sabato 29 giugno 2019

Carola la violentatrice




"Sono responsabile per le 42 persone salvate in mare, che non ce la fanno più. La loro vita viene prima di ogni gioco politico."

La "cronaca" la leggerete e la guarderete in queste ore, se non lo state già facendo, su giornali, tv, media, pagine Facebook, altri "media": ce ne sono di tutti i tipi. Così saprete che, stamani, Carola Rackete ha forzato il "blocco" a Lampedusa, con la Sea Watch, ha fatto sbarcare i 42 migranti che aveva a bordo ed è stata immediatamente arrestata per il reato di "resistenza o violenza a nave da guerra" (che prevede fino a 10 anni di carcere).

Povera nave da guerra. E' tutta una violenza. A Lampedusa, mentre molti manifestavano in solidarietà con la Capitana, c'era pure un gruppetto di leghisti -guidati dall'ex sindaca Angela Maraventano. La quale dichiarava (anzi berciava, come sembra): "Vergognatevi! Siete i complici degli scafisti. Questa è la mia isola e voi la state invadendo. Fate scendere i migranti ma la capitana deve essere arrestata immediatamente. L'Italia questa sera è stata violentata."

Povera nave da guerra. E povera isola della leghista sicula, così "violentata" assieme all'Italia intera. Uno stupro di massa perpetrato da una ragazza tedesca al comando di una nave che va a salvare delle persone in mezzo al mare, una delle prime leggi elementari dell'Umanità. Povera "guardia di finanza", la cui motovedetta rischia di essere schiacciata da una nave che sta cercando di attraccare in un porto: un reato gravissimo. Tipo quello della "nave da guerra" italiana, tale corvetta "Sibilla", che il 28 marzo 1997, giorno del Venerdì Santo, schiacciò giustappunto una carretta albanese carica di 120 profughi, la Katër i Radës, mentre cercava di attraccare in un porto italiano, un porto di questo paese così violentato. E ci riuscì benissimo, la "Sibilla", la nave da guerra: 81 migranti morti. Grazie al blocco navale allora decretato, si badi bene, dal governo di Romano Prodi. "Katër i Radës", il nome della nave che non resistette alla nave da guerra, significa: "Battello in rada".


Di fronte a tutta questa cieca violenza nei confronti della nave da guerra, dell'isola della Maraventano (Lampedusa è sua, se non lo si fosse capito: infatti è nata a San Benedetto del Tronto, e si fece notare, nel periodo in cui era sindaca, per la proposta di annettere Lampedusa alla provincia di Bergamo) e dell'Italia intera si potrebbero dire tante cose. Ma ora come ora non credo sia il caso. Ne bastano due, molto semplici.

La prima è che Carola Rackete va nelle galere di uno stato fascista, guidato da un bambino che gioca nella vasca con le paperette e che fa la collezioncina di felpe e divise di ogni tipo mentre si prepara gli spaghetti col sugo Star. Uno stato fascista e oramai del tutto disumano, come disumano è il crasso consenso che riscuote. Carola va in galera, infatti, proprio in nome dell'Umanità superstite, ferita, sconciata, derisa, incarcerata; ma esiste ancora e forza i blocchi.

La seconda potrebbe essere riassunta con una sola parola. Ma non la dico. Coraggio, Carola, du hast wohl getan.



martedì 4 giugno 2019

Fozzammàte



Le inevitabili premesse sono: a) che, come sempre, non sono andato a "votare" per le "elezioni europee" e roba del genere; b) che sono profondamente convinto, come messo in luce e ribadito da tanti, che tutte le percentuali che comunque ne sono venute fuori sono in realtà percentuali di percentuali (il famoso 34% di Salvini è il 34% del 68%, ad esempio); c) che, per me, tutte le feste di "repubbliche" con annesse sfilate e parate militari potrebbero tranquillamente finire nel cesso dimenticatoio assieme alle relative repubbliche, "costituzioni", "elezioni" e quant'altro.

Detto questo, mi ritrovo davanti (grazie a Autolesionistяа) ad un'immagine del genere, scattata davanti ar Colossèo durante la festa della repubblica del due giugno. Esiste, cioè, un cinque o sei per cento del sessantotto per cento che sono andati a votare per tale "giorgia meloni" e per il suo raggruppamento di fratelli d'itàglia, tra i quali gli autori dello striscione raffigurato nella foto.

Ora, alcuni -e forse a ragione- li definiscono una mànica di fascisti. Come tutte le màniche di fascisti che imperversano attualmente in questa repubblica, hanno attualmente un gran successone e non v'è da stupirsene affatto; né tantomeno che lo abbiano in quartieri proletari e/o in città storicamente "rosse" come Pisa, Livorno o Piombino (dove, addirittura, sta per essere eletto sindaco un candidato proprio dei suddetti fratelli d'itàglia).

Detto questo, bisognerebbe però avere presente la giorgiamelòni. E i suoi accoliti. Bisognerebbe, e il condizionale è d'obbligo. Immaginarla come amazzone guerriera, che so io. No peace, no love. Immaginarla a capo delle forze armate che piacciono tanto a' su' fratelli d'itàglia. Immaginarla in tenuta da combattimento; immaginarla mentre difende eroicamente la nazione dalle 'nvasioni, giòvine e ardita pulzella non seconda a Giovanna d'Arco.

Bisognerebbe, appunto; ma dubito che, in fondo, servirebbe a qualcosa nell'attuale idiocrazia itagliàna, dominio del ridicolo. E' per l'appunto il ridicolo che è pericolosissimo; molto più del fascismo. E è del tutto trasversale.

mercoledì 22 maggio 2019

Tre donne, una bambina, un somaro e uno sbarco



A volte si ritirano fuori vecchie foto, senza un perché e senza un percome. Si ritirano fuori e basta.

A rigore, questa è la fotografia di una fotografia. Non ho né uno scanner, né altri marchingegni del genere. Ho sempre la mia (oramai antidiluviana, credo) fotocamerina digitale, che mi basta e mi avanza; quindi, per riprodurre la foto che si vede qua, l'ho fotografata.

La foto, quella originale, è dell'estate del 1948; una volta, spesso, con la matita si usava scrivere la data o l'anno di una fotografia.

Vi si vedono tre donne, una bambina e un somaro mentre salgono su per un ripido sentiero da una spiaggia deserta. Si immagina facilmente il sole a picco.

Siamo all'Isola d'Elba, su una delle sue pietraie della parte occidentale. D'estate, il sole non è uno scherzetto in quei posti là. Ci sono delle località che hanno nomi evocativi da quelle parti: quando uno si ritrova a Seccheto, al Forno, a Sassomorto o a Bollecaldaie penso che non vengano in mente verdi prati, ombrose frasche o chiare, fresche e dolci acque.

Le tre donne, la bambina e il somaro stanno invece risalendo da un posto, quello con la spiaggia, che si chiama Fonza. Non so da che cosa venga questo nome; ma, come quasi tutti quelli di quella zona dell'Elba, ha il suo gemello, o comunque un nome assonanzato, in Corsica. La Corsica, la sorella più grande, è lì davanti. 

La donna all'estrema destra della foto è mia nonna Maria, nata a Portoferraio lo stesso giorno in cui, a cento metri di distanza, moriva l'anarchico Pietro Gori. I famosi capricci del destino, come si dice. E' morta la vigilia di Natale del 2000. Nella foto aveva trentasette anni; era vedova da due anni dopo che s'era sposata. Mio nonno, suo marito, si chiamava Francesco, come poi mio fratello. Lavorava alle acciaierie di Portoferraio, morì sul lavoro nel 1935 preso in pieno da un carrello di una tonnellata di peso, mentre era su una passerella.

