sabato 18 aprile 2015

Santa Tortosa, protettrice di Casapound


Coverciano (Firenze), 18 aprile 2015. Blocco di via D'Annunzio a protezione di quattro fascisti rintanati.
La scena è quella oramai consueta, scaturita dalle direttive di un ministro dell'interno che, nel frattempo, sistema perbene la sua famigliuola con prebende e bei posticini. Bloccare tutto. Accessi, vie laterali, passaggi, vicoli, ogni cosa. Quando c'è da proteggere quattro o cinque fascisti che si rintanano in un fondo di venti metri quadri, fatto passare per libreria o per centro culturale (intitolato al "Bargello", che poi era la rivista del gerarca Alessandro Pavolini, fucilato a Dongo il 28 aprile 1945), non si bada a spese. Basta che i ribelli fütüristi esteti di Casapound, i fascisti del III millennio (avanti Cristo, probabilmente, visto che sono sempre gli stessi), chiamino i loro camerati in divisa a protezione, e questi arrivano in forze. Pure con la Guardia di Finanza, come si vede dalla foto; forse, chissà, ci hanno voglia di mostrare gli scontrini fiscali.

Oppure, basta che un quartiere intero, uno dei tanti quartieri delle tante città dove questi topi di fogna si sono installati col beneplacito delle Istituzioni, sdoganati con tanto di cappello e finanziamenti, alleati con il partito nazista di Salvini & co. e coccolatissimi dai media, si ribelli e dica chiaro che non li vuole -e non solo con una manifestazione di piazza-, che questi qua, zàc, organizzano una iniziativa cültürale finta come una banconota da trenta euro, alla quale invitano un loro caporione nazionale, Andrea Antonini, uno che è stato pure gambizzato per un regolamento di conti interno alla "galassia" dell'estrema destra romana. Profluvi di cultura, come si può osservare: non a caso i fascisti si sono sistemati, a Firenze, in una lunga strada che, un tempo, si chiamava opportunamente via Settignanese dato che porta a Settignano. Poi la hanno intitolata al signor Rapagnetta, o D'Annunzio, un noiosissimo poetastro specializzato in autofellazione previa asportazione di costole, considerato poco più che nulla nelle letterature europee. Un decadente estetizzante minore coi suoi ninfali, i suoi aeroplani, le sue figlie di Iorio e le sue piogge nel pineto. Ma assolutamente perfetto per i coglioni fascisti di ogni millennio. E' per tutto questo che oggi, a Firenze, quartiere di Coverciano, è sorto l'ennesimo giorno di Santa Tortosa. La loro indefessa protettrice.
 
Il corteo antifascista in via dei Falcucci.
 
Di strade bloccate, di schieramenti poderosi, di accessi proibiti, di linee dell'autobus deviate, di traffico eliminato, di quartieri interi isolati a causa di questi pezzi di merda ne ho visti, oramai, a tonnellate. In ogni città dove sono stato; Roma, Torino, Milano, Bologna. A Firenze, pochi mesi fa, ho visto scontri e manganellate per una ventina di questi dannunziani, confinati in una piazzetta di Peretola e insultati dalle finestre mentre Santa Tortosa li proteggeva in forze. Oggi, però, per me è stata una cosa abbastanza particolare; Santa Tortosa, protettrice di Casapound, l'ho vista all'opera nel quartiere dove sono nato. Strade che sono state le prime che ho visto. I giardini pubblici dove andavo a giocare da piccolo. Via dell'Arcolaio sbarrata con transenne incatenate, e pure ben sbirrata.

Via dell'Arcolaio sbarrata e presidiata in forze.
Si sono sistemati, i fascisti del III millennio, in una piazzetta dove c'è tuttora il gommaio che ha sposato una ragazza che abitava nel mio palazzo. Dove c'è il benzinaio dal quale ho fatto il primo rifornimento della mia vita, neopatentato a diciott'anni. Dove una sera, mentre stavo pomiciando con una ragazza, fui apostrofato duramente da un'anziana signora scandalizzata che minacciava di chiamare la polizia. Chissà come l'avrebbe presa, quell'anziana signora, se avesse visto la sua polizia non interrompere le effusioni di due adolescenti, ma proteggere degli imbecilli asserragliati in un bugigattolo; ma, non per niente, tale bugigattolo ribelle e non conforme è intitolato al "Bargello", che nell'antica Firenze era, toh, il capo della polizia. Dev'essere proprio un legame storico. Questi qui, anche se aprono lo sgabuzzino per bersi una birra, chiamano la Digos; davvero dei ribelli veramente fulgidi. Tranne quando, naturalmente, non si organizzano per andare a colpire persone inermi, immigrati (come il loro camerata Casseri in piazza Dalmazia e al mercato di San Lorenzo), lavoratori, studenti. Il compito che avevano anche nel secondo millennio, quello di servi dei padroni.

Via Martini. Sound System con l'Ape di un muratore.
Snocciolarsi tutte le strade della propria infanzia, della propria adolescenza. Via Manni, la via delle case popolari che, nei primi anni '70, videro una lotta durissima per il diritto alla casa, durata mesi. Coverciano, già. Lo conoscerete in molti questo quartiere di Firenze, per via della "nazionale" di pallone; ma è un quartiere popolare. Aprirci un covo fascista? Quand'ero ragazzo, la parola "fascista" non poteva nemmeno esserci pronunciata. Ci avevo, proprio sotto casa, una sezione della Democrazia Cristiana dove, una bella mattinata d'inverno, verso il '75 o '76,  ci fecero un bel focherello. E che ci volete fare; faceva freddo. Ora, in via Manni, ci si passa ricordando sì le vecchie lotte; e ricordando anche un ragazzo, Rodolfo Boschi, che proprio quarant'anni fa fu ammazzato a Firenze da agenti in borghese, durante una manifestazione in centro. 18 aprile 1975. Il 18 aprile 2015, invece, era in azione Santa Tortosa. Stava là a proteggere, a impedire, a bloccare, a sbarrare. Stava là ben schierata mentre un quartiere intero sfilava a dir loro di levarsi dai coglioni da Coverciano e di non azzardare più a rimetterci piede. 

Stava là, Santa Tortosa, con tutti i suoi devoti. Con un profluvio di tenute antisommossa, di scudi, di armi, di blindati. Pure Coverciano è entrata nel club del delirio fascioprotettore. Un'alluvione di rientri a casa dalle loro mogliettine, di amori ai loro figlioletti, di carezze, di calde docce cameratesche e, magari, pure di voti al PD -come ha dichiarato l'agente Tortosa col rischio pure che sia verissimo. Più in là, nella piazzetta del gommaio, del benzinaio e dell'anziana signora che si scandalizzava per i baci di due diciassettenni, un bandone sbarrato dietro al quale stava qualche ratto puzzolente, e davanti al quale stava Santa Tortosa, quella le cui statue piangono lacrimogeni.

venerdì 17 aprile 2015

Canti per il Ventiquattro aprile



Mi è stata fatta una richiesta precisa: quella di introdurre i dieci canti della/sulla Resistenza che, da persona che se ne occupa pressoché da una vita intera, considero sia i più sconosciuti che i più importanti. Una richiesta del genere rivolta al sottoscritto è come invitare a correre un battaglione di lepri; e quindi ringrazio parecchio chi me l'ha fatta, ovvero Daniele Barbieri. Ognuno dei dieci canti sarà accompagnato da un video, da un link diretto al testo e da un breve commento; ma prima di cominciare, una piccola spiegazione per il titolo di questa cosa qua. Il Venticinque Aprile, come è noto, si canta Bella Ciao. Un profluvio di Belle Ciao. Un'alluvione. Lascerò quindi la festa comandata a quel canto che, oltre ad essere squisitamente democristiano nel suo spirito, non è mai stato cantato da nessun partigiano per la semplice ragione che (come ha oramai appurato uno studioso del calibro di Cesare Bermani) è una mistificazione fatta ad arte per trovare un "canto partigiano" accettabile da tutti ma che non fosse esplicitamente comunista o anarchico. In realtà sembra che "Bella Ciao" sia stato composto nel 1948, e che tutta la storia del "canto delle mondine" dal quale sarebbe derivato, sia un'invenzione. Quindi, quelli che seguono sono i canti del 24 aprile. Del giorno prima della Liberazione, quando si davano gli ultimi ritocchi all'insurrezione. Quando il cavalier Benito Mussolini si cacava addosso dalla paura e si preparava a scappare come un coniglio, travestito da caporale tedesco. Quando ancora morivano gli ultimi partigiani, e alcuni ne morirono il 25 e pure il 26, il 27, il 28. Quando si cantavano le cose che seguono, non le Belle Ciao del cavolo; quelle cantatevele voi assieme a Matteo Renzi.

1. INSORGIAM 
Testo


Questo era l'inno della Brigata Partigiana fiorentina "Vittorio Sinigaglia", che entrò per prima in Firenze insorta già all'alba del 4 agosto 1944. Il partigiano Sugo, che allora aveva 17 anni, lo conosco da anni di persona anche perché, invece di frequentare il PD, séguita a fare il diciassettenne e frequenta il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud. Insomma, quel ragazzo di 88 anni continua a fare il partigiano. Ce l'ha raccontata parecchie volte la storia di "Insorgiam": sembra che fu composta in base, si pensi un po', a un concorso. Il fiorentino Cesare Massai si trovava nel 1942 prigioniero politico a Castelfranco Emilia: la canzone, come racconta il Massai, sarebbe nata in carcere nell'autunno dello stesso anno, come componimento poetico, in occasione di un concorso indetto tra detenuti della sezione politica per celebrare l'anniversario della rivoluzione d'ottobre. Autore del testo sarebbe Bruno Falaschi di Ponte a Elsa (tra Empoli e Pisa), e autore della musica Alfredo Puccioni. "Insorgiam" fu pubblicata in un disco clandestino a Torino, e attribuita però ad autori ignoti; tornò quindi a Firenze diventando l'inno della Sinigaglia. Però, dice Sugo, non pochi partigiani dicevano che l'aveva scritta Vittorio Sinigaglia in persona (l'unico caso al mondo di vero negro, ebreo e comunista, ammazzato dai fascisti nel centro di Firenze il 13 febbraio 1944), e che la musica l'aveva scritta il musicista russo antifascista Igor Markevich, pure lui partigiano della Sinigaglia. Ultimamente è diventata l'inno riconosciuto di tutto il movimento antagonista fiorentino, e vi assicuro che fa una certa impressione sentire dei diciassettenni di ora cantarla come facevano i diciassettenni di settant'anni fa.

2. PARTIGIANO DI VALLE SUSA


La Prokura di Torino, Casellon de' Caselloni e Padalinorinàudo possono dormire sonni tranquilli senza mandare in galera nessuno: non si tratta dell'ennesimo & terroristico canto NO-TAV. In Valsusa, però, ben prima del TAV c'erano gran convogli di tedeschi e fascisti, ai quali i valligiani dettero un bel po' di filo da torcere e non certamente a sassate. La 41a Brigata Garibaldi "Carlo Carli" operava in bassa Valsusa e prendeva nome da un ragazzo di ventiquattro anni nativo di posti lontani da lì (era di Pontebba, in provincia di Udine). Un sottotenente di artiglieria, Carlo Carli, che, all'armistizio, fu tra i primi a organizzare la resistenza armata in Valsusa; fu ammazzato dai fascisti in uno scontro a fuoco vicino alla stazione ferroviaria di Avigliana, il 21 gennaio 1944. Più su nella valle operava la 46a divisione "Renato Baratta".

3. SUI MONTI DI PIACENZA

Avvertenza: "Sui monti di Piacenza" inizia a 4'02".

