mercoledì 30 novembre 2016

Smartzombies




Controllata®, Controllato®: ho una sincera e grande ammirazione verso di te.

Anche a me piacerebbe essere un Controllato Consapevole®. Ai (pochi) pazzi che mi dicono, ad esempio, che “Facebook” è il migliore e più capillare sistema di controllo e di (auto)schedatura di polizia che sia stato escogitato, roba da spedire la Stasi tra le barzellette di Pierino, piacerebbe davvero tanto rispondere: “Dipende dall'uso che se ne fa”. Ti vedo, Controllata, Controllato, mentre lo pronunci pressoché trionfante, mentre il matto asociale che ha osato tace con la coda tra le gambe, senza sapere più che cosa dire. L' “uso che se ne fa” è un caposaldo intangibile, che sta scalzando letteralmente Iddio dal trono, in tutte le sue variopinte declinazioni. Del resto, Controllata, Controllato, avrai presente di quando Zuckerberg® è arrivato in visita in Italia, ricevuto con gli onori di un capo di stato persino dal Papa®.

Ammirandoti sempre di più, piacerebbe immensamente anche a me essere intervistato per la strada da un qualche operatore dei media, dopo un qualche fatto di cronaca che ha scosso l'opinione pubblica, realizzando peraltro anche l'eterno sogno di apparire seppur per trenta secondi sui teleschermi. Pronunciare con aria afflitta, indignata, preoccupata frasi fatidiche come “qui non si vive più” o “nessuno fa qualcosa”, "era una famiglia normale" o "era una persona solare" per poi avviarsi verso il supermercato già agghindato per il natale il dodici di settembre o roba del genere, o magari tornare verso casa per prepararsi alla cena o a una bella strage in famiglia. Quando sei solare, però, di solito sei morto ammazzato. Sia detto tra parentesi. Considera perlomeno di diventare lunare, o venusiano.

Mi piacerebbe in modo esagerato invocare più sicurezza, più controllo (appunto), più telecamere, più polizia, più carabinieri, più soldati, più delatori, più ogni cosa insomma. Mi piacerebbe sentirmi autenticamente più sicuro quando entro dentro la stazione centrale trasformata in una specie di Santiago dopo il golpe di Pinochet. Blindati, giovani e pettoruti soldati coi fucili d'assalto, negozietti alla moda al posto delle sale d'aspetto, ci scusiamo per il disagio e mitragliette automatiche. Purtroppo per me, non solo non mi sento affatto più sicuro, ma non me ne importa nemmeno nulla. Devo essere, e me ne rendo conto, totalmente malato.

Non immagini neppure, Controllata, Controllato, quanto vorrei sentirmi amica la telecamera. Offrirle un mazzolin di fiori mentre mi sorveglia e mi traccia ad ogni passo che faccio, per proteggermi dal malintenzionato, dall'abusivo e dallo stupratore. A tale ultimo riguardo, però, sono certo che la telecamera non la vorresti in casa tua mentre pesti a sangue tua moglie e magari pure la accoltelli con scrupolo perché vorrebbe separarsi. A dire il vero, Controllata, Controllato, qualche bestemmia quando la tua amica telecamera o qualche altro marchingegno del genere ti becca a 130 all'ora dove c'è il limite di 50, un po' ti incazzi pure tu; ma vuoi mettere. Essere seguito e spiato ovunque non ha prezzo.

Amerei non so dirti come e quanto poter entrare sul tram, in autobus, in treno, o semplicemente camminare per la strada, con in mano uno di quegli apparecchi colorati e di tutte le fogge, e immergermi a spippolare freneticamente, a scorrere paginette con foto di grandi amici e grandi amiche, a conversare di cose sicuramente importantissime, a stare a decidere che cosa si fa stasera per poi non fare, naturalmente, nulla se non continuare a decerebrarsi -pardon, a dipendere dall'uso che se ne fa. Mi piacerebbe finalmente poter avere i miei cinguettii elettronici, perché vuol dire che -in quel momento- sono in contatto
 
Darei un rene, o classicamente una libbra di carne viva al mercante Shylock, per essere un minorenne de' tempi d'oggi. Per ritrovarmi in una scuola-lager col preside sceriffo che ha la sacra missione di far rispettare la legalità. Pagherei per fare l'okkupazione della suddetta scuolina, e ritrovarmi rispedito a casa a calci e a ceffoni dai genitori che, magari, una ventina d'anni fa avevano fatto l'Onda, la Pantera o chissà quale altra cosa curiosamente somigliante al Palio di Siena. Sbaverei per ritrovarmi denunciato o agli arresti domiciliari per aver fatto una scritta su un muro la quale, tanto, sarà cancellata in pompa magna da un sindaco del bello. Senza contare quanto bramerei di poter cadere nella madre dei peccaminosi crimini: fumarmi una sigaretta a scuola. Crimine contro la salute, per altro. Vorrei che, finalmente, il tabaccaio mi chiedesse i documenti se voglio comprarmi un pacchetto di proibitissime sigarette, senza più nemmeno la scusa che sono per il babbo o per la mamma. Genitori debosciatissimi, tra l'altro. Vorrei che il bravo nonno che legge il giornale di regime al bar mi dicesse che me lo merito che m'abbiano stuprata, perché vado in giro vestita da troietta a quattordici anni e mezzo, invocando però la pena di morte per il GPI (Grande Pedofilo Internettaro®) e preparandosi a toccare il culo alla nipotina. E' un'autentica delizia essere minorenni, adesso; ci si resta, tant'è vero, fino a circa quarant'anni inoltrati. Forse anche cinquanta o sessanta.

