venerdì 15 marzo 2019

venerdì 22 febbraio 2019

Comunione e Incarcerazione



Il sig. Roberto Formigoni, da ieri sera carcerato a Bollate, a due passi da casa sua, e per la teorica durata di anni cinque, è nato il 30 marzo 1947. Sta quindi per compiere 72 anni.

Il sig. Cesare Battisti, incarcerato a Oristano, a diecimila e rotti chilometri da casa sua, e per la non teorica durata dell'ergastolo, è nato il 18 dicembre 1954. A fine anno compierà quindi 65 anni.

Naturalmente, già da stamani parecchi si chiedono, perlopiù pubblicamente, se sia giusto mettere in galera persone "di quell'età" (in esclusivo riferimento a Formigoni; in riferimento a Cesare Battisti non se lo sarebbe chiesto nessuno nemmeno se di anni ne avesse avuti 85).

Domanda d'obbligo, del resto, quando in galera ci finisce il potente, il personaggio, il politico, l'industriale di turno.

Il problema, quindi, sarebbe l'età. Nessuno, o perlomeno pochissimi, si fanno mai una domandina assai semplice: È giusta la galera?

Io me la chiedo, naturalmente da un insignificante blogghino del cavolo, come ne esistono ancora a migliaia nonostante siano, e da tempo, passati di moda.

Il fatto è che, per quanto ci provi a volte, non mi riesce gioire, o esultare, o manifestare alcun sentimento di giubilo nemmeno se in galera ci finisce un pezzo di merda come Formigoni.

Non sono uno da galere selettive: Formigoni hurrà, Battisti rabbia e dolore. Non mi riesce gridare alle ingiustizie per l'uno e per le "giustizie giuste" per l'altro. 

Che sia per un ergastolo con prelevamento forzato e sceneggiata all'aeroporto di due fascisti vestiti da Zorro o da Fata Turchina, o per cinque anni che, con tutta probabilità, verranno tramutati presto in arresti domiciliari perché Formigoni è vecchio.

Altrimenti bisognerebbe ragionare, che so io, sul 41 bis che ti fa restare in galera, e nelle condizioni previste dalla legge, fino all'ultimo respiro e anche se hai novant'anni.

Bisognerebbe ragionare su alcuni prigionieri e prigioniere che stanno in carcere da quasi quarant'anni perché queste persone non si sono mai pentite, o dissociate, e che in galera ci sono finite da giovani.

Bisognerebbe ragionare, soprattutto, sulla mentalità da galera che ci hanno scientificamente inculcato, tenendo naturalmente presente che, nella stragrande maggioranza dei casi, tale inculcamento è avvenuto su un brodo di coltura generalizzato.

Quello che si vede, ad esempio, tutti i giorni in giro. Gli striscioni con la "Giustizia per". "Giustizia per" significa: galera. Alfredo Bandelli cantava: "Delle vostre galere un giorno un buon uso sapremo far"; ma delle galere non si fa mai un buon uso. Servono solo come galere. Servono solo a invocarne altre. Servono a creare la base di ogni potere: la paura. Non sono mai state e non saranno mai il famoso "deterrente" di cui cianciano a milioni. Ignoro se il raro verbo deterrere abbia un participio passato in italiano, ma casomai me lo fabbricherò ad hoc: non hanno mai detèrrito un accidente che se li porti tutti quanti.

Servono come vendette, le galere. Nei confronti del vecchio terrorista di quaranta e rotti anni fa, per farne trofeo, e nei confronti del potente per il quale sarebbe stato opportuno chiedersi se fosse più o meno terrorista anche se, materialmente, non ha mai imbracciato un'arma da fuoco.

Servono, le galere, per creare la base fondante di ogni stato e di ogni potere: la sua magistratura. L'amministrazione della giustizia. La creazione del "magistrato-eroe". Dicono che sia la base del famoso stato di diritto; uno stato non è mai di diritto. Il diritto se lo fa da solo, e peraltro lo cambia a suo piacimento. Il "diritto" consiste in galere e, in parecchi casi, nella morte. Anche laddove la pena capitale è stata "abolita", come in Italia. Il numero di carcerati che crepano o si ammazzano in galera ogni anno fa leggermente dubitare di tale "abolizione". Il 41 bis condanna a essere morti da vivi.

