanto poteva èsse anco la lingua der sole o della luna, 'un ci si 'apiva nulla lo stesso. E 'nzomma....si riesce a capi' colle mani 'e questo cercava da sta' quarche giorno, e arberghi allora 'un ce n'era da nessuna parte. Dignelo un po' te, Ulisse, 'osa si fece noi..." (rideva)

"(Rideva anche Ulisse) De', ci s'aveva la 'asa che poi 'unn'era una 'asa ma un magazzino che ci si teneva la roba, e c'erano du' o tre brande militari...ehheheeh!..."

"....e ni si fece 'api' se si volevano accomoda' lì, e lulì va a parla' co' uno e una che stavano d'indentro la macchina...e sorte fòra uno 'o 'una faccia da bambolino, e di' che ciavrà avuto piu' di trent'anni...ma tutto rosso rosso in faccia 'e sembrava l'avésseno preso a pizzicotti du' minuti prima...e lei tutta bianca, ma bianca...sembrava un bisquì! Che te l'armenti, Ulisse..? Com'era bianca..."

"Se me l'armento, mamma. E quelli a di' ièsse, ièsse, quanto costare, quanto costare...e noi scemi di guèra a dinni: Nulla costare, nulla, v'assistemate 'ome volete e fate quer che desiderate..."

"Dé...se 'ni si domandava una somma, 'velli ce la dàveno...o vallo a sapé'! O seondo te, Ulisse, chi èreno?"

"Lui, 'vello 'olla faccia rossa, doveva èsse uno scrittorone...la mattina si svegliava e se n'andava sulla spiaggia e scriveva, scriveva, scriveva...su de' fogli ...'vell'artro si vedeva poo ma lei solo quando andava giù ir sole....dé, se ne pigliava un po' 'vando picchiava, alla su' pelle bianca 'ni poteva da' l'arivederci eheheheh! "

"O cosa scriveva?"

"Puesie dìono. Dice varcuno che 'ni sembra d'avé' visto una fotografia su un lìvero, un ingrese che pigliava li premi. Mamma, ma ve l'armentate 'vella della bìra?"

"Oh, de' se me l'armento! La sera esciva e voleva sempre la bìra e quella 'osa...'ome si chiama?..."

"Ir guischi! ehehe!"

"Gia', ir guischi! E sa' noi indove ci s'aveva la bìra e ir guischi! Ha' 'apito te perche' era rosso, te! 'Ni garbava ir gottino e poi scriveva le puesie eheheh! (ridevano tutti). Noi 'ni si dava ir vino nostro, un po' lo beveva ma 'ni dava de' belli stiaffi sur topezzo, artro che guischi. Una vorta deve ave' letiato 'olla su' moglie...."

"...ma seondo me era la ganza..."

"...aveva a' èsse chi voleva...'nzomma 'vella sera si stava pe' anda' a chiama' la guardia, boia di 'vell'urli, ma di 'vell'urli...! Sembrava s'ammazzàsseno! "

"Ma quanto ci saranno stati...?"

"Mah...una settimana. Una mattina ci fèceno tenchiù tenchiù e se n'andarono...de' 'unni s'era fatto paga' manco una lira, armeno 'varcosa ce la potèveno lascia'..."

"O cosa t'aspetti da' signori....?"

"Nulla, Ulisse. Noi da' signori 'un ci semo aspettati mai nulla. Ehhehehe!"

"E vadano a pigliasselo tutti ner culo.".


« Nella primavera del 1947 Dylan Thomas sorte per la prima volta dalle isole Britanniche e si ferma con la moglie per qualche settimana in Italia, a Villa Beccaro, Scandicci (Firenze), dove tuttavia non si trova a suo agio. [...] Si intuisce che a Firenze il Thomas trovò soprattutto da far le spese del pittoresco. Gli piacque invece Roma, dove trovò a mentore il poeta Ronald Bottrall, allora direttore del British Council in Italia, e l'americana Marguerite Caetani, principessa di Bassiano, che pubblicò per prima alcune delle sue ultime e più grandi poesie nella rivista "Botteghe Oscure".

Dopo un breve soggiorno all'Isola d'Elba nell'estate, del quale si sa poco, torna in Inghilterra. Nelle sue lettere v'è traccia di qualche emozione per il paesaggio italiano -visto tuttavia sotto la canicola- ma nessuna significativa per quanto riguarda le arti figurative. [...] E da ultimo non è da sottovalutare, probabilmente, la difficoltà di adattare l'abito dipsomaniaco al vino italiano: la costante ricerca di ebbrezza in Dylan Thomas non è mai disgiunta dalla naturale atmosfera del pub britannico [...] senza contare che la bassa gradazione alcoolica della birra lo costringeva a inghiottire esorbitanti quantità di liquido: il vino italiano lo disorientò perche' l'ebbrezza lo coglieva prim'ancora che la quantità di liquido a cui era abituato fosse raggiunta, con un conseguente immaginabile grave squilibrio psichico, deleterio per un soggetto gia' tanto duramente provato. »

(Dall' Introduzione di Ariodante Marianni alle "Poesie" di Dylan Thomas,Milano, Mondadori, 1971; pagina 16).