E che dirti, poi, di quanto mi piacerebbe poter esprimere il mio istantaneo parere a centoquaranta caratteri, che si tratti del goal di Ronaldo, del ponderoso concetto di Giorgio Agamben o del fatto che sono sull'autobus e mi sta bruciando il culo? Ricevere dopo dieci secondi risposte da mezzo mondo dove si dice, cancelletto # alla mano, che è meglio il goal di Lapadula, che è più ponderoso il concetto di Moishe Postone oppure che avrei fatto meglio a pulirmelo meglio dopo cacato? Riesci a immaginarti, Controllata, Controllato, quanto agognerei ad insultare la #Boldrini o qualche altro/a politicante con i peggio orrori, e poi magari ritrovarmi pubblicamente sputtanato coi giornalisti alla porta, piagnucolando, scusandosi, biascicando dei “non so perché l'ho fatto, sono povero, non arrivo a fine mese, pago troppe tasse, ho perso tutto alla banca Etruria, mi dispiace tanto, non volevo”? Così, come quella signora qualche giorno fa, scoprirei finalmente l'uso che se ne fa, oppure l'uso che fanno di te, in modo deliziosamente capillare.

Mi piacerebbe troppo tutto questo. Sentirmi finalmente un piccolo ometto in un ingranaggio universale, un perfetto nessuno sorvegliato giorno e notte fin nel mio letto. Mi piacerebbe poter essere un terremotato di cui vengono filmati gli ultimi istanti di vita perché di fronte a casa mia, alle ore 3,32 o 18,50 o 9,45 c'è una telecamera che riprende la disastrosa scossa e la casa che crolla. Mi piacerebbe essere tracciato ovunque io vada e, a pensarci poi bene, lo sono comunque, che lo voglia o meno. Di isole deserte non ce ne sono più; e se anche ci fossero, sai che du' par di coglioni senza contare il rischio di vederti comunque piombare addosso tutta la troupe dell'Isola dei Famosi. Mi piacerebbe provare sulla mia pelle tutto il profondo senso del degrado e dell'insicurezza. Mi piacerebbe finalmente partecipare anche io alla fiaccolata, alla barricata di Goro e Gorino, al gruppo dei genitori su Whatsapp ('o whatsappatore: i figli so' piezz' 'e core), al cyberbullismo®, agli indignados, al votasì o votanò, e a tante altre decine di migliaia di meravigliose cose che mi sono precluse per la mia assurda e inutile ostinazione.

Significherebbe, finalmente, che sono diventato una persona normale. Come mi disse al telefono, due o tre anni fa, una mia ex fidanzata dell'adolescenza, facendo pure l'accento romanesco. Aveva, peraltro, perfettamente ragione: si pensi che la poverina dovette, per contattarmi dopo una decina d'anni e rotti dall'ultima telefonata, ricorrere al numero di telefono che prima scrivevo su questo blog e “anonimizzarsi” il suo. “Ma nun te riesce de diventà normale?” 

 
Eh no, nun me riesce. E non me ne beo affatto. Tanto, vorrei ripeterlo, Controllata, Controllato, sono comunque come te e non ci posso fare nulla. Tutti sanno perfettamente che ieri sera, alle 20,05, ero al Penny Market accanto a casa mia a fare un po' di ordinaria spesa: tutto è videosorvegliato. Tutti sanno tutto, di me, di te, di noi, di voi. Le nostre antiche città sono stracolme di gente normale che vive normalmente tutto questo, non solo non curandosene minimamente, ma anzi invocandolo, promuovendolo, approvandolo incondizionatamente; e quando il malvagio attentatore salirà su quel tram o su quel treno, o entrerà nella stazione militarizzata, sarà troppo breve l'istante per rendersi conto in quale tragica baggianata ci siamo infilati tutti quanti, noi Controllati, noi morti viventi, noi teste chine senza speranza, noi Smartzombies.

A George Orwell.

sabato 12 novembre 2016

Sogno d'autunno



Piazza Santa Croce, 12 novembre 2016.
(ah no, 4 novembre 1966. Peccato.)

sabato 5 novembre 2016

Costoro


Costoro sono quelli della democrazia. Sono quelli che si scandalizzano per la repressione di Erdogan, salvo dargli immediatamente tutto il sostegno necessario quando il ducetto turco si fabbrica gli autogolpe. Sono quelli che sono per la libertà di espressione e di manifestazione quando riguarda Yoani Sánchez o i fascisti ucraini, ma che vietano le manifestazioni in casa propria mentre ci hanno le loro "kermesse" di merda. Sono quelli a cui piacciono da morire le zone rosse, che siano per un terremoto o per il blocco di una città intera per proteggere i loro mandanti. Costoro sono quelli della democrazia, sì.

Sono quelli che si presentano con decine di blindati, tutti in tenuta antisommossa, pronti ai loro sbarramenti delle strade, alle cariche di alleggerimento (e se non avete mai provato un simile "alleggerimento", vi consiglio di sperimentare quanto sia lieve, soave, etereo), alle manganellate, agli arresti. Specialmente quando a una piazza intera che intendeva manifestare per o contro una data cosa, il diritto di manifestare viene negato un giorno e mezzo prima dello svolgimento. Erano arrivati gli ordini: i damerini della "Leopolda" non desideravano essere disturbati perché loro ci hanno il "futuro". Così recita infatti lo slogan affisso all'ingresso della vecchia stazione fiorentina trasformata, suo malgrado, in letamaio renziano: Il futuro, adesso. Cosa sarà il "futuro, adesso"? Io adesserò, tu adesserai, egli adesserà? Il lessico-base del cazzaro di Rignano sull'Arno ci ha sempre questo "futuro" nel mezzo, a parte quando deve mandare la sbirraglia a reprimere. Allora si torna al caro, vecchio, eterno passato.

Costoro, sono quelli che vengono barbaramente attaccati con poderosi carrelli di verdura (si veda la foto), con letali melanzane, con micidiali zucchine; di fronte a quest'armamento di filiera corta, cosa potranno i fucili d'assalto, i lacrimogeni al CS, i manganelli ad anima metallica? Infatti, come sempre, tra i tutori dell'ordine si sono lamentati i consueti moribondi. Ma come faranno? Secondo me, nelle questure ci devono avere delle apposite squadrette di consumati attori, che a turno interpretano i "feriti" e i "contusi". Ci hanno indosso armature che manco Brancaleone da Norcia, e si fanno contundere dalle melanzane e dai sammarzani. Poi, naturalmente, una volta filmati gli ammelanzanamenti, partono le denunce, gli arresti domiciliari, le carcerazioni. Dall'altra parte, qualche testa spaccata, qualche rivolo di sangue, gente che si riduce a croste di maalox e limone (sperabilmente anch'esso di filiera corta).

