lunedì 21 gennaio 2019

La Francia strutta l'Afica



Repubblica Online, 21.01.2018, screenshot delle 17.17.
I casi sono due:
1) O siamo di fronte al capolavoro assoluto di un anonimo redattore;
2) O Di Maio e Er Dibba sono in possesso di clamorose notizie su torbide e indicibili pratiche sessuo-culinarie commesse dal governo francese.
Di Maio, con la sua espressione decisamente birichina, sembrerebbe confermare quest'ultima ipotesi.
Nel qual caso sarebbe opportuno non farlo sapere al sig. Ministro dell'Interno. 
Altrimenti ci si fa subito il selfie mentre la spalma su una fetta biscottata ITALIANA.
Almeno quella!


mercoledì 16 gennaio 2019

Bonnefoy




Qualcuno, in Rete, ha detto che lui non è secondino a nessuno. Qualcun altro, che finalmente hanno comprato pure a lui il costumino di carnevale per la pagliacciata di Ciampino (poi si 'ndìgnano se Cesare Battisti ci aveva il “ghigno”; ma dico, provate voialtri a non ghignare vedendo quei due con quelle facce e vestiti a bischero, anche se state per andare all'ergastolo). Al ministro Bonafede, dunque, hanno comprato la divisa della “Polizia Penitenziaria”; però cerco di immaginarmelo per un momento come vero secondino di qualche tempo fa, coi carcerati che gli avrebbero dovuto dare di “Superiore”. Oppure, ritrovarselo a fronteggiare la rivolta nel supercarcere di Trani, o di fronte a Pasquale Barra 'O Animale e a Vincenzo Andraous. Vabbè.

Disgraziatamente, col Photoshop o roba del genere sono più che un disastro; una cupa catastrofe, oserei dire. I miei tentativi di manipolare fotografie, sono sincero, fanno più ridere del ministro Bonafede in divisa da secondino. Non per questo voglio rinunciare ad alcune interessanti proposte per la prossima divisa sfoggiata dal Guardasigilli pentastellato; magari, chissà, qualcuno ben più bravo di me saprà metterci le mani. Oppure, meglio ancora, il ministro Bonafede ci si travestirà davvero. Stia quindi pur tranquillo: non reclamerò alcun copyright o diritto d'autore.

                1. Bonafede in divisa da Guardia Svizzera.

Nonostante l'aspetto del ministro non ricordi propriamente un pio giovanottone dei Quattro Cantoni originali, si tratta di una divisa assai originale e pittoresca che, non c'è da dubitarne, non sarebbe mai venuta in mente a Salvini. Resterebbe ovviamente da risolvere il problema dell'alabarda: nonostante l'antichità, si tratta comunque di un'arma rispettabile il cui eventuale maneggio da parte di Bonafede potrebbe seriamente danneggiare i presenti.

                  1. Bonafede in divisa da Paperinik.

Cade la notte, e il prode Bonafedik ingurgita due pillole car-can che lo rendono invincibile e che fanno dimenticare l'inetto e sfortunato Bonafede di tutti i giorni. A bordo della sua 313 Navigator volante garantisce da solo la sicurezza di Paperopoli e il deposito di zio Casalon de' Casaloni dagli attacchi della Banda Bassotti.

            1. Bonafede in divisa da Base Lunare Alpha (Spazio 1999)

1999: per una serie di incontrollate esplosioni nucleari, la Luna si stacca dall'orbita terrestre e inizia a vagare nello spazio. Nella base lunare Alpha, il ministro Bonafede (in visita ufficiale in vista della Moonexit), che si è compiaciuto di rivestirsi della divisa indossata da Martin Landau e Barbara Bain, assume in pieno la gravità del momento, fa un ultimo tweet sfoderando il migliore dei suoi sorrisi, mentre sulla base lunare tutti si mettono le mani nei capelli. Ci mancava pure questa!

                  1. Bonafede in divisa del Palermo.

Nonostante i particolari colori dell'Unione Sportiva “Città di Palermo”, è indubbio che il rosa-nero doni a Bonafede (siciliano di nascita, tra l'altro) un che di simpaticamente civettuolo che lo rende così gradito al pòpolo. Nessuna possibilità, del resto, di indossare la divisa del Milan (riservata a Salvini). Però Salvini, come si può vedere, ci aveva già pensato...

