martedì 2 febbraio 2016

Mestruazioni



Come sarà abbastanza facile intuire, questo post non l'ho scritto io. Lo ha scritto una vecchia amica, Silvia Torelli, sul suo blog di Cosine Preziose. Poiché ritengo appunto che si tratti proprio di una Cosina Preziosa, lo voglio "rimbalzare" un po' qua dentro. Il post originale è dello scorso 22 gennaio. Silvia fa l'ostetrica; attualmente si trova a vivere e lavorare in Sud Sudan.

Come mi hanno rivelato gli ultimi dosaggi ormonali che ho fatto, sono ancora lontana dalla menopausa.
CHE PALLE!
Ho avuto il menarca a 10 anni (in quinta elementare) e quindi sono 40 anni esatti che sono a lottare con coliche, mal di schiena, mal di testa, abiti e lenzuola inzaccherate e momenti di panico quando non arrivavano.
Però sono nata in quella parte del mondo in cui esiste il Buscopan (l'ho fatto rincarare), gli assorbenti con le ali, gli OB (quelli verdi, giganti), ed appartengo a quella generazione che se un giorno sta davvero male può permettersi di stare a casa con la borsa dell'acqua calda e riscuote lo stipendio lo stesso. Lussi incredibili.
E soprattutto, sono nata in quella parte di pianeta Terra ed in quell'epoca in cui le donne le mestruazioni ce le hanno regolarmente, non sono solo un pallido ricordo fra una gravidanza e l'altra.
Previlegi immensi di cui mi ero resa poco conto, prima di toccarli con mano qui.
Ho preso la pillola (il Diane, una bomba) per quasi trent'anni....ed ora eccomi qui ad aspettare di mandare tutto al diavolo ed entrare nella vecchiaia.
Che se rimango nella media delle donne italiane durera' una trentina abbondante di anni.
E questo e' un privilegio immenso, perché da altre parti (per esempio qui) la vita media e' sui 40 anni.
Questo articolo e' molto interessante: parla proprio di mestruazioni.
Buona lettura.

Storia del soldato Laurent che non parlava che la sua lingua

Bonanno a tutt*! O come, bonanno il due di Febbraio, per la Candelora che dell'inverno semo fora (ma quandomai ci semo entrati, quest'anno...)? Il fatto è che sono buoni tutti a dare il bonanno il primo di gennaio; quest'anno io lo do a febbraio, e vorrei darvelo con una storia assai edificante. E' la storia, vecchia d'un secolo e passa, di un soldato che non parlava che la sua lingua.

Mellionnec, Bretagna (Dipartimento delle Côtes d'Armor), 5 agosto 1934.
Questa è la storia del soldato semplice Frañsez Laorañs, che naturalmente non si poteva chiamare così, col suo nome e cognome. Si doveva chiamare com'era stato registrato all'anagrafe del suo paese: François-Marie Laurent. Era nato il 30 gennaio 1885 a Mellionnec (Melioneg), piccolo comune del dipartimento bretone delle Côtes d'Armor (allora Côtes du Nord), faceva il contadino, era sposato e aveva due figli.

Il 1° agosto 1914, per decreto del Presidente della Repubblica Francese, Raymond Poincaré, viene ordinata la mobilitazione generale delle armate di terra e di mare: inizia la “Grande Guerra”. Il 3 agosto la Germania dichiara guerra alla Francia; il 5 agosto il soldato François-Marie Laurent, contadino, si presenta a Saint-Malo, al 247° Reggimento di Fanteria cui era stato assegnato. L'11 agosto il soldato Laurent viene trasferito in tradotta al fronte, a Attigny nelle Ardenne. Il soldato Laurent combatte come suo dovere per la Francia.

Nella notte tra il 1° e il 2 ottobre 1914, mentre si trova in una trincea in prima linea nel settore di Souain, nella Champagne, il soldato Laurent viene leggermente ferito ad una mano per lo scoppio di una granata tedesca. Si rivolge al suo caposettore, il tenente Briand, che consiglia al soldato Laurent di andare a farsi curare all'ospedale da campo. In seguito viene inviato all'Ospedale di Evacuazione n° 2 a Châlons-sur-Marne.