Costoro, sono quelli che obbediscono all'ordine di vietare una manifestazione, si dice, per il "No" al referendum, o per un "No" a Matteino, o -più in generale- per un "No" a tutte le bugie, le stronzate, le vuotezze, gli slogan, le arroganze e  le telesvèndite che ci propinano. "Svendita" è il termine che più mi viene in mente, in questi frangenti. Una svendita in cui non c'è neppure il classico miglior offerente; una svendita a "europe" fatte del doppio del niente, a "imprenditori", a "Eataly" (che ottimamente rappresenta il loro magna-magna travestito, naturalmente, da "cultura"). Firenze, in questo senso, è la città-simbolo, la perfetta vetrinetta da esibire all'occorrenza, il tesoruccio da blindare e da precludere a chi dice qualsiasi "No". Firenze è la città del Cazzaro, del resto; mi piacerebbe dire "suo malgrado", ma non è purtroppo così. Firenze è anche una città di tanti cazzari che hanno dato la spinta al boy-scout e alla sua ghenga. A meno che, a questa loro Firenze, non si cambi finalmente nome in "Leopoldville". Si tenga il nome di "Firenze" soltanto per coloro che non hanno ancora chinato la testa, nonostante tutto.

E, costoro, sono quelli che dalla loro "Leopolda", giustappunto, tutta bella agghindata e persino con la "amatriciana solidale" di cui spero s'ingozzino fino a farsi venire una cacaiola altrettanto solidale, mandano a dire: "Giù le mani da Firenze!" Avete capito? E' stato il "tweet" spedito dalla banda del Cazzaro riunita e ben protetta. Da Matteino, e dal suo cockerino Nardella (chiedo scusa, ovviamente, agli incolpevoli e graziosi cani cocker). Costoro, sono quelli che hanno messo le loro mani non solo su Firenze, ma su un paese intero. Sono quelli che, la Firenze sulle quali hanno messo le mani, la usano e la svendono a loro piacimento (per i summit, per i raduni dei "ferraristi" sul Ponte Vecchio, per gli addii al celibato miliardari in Palazzo Pitti, per le nozze dei figli dei nababbi indiani). Sono quelli che sequestrano un territorio per i loro porci comodi e per le loro festicciuole. Sono quelli per cui Firenze, ed ogni altra città, è uno scannatoio pubblico di esistenze. Sono quelli per cui la democrazia è perfettamente rappresentata dai loro sbirri, e che hanno paura persino di un carrello di verdura. Le "mani da Firenze" le dovrebbero togliere loro, perché sono mani sporche di sangue e di escrementi. Costoro, sono quelli che fanno il piagnisteo dei "cervelli in fuga", ma che si premurano, poi e piuttosto, di mandare in fuga migliaia di persone caricate dai celerini. Costoro, sono quelli che spediscono "tweet" con scritto: "Non ci avrete, incappucciati!" Ma certo che "non li avremo", visto che sono là tutti rinchiusi a mangiare "amatriciane solidali" protetti da un'armata intera e a esibire graziose ministrelle coi paparini banchieri, o bancarottieri che dir si voglia.

E' andata a finire, oggi, che un corteo c'è stato; ma in direzione ostinata e contraria a quella della "Leopolda". Talmente ostinata e contraria, da beccarsi un'altra carica in un paio di stradine strette (via della Colonna angolo via della Pergola, voglio essere preciso visto che i bollettini di regime, tipo "Repubblica", non ne fanno almeno per ora menzione). Dicevano, dal camion del "sound system", che oggi "ci siamo ripresi Firenze". Non sarei così ottimista. Non ci siamo ripresi un bel nulla. Firenze se la sono presa loro, ancora una volta, e sarebbe bene rendersene conto visto com'è andata. Per riprendersela davvero, Firenze, e per riprendersi ogni altra città, ogni altra esistenza, ogni altra piazza e ogni altro diritto, ci vuole ben altro. Ci vuole, soprattutto, che il "No" pronunciato forte e chiaro non sia rivolto esclusivamente a un "referendum costituzionale", agendo di conseguenza. E poiché, come si suol dire, "potrebbe andare peggio: potebbe piovere", tutto questo si è svolto, oggi sabato 5 novembre 2016, sotto uno scrupoloso diluvio.

Costoro, infine, sono quelli che a Firenze, in questi giorni, stanno "celebrando" il cinquantesimo anniversario dell'Alluvione. Tornando verso casa, sul tram, destino vuole che passi per forza proprio davanti alla "Leopolda", un bello spettacolino. Oltre allo striscione del "futuro", all'ingresso hanno piazzato un grosso gazebo; si vedono tante giacchine e tante cravattine, si vedono tanti bei trentacinque o quarantenni, tutti così imprenditorialmente casual, tutti così perfettamente sbirrati perché tra la "Leopolda" e Porta al Prato sembrava la sagra dell'autoblindo. Passandoci davanti, mi è venuto da pensare che il modo migliore per "celebrare" l'Alluvione, sarebbe stata una bella alluvioncina "ad hoc", strettamente localizzata, che li affogasse tutti. E senza nemmeno un "angelo del fango" che sia uno. Immaginarli che "twittano" "Giù le mani da Fir....glu bllh glu glu glu" mentre l'Arno fa il suo dovere, non ha avuto prezzo.


lunedì 24 ottobre 2016

Motoseghe



Oramai tanti anni fa, mi ero messo a fumare una sigaretta fuori dall'uscio di casa, in una notte di marzo. Ci avevo da ragionare sull'inverno che se ne stava andando, mentre ora sta arrivando. Guardavo i tre maestosi pini nel giardino sopra casa mia, e l'aggettivo "maestosi" non era sprecato; in un cielo terso, la luna piena.  Avevo persino, ad un certo punto, fatto una fotografia ai tre altissimi pini e alla luna; senza sapere che, di quei tre alberi, non sarebbe restata che questa immagine.