Non è questione se si è vecchi o giovani. Non esiste un'età adatta per la galera. Le galere, ci dicono, sono piene di delinquenti, di stronzi matricolati, di persone pericolose per la società. Fuori dalle galere ce ne sono infinitamente di più. Non di rado, però, omaggiate, servite, riverite, elette, acclamate a gran voce quando esercitano il loro potere.

Un pericoloso delinquente come Matteo Salvini, attualmente, sta facendo il Ministro dell'Interno della Repubblica Italiana; oppure, un fuorilegge conclamato come Jaír Bolsonaro sta facendo il presidente del Brasile. Mi piace sempre farlo presente.

Quando cadono per qualche motivo in disgrazia, non di rado per soldi, si passa allo sbrano. Uno sbrano che sa anche di stupida consolazione per gli stessi i quali, un minuto prima, stavano invocando qualche tortura per Cesare Battisti tramite i loro telefonini, e qualche anno prima osannavano il pio e casto Formigoni, esponente di spicco di un riconosciuto comitato d'affari in salsa mafiosa come Comunione e Liberazione.

Si passa allo sbrano, nonostante i lài dei giornalisti amici, nonostante gli appelli perché il carcerato è "vecchio", nonostante la clemenza che, indubbiamente, verrà applicata perché si tratta di un comunque di un comunicando liberato ed ex governatore della Lombardia, non di un proletario di Cisterna di Latina che faceva il portinaio di uno stabile a Parigi e scriveva noir.

Se si fanno poi i conti di quanta gente può avere ammazzato il proletario di Cisterna di Latina a vent'anni, e di quanta può averne ammazzata il devoto governatore della Lombardia durante l'esercizio del suo potere, occorrerebbe ragionare sui morti immateriali, e anche sull'essenza stessa della morte. La quale, dagli stati e dai loro servitori, viene amministrata anche facendoci nominalmente vivere biologicamente. A volte, è chiaro, anche non immaterialmente.

Formigoni in galera è soltanto un altro prigioniero. Null'altro. Per cinque anni, per cinque minuti, per una vita. E' come il comandante Schettino. E' come Nadia Desdemona Lioce. E' come lo spacciatore immigrato. E' come il pedofilo o Bossetti. E' come altri politicanti che ci sono finiti. E' come Raoul Gardini che in galera ci sarebbe finito a breve, prima di ammazzarsi. E' come Sole e Baleno. E' come Prospero Gallinari. E' come Pierluigi Concutelli. E' come Totò Riina e Salvatore Provenzano. E' come il Paska. 

E', infine, come tutti noi altri che la galera, oramai, ce la abbiamo dentro la testa. Come noialtri che ci raduniamo fuori dalle caserme dei Carabinieri quando portano via qualcuno, tirandogli sputi e sassate, invocando garrote e ghigliottine e non solo il carcere per sempre, preparandoci poi a linciarlo sui social visto che non possiamo farlo per la strada. 

Noi, piccoli e grandi macellai quotidiani. Per non sentirci insicuri. Per fare finta di non vedere i nostri piccoli e grandi crimini quotidiani. Per credere di essere bravi cittadini. Per invocare sempre più tutori in armi, gli unici autorizzati a servirsene legalmente perché ci proteggono. Per eleggere e mandare al potere assassini matricolati. E' una cosa generalizzata, comune. E' una cosa che porta voti e consenso. 

Questo potrebbe essere il vero senso della Comunione e Incarcerazione del titolo. Voleva essere una battuta, ma alla fine diventa la fotografia di un paese intero.

Fuori i Formigoni dalle galere! Dentro nessuno, solo macerie!




lunedì 11 febbraio 2019

Noi non ci Sanremo


Il sig. Ministro dell'Interno vestito da uomo di Neanderthal
(Ma voleva vestirsi da Pippo Baudo).
Quanto segue da cantarsi sull'aria di un vecchio successo dei Nomadi e di Francesco Guccini.


Vedremo soltanto la Prova del Cuoco,
X-Factor, Amici e la Vita in Diretta;
Nemmeno un “basta” risuonerà
Ma come un sudario
Soltanto i' ràppe si stenderà
Da Aosta a Catania, per mille secoli almeno;
Ma noi non ci Sanremo,
Noi non ci Sanremo.