                  1. Bonafede in divisa da Ispettore Varga.

Salvini non potrà mai aspirare a comparire negli enigmi polizieschi della Settimana Enigmistica: la celebre e misteriosa rivista, come è noto, non accetta pubblicità nelle sue pagine, e non potrebbe quindi ospitare Nutelle, sughi Star e quant'altro. Bonafede ha qui la scelta di poter comparire sia nella classica divisa dell'ispettore con il cappello e la cravattona, sia da poliziotto d'altri tempi con la bandoliera e il berretto con la “P”. Il tutto vagamente sudamericano, in omaggio all'amico Bolsonaro.

martedì 15 gennaio 2019

Bologna che sa stare in piedi (cit.)



Bologna, piazza Verdi, mattina del 15 gennaio 2019.

Ovviamente insorgono tutta una serie di personaggi che allignano anche nell'antica Felsina, e che non è necessario nominare per non far impennare lo squallòmetro. Tra di essi, comunque, si distacca tale Bergonzoni Lucia, leghista, nonché -dice- "sottosegretaria ai beni e alle attività culturali" nel governo grilloverde.

Commentando, afferma la tizia: "Li metterei a fare compagnia a Cesare Battisti. Vedrai poi come studiano i fatti e smettono di scrivere cavolate". Ecco, studiare i fatti. Sentire una come questa Bergonzona, sottosegretaria alla cultura, una che dichiara quasi orgogliosa di non aver letto nemmeno un libro per tre anni, dire ad altri di "studiare", è uno degli squisiti paradossi di questo tempo.

Vada piuttosto a imbergonzonàrsi di Nutellona e di sugaglia come il suo capetto panzone, e non si occupi di cose che non le competono. 

lunedì 14 gennaio 2019

Non è primavera




In questi giorni del mese di gennaio Cesare Battisti è di nuovo prigioniero, mentre vent'anni fa, nella bottiglia d'orzata, moriva per la prima volta Fabrizio De André.

Poi, è andata a finire che De André è morto e rimorto, quasi quotidianamente. Nella normalizzazione che ne è stata fatta. Nei monumenti, nelle strade e nelle piazze che gli sono state dedicate, quasi altrettante che a Cesare Battisti (quello impiccato nel 1916 a Trento). Nella sua costante e capillare neutralizzazione come una sorta di poeta nazionale, quando era ed è stato quanto di meno “nazionale” si possa immaginare (la qualifica di “poeta”, così tanto amata quanto vuota, non mi interessa). Nella rassicurante imposizione che è stata diffusa: deve piacere a tutti, bovinamente e in quanto tale. Nella sua pressoché sacralizzazione. In origine, quando si veniva dichiarati sacri (sacer esto, “sia fatto sacro”, si leggeva nelle Leggi delle XII Tavole dell'antichità romana) significava essere messo a morte in sacrificio a un qualche dio, in esecuzione di una ben precisa condanna.

In queste ore sta girando, in una serie di ghetti della “grande Rete” (siti, blog, pagine Facebook...), un'immagine, quella che si vede sotto il titolo (che riprendo dalla Militant). Un giovane Cesare Battisti dietro alle sbarre, e dei versi di Fabrizio De André (da “Nella mia ora di libertà”, album Storia di un Impiegato, 1973). Nulla da dire sull'immagine; qualcuno la avrà materialmente prodotta, ma sono certo che sarà venuta in mente a chiunque condivida, in tutte le diversità, gli amori e gli odi possibili e immaginabili, uno straccio di percorso, un brandello di storia, un grido di ribellione strozzato nella repressione, nella standardizzazione, e sovente nella solitudine e in destini più o meno ridicoli.

Per questo parlo di ghetti. Ghetti personali, ghetti di piccole organizzazioni, ghetti di singoli frequentati da altri singoli sparsi, ghetti di qualsiasi genere che la “Rete” ha fabbricato a migliaia e migliaia, e che non di rado vengono chiamati “oasi”. Un'oasi, come si sa, è circondata dal deserto. Si tratta, appunto, di una perfetta desertificazione. Anche questo blog, per quello che possa valere, è un ghetto dove, da stamani, gira conseguentemente l'immagine di Cesare Battisti coi versi di De André. Ci girerà, tra un po', anche un grido di libertà scritto perbene, in tutte maiuscole come da prassi o da consuetudine.