Questa canzone è la storia, popolarissima a Piacenza e dintorni ma pressoché sconosciuta altrove, del partigiano Giovanni Lazzetti, detto "Il Ballonaio" perché suo padre, per campare, vendeva palloncini e altri giocattoli alle fiere di paese. Se non fosse stato per il signor Carlo Picozzi di Cigogni di Pecorara, che se la ricordava e la cantò al folklorista Mario Di Stefano che la registrò, sarebbe andata persa; da allora è diventata il simbolo del canto partigiano piacentino. Giovanni Lazzetti, facente parte della divisione partigiana "Piacenza", fu fucilato dai fascisti nel 1945; aveva 25 anni. Era una figura mitica per il suo ardimento e, soprattutto, per le beffe che giocava ai nazifascisti a volte in un modo un po' pazzo e incosciente. Fatto sta, che quando fu fucilato la notizia fu data da Radio Londra.

4. VALSESIA



Se c'è un canto partigiano che ha una storia veramente incredibile, questo è Valsesia. E' nato sulla melodia di una canzone fascista: Dalmazia, Dalmazia, che veniva cantata dai legionari dannunziani a Rijeka (la chiamo così, quella città, così fo rabbia ai nazionalisti da quattro soldi bucati). Sulla natura di quella canzone non ci possono essere dubbi, dato che in seguito divenne l'inno della Divisione "San Marco" della X MAS di Junio Valerio Borghese. Al tempo stesso, i partigiani della Valsesia ne fecero una rielaborazione, l'inno della divisione partigiana "Valsesia" (guidata dai leggendari Eraldo Gastone "Cirò" e Vincenzo Moscatelli "Cino") e la canzone più conosciuta della zona: l'unico esempio, forse, di un canto che nello stesso periodo veniva cantato dai fascisti in un modo e dai partigiani in un altro. Dalla Valsesia passò praticamente a tutti le valli dove si combatteva, con gli adattamenti locali: ad esempio, in Val di Toce si cantava "Valtoce, Valtoce, che importa se si muor". Con la fine della guerra partigiana, il canto fu dimenticato; tornò inaspettatamente in auge nel 1968, quando le organizzazioni militanti milanesi lo ripresero come inno-slogan della lotta antifascista.

5. IRIS E SILVIO


Di canti originali, su Silvio Corbari, Iris Versari e la loro banda partigiana autonoma e irripetibile, non credo ce ne siano. Mi piacerebbe essere smentito una volta o l'altra, e chissà se facendo un giro in Romagna qualcosa non salti fuori; però, nel 2006, ci hanno pensato un paio di misconosciuti e geniali fiorentini, i Delsangre (Luca Mirti e Marco "Schuster" Lastrucci), a scriverci sopra una canzone dopo che, nel 1970, Valentino Orsini ci aveva fatto un film con Giuliano Gemma (film bello, ma un po' infedele storicamente). Le vicende della banda del Curbàra, sterminata dai fascisti e impiccata da morta ai lampioni di una piazza di Forlì, sono troppo lunghe per essere anche semplicemente riassunte; va detta però una cosa fondamentale, vale a dire che partigiani si era anche senza inquadrarsi, "di pelle", per amore della libertà e in preda a una gioventù (erano tutti ragazzi di 18, 20, 22 anni) cui toccò combattere e morire atrocemente. Magari divertendosi anche un po', come fece il Curbàra e la sua banda. E amando, e facendo l'amore come opossum. La vita contro la morte.


6. AL COMANDO PORTA'



Se qualcuno mi chiedesse: Riccardino, pigliaci un canto sulla Resistenza, uno solo, ma che sia il più bello di tutti, non avrei dubbi: questo qua. Solo che, qua, non si va sulle montagne e nemmeno fra i canti spontanei delle loro Brigate: si va nella Poesia, e quella con la P maiuscola. Il testo è di un grande poeta triestino, Carolus L. Cergoly, ed è scritto interamente in triestino stretto; la sua musica l'ha trovata solo nel 2009, grazie a Alessio Lega. Che è di Lecce, e sentire un leccese che canta in triestino -secondo me- non va perso a priori. In giorni in cui si parla parecchio di torture, torturatori, agenti Tortosa e siffatta merda in regime democratico, sarà bene ripassare un po' cosa accadeva, appunto, nei comandi di Polizia o tedeschi quando beccavano un partigiano. Ci sono anche canti partigiani autentici che ne parlano, di queste cose; naturalmente. Però è opportuno anche dare un po' di voce a quella cosa, oramai semidimenticata, che si chiama Poesia.

7. DAI MONTI DI SARZANA [o DI CARRARA]


Chi ci aveva il Beppe Garibaldi, e chi Pietro Gori. Non bisognerebbe mai scordarsi che la Resistenza armata [mi perdonerete se insisto spesso su questo termine, armata, perché le Resistenze, quelle vere, non si fanno a chiacchiere e a sdilinquimenti nonviolenti del cazzo: si fanno coi fucili], l'hanno fatta, e parecchio, pure gli Anarchici. Le Alpi Apuane, terra Anarchica par excellence, sono state terre partigiane fin dai tempi di Re Pipino, credo; da quelle parti, per insorgere ed essere torturati e sterminati non si aspettò certo il fascismo. Ci pensò la feroce Italietta umbertina e crispina già nel 1894. E così, questa canzone, c'è chi la canta con Sarzana e chi con Carrara; ma i monti son sempre quelli. Parla del battaglione "Gino Lucetti", libertarti e nulla più: una formazione che prendeva nome da un anarchico che aveva attentato alla vita del Mussolerda nel '26 e che trovò la morte nel '43 affondato da un bombardiere tedesco mentre cercava di scappare su un battello dal confino a Ischia. Curiosamente, nel '26, l'attentato (che non riuscì per un ètte) avvenne in un giorno che, se tutto fosse andato come doveva, si sarebbe riscattato alquanto dalla sua brutta fama futura: l'11 settembre. Ma va detto che sulle Apuane, di formazioni partigiane anarchiche ne operavano più d'una, e non solo il Battaglione Lucetti. Il quale, a guerra finita, decise di non scendere affatto da quei monti, e di restarci a fare la rivoluzione. Fu riportato giù dai Carabinieri, e assai poco cerimoniosamente . Il Battaglione Lucetti, c'è voluto un famoso romanzo per riportarlo un po' a conoscenza: Il coraggio del pettirosso di Maurizio Maggiani (che è della Spezia, quindi di quelle parti). Però la sua canzone la sentirete cantare spesso, a condizione che frequentiate certi ambientini che non vanno a festeggiare il Venticinqu'Aprile ove si avverta la benché minima puzza istituzionale. Nel video, Dai monti di Sarzana è cantata da Ivan Della Mea. E' stata l'ultima volta che Ivan ha cantato qualcosa in pubblico: era il 25 aprile 2009 a Fosdinovo, in provincia di Massa-Carrara. Il 14 giugno di quell'anno è morto.

