domenica 4 febbraio 2024

La canzone dell'Otto Marzo

 



Esattamente non si è mai saputo da che cosa sia nata, o comunque derivata, la festa dell’otto marzo, quella che da decenni è comunque la “festa della Donna” o comunque la si voglia chiamare e celebrare con o senza le mimose. Secondo le più accreditate ricerche storiche, pare che a San Pietroburgo, l’8 marzo 1917 (cioè pochi mesi prima della Rivoluzione d’Ottobre), alcune donne manifestarono per chiedere la fine della guerra; ma si ignora se si trattasse di un otto marzo secondo il vecchio calendario Giuliano (quello per cui la Rivoluzione d’Ottobre avvenne in realtà il 7 novembre), o se sia una data già riportata al nuovo calendario. Sempre secondo tali ricerche, fu a Mosca nel 1921 che fu stabilito che l’otto marzo divenisse una non meglio precisata “Giornata Internazionale dell’Operaia”. Fatto sta, però, che tutte queste accurate ricerche storiche non tengono conto che tale giornata, in quella data, fosse festeggiata negli Stati Uniti già nel 1909, in altri paesi europei a partire dal 1911 e, dal 1922, persino in Italia. Ne sono state dette realmente di tutte e di più, compresa la leggenda (perché di una autentica leggenda si tratta) di un incendio che, l’8 marzo 1911, avrebbe colpito una non meglio precisata fabbrica tessile, la “Cotton”, causando la morte di numerose operaie. Una fabbrica “Cotton” non è mai esistita; prova ne sia che, nella leggenda, tale fabbrica veniva situata in praticamente tutte le città degli Stati Uniti, da New York a Chicago, da Detroit a una qualche cittadina del Midwest. Anche nella leggenda, però, si tendeva a considerare l’origine dell’otto marzo come derivata da un qualche tragico avvenimento che avesse avuto come vittime delle donne lavoratrici; e, con ancora maggiore probabilità, tutto questo ebbe ad incrociarsi -come avviene non di rado nelle leggende popolari- con un avvenimento reale e, purtroppo, ben documentato, avvenuto a New York nel marzo del 1911, ma non l’otto. Il venticinque. Un giorno terribile in cui si ebbe realmente un disastroso incendio che colpì una fabbrica tessile, o piuttosto un enorme laboratorio, causando la morte di 146 persone, in stragrande maggioranza donne. Fino agli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, si è trattato della singola tragedia che abbia mai causato a New York il maggior numero di vittime.


25-3-1911: L'incendio della Triangle Shirtwaist Company, New York.

La fabbrica, o grosso laboratorio, era situata ai tre piani più alti di un palazzo di dieci piani (ancora esistente), l’Asch Building all’intersezione tra Greene Street e Washington Place, poco ad est del Washington Square Park. Si chiamava, quella fabbrica o laboratorio, Triangle Shirtwaist Company ed era specializzato nella produzione di camicette femminili molto alla moda a quell’epoca, appunto le cosiddette shirtwaist. Si trattava di camicette molto ampie nella parte superiore, ma strettissime alla vita e munite di un cinturino che accentuava il “vitino di vespa”. Era proprietà di due imprenditori appartenenti alla borghesia ebraica, Max Blanck e Isaac Harris; la fabbrica occupava circa 500 lavoratori e lavoratrici, in massima parte giovani donne immigrate dalla Germania, dall’Italia e dall’Europa dell’Est.



Dire “giovani donne”, però, non rende perfettamente l’idea. Il laboratorio era, come molte altre fabbriche tessili newyorkesi, uno sweatshop, dove si lavorava in condizioni terrificanti e con salari da fame, controllati e controllate con un rigidissimo orologio di produzione. Le operaie della Triangle Shirtwaist Company erano quasi tutte giovanissime; alcune avevano addirittura 12 o 13 anni, e tra le vittime dell’incendio si conta anche un’operaia dell’età di 11 anni. Lavoravano con turni di quattordici ore per una settimana lavorativa che andava dalle 60 alle 72 ore. Un’operaia, Pauline Newman, dichiarò che il salario medio per le lavoratrici andava dai 6 ai 7 dollari a settimana. Al tempo stesso, e qui è possibile riallacciarsi ancor di più all’origine operaia dell’otto marzo, la Triangle Shirtwaist Company era divenuta famosa già molto prima del 1911: il massiccio sciopero delle operaie tessili iniziato il 22 novembre 1908 (ed ecco, appunto, il 1908…), conosciuto come Protesta delle Ventimila, era iniziato con una manifestazione spontanea proprio delle operaie della TSC. In seguito allo sciopero, il sindacato delle operaie tessili per abbigliamento femminile, la International Ladies’ Garment Workers’ Union, negoziò un contratto di lavoro che copriva quasi tutti i lavoratori e lavoratrici (lo sciopero durò ben 4 mesi); ma la direzione della TSC rifiutò di sottoscriverlo.

Le condizioni di lavoro erano quelle tipiche del tempo: tessuti infiammabili erano immagazzinati, per non dire accatastati, per tutta la fabbrica. Scarti di tessuto sparsi per i pavimenti, con gli uomini che lavoravano come tagliatori che spesso fumavano. L’illuminazione consisteva in luci a gas aperte, e c’erano pochi secchi d’acqua per spegnere gli incendi -che erano, ovviamente, frequenti. Il pomeriggio del 25 marzo 1911 iniziò uno di questi incendi, all’ottavo piano; ma, quella volta, sfuggì completamente di mano e avvolse ben presto tutti i piani superiori dello stabile occupati dal laboratorio. Morirono, come detto, 146 tra operaie e operai.


L'interno della fabbrica Triangle devastato dalle fiamme.

Scorrendo l’elenco delle vittime, ci si accorge che la maggioranza di esse erano giovani donne, e spesso ragazzine, di origine perlopiù italiana e dell’Europa orientale. Queste ultime erano tutte ebree, sfruttate da due padroni ugualmente ebrei a riprova che, nel capitalismo selvaggio, le questioni etniche e religiose c’entrano assai poco per non dire assolutamente niente. Molte vittime furono identificate a fatica; risulta che la più giovane, Mary Goldstein, aveva 11 anni di età. Poiché la fabbrica occupava gli ultimi tre piani di un palazzo di dieci, sessantadue delle vittime morirono nel tentativo disperato di salvarsi lanciandosi dalle finestre, non esistendo altra via d’uscita. I proprietari del laboratorio, Max Blanck e Isaac Harris, al momento dell’incendio si trovavano al decimo piano; tenevano chiuse le operaie per paura che rubassero o facessero troppe pause; si misero in salvo attraverso una scala di sicurezza esterna, e lasciarono morire le lavoratrici e i lavoratori. Ciononostante, al processo che seguì gli eventi, risultarono -naturalmente- assolti, L’assicurazione liquidò loro 445 dollari per ogni dipendente rimasto vittima dell’incendio; alle famiglie di questi ultimi furono liquidati esattamente 75 dollari. Da qui, dunque, sappiamo che l’undicenne Mary Goldstein valeva 75 dollari, così come la sedicenne Anna Altman, la sua coetanea Vincenza Belatta, la diciassettenne Celia Eisenberg, la quattordicenne Rosalia Maltese, ed anche la quarantottenne Provvidenza Panno, che aveva due figlie operaie nella stessa fabbrica.

Alcune delle operaie sfracellate al suolo.

L'operaia Jennie Franco, 15 anni. Fu tra le vittime dell'incendio, 


Tra gli operai, uomini, che avevano per un periodo lavorato alla Triangle Shirtwaist Company, c’era anche Morris Rosenfeld.