Qualche nota.

[1] Ora detta Fetovaia.

[2] Dini Menotti, nato il 2 giugno 1882, morto il 29 marzo 1962.

[3] Il traghetto "Pola" fece servizio tra Piombino e Portoferraio tra il 1947 e il 1964. I camion venivano sistemati nel corpo della nave, ma le macchine venivano imbragate con una fune e tirate su sul ponte scoperto. Qualche volta qualcuno ci rimetteva l'automobile, schiantata sul molo o volata direttamente in mare.

Fagiolini lessi


Dopo il blitz di ieri dei vigilantes del prode sig. Landi Samuele contro i lavoratori che occupa(va)no la Agile (ex Eutelia), molti hanno parlato di squadrismo.

Secondo me c'è un errore di fondo. In questo paese che non ha mai superato la sua storia, i termini che da essa derivano sono spesso utilizzati a sproposito. Non è squadrismo, quello del Landi e dei vigilantes che ha assoldato per sgomberare l'azienda occupata. Nessuno è andato lì con gagliardetti, fasci littori e nemmeno con la tartaruga di Casapound. Questo presupposto squadrismo limita quel che è successo e lo riconduce a un episodio.

Per quel che mi riguarda, io parlerei piuttosto, e più semplicemente, di capitalismo. Di metodi consueti. Che poi il signor Landi sia anche, probabilmente, un fascista appassionato di paracadutismo (chissà come avrà pianto i suoi ragazzi folgorini morti in Afghanistan!) è un fatto del tutto ordinario, almeno per chi si ricorda un po' di come andavano le cose negli anni '60 e '70, e di certi sistemi utilizzati dal padronato per cercare di stroncare le proteste e gli scioperi nelle fabbriche. Il Landi non ha fatto che rinverdire una lunga tradizione di questo paese, mettiamola così. Non un fascismo ideologico, ma un fascismo padronale.

Non è un'eccezione. Il Landi è rivolto a un'agenzia privata, la Barani Group, che gli ha messo a disposizione una banda composta da alcuni ex paracadutisti (sempre loro) e da ragazzotti vari che hanno finto di essere carabinieri per buttare fuori venti lavoratori che dormivano nell'azienda occupata. Quando poi sono arrivati i tutori dell'ordine veri, che li hanno portati in Qvestvra assieme al padroncino, si sono qualificati come addetti al portierato. Probabile anche che il vero scopo del blitz non fosse tanto lo sgombero, quanto il recupero di certo materiale assai delicato, custodito in dei server di una stanza blindata.

Metodi consueti. La stanza blindata che custodisce i troiai del sor padrone. 1200 persone che stanno perdendo il posto di lavoro. Il Capo de' Capi che urla e fa urlare ai suoi fidi che la crisi è passata. Tutto un sistema che avrebbe bisogno soltanto di una cosa: di essere spazzato via. Per questo dico che non si deve parlare di squadrismo, ma di una prassi. Il Landi Samuele non viene dal nulla, non è il cattivo in mezzo ad un oceano di virtù: è semplicemente un padrone. Non è più merdoso o più fascista degli industrialotti pratesi che nelle loro aziende hanno sempre utilizzato gli stessi sistemi per tenere a bada i lavoratori, votando poi magari per il glorioso Partito Comunista Italiano.

Con tutto ciò, non vorrei che mi si equivocasse. Anzi. Ad una personcina come il Landi non posso che augurare le peggiori cose. Lo farò a modo mio, nel solco della Prima Internazionale cui si rifà esplicitamente questo blog. Gli auguro che i lavoratori, con sollecitudine, lo acchiappino e gli facciano mangiare con l'imbuto chili di fagiolini lessi. Persino sconditi. Che glieli facciano calare nello stomaco col un paracadutino, visto che gli piace tanto. Cosa peggiore non posso desiderare per qualcuno. Ma una volta fagiolinizzato il Landi, si dovrebbe andare ben più a fondo, e ricominciare a mettere paura sul serio a questi signorini.



lunedì 9 novembre 2009

A Portrait of a Politicant as an old Pezzo di Merda


Dison. Lur. Vomit. Carlo Giovanardi.