All'Ospedale di Evacuazione n°2 viene preso in cura da un medico militare, il dottor Buy. I medici militari hanno principalmente un compito, richiesto dai comandi superiori: scovare i soldati che si procurano ferite da soli per essere rimandati a casa. Non era certo il caso del fedele soldato Laurent, che però ha un problema: è cittadino francese e soldato francese, combatte per la Francia, ma non parla una parola di francese. Parla solamente il bretone (*). Il dottor Buy non si lascia sfuggire l'occasione e spedisce alle autorità, il 3 ottobre, un rapporto in triplice copia nel quale si sospetta che il soldato Laurent si sia ferito da solo, basando la sua presunzione sull' "orifizio di entrata". Tanto basta.

Il rapporto medico del dott. Buy datato 3 ottobre 1914.
 Il 18 ottobre 1914 si riunisce il Consiglio di Guerra del Quartier Generale della IV Armata, deciso a dare un esempio. Vengono giudicati per mutilazioni volontarie e diserzione i soldati Philibert Gaillard, Adrien Mieulet, Pierre Lasserre, Pierre Clavière, Maurice Nicouleau, Elie Marie Lescop e François-Marie Laurent.

Non era stata compiuta alcuna inchiesta volta ad accertare i fatti: erano stati sufficienti i rapporti dei medici militari. Ai soldati viene comunque data la possibilità di difendersi: cinque su sette lo fanno con successo, dimostrando in francese l'equivoco sulla base di testimonianze. I soldati Elie Marie Lescop e François-Marie Laurent sono però tutti e due bretoni e non parlano che il bretone: vengono condannati a morte per abbandono della postazione in presenza del nemico.

Poiché per una sentenza del genere non è previsto appello, i soldati Lescop e Laurent vengono passati per le armi la mattina dopo, 19 ottobre 1914. A casa in Bretagna, a Mellionnec, la giovane vedova resta a casa con due figli; per l'infamante sorte del marito non le viene riconosciuta alcuna pensione di guerra, e deve anche subire il disprezzo da parte degli abitanti del paese.

Il caso del soldato Laurent, però, non è passato inosservato a qualcuno. Il primo a farsi vivo, a guerra terminata, è proprio il caposettore di Laurent, il tenente Briand. Il 4 gennaio 1920 spedisce una lettera nella quale fa presente di non aver segnalato niente contro il soldato Laurent, e di non essere nemmeno stato interpellato dal Consiglio di Guerra. Il tenente Briand è costernato e si chiede: “Pourquoi a-t-il été condamné?” Il tenente Briand fu informato della fucilazione del suo soldato solo tre settimane dopo.

La lettera del ten. Briand del 4 gennaio 1920.
Cominciano a mobilitarsi alcuni giornali e qualche personalità; nel frattempo, il soldato Laurent è diventato un po' il “simbolo” dei giovani poilus condannati a morte “per dare l'esempio”: sono letteralmente migliaia. Naturalmente, prima di diventare “simboli” bisogna essere passati per le armi, sennò addio simbolicità. Resta però la questione della pensione di guerra: la vedova di Laurent si decide a chiedere la riabilitazione del marito solo il 4 novembre 1933. Sono passati diciannove anni.

Il 9 dicembre 1933 si riunisce l'Alta Corte di Giustizia Militare, la quale, esaminato il caso con la presenza di tutti i testimoni e di tutti gli interessati tranne, naturalmente, il soldato fucilato François-Marie Laurent, si pronuncia nel modo che segue: a) Ordina l'annullamento del giudizio e la sconfessione del rapporto medico; b) Dichiara Laurent François-Marie assolto (da morto) dall'accusa intentatagli; c) Ordina la cancellazione dell'accusa e della condanna dal suo certificato penale militare; d) Ordina la pubblicazione della sentenza nella Gazzetta Ufficiale; e) Ordina la trascrizione della sentenza nei registri del Consiglio di Guerra; f) Condanna lo Stato Francese a risarcire debitamente la vedova e i figli del soldato Laurent.

Il risarcimento viene stabilito in franchi 5000 (cinquemila) per la vedova; in franchi 2500 (duemilacinquecento) per il figlio minore, Armand Laurent, all'epoca ancora minorenne indi per cui la somma sarà amministrata dalla madre in quanto legale tutrice esercente la patria potestà; in franchi 2500 (duemilacinquecento) per la figlia maggiore, Francine Laurent coniugata Le Gac. In totale, la vita e la morte del soldato François-Marie Laurent verranno liquidate per franchi 10000 (diecimila). 