La donna al centro è mia zia Clara, nata il 14 agosto 1927 a Marina di Campo, grande raccoglitrice di caffettiere, di ricette e di strofe popolari che trascriveva in dei quaderni. Nel 1972, quindi non più da ragazza, si comprò un motorino "Ciao" per andare a lavorare; da allora fu soprannominata "Ago", come Giacomo Agostini, il famoso motociclista. La chiamavano anche "la Fiorina" per la sua abilità nel coltivare fiori e piante; seminava, tra le altre cose, un basilico in delle vecchie tinozze di latta riempite di terra, che faceva delle foglie di una grandezza mai vista. E' morta il 13 luglio del 2014, con la testa che oramai batteva la campagna. Nella foto ha ventuno anni.

La ragazza è mia madre. Si chiama Luciana. E' nata il 16 ottobre del 1933 e è ancora viva, anche se non sta punto bene. Nella foto ha quindici anni, ha il cappello più grande e, anche se sta un po' piegata, si vede chiaramente che è altissima. Così si capisce "da chi ho preso", e anche quel che mi dicevano sempre da piccolo: "Verrà più alto di zio Fausto". Questo zio Fausto, che ho fatto appena in tempo a conoscere, era alto un metro e ottantadue e doveva essere il gigante di famiglia; l'ho passato di una decina di centimetri e rotti, in effetti.

La bambina non so chi sia, e mia madre non se lo ricorda.

Il somaro si chiamava Gustavo. Le tre donne e il somaro hanno il capo coperto, come si conviene. Il somaro era pienamente uno di famiglia, e giustamente gli hanno coperto il capo con una specie di cappello da gondoliere. Sicuramente anche un po' per scherzo, per fargli la fotografia. Qualcuno la deve aver fatta, quella fotografia, e chissà chi sarà stato. Non erano tempi di "selfie". Un po' per scherzo, ma un po' anche per non fargli scottare il capo, povera bestia. 

Nessuna lo monta, nonostante l'erta sotto il sole. Nemmeno la bambina, che peraltro è l'unica a capo scoperto (o almeno così sembra dalla foto). Questo non è uno scherzo: è un atto di rispetto per un animale che faticava. Come un somaro, appunto. 

Sembra una specie di occasione di festa, o di svago. Le tre donne e la bambina sono vestite abbastanza bene, con proprietà. Mia madre, un'adolescente, si tiene un po' la sottana del vestito che sembra svolazzare al vento. Doveva essere un vento secco e bollente; non lo scirocco. Lo scirocco non fa respirare, porta nuvole grasse e puzzolenti di formaggio e ti fa passare la voglia di fare qualunque cosa.

Tre donne, una bambina e un somaro, un giorno d'estate di settantuno anni fa.

A Fonza, in realtà, ci stavano di casa. Quattro anni prima, una mattina di giugno dove lo scirocco, e di quello peso, invece c'era, si erano viste un intero sbarco alleato in casa; tra tutti i posti per lo sbarco, le forze francesi comandate dal generale vandeano De Lattre De Tassigny avevano scelto il posto dove abitava la mia famiglia: l' Opération Brassard.



Il filmato per le United News mostra tutto lo sbarco a Fonza del 17 giugno 1944. Vi si vede la stessa spiaggia e la stessa erta percorsa quattro anni dopo da quelle tre donne, dalla bambina e dal somaro. A 13'27" del filmato si cominciano a vedere spesso la casa e il magazzino della mia famiglia, che furono ovviamente requisiti. Vi si vedono le forze francesi, composte prevalentemente da tirailleurs marocchini e senegalesi; così, se vi capiterà di fare un giro al cimitero vecchio di Marina di Campo, quello di San Mamiliano, capirete perché c'è un monumento ai caduti con una scritta in arabo che dev'essere un versetto del Corano. Mia nonna, quella all'estrema destra della foto con le due ragazze, la bambina e il somaro, tirò una secchiata piena d'acqua in testa a un soldato senegalese che, diciamo, le aveva messo un po' gli occhi addosso. Se la vide brutta. Comunque, anche a Marina di Campo e dintorni nacquero due o tre bambini con la pelle scura, come nella canzone napoletana Tammurriata Nera.

A 14'09" del filmato si vede il magazzino di casa mentre vi viene issata la bandiera francese. Mia madre, che per tutta l'occupazione, alta e bionda com'era, era stata letteralmente sfamata da un soldato tedesco che la aveva presa a benvolere, si ricorda che mio zio Ulisse (all'epoca ventottenne) aveva aiutato i soldati a tirare su la bandiera; ma nel filmato non si vede.

Sono solito dire che non tutti possono dire di avere avuto un intero sbarco alleato in famiglia; anzi, proprio in casa. La casa, il magazzino e il terreno di Fonza sono stati venduti nel 1961 a degli industriali di Biella, che ci si fecero la villa al mare. Io ci sono stato pochissime volte, anche da ragazzo; c'era una stradaccia orrenda che spaccava qualsiasi macchina si azzardasse a percorrerla. La vedo sempre da Galenzana, quando ci vado; sta proprio là davanti, dall'altra parte del golfo. Con la vendita di Fonza fu costruita la casa al Formicaio.

Quattro anni dopo lo sbarco, in un dopoguerra, tre donne, una bambina e un somaro con il cappello da gondoliere salivano per quelle ripe, su verso il Monte Tambone, in una giornata d'estate piena. Mi mancavano ancora parecchi anni a nascere; sono del 1963. Nella fotografia, a parte mia madre e (forse e lo spero) la bambina, sono tutti morti.

A volte si ritirano fuori le vecchie foto. Non c'è un motivo, non c'è nessun anniversario, non c'è un'occasione speciale, non c'è nemmeno l'impeto dei ricordi. Non ci potrebbe del resto essere, dato che non c'ero. Solo una fotografia, né più e né meno.

giovedì 16 maggio 2019

Ciao Paolo, ora gliele suoni



Lo so che non c'è un accidente di niente da quell'altra parte. C'è solo il Vastissimo Nulla dove non ci sono più né l'Adesso, né il Qui.

Però, Paolo, mi piace immaginare che ora gliele suoni.

Gliele suoni quelle divine aule, glieli suoni quegli immensi spazi, gliele suoni quelle eteree navate di nubi. Come facevi con una stanza qualsiasi. La suonavi.

Niente arpe. Scotch da pacchi trasparente. Scratch, scratch, scratch ritmico. Prendi la canna e gliela sberci roteandola. Una sèggiola, levi i tappini dalle zampe e giù di perepééééé. Cuscini sbattuti. Clangori di suppellettili. Piattacci rotti di batterie da balera sbattuti per terra. Altro che arpe celestiali. Musica! Musica con tutto quanto, con gli oggetti, con le stanze.

No, certo che non esiste, che è un'invenzione di chissacchì. Pero mettiamo che arriva pure il sig. Padreterno: allora a lui non gliele suoni. Gliele canti. Gli canti  "Ho visto un re". Così lo fai scappare. 




E poi ripigli lo scotch, le sèggiole, i piattacci, 'gniòsa. E giù come prima. E quel Vastissimo Nulla, d'improvviso, si riempie.

lunedì 13 maggio 2019

Manifesto del Terraquadratismo.



Cari amici Terrapiattisti, che così tanto successo state avendo in questi ultimi tempi, secondo me vi sbagliate. La Terra, infatti, non è piatta, e smettetela con queste sciocchezze: la Terra è quadrata, ecciollepròve.

La prima (e più importante) prova, è che mi sono rotto i quadriglioni di girare da vent'anni e rotti per l'Internet e di non avere creato niente a parte un blogghino sperduto nel nulla. Ho quindi deciso, finalmente, di dare inizio a qualcosa di veramente importante, per il quale la presente data del 13 maggio 2019 e questo post verranno ricordati per l'eternità. Il resto delle prove, per ora, non lo dico; a parte una, che attiene all'ovvietà delle cose. Di uso comune sono espressioni come "ai quattro angoli del mondo" o "ai quattro lati della terra", e ditemi un po' voialtri se avete mai visto una sfera con gli angoli e i lati. Un po' di buonsenso, suvvìa; che la Terra sia quadrata lo dice la voce di' pòpolo, e i' popolo ha sempre ragione. Anche voi Terrapiattisti, del resto, dalla rotondità non vi staccate affatto: la Terra sarà anche piatta, ma sempre rotonda la rappresentate.