Morris Rosenfeld (1862-1923)

Non era più un ragazzino, Morris Rosenfeld. Era nato nel 1862, e nel 1911 aveva quindi quasi quarant’anni. Era nato in Polonia, all’ora parte dell’Impero Zarista russo, ed era emigrato negli Stati Uniti, senza un soldo, per sfuggire alla terribile leva militare zarista (che durava venticinque anni). Era stato educato alla ribellione fin dall’infanzia, da suo padre; come tutti gli ebrei polacchi e dell’Europa orientale, la sua lingua materna era lo yiddish. Lo yiddish è, in realtà, un dialetto tedesco medievale con una consistente parte del lessico derivata però dall’ebraico, e scritta in una forma leggermente modificata dell’alfabeto ebraico.

Morris Rosenfeld era e rimase un grande poeta proletario; di fede anarchica; scrisse e compose esclusivamente in yiddish. E’ stato considerato come il poeta del ghetto, ma, soprattutto, dello sweatshop; per vivere in America, infatti, aveva lavorato in tutta una serie di tali laboratori con paghe da fame e con l’ossessione dei controlli e del caporeparto munito di orologio, per quattordici ore al giorno. In tutti gli Stati Uniti, spostandosi qua e là. Nel 1908, e riecco quel fatidico anno, lavorava proprio alla Triangle Shirtwaist Company al momento dello “Sciopero delle Ventimila”, per le quali componeva poesie e canzoni di solidarietà. Tra di esse, quella che sarebbe divenuta la sua più famosa, Mayn rue-plats (scrivo in trascrizione), vale a dire: “Il mio luogo di riposo”, o meglio, “La mia tomba”, “Il mio sepolcro”.

Mayn rue-plats è una canzone dove si dice che la fabbrica sarà la sua tomba, come lo fu per le sventurate operaie e per i lavoratori della Triangle Shirtwaist Company. Scritta per le operaie di quella fabbrica, fu, dopo l’incendio del 25 marzo 1911, associata automaticamente a quella tragedia, divenendo come il suo inno, la sua canzone. Ed è esattamente per questo motivo che, in seguito, è diventata, negli Stati Uniti e dovunque ancora si parli e si intenda lo yiddish, la canzone dell’Otto Marzo. Non è esagerato affermare che, alla costituzione e alla formazione di quella festa nel suo significato più profondo, abbia contribuito non poco. Scritta da un uomo che condivideva tutti i giorni il destino, le condizioni di vita, le aspirazioni e le speranza di quelle povere persone immigrate, donne e uomini, che lavoravano nel più totale sfruttamento e che morivano nelle fabbriche, non solo per incendi o altre catastrofi.

Mi rivolgo qui, se leggeranno, alle donne con cui, proprio stamani, ho voluto cantare questa canzone (non completamente: ho saltato una strofa) in casa di Lucia F., per ricordarla di fronte all’urna contenente le sue ceneri, in un momento di memoria e condivisione proprio in quella lingua di cui conosceva ancora qualche parola, e che forse rappresentava la sua lontana provenienza. Quello che segue è il testo in yiddish, accompagnato da una traduzione. Grazie a tutte voi e un abbraccio.



Nit zukh mikh vu di mirtn grinen,

Gefinst mikh dortn nit, mayn shats.

Vu lebens velkn bay mashinen,

Dortn iz mayn rue-plats,

Dortn iz mayn rue-plats.


Nit zukh mikh vu di feygl zingen,

Gefinst mikh dortn nit, mayn shats.

A shklaf bin ikh, vu keytn klingen,

Dortn iz mayn rue-plats,

Dortn iz mayn rue-plats.


Nit zukh mikh vu fontanen shpritsn,

Gefinst mikh dortn nit, mayn shats.

Vu trern rinen, tseyner kritsn,

Dortn iz mayn rue-plats,

Dort iz mayn rue-plats.


Un libstu mikh mit varer libe,

To kum tsu mir, mayn guter shats.

Un hater af mayn harts dos tribe,

Un makh mir zis mayn rue-plats,

Un makh mir zis mayn rue-plats.


(Interpretata in inglese da June Tabor, 1988)

Non mi cercare nel mirteto,

Non mi cercare là, amore mio.

Dove le vite ai macchinari

Si spezzano nel logorio,

Quello là è il sepolcro mio.


E né tra il canto degli uccelli,

Non mi cercare là, amore mio.

Ma tra gli schiavi incatenati,

Tra loro, sì, ci sono anch’io.

Quello là è il sepolcro mio.


Non mi cercar tra le sorgenti,

Non mi cercare là, amore mio.

Ma tra i digrigni in mezzo al pianto,

Quello è il mio solo zampillìo,

Quello là è il sepolcro mio.


E se mi ami d’amor vero,

Allora vieni, amore mio.

E poni fine a quel dolore

Che stringe e serra il cuore mio,

Dolce sarà il sepolcro mio.



martedì 9 gennaio 2024

Sottoverga

 


Faccio una fatica del diavolo a scrivere, anzi, a digitare. Non ci vedo, per le cateratte oculari che ancora mi devono operare. Sono annebbiato cronico, ancor di più di quanto io sia stato costantemente annebbiato nella mia vita; ho raggiunto, finalmente, l’età della prostata certificata, del terzoetatismo militante, del “signore, si vuole sedere”? E mi siedo, budello d’eva se mi siedo. Ringrazio il ragazzo o la signorina gentilissima. Sono, devo dire, piuttosto educato anche se, alle volte, qualche rimasuglio di giovanile inciviltà mi rimane appiccicato. Ieri, ad esempio, in compagnia di qualche giovane amico, sono srato parecchio inurbano nei confronti di una ragazzotta che, su un marciapiede del centro di fronte al vecchio cinema teatro “Apollo”, protestava perché camminavo piano e mezzo barcollando. Ci aveva, la graziosa giòvine, una qualche declinazione di fretta sua, e bubava per farsi strada; alla fine se la è fatta, la sua strada del cazzo, venendo investita immantinente da una sequela di improperi molto volgari da parte mia, te e la maialaccia di to’ mae, t’arrovescio brutta stronza, e cose del genere che contrastano alquanto con tutta la mia storia, col politicàlli corrett, con tutto quanto anche se glielo avrei detto fosse pure stata un ragazzotto, un rude operajo o un'iguana. Probabilmente, non sono più di questo mondo; condizione normale quando si raggiunge una certa età e convenzionale. Che soddisfazione, però, vedendola spaventata; nonostante sia una specie di rottame semovente, ancora quel metro e 94 di statura e quello sguardaccio da merda secca ce l’ho, sebbene io sia certo che, in un eventuale scontro fisico, anche un bambino di dieci anni mi butterebbe giù facilmente.

Indossavo, col cappuccio tirato su, la mia “felpa da scontri”, regalo di un amico caro che canta canzonacce partigiane e roba del genere in più d’un coro. Felpa da scontri sì, perché è la felpa degli ultras del Montecatini Calcio. Da immaginarsi sedute di sprangate e cazzotti con gli ultras del Fucecchio, o della Cuoiopelli di Santa Croce sull’Arno; la felpa, nerissima come s’addice alla bisogna, è attraversata da una misteriosa scritta, “SOTTOVERGA”, che riporta in realtà a un quartiere di Montecatini. Si chiama “Sottoverga” perché si trova al di là (o al di qua) della ferrovia; di fronte, immagino ma non ne sono certo, ci sarà la “Sopravverga” o qualcosa del genere. Le ferrovie, specie quelle locali -in via di estinzione, naturalmente-, hanno questa singolare caratteristica di dividere, di segnare “identità” sottili e tremende, di affidare a un pallone lontanissimo storie, controstorie e metastorie. E così, eccomi con la felpa a massacrare una giovane tizia sculettante, anch’io lontanissimo dalle mie storie; e chissenefrega, dio cagnaccio, e vaffanculo. Evviva l’anarchia! Non so perché lo dico qua, scritto in caratteri 18 perché sennò non vedo manco quello che sto scrivendo; ma m’andava così, giunti ad un certo punto del proprio percorso di vita si trova, o si ritrova il gusto di dire quel che va, senza preoccuparsi di niente.