Lo statino militare del soldato Laurent dopo la riabilitazione. Si notino le diciture: a) "Morto per la Francia" il 19 ottobre 1914; "Tipo di morte": Fucilato.
Nel frattempo, il Comune di Mellionnec, come tutti i comuni francesi, ha fatto erigere il suo bravo Monumento ai Caduti (che in francese si chiama, brutalmente, “Monumento ai Morti”). Il soldato François-Marie Laurent, vergogna del paese, disertore e fucilato, non vi figura dal 1918 al 1934. La signora Laurent, esposta per vent'anni al disprezzo, esige quindi che il monumento sia corretto con denuncia e sentenza ufficiale. Il Comune di Mellionnec è quindi costretto a rimuovere l'intero monumento, in quanto i nomi dei soldati Caduti Per La Patria non sono apposti su una targa bensì direttamente sulla pietra. Ne viene installato uno nuovo contenente anche il nome del soldato François-Marie Laurent, nell'esatto ordine alfabetico ("Laurent F."); al comune costa un occhio della testa. Si svolge anche una cerimonia, il 5 agosto 1934: esattamente il ventesimo anniversario dal giorno in cui il soldato Laurent si era presentato al suo Reggimento a Saint-Malo. Alla cerimonia presenziano, assai ipocritamente, tutti gli abitanti del paese. Ci sono anche il Prefetto e una Guardia d'Onore per rendere al soldato gli onori militari.  (**)

Mellionnec: Il Monumento ai Caduti (estate 2012)
In fondo al Monumento è apposta un aggiunta che ricorda Noël Le Gac, morto in deportazione. Si trattava del padre di Louis Le Gac, il marito della figlia di François-Marie Laurent.

Curiosamente, tra i giudici della Corte Speciale di Giustizia Militare che ordinò la riabilitazione del soldato Laurent (presieduta da M. Magnin, Consigliere in Corte d'Appello), figurava un altro consigliere che rispondeva al nome di Dreyfus.

Il soldato François-Marie Laurent, fucilato perché parlava solo il bretone, è sepolto nell'Ossario Monumentale “La Ferme de Navarin” a Souain-Perthes-Lès Hurlus, a breve distanza da dove era stato passato per le armi per dare l'esempio. E' sepolto assieme a una quindicina di commilitoni di cui è noto il nome, e a 429 militi ignoti.

(*) Il bretone, come tutti sapranno, non è un "dialetto" francese; è una lingua vera e propria, lontana dal francese quanto l'italiano lo è dal norvegese. E' di origine celtica (autentica, non quella della vecchia Lega bossiana) ed è strettamente imparentata col gallese e con l'estinto cornico (parlato un tempo in Cornovaglia).

(** ) A tale cerimonia si riferisce la prima foto del post.


venerdì 25 dicembre 2015

Nedeleg e Pontoi



Di prim'acchito mi era venuto da pensare se Pontoglio (Brescia) fosse mai comparso nel famoso giochino Una gita a... della Settimana Enigmistica, a pagina 21. 51 orizzontale, la meta della nostra gita. Cinque o sei foto, di cui tre fisse: il panorama, la parrocchiale e il municipio. Chissà.

Pochi giorni fa sono venuto a sapere, invece, che Pontoglio (Brescia), nella parlata locale si dice Pontoi. Allora un giochino me lo sono fatto da solo, in uno dei miei interminabili viaggi in autobus:

Se Pontoglio è Pontoi, allora:

- Bergoglio si dice Bergoi
- Beppe Fenoglio si dice Beppe Fenoi
- amore vieni qua che ti spoglio si dice amore vieni qua che ti spoi
- data la profonda tradizione cristiana, separare (o sceverare) il grano dal loglio si dice il grano dal loi
- naturalmente, a Pontoglio l'erba voi non cresce nemmeno nel giardino del re (o del sindaco)
- è con profondo cordoi che si annuncia la scomparsa dei cittadini illustri
- sempre nella profonda tradizione cristiana, il papa viene eletto al soi pontificio. Anzi, meglio: al soi pontoglificio (o pontoificio).

Dal cartello fatto installare dall'amministrazione comunale di Pontoglio/Pontoi (Brescia) si evince anche che la cultura Occidentale è preceduta dalla preposizione "a". E allora mi sono fatto un altro giochino sull'autobus.