Naturalmente, vorrei subito sgomberare il campo anche da ogni possibile accusa di antiscientismo, e di attentato alla geometria. So bene che la Terra non è propriamente "quadrata", bensì cubica; così come gli esecrandi Terrarotondisti in maggioranza sanno bene che in realtà, secondo loro, sarebbe sferica. Ma si tratta di comuni denominazioni di comodo, ove la geometria piana prevale nel sentimento popolare su quella solida. Così come "rotonda" equivale a "sferica", "quadrata" equivale a "cubica". Potrei al limite accettare la vostra tesi, cari Terrapiattisti, se almeno dichiaraste che la Terra è piatta e quadrata, come uno di quei famosi piatti da cucina neri dell'IKEA. Potrebbe essere un compromesso accettabile. Ma sul Quadratismo della Terra non accetto contraddittori.

Come tutti voi saprete, l'incontrovertibile verità della Terra Quadrata viene nascosta ai suoi abitanti oramai da secoli, abbinata a tutta una serie di menzogne astronomiche frutto di complotti capillari e ben orchestrati. Uno di questi riguarda la cosiddetta "Luna". Sulla rotondità della luna non possono esistere dubbi, dato che tutti noi la vediamo in cielo ogni sera, mirabile esempio di geometria cosmica che fa girare un cerchio attorno a un cubo. Ma la Luna, lei sì, è in realtà piatta. Non esiste nessuna "faccia nascosta"; nascondersi la faccia ammodino dovrebbero casomai farlo tutti coloro che hanno portato avanti, e continuano a diffondere, questa falsità.

Con gli amici Terrapiattisti, ai quali raccomanderei di trasformarsi all'istante (già da ora che sono a congresso a Palermo) in Lunapiattisti e di incamminarsi assieme a me sui quadrati destini del Pianeta, posso certamente condividere alcune appurate tesi complottistiche. Sono certamente d'accordo sul fatto che essersi fidati di un pisano, tale Galileo Galilei, sia stato un errore storico di cui ancora paghiamo le conseguenze; i lodevoli tentativi di Santa Madre Chiesa Cattolica & Apostolica di metterlo a tacere non hanno purtroppo sortito gli effetti sperati. Godevano, egli e quel suo sodale polacco che osò mettere in dubbio che il Sole girasse intorno alla Terra (Quadrata), di appoggi potentissimi, in grado di sconfiggere anche il Magistero della Chiesa; appoggi che si sono perpetuati nei secoli.

Da Copernico a George Soros, dal misterioso complotto Antiquadratista perpetrato da miriadi di pseudoscienziati, da una Chiesa oramai appiattita (ebbene sì!) sulle posizioni mainstream alla bieca senzadìo Margherita Hack, la Verità che viviamo sulla superficie di un cubo è stata sapientemente celata; ma è ora che, finalmente, essa torni alla luce di quel Sole che, piatto anch'esso, gira attorno al nostro perfetto Cubo.

Ora mi direte senz'altro, cari Terrapiattisti, che non avrei che da fare una cosa sola; perché lanciare questo decisivo manifesto del Terraquadratismo da un blog of the cabbage, che nessuno lo legge? Perché non ti fai la tua bella pagina Facebook, "La Terra è Quadrata!" (The Earth is Square!), entrando nel màgico mondo degli eventi, delle Amicìzzie, delle taggate, delle condivisioni e dei gruppi? Potresti così essere del tutto certo che, in men che non si dica, troveresti una marea di imbecilli che ti seguono a livello planetario, senza naturalmente calcolare tutti gli altri social che verrebbero investiti di riflesso. Dopo un po' parlerebbe di te anche "Repubblica" e ti farebbe scrivere gli articoli contro dai massimi scienziati italiani; diventeresti un fenomeno mondiale. Altro che blogghino!

Eh sì, lo so. Ma, debbo dirlo, io ho un temperamento fondamentalmente romantico. Mi piace poter pensare che la Verità della Terra Quadrata nasca (o rinasca) proprio da questo luogo sperduto nella Bloggosfera (la quale, va da sé, è anch'essa rigorosamente quadrata: la dittatura della Sfera ha invaso tutto!). Che la Verità si propaghi quindi goccia a goccia, poco a poco, per tramite di accessi casuali, di ricerche Google che da impostazioni tipo "scambio mogli mariti cuckold" o "risultati cricket India-Pakistan 1976" portano fino a qua (è successo!), di cosmica confusione come preconizzata dal saggio Eraclito.

Esiste, inoltre e purtroppo, il rischio che, sui predetti Social, qualcuno ci abbia già pensato; e che, in realtà, la Verità della Terra Quadrata già circoli abbondantemente. Insomma, come si suol dire, che io, col mio blogghino, sia in realtà arrivato èsimo. Se ne venissi a conoscenza, sappiate comunque che non demorderò. Andrò avanti, in tale caso, con un'altra possibilissima Verità: la Terra è Triangolare. E anche qui ci avrei le prove: il triangolo, come del resto lo stesso numero 3, non è da sempre simbolo della perfezione celeste? E la Santa Trinità? E lo chiamavano Trinità? E Trinitàpoli? E il Ponte a Santa Trìnita? Tutti simboli che non possono che riferirsi ad una sola cosa.


Ma anche qui, nel Quadrato Universo dei Social, potrebbe darsi che qualcuno ci abbia già pensato. Non resterebbe che attenersi alle fotografie della NASA, la quale ha ripreso (con foto sconvolgenti, ovviamente tenute top secret da complotti orchestrati da Donald Trump, Mao Tse Tung, Ho Chi Minh, Paolo VI, Luther Blissett, Santa Teresa di Calcutta, Santa Teresa di Gallura, Fabrizio Corona e dallo staff del Game of Thrones), la vera e indubitabile forma del nostro Pianeta, la quale fotografa al tempo stesso anche tutto quanto l'Universo dei Social Media :



Ma la Terra è quadrata, e comincia da qui il suo viaggio; sarà lungo e non ne vedrò la fine. Non gusterò il trionfo. A voi, oggi 13 maggio 2019, consegno questo Manifesto, che un giorno sarà Storia. Un felice giorno ci renderemo tutti, finalmente, conto di aver vissuto e di vivere su un Cubo, e qui vi lascio.


martedì 7 maggio 2019

It was the seventh of May, on the election day




Francesco (Franco) Serantini was born in Cagliari on Sardinia on 16th July 1951 and abandoned at birth. He was given both his names by an official of a literary bent or a priest or policeman who had seen in the paper recently mention of the Romagnol writer of the same name, an author of picturesque novels, one of which was I Bastardi.

He was adopted at the age of two by a childless couple. After the death of the adoptive mother he went to live with his maternal grandparents at Campobello di Licata. At the age of 9, he was transferred to an institution in Cagliari.

In 1968 he was sent to the Institute for the Observation of Minors and from there to the Pietro Thouar reformatory of Pisa which had an open regime, where he had to eat and sleep in the institution. He went on to attend a school of business accounting in Pisa. Student life opened him up to new and radical ideas and he began to take an interest in the youth organizations of the Communists and Socialists, before joining the leftist group Lotta Continua and finally arriving at anarchism and activity in the Giuseppe Pinelli anarchist group which had its centre in via San Martino in autumn 1971.

At that time in 1968, Pisa, with Trent and Turin, was one of the centres of student radicalism.

Franco was intensely active in the various political activities of the period, including the Red Market in the working class neighbourhood of Cep, where fruit and vegetables were sold at low prices to the poor, in various anti-fascist activities, and in the campaigns for the liberation of framed anarchist Pietro Valpreda.