C'è una sola cosa con la quale non mi riesce proprio essere d'accordo: la primavera. Tante le grinte, le ghigne i musi, ma non c'è, purtroppo, nulla da spiegare. Non è primavera. Occorrerebbe, forse, spiegare bene che è un lungo e duro inverno di cui non si vede la fine. Un inverno che può avere anche i trentadue gradi di Santa Cruz de la Sierra, Bolivia. Un inverno che si twitta e si fa i selfie. Un inverno che ha mille e mille facce, grinte, ghigne, musi; e non solo quelle che, più o meno, ci si aspettano. Non ha solo la faccia di Salvini, di Trump, di Bolsonaro, di questo o quel fascista. Ha anche la faccia di Evo Morales. Ha la faccia dei queruli pennaioli e tastieranti di “Repubblica” che infilano tra gli articoli le tiratine sulla “libertà di stampa”, sulla “scomodità” e sulle “fake news”, quando la menzogna informativa e servile è oramai generalizzata ed eletta a necessario sistema. Ha la faccia di tutti gli zombies chini sui telefonini -che, tra le altre cose, a parecchi servono pure per accedere ai propri ghetti e a diffondere le immagini di Cesare Battisti, di De André e del gattino miao, gli appelli, i filmini raccapriccianti, edificanti, divertenti, interrogativi. Le verità rivoluzionarie e le morali. Gli insulti e le “condivisioni”. Non c'è mai stata un'epoca come questa, quando si “condivide” ogni cosa e non esiste più nemmeno un milligrammo di solidarietà, di empatia, di assunzione reale di ciò che si dice e si fa.

Per questo, o anche per questo, è inverno pieno. E' inverno quando ti propinano che l'accanimento su Cesare Battisti non sarebbe “vendetta, ma giustizia” (ancora una volta, farina del sacco di “Repubblica”, come dubitarne). No, no, è proprio vendetta, vendetta cieca e assai mirata. Capillare e ben al di là di Cesare Battisti e delle sue vicende. Dietro a quelle sbarre, quelle dell'immagine, non deve stare soltanto lui; ci deve stare chiunque abbia, nei modi più disparati possibili, condiviso realmente qualcosa, che abbia o meno impugnato le armi per un periodo della sua vita in una guerra che ha avuto dei vincitori e dei vinti. Gli appelli a “liberare gli anni '70”, così come si legge in queste ore, sono giocoforza destinati a cadere nel vuoto. Al massimo, a girare tra i luoghi dove già girano da tempo, vale a dire nei ghetti fisici e virtuali (che, oramai, si confondono appieno). Prova ne sia che qualsiasi tentativo di parlarne, con la presenza o meno di qualche “protagonista” (o deuteragonista, o tritagonista, o nullagonista), viene stroncato e delegittimato a colpi di grancassa mediatica, “social” e poliziesca (a tutti coloro che si sono infilati a orgasmico capofitto nei “social” mi premerebbe ricordare la primaria funzione di controllo e di polizia che hanno, specie quando ripetono come automi “dipende dall'uso che se ne fa”).

L'inverno consiste nel fatto di non avere, attualmente, nessun'altra possibilità che esporsi con dei mezzi che permettono un controllo e una repressione immediata e capillare. Secondo quanto si legge, persino Cesare Battisti è stato beccato mentre cercava un wi-fi per le strade di Santa Cruz. E probabilmente, ciò è avvenuto perché attualmente, in una fuga, non si hanno altri mezzi per cercare in qualche modo di sfuggire: uscire da un luogo più o meno sicuro per cercare di mettersi in contatto con qualcuno che ti aiuti e ti sostenga. Si tratta di un'impasse nella quale ci troviamo tutti, attualmente, anche chi non è certamente costretto a fuggire e a nascondersi. Anche chi non è braccato da uno Stato, dall'Interpol, dai fascisti mediatici e dal “popolo”. Anche chi non ha mai toccato un'arma in vita sua. Anche chi desidererebbe esprimere un semplice pensiero, un'idea, una proposta che vada contro a ciò che, oramai, non si può più nemmeno definire “maggioranza”: è, realmente, una massa planetaria ben plasmata e felicemente intrappolata in dèi, legalità, telefonini, sport, cuochi, vittime, ammòre, fiction e razzismi.