8. BEPPINO [DALLE RIVE DELL'ARNO UN MATTINO]



Questo è un canto partigiano assolutamente raro, e non solo perché strettamente circoscritto alla città di Firenze. Prima di tutto è cantato sull'aria di Gorizia tu sei maledetta, e la cosa è notevole di per sé; indi di poi, è eccezionale per avere un happy end. Dopo essersi fatto tutta la guerra partigiana nella divisione Potente, il Beppino ce la fa a tornare sano e salvo a casa, sposa la fidanzata e ci fa intrafinefatta un bel bambino che nasce figlio della libertà. Insomma, un canto partigiano che, finalmente, ci parla un po' di uno vivo. Ma ci parla, quasi con esattezza storica, anche di tutte le vicende della guerra di Liberazione a Firenze e dintorni. A proposito: il cantore, Alessandro Giobbi detto Il Menestrello, voce storica dei Centri Sociali fiorentini, folklorista e grand'interprete pure delle canzonacce sconce da caserma che i partigiani, secondo la precisa testimonianza del Sugo, si cantavano in abbondanza lassù in montagna mentre combattevano l'invasòr (altro che "Bella Ciao": bella vieni qui che ti trombo, casomai...), ha seguito ammodino le orme del Beppino: dopo anni di concerti tirati per tre ore urlàndognene di tutte quando voleva smettere ("Sòòòòòòònaaaaaaaaa...!!!!"), s'è trovato la fidanzata e ci ha fatto subito un bel bambino. Auguri!

9. DANTE DI NANNI


Dante Di Nanni aveva diciannove anni quando lo ammazzarono. Stop. In un paese fondato su' valori della Resistenza eccetera, io, che sono un ingenuo di tre cotte, mi rifiuto di credere che non sappiate chi sia stato Dante Di Nanni. E magari pure i GAP, tanto che ci siamo. Quindi non vi parlerò di Dante Di Nanni, perché sapete tutto su di lui; e se per caso non lo sapete, andate pure affanculo. Di canzoni su Dante Di Nanni ce n'è più d'una, ma ce n'è una sola sul serio partigiana; e lo è perché, in quella canzone del 1975, Dante Di Nanni viene fatto girare ancora per la città, addirittura sulla metropolitana; e i fascisti non si sentono tranquilli. Canzone partigiana è quella che trasporta la Resistenza attraverso il tempo, e nel suo giusto modo. In quel 1975 là la scrissero, e naturalmente saprete tutti anche questo, gli Stormy Six. Io però ve la fo ascoltare da un'altra band, nel suo arrangiamento: dai Gang dei fratelli Severini. Gente che ha sonato anche coi Clash, mica seghe.

10. CON LA GUERRIGLIA


Si termina con un canto semplicissimo, elementare, senza fronzoli. E', probabilmente, di provenienza romana: lo testimonia anche il fatto che è cantato sull'aria degli Stornelli Romaneschi, quelli della più famosa Su comunisti della Capitale. C'è tutto l'armamentario che serve, perché la canzone è un'arma: il baluardo, la nuova Italia, le vittime invendicate, l'oppressa nostra gente...e c'è, soprattutto, la Guerriglia. E', credo, l'unica canzone partigiana dove tale termine preciso è usato espressamente. Le cose come vanno dette. Provateci ora, a fare una canzone dove si dice: le cose si mettono a posto con la guerriglia. Non avete che da prepararvi immediatamente il borsone per la galera.

Buon Ventiquattro Aprile. E mi raccomando, imparate le canzoni e andate a letto presto perché all'indomani ci sarà parecchio da fare. Non fate come me che, per scrivere 'sta cosa, ci ho fatto le cinque e mezzo di mattina.

venerdì 10 aprile 2015

Il coro



Riassumiamo brevemente i fatti. Ieri, a Milano, un tizio è entrato, armato impeccabilmente e con la massima facilità, dentro il Palazzo di Giustizia. Da un ingresso secondario riservato al personale (magistrati stessi, avvocati ecc.) non dotato di metal detector e altri marchingegni, in quanto per accedere basta esibire un "tesserino". Il quale tesserino, il tizio, lo ha effettivamente esibito: falso. Insomma, s'era preparato ammodino: non è che uno va a falsificare un tesserino di magistrato, di avvocato o di chissà chi di giudiziario per provare l'ebbrezza o scroccare un caffè. Dopo essere entrato, il tizio ha compiuto una mezza strage: a un'udienza per questioni di bancarotte, transazioni, fallimenti eccetera, ha ammazzato prima un coimputato, poi un giovane avvocato proveniente da un'antica e principesca famiglia elbana (un avo dell'avvocato Appiani, signore di Piombino e dell'Elba, fu ammazzato nel XVI secolo proprio a Piombino a colpi di coltello, in un angolo della città che da allora è noto come Il Malpertugio: mia cugina Rosalba ci abita esattamente davanti) e, infine, il giudice fallimentare Ciampi. E pensare che un altro Ciampi, un livornese di nome Piero, aveva dedicato una canzone proprio a un Palazzo di Giustizia; quando si dicono le tragicomiche coincidenze del destino.



