sabato 14 gennaio 2017

gggGGiòvani dell'Era Renzi®



In questi tempi di valori, di famiglia, di legalità, di bòna scuola, di Atti di Giobbe, di Leopolde®, di eccellenze, di quant'altro, è interessante constatare quanto i giòvani® abbiano assimilato a fondo i princìpi dell'Era Renzi.

Prendiamo, ad esempio, il recente fatto accaduto a Pontelangorino, Valli di Comacchio, a tre chilometri dalla medievale Abbazia di Pomposa e a un tiro di schioppo, pure, dalle famose Goro & Gorino delle barricate popolari contro un manipolo di immigrate su un autobus.

Il giòvane, sedicenne, intende ammazzare il babbo e la mamma. E capirai. Chi, a sedici anni, non ha mai desiderato far fuori i genitori? A dire il vero, le statistiche ci dicono che sono, al giorno d'oggi, assai più frequenti i casi in cui sono i genitori a far fuori i figli; come dire, hanno fatto libri neri per ogni cosa, quello del comunismo, quello del nazifascismo, quello delle religioni, ma quello della Famiglia ancora non lo hanno fatto. Anche perché, ne sono certo, verrebbero fuori cifre di morti da far impallidire la II Guerra Mondiale.

A sedici anni, desiderare di far fuori i genitori è un passaggio obbligato, un pensiero fondante, un segnale di crescita. Poi, va da sé, non accade quasi mai. Il ragazzino di Pontelangorino, invece, ha tirato diritto. 

E che cosa ha fatto? Ha ingaggiato l'amico del cuore, che ha provveduto alla bisogna. Ma, come dicevo, siamo nell'Era Renzi. Insomma, va bene la ferrea e assolutistica amicizia adolescenziale alla Grande Meaulnes, ma per ammazzare due persone ci vuole pur sempre un incentivo.

E così, ecco la promessa di mille euro a lavoretto finito. Nel frattempo, però, una caparra. Consistente in renzianissimi ottanta euro.

Come potrebbe non colpire tale fatto? Ai tempi della regalia renziana, del resto, mi era capitato di sentire in giro più di una persona che dichiarava:
"Eh si vabbèèè....Renzi sarà icchegliè, però a me quegli ottant'euri 'e mi fanno parecchio hòmodo, pe' avelli ammazzerei 'huarcuno!"

E giù risate. Con quegli 80 euro si può mandare avanti la famiglia e arrivare alla findimmèse.

Però, ora bisogna stare attenti, nelle meravigliose famigliuole italiane. Ci potrebbe essere, zàc, un ragazzino qualsiasi che fa un altro uso di quegli ottanta euro, e che, invece che alla fine del mese, ti fa arrivare alla fine eterna.

E pensare quali e quanti valori gli erano stati inculcati!

giovedì 5 gennaio 2017

Dal "Sito di Firenze": Bomba a Firenze, quel poliziotto ferito e quel pestaggio in Questura

Non ho l'abitudine di copiaincollare cose scritte da altri, a parte in rarissime occasioni. Quella che segue, però, lo è. Si tratta di un articolo scritto da Matteo Calì per il Sito di Firenze (cliccare sul link) ieri 4 gennaio 2017, che propone alcune interessanti riflessioni "super partes" (a quanto ne so, sia Matteo Calì sia il sito informativo per cui scrive non hanno affatto simpatie "de sinistra", anzi tutt'altro. Di mio, nell'articolo ci sono soltanto alcune frasi messe in evidenza.

Bomba a Firenze, il poliziotto ferito e quel pestaggio in Questura

Immagine articolo - ilsitodiFirenze.it

All'alba del primo giorno del duemiladiciassette, Firenze si sveglia con la notizia di un ordigno che ha ferito, e gravemente, un poliziotto. Un servitore dello Stato. Ha perso una mano e un occhio, una vita mutata nel giro di qualche ora. L'ospedale. La disperazione. Il ministro. Il capo della Polizia. Lo Stato presente al fianco dei suoi uomini. E poi i gesti di solidarietà dei colleghi, la rabbia della famiglia. Tutti al posto giusto in una storia fin troppo ingiusta. Dove in mezzo passa anche la sfortuna di un destino crudele.

"Spero di tornare a fare il mio mestiere" ha detto l'agente al chirurgo che gli stava per amputare la mano. Ma guarda te, se per poco più di mille euro al mese, la notte di Capodanno, un uomo deve perdere una mano e un occhio, per colpa di una bomba messa per ragioni di lotta politica? E siamo nel 2016. Assurdità. Follie. Eppure quest'uomo è senza la mano sinistra e non si sa se ci vedrà mai più dall'occhio esploso con la bomba.

Non c'è ragione che sia accaduto questo, ma la vita purtroppo riserva situazioni incredibili e imprevedibili. Ed il sovrintendente Mario Vece lo sa. Come quando, in un attimo, ti ritrovi vittima dopo che sei stato carnefice. Povero Mario Vece. Eh sì, povero Mario Vece. Poveri, però, anche quei quattro ragazzi che nel 2001 finirono pestati sotto le sue mani e di quelle di suoi due colleghi.

Una storiaccia, brutta, brutta. Di quelle destinate ad essere dimenticate in fretta. Un battibecco all'entrata di una discoteca a Pistoia, poliziotti che intervengono e portano quattro ragazzi in questura. Lì vengono scambiati per cittadini albanesi e per questo motivo insultati e picchiati. Lo dicono anche i referti dell'ospedale dove ad uno dei quattro giovani verrà riscontrato il timpano sfondato, il setto nasale incrinato e un testicolo tumefatto. Per gli altri contusioni, trauma cranici e lesioni varie su più parti del corpo.

E all'epoca, per questi fatti, finirono agli arresti domiciliari l'ispettore Paolo Pieri, il vice sovrintendente Stefano Rufino e anche l'allora assistente Mario Vece, tutti accusati di lesioni gravi, falso e calunnie, perchè falsificarono anche i verbali. Una storia brutta poi finita con un patteggiamento a 14 mesi per Vece (condannati anche i colleghi), la sospensione dal servizio, il successivo trasferimento a Montecatini, poi a Pisa e infine a Firenze, come artificiere.

E per citare le parole di 16 anni fa dell'allora presidente della Regione Toscana Claudio Martini, “se tra i giovani che hanno subito quel pestaggio non ci fosse stato il figlio di un sottosegretario l'episodio non sarebbe mai venuto a galla". Eh sì, perchè Vece e i suoi colleghi pestarono di botte il figlio dell'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Vannino Chiti. Vece oltre a picchiare quei ragazzi era accusato, e ha patteggiato la pena, di aver falsificato i verbali di quella storia.

Oggi, è giusto provare compassione e anche commozione per questo poliziotto ferito. Sono sentimenti ed emozioni a cui la natura umana cede e di cui sente il bisogno, quasi come per sapersi persone migliori. Viviamo una società portata a giudicare tutto, che si esprime con un like, in maniera netta. Viviamo in una società capace di farsi incantare. Ma attenzione a celebrare nuovi eroi. Mario Vece non lo era e non lo è diventato dopo quella bomba. Oggi, è giusto celebrare il caro prezzo di quello che significa portare una divisa, ma può anche essere l'occasione per ricordare di non abusarne mai.

domenica 1 gennaio 2017

Diciassette



A me, quest'anni tutti belli in fila stanno cominciando a fare un effetto un po' strano. Però è molto diverso dalla solita sindrome del tempo che passa o roba del genere. C'è solo il presente e la propria realtà, sociale e personale. Il passato è stato una sequela di presenti; il futuro lo sarà fino all'ultimo momento, all'ultimo presente. 

L'effetto strano che dicevo, comincia dai numeri; i quali, che indichino "anni" o altre cose, sono comunque una convenzione. In base a tale convenzione, è appena cominciato il Diciassette con la forza latente e insopprimibile della superstizione. Cent'anni fa, nel Diciassette del XX secolo, c'era la guerra; quest'anno, nel Diciassette del ventunesimo, pure. Lo sai che è morto lo zio? O poeròmo, era del Diciassette. E così si fa la festa, si mangiano le lenticchie e si tirano i petardi più o meno ovunque ci si trovi. 