On the 5 May 1972 he took part in the anti-fascist demonstration called by Lotta Continua against the meeting of Giuseppe Niccolai of the fascist party MSI. The demonstration was attacked by the police. Franco found himself surrounded by a group of mobile police of the 3rd and 4th platoons of the 3rd Company of the Ist Raggruppamento Celere di Roma and was severely beaten.

From there he was taken to the police barracks and then on to the Don Bosco prison. There he was interrogated and beaten again. The examining judge, the jailers and the prison doctors did not regard his injuries as serious.

After two days of agony he was found in a coma on 7th May and transferred to the prison clinic where he died at 9.45am.

The afternoon of the same day the prison authorities tried to obtain the quick burial of Franco. The court turned this down, whilst news of Franco’s death spread through Pisa. Luciano Della Mea, an anti-fascist militant, together with the lawyer Massei, asked for the body to be delivered up.

After the autopsy, the lawyer Giovanni Sorbi emerged and announced that he had been traumatised by what he saw. The chest, shoulders, arms and head of Franco were covered in blood, and not an inch of his body had been left untouched. Franco’s funeral on the 9th May saw a huge demonstration. The veteran anarchist Cafiero Ciuti gave a speech at the graveyard, followed by a Lotta Continua militant and a member of the Durruti anarchist group of Florence (Cinti was a retired railway worker, an Ardito del popolo in 1921, sacked by the fascists in 1924). The old anarchist song Sons of the Factories was sung at the graveside.

On 13th May a huge demonstration called by Lotta Continua took place. Gianni Landi spoke for the anarchists and Adriano Sofri for Lotta Continua. The demonstration finished at the last residence of Franco before his death and a plaque was put up there.

Demonstrations took place regularly in memory of Franco every year. In Turin a school was named after him, and in 1982 the San Silvestro square in Pisa was renamed Piazza Franco Serantini with a monument donated by the marble workers of Carrara.

All attempts to bring the police officers to justice ground to a halt in the courts. Despite this, the campaigning of the anarchist movement and Lotta Continua kept the murder of Serantini in the public eye. The Justice for Franco Serantini Committees, the ballad Ballata per Franco Serantini by Piero Nissim, and the book on Serantini’s life by Corrado Stajano made sure that Franco’s memory was not forgotten.





THE BALLAD OF FRANCO SERANTINI
La ballata di Franco Serantini
Written by Piero Nissim
Rewritten in English by Riccardo Venturi, May 7, 2019.

It was the seventh of May, on the election day,
The first results, as you see, are coming from the jails.
There was a comrade who lay there dead
And he was only twenty years old.
There was a comrade who lay there dead
And he was only twenty years old.


A meeting was scheduled with fascist Niccolai,
Franco and his comrades resolv'd to bar him the way:
“We have to stop him, happen what may,
That filthy fascist mustn't speak today.”
We have to stop him, happen what may,
That filthy fascist mustn't speak today.”


Franco was caught by the cops on Gambarcorti quay,
Those serfs of the State beat him until he lay.
“And now, you fuckin' reds finally understand
That you can die if you against us stand!”
And now, you fuckin' red finally understand
That you can die if you against us stand!”.


And later, left to the mercy of Zanca and Ballardo,
Franco was beaten again by the cops and the wardens:
“I already warn'd you six months ago”,
Zanca says beating him without pity.
“I already warn'd you six month ago”,
Zanca says beating him without pity.


Franco lies alone in jail, now he feels he is dying
When an attorney comes to the cell where he's lying.
He then asks Franco: “What brought you there?”
“The idea of freedom; that's why I'm dying here.”
He then asks Franco: “What brought you there?”
“The idea of freedom; that's why I'm dying here.”


They suddenly hurry up, you're dangerous even dead,
An operation's launched to bury you with speed.
“He's only an orphan, let's get rid of him,
Nobody will come and reclaim his body.”
”He's only an orphan, let's get rid of him,
Nobody will come and reclaim his body.”


But all your hopes crashed, all your tricks were in vain.
The day Franco was buried, three thousand comrades say:
“Here's our will, here's our promise
That our struggle will never cease.” 
Here's our will, here's our promise
That our struggle will never cease.”


It was the seventh of May, on the election day,
The first results, as you see, are coming from the jails.
There was a comrade who lay there dead
And he was only twenty years old.
There was a comrade who lay there dead,
Dead for our freedom; his light will spread.

lunedì 6 maggio 2019

Quale futuro per l'Anarchia?


Johann Baptist Theobald Schmitt, Ziereremit in Flottbeck bei Hamburg, XVIII Jhr.
A chi non è mai successo di sentirsi dare dell'anarchico da salotto, o da tastiera, o tutte e due le cose assieme? A dire il vero, lamentandosi attualmente la progressiva scomparsa dei salotti anche nelle comuni abitazioni (la "sala buona" era un'istituzione anche nelle modeste case piccoloborghesi), l'anarchico da tastiera ha preso il sopravvento, trasformando casomai in salotto la propria pagina facebook dove, come un'ottima padrona di casa, accoglie e intrattiene benevolmente gli ospiti e caccia via con fermezza i disturbatori e gli indesiderati; ma non è questo l'argomento di questo trattatello propositivo cui ho dato, lo riconosco, un titolo un po' impegnativo.

Lo spunto è una conversazione tenuta poche sere fa con un giovane anarchico di una trentina d'anni circa, F.T., in uno di quegli spazi sociali autogestiti che, nelle nostre città, vivono oramai una vita sempre più grama e precaria, sotto costante minaccia di sgombero e chiusura, e che purtuttavia tentano ancora di non cedere. Ribadisco: non cedere, che è una cosa sottilmente differente dal "resistere". Non cedere in mezzo ad un oceano di problemi di natura ideale e pratica sui quali non sto a disquisire, ma che chiunque si sia trovato a frequentare tali luoghi sia per una militanza, sia per una semplice presenza più o meno saltuaria, ben conosce. 

Seduti su un divano sgangherato in quello spazio sociale, mentre in una sala imperversava un interessante convegno d'argomento storico, nella cucina improvvisata si preparava un pentolone di pasta al sugo ed all'esterno provenivano voci, confusioni, musiche etniche e balli di ragazzotti e ragazzotte che riproponevano simpaticamente l'abbigliamento di Pippi Calzelunghe, io e F.T. discutevamo appunto su un possibile futuro dell'Anarchia. O meglio, su dei possibili futuri. F.T. è un ragazzo che ha, merce rarissima, due doni: quello dell'intelligenza e quello dell'ironia. E' uno dei frequentatori e, oserei dire, dei gestori (si dice così?) di quello spazio sociale occupato & sgomberando in cui la discussione ha avuto luogo. Da quella discussione è venuta fuori un'interessante proposta che, in realtà, riguardava precipuamente quelle realtà agricole e di produzione diretta che, ispirandosi a valori ideali quali l'autogestione diretta, l'agricoltura slegata dal mercato e dal padronato (la "terra senza padroni", per intendersi) e il totale rispetto dell'ambiente e dei cicli naturali.

Nei dintorni della nostra città esiste da anni una realtà del genere, che non nominerò ma il cui nome comincia per "M". Naturalmente, tale realtà, che ha ottenuto una certa fama e che è stata presa non di rado a modello, è sotto costante pericolo di essere sgomberata ed eliminata. Se per le altre realtà cittadine si discuteva su cosa ne sarebbe stato dopo (l'occupazione trasfomata in museino d'arte moderna o in comando distaccato di vigili urbani, il centro sociale restituito all'edilizia scolastica, lo squat riadattato ad appartamentini di prestigio, ecc.), per la fattoria occupata -dicevamo F.T. ed io- non sarebbe potuta divenire, una volta sgomberata a forza (in vendita lo è già da tempo, anche se le aste vanno regolarmente deserte), che un'assai scenografico agriturismo di lusso, un resort nelle campagne toscane, un luogo di ristoro e di benessere per una clientela facoltosa e internazionale adatta -naturalmente- anche alle famiglie e con pacchetti di proposte differenziate: Tuscan Countryside Experience. Da qui è partita la mia proposta per uno dei possibili futuri per l'Anarchia che ha trovato, lo debbo dire, un'entusiastica accoglienza da parte del mio giovine interlocuture. Una proposta, sì, specifica per quel tipo di realtà, ma che -a pensarci bene- potrebbe trovare applicazioni più vaste per chi ancora si ostina dichiararsi e professarsi aderente all'Anarchia nelle sue più variegate (e sovente contrastanti) componenti e declinazioni.