E' inverno, e occorre andare a spiegarlo in modo a mio parere assai brutale e chiaro, perché la primavera è morta. Cinguettiamo come uccellini, ma coi “tweet” e coi cinguettii di Whatsapp. Per il resto siamo pienamente in gabbia, e non cantiamo per amore, ma per rabbia. Liberare gli anni '70? Bisognerebbe liberare la Storia, tutta quanta, e invece ce la facciamo raccontare in TV da Paolo Mieli, mi scappa da ridere. “Assaltare il cielo”, come si legge sulla Militant? Dai ghetti si assalta poco o punto, i ghetti sono fatti di mura, di chiusura, di ingressi rigidamente controllati a chi vuole entrarvi, e di uscite impossibili per chi è dentro. Viviamo quindi tranquilli e beati nei nostri ghetti, nel blogghino, nella paginetta Facebook, in qualche “spazio libero” che tanto fra due o tre giorni verrà chiuso e sgomberato con tante belle denunce fresche fresche, nella stanzetta o nella baracca, nell'oasi e nell'illusione di sfuggire. Stiamo anche noialtri cercando un wi-fi. Fra poco ci estradano. In quel Cesare Battisti dietro alle sbarre ci siamo tutti, in dei casi senza nemmeno rendercente conto. In altri casi, sotto sotto forse nemmeno del tutto scontenti perché di “compagni” che ho sentito dire che “se l'è andata a cercare” ne ho sentiti più di uno.

CESARE BATTISTI LIBERO! 
LIBERIAMO GLI ANNI '70.



domenica 13 gennaio 2019

sabato 12 gennaio 2019

giovedì 10 gennaio 2019

Compagno Baglioni, presente!!!....


Elisa e Matteo ai tempi felici, affettando salamini ITALIANI.

E tu come stai 2.0
Ho girato e rigirato
Senza sapere dove migrare,
E me so' fatto pane e Nutella
E mezzo chilo de stracciatella,
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?
E mi fanno compagnia
Quaranta tweet al minuto,
E m'è migrato pure er cane,
Magno Nutella senza er pane,
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?....
Tu come vivi,
Che cucinavi
Oggi alla tivvù..?!?
Mo' me magno uno gnù...!
Chi segue ogni tuo passo...?
Sarà la Digos
Che t'ho messo alle spalle...
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?... 
['a Mattè'...me faccio li cazzi miei, alla lettera!...]
Ieri ho aggiornato
Er mi' profilo de Feisbùc,
Me sento vòto, me sento morto,
Me so' chiuso da solo un porto,
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu cosa pensi,
Te vedi co' Renzi...?
Se t'ha portata via, 
Occhio alla Polizzìa...!
Chi si stende al tuo fianco
E se fa er sèrfi
Anche se va in bianco...
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?
Tu come stai?
Non è cambiato niente, no!
Mo' me preparo un bel decreto,
Stoppo er barcone, je do de bàlta,
E se mi va invado Malta,
Tu come stai...?
Tu come stai...?



mercoledì 9 gennaio 2019

La parola Lavoro




  1. Esposizione.

La parola “lavoro” è, in sé, ambivalente. Può indicare sia un'opera compiuta, sia l'attività esercitata per compierla. Nella realtà storica delle lingue indoeuropee i due concetti, come è più che naturale, vanno sia di pari passo, sia si confondono; l'opera realizzata e la fatica spesa non sono separabili. Non esiste in ogni caso, a livello originario, una qualsiasi nozione che riporti al “lavoro intellettuale”, ed è qualcosa di assolutamente naturale: prima della creazione e dello sviluppo delle culture scritte, dell'elaborazione filosofica e scientifica, della composizione letteraria e dell'indagine storica, il “lavoro” è la fatica necessaria e imposta per compiere qualcosa di materiale, indipendentemente o, come è infinitamente più comune, sotto un padrone.

Le varie lingue indoeuropee non sono state univoche per indicare il “lavoro” quanto alle radici di derivazione che sono arrivate fino alle lingue moderne; il lavoro non appartiene ai concetti fondamentali della relazione umana, della sua struttura e della sua percezione dell'ambiente circostante (due esempi per tutti: le relazioni familiari e i termini relativi alla terra e all'acqua). Con la nascita e con lo sviluppo dell'agricoltura, del commercio e della costruzione, il “lavoro” si connota basandosi su radici parecchio varie, vale a dire di differente origine semantica; quel che però, ad un certo punto, viene percepito in maniera assolutamente comune, è il lavoro come fatica, come costrizione, come imposizione forzata. Si potrebbe dire che l'espressione “lavori forzati”, intesa come estrema e terribile pena giudiziaria, riflette un'antichissima tautologia. In tutte le radici indoeuropee che hanno dato luogo ai termini per “lavoro” ed “opera”, pur nella loro varietà, esistono i concetti basilari di “fatica” e “costrizione”; ne consegue che, se il lavoro viene imposto per il profitto di pochi padroni (parola che reca in sé la derivazione da “padre”), coloro ai quali esso viene imposti sono gli schiavi. E il concetto di “schiavitù” per “lavoro” è comunissimo. Il lavoro è schiavitù, e le parole non mentono mai quando si sviluppano liberamente nelle coscienze delle comunità storiche.