La mattina del primo giorno del Diciassette ci si sveglia, si accende la scatoletta colorata che ci ha risucchiati tutti quanti, e si legge che in un dato luogo del pianeta Terra un paio di tizi vestiti da Babbo Natale sono entrati in un locale dove c'era gente che festeggiava e hanno cominciato a sparare con l'invenzione del compagno Kalašnikov. Almeno quaranta morti, e almeno settanta feriti. Così, zac. Una cosa normale, anzi normalissima. Talmente normale che non solo ci si è fatta l'abitudine, che accada a duemila chilometri di distanza o accanto a casa propria. Si è anche totalmente smesso di provare almeno a pensare da che cosa possa realmente derivare tutto questo.

Cosa che, in realtà, serve lo stesso a poco o nulla. Con la collezione di sbagli e contraddizioni che tutti noi siamo, compresi soprattutto coloro che sono arcisicuri di non sbagliare mai e di essere, come si suol dire, lineari, siamo condannati all'impotenza. L'impotenza del Diciassette, uguale a quella del Sedici, e che sarà uguale a quella del Diciotto. Conati a volte seri, a volte buffi, a volte semplicemente assenti. 

Ma, naturalmente, si tirerà in qualche modo avanti. Raccattando quel poco che è rimasto, inclusa la convinzione di star facendo qualche cosa di concreto. Agendo sempre per le famose Masse, e ricevendo una congrua dose di Massi, addosso. Comincio però a sospettare che, alle Masse, importi poco o nulla di farsi agire per, ma che meravigliosa costruzione sintattica. Che il Diciassette sia l'anno degli Anacoluti.

Da qualche altra parte, sempre in questo primo giorno del Diciassette, leggo che una signora birmana, o del "Myanmar" come si deve dire ora ufficialmente, qualche anno fa era una campionessa dei diritti umani. Figlia di un generale, andava in galera, lottava, prendeva il premio Nobel per la "pace", incassava sostegno e solidarietà da tutto il mondo in nome della democrazia e quant'altro. Oggi, invece, si viene a sapere (a dire il vero non proprio da oggi, ma pazienza) che la stessa signora agisce in pratica da dittatòra, perseguita le minoranze etniche e si vede al riguardo persino recapitare petizioni di fuoco firmate da altri premi Nobel per la pace (alcuni dei quali, va da sé, il loro contributo più o meno diretto alla guerra lo hanno portato eccome).

Solo un paio di cose così, appartenenti al presente. Al Diciassette, giorno Uno. Noialtri, nel frattempo, si continua a non combinarne una giusta, nelle nostre vite che non si sa nemmeno più che cosa siano. Je voudrais avoir la foi, la foi de mon charbonnier.... (qui est heureux comme un pape et con comme un panier). Si continua imperterriti a mandare avanti la specie umana per, poi, far di tutto per distruggerla nelle barbe. Si continua a decidere di credere in qualche cosa, di fatto non essendo più disposti neppure a credere in se stessi. Misure e parametri. Scheletri nell'armadio, che la fanno da padroni. Verità e "rivoluzioni". Pallonate. 

Finzioni. Finti amici, e anche finti nemici. Lo sono io, lo siete voi, lo siamo tutti. Naturalmente, ero, sono e rimarrò un inguaribile ottimista. Finanche un modesto creatore di periferici scompigli, tranquilli, roba da poco, di quartiere, di ridottissima nicchia. Al momento di saltare in aria, o di essere schiacciato da un camion, o di essere sparato via per mano di qualche fede altrui, di qualche Verità, di qualche Presente, sarò opportunamente polverizzato nel Nulla.