La grotta dell'Eremita nel parco di Villa Barbarigo, Galzignano Terme (PD)
L'idea mi è venuta dopo aver letto, ed anche un po' approfondito, la storia degli Eremiti ornamentali (o Eremiti da giardino, inglese Garden Hermits, tedesco Schmuckeremiten o Ziereremiten) che, sembra, furoreggiarono nelle grandi tenute nobiliari europee, anche italiane, nel XVIII e nel XIX secolo. Chi erano gli Eremiti ornamentali? In sintesi, si trattava di persone ingaggiate per vivere appositamente, a scopo decorativo, in eremi costruiti all'interno dei grandi parchi delle ville nobiliari. Il compito degli Eremiti ornamentali "era quello di comparire in determinati periodi del giorno al fine di essere osservati dal padrone e dagli ospiti e, sebbene non potesse rivolgere la parola a nessuno, in alcune occasioni erano tenuti a intrattenere l'interlocutore con discorsi filosofici". L'ammiraglio scozzese Charles Hamilton (1747-1825) assunse, ad esempio, un eremita ornamentale per la sua tenuta con un regolare contratto: "[All'eremita] sarà fornita una Bibbia, occhiali ottici, una stuoia per i suoi piedi, un piolo per il suo cuscino, una clessidra per il segnatempo, l'acqua per la sua bevanda e il cibo della casa. Deve indossare una tunica color cammello e mai, in nessuna circostanza, deve tagliarsi capelli, barba o unghie, deviare oltre i limiti del terreno di Mr. Hamilton, o scambiare una sola parola con il servo." A dire il vero, dopo tre settimane l'eremita venne ritrovato briaco in un pub della zona. Da molti, gli Eremiti ornamentali sono considerati i diretti predecessori dei Nani da giardino; ma invito a leggere interamente l'interessantissimo articolo di Wikipedia.

Mi sono detto (e ho espresso chiaramente a F.T.): poiché il destino di tutti gli spazi sociali autogestiti (anarchici, antagonisti ecc.) è oramai segnato e si va verso la loro eliminazione, come potremo sopravvivere nella nostra antica e storica idealità? Potremmo allora proporci come Anarchici ornamentali, o Anarchici da giardino (inglese Garden Anarchists, tedesco Zieranarchisten) per le tenute-agriturismo di ogni consistenza (dal superlusso alla conduzione familiare) e/o per i parchi nobiliari e altoborghesi, con indubbi vantaggi. Sfruttando la solforosa fama degli Anarchici, potremmo costituire un'ottima attrattiva per una clientela in cerca sì di riposo e svago, ma anche di emozioni inaspettate e stimolanti: nel cuore di una natura rigogliosa e di strutture prestigiose e storiche, autentiche comuni anarchiche che farebbero rivivere tempi pericolosi e bui, ma altamente spettacolari.

Uno spazio ritagliato all'interno delle tenute e dei parchi, dove gruppi di Anarchici di ogni età offrono un programma di giornate o serate a tema, dando ovviamente la possibilità ai ricchi ospiti di partecipare. Dalla serata cospirativa, vestiti in modo iconografico (mantello nero, cappellaccio e bomba accesa in tasca) all'autentico convegno clandestino con fiocchi alla Lavallière, dalla "Giornata Ponte della Ghisolfa" con riproposizione dell'Anarchico buttato giù dal quarto piano della Questura (ad un'ospite a scelta potrebbe essere data la possibilità di interpretare San Luigi Calabresi) alla Vetrina dell'Editoria, dalla serata "Young Anarchists" per gli ospiti più giovani, che potrebbero così immergersi per qualche ora nell'autentica atmosfera di un vecchio centro sociale di periferia alla giornata-concerto coi canti tradizionali, dal Galeone a Addio a Lugano ma senza trascurare quelli più recenti (se ne continuano, pensate un po', a scrivere tutt'oggi). In occasioni particolari, una serata potrebbe prevedere un autentico attentato anarchico, con un ospite particolarmente desideroso di provare emozioni proibite lasciandosi immolare nei panni dell'odiato padrone (ciò che, magari, è sul serio). Il tutto in un ambiente sereno e rilassato, con gadgets per i più piccoli (copricellulare con la "A" cerchiata, magliette, astucci con bandiere rosse e nere e immagini di Bakunin ecc.). Naturalmente, Anarchici scelti per la loro provata competenza e affabilità sarebbero scelti come guide, introducendo gli ospiti al variegatissimo mondo ed alle componenti storiche ed attuali dell'Anarchismo; a tale riguardo, particolarmente graditi sarebbero dei Situazionisti, con il sogno di poter contare un giorno su Raoul Vaneigem in persona (che Iddio lo mantenga, visto che dovrebbe avere oramai un'ottantacinquina d'anni e rotti).

In tale modo, vivendo e operando da Anarchici Ornamentali, potremmo finalmente trovare luoghi dove espletare in santa pace la nostra attività senza incorrere in galere, ospedali e cimiteri; forniremmo un'immagine positiva ed attraente, tornando finalmente ad aumentare il nostro esiguo numero e, chissà, preparandoci al giorno (sicuramente lontano) in cui dai parchi, dagli agriturismi e dalle ville usciremo di nuovo fuori come una ciurma sì, ma un po' meno anemica. E quel giorno si smetterà di ornare. 




venerdì 3 maggio 2019

他妈的



Vaffanculo a Viterbo e provincia.

Vaffanculo ai palloni di ogni ordine e grado. Palla rotonda, palla ovale, palla prigioniera, pallacorda (compreso il giuramento), 'gnihosa. Salvo dal vaffanculo solo la mia povera palla "Super Tele" portata via dal vento da una spiaggia di Hydra, isola greca, nell'estate del 1990. Usualmente ci giocavo da solo.

Vaffanculo agli dèi di ogni ordine e grado, con l'unica eccezione di Proserpina / Persefone.

Vaffanculo a "Repubblica" e al suo antifascismo fascista.

Vaffanculo a Internet, ed è un vaffanculo cosmico, intersiderale, che si estende fino al Bar ai confini dell'Universo. La risposta è 42.

Vaffanculo al lavoro, ai fautori del lavoro, alle sue nobilitazioni. Les aristocrates à la lanterne!

Vaffanculo ai governi, ai ballottaggi, alle elezioni e, tanto che ci siamo, alla majala di su' ma'.

Vaffanculo al rap, al trap, al crap, al brap e al papa.

Vaffanculo a Don Ciotti.

Vaffanculo ai ricordi dei vent'anni.

Vaffanculo al Trono di Spade, al Game of Thrones e a tutto il virtuale di questa ceppa di minchia.

Vaffanculo alla Δημοκρατία.

Vaffanculo a una cosa che ho scritto e che ho subito cancellato, ma vuoi mettere l'effimero piacere di vederla scritta in pubblico anche se solo per due picosecondi.

Vaffanculo, e mi scuso con il culo per l'indebita utilizzazione in un caso del genere, a Maria Giovanna Maglie.

Vaffanculo agli Angeli.

Vaffanculo ai cuochi, agli stilisti e alle archistar.

Vaffanculo, infine, al sig. Mestesso. E' esercizio sempre utile mandarsi finalemente affanculo da soli; implica la presa di coscienza definitiva di non essere estraneo al flusso dell'essere divenuto e del divenire, un'infuturazione dell'io cosciente nel magma psicocosmico del pappappèro.

Il vaffanculo più sentito è, naturalmente, alla filosofia intera con l'unica eccezione, commossa, dell'oscuro Eraclito.