Pochi giorni fa, si sono presentati degli operai di una qualche ditta specializzata, con tutta l'attrezzatura necessaria: furgone, imbragature, motoseghe. Non so quanti anni avessero quei tre pini, che erano cresciuti fino a superare  l'altezza del condominio antistante. Sì, perché se ne stavano in un terreno condominiale, agghiacciantemente condominiale. Qualcuno li aveva fatti piantare, chissà, per fare ombra o per purificare l'aria; oppure c'erano già quando il palazzone era stato tirato su. 

Un mio amico, che fa il giardiniere, dice che piantare pini (e pini di quella fatta, specialmente) in città è praticamente un delitto. Sono alberi da pinete, non da città. In città soffrono, si ammalano e muoiono. Sono alberi fragilissimi: vanno giù a un colpo di vento un po' più forte degli altri. E siccome si arrampicano su verso il cielo, se cadono sono pure molto pericolosi. E così, in questa città come in tante altre, se non ci pensano le malattie o il vento, ci pensano le motoseghe preventive. Comunque vada, vengono sterminati.

Me ne stavo, in quell'oramai lontana notte di marzo, a guardarli incantato mentre la luce della luna li faceva risplendere. Immobili, in una periferia che con una luna e tre alberi innalzava un grido di bellezza, e di quella bellezza che non si sa mai dire né troppo bene, e né troppo forte. Erano sempre lì, come di guardia, in qualsiasi momento del giorno e della notte. Erano lì quando uscivo e quando rientravo. Erano lì se mi andava di fumarmi un'altra sigaretta o far correre un pensiero. Erano lì la sera quando sono uscito per ritrovarmi, la mattina dopo, in un ospedale; erano lì quando sono tornato. 

Erano lì col gatto che provava, da piccino, a scalarli; erano lì la mattina che il gatto è stato schiacciato da una macchina, proprio di fronte al loro condominio. Erano lì e basta, come fratelli, come amici che aspettavano qualche volta un abbraccio. Sono stati abbracciati, infine, dagli operai che li hanno abbattuti per ordine superiore. Stando in un terreno condominiale, sarà bastata una riunione dei condòmini. Malati non sembravano di certo, tutt'altro; un po' piegati, perché quando si nasce pini ad un certo punto si pende da qualche lato, come la torre di Pisa. Però nessuno ha mai abbattuto la torre di Pisa perché pende da un lato, naturalmente.

Di che cosa avranno avuto paura, quei condòmini? Che alla prima ventata i pini cascassero loro sul groppone? Ci avranno avuto delle relazioni tecniche? Sarà stata una paura fondata o infondata? Non lo so. Non so proprio nulla. Non erano inclinati verso casa mia. Lo fossero stati, forse ci avrei avuto un po' di paura anch'io perché non voglio buttare croci addosso a nessuno. Ed è cominciato allora il sabba infernale delle motoseghe; via prima le chiome immense, i rami alti. Poi sono rimasti i tronchi, che anche da tronchi nudi incutevano ancora rispetto e meraviglia. Poi, via anche quelli, pezzo per pezzo. 

Legna da ardere, bella resinosa, dalla cui vendita ci si potrà un po' riprendere dalle spese. Monetizzazione. E lo spettacolo degli operai acrobati, arrampicati a venti metri d'altezza, coi pensionati e i bambini a guardarli mentre le motoseghe non fanno campare dal rumore. Hanno terminato pochi minuti fa: non c'è più niente, solo cataste di legna da portare via e immagazzinare. I tre pini hanno terminato la loro esistenza; quello che sto scrivendo, è la loro pietra tombale.

Gliela sto scrivendo perché stavano davanti a casa mia, perché erano un frammento di me e della mia vita. Perché erano una quotidianità. Perché, alle volte, mi allietavano senza chiedermi nulla in cambio. Perché, quando c'era un po' di vento, si muovevano e cantavano. Perché, assieme alla loro amica luna, mi hanno fatto alle volte brillare i miei occhi di orso peloso. Per tutte queste cose, e per altre ancora. 

Forse sarò un nemico della tecnologia sfrenata, ma sono almeno felice di aver preso quella fotografia di tanti anni fa. Non rimarrà altro di loro. Niente più sigarette fuori dall'uscio. Niente più notti di marzo. La luna si dovrà contentare, in questo infinitesimo granello di mondo, di risplendere su ordinari palazzoni di una periferia e su un campo sportivo. 

Mi era venuto di pensare che, magari, si ripianteranno da soli sulla luna. E poiché, come è noto, sulla luna ci stanno pure i gatti che hanno terminato le loro sette vite, si faranno pure riarrampicare dal mio con la sua coda nera lunghissima. Che si viva di sogni e di favole potrà anche sembrare bizzarro, ma alla fin fine i sogni e le favole sono ciò che non scompare mai, e che ti chiudono gli occhi, al momento in cui la motosega tocca a te, con uno scarabocchio di indomita dolcezza. Quei sogni e quelle favole, sei stato tu. Quei tre pini, sei stato tu.

Vorrei dedicare loro questa vecchia canzone, che li accompagni nel nulla. Parla di un altro albero come loro. Addio amici, non vi scorderò.