L'italiano lavoro risale direttamente al latino labor “fatica”; il verbo derivato laborare significa “durare fatica” e, fin dall'antichità, indica la fatica per eccellenza: lavorare la terra. Il termine permette di andare direttamente ad una delle grandi “aree del lavoro” delle lingue indoeuropee: quella che risale alla radice indoeuropea *rabh- / *robh- / *rbh- dal significato primario di “afferrare”, “prendere con la forza”. A tale riguardo, è necessario seppur sommariamente specificare che, a livello indoeuropeo, le liquide [r] e [l] sono assolutamente la medesima cosa, un'evoluzione del medesimo fonema consonantico (per cui, ad esempio, la radice della “luce” compare come lux o light in certe lingue, e come roz o roká- in altre, perlopiù indoiraniche; il capodanno iranico, il celebre newroz, significa “luce nuova”). La radice *rabh- si ritrova direttamente nel sanscrito rábhate “divengo padrone; mi impadronisco”, rábhas “movimento violento dell'anima o del corpo; impeto, forza; violenza”; nel suo sviluppo ulteriore con la liquida [l] anche nel comune verbo lábate “prende”, “cattura” (in sanscrito, fin dai tempi del grande grammatico Pànini, i verbi si nominano alla III persona singolare del presente indicativo). Il lavoro sarebbe quindi una “cattura”, un “impadronirsi con la forza”. La medesima radice indoeuropea, nella sua “variante con la [l]”, e munita nel sistema del presente di un infisso nasale, è alla base del comunissimo verbo greco λαμβάνω [lambánō]prendo”, aoristo -λαβον [élabon] presi”, nel greco moderno λαβαίνω, έλαβα [lavéno, élava]; ma lo è anche del termine, assai meno comune, λάφυρον [láphyron] “preda di caccia” ; “spoglia del nemico ucciso”.

Le lingue slave mostrano già la naturale evoluzione semantica che va dall' “impadronirsi” alla “schiavitù”, alla riduzione in servaggio. Nella più antica forma pervenuta di una lingua slava, l'antico bulgaro o antico slavo ecclesiastico, la radice ha dato luogo in primis a рабъ [rabŭ], che significa tout court “schiavo, servo”: è parola panslava (bulgaro роб [rob], russo раб-ыня [rabynja], con derivazione, ecc.). Passa quindi automaticamente al “lavorare”: già nel suddetto antico bulgaro, работа [rabota] copre i campi semantici del “lavoro”, della “schiavitù” e della “servitù della gleba”. La situazione si evolve ulteriormente nel cèco storico, dove robit significa soltanto “lavorare”, e robota “lavoro [materiale]”; come tutti sanno, da questo termine Karel Čapek derivò il termine robot per il suo dramma utopistico fantascientifico R.U.R. (1920), ovvero Rossumovi Univerzální Roboti “Robot Universali della Rossum” (ove il nome dell'azienda produttrice degli automi-schiavi, la Rossum, deriva da rozum “ragione”). Il termine slavo per lo “schiavo” passa peraltro così com'è nella lingua ungherese, di tutt'altra origine: rab (si pronuncia [råb] ed è presente nel primo verso dell'Internazionale in ungherese, Fel, fel ti rabjai a földnek “Su, su, voi schiavi della terra”). In altre lingue slave, come il serbocroato, il verbo robiti si è genericizzato: significa, più che altro, “fare”. Uno di quei casi in cui la storia di una parola fa venire qualche bordone: per una data evoluzione storica, qualunque cosa si “faccia” riporta ad un'antica schiavitù.