Il tizio, ovvero l'oramai famoso Giardiello (ma la fama durerà molto poco), ha ferito un altro paio di persone ed è scappato quasi tranquillamente, in motocicletta, dirigendosi ad ammazzare qualcun altro; è stato fermato e arrestato da' Regi Carabinieri a poca distanza dall'obiettivo. Ce l'aveva, evidentemente, non col mondo intero ma coi suoi coimputati e col Tribunale. I quali lo avevano rovinato: purissime questioni di soldi, soldoni, affari, affaroni andati a bottàne e quant'altro. Fosse stato un poverocristo qualsiasi, in due secondi e mezzo sarebbe stato etichettato come uno squilibrato; invece c'erano di mezzo quattrini a volontà, e quindi il Giardiello rimane un imprenditore. Sacra figura dell'Imprenditore: anche se prepara un massacro tribunalizio con tanto di tesserino falso, motocicletta e revolver, Imprenditore rimane. 

Insomma, questa è la storia. Il Giardiello non è certamente un terrorista, e la sua vicenda è, per quanto terribile possa essere, strettamente personale. A ragione o a torto, riteneva che il Tribunale Fallimentare di Milano gli avesse rovinato la vita, la sua vita. O meglio: i soldi, i suoi soldi. Per alcune persone, i soldi equivalgono alla vita; stop.  Non agiscono per questioni ideali o roba del genere. Non esibiscono concetti astratti come, ad esempio, la magistratura o la giustizia. Non sono interessati alle diatribe politiche. Non sono "oppositori" di alcunché. Non compiono "lotte" collettive o individualistiche. Non hanno da vendicare niente se non se stessi e il loro lavoro, il loro denaro. E quindi entrano indisturbate in un Palazzo di Giustizia e compiono quello che hanno in testa. Se trovano la moglie a letto con uno, ammazzano la moglie e/o quell'uno; se trovano il giudice che li fa fallire, ammazzano il giudice. La storia dovrebbe finire qui; ma non è finita qui. Per nulla.

Subito dopo è cominciato il Coro. A cura dell'Orchestra Filarmonica delle Toghe. La ghiotta occasione non è stata persa, anche perché -è palese- sarebbe stata immediatamente spalleggiata da Repubblica che del Partito Giustizialista è l'organo ufficiale. La "sinistra" giudiziaria non si è lasciata sfuggire questo boccone succulento. Subito dopo, quindi, la bella impresa dell'imprenditore Giardiello si è trasformata nel "frutto di un clima": ha cominciato Gherardo Colombo ad insinuare che dietro al gesto di Giardiello ci sarebbe tutto un "clima sfavorevole alla magistratura", affermando sì di non volere "legare le due cose" ma, nella sostanza, facendolo e facendolo ad arte. Dopo di lui ci hanno pensato presidenti della Repubblica, la Repubblica senza presidente, consigli superiori, brutti & liberati, associazioni varie: "I giudici pagano l'isolamento". E così la super-campagna è già stata orchestrata, e il termine "orchestrata" si adatta perfettamente al canto corale in atto. 

O stai a vedere che il Giardiello ha fatto pagare ai giudici e agli avvocati (il fatto che abbia ammazzato anche un coimputato e si recasse ad ammazzarne un altro sembra essere del tutto secondario: anche qui si stabiliscono morti di serie A e di serie B) l'isolamento e il clima sfavorevole, mica questionacce di soldacci a palate e di imprese fallite. Ha fatto pagare ai giudici gli attacchi quotidiani, mica l'immobiliare Magenta finita in malora. E il tesserino chi glielo avrà falsificato, Berlusconi? E la pistola chi gliela avrà data, qualche NO-TAV? E giù di grancassa, anche perché si tratta di una gran cassa che rimbomba bene; ma stavolta non c'è nessun bisogno che qualcuno faccia notare quanto sia assurda questa cosa. Nonostante il battage mediatico, si stanno perfettamente rendendo ridicoli da soli. Il fatto andrebbe adeguatamente sottolineato: una consistente fetta della magistratura italiana sta attribuendo pesantemente la colpa di un episodio specifico e per nulla legato a questioni pubbliche, ad un clima politico; vale a dire, se ne sta servendo per reclamare ancor più potere, ancor più intoccabilità, ancor più impunità. Ed il fatto, quindi, oltre che ridicolo è anche gravissimo. Si trasformano in eroi persone che sono state ammazzate, purtroppo per loro, per questioni di imprenditoria e per sentenze su manovre finanziarie private; e, quel che è peggio, li si trasforma in eroi per scopi che con la loro morte non hanno assolutamente nulla a che fare. Ed è così che il discredito, la magistratura italiana spalleggiata da media e da istituzioni ipocrite, se lo sta creando da sola; qualcuno dovrebbe andare a dirle che tutto questo ha un nome derivato da una qualche lingua aborigena australiana, boomerang.

giovedì 9 aprile 2015

Febbrile #attesa


Per ora ancora nessun tweet della #Santanchè che chiede di quale #religione sia Giardiello, né di #Salvini che vuole fermare gli #sbarchi da #Benevento. Restiamo in #attesa, #boiadé.

martedì 7 aprile 2015

Li possiamo totturàre?!?!....