E' una bella mattinata di sole, anche se fa freddo. Fra qualche mese farà caldo. Ieri sera mi sono divertito come un matto, io l'Asociale, espletando una Socialità che deve sempre scontrarsi per esistere e resistere. Qualcheduno stava morendo; qualchedun altro stava nascendo. Tutto normale. Tutto cambierà quest'anno, ovviamente; come potrebbe essere altrimenti? 

E non fateci nemmeno troppo caso, se avete letto questa cosa. Se c'è una cosa, almeno una, nella quale sono sempre stato lineare, è quella di non prendere me stesso mai sul serio; quindi, non vedo come mai dovreste prendere sul serio quel che scribacchio qua e là. 

Buon Diciassette a tutti, a tutte, nessuno escluso, nessuna esclusa.


venerdì 30 dicembre 2016

Per chi è di, o si trova a Firenze: CAPODANNO E PRESIDIO A I'ROVO!



CAPODANNO E PRESIDIO A I'ROVO
SABATO 31 DICEMBRE A PARTIRE DALLE ORE 20.30
I'ROVO - PER UNA TERRA SENZA PADRONI
Via del Guarlone 25 - Firenze Sud (Rovezzano) - Capolinea bus 20 via Comparetti

QUEST'ANNO, I' CAPODANNO NOIALTRI 
LO SI PASSA A I'ROVO.

Il capodanno scorso, I' Rovo non era ancora presidiato e abitato stabilmente come ora.
Per questo, la notte tra il 31 dicembre 2015 e il 1° gennaio 2016, 
qualcuno ne approfittò per attaccarlo, gettandoci una molotov dentro.
I danni furono enormi.

Quest'anno la situazione è cambiata radicalmente; magari, se ti viene la voglia,
approfittane anche tu per venire a vedere.

QUEST'ANNO SIAMO LA', SI PRESIDIA E SI FA FESTA.

A partire dalle ore 20.30 di sabato 31 dicembre,

VIENI A I' ROVO
PORTA QUELLO CHE TI PARE 
(roba da mangiare, dolci, vino, bottiglie), MA PORTALO.
LASCIA UN CONTRIBUTO LIBERO.

C'è la luce elettrica grazie a un pannello solare
Ma i tuoi contributi liberi saranno utilizzati per comprarne un altro.
Le stanze sono riscaldate.
Vèstiti comunque peso perché il 31 notte sono previsti i meno due o meno tre.
La roba gli è bona.

PE' VENIRE A I' ROVO:

- Puoi prendere il bus 20 e scendere al capolinea di Via Comparetti
(ma stai attento perché il 31 l'ultima corsa è circa alle 20, informati !)
Poi ti fai 300 metri a fettoni per via del Guarlone

- Puoi prendere il treno da Firenze SMN o Firenze Campomarte
scendendo a Firenze Rovezzano (vale anche biglietto bus)
(partenze da SMN: 18,22 - 19,22 - 20,22
arrivo a Rovezzano: 18,31 - 19,31 - 20,32)
Attraversi il sottopasso e sei già a I'Rovo

- Se vieni in macchina o con mezzo proprio:
Prendi via del Guarlone
dalla rotondona di via del Gignoro davanti all'Esselunga

CAPODANNO E PRESIDIO A I' ROVO

- Se sei stufo della solita festa in casa
- Se sei allergico a i' cenone alla Fantozzi
- Se 'un ti va il concertone di merda di Nardella & co.
- Se 'un sei lo snob che passa il capodanno da solo
bevendo buon whisky e ascoltando jazz più palloso di una conferenza di Mario Monti
- Se vuoi conoscere tipi parecchio strani, NO TAV pistoiesi e parkouristi di Gaza
- Se 'un ti va più nemmeno la cucina pentastellata d'i solito centrosociàle stalinista
- Se vuoi conoscere una realtà diversa nel tuo quartiere e nella tua città

VIENI A I' ROVO !!!! 



lunedì 26 dicembre 2016

Alessia, Centoquattordici.

Questa cosa qui, che mi accingo a scrivere, non parlerà di nulla.

Non parlerà di Aleppo, degli ambasciatori russi o degli insediamenti sionisti. E non parlerà nemmeno di vicende del mio quartiere, di impressioni dicembrine o di buffe cose viste sugli autobus.

Non parlerà di storie, vere o di fantasia. Non parlerà nemmeno di squallide vicende avvenute in centri sociali a Parma, in mezzo a presupposti antifascisti che filmano i loro stupri fascistissimi.

Come ho detto, non si parlerà di nulla. Il nulla è rappresentato da una ragazza chiamata Alessia, una delle tante.

Alessia sta passando, in queste ore, fugacemente da qualche giornale, da qualche sito. La si vede in una foto mentre sta baciando la sua bambina di quattro anni. Entrambe, la madre e la figlia, hanno sulla testa delle passate rosse, con cuoricini e babbo natale; Alessia, la madre, è, naturalmente, morta.

Alessia è, mi sembra, la centoquattordicesima donna ammazzata nel 2016, in Italia, dal cosiddetto partner: marito, fidanzato, amante. Oppure da un familiare. Oppure da un uomo; fa nulla, come il nulla.

Qualche tempo fa imperversava il “fare qualcosa per fermare”. E' nata pure una nuova parola che sembra essersi consolidata nel lessico italiano: femminicidio. Imperversavano, ovviamente, anche le discussioni: tutte e tutti volevano, appunto, fare qualcosa.

A suo tempo mi ci ero dedicato pure io. Dicevo sempre che tutto questo ha a che fare sia con le strutture sociali e relazionali, sia con il senso del possesso che trasforma, invariabilmente, una persona in cosa, in oggetto.

Strutture la cui modifica comporterebbe una presa di coscienza, personale e collettiva, che andrebbe a minare nel profondo alcuni capisaldi inalterabili. Come, ad esempio, la cosiddetta famiglia; ma non soltanto quella, chiaramente. Questo dicevo; poi ho praticamente smesso.

Il femminicidio si è consolidato; consolidandosi, è automaticamente tornato ad essere una cosa banale, quotidiana, che “fa notizia” solamente per la cronaca. E' tornato ad essere allegramente raptus, “delitto passionale”, resoconto più o meno commovente, pura “storia” il cui uso e consumo dura due, tre giorni al massimo.

Chiaramente, nessuno ne parla più, al pari mio. Andare a toccare strutture sociali e relazionali, sistemi interi e capisaldi di una società intera non va di moda, e non è mai andato.

E', esattamente, come toccare un altro pilastro, vale a dire il lavoro. Di “nemici del lavoro”, in questi anni, ne ho incontrati non pochi; però nessuno, io compreso, che non “lavorasse” e che non percepisse emolumenti più o meno regolari per il suo rendersi in varia misura schiavo.

Posso anche restare convinto di tutto quanto sopra. Posso anche restarlo, ed è il nulla. Non ho nessun mezzo efficace per non gettarmi nella solita lotta solitaria contro i mulini a vento. Sono uno che non sta scrivendo nulla, mentre termina l'ennesimo “natale”. E, intanto, anche Alessia è morta ammazzata, le trenta coltellate di prammatica, il raptus del suo compagno, l'oggetto quotidiano che si trasforma in perfetta macchina di morte (tratto da un cassetto della cucina), la villetta, il paesino, la bambina, la foto presa da Facebook, tutto.

Violenza, genere, “gelosia”, possesso. Violenza, famiglia, centoquattordici, possesso. E posso anche restare convinto, anzi molto convinto, di non stare scrivendo niente di niente; però sono tutte parole che mi vengono e mi ritornano in mente.

In questo anno 2016, tra le centoquattordici donne ammazzate dal partner, o ex partner, o chiunque, ce n'è stata anche una a duecento metri da casa mia. Una sera di metà maggio; l'ultimo incontro, il chiarimento tra due persone, un uomo e una donna, stati marito e moglie, stati “famiglia”, stati chissà cosa. Dentro una macchina, a duecento metri da casa mia, mentre non mi ricordo che cosa stavo facendo. Dormendo, scrivendo, fumando, guardando la televisione, qualsiasi cosa. Lei se n'era andata, perché esiste la libertà di andarsene. Aveva un altro compagno, perché esiste la libertà di innamorarsi, di perdere l'amore, di trovarne uno nuovo. Esiste anche la libertà di non trovare più nessun “amore”. Esiste la libertà, che è l'esatto opposto del possesso. Quaranta coltellate, date da lui a lei in quella macchina. Poi lui si è pure ammazzato, accoltellandosi da solo.