Per il lavoro, il russo sembra divergere dalle sue consorelle slave. In russo, “lavoro” si dice труд [trud]. Divergere? Il termine, anch'esso presente nell'antico bulgaro o antico slavo ecclesiastico трѹдъ [trudŭ], significa: “fatica, pena, schiavitù, lotta per non soccombere”. Dovunque si vada a parare, il “lavoro” non appartiene ai concetti piacevoli della vita: appartiene alla pena, al dolore, alla mancanza di libertà, al servaggio. L'ungherese, che non è lingua slava e neppure indoeuropea, per il “lavoro” si è sentita però in dovere di ricorrere ad un altro prestito slavo, dolog (da cui dolgozik “egli lavora” e dolgozó “lavoratore”), una parola che significa: “necessità, dovere imposto, costrizione”.

Finita qui con il *rabh- indoeuropeo? Niente affatto. Le radici indoeuropee, oltre al fenomeno caratteristico dell'apofonia (vale a dire il loro comparire nella “forma debole” caratterizzata dalla presenza della vocale /a/, nella “forma forte” caratterizzata dalla vocale /o/ e dalla “forma ridotta” caratterizzata dall'assenza di vocale e dall'eventuale presenza di una sonante), nella loro evoluzione storica presentano ogni sorta di accidente fonetico. Così, ad esempio, nelle lingue germaniche è stata scelta la forma ridotta della radice, *rbh-, la quale, per evidenti difficoltà di pronuncia, ad un certo punto ha dato luogo a *arbh- con la una prefissazione vocalica. Nella più antica lingua germanica testimoniata, il gotico (sec. IV d.C.), compare già il termine derivato arbaíþi [da leggersi: /árbethi/] “fatica, lavoro”. Nell'alto tedesco antico compare come arabeit, e nel tedesco moderno come Arbeit, quello che “macht frei”. Parola, che, dal tedesco (o meglio, dal basso tedesco) è passata, come prestito, in tutte le lingue scandinave continentali (danese arbede, svedese e norvegese arbete). L'islandese, la “nonna” delle lingue germaniche, ne ha dato uno sviluppo autonomo: erfiði, che non significa “lavoro” ma comunque “fatica fisica, pena, travaglio”.

Prima di terminare con *rabh- , occorre accennare al fatto che la sua forma ridotta *rbh-, testè vista per le lingue germaniche e con la medesima prefissazione vocalica, è presente nel greco λφ-ημα [álphēma]. Cosa significa questa non comune parola? “Mercede, fatica, lavoro, corvée”. C'est étonnant. E, in ultimo, che la sua primeva origine come “movimento violento dell'anima e del corpo” è alla base anche del latino rabies “rabbia” (accesso violento che prende, si direbbe ora “raptus” per altro derivato anch'egli dalla medesima radice), nonché di robur “ròvere” (albero di grande forza, da cui il derivato robustus).

Dunque, “lavoro” = “cattura, riduzione in schiavitù, impadronimento”. Nelle lingue romanze, o neolatine, il termine labor si è generalizzato come “lavoro” soltanto in italiano (il rumeno ha muncă, un prestito slavo). Nelle altre lingue significa piuttosto “fatica” e, quindi, “lavoro della terra” (francese labeur; labourer “lavorare la terra”, spagnolo labrar, labrador -che è anche il nome della penisola e del cane-, portoghese lavrar, lavrador). Per il “lavoro” in senso generico, molte lingue neolatine hanno preferito un altro piacevole termine, quello del nostro “travaglio”, del francese travail, dello spagnolo trabajo, del catalano treball, del portoghese travalho, del sardo traballu.

In questo caso non si risale affatto all'antichità indoeuropea, ma a una forma e a uno strumento di tortura: il tripalium. Tre pali, disposti uno in verticali e gli altri due a X, ai quali il torturando veniva legato; viene, tra gli altri, menzionato da Cicerone nell'orazione In Verrem (“Contro Verre”, 70 a.C.) come forma di tortura nata da un sistema per immobilizzare bestiame riottoso e riservata, naturalmente, agli schiavi ribelli (come tale, viene descritta allo stesso modo in un testo molto posteriore, il Concilio di Auxerre del 582 d.C., specificando che si trattava di una procedura talmente crudele che ai chierici veniva proibito di assistere alle sessioni di tortura col tripalium). Questa simpaticissima punizione riservata agli schiavi è stata associata al lavoro, alla pena fisica e morale, alle doglie del parto e alle tribolazioni del viaggio (è alla base, mediante il franconormanno, anche dell'inglese travel). Da notare che, il più delle volte, al tripalium con il relativo tripaliatus veniva, che quest'ultimo fosse o meno già morto, dato fuoco. Ad un certo punto, nella coscienza popolare, il “lavoro” è stato paragonato ad una cosa del genere.