Giovedì quattro gennaio del duemila e ventiquattro. Il Natale, dicono, è il ventiquattro; anzi, lo diceva un briaco livornese che scriveva canzoni e che ho fatto, molti anni fa, addirittura risorgere. E’ un anno un po’ particolare, ‘sto ventiquattro; la mia linea diretta, chiamiamola così, compie un secolo esatto. Mio padre era del Ventiquattro, sì, ma del mille e novecentoventiquattro. E’ morto nel 1997 a 73 anni, ma è come, assieme a lui, quest’anno io compissi un secolo. Non che ci abbia avuto sempre, anzi quasi mai, un rapporto ottimale; se devo parlarne con tutta sincerità, direi anzi che la più profonda profondità che ci siamo passati è tutta a base di debolezze senza soluzione. Ma così è; il quattro gennaio di questo ventiquattro centenariale, insomma, la mia vicina di casa, amica e sorella, l’ho dovuta far ricoverare a forza perché stava morendo. Sono tematiche e dinamiche di cortile, non pretendo che chi legga -ammesso e non concesso che ancora ci sia, perché non scrivo oramai quasi più niente- possa capire. C’è anche un gatto di mezzo, che in questo momento dorme beato sul letto; un gatto rappresenta probabilmente la summa di tutte le idiote filosofie umane, di cui si fa sovrana beffa col suo semplice essere gatto.

E così, stasera, otto gennaio, a feste finite, con le lucine che si spengono gradatamente, con un freddo che comincia a farsi finalmente gennajesco, eccomi in viaggio, poco dopo passate le sei della sera, verso l’ospedale. Bisogna che ci vada, prima il 9, poi la tranvia, e poi il bussino 27 da una fermata dedicata a quella fava di Pietro Nenni. Ma quante cose, mi chiedo, saranno state dedicate a delle emerite fave lesse? Anche se “antifasciste”, anche se sono state perseguitate, certo; sempre fave restano. Ho indosso, per andare a trovare questa amica che viene da un paese dall’altro capo del mondo, la felpa nera del Sottoverga; ci ha quel cappuccio da mazzate, avvolgente, che protegge dal freddo la mia testaccia di cazzo nella quale si agitano, e non da ora, delle cose che neppure io ho mai compreso appieno nonostante, ultimamente, una qualche lucetta si sia fatta strada portandomi, com’è d’uopo, al silenzio pressoché totale. Cose di quando si va dentro un ospedale, nel quale, fra l’altro, mi sono spesso ritrovato di persona. Mi ci muovo come fosse quasi casa mia; i corridoi, i piani, i reparti. Le carezze. Le telefonate. D’accordo, ci ho pure la mitologia personale, accuratamente coltivata, di essere rimasto uno fra i pochi senza smartphone; tutto falso. Da un annetto almeno ce lo ho eccome, e anche bellino, Motorola, ola ola, vo a dormire nell’aiòla. E uso Whatsapp. Addio mitologia, il gattone continua a dormire beato sul letto e l’inverno avanza inesorabile.

Esco dall’ospedale alle otto di sera passate. Felpa piantata addosso, ultras del Montecatini, sigaretta in bocca, telefonate a mezzo mondo e non è un modo di dire visto che devo scrivere, per informarlo, a un suo fratello che sta dietro l’angolo, solo undicimila chilometri di distanza, e che vuoi che sia mai, Estado del Salta, Argentina, don’t cry for me, in uno spagnolo che ve lo raccomando, di quelli che se Cervantes mi vedesse mi manderebbe addosso dodici Donchisciotti e otto Sancipanza dicendo loro che sono il mulino a vento di Satana. Tutto stazionario. Quando si esce da un ospedale, di persona o per conto terzi, ogni cosa è sempre stazionaria. Anche la morte, volendo, è stazionaria; ci staziona addosso fin dal primo momento, fin dal primo vagito, che poi è la stessa parola di “guaito”, nel medesimo rapporto che “vagina” ha con “guaina”. Derivazioni colte e derivazioni popolari, l’uomo e il cane. Stazionando con il cappuccio del Sottoverga calato sul capo, eccomi andare a riprendere l’autobus. Che fare di questa serataccia d’inverno? “Era una serataccia d’inverno”, recita l’incipìtte di un capitolo del Pinocchio, nel quale il burattino, spinto dai morsi della fame, esce di casa per andare in paese a cercare qualcosa da mangiare, preparandosi a mille disavventure che lo porteranno, una volta tornato a casa, a bruciarsi i piedi non senza aver prima schiacciato il Grillo Parlante.

Poiché, nella mia serataccia d’inverno, effettivamente a casa non ho granché da mangiare, prendo la drastica decisione: scendere dall’autobus, pigliare la tranvia alla fermata “Arcipressi” e andare fino al supermercato PAM di via Francavilla, che -dice- rimane aperto addirittura fino alle ore 22. Lo dice l’Internet, e l’Internet non sbaglia mai. Fermata Sansovino. Cento metri a piedi. No, che dico: forse saranno duecento. Non so che mi succede; fa un freddo da pelare, sono reduce da due settimane invirussate, ho avuto la febbre a 39, non ci vedo un cazzo carpiato e arrovesciato, barcollo, non scrivo più nulla, e devo farmi ogni giorno quattro insuline e prendere nove pasticche dai nomi inquietanti. Scatta il famoso canto del cigno.

Vado come un treno. Mi fo i sognini: ora mi compro i carciofini pe’ fàmmi la frittàa, tre etti di bologna tagliata alta e la stiacciàa, e guardo se ciànno i’ Gutturnio. Gnamme. Ciò una fame che sciànguino, d’accordo, lo dico in pisano ma rende l’idea. Eccomi davanti all’ingresso del PAM e mi si para davanti un vigilante, una mezzasega d’un metro e sessanta di altezza, e pure d’un metro e sessanta di larghezza, e mi sbarra la strada. “Inventario”. Il PAM è chiuso alle diciannove, oggi otto gennaio di quell’anno in cui mio padre avrebbe compiuto cent’anni. Tiro una salva di mòccoli in faccia al malcapitato, che peraltro capisce e allarga du’ bracci simili a biroldi.

E allora mi dico: perché non andare all’Acqua Santa? Una trattoria che si chiama così perché si trova all’inizio di una strada che si chiama Via del Palazzo dei Diavoli. Non c’è nessuno. E’ una serataccia d’inverno, maladett’a lui. C’è un’amica più di là che di qua. Un risottone coi funghi porcini, mezzo litro di rosso e il padrone, un pakistano che si stupisce un pochino quando gli dico della lingua urdu, mi mette addirittura i Bìtols. Hey Jude, don’t make it bad. Ora, d’accordo, non lo sa che a me i Bìtols mi hanno fatto quasi sempre cacare, in questo la penso come quel coacervo di boria e di supponenza di Piero Scaruffi, ma è così. Entra un altro sparuto avventore, ordina una pizzaccia che più che margherita si potrebbe definire piscialletto e ci si mette a parlare di cani e di gatti mentre Hey Jude si cangia nel sottomarino giallo, nel penni lèin, in quello che ti pare ma va bene ogni cosa mentre là fuori il gelo bisbiglia un pochino sommesso e non si sente niente tranne i passi d’un raro viandante, ché in via del Palazzo dei Diavoli davanti all’osteria dell’Acqua Santa un viandante ci sta sempre bene anche se siamo in un quartiere d’una città del duemila e ventiquattro. Comincia a volare il vino. Sì, lo so. Non dovrei bere. A dire il vero, mi riesce anche benino non bere, ultimamente; litri d’acqua. Tutto sommato, sono diventato quasi bravino. Una volta degrumato il risotto co’ funghi, bevuto, pagato e parlato di cani e di gatti, decido che è ora di tornare a casa. A piedi. Quant’è che non facevo la strada a piedi, da lì a casa mia sono quei due chilometri o quasi che, una volta, facevo regolarmente senza fiatare. Fa veramente freddo. Il Generale Inverno. Mi viene quasi da fargli il saluto militare, strade di Stalingrado, tutto quel che si vuole mentre parto col cicchino e vado che sembro unto, senza barcollare, vedendo tutto chiaro nel buio che non è pesto, ma non è neanche luce.