Quando un'espressione è preceduta, in questi casi, da "a", ciò indica usualmente il raggiungimento di qualcosa, tipo:

- Pontoglio, paese a emissioni gas di scarico ridotte del 54%
- Pontoglio, paese a elevata automazione
- Pontoglio, paese a misura dei bambini
- Pontoglio, paese a smaltimento massimo dei rifiuti organici

Quindi, la preposizione "a", usata in questo modo, indica il raggiungimento di uno scopo. Nel caso di Pontoglio / Pontoi (Brescia), la cultura Occidentale. Resta quindi da indagare quale sia stata la cultura di Pontoglio / Pontoi (Brescia) prima del raggiungimento di quest'ambito traguardo. Che sia stato un paese a cultura Villanoviana? O un paese a cultura della Bandkeramik? Un paese a cultura Celtica (per questo ho intitolato questo post in lingua bretone)? Un paese a cultura Bresciana? Un paese a cultura Milanista e/o Interista? Un paese a cultura Inesistente? Nell'attesa dei risultati delle indagini storiche e degli scavi archeologici, gioisco anche io per l'avvenuto raggiungimento, da parte di Pontoglio / Pontoi (Brescia) della cultura Occidentale a elevata automazione.

Infine, mi è venuto da pensare, oramai quasi giunto al capolinea, quali siano la cultura e le tradizioni locali che si dovrebbero rispettare a Pontoglio / Pontoi (Brescia).

Apprendo quindi (da Wikipedia) che un eventuale portatore di altre culture che volesse stabilirsi a Pontoglio / Pontoi (Brescia) si troverebbe di fronte alla tradizione di festeggiare la santa patrona, Santa Maria Assunta (a tempo indeterminato) non nel suo giorno canonico, il 15 agosto, bensì il 17 gennaio, festa di Sant'Antonio Abate. Cioè, anche mettendocela tutta: si dovrebbe rinunciare a una bella festa per Ferragosto e andare a rifinire in una giornataccia di pieno inverno. Poi dice che si diventa mussurmàni.

Rispettando le tradizioni storiche, il solito eventuale neo-pontogliese dovrebbe onorare e ricordare la famosa battaglia della Malamorte, svoltasi in località Cicalino il 6 e il 7 luglio 1191. No, dico: la battaglia della Malamorte. Da mettersi le mani sui coglioni (anzi, pardon, coini) e scappare via all'istante.

Poi sembra pure che, durante la II guerra mondiale, dodici partigiani locali perirono affrontando una colonna fascista in ritirata, guidata nientepopodimeno che da Roberto Farinacci, il "ras" di Cremona. Quindi, per rispettare le tradizioni locali bisognerebbe pure affrontare i fascisti a mano armata. Ecco, qui direi che un eventuale neo-pontogliese dovrebbe rispettare alla lettera le tradizioni locali, così come richiesto dal cartello. Sennò sarebbe invitato ad andarsene.

Tra le persone legate a Pontoglio / Pontoi, in tutto cinque, quattro sono ecclesiastici (preti o frati). Di uno, padre Giuseppe Beccarelli (1666-1716) si legge che fu perseguitato dalla chiesa cattolica. Nelle tradizioni pontogliesi rientra dunque anche la persecuzione da parte della profonda tradizione cristiana. Un altro pontogliese illustre, don Giuseppe Calabria, andò a fare il missionario a Rottweil. A Rottweil?? In una cittadina del Baden-Württemberg? Quella dei famosi cani? Va bene. Si rispetti la profonda tradizione cristiana e si vada a evangelizzare, che so io, un quartiere di Stoccarda. O la città di Friburgo in Brisgovia. Il quinto pontogliese illustre è un pittore.

Poi è arrivato l'autobus, e ho smesso coi giochini. Siate indulgenti: per andare a trovare mia madre devo prima aspettare il 9 che salta le corse, poi prendere la tranvia, scendere alla stazione e prendere il 17. Ci vuole un'ora abbondante se va bene. Quando sono sulla tranvia, mi metto a sedere, caccio fuori la Settimana Enigmistica e mi metto a fare le parole crociate. Se un giorno, a pagina 21, troverò Una gita a Pontoglio, mi sentirò pervaso dalla profonda tradizione cristiana  e dalla cultura Occidentale.