Qualche giorno dopo, nel quartiere, c'è stata una fiaccolata. Un piccolo corteo partito dall'abitazione di quell'essere umano di sesso femminile, e terminato al luogo dove quell'essere umano è stato fatto a pezzi dall' “amore”, dalla gelosia, dal possesso e da un sistema mentale e sociale.

Portava, quella giovane donna, lo stesso cognome di una persona di cui, tanti anni prima, ero stato brevemente ma follemente innamorato. Tutto è stato scordato, e non si può nemmeno pretendere che non avvenga.

E così, in questo scrivere e riscrivere del nulla, due giorni prima di “natale” è toccato a Alessia.

La cosa curiosa è che, da quel paesino, sono quasi convinto di esserci passato una volta. Ha un nome assai curioso. Sì, mi sembra proprio di esserci stato, una volta, nonostante sia lontanissimo da casa mia. La lontananza e i duecento metri.

Si dovrebbe, a questo punto, disquisire delle modalità, che poi sono, ovviamente, quelle che si leggono sui giornali e sui siti. Ma le modalità sono sempre quelle: tu mi appartieni. Tu non puoi “lasciarmi”. Noi siamo una famiglia.

Ecco, è questa -casomai importasse a qualcuno, e non ne sono per nulla certo- la cosa di cui non mi stancherò mai di essere contro. La famiglia. Io vado a toccare, nulla per nulla che sia, il nocciolo, l'atomo della materia. Vado a toccare l'elettrone del possesso sociale ed economico. Continuo a ritenerlo l'unico modo per fare qualcosa per davvero. Se si vuole rivoltare sul serio, non si attaccano le macrostrutture che sono effetti; si attaccano le strutture fondamentali, costitutive.

Già; ma come “attaccarle”. Con un “post” su un “blog”, per caso? Fosse poi un “blog” di quelli “top”; non mi occupo di moda, di fashion. Sono antifashista.

E posso anche esprimere il ribrezzo che mi fanno vicende come quella di Parma; posso anche esprimere solidarietà alla ragazza che è stata stuprata dai “compagni”, una parola che sarebbe meglio cassare definitivamente dal vocabolario in quanto anch'essa oggetto di ripetuto stupro. Posso anche, ma al tempo stesso non me ne stupisco. Frequentando certi luoghi, non mi è accaduto di rado di sentirli auto-definirsi cose come una “grande famiglia”, tutti per uno e uno per tutti, si va e si torna tutti assieme (magari fermandosi cinque minuti a violentare una tizia). E così, rieccolo il possesso. In posti, peraltro, strapieni di famiglie e famigliuole, di “amori”, di sessi e possessi, di storie e controstorie, di strutture umane lievitate e imposte come da qualsiasi altra parte.

Ed è quindi così che anche Alessia, centoquattordicesima del 2016, è morta. E sta già scomparendo dalle sue quarantott'ore di medio-bassa notorietà. Le famiglie oggi avranno festeggiato, comprese quelle dove si sta preparando una strage, dove qualcuno tirerà fuori dal cassetto, nel 2017, lo stesso coltello con cui era stato affettato, oggi, l'arrosto tanto buono o il panettone.

Nel 2017? Alt. Alla fine del 2016 mancano ancora sei giorni. Secondo le statistiche, domani dovrebbe toccare a un'altra ragazza, a un'altra donna. Toccherà a un altro oggetto posseduto e inalienabile. C'è ancora il 29 dicembre per la numero centosedici; poi si passerà al 2017.

