lunedì 4 febbraio 2013

Sugli economisti



" Senza riempire le terz’ultime pagine dei settimanali, ci riempite di previsioni, di certezze senza basi, di astronomie senza pianeti.
Come prima si diceva ‘Hai letto l’oroscopo?’, si dice oggi ‘Hai letto l’ultimo DPEF?’.
Non è la filosofia il regno dell’indefinito. Noi ci occupiamo d’ontologia.
Dunque d’economia geometricamente definita. Noi ci occupiamo della perfezione e dei suoi traditori.
Siete voi gli agenti dell’ “oroscopo che si crede scienza’, siete voi i nuovi teologi, ogni volta che rilasciate una dichiarazione, che ruttate una previsione, prima della nuova congiuntura, della nuova ‘fase’ economica.
Marx vi trattava come i ‘buffoni di corte’.
Tali eravate, tali siete rimasti. "

Millepiani, 12 luglio 2005.

Fratelli Monsummani







A volte ci si fa qualche domanda oziosa, del tipo: Chissà chi o cosa ha fatto nascere quel tale e/o quel tal altro in un dato luogo. Come Giuseppe Giusti e Yves Montand a Monsummano Terme (Pistoia). Esistenze senza nessun punto di contatto; eppure, un 4 dicembre 2010 qualsiasi...

domenica 3 febbraio 2013

Colori



Se ne parlava giusto ieri sera a Livorno, alla Federazione Anarchica di via degli Asili, in occasione della presentazione di un libriccino piccolo quanto denso. Lo ha scritto Marco Rossi: Livorno ribelle e sovversiva. Arditi del Popolo contro il fascismo, 1921-1922. Volendo, maggiori notizie sul libro si trovano sul sito del Collettivo Anarchico Libertario di Livorno

Una questione interessante è saltata fuori quando l'autore si è messo a parlare dei colori; all'epoca, l'identificazione sembrava essere parecchio diversa da quella generalmente percepita al giorno d'oggi. Nel fronte antifascista della Livorno in lotta del 1921, che vedeva fianco a fianco comunisti e anarchici (anche e soprattutto negli Arditi del Popolo, che sono il campo di studi precipuo di Marco Rossi), il "rosso" e il "nero" erano usati pressoché indifferentemente; anche se i "neri" erano identificati generalmente con gli anarchici e i "rossi" coi comunisti, tutte le combinazioni erano non solo possibili, ma effettivamente presenti. Si hanno così bandiere nere bordate di rosso, con l'emblema della falce e martello; così come bandiere interamente rosse usate da formazioni riconosciutamente anarchiche. Il nero è il colore storico dell'anarchismo, tant'è che ai funerali di alcuni anarchici livornesi, il feretro è coperto con la bandiera nera. In pratica, nel periodo che va dall'estate del 1921 (con la reazione armata antifascista) alla "conquista di Livorno" da parte fascista (agosto 1922), assieme al rosso il nero identifica fortemente l'antifascismo armato e la lotta popolare. Gli stessi fascisti livornesi lo certificano, quando parlano in un loro comunicato di "schiacciare le violenze dei rossi e dei neri"

I quali fascisti non hanno, all'epoca, nessun colore identificativo specifico. Sono tutt'altro che "neri"; il loro simbolo riconoscitivo è casomai un altro, vale a dire la bandiera tricolore italiana. Alle loro riunioni sventolano esclusivamente i tricolori, ed è per questo motivo che, spregiativamente, la popolazione livornese li chiama "tricolorati". Il "vessillo nazionale" viene quidi, sin dall'inizio, parificato allo squadrismo fascista; durante la repressione che porterà alla "conquista di Livorno" nell'agosto del 1922, l'arcivescovo di Livorno, tanto per far capire bene da che parte stia la chiesa cattolica, fa sventolare il tricolore italiano sulla facciata del Duomo (un simbolo preciso dell'appoggio dato dalla Chiesa al fascismo). Nel 1921, durante un'azione "antisovversiva" a Livorno, i fascisti si dividono in tre squadracce: una indossa effettivamente una camicia nera (forse il primo esempio in assoluto), ma la seconda ne indossa una verde e la terza addirittura una...rosa!

Appare quindi chiaro che la "simbologia nera" del fascismo, con le relative camicie che verrano poi istituzionalizzate e rese obbligatorie durante il regime, è interamente mutuata dal campo avverso; si tratta naturalmente dell'eterna tendenza fascista, fin dal suo inizio, a cercare di confondere le acque e ad impadronirsi dei simboli altrui. Tra il nero rubato letteralmente alle combinazioni antifasciste prima della "marcia su Roma" e il Che Guevara sui manifesti di Casapound esiste un legame storico indissolubile, un filo che non si è mai spezzato. Non si scordi che il simbolo stesso degli Arditi del Popolo sembra riprodursi senza praticamente alcuna variazione nell'iconografia fascista (non soltanto il colore nero ma anche il teschio):