I miei romanzi picareschi sono robaccia di quartiere. Sono camminate nella notte dopo essere stati a un ospedale, aver mangiato una cofana di risotto coi funghi e bevuto mezzo litro di vino. A dire il vero, gli ultimi trecento metri me li son fatti raccattato dal 9 perché stavo cominciando a perdere qualche colpo; però, giù, fino a via Modigliani avevo retto come una volta, cicchino in bocca, cantando persino “Ja nuns hons pris”, anno 1194, scritta e musicata da un mio omonimo, tale Riccardo Cuor di Leone, di professione re d’Inghilterra. Ja nuns hons pris ne tendra sa raison, adroitement ne dolantement non...chissà che non sia l’ultima, chissà se la notte gelida capirà. Chissà che, per sentirmi per mezzo secondo vicino a quel dio che, disperatamente, non esiste e non ce la farà mai ad esistere nonostante i suoi comici sforzi, non abbia dovuto passare per un ospedale, per un vigilante simile al fiaschetto del Monopoli, per un risotto coi funghi e per la Sottoverga d’una felpa calata addosso per fare gli scontri con gli ultras del Lautes Nichts.


mercoledì 15 febbraio 2023

Nessun uomo è un uomo qualunque

 


Articolo (o qualcosa del genere) a proposito di una canzone di Claudio Lolli, cantautore bolognese.  Pubblicato originariamente come introduzione alla canzone sul sito "Canzoni Contro la Guerra", il 6 settembre 2013. Avvertenza; all'epoca mi riferivo a Claudio Lolli come persona vivente; è scomparso il 17 agosto 2018. Vorrei dedicare questo "repost", corredato di un video, a una persona in particolare: Domenico "Nico" Chillemi. He knows why.


L'Italia è, come è noto, il paese dei delitti impuniti, specie quelli per mano statale e/o poliziotta; ma anche quelli per mano musicale non sono pochi. L'album Dalla parte del torto, che Claudio Lolli ha pubblicato nel 2000 (il famoso duemila che tanto si aspettava, un tempo), ne è un esempio perfetto. Non so davvero che dire; può essere che Lolli, a parte il suo lungo silenzio dopo “quei certi anni”, abbia pagato la sua superficialissima fama di “cantautore palloso”, affibbiatagli specialmente nei pallosissimi, mortalmente stupidi e deleteri anni '80; c'è persino chi lo chiamava “istigatore al suicidio”, mentre mi sembra che i veri istigatori al suicidio si siano rivelati non i cantautori bolognesi, ma i banchieri internazionali o i fabbricatori di galere. Tant'è; fatto sta che, quando Claudio Lolli è risaltato fuori non senza il contributo di un'Internet che oramai sembra preistorica, ha avuto voglia a comporre capolavori uno dietro l'altro facendosi accompagnare dal maestro Capodacqua; non se lo è filato nessuno o quasi. Resta quello di Borghesia (tra l'altro riproposta nel medesimo album col suo agghiacciante “forse”), e stop. Ha provato pure a scrivere una canzone su Gilles Villeneuve che, naturalmente, non è stata cacata di striscio nemmeno a un raduno di tifosi ferraristi della bassa mantovana; figuriamoci se qualcuno, tranne pochi ostinati e contrari, si è accorto, per esempio, di questa canzone qua cui oggi dedico una pagina che avrei dovuto dedicarle prima.

Nessun uomo è un uomo qualunque la si potrebbe chiamare, agevolmente, la premessa necessaria non soltanto delle “canzoni contro la guerra” (il che sarebbe una cosa abbastanza trascurabile), ma di tutta una serie di cose che regolano l'umanità intera. E' una canzone terribilmente semplice, proveniente ironicamente da un cantautore che è stato considerato tra i più ostici alla comprensione (parecchi hanno cantato “Anna di Francia” credendo che parlasse di una regina dell'ancien régime, naturalmente la consorte di quel coglione di Luigi Nono, o Louis IX). Dice, questa canzone, che non esiste la “gente”, ma esistono le persone; tutte con la loro vita e la loro storia. Dice che non si ha il diritto di non portare loro rispetto, e il rispetto non va attualmente per la maggiore (se mai c'è andato). Dice che la valigia di ognuno di noi è piena di alcune cose che andrebbero attentamente considerate, e che vengono minuziosamente elencate nel testo. Sciorinate una dopo l'altra. Un regalo, una rosa, un pigiama in galera. Una giacca logora (libertà e povertà in una sera). Un dolore che piega la schiena. 

Così, si ascolta questa canzone e si tende prima o poi a esserne toccati, persino a commuoversi. Perché si applica tutto quanto a noi stessi, e ci si rivede in essa; noi uomini qualunque, ecco finalmente qualcuno che dice che nessuno è ordinario. Una consolazione. Siamo poi, però, gli stessi che facciamo fatica ad applicare i medesimi princìpi agli altri, princìpi che sono enunciati minuziosamente nelle loro essenze (la sofferenza, l'amore, la libertà). Non siamo così pronti a considerare speciale, e mai qualunque, chi ad esempio si getta su un gommone o su un barcone per venire a approdare da queste parti; la massa dei clandestini, degli immigrati soggetti a bossi-fini e CIE. Non-persone che non possono avere avuto, e avere, amori, dolori, regali, rose, giacche e libertà. Può quindi venire a mente, e così dovrebbe essere, che nessun uomo è qualunque come non è illegale. Può venire a mente che nelle galere non sta la “popolazione carceraria” fatta di statistiche, ma persone cui noialtri riserviamo le atroci ciance sulla “certezza della pena” e il forcaiolismo da bar. Può venire a mente che chi sta arrivando a Lampedusa o altrove non sono generici “profughi siriani”, ma Mohamed ibn-Qualcosa o Aisha bint-Qualcosaltro, che hanno lasciato regali, rose e tutto il resto da qualche parte che non rivedranno. Possono venire a mente ragazzi qualunque come Federico Aldrovandi, come Stefano Cucchi, come Marcello Lonzi, come Alexis Grigoropoulos, come Giorgiana Masi. Può venire a mente, in definitiva, che nessun uomo e nessuna donna sono qualunque, a condizione che non siano qua sotto casa a rompere i coglioni, sotto una forma non troppo gradevole. Che so io, in forma di zingaro, di matto, di dimenticato. O in forma di “fallito”, uno dei termini che la società capitalista ha diffuso applicando tipicamente la mentalità e la prassi commerciale alla vita e alla morte umana.