E così, da oggi, sembra che l'assalto alla scuola Diaz possa essere chiamato ufficialmente tortura. Lo ha detto non mi ricordo quale Corte dell'Aja, Den Haag in olandese (anzi: neerlandese), forma cristallizzata di accusativo basso-tedesco. La quale Corte cristallizzata basso-tedesca ha ugualmente stabilito di dover censurare, anzi condannare, l'Italia per non aver mai introdotto, unica fra i paesi europei, il reato di tortura. Come dire: ci voleva la Corte dell'Aja per sancirlo. Il fatto è che i fatti sono due. Il primo è che, come è noto, la tortura in Italia non esiste. I torturatori, tipo il famoso professor De Tormentis (o Nicola Ciocia che dir si voglia) non si chiamano così, ma vanno sotto il nome di onesti e solerti funzionari, fedeli servitori dello Stato o, addirittura, di difensori della democrazia. Chi ha denunciato torture nelle questure, nelle caserme e nelle galere è stato per decenni delegittimato, messo a tacere e riprocessato per calunnia; l'Italia ha tuttora, nella sua legislazione, una forma di tortura articolata e applicata come il 41bis. E così via. Il secondo fatto è che la Corte dell'Aja, o Den Haag, non conta un cazzo. Sarà bene farlo presente visto che, oggi, parecchi sembrano quasi esultare per la sua "sentenza" relativa, si badi bene, non ai fatti di Genova nel loro complesso, ma a un singolo episodio, seppur particolarmente terrificante e, soprattutto, simbolico. Ma chi, disgraziatamente, in quei giorni di 14 anni fa era a Genova, sa bene quante ve ne siano state, di Diaz, e a ogni angolo di strada. Personalmente, la Diaz non sapevo nemmeno dove fosse, in quei giorni di merda. Non sono stato neppure vicino a piazza Alimonda, e di Carlo Giuliani ho saputo, come migliaia e migliaia di persone, da una radiolina che mi ero portato dietro da Livorno, dove abitavo allora. Eppure ho visto uno stillicidio di Diaz dovunque ho messo piede, e menomale che all'epoca avevo quattordici anni in meno e ancora ero capace di correre a gambe levate.

Però non voglio andare avanti. Avrebbe un senso, ora come ora, rimettersi a ricordare? Rifare tutta la trafila? Poiché ci sono stati, in quei giorni, tanti apostoli della loro generazione che se ne sono stati belli a casina loro a godersi lo spettacolo dalla televisione, dico che quei giorni di luglio sono stati semplicemente la tomba addirittura di due generazioni, la mia e quella dei ventenni di allora; sono cominciate allora le sabbie mobili nelle quali continuiamo a dibatterci. Vanno però dette alcune cose, almeno per evitare di fare gridolini semi-orgasmici alla sentenza di una "Corte internazionale" che esercita la sua riconosciuta specialità -vale a dire quella di scoprire l'acqua calda. La prima è che Stato e Tortura sono due cose inseparabili, e non importa che ci siano le Genove, le Diaz e i Bolzaneti. Lo Stato italiano, al pari di tutti gli altri, ha come suo compito primario quello di spazzare via e spezzare tutti coloro che, in qualche modo -organizzato, disorganizzato, velleitario, personale, collettivo o simil-tale- si oppongono in modalità che non rientrano nella cosiddetta legalità. E le forme di tortura non si limitano certo agli assalti e alle macellerie messicane. La seconda è che il retrogusto di contentino e di palliativo a buon mercato di simili sentenze altamente strombazzate è straordinariamente forte; prova ne sia l'indignazione che sembra pervadere persino Repubblica e RaiNews 24, tanto per fare due esempi. 

Sembra quasi che la Diaz sia diventato un exemplum fictum, il paradigma della sospensione della democrazia, un'interruzione tra la democrazia che c'era prima e quella che è venuta dopo. Il buco nero, insomma. Bisognerebbe capire invece che la più piccola telecamera che si trova per la strada, una delle migliaia installate nelle nostre città, è già un indice preciso che la "democrazia" non è affatto sospesa, ma semplicemente non esiste. Che sei costantemente spiato e spiabile, tracciato e tracciabile, controllato e controllabile; e, naturalmente, all'occorrenza anche incarcerato e incarcerabile, denunciato e denunciabile, messo e mettibile a tacere, torturato e torturabile. Si prende la sentenza dell'Aja come mònito all' "Italia" per l'introduzione del reato di tortura, che splùnfa blobboso nei parlamenti e nelle commissioni dai tempi di Re Pipino. Quand'anche fosse introdotto, 'sto reato, si dovrebbe immaginare uno Stato che lo applichi e che dica: Ebbene sì, abbiamo torturato.  Traduzione: siamo una democrazia e ci abbiamo la costituzione più bella del mondo, però abbiamo torturato e -why not- continueremo a farlo laddove risulti necessario. Tranquilli, però, che poi ci autocondanniamo. Nemmeno i maestri della fantascienza sarebbero capaci di concepire scenari del genere; hanno, casomai, concepito una delle nostre più intime essenze, quella di Idioti in Marcia (Marching Morons).

Li possiamo totturàre?!?!..., diceva un celebre Carosello. Ma certo che potete, coi vostri Perugini, i vostri dottori, i vostri Fioriolli, i vostri Gianfranchi Fini, i vostri Scajola, le vostre stanzette numerate, i vostri COISP, i vostri fascisti istituzionali, tutto quel che vi pare. L'Aja? Sembra una marca di polli. La prossima volta si vuole la Corte Internazionale Amadori. O quella del Galletto Amburghese Vallespluga. Saluti.

giovedì 2 aprile 2015

Per l'emancipazione dei figli morti dalle loro famiglie



Nella foto: Berkin Elvan, 15 anni, centrato in pieno, a altezza ragazzino e da distanza ravvicinata, da un lacrimogeno sparatogli dalla Polizia turca durante le manifestazioni (o rivolte) di Gezi Park, nel 2014. Berkin Elvan è morto dopo un coma durato duecentosessantanove giorni, lo scorso mese di marzo. Sul momento in cui è stato colpito  esistono varie versioni; la famiglia dice che non c'entrava nulla con le proteste e che era uscito semplicemente a comprare il pane. Bisognerebbe però dire a certe famiglie, turche e di ogni parte del mondo, che mandare eventualmente un quattordicenne a comprare il pane mentre lì vicino c'è il finimondo, non è una cosa molto intelligente. Per una volta si può anche mangiare senza pane, nella cucina turca si fa un ottimo riso (la parola pilaf, per esempio, è turca). Fatto sta che l'immagine di Berkin Elvan assieme alla pagnotta è diventata presto uno di quei famosi simboli che piacciono tanto.