Vaffanculo alla vita, la quale è, altrettanto naturalmente, unica e meravigliosa.

A domani, doman l'altro, e chi lo sa.

mercoledì 17 aprile 2019

Un'enorme marmellata bianca



Si chiamava Alessandro Di Meo. Era un grandissimo poeta, di Benevento. Aveva fatto l'occupazione delle terre, era venuto a Milano. L'ho conosciuto in Mondadori, insieme facevamo le correzioni e le revisioni. A un certo punto, lui non aveva una casa. Io avevo una casa popolare che mi faceva cagare, cioè non mi piaceva proprio per niente. A me piaceva stare in Brera, giocare a carte, eccetera, gli ho detto, senti queste sono le chiavi, pigliati la casa. Lui aveva scritto un libro. Aveva scritto un libro e lo aveva portato a Feltrinelli, e Feltrinelli gli aveva detto: sì, prima o poi te lo pubblico. E lui su questa speranza aveva messo su tutta la vita. Tutta. E un giorno arriva lì al bar Giamaica, a Milano, che era il bar degli artisti, eh, e dice: Feltrinelli mi ha detto che non lo può pubblicare, i fascisti non vogliono. E abbiamo capito che non stava bene, cominciava a non stare bene. E allora lo abbiamo portato al Paolo Pini, è uscito dopo ventinove giorni perché sennò diventava cronico, e io volevo capire cosa cavolo era successo. Abbiamo dovuto riportarlo dentro. E siamo ritornati dopo altri ventinove giorni. Dopo lui s'è spiegato, e purtroppo la sua spiegazione è stata fatale, perché Alessandro Di Meo poi, grandissimo poeta sconosciuto, grande lottatore per la terra, di Benevento, è morto. Ma più o meno si era spiegato così. Vi dico la verità, io non ho mai saputo chi fosse l'uomo bianco. Ogni tanto me lo chiedevo e mi dicevo: ma fai un po' te, che ne so, sarà...che cazzo ne so, Wallace, il governatore dell'Alabama, un bel bianco. Il papa, un bel bianco anche lui, ogni tanto... Oggi ho capito che cos'è il bianco. Oggi ho capito: non è Berlusconi, no. Troppo facile. Troppo comodo. È l'insieme delle informazioni, delle televisioni, di tutto quello che ci puppiamo sette, otto ore al giorno compresi i nostri figli, che fa dei nostri cervelli un'enorme marmellata bianca.” 

Ivan Della Mea, Genova, 29 agosto 2004.


martedì 16 aprile 2019

A proposito dell'incendio di una cartolina, di Serge Quadruppani


Traduco in italiano (con il suo permesso) il seguente articolo di Serge Quadruppani apparso sul suo blog Les contrées magnifiques oggi 16 aprile 2019.

È noto che la guglia che è bruciata e il gargoyle che è caduto sono invenzioni di Viollet-le-Duc, e che, in generale, la Cattedrale icona della Parigi turistica deve a questo architetto, amico di Prosper Mérimée, la parte essenziale dell'aspetto che ha avuto fino ad oggi. Questo Medioevo che ha emozionato così tanti contemporanei è quindi una ricostituzione dipesa dalla storiografia e dall'estetica della seconda metà del XIX secolo. Entrambe hanno poi subito seri attacchi critici, ma si è verificato un altro fenomeno: la patrimonializzazione degli edifici antichi, che ha definitivamente fissato nella forma conosciuta Notre-Dame e tutti gli altri monumenti reinterpretati da quel gran mitomane di Viollet-le-Duc (dal Mont Saint Michel ai bastioni di Carcassonne). Fino al XIX secolo non dava affatto fastidio distruggere e ricostruire. La Roma medievale e barocca, quella sia delle catapecchie che dei palazzi, è stata costruita con le pietre e con i pezzi di sculture della Roma antica. La possibilità di reperirli negli edifici odierni è, del resto, una delle meravigliose attrattive della Roma moderna. Tornando a Notre-Dame, non più tardi del 1972 veniva smontata la guglia precedente, che serviva da campanile, e che Viollet-le-Duc aveva rimpiazzato con un semplice ornamento sistemato altrove. Il cambio d'atteggiamento nei confronti dei monumenti è largamente dovuto al fiorire del romanticismo, che è stato una reazione alla modernità industriale. Mi è caro il gusto che tale movimento estetico internazionale aveva per la nostalgia: in quanto sentimento che la vera bellezza e la vera vita sono altrove, la nostalgia è un sentimento prezioso che nutre sia la poesia che la passione rivoluzionaria. Poiché la civiltà industriale è in grado di ricuperare ogni cosa, è paradossale che, in fin dei conti, il romanticismo abbia contribuito a trasformare il fascino del passato -con tutta la rimessa in causa del presente che comporta- nell'eterno presente della merce.

Ho vissuto quarant'anni a Parigi, e in quarant'anni non sarò entrato che una volte o due nella cattedrale, per accompagnare qualche parente in visita turistica. È fuori di dubbio che mi sarò perso qualche bel momento emozionante, ma per questo sarebbe occorso farcela a destreggiarmi tra gli orari di punta, dato che la contemplazione solitaria e mistica alla Claudel dietro il suo pilastro era oramai un sacro graal difficilmente raggiungibile. Però mi piaceva prenderla alle spalle, Notre-Dame, col suo bel giardino e la sua gonnella di pizzo, per uno di quei tragitti (nella fattispecie isola di San Luigi-Lungosenna-rue de Savoie, per far visita alla mia casa editrice di sempre) che mi hanno fatto sentire a casa mia a Parigi. E amavo la sagoma di nave incagliata che dava all'isola che porta il suo nome. In breve: il pensiero che Notre-Dame sia bruciata non mi lascia indifferente. Ma questo non impedisce di riflettere su quel che sia l'autenticità (le grotte di Lascaux 2 e 3 sono meno belle della grotta di Lascaux chiusa al pubblico? La Cappella Sistina restaurata è più autentica di quella che il tempo e la sporcizia stavano cancellando?) e di criticare ciò che dà forma e formato allo sguardo moderno, e la nostra pretesa di bloccare lo scorrere del tempo. Non impedisce neppure di ridacchiare tristemente dinanzi al malsano riutilizzo dell'avvenimento da parte degli oligarchi e del loro mandatario dell'Eliseo.

Sono rimasto inorridito dalla distruzione di una parte della Palmira che avevo tanto amato, non tanto per attaccamento alle vecchie pietre e alla loro sagoma nel cielo del deserto, quanto per l'odio verso un passato che non sia il proprio, e che Daesh sbatteva in faccia al mondo. Sono altrettanto disgustato dalla dittatura del dolore mediatizzato e utilizzato a fini politici. E percepisco anche il trionfo di un presente che aborro, sotto forma di appropriazione di un passato trasformato in scenario di selfies.

Ora che si sta finendo di costruire la Sagrada Familia, un monumento che ci guadagnava parecchio nel non essere finito, le questioni commerciali in gioco sono troppo forti perché si possa pensare, anche solo per un momento, che sarebbe stato assai più bello, dal punto di vista estetico e emozionale, lasciare Notre-Dame in rovina. Sicuramente la si ricostruirà com'era e dov'era, contribuendo così a darle un po' di più, sotto ogni aspetto critico, l'irrealtà di un'icona e la realtà di una cartolina.

Fumus identitatis




Alle ore 18.50 circa di ieri, 15 aprile 2019, è andata a fuoco la Cattedrale della Madonna di Parigi.

Circa venti minuti dopo, già un denso fumo di identità avvolgeva la cattedrale, più denso addirittura di quello fisico che si sprigionava dal tetto in legno e dalla guglia che bruciavano.

In pratica, non stava bruciando un'importantissima e antica chiesa cattolica, ma tutta una serie di identità concentriche, che partivano da quella parigina per arrivare in un istante prima a quella francese, e poi a quella europea e infine a quella mondiale, tout court.