Poi per un anno ci toccherà Ultimo e Motta
E poi l'anno dopo qualcuno di nuovo,
Gli scroti ci randomizzeranno,
E ancora le spiagge
Si riempiranno di ordinanze
Di sindaci contro il coccobello rumeno,
Ma noi non ci Sanremo,
Noi non ci Sanremo.

E tweet condivisi fra selfie e sugaglie,
Frecceri, spot e Marie Giovanne Maglie:
Il prossimo festival lo presenterà
Salvini in persona,
Da Pippo Baudo si vestirà. [*]
E sui televoti splenderà sempre il sereno;
Ma noi non ci Sanremo,
Noi non ci Sanremo.

E il vento d'estate che viene dal mare
Ci porterà salme di donne e bambine,
Forse qualcuno le rapperà
Nelle canzonette,
E poi qualcuno le canterà
In mezzo all'ammòre da farci quasi il pieno:
Ma noi non ci Sanremo,
Noi non ci Sanremo.

E a sud delle Alpi ritorna la vita,
E ancora l'Ausonia sarà popolata
- Spero dall'uomo di Neanderthàl
O dagli ittiosauri,
Basta che non dagli italiàn. -
Di questi figuri ne faremmo anche a meno...
Ma noi non ci Sanremo,
Noi non ci Sanremo.

[*] Presumibilmente indossando una felpa con scritto "PIPPOBAUDO" (ndr)

venerdì 8 febbraio 2019

Frateli ditaglia



La meravigliosa performance del consigliere comunale di Ferrara Alessandro Balboni, esponente  e capogruppo di Fratelli d'Italia, avvenuta qualche giorno fa, è assolutamente paradigmatica. Riassume in sé tre capisaldi della destra italiana del Terzo Millennio: 1) l'eterno complesso di inferiorità rispetto a una nebulosa e generica "cultura di sinistra", naturalmente monopolizzatrice e arrogante; 2) le grancasse sul degrado, il decoro e l'incuria, alle quali la civilissima società italiana è cosí sensibile e attenta; 3) i social media.

Se qualcuno volesse leggere della vicenda in cronaca, che supera di gran lunga qualsiasi cosa escogitata da Lercio (però questa è vera), può andare sulle edizioni dei vari giornali emiliani e nazionali; in pratica, qualche giorno fa, il consigliere ferrarese Balboni Alessandro, fratello d'Italia sempre alla ricerca di nuovi degradi e nuove incurie da offrire al popolo ferrarese, si è imbattuto, presso la Certosa della città Estense, nientepopodimeno che nella tomba di Torquato Tasso, il sommo poeta della Gerusalemme Liberata che dimorò a lungo presso la corte del duca Alfonso II d'Este. Il Balboni ha prima ricevuto una indignata segnalazione da un cittadino, tale Alessandro Ferretti (la congiura degli Alessandri!) e poi non ha perso tempo per non lasciarsi sfuggire la ghiottissima occasione. Poiché la tomba di Torquato Tasso, al pari di altre, versa in condizioni pietose, dovute ovviamente alla bieca sinistra abbandonatrice d'illustri & itàlici sepolcri, il fratello d'Italia si è quindi recato di persona presso il sepolcro del Poeta accompagnato dal Ferretti segnalatore; i due si sono poi scattati dei selfies a testimonianza dello scempio perpetrato ai danni delle mortali spoglie di uno dei più importanti letterati italiani:

Il fratello d'Italia Balboni dinanzi alle urne del Tasso.

Indi, il Balboni ha preso la sua bella pagina Facebook e ha vibratamente denunciato lo stato di incuria, di degràdo, di abbandono degli illustri sepolcri della Certosa Ferrarese. Denuncia immediatamente ripresa dall'edizione ferrarese del "Resto del Carlino", che sarebbe consigliabile leggere dato il suo afflato d'indignazione, di amore per la cultura e di orgogliosa rivendicazione:

"La cultura è una cosa seria, serissima. La cultura deve essere il motore di Ferrara. [...] Ci siamo sentiti dire che siamo dei rozzi e dei bifolchi senza cultura da una sinistra che per anni si è arrogata il ruolo di depositaria della 'Cultura'. Se questa è la risposta che danno, c'è da interrogarsi ampiamente sul loro operato."