LA GRANDE QUERCIA 

‎ 

Lei viveva laggiù, in lande forestiere, 
non era affatto un arboscello da cantiere, 
la gran quercia che mai, dall'alto dei suoi rami, 
dové temere falegnami... 
‎ 
Ed avrebbe trascorso dei giorni spensierati, 
senza vicini inopportuni e ineducati: 
delle canne invidiose, neanche dei bambù, 
che proprio non le andavan giù. 
‎ 
Dalla sera al mattino, questi virgulti incauti 
nemmeno buoni a fabbricarci quattro flauti, 
le cantavano sempre l'odiosa ninna nanna 
della gran quercia e della canna. 
‎ 
E malgrado lei fosse del legno più imponente, 
la favola non la lasciava indifferente. 
Ed accadde così, che stanca di subire, 
decise un giorno di partire. 
‎ 
A fatica, strappò la radica sepolta 
e se ne andò senza voltarsi mai una volta... 
Ma soltanto io so come fu amareggiata 
quando lasciò la patria ingrata. 
‎ 
Al confine, trovò due bei fidanzatini 
che le proposero se con i coltellini 
gli lasciasse intagliare i loro nomi lì... 
e la gran quercia disse sì! 
‎ 
Solo dopo che i due viandanti innamorati, 
si sbaciucchiaron tanto da essersi stancati, 
ascoltarono allora la Grande Quercia che, 
piangendo, raccontò di sè! 
‎ 
‎“Grande Quercia, se tu vorrai venir con noi, 
le nostre canne non faranno i fatti tuoi... 
Ed avrai in casa nostra un comodo soggiorno, 
abbeverata ogni giorno!” 
‎ 
Oh, com'eran contenti, come'erano felici, 
la grande quercia insieme ai suoi due nuovi amici! 
E ciascuno dei due teneva in mano un ramo, 
dicendosi “Amor mio, ti amo!” 
‎ 
La piantarono ai piedi della loro bicocca! 
Capì che le promesse eran tornate in bocca; 
l'annaffiava, di rado, soltanto il nubifragio 
e la pipì di un can randagio.


Con le sue belle ghiande ci hanno sfamato i porci, 

con la sua scorza ci hanno fatto i tappi agli orci 
e ogni volta che c'era un nuovo condannato, 
lei ereditava l'impiccato. 
‎ 
Quel duo di traditori, vandalico ed abietto, 
la tagliò in quattro parti e ne produsse un letto. 
Ed aveva tanti amanti, l'orribile megera, 
che la consunse per intera. 
‎ 
Ed un giorno quel duo d' ipocriti dappoco 
la passò per la scure e la gettò nel fuoco, 
come legna da cassa e -che amaro destino!- 
la quercia perì nel camino. 
‎ 
Nella nostra città, un prete tanto pio 
non crede che il suo fumo s'alzi fino a Dio... 
Come fa quel tappetto ad essersi deciso 
che non ci sono querce in paradiso? 
‎ 
‎...che non ci sono querce in paradiso?‎

(traduzione italiana di Salvo Lo Galbo)


venerdì 7 ottobre 2016

Tu se' di quella razza




Tu se' di quella razza che sta fin troppo bene,
che un dì fece la fame, e or ci ha le tasche piene.
Lo posso gridà' forte, ed esser roboante:
Da' mòccoli alla Bibbia, da Woytilaccio a Dante.
Tu se' di quella razza che s'è certo evoluta,
Che fa far tre risate, incassa e poi saluta.
Eppur la storia insegna, e che lo si sentenzi:
Prima lo davi a i' sardo, ora dai i' culo a Renzi.
Di storie come queste ce ne son state tante,
Se l'era ancora vivo, lo davi ad Almirante.
Tu se' di quella razza che ci ha fregati a tutti,
Tu ce l'hai sciolto i' corpo, va', con que' farabutti.
Quella razza sei tu, è inutile far finta,
T' ha trombato il potere, e sei rimasto incinta.

mercoledì 5 ottobre 2016

Elena Ferrante sono io


Da un po' di tempo non scrivevo nulla su questo blog. Avevo cose più importanti da fare, come si scoprirà qui di seguito.

Giunge, ad un certo punto della propria vita, il momento di rivelare la verità a tutto il mondo (la quale, come si sa, è sempre e comunque rivoluzionaria, scordando che le migliori e più riuscite rivoluzioni sono state costantemente fatte con tonnellate di meravigliose menzogne). Qualcuno, mi è stato detto, lo aveva già sospettato; altri, invece, si sono dilettati di attribuire fantasiose identità a un pittoresco e assai variegato campionario di figure (impiegate delle poste, mogli di scrittori, boscaioli umbri, Mauro Corona, giornaliste di "Libertà" di Piacenza...), arrivando persino ad ipotizzare con un certo grado di ragionevolezza che si trattasse -naturalmente- di Roberto Saviano. Oggi, 5 ottobre 2016, mentre sulla stampa imperversa l'ennesima attribuzione certissima assieme agli A.A. (Appelli Accorati) affinché non sia violato il diritto all'anonimato (o meglio, all' "assenza"), sarà invece ricordata come la data in cui a questa vicenda viene finalmente messa la parola "fine", dato che dell'anonimato mi sono sinceramente un po' stufato e ho una maledettissima voglia di presentarmi con la mia facciazza al Premio Strega, al Premio Campiello, al Premio Bancarella, a Premium TV, al Premio Nobel e possibilmente anche anche a un Gran Premio di Moto GP per buttare fuori pista quello stronzetto di Marc Márquez. Ebbene sì, Elena Ferrante sono io.  Ma questo lo avevate, spero, già letto nel titolo.

Ora però, su, non mi venite a dire di essere poi poi così sbalorditi. Se ci pensate bene, non era difficilissimo capirlo. Che, comunque, io avessi una certa qual dimestichezza con la scrittura lo avevate già visto anche mentre mi dilettavo di emerite bojate sugli antichi newsgroups, sulle decrepite "mailing list" e, poi, sui primi tentativi (abortiti) di blog ed infine su questo che perdura oramai da un bel po' di anni. Era palese che nessuno credeva alla mia presupposta squattrinatezza cronica, al fatto che io vivessi in un garage ristrutturato in via dell'Argingrosso (mi ero inventato pure il numero, "65/C"), alle mie macchine scalcagnate, alle anarchie e a tutto il resto; vi sto scrivendo dalla mia lussuosissima villa, avvolto in una preziosa vestaglia di seta leggera, dove mi sto godendo -naturalmente- i milioni di euri che mi piovono addosso grazie ai diritti d'autore; e pensare -ah ah-, che qualche volta mi ero divertito a scrivere persino dei post dove dicevo peste & corna della SIAE!

Invece è dal 1992, da quando ho pubblicato presso le edizioni E/O il mio primo romanzo, L'amore molesto, che mi sto facendo lucrosissime beffe di tutto il globo terraqueo (lo vedete che so scrivere? Voi, senz'altro, ignoranti che non siete altro, avreste scritto terracqueo). Non è mica che avrete pensato -no?- che, con tutto quel che raccontavo sulle mie condizioni finanziarie, io fossi ancora qui bel bello senza essermi suicidato! E che diàmine, in questi anni si sono suicidati fior d'imprenditori, direttori di banca, alti funzionari...santiddìo, avevo già pubblicato L'amore molesto (che, prima o poi, mi dovrei pure decidere a leggere...) che si era suicidato persino Raul Gardini con tutto il Moro di Venezia e le strambate di bolina, e pensavate che uno nella situazione che andava via via raccontando non si fosse ancora deciso a buttarsi da un quindicesimo piano o a ingerire un decottino di aconito napello? Però, dài, sono stato bravo, no? Scrivevo romanzi, pubblicavo, pure un saggio e un libro per bambini, amiche geniali, figlie oscure, frantumaglie e quant'altro, facendo così, ed assai sapientemente, nascere il mito di Elena Ferrante; intanto però, tale "Riccardo Venturi" vi pigliava per i fondelli sull'Internèt cianciando di centri sociali, di manifestazioni, di "NO-TAV", di lingue & linguaggi (in realtà conosco solo l'italiano, ma con le legioni di traduttori sparsi in tutto il mondo che ho, mi posso tranquillamente permettere di farmi tradurre in ogni momento qualche frasetta ad effetto), di famiglie elbane, di varia umanità...

Nel frattempo ricevevo manifestazioni di stima persino da Barack (ci diamo del tu da tempo, a dire il vero mi avrebbe più volte anche invitato a prendere un teìno con lui e Michelle alla Casa Bianca, ma ho sempre risposto di no perché non mi piace granché il tè, mica perché "non volevo apparire"...), la rivista Foreign Policy mi ha "definita" tra i pensatori più influenti al mondo e via discorrendo...beh, per Giove, ci voleva pure la rivistina americana per capirlo! Di essere tra i pensatori più influenti al mondo, lo sapevo già anche come Riccardo Venturi ortonimo e come titolare di un blog dal nome strampalato assai. Come sempre, negli Stati Uniti d'America arrivano dopo la musica.

Certo, non è stato sempre così facile mantenere l'anonimato; o meglio, a volte ho dovuto fare un po' di acrobazie. Fare la donna scrittrice, in primis; ma penso tutto sommato di essermela cavata benino. Sarà per quella mia certa e pronunciata "componente femminile", e forse anche per la mia storica facilità nell'assumere personalità molteplici (cosa che, in passato, mi ha provocato non poche pene ma che, almeno dal 1992, mi ha anche fatto fare quattrini a carrettate). Più difficile è stato fare la napoletana; non perché abbia qualcosa contro Napoli, ci mancherebbe altro, ma perché confesso candidamente che, tuttora, Napoli è la città che meno conosco al mondo a parte qualche frammento di comune vulgata, un paio di volte che ci sono stato giurando di non azzardarmi mai più a guidarci la macchina e un tentativo di traduzione della Tammurriata Nera. Inutile anche pensare di farmi dare qualche lezione di napoletano; la mia -oramai confessata- incapacità con qualsiasi genere di lingua straniera me lo avrebbe impedito in partenza. Però, inutile negarlo, per questo genere di cose ci vuole Napoli. Napoli fa sempre un'audience tremenda, e questo -dev'essere riconosciuto- va sempre a suo onore. No, dico io, ve lo immaginate se Saviano avesse ambientato Gomorra a Treviso? Eppure, anche a Treviso ci sarà un po' di malavita organizzata....ma lasciamo stare Treviso, neppure Milano e Roma non avrebbero funzionato così (Roma, poi, era stata già presa dalle vicende della Banda della Magliana). E così, vi immaginate Elena Ferrante che traspone nelle sue opere un'atmosfera, un'aura, un background dell'Isolotto? L'amica geniale in via Pio Fedi? I giorni di chi fugge e di chi resta sulla Passerella delle Cascine? La figlia oscura a Villa Vogel? Le cronache del mal d'amore in via Torcicoda, i giorni dell'abbandono in piazza Batoni al capolinea del 9 (che però, in effetti, spesso abbandona tutti saltando le corse)? No, dài, non si poteva proprio. E Napoli fu, sempre col costante dubbio che alcuni scoprissero qualche vaga incongruenza. Forse anche in questo risiede il fatto che io abbia avuto maggior successo all'estero che in Italia; fondamentalmente, Obama sa una sega di Napoli come la sa di piazza Batoni all'Isolotto. La pizza? In via del Sansovino c'è il Pizzaman, va bene lo stesso per un mio lettore del Kentucky.

Ugo Ferrante.
Devo a tutti voi, però, una sia pur breve spiegazione sul come io mi sia scelto, come nom de plume, quello di "Elena Ferrante". "Elena" è dovuto all'allora fidanzata di un mio vecchio compagno di classe del liceo (sì, il liceo l'ho fatto ma, ovviamente, ero un'autentica schiappa in latino e greco e credevo che l'aoristo fosse un famoso piatto di carne della cucina spartana, l'aoristo al forno). Costei, dal cognome decisamente slavo, è divenuta nella sua vita un'ottima storica, e mi capitò verso il '92 di leggere un suo breve saggio, pur avendola persa di vista da tempo. E così mi decisi per Elena. "Ferrante", invece, è un'omaggio alla mia ben nota passione calcistica e, in particolare, all'ultimo scudetto vinto dalla Fiorentina (e che resterà l'ultimo), nel lontanissimo campionato 1968-'69. E' il cognome del roccioso e biondissimo difensore Ugo Ferrante, indimenticabile gladiatore di quella squadra invincibile, purtroppo scomparso nel 2004 in ancor giovane età per un brutto male. Che il Labaro Viola garrisca al vento nel suo nome che ha commosso milioni di lettrici e lettori in tutto il mondo grazie ai miei romanzi! 