Buon compleanno di Horus a tutt*.


lunedì 21 dicembre 2015

Carmen de anarchistā Pinelli



Illō vesperī aer calebat
Mediolanī, heu, valdē calebat!
“Custos, aperī parum fenestram”,
Improvisō concidit Pinelli.

“Dixi tibi et iterum dico,
Procurator, me esse innocentem;
Anarchia non indicat pyras!
Aequitatem, immō, in libertatē.”

“Nolī persĕqui tua mendacia,
Tuus sodālis Valpreda confessus;
Petitiōnis auctor vidētur,
Scīmus eius te esse socium.”

“Sed non fēcit!” clamat Pinelli,
“Consodālis talia non facit!
Apud dominos quaerĭte auctōrem
Huius sceleris, non apud nos.

Aliae pyrae collocabuntur
Ad contentionem classium tenendam;
Domini sciunt et grapheocratae
nos vobiscum non collucuturos.”

“De hōc satis, suspecte Pinelli!”
- Calabresi clamabat inquiētus -
,,Custos, aperī parum fenestram,
Praecipitium hinc non superēris.”

Aer mensē Decembrī calebat
Mediolanī, heu, valde calebat!
Aperīre fenestram sufficit
Et expĕllere inde anarchistam.

Interērant post aliquos dies
Tuis exsequis tria milia sodālium,
E nos nēmo obliviscī potest
Quod iuxta feretrum iuravit.

Collum tibi fregērunt iam mortuō,
Concidisti iam prius interfēctus
Calabresi ad scriptorium redīt
Sed ab animō suō quiēs abiit.

Te ut taceres interfecērunt
Quāre fraudem benē perspexisti,
Dormis nunc et tacēs in perpetuum,
Sed tuam mortem citō ulciscēmur.

Progressūs et reconciliatiōnis
Fautores, vos spernimus omnes,
Prō Valpredā, Pinelli omnibusque
Hoc tantum nunc est faciendum.

Operarii atque laboratōres
Damnatiōnem obsignant vestram,
Et pavescunt nunc principes omnes,
Iurisdictio iudicium patiētur.

Calabresi cum Guidā fascistā,
Mementōte quot diutinos annos,
Serius ocius aliquid eveniēt
Quod de Pinelli commonebit.

Illō vesperī aer calebat
Mediolanī, heu, valdē calebat!
“Custos, aperī parum fenestram”,
Improvisō concidit Pinelli.
 
 
Per la versione latina è stata coscientemente adoperata la versione di Joe Fallisi, detta anche “Progressisti e recuperatori” dalla strofa che non viene quasi mai cantata, perché sgraditissima a parecchi (l'ho constatato anche pochi giorni fa a Carrara: non la conoscono più nemmeno gli anarchici). La traduzione è in pentametri latini, corrispondenti pressappoco a dei novenari italiani (ma con qualche imperfezione). L'indicazione delle lunghe e di qualche breve dovrebbe, almeno nelle intenzioni, facilitare la lettura e il canto. Noialtri il “giubileo” ce lo facciamo a modo nostro, anche piegando il latino ad usi un po' insoliti ma restituendogli la sua qualifica di lingua normale.

sabato 12 dicembre 2015

I Re Magi


Nella foto, da sinistra a destra:
 
Il sciur Mazzacurati, il sciur Salvini e il sciur Brambìla vestiti da imbecilli Re Magi
presso l'asilo ove, povera innocente, pare sia accudita la figlia di quello nel mezzo
(alla quale auguriamo vivamente di diventare, l'âge venu, una nota anarchica insurrezionalista).
I tre personaggi, compreso quello nel mezzo, si sono prestati a figurare in un "presepe", vero fondamento della civiltà chrystiana occydentale, ignorando forse che i "Re Magi" dovrebbero essere stati persiani zoroastriani. Ai tre signori, che per abbigliarsi da deficienti Re Magi debbono avere saccheggiato la tappezzeria di casa, non resta che augurare buonnatàle, visto che ci tengono tanto; alla figlia di quello nel mezzo, invece, diciamo con somma perfidia che GESU' BAMBINO NON ESISTE (*). Gghghghghgh!!!!!   

(*) E neppure Babbo Natale.

lunedì 7 dicembre 2015

domenica 29 novembre 2015

En ce moment, oui, je suis Paris!



 
à bas l'état policier !