Mentre ardeva tutto questo simbolo, avvolto dal fumo del legno, delle impalcature di restauro e delle identità, già serpeggiava in parecchi una certa qual delusione. Fin dal primo momento, infatti, si tendeva ad escludere un'origine dolosa ripiegando su un corto circuito, o comunque su qualcosa partita dal cantiere di restauro. Nessun attentato, nessuno stato islamico, nessun terrorista di qualsiasi genere che dà fuoco all'identità europea, ma un banale e normalissimo incidente. Vittorio Feltri era già pronto.

Una mezz'ora dopo, si ricordava come la cattedrale della Madonna di Parigi avesse già subito distruzioni nel corso della sua lunga storia. Particolarmente gettonata, perlomeno nei commenti televisivi e giornalistici dall'Italia, la devastazione che avrebbe subito nel 1871 da parte dai Comunardi, autentici mostri assetati di sangue che la avrebbero data alle fiamme e distrutta. Per la cronaca, i Comunardi si limitarono ad incendiare alcune panche e alcune sedie, senza fare praticamente nessun danno. Nel frattempo, i pii e devoti Versagliesi di Thiers erano impegnati a distruggere coscienziosamente tutto il resto di Parigi, facendo circa ventimila morti (e demolendo poi l'antica città per fare spazio, a scopi militari, ai boulevards). 

Qualche minuto dopo, sempre in mezzo a un densissimo fumo identitario che si spandeva oramai su tutta quest'Europa assediata dai corti circuiti, e mentre persino il presidente Macròn si sentiva bruciare assieme alla cattedrale, crollava la Flèche, la guglia, manufatto di 745 tonnellate assolutamente finto. Era stato realizzato nel 1860 dal famoso architetto Viollet Le-Duc, specializzato nel rifare ogni cosa più antica di prima. Era lo stesso, per fare un esempio, che aveva preso una cittadina di origine medievale completamente in rovina e semidisabitata nel sud della Francia, Carcassonne, e la aveva ricostruita come a quell'epoca si immaginava il Medioevo. Da allora, Il ne faut pas mourir sans avoir vu Carcassonne (la versione francese del “Vedi Napoli e poi mori”).

In mezzo a tutti questi fumi e crolli di guglie, poco dopo si cominciava a ricordare ogni 12 secondi che la cattedrale della Madonna di Parigi è il monumento più visitato del mondo. D'accordo il simbolo dell'Europa cristiana e l'identità, ma un'occhiata all'industria turistica deve comunque essere data. Cominciavano le previsioni sulla ricostruzione; un giornalista italiano residente a Parigi continuava a ripetere che sua figlia, una bambina di 9 anni, forse sarebbe potuta entrare di nuovo nella chiesa quando avrebbe avuto quarant'anni.

Poteva forse il fumo non avvolgere anche i gilets jaunes? Già un'ora dopo, mentre tutto continuava a bruciare, mentre l'Identità Europea era ferita a morte e mentre il presidente Macròn rimandava un'importante discours à la nation, si cominciava a ricordare che l'incendio della cattedrale interveniva proprio in un periodo in cui Parigi già vedeva distruzioni, devastazioni e ferite settimanali, a cura dei maledetti casseurs (e, come si può vedere nella foto, tra la folla che assisteva impietrita all'incendio c'era almeno un gilet giallo). I paragoni si facevano arditi: la devastazione della cattedrale da parte delle fiamme veniva paragonata senza mezzi termini a quella delle vetrine e dei negozi di lusso, in una “Parigi ferita nella sua bellezza”. Se ne potrebbe dedurre agevolmente che la cattedrale della Madonna di Parigi è assimilata pienamente a una vetrina o a un negozio di lusso sottoposto alla furia iconoclasta. Ritengo che tale assimilazione abbia fondamento; la funzione economica dei monumenti artistici non è, in effetti, affatto dissimile da quella del negozio di Prada o della gastronomia di lusso.

Parigi, 15 aprile 2019. Da un ponte, un Gilet Giallo contempla un vero e proprio incendio della Madonna, facendo finta di niente.

Ne fa fede il fatto che le prime enormi donazioni per la ricostruzione della cattedrale vengano annunciate due o tre ore dopo la prima scintilla, e proprio da parte di magnati del lusso. Il gruppo LVMH, di proprietà della famiglia Arnault (che controlla, tra gli altri, Fendi e Bvlgari), annuncia una donazione di 200 milioni di euro, seguita dall'altro magnate Pinault (si vede che tutti questi magnati francesi hanno cognomi in -ault), proprietario della Kering che controlla Gucci e Balenciaga, dona “solo” 100 milioni di euro (pidocchi!). Da segnalare che i fondi per il restauro della cattedrale, dopo che sembrava letteralmente cadere a pezzi, con le relative impalcature dalle quali pare essere partito l'incendio, ammontavano a dei miserrimi 6 milioni di euro. Una volta ricostruita, la cattedrale della Madonna di Parigi potrà quindi, e a buon diritto, essere trasformata in negozione di lusso; ci vedrei benissimo, verso il 2030 o giù di lì, una magnifica sfilata di moda identitaria e simbolica.

Occorre comunque segnalare l'ennesima figura di guano del presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, uno che -non nutro alcun dubbio al riguardo- fino a due minuti prima credeva fermamente che Notre Dame stesse sì a Paris, ma in Texas. Nel suo tweet, Trump invitava ad “agire immediatamente” facendo intervenire i Canadair sull'Île de la Cité. Must act quickly! Gli rispondevano alcuni pompieri, compreso il comandante dei Vigili del Fuoco di Roma, che i Canadair sono fatti per intervenire sui boschi in fiamme, non in mezzo a una città e su un edificio. Tanto sarebbe valso bombardare la cattedrale e abbatterla, perché l'effetto di tonnellate e tonnellate d'acqua sarebbe stato esattamente lo stesso (oltre a provocare un'inondazione sull'isola intera).

Passa la notte, e ci si accorge con sollievo che la struttura muraria della cattedrale sarebbe salva. Insomma, non è crollata ogni cosa come, ad un certo punto, si paventava. Possono quindi essere portate in salvo le mirabili opere d'arte presenti all'interno della cattedrale e, più che altro, le reliquie della tradizione cattolica, altro possente simbolo identitario.

Si salvano quindi la Sacra Corona di Spine, proprio lei, quella che i soldati romani misero sulla testa di Gesù Cristo in segno di scherno. Non è ovviamente mia intenzione aggiungere altro scherno a quello che dovette subire il Salvatore, ma ho il fondato sospetto che a quel povero cristo dovettero mettere sul capo non una corona, ma un rotolo di spine di una cinquantina di metri. Tra corone e singole spine, oltre a quella della cattedrale di Parigi, se ne trovano infatti ancora a Parigi (una porzione intera nella Sainte Chapelle), nella chiesa parrocchiale di Wevelgem (Belgio), nella cattedrale di San Vito a Praga (una sola spina), nel duomo di Treviri (la città natale di Carlo Marx), nel tempio della Santa Corona a Vicenza, nel duomo di Colonia, due spine nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, un'altra piccola parte nella chiesa di Santa Prassede sempre a Roma, un ramo spinoso intero negli Spedali Riuniti di Santa Chiara a Pisa, un frammento nella chiesa di Santa Maria Incoronata a Napoli, ancora una spina nella chiesa di San Michele a Gand (Belgio), l'ennesima spina nella cattedrale d Maria Santissima Assunta a Avellino, due spine nella cattedrale di Ariano Irpino (Avellino), una spina nella parrocchia di San Giovanni Bianco, un'altra spina ancora nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Vasto, una misera spina a testa nella cattedrale di Barcellona e in quella di Siviglia (mentre quella di Oviedo ne ha ben cinque!) e, infine, persino una spina al British Museum di Londra.

E' stato messo in salvo anche un chiodo della passione di Cristo, ma qui è meglio sorvolare. Se la corona di spine sembra un rotolo di cinquanta metri, coi chiodi della Passione sparsi per il mondo si potrebbe inchiodare, credo, una portaerei intera.