Starnone.
Così mi sono presentato al mondo delle lèttere grazie all'ex fidanzata di un mio compagno di classe e al libero della Fiorentina del '68-'69; il quale, va detto, pure lui ci aveva assai poco a che fare con Napoli, visto che era di Vercelli. Non giocò mai nemmeno nel Napoli, ma terminò la sua carriera nel Lanerossi Vicenza. Insomma, capirete che adesso la verità è finalmente rivelata, e che Repubblica può pure smetterla con tutte le notizie e contronotizie pubblicate da giorni in prima pagina. Ora dico io, pure le analisi patrimoniali del Sole 24 Ore, il quotidiano della Confindustria; d'accordo, va bene, capisco di essere anch'io una risorsa, un'eccellenza di questo paese al pari degli stilisti di moda, delle Ferrari e del lardo di Colonnata, però, sinceramente, mi è un po' dispiaciuto che, per colpa mia, degli esperti di finanza siano andati a rompere le scatole e a ficcare il naso nei conti di una povera innocente, moglie di un altrettanto incolpevole scrittore dal cognome decisamente galliforme. Ma insomma, mi dite un po' che colpa hanno questi due poveri cristi? Quella povera donna che magari si è beccata, meglio per lei, un'eredità dallo zio Piero o dalla zia Guendalina? Ma il Sole 24 Ore non avrà di meglio da fare? A questo punto, non nascondo che la mia decisione di svelare finalmente al mondo la vera identità di Elena Ferrante è stata presa anche per tutelare un po' il diritto alla privacy di una cittadina di specchiata onestà e di buoni costumi. 

In questi ultimi mesi, dicevo all'inizio, sono stato/a un po' assente da questo blog. La stesura del mio ultimo romanzo ferrantiano, intitolato (ed è un'anteprima che, penso, farà notizia) Storia di un orsacchiotto bisunto - L'amica geniale volume quinto, mi ha assorbito completamente. La pubblicazione è prevista per la primavera del 2017 e, inutile dirlo, sarà la prima in cui comparirà anche il mio vero nome accanto a quello di "Elena Ferrante". Mie care lettrici, miei cari lettori, sono certo che non mancherete di dimostrarmi, come sempre, il vostro interesse e il vostro affetto; garantisco però che, una volta libero dalle fatiche della letteratura, tornerò ad essere il vostro Riccardo Venturi senza il becco d'un quattrino, che vive all'Isolotto in un vecchio garage, che va alle marce NO TAV, a i' Rovo e alle occupazioni. Ma anche lì, prima o poi, ne vedrete (anzi, ne leggerete) delle belle; ho già in mente il prossimo romanzo, L'amica geniale al Next Emerson. Naturalmente dovrò dire alla Ann Goldstein di far capire a Obama che cosa sia il Next Emerson; figuratevi un po' se faranno presidente Trump.

Post Scriptum. Poco prima di pubblicare questo Post Rivelatorio, è stato giocoforza informarne, per telefono, la mia compagna, che era sempre rimasta all'oscuro di tutto. Glielo dovevo, senz'altro, anche perché la poveretta, in tutti questi anni, è dovuta veramente venire a trovarmi nell'ex garage dell'Isolotto e prendere l'autobus alle 22.05 da piazza Batoni (sempre lei!) per arrivarci. In realtà ho dovuto confessarle di avere due ville enormi a Portofino, un loft vicino a Times Square, una Rolls Royce e persino l'Aston Martin usata per i film di James Bond. Inutile dire che si è dimostrata sì molto felice, ma che mi ha anche mandato sonoramente in culo. Cercherò di farmi perdonare dedicandole il prossimo romanzo di Elena Ferrante.

venerdì 26 agosto 2016

Istruzioni in caso di terremoto.


Nel caso -si dice piuttosto improbabile, ma non si sa mai- che la città di Firenze dovesse essere colpita da un rovinoso terremoto, e che mezza via dell'Argingrosso (Isolotto) mi crollasse sul groppone (mentre dormo, mentre sto al cesso, mentre mangio, mentre scrivo boiate su un blog...), vorrei lasciare alcune semplici e chiare istruzioni, che pregherei fossero seguite alla lettera.

  1. Vieto espressamente ad ogni tipo di televisione, nazionale ed estera, di riprendermi mentre mi tirano fuori dalle macerie, sia vivo che in forma di cadavere. Nel primo caso, sono vietati gli applausi e i gridolini di giubilo: e che siamo, allo stadio? Nel secondo caso sono rigorosamente proibite le finte lacrime degli inviati speciali, le voci falsamente rotte dall'emozione e quant'altro: sotto le macerie ci sono rimasto io, mica voialtri.

  1. Qualora mi si tiri fuori, sempre sia morto che vivo, in condizioni particolari (tipo: tirandomi per i piedi mentre stringo in mano il mestolo della zuppa, o appiccicato alla tastiera, o mentre stappo una bottiglia di vino del Penny Market da euro 1,79, o roba del genere), è espressamente vietato che tutto ciò rappresenti una “foto-simbolo”. Mi si scusi, ma non mi riuscirebbe immaginarmi come simbolico neppure da morto spiaccicato.

  1. In casa mia non si trovano crocifissi, madonnine od altri oggetti di carattere sacro che, sicuramente, risulterebbero miracolosamente intatti in mezzo allo sbriciolamento generale. Quindi, è inutile anche che ci proviate per le vostre gallerie fotografiche. Al massimo trovereste , che so io, un piccolo poster con Iris Versari impiccata, o l' “Anarcowynx” disegnatami dalla figlia tredicenne della parrucchiera di sopra. Trovereste Sole e Baleno, la grande immagine “Vivere a Milano” scattata in via Mancini il 17 aprile 1975, o le mattonelle con le foto di Galenzana. Ma, del resto, oggetti del genere non sono soggetti a salvataggi miracolosi e, quindi, farebbero la fine di tutto il resto.

  1. Sul mio letto, sul quale non potrei essere rinvenuto che stiacciàto senza pietà in quanto sotto non ci entrerei nemmeno se mi ci pigiasse il terremoto, si trovano, ebbene sì due marmotte di pelouche. Sono legate a due momenti particolari della mia vita; una di esse, ad esempio, detta “Maddalena”, mi è stata regalata durante una marcia in Val Susa e poiché qualche tempo fa avevo l'abitudine di portarla sempre legata allo zaino durante le maniffe, è senz'altro la marmotta di pelouche più fotografata da questurini, Digos, e altre forze dell'ordine in questi ultimi anni. Come dire: ha una carriera tutta sua, la Maddalena, e non ambirebbe certamente a finire tra le famose “foto dei pupazzi tra le macerie” che sono una delle specialità più strappalacrime e cava-emozioni che siano state escogitate dai mìdia. Non può esistere catastrofe, naturale o provocata, senza la sua collezione di pupazzetti. Non avrete le mie marmotte. Sappiatelo. Non azzardatevi neppure a fotografarle tra le macerie, o la Grande Marmotta delle Vette vi perseguiterà fino alla fine dei vostri giorni.

  1. Per i soccorritori: fate attenzione alle macerie del mio frigorifero, perché usualmente esso contiene quantità variabili di peperoncini freschi assolutamente micidiali. Vale a dire: se li toccaste, smettereste immediatamente di soccorrere. Mi dispiace solo che non verrebbe più a raccattarmi Bertolaso; vederlo in preda a un Trinidad Scorpion non avrebbe prezzo, per tutto il resto c'è Mastecard.

  1. Nel mio cortile girano alcuni gatti che entrano ed escono liberamente in casa mia e nelle altre. Per l'eventuale salvataggio, i gatti hanno la precedenza assoluta, anche sul sottoscritto. Lo stesso vale per i gechi, per Matilde la lucertola collettiva (tutte le lucertole del mio cortile si chiamano Matilde), per il cane che ha in realtà un altro nome ma che io chiamo “Salsiccia” perché gli tiravo le salsicce sul terrazzo ed anche per i piccioni, che oramai sembrano polli e non volano più. Poi, eventualmente, tirate fuori pure me, sia vivo che incadaverito, rispettando scrupolosamente quanto espresso ai punti precedenti.

  1. Qualora mi tiriate fuori vivo, attenzione all'audio perché potreste sentire una salva di moccoli discretamente variopinti. Specialmente se il mio salvataggio fosse preceduto dall'immancabile preghiera di Papa Francesco, potrebbe rappresentare un problema (per voi).

  1. Prego le forze dell'ordine e la magistratura di autorizzare ogni forma di sciacallaggio in casa mia, qualora si salvasse qualcosa. Questo sarebbe la prova tangibile dell'esistenza di sciacalli particolarmente interessati a: linguistica, storia, politica ecc.; ma c'è anche una buona dose di letteratura varia, i primi 28 numeri di “PK New Adventures” (compreso il mitico “Numero Zero”), il n° 26 originale di Alan Ford (Superciuk), dei Topolini del 1957 e paccate intere di Settimane Enigmistiche (le più vecchie sono del 1949). Gli sciacalli sono i benvenuti tra le mie macerie, la perpetuazione delle grammatiche estoni e di Superciuk sarebbe a me particolarmente gradita. Appuntato, non arresti lo sciacallo con in mano il librone dell'Internazionale Situazionista e di Potlatch. Lasci andare lo sciacallo che si porta via la grammatica islandese di Bruno Kress. E, soprattutto, anche lei stia attento ai peperoncini.

  1. Proibisco che, in nome anche mio, si raccolgano copertacce bisunte, pasta scaduta da due anni e scatolette di merda. In nome anche mio, si raccolgano invece indumenti di Christian Dior in quantità sufficiente, casse di Dom Perignon e di Châteauneuf-du-Pape del '52, e soprattutto alimenti di gran classe che potranno sicuramente essere rinvenuti in abbondanza tra le macerie di Eataly in via Martelli, laddove sorse un tempo la Libreria Marzocco. Proibisco in modo particolare che, in nome anche mio, si manifesti la tangibile solidarietà di pallonari, società calcistiche, doni di metà degli incassi di Chievo-Sanbenedettese eccetera; teneteveli pure, i soldi, per acquistare Paulo Roberto Cotequinho, ché questo veramente interessa ar pòpolo.

  1. Prego di non associarmi ad eventuali “funerali di stato”, perché con lo stato non desidero avere niente a che fare neppure da morto spiaccicato. E' espressamente vietata, per il sottoscritto, anche ogni forma di funerale religioso, e di qualsiasi religione che non sia quella Pastafariana. Un funerale pastafariano potrei anche accettarlo, ed in tal caso lo scolapasta si trova tra le macerie dell'armadietto inferiore accanto all'acquaio. Ritengo però che la cosa che mi sarebbe più gradita, sarebbe che mi lasciaste tranquillamente tra le macerie di casa mia, e che mi rimuoveste poi con la ruspa a tempo debito. Non sarebbe, a pensarci bene, un grande cambiamento: tra le macerie ci fate vivere tutti i giorni, e quindi ci potreste pure lasciare lì risparmiandoci solidarietà, cordogli e gran cuori italiani. Ci sarebbe da chiedersi di quale grado della scala Richter siano stati, che so io, la Legge Fornero o il Jobs Act, e ci sarebbe pure da aggiornare il computo delle vittime. Magari, chissà, ci si renderebbe finalmente conto che il terremoto, quello vero, quello quotidiano, non proviene affatto dalle viscere della terra.