Attenzione, quindi, a commuovervi troppo quando avrete ascoltato questa canzone senza conoscerla. Proprio lei, quella del Lolli “palloso”. Potreste reagire come tutti e pensare esclusivamente alla vostra vita del cazzo, che vi urla “qualunque!” da qualunque angolo di un luogo qualunque di questo mondo. Quando comincerete a guardare chi vi passa accanto pensando alle persone come portatrici di unicità, allora vorrà dire che la avrete capita bene o, addirittura, assimilata. Potrebbe, questa cosa, farvi decidere alcune cose non propriamente gradite ai poteri e ai sistemi, per i quali è fondamentale che tutti noi siamo dei Qualunque proni all'obbedienza, alla massificazione, ai pensieri unici. L'unicità, invece, è pericolosissima: crea consapevolezza, forza e coraggio. Tre cose che, a loro volta, creano il no. Creano la ribellione. 


Buon ascolto. 




martedì 10 maggio 2022

Invectiva in carbonaram

 



Sì, certo, lo so, la pandemia non va via e c'è la guerra. Ma poiché ho rinunciato fin dall'inizio a far sentire il mio parere su questi capitali avvenimenti dell'attualità e a contribuire al chiacchiericcio globale col mio granellino di stronzate, vorrei -per quanto mi è possibile, cioè molto poco- focalizzare l'attenzione su una questione molto più seria che attanaglia il nostro paese e, direi, anche una buona parte del mondo: gli spaghetti alla carbonara.

Lo dico subito: a me la carbonara piaceva. Anzi, dirò di più: piaceva un botto. Ero di quelli che se ne mangiava tranquillamente tre etti buoni, y con mucho gusto. Ero di quelli che, in compagnia di presupposti amici, mettevo il broncio se non me ne toccava una congrua porzione. Ero di quelli che me toccava pijàmme le lezziòni de carbonara (il bello è che non mi è mai successo da parte da un romano). Ero di quelli, e non lo sono più. Ora, odio gli spaghetti alla carbonara. Non li sopporto più. Non ne voglio più sentire neanche il puzzo. Mi hanno randomizzato le gonadi. Da quando?

Da quando non passa giorno. Da quando ci sono le eccellenze. Da quando imperversano gli chef. Da quando gli spaghetti alla carbonara hanno cessato di essere un piatto di pasta alla buona e sono diventati un simbolo dell'identità nazionale. Non ho mai sopportato le identità, e men che mai quelle nazionali, ma riconosco di avere senz'altro indulto a talune di esse; ma, oramai, la carbonara è passata in mano ai talebani e, allora, ho defezionato. Defezione facilitata anche dal fatto che sono diabetico, e che non posso riempirmi di carboidrati; ma non sto a sottilizzare troppo, tenendo anche conto che, della mia salute, potrebbe non fregarglieme niente a nessuno; e lo capisco alla perfezione.

Sfogliare i giornali, a partire dalla Repubblica con l'Elmetto, è diventato un carbonara-tour. Putin? Il virologo? Zhelensky? Il GIMBE? La violenza sulle donne? Lo scudetto? Macché, notizie di secondo piano. Quotidianamente, c'è prima da sorbirsi la dose quotidiana di carbonara news. Filologia della carbonara, in primis: i soldati americani? I carbonari (non quelli del Risorgimento, quelli proprio del carbone)? La zia Pina de via der Mandrione? Il brigante Erasmo Schioppettone di Amatrice, che giustappunto fu bandito dal paese e si diede al brigantaggio perché lui il guanciale lo voleva mangiare con le uova invece che con il pomodoro e er pecorino? Fosse soltanto questo; il problema è che, oramai, i media di qualsiasi tipo sono occupati dai preparatori della carbonara autentica, dal cuoco pluristellato al ragazzotto improvvisato che fa i video, dall'intellettuale gastronomo allo YouTuber che fa vedere sdegnato come la carbonara è preparata dagli americani, dai francesi, dai tedeschi o dai coreani. Autentici anatemi contro la panna, principalmente. Guai anche a nominare la “pancetta”, specialmente affumicata o, peggio ancora, il bacon. Il bacon, tra l'altro, darebbe credito all'origine da parte dei soldati americani, e la carbonara ha da essere lazzziàle e romana, ce vole er guanciale e no er bàco. Sta nascendo il reato di lesa carbonara, che s'è -naturalmente- portato dietro anche la gricia. Gricia capta ferum victorem cepit.

Basta leggere i commenti alle migliaia e migliaia di video dove ognuno dà la sua versione della famosa carbonara autentica, che deve essere cremosa. Ora va di moda anche la risottatura. Preparare quello che, in fondo, è un troiaio a base di uova e pezzetti di grasso di maiale, è diventato una questione di vita o di morte, dove chi sgarra è punito con l'esilio, con la derisione, con la gogna più o meno virtuale, con il vade retro Satana! Penso con sudorini freddi a quando, a volte, mi facevo la carbonara con le penne rigate, cuocendo i dadini di pancetta affumicata (sic) nella birra, sbattendo le uova in un piatto e non direttamente nella padella prima di mettere a risottare la pasta, dimenticando a volte di mettere la capitale acqua di cottura e imbottendo tutto il mappazzone che ne veniva fuori di peperoncino infernale invece che della spruzzata di pepe macinato fresco. Ho rischiato seriamente la vita senza rendermene conto; eppure mi garbava lo stesso, dio carbonaro. Mi garbava anche perché ero convinto che ognuno se la potesse fare come più gli aggradava, anche con la panna, anche con la birra, anche con le cipolle, con il Gran Biraghi del Penny Market, anche con la merda. Era, nelle mie convinzioni, un piatto di libertà totale, una pastaccia da combattimento sempre buona ancorché letale, una sana botta di occlusione coronarica, uno sberleffo ai puristi. Mi sbagliavo. Hanno vinto loro. Su tutti i fronti, riuscendo a trasformare in culto patriottico e mediatico persino la pasta cacio e pepe.

E così, ora mi vado a leggere le cotidiane disquisizioni carbonàriche, in quanto gli spaghetti alla carbonara sono diventati una bandiera, e a me le bandiere stanno più indigeste dei mappazzoni che mi preparavo olim. Me le vado a leggere per alimentare il mio odio -che peraltro è un odio decisamente salutare. Stianterète voialtri e il vosto guanciale, vi porteranno in terapia intensiva con il buzzo pieno di pasta risottata e di sugo cremoso, altro che col “Covid”. Vi ci porteranno a voialtri al pari degli americani che ci mettono la panna, e dei francesi che scuociono criminalmente la pasta e ci mettono la crème fraîche nella quale navigano etti di pancetta bretone o di prosciuttino cotto dell'Auchan. Non vi serviranno a nulla la ricetta de famija, er guanciale der nonno e le uova delle galline ruspanti der Laurentino 38. Creperete risottati, ma felici d'aver fatto la vera carbonara, er simbolo di questo paese de fave lesse, il caposaldo di Repubblica fra un riarmo, un pelouche in una casa bombardata di Mariupol e le sempre meno gettonate esternazioni di Burioni, er piastriccio domenicale ma senza la panna, er vuoto a pancia piena.



giovedì 30 dicembre 2021

Trenta dicembre

 

Me ne ero uscito nel cortile a fumare una sigaretta, di quelle fatte con le cartine. Un drummino, come si dice a Florencia. Con le cartine Bravo, il tabacco Pueblo giallo, i filtri OCB slimme.

Il cortile è, attualmente, una specie di cantiere perché, oramai dal maggio scorso, stanno rifacendo le facciate di tutto l'isolato. L'Ecobonus, o Superbonus. "Superbonus" mi ricorda Superbone, che non vuol dire "Superosso" in questo mondo oramai contaminato dal virus pernicioso della lingua inglese. E' solo l'accrescitivo di "superbo", era un personaggio di fumetti per ragazzini di tanti, tanti anni fa.