Intanto, poiché ho parlato del nulla, mi arrotolo una sigaretta col tabacco “Pueblo”. Ultimamente sono passato ai drummini, come si dice quaggiù. Sul pacchetto del tabacco c'è l'immagine di una mamma fumatrice e snaturata, che tira una boccata di fumo in faccia a un bambino, biondo e decisamente brutto.

lunedì 5 dicembre 2016

Morto un cazzaro, se ne fa un altro



E così, il Cazzaro Fiorentino® (*) è stato mandato a casina sua, a Pontassieve, assieme alla brava e fedele mogliettina e a tutta la sua famigliuola. Impareggiabile, ieri sera, la commozione di Matteino mentre, annunciando le sue dimissioni dopo la spaventosa pedata nel deretano che gli è stata ammannita, ringraziava l'Agnese sapientemente inquadrata per qualche secondo dai cameramen, riuscendo anche in quel süpremo momento a coniugare finzione e arroganza; ma gliele avranno insegnate pure quelle, nei Boy Scout (visto che li ha citati pure nel suo discorsetto di dimissioni)? Chissà. 

Altrettanto impareggiabile, va detto, l'atteso teatrino dei vincitori. La "costituzione italiana" che Renzi voleva riformare, come sarà peraltro noto alle 14 persone che ancora leggono 'sto blog, non mi ha mai né entusiasmato, né sdilinquito o altro, e non sono mai riuscito a capire perché dovrebbe essere "la più bella del mondo" o, comunque, più bella di quella francese, o sudafricana, o del Suriname. Le "costituzioni" degli stati, generalmente, sono tutte la medesima zuppa di meravigliosi princìpi, di eguaglianze, di parità, di libertà e quant'altro; peccato che siano tutte quante carta straccia, fuffa nata da compromessi, da "assemblee costituenti", da gran giuristi per i quali "diritto" e "astrazione" hanno sempre fatto rima baciata. Però, vedere certi individui che ora fanno i "difensori della costituzione" è uno spettacolo assolutamente comico, e non lo dico perché i comici® sono oramai diventati parte integrante della politica istituzionale di questo paese.

Insomma: Morto un cazzaro, se ne farà un altro. Si passerà dal Cazzaro Fiorentino® al Cazzaro Genovese®, o al Cazzaro Milanese® (Milano, di cazzari, ne sforna a getto continuo). Dal cazzaro delle "riforme" con tutta la sua corte leopoldiana (aveva arruolato persino, nella sua kermesse, la donna sfregiata con l'acido e il medico dei profughi; ma si saranno resi conto a che cosa si sono prestati, e a quale scopo?), ai cazzari del populismo, delle "exit" e di tutto il resto. Cazzari che non aspettano altro che di "riformare" a loro volta, vale a dire di riformare il Nulla®. Ci attendono altri tsunami di Rinnovamenti, di Anti-Casta e via discorrendo, magari sulla scorta del Megacazzaro® che è andato di recente al potere negli Stati Chiave d'America battendo una congerie di altri cazzari che, peraltro, avevano recentemente ospitato in pompa magna il Cazzaro Fiorentino® e la sua corte alla Casa Bianca. 

Ci toccava vedere, ieri sera, uno come Renato Brunetta che sembrava, dai toni che praticava, appena sceso dalle montagne col fucile in mano, dopo avere eroicamente lottato per la libertà. Ci toccava vedere un nazista grassoccio e untuoso come Salvini che faceva il Costituzionòfilo®; il che, agghiacciantemente, forse la dice tutta sia sul suddetto, sia sulla "costituzione" stessa. E, più che altro, ci tocca eternamente vedere una "incazzatura popolare" che si traduce in matite (più o meno cancellabili), in urne, in cabine, in percentuali e in bandiere.