Poi c'è Berkin in versione manifestante, e pure travisato. Recep Tayyip Erdoğan, che allora era primo ministro e ora è presidente in procinto di cambiare la costituzione, disse addirittura che faceva parte di una "organizzazione terrorista" e che aveva preso volontariamente parte agli scontri; tesi confermata anche da alcune organizzazioni di lotta. Ad un certo punto è spuntata pure fuori una foto del Berkin travisato:


E qui, diciamo, comincia questa storia che sarebbe al tempo stesso istruttiva e strana, se non fosse purtroppo anche tragica. Sì, perché -come del resto accade sovente- la storia del povero e innocente ragazzino uscito a comprare il pane è diventata quella preferita, ufficiale e simbolica. A quindici anni si può morire di polizia soltanto per una tragica fatalità, brutta polizia assassina di adolescenti. Resta da chiedersi che cosa fosse andato a comprare allora Alexis Grigoropoulos, quindici anni pure lui; magari le caramelle, approfittandone però per infamare un po' un drappello di sbirri che lo hanno seccato all'istante. E Carlo Giuliani, che pure era un po' più grande, era per caso uscito a comprarsi le sigarette? Io continuo a dire da un bel po' che il ragazzo di Piazza Alimonda era uscito bello incazzato nero a fare degli scontri, curandosi magari poco dei rapporti di forza: un estintore contro un fucile d'assalto fa un po' poco. Figuriamoci il famoso simbolo del rotolo di scotch al braccio; avrà voluto forse appiccicare tutto un celerino? Lo escluderei.

C'è sempre, e specialmente da parte di una sinistra che potrebbe finalmente riunirsi nel PVI (Partito Vittimine Innocenti), la tendenza alla lagrimùccia accompagnata dalla doverosa indignazione, sempre che rimanga nell'alveo della legalità (ci mancherebbe). Pur essendo appurato da diversi secoli che le forze di polizia godono di impunità pressoché assoluta, questi qui (e i sinistri italiani sono decisamente maestri dell'arte) continuano a invocare giustizia a base di tribunali e magistrati; buoni quelli. Ma, del resto, il COM (Culto Obbligatorio della Magistratura, ndr) è, per costoro, un dogma ben più intoccabile di quelli delle religioni rivelate. Al tempo stesso, vige anche il CDV (Culto Della Vittima, ndr); le vittime preferite sono, appunto, quelle innocenti. Se sono ragazzini, poi, si rasenta l'idolatria; e le polizie del mondo sono sempre pronte a fornirne di nuove.

Un quindicenne, come è ovvio, non può essere andato a una manifestazione travisandosi; è vietato. Deve essere andato a comprare il pane, la verdura, il giornale al babbo, un chicchirillò legato a un filo. Non si conosce più la vecchia canzone di Alfredo Bandelli [*] che parlava delle compagne quindicenni, canzone che magari farebbe bene riascoltare dopo che un pallone gonfiato a nome Leoncarlo Settimelli, PCI ortodosso, in un suo libro la aveva definita una canzone fascista, seguendo i dettami del papagno Berlinguer sugli untorelli.


O forse, chissà, Berkin Elvan aveva preso al volo l'occasione di uscire a comprare il pane per andare a fare un po' di casino a Gezi Park e dintorni. Quelle manifestazioni che i sinistri di cui sopra vorrebbero sempre festose e colorate, e guai se diventano rivolte vere e proprie, e di quelle belle sode. E chi ce lo dice che il quindicenne Berkin Elvan non abbia buggerato la sua famigliuola di gente perbene, che magari aveva pure votato per Erdoğan? Sembra che tali ipotesi non le faccia nessuno, meglio concentrarsi su black bloc, infiltrazioni della polizia, provocazioni eccetera. Tutto l'armamentario. Ah, naturalmente la famosa foto che ritrae Berkin Elvan bardato da manifestante è per forza falsa e messa in circolazione dalla polizia stessa, e dai giornali asserviti. Un triste fotomontaggio per avvalorare la tesi ufficiale. E se, invece, fosse vera? Che succederebbe? Un quindicenne deve per forza morire di pane e di innocenza. Se è andato alla manifestazione per davvero, beh, allora se la è voluta; e questo è proibito. E' contrario ai dettami del Partito Delle Vittimine; gli stessi che, fra pochi giorni, rifesteggeranno il 25 aprile onorando la memoria, tra gli altri, di un bel numero di adolescenti che, verso il '43, non andarono affatto a comprare il pane.

In Turchia, nei giorni scorsi, è successa una cosa che ha fatto inorridire le anime belle del Partito Delle Vittimine. Un gruppo di lotta armata, il DHKP/C (vi risparmio di sciogliere la sigla turca), dopo mesi e mesi di invocazioni alla giustizia (non si sa nemmeno come si chiami il poliziotto che ha mandato in coma Berkin e lo ha ammazzato), ha deciso finalmente di applicarla un po', la giustizia, e nell'unico modo possibile per farlo capire bene. Dei militanti sono entrati dentro l'ufficio del magistrato che indagava (ahahahahaha!) sull'assassinio di stato del ragazzo -tale Mehmet Selim Kiraz- e lo hanno sequestrato puntandogli una bella pistola alla tempia. Sapendo con certezza che sarebbero morti, dato che sono terroristi e kamikaze; c'è un piccolo problema, però. Stavolta i terroristi e kamikaze ci avevano delle belle bandiere rosse con falce e martello. Non erano i soliti jihadisti che, diciamocelo francamente, sono parecchio rassicuranti, consueti, quasi coccolati. E è andata a finire, infatti, che sono morti; solo che ci ha rimesso le penne anche il magistrato, quello che "indagava". Non vi piace questa giustizia? Beh, sono ben lungi dallo stupirmene. A voi piacciono tanto i processi che mandano regolarmente assolti gli assassini in divisa, così poi potete raggiungere il picco delle geremiadi, delle lamentazioni, delle adorate indignazioni e, dulcis in fundo, la vera libidine orgasmica che vi anima: quella del "non rinunciare mai a ottenere giustizia". Fondamentalmente, quel che anima il Partito Delle Vittimine è l'autentica santità che attribuiscono all'essere presi per il culo. Quando si trovano davanti a una giustizia un po' più diretta e semplificatrice, apriti cielo; diventano allora, immediatamente, gli apostoli della repressione. E, naturalmente, le foto sono false. La tesi ufficiale da avvalorare non è più quella del quindicenne che ha deciso di lottare, ma quella della pagnotta-che-piange.