Il cittadino Ferretti Alessandro aggiunge: "E pensare -ricorda- che con le scuole ci portavano qui in Certosa per vedere le urne che la città di Firenze (dove ancora riposano le ceneri di Tasso), donò alla nostra città". Di fronte a cotanto scempio, il Balboni non si è fermato: ha infatti constatato anche lo stato di grave abbandono del sepolcro di un altro illustre cittadino ferrarese, l'aviatore fascista Italo Balbo. Qui, come dire, il Balboni giocava in casa. Da segnalare anche la chiusa indimenticabile dell'articolo del "Carlino", un autentica perla del suo autore, tale Federico Di Bisceglie: "Forse, con lo sguardo severo dei secoli, il tormentato poeta in forza alla corte di Alfonso II d'Este scriverebbe la Gerusalemme dimenticata. O la Ferrara che dimentica."

Certo che questa Ferrara, specialmente quella del consigliere atque fratello d'Italia Balboni, del cittadino Ferretti e anche dell'articolista carliniano Di Bisceglie, di cose, in effetti, ne dimentica parecchie.

Come fatto gentilmente notare a stretto giro di posta -pardon, di social- dal sindaco, Tiziano Tagliani, il quale ha adoperato un decente termine quale castroneria laddove altri sarebbero ricorsi a parole oltremodo più colorite, l'indignato Balboni dovrebbe piuttosto interrogarsi sulla miserrima figura che ha fatto fare ad un'onorata e storica città che, agli inizi del secolo XXI, produce personaggi come lui. E poiché noialtri siamo un po' meno gentili e non ricopriamo cariche istituzionali, possiamo usare le parole colorite di cui sopra: proprio una cosmica figura di merda.

La "Ferrara che dimentica", degnamente rappresentata dai Balboni, dai cittadini indignati e dagli articolisti pindarici, si è infatti dimenticata, ad esempio, che Torquato Tasso, sin dalla sua morte avvenuta in Roma nel 1595 (esattamente il 25 aprile di quell'anno: una data che dev'essere senz'altro non molto amata dai Balboni d'Italia), è sepolto giustappunto a Roma, con tutti gli onori e regolare iscrizione in latino, nella chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo.

Roma, chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo. La tomba di Torquato Tasso (quello non dottore).

Presso il cimitero della Certosa di Ferrara, che -come ricorda il sindaco- è cimitero cittadino solo dal 1813 (vale a dire 218 anni dopo la morte del Torquato Tasso poeta), si trova sepolto tale dottor Torquato Tasso, un medico ferrarese morto agli inizi del XX secolo, la cui vita, come si legge nell'iscrizione, era stata improntata "ai sublimi ideali del dovere e dell'amore" fra i quali "trascorse la sua intemerata esistenza". Al Balboni sarebbe dunque bastato controllare su Wikipedia, ora che tutti questi meravigliosi marchingegni tecnologici permettono di verificare dove effettivamente si trovi il sepolcro del Poeta senza doversi recare alla chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo a Roma o, peggio, in una biblioteca.

Ma anche senza verificare a Roma, in una biblioteca o su Wikipedia, magari qualche piccolo sospetto sarebbe potuto insorgere nella fulgida mente del fratello d'Italia e del suo indignato cittadino segnalatore. Immaginarsi l'immortale Poeta Torquato Tasso sepolto col titolo di "dottore" e con i "sublimi ideali del dovere e dell'amore" è come pensare all'ingegner Dante Alighieri, sposo onorato e marito esemplare, al ragionier Ugo Foscolo per sempre rimpianto dai colleghi della ditta o all'avv. Alessandro Manzoni crudelmente rapito alla fedele sposa e ai figli adorati e per tutta la vita ispirato da princìpi di assoluta giustizia e di severa imparzialità.