Dagli stabili attorno continuano peraltro a lampeggiare le lucine natalizie, e per un attimo mi fanno persino piacere. Il che è la più insolita delle rarità nella mia mitologia personale; ognuno ne ha una, sebbene in parecchi casi la si rifiuti o la si confini nel più profondo delle cose da far finta di rifiutare per poi rivelarla nel mediamente profondo delle cose da fingere di rivelare.

Il trenta dicembre, da ventinove anni a questa parte, appartiene alla mia mitologia personale. Non importa che cosa sia successo il trenta dicembre di ventinove anni fa. Forse non è successo proprio un bel niente, come un bel niente sono gli attori di questa mitologia.

Dimenticavo di dire che, fumando la sigaretta nel cortile trasformato in cantiere -una situazione che vivo con fastidio assieme a una sorella che sorella non è, e a un paio di gatti erranti-  mi stavo bevendo anche il rimasuglio di una bottiglia di vino ordinario, e che cercavo inutilmente di penetrare una inconsueta nebbia che grava sull'Isolotto, e presumo anche sulle planizie dintorno, diciamo da Ugnano alle patrie galere dove il tempo annebbia lo statico.

E mentre sono lì, con indosso una felpa era e un paio di pantaloni da fisioterapia da cattiva circolazione, si accavallano i rumori del trenta dicembre. Precisi come le passeggiate di Immanuel Kant a Koenigsberg. Una, due, tre ambulanze che passano a sirene spietate; e i botti dei petardi del nuovo anno. Insieme. Mi chiedo dove sia la festa, Se sia nei petardi di ragazzini solitari, due birre e il botto, o nelle sirene delle ambulanze. Ne ho ben donde, ma non vado avanti perché, tanto, non ha importanza. Borgo degli Albizi contromano. Lamberto S., la bottiglia, le coincidenze e il marasma di una notte parte di un passato che potrei non avere avuto.

E' il momento, ora, di ricomporsi. In realtà, la sigaretta e il rimasuglio di vino sono finiti da un pezzo. Si vorrebbe protrarli; la sigaretta si può, basta rifarsela. Il vino no.

Me la rifaccio e torno fuori, in mezzo al cantiere. Per un momento magico, contrario a ogni volgarissima logica, ogni rancore crolla, si polverizza. Crolla a colpi d'amore, anche se l'amore non ha nulla a che fare, nulla, con quel che è stato. Nella nebbia, nel fumo, nei botti, c'è qualcosa che non si sa dire mai, ma che vola basso  e passa, en forme de triangle.



giovedì 18 novembre 2021

Le barricate in vasca da bagno

 

Valeriano Orobon Fernandez (1901-1936)

La storia di ¡A las barricadas!, il canto più celebre della guerra civile Spagnola, inizia circa quattro anni prima del suo scoppio; ed inizia con la visita in Spagna, nel 1932, di un giovane anarcosindacalista tedesco, Alfred Schulte. Alfred Schulte ha ventiquattro anni ed è un operaio metalmeccanico disoccupato; è membro della SAJD, la Syndikalistisch-Anarchistische Jugend Deutschlands (“Gioventù Anarcosindacalista di Germania"), sezione di Wuppertal. In Spagna, Alfred Schulte è ospite a Madrid di Valeriano Orobón Fernández, giovane teorico dell'anarcosindacalismo (nel 1932 ha 31 anni, essendo nato nel 1901 a Cistérniga, presso Valladolid); all'epoca era il capo della sezione culturale e giornalistica della CNT-IAA. Il fatto che Alfred Schulte sia ospite proprio da Valeriano Orobón Fernández non è un caso: la moglie di quest'ultimo, Hildegart Taege, detta Hilde, è tedesca di origine. Era una disegnatrice di modelli e studentessa alla FAUD, la facoltà di architettura, urbanismo e disegno; aveva sposato Valeriano Orobón nel 1927. Ma anche Valeriano Orobón parlava e scriveva correntemente il tedesco: ad esempio, aveva tradotto in spagnolo la ponderosa biografia dell'anarchico tedesco Max Nettlauscritta da Rudolf Rocker.

La storia vuole che, una mattina durante la sua visita spagnola a casa degli Orobón, Alfred Schulte abbia deciso di farsi un bagno in vasca. Una volta riempitala e entrato dentro col sapone per lavarsi, Alfred Schulte fece come molti fanno in vasca o sotto la doccia: si mise a cantare. Data la situazione, però, non si mise certamente a intonare l'ultima canzonetta di successo: cantava una versione della Warschawjanka, il canto rivoluzionario di origine polacco-russa che, in Germania, si cantava nella sua versione completa già dagli anni della rivolta Spartachista del 1919. Sentitolo cantare dalla stanza accanto, Valeriano Orobón, che cercava già da tempo quel canto, pare si sia letteralmente precipitato in bagno, dove Alfred Schulte se ne stava a cantare nudo in vasca, per chiedergli di asciugarsi alla svelta e di scrivergliene immediatamente il testo. Così accadde; il giorno stesso, Valeriano Orobón, aiutato dalla moglie Hilde, lo tradusse in spagnolo. Era nata la Marcha Triunfal (questo il titolo originale dato da Orobón). L'arrangiamento musicale per coro misto fu affidato al musicista catalano Ángel Miret.

La pubblicazione della Marcha Triunfal avvenne nel novembre del 1933 nel settimanale Tierra y Libertad, “semanario anarquista” e organo della CNT-FAI. Recava, in piccolo, un sottotitolo: ¡A las barricadas!; un piccolo sottotitolo che, ben presto, cancellerà del tutto il titolo ufficiale. La CNT-IAA dichiara quasi subito ¡A las barricadas! suo inno ufficiale; non molto tempo dopo, nel luglio del '36, le barricate saranno erette davvero a Barcellona e in altre città spagnole, dopo il pronunciamiento di Francisco Franco e degli altri generali. Inizia la guerra civile, e ¡A las barricadas! diviene uno dei suoi canti più famosi, diffondendosi internazionalmente fino ai nostri giorni.



Valeriano Orobón Fernández fu arrestato l'8 marzo 1934 su ordine del governo Lerroux; non molto prima della rivolta Asturiana che sarebbe iniziata il 5 ottobre dello stesso anno, e che il 18 ottobre sarebbe stata definitivamente schiacciata nel sangue da Francisco Franco, stava lavorando all'unità sindacale tra CNT e UGT, e questo fu esattamente il motivo del suo incarceramento (secondo la precisa testimonianza dell'allora Ministro degli Interni, che recava il sinistro nome di Salazar). Fu rilasciato il 31 marzo 1934 ma, pochi giorni dopo, fu nuovamente arrestato e, stavolta, rimase rinchiuso nella Cárcel Modelo di Barcellona fino al marzo del 1935. Nella Cárcel Modelo, Valeriano Orobón si ammalò di tubercolosi. Liberato, fu ospitato assieme alla moglie nella casa madrilena di Mercedes Comaposada Guillén, una delle fondatrici del movimento femminista libertario Mujeres Libres. Colpito da un terribile attacco della malattia, Valeriano Orobón morì il 28 giugno 1936, nemmeno un mese prima dello scoppio della guerra civile.

All'inizio della guerra, i militanti anarcosindacalisti madrileni crearono il Batallón Orobón Fernández, di cui fece parte anche Cipriano Mera; il battaglione combatté per la difesa di Madrid, a Cuenca e a Teruel. La FAI intendeva pubblicare una biografia completa di Orobón Fernández, ed anche le sue opere complete; ma l'intero archivio (traduzioni, scritti, saggi economici e politici) cadde in mano fascista nell'autunno del 1936, e fu completamente distrutto. Non ne rimane niente; cosicché, praticamente l'unica cosa che sopravvive di Valeriano Orobón Fernández è proprio ¡A las barricadas!. Nel 1968, in Spagna, esisteva un gruppo clandestino anarchico chiamato “Orobón Fernández”.