Alle ore 7.26 di stamani, come informa il Figaro, un deputato di estrema destra fiammingo ha comunque provato a mettere in relazione l'incendio della cattedrale della Madonna di Parigi con l'ISIS. I giornalisti (specie italiani) proseguono invece con gli arditi paragoni: da questo punto di vista, quasi inevitabile quello con l'11 settembre. “Parigi stamani sembra New York dopo l'attacco alle Torri Gemelle” (sentita coi miei orecchi, Rai News 24).

Il settimanale Charlie Hebdo, quello che tutti quanti jesuissavamo qualche tempo fa in nome della sacra libertà di espressione, non ha perso tempo pubblicando una vignetta in prima pagina che ha provocato già numerose e indignate polemiche (particolarmente in Italia, dove non si sono scordate le vignette irrispettose in occasione di terremoti, valanghe sui resort invernali, crolli di ponti ecc.).

(Macron): "Riforme. Comincio dalle impalcature!"

In Francia, almeno sei quotidiani su dieci escono stamani con il medesimo titolo basato su un gioco di parole: "Notre drame" ("il nostro dramma", aggiungendo una semplice "R" a "Notre Dame"). Tra di essi, Libération (come dubitarne?).

Lo storico dell'arte Philippe Daverio ha invece fatto presente che, certamente, alla conservazione ed al restauro dei monumenti artistici e architettonici potrebbe essere dedicata maggior cura, specialmente se così simbolici e altamente identitari come la cattedrale della Madonna di Parigi; maggior cura, e maggiori fondi -visto che, quando poi bruciano o vengono comunque danneggiati seriamente o distrutti, tutta Parigi, tutta la Francia, tutta Europa e tutto il Mondo piangono e si sentono privati di una parte di sé. Daverio ha fatto presente che, magari, con qualche cacciabombardiere in meno si sarebbe potuto ovviare.

Non vorrei, per concludere, far pensare che sono contento che la cattedrale di Parigi sia bruciata, magari a causa d'un cantiere, di una volgare impalcatura (su cui si leggono dei cartelli “Europe Échafaudages”, “Impalcature Europa”) come un capannone industriale qualsiasi, come un condominio riempito di immigrati, come una discarica di rifiuti. Disgraziatamente, la storia è piena di monumenti e altre bellissime cose andate in fiamme per i più svariati motivi. Sono bruciate città intere, e anche delle maggiori. Altre volte, invece, i monumenti e le città intere sono state rase al suolo da qualche guerra, che sembra essere, questa sì, la nostra vera identità. Coraggio, dunque; verrà rifatta anche Notre-Dame de Paris, verrà ricostruita una guglia più finta di quella precedente, Parigi riavrà il suo skyline e tutti vivremo più buoni e più felici, dando magari fuoco al campo Rom (e senza generose donazioni per ricostruirlo).

lunedì 15 aprile 2019

giovedì 28 marzo 2019

Familienkongress /1



Un tipo poco raccomandabile




Da tempo è risaputo che nutro un particolare hobby: quello dello sbirro fascinoso. Quando, zitto zitto, mi capita di diventare il capitano Riccardo Venturi dei RIS, compio mirabolanti e pericolosissime imprese e, of course, seduco belle donne. Ma ho anche dei lati parecchio oscuri. Per esempio, che Aldo Moro l'ho ammazzato io, quando ero brigantista, è fatto notissimo già da parecchi anni; ho avuto un'adolescenza assai inquieta e decisamente controversa (nel 1978 avevo quindici anni) e, se da un lato militavo già nella lotta armata di estrema sinistra, dall'altro non disdegnavo qualche capatina anche dall'altra parte, così per vedere che aria tirava e per farmi qualche giretto in treno.   

Lo deve aver saputo (non so come, ma avrà avuto le sue fonti), il sig. Paolo Mastri, che non ho il piacere di conoscere ma che saluto, che presso le edizioni Ianieri ha pubblicato un romanzo dove, finalmente, qualcuno si è deciso a svelare anche quelle mie avventure di enfant terrible. Il romanzo si intitola Tutto così in fretta, è uscito nel 2018 e, dalla presentazione, traggo questo breve e indicativo frammento:

" Mancano meno di otto ore al rapimento di Aldo Moro e all’uccisione dei cinque uomini della sua scorta il 16 marzo del 1978, quando il sostituto procuratore della Repubblica, Massimiliano Prati viene ucciso a Pescara sotto casa dell’amante Silvana Di Labio, vedova del costruttore più in vista della città. Testimone oculare del delitto è Roberto Tintori, il sarto della Pescara bene, da due mesi ingaggiato come informatore del Sisde sotto la pressione di un ricatto. Sul caso indaga il capitano Luise, il capo centro del servizio segreto interno, fino a quel momento alle prese con le indagini su un misterioso assalto all’armeria della Polizia ferroviaria (Polfer) di Pescara, dietro il quale si intuisce l’ombra di Riccardo Venturi, l’imprendibile terrorista nero implicato nella stagione delle stragi sui treni, custode del bottino della rapina di una banca di Parigi, che nel romanzo viene definita la rapina del secolo. "

Insomma, avete capito bene. Da ragazzo avevo giornate parecchio piene e quella del 16 marzo 1978 lo fu particolarmente. Verso le 1 di notte ero a Pescara ad ammazzare il sostituto procuratore della Repubblica Massimiliano Prati sotto casa della sua amante, nella mia versione nera & imprendibile (in effetti, ora che ci penso, non mi hanno proprio mai preso); espletata la bisogna, con una veloce fuoriserie compratami con i frutti della rapina in banca a Parigi -d'accordo, avevo 15 anni ma la sapevo già guidare e mica vorreste che mi preoccupassi della patente, con quel popo' di curriculum criminale che già avevo- correvo a Roma per trovarmi pronto all'appuntamento in via Fani. Mi toccò, ohimè, abbandonare la fuoriserie per una tremenda 128 familiare con una finta targa del Corpo Diplomatico, ma le esigenze del momento lo richiedevano. Il resto è Storia, anche se tuttora ignoro come sia potuta venire a saperlo la Bosco, la mia insegnante di matematica, materia nella quale ero una tragedia (con tutto quel che avevo da fare, lo capirete, trascuravo un po' lo studio; ma se avesse saputo la Bosco che cosa stava rischiando, rimandandomi regolarmente a settembre, ci avrebbe pensato due o tre volte).

Insomma, come dire: quando c'è di mezzo Riccardo Venturi, c'è poco da stare tranquilli. O ti arresta, o ti ammazza. Carabiniere dei RIS, efferato brigatista e imprendibile terrorista nero. Se ci sono di mezzo io, mai nessuno che decida di trasformarmi, che so io, in un placido curato di campagna, don Riccardo Venturi, impegnato nella cura delle anime di un tranquillo paesino della Valdichiana; o nel dott. Riccardo Venturi, eroico medico di frontiera stile vecchi romanzi di Cronin. Nulla da fare. Il mio destino è segnato, che sia sbirro o terrorista bipartisan

La mia sordida carriera terminerà, lo immagino, in una buia cella di galera in Sardegna dove, peraltro, mi sbatterò da solo in veste di carabiniere. Mi ritroverò senz'altro in compagnia di quell'altro col nome parecchio gettonato, chiedendogli come faccia a stare dentro dal 1916 o giù di lì. Esigeranno anche le mie scuse. Mi autoaccuserò di ogni cosa. Chiederò il perdono ai parenti delle mie vittime, il dott. Massimiliano Prati di Pescara, l'on. Aldo Moro, il sarto della Pescara bene (quello l'ho fatto sparire dopo), la prof. Bosco, tutti. Alla fine, chissà, me lo meriterò anche io un "Venturi giù la maschera" scritto da qualche giornalista di punta. Chissà. Sarà lo scorrere del tempo a mostrarci le prossime puntate