Il cittadino indignato Ferretti Alessandro, coprotagonista dei selfies, fa poi intravedere uno stupendo e indicativo spaccato delle scuole ferraresi "Leonardo da Vinci" (anzi: "Scuole Prof. Leonardo da Vinci", anch'egli -ovviamente- sepolto a Ferrara) di qualche anno fa, quando le classi -evidentemente- dovevano essere portate presso la tomba del dottor Torquato Tasso dicendo ai bambini e ai ragazzi che là era sepolto il Poeta dell'Aminta (tanto per non nominare la solita Gerusalemme Liberata, e con la certezza che, se qualcuno chiedesse al Ferretti dell'Aminta risponderebbe che si tratta sicuramente di un centrocampista della SPAL degli anni '60). Non solo: le "urne del Tasso", indicate nel selfie dal Balboni con un'espressione dalla quale traspaiono la tempesta di cervello in atto nella sua scatola cranica e il mælstrøm di cultura che gli turbina nel profondo dell'essere, sarebbero state "donate dalla città di Firenze", dove "ancora riposano le ceneri del Tasso". Vale a dire: la città di Firenze (dove al massimo esiste una Piazza Torquato Tasso, in Oltrarno) avrebbe donato a Ferrara solo le urne (una delle quali riempita di terra come un volgare vaso di fiori, come si vede nel selfie del Balboni; sarà mica, per caso, proprio un vaso di fiori?), tenendosi però le ceneri. Dal che, peraltro, si evince che la grandezza del Poeta era tanta, che le sue ceneri sarebbero state addirittura divise in più urne (due etti e mezzo in una, quattro etti in un'altra e così via). E le ceneri del Tasso, Firenze, dove mai le avrà messe? In un cestino alla fermata dell' 11 e del 37 in piazza Tasso? Suggerirei a qualche fratello d'Italia fiorentino di andare a controllare, magari a quel Giovanni Donzelli che fu cacciato a calci nel sedere da un negozio dove si vendono articoli in canapa (pianta tessile utilizzata fin dall'antichità) dopo avere organizzato una pagliacciata mediatica credendo che vi si spacciasse cannabis.

Ma le imprese tombali del Balboni e del Ferretti non sono terminate, inserendosi appieno in quella che dev'essere una vera e propria campagna cultural-cimiteriale dei fratelli d'Italia. Come detto, secondo il Balboni e il suo suggeritore, anche la tomba di un illustre ferrarese, Italo Balbo quadrumviro della Marcia su Roma, comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, aviatore di possenti raid che mostrarono al mondo la giòvine gagliardìa dell'Italia fascista, governatore generale della Libia, potenziale e accreditato rivale del Dvce e, infine, misteriosamente abbattuto per errore dalla contraerea italiana nei cieli di Tobruch il 28 giugno 1940, si troverebbe in stato di abbandono, incuria, degrado ecc.

Ignorando quale dottor Italo Balbo, magari ferreo militante comunista della Bassa Ferrarese, si trovi sepolto al Cimitero della Certosa, c'è però da dire che, con le tombe, proprio il Balboni non ci azzecca. L'Italo Balbo fascista & abbattuto si trova infatti sepolto, assieme ad alcuni suoi compagni aviatori e di avventure periti nei raid e in guerra, nel cimitero di Orbetello (Grosseto), per espressa sua volontà manifestata ancora in vita. Orbetello era stata la base di partenza per i suoi raid aerei attorno al mondo.

Orbetello (Grosseto). La tomba degli aviatori, capitanati da Italo Balbo.
Nella giòvine e confusa mente del Balboni Alessandro da Ferrara, incorniciata da regolare barbetta del III Millennio e giubbone col pelo che è tanto di moda, si agitano quindi tombe. Torquato Balbo, Italo Tasso, e vattelappesca chi altro. Coadiuvato da coltissimi cittadini che, da ragazzi, andavano con le scuole a rendere omaggio alle urne vuote di Torquato Tasso donate da Firenze, del fratelo ditaglia Alessandro Balboni, che -non nutriamo dubbi- proseguirà la sua luminosa carriera politica a base di degradi, incurie, migranti, meloni, glòbbar còntatt e quant'altro, risentiremo senz'altro parlare. Dopo aver finalmente denunciato il grave stato d'incuria della tomba del suo avo Benito Mussolini, che come tutti sanno si trova a Ferrara con tanto di urne, sarà un giorno fatto ministro della 'hurtùra. A egregie cose il forte animo accendono l'urne de' forti, come cantava l'immortale Poeta Gabriele d'Annunzio (o era Giosuè Pascoli?), la cui urna, degradata e incuriata dalla sinìstra, si trova anch'essa a Ferrara. Gli vorremmo quindi dedicare, modestamente e per chiudere, una canzone dei ferraresissimi Elio e le Storie Tese.



Ma un lontano giorno, anche le urne del Balboni, dimenticate e in condizioni di colpevole abbandono al cimitero della Certosa di Ferrara, saranno riscoperte da un suo pronipote, fascista del IV Millennio, e debitamente denunciate; solo che Alessandro Balboni è sepolto a Caltanissetta fin dagli ultimi anni del XXI secolo.

mercoledì 6 febbraio 2019

martedì 5 febbraio 2019

Per sempre 17 anni



Il 5 febbraio del 1967, cinquantadue anni fa, Violeta Parra diceva il suo Grazie alla vita nel camerino di un teatro di Santiago e si consegnava per sempre ai suoi diciassette anni.

Nel 1990, un diciottenne circa, Joan Manuel Serrat, venuto da un paese lontanissimo, si esibiva in uno stadio dove, anni prima, centinaia di persone erano state torturate e ammazzate dalla legge, dall'ordine e dalle divise. Tra queste persone, anche una che suonava e cantava.
Cantò proprio una canzone di quella diciassettenne per sempre.



Tornare a diciassett'anni
Dopo un secolo di vita
È come decifrar segni
Senza essere un sapiente.
Tornare, all'improvviso
Fragile come un momento,
A sentire tutto dentro,
Un bimbo di fronte a Dio.
Questo è quello che io sento
In questo istante fecondo.

E s'aggroviglia, aggroviglia
Come al muro il rampicante
E poi germoglia, germoglia,
Muschio che copre la pietra,
Come il muschio sulla pietra, sì, sì sì.

Ho i passi che vanno indietro
Mentre i vostri vanno avanti,
Ho l'arca dell'alleanza
Che è entrata dentro al mio nido
Con tutto il suo arcobaleno
Mi passeggia per le vene
E anche le dure catene
Con cui ci lega il destino
E' come un diamante fino,
Luce serena del cuore.

E s'aggroviglia, aggroviglia
Come al muro il rampicante
E poi germoglia, germoglia,
Muschio che copre la pietra,
Come il muschio sulla pietra, sì, sì sì.

Quel che può il sentimento
Non lo ha potuto il sapere
E né il cammino più insigne,
E né il più vasto pensiero;
Tutto si cambia al momento,
Come concesso da un mago
Ci allontana dolcemente
Da rancori e da violenze,
L'amore con la sua scienza
Solo ci dà l'innocenza.

E s'aggroviglia, aggroviglia
Come al muro il rampicante
E poi germoglia, germoglia,
Muschio che copre la pietra,
Come il muschio sulla pietra, sì, sì sì.

L'amore è un turbinìo
Di purezza originale,
Anche un feroce animale
Sussurra il suo dolce trillo,
E trattiene il pellegrino,
E libera il prigioniero.
Il vecchio torna bambino
Con le cure dell'amore
E il malvagio, con l'affetto
Diventa puro e sincero.

E s'aggroviglia, aggroviglia
Come al muro il rampicante
E poi germoglia, germoglia,
Muschio che copre la pietra,
Come il muschio sulla pietra, sì, sì sì.

E come per un incanto
La finestra si spalanca,
Come un tiepido mattino
L'amore entrò col suo manto.
Al suono di bella diana
Con lui spuntò il gelsomino,
Volando da serafino
Il cielo lo ha ingioiellato,
Tornata a diciassett'anni
Con l'ala di un cherubino.

E s'aggroviglia, aggroviglia
Come al muro il rampicante
E poi germoglia, germoglia,
Muschio che copre la pietra,
Come il muschio sulla pietra, sì, sì sì.



lunedì 4 febbraio 2019

Spensierata pubertà



È bello avere 12 anni, con tutta la vita davanti. I primi sorrisi con la graziosa compagna di scuola di prima media, mentre tu sei grande e sei già in seconda. Certo, qualche problema con quel bullo antipatico di terza, ma in fondo che importa: del resto sei già Ministro dell'Interno, e puoi passarci sopra. Se poi esagera, ti basta uno schiocco delle dita e intervengono i tuoi agenti. A casa, il babbo e le mamma non ti fanno mancare niente, specialmente per quel che riguarda le tue grandi passioni: le divise di ogni tipo e le magliette delle squadre di pallone. Nulla di strano per un dodicenne, e non capisco chi ti attacca quotidianamente: e santa pazienza, da ragazzino chi non si mette la maglietta della Juventus o del Barcellona, sognando che ci sia il proprio nome al posto di quello di Cristiano Ronaldo o di Messi?