La simbologia fascista originaria si basava quindi sul tricolore nazionale; nell'ottica, poi, di avvalorare storicamente la costruzione della "rivoluzione fascista", fu scelto un colore effettivamente dalla portata simbolica rivoluzionaria come il nero, ma che era un simbolo assolutamente avverso (si pensi comunque che, tuttora, l'anarchismo, pur avendo generalmente adottato la combinazione rosso-nera, mantiene simboli come il gatto completamente nero; ed anche nell'iconografia popolare, anche vignettistica, l' "anarchico" è spesso una "figura nera"). Da qui la valenza intrinsecamente fascista del "tricolore"; quando, ad esempio, si svolge l'annuale manifestazione a Firenze dedicata alla "memoria delle foibe" e una Giorgia Meloni vuol dare ad intendere che lo sventolio di tricolori sarebbe soltanto "simbolo della nazione italiana e non politico", mente sapendo di mentire. I "Tricolorati" sono sempre quelli, e la bandiera italiana ha la precisa e esclusiva funzione di simbolo fascista. E sbaglierebbe chi, definendosi antifascista, la intendesse in altro modo. Ce lo insegna la lotta antifascista del 1921-22 a Livorno e altrove: l'unica bandiera dell'antifascismo è quella della lotta di classe, contro l'idea fascista stessa di "nazione". Nel 1921 e nel 2013.



venerdì 1 febbraio 2013

MPS, utili suggerimenti per un rimpiazzo.


a) Monte dei Baschi di Siena.

Visto che c'era di mezzo tale "Santander" (fino a pochi giorni fa, per me, era una città spagnola; ora scopro che è un "gruppo bancario" di cui sarebbe rappresentante il piacentino Gotti-Tedeschi, ex presidente dello IOR, ma pensate un po'), avrei pensato di fare non molta strada e di trasformare il tutto nella centrale di tutti gli Euskaldunak in Italia; con questo, Siena potrebbe finalmente servire a qualcosa di veramente utile (e degno) invece di essere nota in tutto il mondo per una corsa di tre o quattro castroni in una piazza e per la banca del 5%. Una sorta di Euskaletxe ( = casa basca) aperta a tutti, che potrebbe, per rispettare la dizione originale, chiamarsi anche Euskalmendi ( = monte basco). Sienako Euskaldunen Mendia (traduzione letterale di "Monte dei Baschi di Siena"). Un centro per diffondere la cultura dell'Euskalherria e la sua antichissima e bella lingua. Dalla banca alla basca; pensate anche al vantaggio di avere a disposizione esperti di tubature (el gas! el gas!) e di ottimi allenatori di salto in alto con la macchina per primi ministri: Carrero Blanco docet!


b) Monte degli Spasskij di Siena.

L'antica e scenografica piazza Salimbeni ospiterebbe a dovere una prestigiosa scuola scacchistica, atta finalmente a far guadagnare all'Italia la reputazione internazionale che non ha mai avuto. A tale riguardo, il grande campione russo (ma naturalizzato francese; non esistono, come si vede, soltanto i francesi che diventano russi) Boris Spasskij sarebbe assolutamente perfetto. Immaginate di non avere più fra i coglioni banchieri, economisti, derivati e quant'altro (pensare che, fino a poco tempo fa, si parlava di "derivati" soltanto per il latte...) e di averci invece arrocchi, varianti, Bobby Fischer al posto di Mussari, Anatolij Karpov al posto dell'ABI, Garry Kasparov al posto del rating...



c) Monte dei Peschi di Siena.

Ipotesi altamente raccomandabile per il rimpiazzo dell'inutile banca mangiaquattrini. Radere tutto al suolo (palazzo storico compreso; e non ce ne saranno a centinaia, di palazzi storici, a Siena...) e piantare al suo posto uno squisito ed ameno pescheto che potrebbe contribuire assai di più al consesso umano. Un frutteto in pieno centro di una delle principali città d'arte del mondo; dove si sarebbe mai visto? Di banche, perdio, ce ne sono ovunque! Avrei già studiato degli slogan perfetti: Pesca di Siena, pesca che ripiena, oppure Pesca del Monte, pesca ad alta fronte. Naturalmente una percentuale della produzione potrebbe essere donata in beneficienza; facciamo un 5%...


Così potrebbe apparire piazza Salimbeni in un prossimo futuro,
una volta eliminata la solita banca del cazzo. 

d) Monte dei Blaschi di Siena.


Anche in questo caso, via tutto e costruzione nello spazio lasciato libero dalla banca di una grande e modernissima Vasco Rossi Arena, così da far sbizzarrire pure Massimiliano Fuksas. Più che un'arena, un mausoleo dove imbalsamare il Blasco al termine della sua carriera, e senza aspettare nemmeno che sia morto. Lo si imbalsama da vivo, come del resto appare sempre di più attualmente: una mummia. Concerti, centro gàggezz, museo...il tempio della Blascomania nazionale nella cornice di una storica città che, va da sé, si porrà all'avanguardia della scena musicale. E basta con quella pallosissima "Accademia Chigiana"! Non bastasse Palazzo Chigi...


e) Monte dei Fiaschi di Siena.

La soluzione, forse, più logica e naturale. Scusate, cari i miei sienaioli, ma pensate che al mondo vi amino di più per quella specie di banca di merda che ci avete, o per il Chianti di Radda, di Gaiole o di Monteriggioni? Per i derivati o altre prodezze bancarie, o per il Brunello di Montalcino? No, ditemi voi... E, allora, mantenere pure il palazzo storico, ma trasformarlo finalmente e opportunamente in una splendida enoteca contenente tutte le meraviglie vinicole di Siena e provincia. