giovedì 27 settembre 2018

Nervature di tempo




Proprio come una rondine 
ridisegna sul cielo 
il sacro della primavera 
o l'involo dell'estate, 
la mia canzone, semplicemente 
vorrebbe dire mietere una felicità attesa 

Ma non può dimenticare 
l'odio boia 

Cosí come nasce un amore 
negli occhi di un bambino 
e come nasce un bambino 
nel profondo di un amore, 
questa canzone, semplicemente 
mi nasce per esser state 
l'amore e la libertà 
le mie nervature di tempo 

Ma non può dimenticare 
la catena aguzzina 

Così come il bosco 
passa dall'ombra alla luce 
come il bosco canta 
di foreste alle chitarre, 
la mia canzone, semplicemente 
da una linfa di terra 
vorrebbe dire sperare 
che una gola si empia di vento 
che spazzi via i fuochi infernali 
che consumano il sangue 

E non può dimenticare 
ciò che uccide i bambini.

Manu Lannhuel, 1977

sabato 8 settembre 2018

Sospiro di sollievo...!



Si può essere tutti quanti sollevati: nonostante le previsioni catastrofiche, il panzone milanese e tutto il resto, LVI , che quando c'era i treni arrivavano in orario, non è ancora tornato. Con 200 minuti di ritardo sull'EuroNotte 294 per Monaco, del resto, LVI non sarebbe arrivato in tempo alla conferenza del 1938 e magari la Storia avrebbe preso un altro corso. Il fascismo, quindi, non c'è: si è fermato, sembra, tra Settebagni e Capena, alle porte di Roma, per un guasto sulla linea. La Nuova Resistenza comincia da Settebagni! E pure l'otto settembre!

lunedì 3 settembre 2018

La vita è breve e i libri son tanti




Si va stavolta un po' indietro nel tempo, nella Firenze seicentesca che sarebbe stata ancora Medicea per un secolo; una Firenze che i libri di storia dicono oramai in decadenza, oramai priva da un secolo e mezzo della sua enorme potenza politica e culturale, avviata a un declino che sembra inarrestabile. E giа allora i fiorentini rimpiangono il passato, si lamentano della sporcizia e della mancanza di spazio, e si dividono in inutili fazioni tollerate da una blanda tirannia e da una dinastia di autocrati che sta morendo nell'impotenza e nella malattia. Non vi sono più molti spiriti originali, ma è l'epoca della grande erudizione; e di molti eruditi di quel tempo è piena ancora Firenze, in nomi incisi su targhe stradali. Nomi che non dicono più niente alla maggior parte di noi; alzi ad esempio la mano chi, passando da Corso de' Tintori a Piazza di Santa Croce per un breve tratto di strada, si è mai chiesto chi mai fosse quell'Antonio Magliabechi cui la via è da sempre dedicata. Eppure, dietro ogni nome c'è una vita ed una storia; ed è la vita e la storia proprio di quel nome di cui si parlerа qui. La storia di un uomo che amava i libri più d'ogni altra cosa al mondo.

Antonio Magliabechi era nato a Firenze, in via de' Pepi, il 28 o 29 ottobre 1633. Era figlio d'un piccolo orefice, Marco Magliabechi, e d'una donna dal nome assai singolare: si chiamava infatti Ginevra Baldorietta. Il padre lo avviò, com'era d'uso, al mestiere di bottega fin dalla più tenera etа; e Antonio divenne un orefice di valore. Ma la sua vera passione, quella che davvero la divorava, era un altra: sapere, conoscere, leggere, apprendere. Il giorno lavorava, e la notte leggeva e studiava i libri che si comprava coi pochi soldi che il padre gli dava; perché il figlio a bottega dal padre riceveva, e non sempre, poco o niente. La vera paga era imparare il mestiere alla perfezione in modo, poi, da trasmetterlo a sua volta al figlio. Questo è stato l'artigianato fiorentino fino a non molto tempo fa.

Antonio Magliabechi tenne coscienziosamente la bottega fino all'età di quarant'anni; ma già da quanto ne aveva solo sedici in città si parlava di lui come di un vero e proprio genio. Dotato di una memoria assolutamente stupefacente, paragonabile veramente a quella del famoso Pico della Mirandola, quando poteva si aggirava per i librai della città e comprava tutto quello che poteva; senza contare che qualche libraio, commosso e incuriosito dalla passione del giovane, i libri glieli "prestava" ben sapendo che non sarebbero mai stati restituiti. Fu cosí che Michele Ermini, bibliotecario del cardinale de' Medici, si accorse delle sue capacità e gli insegnò gratuitamente il Latino, il Greco e l'Ebraico, lingue che Antonio apprese alla perfezione e con una rapidità sconcertante. La sua fama cresceva e cresceva, ma continuava a tenere la bottega paterna ed a fabbricar gioielli e vezzi, perché nella vita non si sa mai.

Giunto all'età di quarant'anni, dotato di una cultura assolutamente immensa in ogni campo dello scibile umano, il modesto orefice continuava la sua vita spartana fra i suoi libri, che oramai erano divenuti in numero assai considerevole. Per i libri rinunciava a tutto: si faceva bastare un tozzo di pane, vestiva in modo che definire trasandato sarebbe stato un eufemismo e non gli si era mai vista accanto una donna nemmeno col cannocchiale. Quale donna, del resto, avrebbe voluto vivere accanto ad una persona del genere? L'unico vizio che si concedeva era il fumo del tabacco; non mangiava quasi, ma fumava come un turco aggiungendone il puzzo all'odore non propriamente gradevole che già emanava.

Fu a quel punto che il sogno della sua vita ebbe finalmente ad avverarsi: morto in tarda etа Michele Ermini, il suo vecchio maestro, il granduca Cosimo III trovò del tutto naturale nominare suo bibliotecario personale quello strano e stupefacente personaggio, che i fiorentini di allora chiamavano affettuosamente "Zio Tarlo" (o semplicemente " I' Tarlo"). Correva l'anno 1673; Antonio Magliabechi vendette la bottega, prese i suoi libri e s'installò a palazzo, rifiutando però il sontuoso appartamento che il granduca gli aveva messo a disposizione. Non ne aveva bisogno; si fece dare una stanzetta spoglia, che gli era più che sufficiente. In realtà campava nella biblioteca.

Ben presto, il ripugnante bibliotecario divenne la figura centrale nella vita culturale fiorentina. La sua memoria prodigiosa gli permetteva di sapere non solo tutto su ogni cosa, ma addirittura di conoscere alla perfezione ogni libro che si trovava nella biblioteca ed in altre biblioteche che non aveva mai visto, che gli comunicavano per lettera gli inventari e il contenuto delle opere che possedevano. Non contentandosi di questo, se qualcuno solo gli nominava un breve brano di un'opera contenuta nella sua biblioteca, senz'altra specificazione, era capace all'istante di dirne l'autore, il titolo, il paragrafo e la pagina esatta in cui il brano si trovava. La Biblioteca Medicea conteneva allora più di sessantamila volumi, ventisettemila dei quali costituivano la biblioteca privata che Antonio Magliabechi s'era formato negli anni e che s'era portato dietro aggiungendola a quella storica.

Antonio Magliabechi divenne celebre in tutta Europa. Studiosi ed eruditi di ogni nazione corrispondevano con lui e ne ricercavano il parere; malgrado i suoi costumi assolutamente spartani, anzi diogeneschi (con la biblioteca al posto della botte), non era un "orso" ed aveva anzi un carattere spiritoso, amichevole. A chiunque gli ponesse anche la domanda più difficile e astrusa, era pronto a rispondere, direttamente o per lettera, in modo esauriente e gentilissimo, senza fare assolutamente pesare le proprie conoscenze inarrivabili. La sua modestia, tra l'altro, gli impedí sempre di firmare con il proprio nome una gran quantità d'opere "altrui" delle quali era invece, quando non l'autore completo, perlomeno il collaboratore principale.

Gli stranieri che arrivavano a Firenze ed avevano a che fare con lui ne tracciano un ritratto ammirato e inconfondibile. Nel lodare ovviamente la sua cultura miracolosa, ne parlano come un vecchio ed eccentrico scapolo dall'aspetto sempre più ripugnante con il passar degli anni. Sporco, sempre a fumare o a masticare tabacco, perennemente a leggere nella biblioteca dove sbocconcellava anche i suoi magerrimi pasti infilando fette di salame tra le pagine, a mo' di segnalibro, riprendendole magari il giorno dopo e mangiandosele come se niente fosse. Per più di vent'anni gli si vide addosso sempre lo stesso vestito, finché, non restandogliene che dei brandelli, il granduca non lo costrinse ad acquistarsene uno nuovo. E a chi gli chiedeva come mai insistesse a far quella vita, dato che la sua carica era ben pagata ed era diventato ricco, rispondeva sempre con la stessa frase: "La vita è breve, e i libri son tanti".

I soldi che guadagnava, li adoperava ancora allo stesso modo: comprando libri, libri, libri e libri. Che imparava a memoria in un battibaleno, perché la memoria gli era rimasta quella dei vent'anni, ed ammassandoli in ogni dove. La Biblioteca Medicea divenne troppo stretta, ed era l'unica al mondo dove il catalogo fosse inutile. C'era già un catalogo vivente che si chiamava Antonio Magliabechi. E fu cosí che la sua vita continuò fino alla fine, quella vita troppo breve per tutti i libri del mondo ma singolarmente lunga per l'epoca e, soprattutto, per la condotta di vita che aveva sempre menato. Il vecchio Magliabechi, però, ad un certo punto, s'ammalò gravemente; necessitando di assistenza, fu portato al convento di Santa Maria Novella dove si lasciò morire perché era stato strappato ai suoi libri, cioè all'amore unico ed assoluto della sua vita. Morí il 4 luglio 1714, all'età di ottantun anno. Lasciò tutti i suoi libri al granduca di Toscana, alla sola condizione che egli costituisse una biblioteca veramente pubblica, aperta a tutti, libera. Il suo patrimonio, praticamente mai intaccato, volle che andasse invece ai poveri della città.

Il granduca esaudí scrupolosamente le ultime volontà di Antonio Magliabechi; e la Magliabechiana divenne la prima biblioteca autenticamente pubblica di tutta Europa. Nel 1861, appena costituito il Regno d'Italia, Vittorio Emanuele I emise un decreto "ad hoc" con il quale, dopo secoli, la Magliabechiana tornava ad unirsi con l'ex biblioteca granducale, la Palatina. E' questo il nucleo originale di quella che adesso è la Biblioteca Nazionale Centrale. Via Antonio Magliabechi sorge su un suo lato. E m'immagino se il vecchio Antonio potesse tornare anche un sol giorno sulla terra, e vederla -pur nelle sue tante magagne e con un'alluvione sul groppone- coi suoi nove o dieci milioni di volumi. Chissа cosa chiederebbe al Padreterno, forse una quindicina d'altre vite brevi perché i libri son diventati davvero tanti.

Originariamente pubblicato sul newsgroup Usenet "italia.firenze.discussioni" il 9 giugno 2003.

lunedì 20 agosto 2018

Jettatori !



Insomma, in pochi giorni prima salta in aria la tangenziale di Bologna, poi l'incidente di Foggia, poi crolla il ponte a Genova, c'è il terremoto in Molise e, infine, il torrente calabrese travolge gli escursionisti!!!

Secondo me è tutto chiaro: questi due qua sotto PORTANO UNO SCULO DELLA MADONNA !!!


D'accordo che sembrano due beccamorti già di loro; ma sarebbe bene che vi poneste qualche domanda, invece di applaudirli ai funerali!

Lancia anche tu l'ascetàgghe #salviniedimaioportanoiella! Fai anche tu ogni tanto una cosa utile coi tuoi social del cazzo !!!

venerdì 17 agosto 2018

Claudio Lolli è andato tra gli zingari felici




Aveva scritto, anni fa, una canzone sull'amore al tempo del fascismo. Se n'è andato in un giorno d'agosto, Claudio Lolli, al tempo del fascismo e della stupidità non più dilagante, ma dilagata, strabordata. In un giorno d'agosto dove a Bologna imperversano le Bergonzoni. Se n'è andato e basta, tra gli zingari felici, in piazza Maggiore, a ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.




giovedì 9 agosto 2018

Goliardia


Un "momento goliardico, escludendo qualsiasi riconducibilità a motivi razziali o politici". Ora, inviterei ad immaginare due bimbiminkia di 13 anni, e in modo particolare due italici bimbiminkia di 13 anni di questi tempi, che a malapena sanno emettere qualche indistinto grugnito per poi tentare di scriverlo sui loro telefonini di merda, che "motivano" in questo elegante modo il fatto di avere sparato a salve contro un immigrato del Gambia, Buba Seaasay, accompagnando naturalmente il tutto con grida varie ("negro di merda" ecc.) presso Pistoia. Tutto normale, tutto così goliardicamente normale.

Altrettanto goliardicamente, mi premerebbe dire che in casa dei due goliardici bimbiminkia tredicenni pistojesi, sono state rinvenuti, oltre alla scacciacani così goliardica, anche circa 200 proiettili a salve. Come è noto, i due, essendo minori di anni 14, non sono imputabili; ai vecchi tempi, all'imputazione ci avrebbero però sanamente pensato le loro famigliuole, sottoponendo i fanciulli ad una corposa seduta di manrovesci nel muso, calci nel culo, picchi ne' denti e quant'altro, secondo i più moderni dettami educativi; non posso naturalmente parlare della pena più efficace, vale a dire l'immediato sequestro dei telefonini inserendoli sotto le ruote di un autoarticolato di passaggio e obbligando i pargoletti ad assistere alla scena. Ai vecchi tempi i telefonini non c'erano ancora, ohibò.

Il problema è che le famigliuole dei goliardici bimbiminkia non imputabili sono, attualmente, esattamente come loro. Ci sono i bimbiminkia di tredici anni perché sono figli dell'idiocrazia, di trentacinquenni mammeminkia e babbiminkia che, sui telefonini, scrivono le medesime cose. Che si esprimono coi medesimi grugniti. Uno di questi, che tiene peraltro continuamente a dire di essere un papà, ce lo abbiamo addirittura come ministro dell'interno, il che esprime in modo perfetto la consistenza morale e intellettuale del popolo italiano. E la prossima volta c'è anche il caso che i proiettili goliardici non siano affatto a salve.

domenica 29 luglio 2018

Quando si schiude a sera




GIGLIO DI MARE, o GIGLIO DELLE SABBIE
Pancratium maritimum (L.)
Spiaggia di Fetovaia, Isola d'Elba, 29 luglio 2018
Quando si schiude a sera.
A Gaetano Bresci.
Arrivederci.