Solo che al piccolo Matteino, che a 12 anni -ripeto- è gia Ministro dell'Interno, tutto è permesso e niente è precluso. La sua collezione di divise e magliette è oramai unica, e i ragazzini normali se la sognano; anche perché Lui il suo nome sulle magliette ce lo ha eccome. E altro che Milan (squadra di cui, sembra, è supertifoso), Juventus, Barcellona o Manchester United: nella sua collezione, Matteino ci ha pure la maglietta del Giulianova. Son buoni tutti ad averci le magliette delle squadre più famose, che del resto si vendono in qualsiasi bancarella assieme ai padri pìì, alle torri di Pisa e ai  cuori quori di San Valentino, che fra poco ci siamo pure: provate un po' voi a trovare su una bancarella la maglietta del Giulianova. Anzi, per essere precisi: del Real Giulianova, gloriosa società fondata nel 1924 e attualmente militante nel campionato di serie D.


Mettendo in mostra, per l'immancabile selfie con due fans abbrutite abruzzesi, un invidiabile fisico adolescenziale e una forma smagliante, il dodicenne Matteino ha deliziato la folla di sostenitori con addosso la maglietta di "n° 1" della locale squadra, segno inequivocabile del suo desiderio di difendere la porta, come il suo idolo Donnarumma, con balzi spettacolari e guizzi felini. Si ignora se, tra un selfie e l'altro, abbia promesso di chiudere anche il porto di Giulianova aggiungendone così un altro alla sua altra e riconosciuta collezione, e preparandosi alla prossima battaglia quando dovrà forse prometterlo anche a Livorno (ma, tutto sommato, credo che avrà qualche difficoltà nell'indossare la maglietta della compagine Labronica). Si è poi congedato dai fans in delirio, dovendo rientrare urgentemente visti i suoi pressanti impegni (oggi è lunedì e ha il compito in classe di italiano, materia in cui notoriamente eccelle).

Corre tra l'altro l'obbligo di stigmatizzare un po' il comportamento della dirigenza del Real Giulianova. Non capisco perché essa debba così crudelmente deludere i sogni di un ragazzino, ribadendo che "il capitano del Giulianova non è Matteo Salvini, ma solo Federico Del Grosso" (NB: roccioso ed esperto difensore nato proprio a Giulianova il 24 marzo 1983, e fratello di Cristiano del Grosso, colonna del Pescara). Non si fa così. Si rischia di provocare profondi traumi nella psiche di un giovanissimo, e di ferire i suoi sogni della prima pubertà del resto così spensierata. Con tutto il dovuto rispetto per Federico Del Grosso, sarebbe stato dolcemente simpatico fare, anzi, al giovane Matteino un gradito e commovente regalo, invitandolo in campo a dare il calcio d'inizio per la prossima partita del Real Giulianova, magari per mano a Del Grosso e facendo assieme a lui un selfie a centrocampo. Sono cose che un ragazzino non dimentica. In seguito, avrebbero potuto fargli dono anche di una divisa nuova fiammante dei Vigili Urbani di Giulianova, e organizzargli uno spettacolino dove una finta nave ONG (in realtà il peschereccio "Madre Teresa" addobbato per l'occasione) si avvicina al porto della ridente cittadina in provincia di Teramo, facendogli quindi dare l'ordine di chiudere il porto.

Ma va bene così, e auguriamo al piccolo Matteo una pubertà e un'adolescenza ricche di soddisfazioni e di belle magliette, suggerendogli però di fare sempre attenzione e non sbagliare. Se un giorno, preso dall'entusiasmo, volesse chiudere il porto di Avellino con addosso la maglietta biancoverde, sarebbe difficile fargli capire che Avellino sta a 400 metri di altezza in Irpinia.