Sulla moglie, Hildergart Taege, che aveva conosciuto, giovanissima, a Berlino, non si sanno molte cose. Nel 1936, l'anno della morte del marito, lavorava come interprete nel Dipartimento Censura del Ministero della Guerra repubblicano. In seguito lavorò come interprete tra il Consejo de Defensa e i volontari tedeschi della batteria “Dimitroff” delle Brigate Internazionali.

Non si sa assolutamente niente di che cosa ne sia stato di Alfred Schulte, il giovane anarcosindacalista di Wuppertal che, una mattina del 1932, si era fatto un bagno in vasca a casa di Valeriano e Hilde, a Madrid, cantando a squarciagola la Warschawjanka mentre si insaponava e si rinfrescava.

La versione tedesca cantata da Alfred Schulte in vasca da bagno:

Finstere Stürme durchtosen die Lüfte,
dunkele Wolken versperren uns die Sicht.
Mögen auch Schmerzen und Tod uns erwarten,
Gegen uns’re Feinde, da ruft uns die Pflicht.

Denn das höchste Gut, das ist doch die Freiheit.
Kämpfen wir für sie nun mit Mut und Kraft.
Hoch mit der Fahne der revolutionären,
Denn sie führt die Menschheit zur Emanzipation.

Hoch mit der Fahne der revolutionären,
Denn sie führt die Menschheit zur Emanzipation,
Arbeiter/innen, auf nun zum Kampfe !
Gemeinsam stürzen wir dann die Reaktion.

Auf die Barrikaden! Auf die Barrikaden!
Für den Triumpf der freien Konföderation.
Auf die Barrikaden! Auf die Barrikaden!
Für den Triumpf der freien Konföderation.

Fonti consultate:

- Klan, Ulrich / Nelles, Dieter: "'Es lebt noch eine Flamme’.
Grafenau-Döffingen, Trotzdem-Verlag 1990, S. 256

Valeriano Orobón Fernández, un anarquista de Valladolid, su Foros Castilla, 2009 (a cura dell'utente Maelstrom)

- Alemanas en Brigadas Internacionales, AABI, Asociación de Amigos de las Brigadas Internacionales, 14-12-2018

mercoledì 11 agosto 2021

Lingue morte

 


Tra l'essere umano e il linguaggio esiste un legame che non è possibile scindere. L'essere umano è tale perché parla, perché collega il suo pensiero all'espressione verbale; sotto questo aspetto, il linguaggio muore assieme ad ognuno di noi. Il linguaggio nelle sue infinite varietà che si sono succedute nella storia, sempre mutando, sempre mobile; quando si parla di "lingue morte", si parla in realtà della fine di tutto un insieme di usi propri di una comunità di esseri umani, i quali si sono espressi in modo reciprocamente riconoscibile, con o senza unitarietà o codificazione scritta, fino ad un dato periodo in cui il loro codice è stato soppiantato completamente da un altro. Il linguaggio non muore mai; muore un codice espressivo. Muore per mille e mille ragioni, spesso tragiche. Muore per un'oppressione, sociale, politica e culturale; muore per l'estinzione di una civiltà o di una popolazione che lo ha usato, oppure per la loro assimilazione ad un'altra; muore quando muore un modo di vivere. In questo preciso momento, centinaia di lingue stanno per morire; e non ci sarà niente da fare, nonostante gli sforzi che, per alcune, qualche volonteroso sta compiendo.

Di alcune lingue si conosce la data di morte. La si fissa generalmente a quella della morte dell'ultimo parlante nativo (che la aveva, cioè, appresa dai genitori nell'infanzia); in realtà, a quel momento, la lingua è già morta da un pezzo; vive la sua ultima agonia. Poi, un giorno, l'ultimo vecchietto che la parla passa a miglior vita e la lingua passa nelle mani degli studiosi, degli archivisti, degli appassionati che cercano in qualche modo di farla "rinascere"; e solo ad una di esse, l'ebraico, è toccato di rinascere davvero secoli dopo la sua estinzione come lingua parlata. Ma l'ebraico è una cosa del tutto a sé. Pur morta come lingua parlata, era sempre rimasta vivissima come lingua sacra; la sua rinascita poté contare su questo fatto, oltre che sulla follia utopistica di Eliezer Perlman, più noto come Ben Yehuda. L'ebraico è autenticamente un pezzo di storia dell'umanità, da qualsiasi parte lo si voglia considerare.

Per le piccole lingue senza nessun libro sacro, il discorso è molto diverso. Quando arriva l'ultima ora non c'è nessuna remissione, a parte i tentativi più o meno riusciti di farne una specie di melanconico oggetto di folklore o di "identità", reso poi, in genere, del tutto artificiale. Così, la campana per il cornico, l'antico idioma celtico della Cornovaglia Britannica, suonò il 19 dicembre 1777 con la morte di una centenaria, Dolly Pentreath, la quale era diventata famosa per il suo carattere terribile. Viveva in un villaggio il cui nome era tutto un programma, Mousehole ("buco del topo"), e, quando si arrabbiava con qualcuno, usava sparare all'indirizzo del malcapitato intere maledizioni in quella lingua che oramai soltanto lei conosceva. Alcuni anni prima della sua morte, un erudito inglese, Daines Barrington, l'aveva conosciuta e intervistata; si rifiutava di parlare l'inglese, pur conoscendolo abbastanza da farsi capire, e la sua maledizione preferita sembra essere stata kronnekyn hager du!, che significa "brutto rospo nero!"; da qui, naturalmente, il fatto che i paesani la considerassero una strega. Le sue ultime parole, secondo i testimoni che assistettero alla sua morte, furono davvero l'ultimo, fierissimo sussulto del cornico: me ne vidn cewsel Sawznek! "Non voglio parlare inglese!".

La fama di Dolly Pentreath è ancora viva in Cornovaglia, dove è considerata tuttora un personaggio leggendario. Il suo monumento funebre, a Mousehole, fu fatto erigere nel 1860 da Luigi Luciano Bonaparte, nipote di Napoleone e famoso appassionato e studioso di lingue strane. Ma, probabilmente, Dolly Pentreath non fu affatto l'ultima parlante nativa del cornico; con lei, forse, la lingua morì come linguaggio di una comunità, ma già cinque anni dopo la morte della vecchia lo stesso Barrington ricevette una lettera da un pescatore, chiamato William Bodinar, nella quale affermava di conoscere cinque persone che ancora parlavano e usavano il cornico. Particolare non trascurabile, la lettera era scritta in cornico, anche se accompagnata da una traduzione inglese. Nel 1790 morì tale John Nancarrow, del villaggio di Marazion, che pure conosceva bene il cornico; William Bodinar morì nel 1794. La lingua dovette andare probabilmente avanti allo stato di spettro, con qualcuno che ancora, non si sa come e non si sa perché, tentava di tenerla in vita. Probabilmente si trattava di persone che non la avevano appresa da bambini, ma che ancora se la ricordavano; si arriva così addirittura al 1890, quando morì John Davey, l'ultima persona che sicuramente ne avesse ancora qualche conoscenza. I racconti vogliono che, non avendo più nessuno a cui parlarla, si rivolgeva continuamente in cornico al suo gatto e vi faceva lunghi discorsi; con la morte del gatto, si spense l'ultimo essere vivente che aveva udito parlare in cornico.