Come ultimo anello della catena, non possono naturalmente mancare le famiglie. La principale disgrazia di chi muore di polizia, certamente anche nei casi reali di morti innocenti, è, nella stragrande maggioranza dei casi, quella di avere padri, madri, fratelli, sorelle e nonni. Quelli che, a cadavere ancora caldo, già dichiarano di avere fiducia nella giustizia e nella magistratura. Ignoro, ad esempio, se il padre di Berkin Elvan abbia fatto una simile dichiarazione; fatto sta, quando è stato sequestrato il magistrato che si occupava di tenere ben nascosti gli assassini di suo figlio, non ha perso tempo a concepire il suo capolavoro, una frase che ha mandato in solluchero il Partito Delle Vittimine: "Noi vogliamo giustizia, non vogliamo altro sangue, non vogliamo che altre madri piangano".

Sono qui riuniti tutti i dogmi del Partito Delle Vittimine: la giustizia, la non-violenza e la famiglia. Non è dato sapere se ci credano veramente, compreso il padre di Berkin Elvan, oppure se siano costretti, o si sentano costretti, a dichiarare stronzate del genere; magari, chissà, il sig. Elvan -in privato a casa sua- ha pure esultato parecchio quando ha visto il magistrato Kiraz che non "indagava" più, ma che era diventato l'indagato; ma la frase giustizia-sangue-e-madripiàngano non poteva mancare. L'appello forte direttamente dal genitore della Povera Vittima. Poniamo che, mutatis mutandis, fosse fatto un giorno un bel servizietto ai poliziotti assassini di Federico Aldrovandi; si può mettere la mano sul fuoco che sua madre direbbe quasi immediatamente cose del genere (per poi magari fare, quando nessuno la vede, un bel brindisi). E la famosa sorella di Stefano Cucchi, che ha sperimentato benissimo la fiducia nella giustizia? Ma lasciamo perdere gli innocenti DOC e andiamo ai manifestanti, magari pure belli incazzati. La madre di Carlo Giuliani, per caso, la ha avuta giustizia? Direi mica tanta, anche se ne ha approfittato per andarsene, a un certo punto, nello stesso parlamento dove giravano i veri assassini di suo figlio, Gianfranco Fini e Claudio Scajola. Per carità, l'ho anche conosciuta di persona, e mi sta pure simpatica; ma chissà, se il 20 di luglio di quest'anno la rivedo a Genova un bel discorsino sulla giustizia e anche su Berkin Elvan glielo faccio pure. Però, chi diavolo la conosce la madre di Francesco Lorusso, ammesso che sia sempre viva? Eppure Lorusso mica era uscito a comprare un chilo di michette, l'11 marzo 1977 a Bologna. E il padre di Giannino Zibecchi, spiaccicato dagli autoblindo, che giustizia avrà avuto quando il grande magistrato-eroe Francesco Saverio Borrelli ha mandato assolti i carabinieri che lo avevano ammazzato? Rodolfo Boschi ce li avrà pure avuti dei genitori, e anche una moglie; beh, la giustizia è consistita nell'arrestare e mandare in galera tale Panichi, che non c'entrava nulla, mentre i due agenti in borghese che avevano fatto fuoco in via Nazionale il 18 aprile 1975 se la sono cavata alla grande. Essendo stato presente ai fatti in giovanissima età, posso pure garantirvi che le panetterie erano tutte chiuse (anche perché Boschi fu ammazzato a tarda sera). Per non parlare della giustizia riservata a Fausto e Iaio, o a Valerio Verbano.

Attualmente, i figli morti non hanno scampo. Dovendo assolvere alla loro unica funzione, quella di Vittime Simboliche, devono morire e stare pure zitti. Cosa che non fanno per niente le loro famiglie; chissà cosa sarebbe costato, al sig. Elvan, tacere. Non dico mica fare solforosi applausi ai sequestratori del magistrato e comparire in tv facendo hip hip hurrà; dico semplicemente tacere. Pratica che sarebbe raccomandabile in moltissimi casi del genere. I figli morti dovrebbero cercare di emanciparsi alla svelta dalle loro famiglie, e decidere da soli, con la loro stessa morte, il tipo di giustizia che desiderano. Con la loro stessa morte e col loro silenzio che urla. Cosa che sembra essere stata colta, in Turchia. Che vi piaccia o meno, un pochino di giustizia, Berkin Elvan la ha avuta, l'altro giorno. Non tutta, certo; ma si dovrà pur (r)incominciare.

[*] Della canzone circolavano, sembra, due versioni. La prima, quella comune, dice: "La violenza, la violenza, la violenza, la rivolta / Chi ha esitato questa volta lotterà con noi domani". Della versione alternativa sembrano non restare tracce; diceva "[...] Chi ha esitato questa volta non sarà con noi domani". (ndr)

mercoledì 1 aprile 2015

A proposito di servi in meno sulla terra



Solo in basso a destra si legge qualcosa che localizza, vale a dire una dicitura che può essere percepita come locale, turca nella fattispecie. Il resto dovrebbe avere valenza generale per quanto riguarda il comportamento da tenere nei confronti della famosa magistratüra, quella cosa che sinistrissime "sinistre" hanno eletto a loro eroessa, specialmente in Ytalia. Razza esecrabile di servi di merda, complici regolari di assassini di stato, palloni gonfiati al contempo sgonfi, pippini che perdono ogni loro prosopopea codicillesca al cospetto di una bella pistola carica puntata alla tempia che si è pasciuta magari di stupida filosofia del dyrytto. Iu-dex, colui che "dice il diritto", etimologicamente; non dite nulla, pezzi di merda. Proteggete solo altri assassini come voi, e può capitare che qualcuno vi chieda il conto. Magari in un bel paesello nazista che foraggia luridi servi non dissimili dal "giudice" che viaggia attualmente per le auspicate malebolge. Erdiocan!