La lingua greca, sia antica che moderna, ha sviluppato appieno la distinzione tra l' “opera” (il lavoro compiuto) e il “lavoro” come attività. Per il “lavoro” come “opera” c'è poco da dire, anche la relativa radice, quella di ργον [érgon], da έργον [wérgon; la “ϝ” è il digamma indicante il fonema /w/, ancora presente nelle fasi più antiche del greco e in Omero, ma scomparso nelle fasi storiche del greco sebbene conservatosi in uno sperduto dialetto ancora parlato, lo zacònico], è panindoeuropea, *werg- / *worg- / *wrg-, quella del semplice “fare”. Analizzarla significherebbe perdersi in un oceano, dalle lingue germaniche (inglese work, tedesco Werk) all'armeno gorc; anche se va detto che ha anch'essa degli sviluppi un po' sinistri, visto che la ritroviamo anche nel greco ργή [orghé] rabbia, collera”, nell'antico bulgaro vĭrša “rete per acchiappare i pesci al passaggio”, nell'antico irlandese ferg “rabbia, ira” (irlandese moderno: fearg) e nel tocario wark “frusta, scudiscio” (il tocario è una lingua indoeuropea i cui documenti su tavolette sono stati scoperti nel XX secolo nel Turkestan cinese, più o meno dove ora stanno gli Uiguri). Da dire comunque che, in greco -anche moderno- il verbo “lavorare” presenta un'interessante dicotomia. Da un lato c'è il “lavorare” come attività produttiva organizzata e industriale, espresso mediante il classico ἐργάζομαι [ergázomai, mod. ergázome]. Il “lavoratore” in senso elevato, cosciente, è un ἐργαστής [ergastēs, mod. ergastís] o un ἐργαζόμενος [ergazómenos]. Dall'altro c'è il “lavoro” come termine generico, basso, crudo: in greco moderno è δουλειά [dhouliá], mentre lavorare è δουλεύω [dhulévo]. Entrambi i termini risalgono a quelli classici per “schiavitù”, δουλεία [douléia], e “sono schiavo”, δουλεύω [douléuō]. Non è certamente un caso che i termini “elevati” siano stati filtrati dalla “lingua ufficiale” arcaizzante, la katharévousa, rimasta in uso formale fino al 1974 (quando fu abolita dopo la fine della dittatura dei Colonnelli; il dittatore Papadopoulos, quello della “Grecia dei Greci cristiani”, si esprimeva praticamente in greco antico!): la lingua dell'élite, della Chiesa, della burocrazia, dei padroni. La dhimotikí, il neogreco popolare, diceva e dice tuttora di essere schiavo quando va a sgobbare. Interessante notare che per la “schiavo” in senso proprio, il neogreco può usare sia il termine classico, δούλος [doúlos], sia, più comunemente, il prestito veneziano σκλάβος [sklávos], propriamente derivato dagli “slavi”, popoli schiavi assoggettati. “Schiavitù” è sia σκλαβιἀ [sklaviá], sia il classico δουλεία, pronunciato [dhoulía], che si distingue dal “lavoro” [dhouliá] solo per la posizione dell'accento.

L'evoluzione forse più originale e interessante, per quanto riguarda il “lavoro”, si ha però in quei pochi paesi del Salento dove ancora si parla il griko, il greco salentino che, assieme a quel pochissimo che ne resta anche in Calabria (il grecanico) rappresenta le ultima vestigia storiche del greco della Magna Grecia. Pur avendo sotto molti aspetti seguito l'evoluzione del greco di Grecia e dei suoi dialetti moderni, il griko salentino ha -ovviamente- caratteristiche tutte sue. Non soltanto per la presenza massiccia di termini salentini, ma anche per sviluppi particolari dei termini di pura origine greca (alcuni dei quali sono, come è normale nei linguaggi isolati, arcaismi notevoli). Bene, nel griko salentino di Calimera, “lavorare” si dice polemáo. Vale a dire: nel Salento griko non si va al lavoro, si va alla guerra. Il “lavoro” come sostantivo è però il pugliese fatía, propriamente il “lavoro come bracciante” (“fatica”).