Dicono che, col voto di ieri, siano state "sconfitte" le tecnocrazie finanziarie nazionali e internazionali, e che i loro esecutori (come Renzi, ma ovviamente non solo lui) siano stati "spazzati via". Ora, vorrei fare una retorica domanda a tutti e tutte: ma ci credete veramente? Cioè, credete che un minus habens come Grillo, munito d'altrettanta corte fatta di giovanottine in tailleur e trentacinquenni dalla faccina pulita più o meno imbarbettata, abbia intenzione di prescindere dalle tecnocrazie eccetera? D'accordo, non ce lo vedete. Allora ci vedrete Salvini, ci vedrete Brunetta, ci vedrete tutti quelli delle ricettine semplici semplici, l'uscita dall'Euro, l' "exit" dall' "Europa" munita di immancabile prefisso e quant'altro. Insomma, dàài, ci vedrete tutta una serie di altri cazzari che non sarebbero capaci di uscire nemmeno da un cesso con la serratura guasta, figuriamoci da un sistema. Perché è quella, la paroletta che non si può nemmeno azzardare a pronunciare.

Dicono anche che, ieri, il "popolo" si sia rotto i coglioni di essere "trattato come merce".

Quando il "popolo" si incazza davvero, di essere trattato come merce, di solito però fa in un altro modo, o perlomeno faceva, in modi un po' diversi da un referendum del cazzo. Io non sarei così certo che il "popolo" abbia poi poi tutta questa gran voglia di non essere trattato come merce, quando la merce è ciò a cui aspira, ciò che fa la differenza, ciò che sta profondamente dentro la testa e che, oramai, impronta le vite di (quasi) tutti, le relazioni umane e sociali, l'esistenza fin dalla sua prima scintilla. I mercati, insomma. Dal Mercato, nessuno (o quasi) vuole uscire. Nessun "mercatexit". Meglio uscire dalle "unioni europee" e dalle "monete uniche"; pensate un po' se saltasse fuori qualcuno, invece, che vuole uscire fuori dal Denaro. La "soldexit". O qualcuno che vuole uscire fuori -ahhhhh, lo sto per dire!- dal Capitalismo®. 

Con cosa, con un referendum? Cambiando un cazzaro di destra di Firenze con un altro cazzaro di destra di Genova, di Milano, di Timbuctù, in un paese peraltro assolutamente marginale, e che riceve attenzione solo in quanto tassello, o ingranaggio? Se vi contentate, auguro a tutte e tutti un buon Cambio di Cazzaro®. Magari il prossimo, la vostra cara e bella costituzione, che oggi difende tanto accoratamente assieme alla Democrazìa® e alla Libertà®, ve la cambierà pure senza il referendum; ma tanto, su, confessate: non è che ve ne fregava granché, della Costituzione, del Senato, del "CNEL" e di quant'altro.

Ve ne fregava, e anche giustamente, di mandare a casa un arrogante pupazzetto, l'ennesimo imbonitore prodotto da una matrjoška di poteri, il solito riformatore innovatore di qualcosa che non può essere né riformato e né innovato, perché i suoi meccanismi sono sempre quelli. Ora soltanto con un po' di tecnologia di controllo in più, mettiamola così. Benissimo: lo avete, lo abbiamo mandato a casa, almeno per un po'. Nunc est bibendum. Domani è un altro giorno, e in questo domani sarete, saremo esattamente la stessa merce di prima, in attesa che Dio ci veda in un'altra cabina elettorale, prima o poi. O anche no.

Altre dimissioni, poi. Altre mogliettine, altre lacrimucce, altre "riforme". Terminerà anche la stagione del "populismo", e verrà chissà che cosa nel rimescolamento interno di qualcosa che non dovrebbe essere rimescolato, ma fatto esplodere. Costa carissimo, non essere più merce. Costa molto più del marchingegno elettronico, o del pranzo a strippapelle, o di qualsiasi oggetto e merce che ti accingi ad acquistare per il Natalino prossimo venturo. Costa molto di più anche della tua fame, autentica o finta, della fame che ti spinge a montare su un barcone o di quella che dichiari perché hai la "famiglia che non arriva a fine mese" o roba del genere. Costa troppo, e allora è meglio spedire a casa il Cazzaro Fiorentino®.

(*) Usuale definizione di Alessandra Daniele su "Carmilla Online". (ndr)

Post Scriptum:
Che goduria, però!
(e vabbè.)

domenica 4 dicembre 2016