Qualche parola di cornico sopravvisse nell'inglese vernacolare della zona; ancora nel 1940 dei pescatori furono uditi cantare una filastrocca, da loro considerata "nonsense", che ad un'analisi approfondita risultò essere in cornico. Sopravvivono naturalmente i toponimi; se qualcuno è stato da quelle parti, avrà ad esempio notato la frequenza dei nomi che cominciano con Pen- (Penzance, lo stesso Pentreath che è anche il nome di un promontorio); significa "testa, capo". Sempre attorno al 1940 iniziò il Cornish Revival, che sembra sia riuscito a far reimparare la lingua (scritta peraltro con diversi sistemi ortografici) a circa 3500 persone; suoi animatori furono Henry Jenner e il "Gran Bardo di Cornovaglia" Robert Morton Nance, che compilò anche un famoso dizionario cornico-inglese. Dizionario che, per curiosi accidenti del destino, riuscii a procurarmi moltissimi anni fa, e che una sera mi permise persino di scroccare una cena alla casa del popolo. Vi era ospite una delegazione del già allora sparuto Partito Comunista di Gran Bretagna, ed ero stato chiamato per fare –pensate un po'- da interprete sebbene non avessi nemmeno sedici anni. Per l'appunto uno dei membri veniva dalla Cornovaglia, e quando lo seppi corsi a casa (trenta metri di distanza) a prendergli il dizionario. Ne rimase talmente commosso, e sbalordito, da pagarmi la cena intera. Ci ho ancora la sua firma, su quel dizionario dalla copertina blu. La grammatica cornica scritta da Henry Jenner me la regalò invece il mio amico Pierfrancesco Poli. Me la sto traducendo da anni in italiano, così per fare.

Un'altra lingua europea è invece saltata su una mina.

Il dalmatico, l'idioma romanzo della Dalmazia costiera e insulare, attestato fin dal XIV secolo, che fu almeno una delle lingue d'uso dell'antica Repubblica Ragusea. Una lingua che in tutte le sue numerose frammentazioni dialettali si caratterizzava per la smodata frequenza dei dittonghi derivati dalle vocali lunghe latine, per cui a "capra" corrispondeva kuobra, a "veterana" vetruona (nel senso di "donna anziana, nonna", come il rumeno bătrână), a "album" jualb ("bianco"), a "arborem" juarbul ("albero") e così via. In realtà, il dalmatico morì a macchia di leopardo. A Zara già era estinto nel XIV secolo, mentre a Ragusa (Dubrovnik) sopravvisse fino alla fine del XV. Andò avanti in aree recondite, appartate, sulla bocca del popolo minuto; l'ultimo suo luogo fu l'isola di Veglia, Krk in croato.

Qui era nato attorno al 1820 Antonio Udina, nome che era l'italianizzazione di Tuone Udàina. Fin da ragazzo aveva lavorato come barbiere, e da questo suo mestiere gli era derivato il soprannome, in dalmatico vegliotto, di Burbur; e poiché Udina, o Udàina, doveva essere un cognome diffuso sull'isola, quel Burbur era usato come appellativo distintivo. Spesso, laddove se ne parla, è ricordato "tout court" come Tuone Udàina Burbur.

La fama di Tuone Udàina, almeno nel campo della linguistica, aveva preceduto la sua morte; causa ne fu il suo incontro con il grande glottologo Matteo Bartoli, che sul morente dalmatico aveva deciso di scrivere la sua tesi di laurea negli ultimi anni del XIX secolo. La redasse in tedesco, perché studente dell'Università di Vienna; relatore fu Wilhelm Meyer-Lübke e correlatore Adolfo Mussafia. La tesi fu poi ampliata e pubblicata in due volumi, nel 1906, con il titolo di Das Dalmatische; ma allora Tuone Udàina e il dalmatico erano già morti.

Ancora da studente, mentre preparava la sua tesi, il Bartoli era venuto a sapere che sull'isola di Veglia ancora esisteva un vecchio che conosceva il dalmatico; vi si era recato immediatamente, facendo la conoscenza di Tuone Udàina Burbur. Sull'isola esistevano altre persone che conoscevano ancora un po' il dalmatico vegliotto, e che risposero a precise domande del Bartoli, come scrive Aldo Duro, "molto spesso traducendo in un vegliotto che ricordavano solo approssimativamente e con più fedeltà quando si trattava di quei materiali che si trasmettono per tradizione familiare da padre o da madre ai figli, dai nonni ai nipoti e così via: ciò che avviene soprattutto per le preghiere tradizionali come il Padre nostro e l’Ave Maria, per parabole evangeliche, per fiabe e filastrocche infantili, che il Bartoli raccoglie da più fonti di informazione, e riferisce poi con molta ampiezza nel secondo volume della sua opera." Finché il Bartoli non conobbe l'Udàina.

Costui, oramai ultrasettantenne, aveva cessato da tempo di fare il barbiere. Si era messo, per vivere, a fare il sagrestano e il campanaro della cattedrale dell'isola, e per questa sua ultima attività era diventato quasi completamente sordo. Come se non bastasse, era quasi del tutto sdentato e la sua pronuncia, sia del dalmatico che delle altre lingue in cui sapeva esprimersi (il veneto giuliano e il croato) era forzatamente difettosa. Insomma, tutte caratteristiche non propriamente desiderabili in un "informatore linguistico", se così lo vogliamo chiamare; ma era l'unica persona che, seppure il dalmatico non fosse la sua prima lingua, ma un idioma che aveva appreso quasi in segreto ascoltando le conversazioni private dei suoi genitori (che si rifiutavano di parlargli se non in veneto). Quando il Bartoli cominciò a fargli domande, Tuone Udàina gli rispose che non parlava più la lingua da oltre vent'anni; ciononostante, dopo un po', quasi si "sciolse" e la lingua cominciò a rifluirgli nella mente. Il Bartoli riuscì, seppure con difficoltà, a raccogliere le ultime vestigia del dalmatico in modo preciso; si fece, ad esempio, ripetere la parabola del Figliuol Prodigo che così suonava:

E el daic: Jon ciairt jomno ci avaja doi feil, e el plé pedlo de lour daic a soa tuota: Tuota , duoteme la puarte de moi luc, che me toca, e jul spartait tra louro la sostuanza e dapù pauch dai, mais toich indajoi el feil ple pedlo andait a la luorga, e luoc el dissipuat toich el soo, viviand malamiant. Muà el ju venait in se stiass, daic: quinci jomni de journata cun cuassa da me tuota i ju bonduanza de puan e cua ju muor de fum.

«Ed egli disse; un certo uomo aveva due figli ed il più piccolo di essi disse a suo padre: Padre, datemi la parte dei beni che mi tocca, ed egli spartì tra loro la sostanza E dopo pochi giorni, messa insieme ogni cosa, il figlio più piccolo andò lontano, e ivi dissipò tutto il suo, vivendo malamente, ma quando venne, cioè tornò in sé stesso, disse: quanti mercenari in casa di mio padre hanno abbondanza di pane e qui io muoio di fame».

Il Bartoli discusse la sua tesi nel marzo del 1898. Nel 1906, alla pubblicazione dei due volumi di Das Dalmatische, al paragrafo 16 del I volume fu inserita questa breve notizia:

"La sera del 10 giugno 1898 gli abitanti di Veglia vennero profondamente sconvolti da una notizia dolorosa e tragica. Alle 6,30, sulla strada che conduce alla località campestre “Ai Campi” e che si sta riattando, mentre si caricava una mina questa improvvisamente scoppiò uccidendo quasi sul colpo certo Antonio Udina, buon vecchietto di 77 anni che stava sopra il sasso per tenere il ferro di carica. Era l’ultimo d’una generazione che se ne va ed era il solo che conosceva e parlava perfettamente l’antico dialetto romanico di Veglia.»

Così, in questo modo tragico e assurdo, si concluse una vita umana e la vita di una lingua intera. Saltata in aria mentre il suo ultimo parlante teneva il ferro di carica, in una località chiamata "Ai Campi".

(Già pubblicato sul blog il 20 novembre 2007)