  1. Esercizio.
    Sostituire, nel seguente brano, il termine “lavoro” con termini desunti dall'Esposizione.
    Esempio: “Il nuovo fanatismo della schiavitù”...
Il nuovo fanatismo del lavoro, con cui questa società reagisce alla morte del suo idolo, è lo stadio finale di una lunga storia. Dall'epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro. Soprattutto negli ultimi 150 anni, le teorie sociali e le correnti politiche sono state addirittura possedute dall'idea del lavoro. Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all'ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali si sono sacrificati insieme all'idolo 'lavoro'. Il verso dell'inno dei lavoratori dell'Internazionale che recita : 'Non c'è posto per gli oziosi' ha trovato un'eco macabra nell'iscrizione 'Il lavoro rende liberi' sopra l'ingresso del lager di Auschwitz. Poi le democrazie pluralistiche del dopoguerra hanno fatto solenne giuramento di difendere l'eterna dittatura del lavoro. Perfino la costituzione della cattolicissima Baviera, proprio nel solco della tradizione di Lutero, insegna ai cittadini: 'Il lavoro è la fonte del benessere del popolo e si trova sotto la particolare protezione dello Stato', e il primo articolo della costituzione dell'Italia, culla del cattolicesimo, recita: 'L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Alla fine del XX secolo, tutti i contrasti ideologici sono praticamente svaniti nell'aria. In vita è rimasto lo spietato dogma comune che il lavoro è la vocazione naturale dell'uomo.”

[Robert Kurz, Norbert Trenkle, Anselm Jappe (Gruppo Krisis): Manifesto contro il lavoro, ed. italiana, 2003 Derive/Approdi, pp. 14/15]


mercoledì 2 gennaio 2019

Nuova ballata in onore delli imbecilli di tutti i Paesi



Conosco l’Imbecilli delle Antologie, colle malinconie
di castrare le statue e le liriche,
e di sciupare, nella melma, i fiori.

Ho visto l’Imbecille a discutere Iddio
senza averlo cercato ne’ fornelli chimici.

Ho visto molti Imbecilli canori come sciacalli
che giuocavan, sui dadi, la prima nota e l’ultima
di certe canzoni peregrine non composte ancora.

Ho visto l’Imbecilli letterati, spudorati
per le loro sciocchezze, menarne vanto,
come un incanto d’errori di sintassi e di gramatica.

Ho visto l’Imbecille al Finimondo,
l’Imbecilli politici, statisti e arringa-popoli,
sfacciati ed imprudenti, stolti e paralitici.

Tra l’Imbecilli e i Coccodrilli è poca distinzione:
la Storia Naturale spiega il Natale
dell’una e dell’altra bestia:
dal fango delle inondazioni.

L’Imbecilli si soffiano il naso:
noi non siam persuasi della loro onestà.

Soffiansi il naso ed asciugansi l’occhi:
queste lustre alli sciocchi fanno di sicurtà.

Piangono l’Imbecilli; non ci credete;
la cattiveria tira le cuoja all’ignoranza,
ma sopra a quanto avanza,
combinano un grazioso giuocherello;
preparano il giubbetto a chi diffida,
al rosso farsetto
stiran le vertebre.

L’Imbecilli hanno il catarro:
essi aggiogano al carro, invece de’ pazienti buoi,
l’eroi dell’a venire.

Ho veduto dei grandi Imbecilli
girar poc’anzi a stuolo per il mio paese,
molte pretese sciorinando al Sole.

Ho veduto l’altr’jeri a concistoro in un palazzo antico
molti Imbecilli foggiare un intrico contro il Pensiero.

Ed ho veduto un Generale ameno
ricondurre il sereno sulle tombe
col buon ajuto della cannonata,
beata partecipazione del moschetto alla galera,
lezion buona e severa a chi verrà.

L’Imbecille è crudele.
Bestia rara! Le più rare s’accovaccian dentro all’are,
le preclare vanno a torno a buggerare,
le più care sono preste a malignare,
le più avare danno fondo al fondo mare.

Ora il mar, che fan seccare, stenta un poco a preparare
funerali e bare; ma verrà, quando verrà, la calamità.
Piangeranno, grideranno! Chi sa quanti in quel mattino
strilleranno in un cantuccio, per la triste avversità.
Poco furbi, o troppo tardi?
Per colmare la tormenta si saran raccomandati
alla comoda prudenza dei cerotti immostardati
dai magni economisti gagliardi e liberisti.


Gian Pietro Lucini
1867-1914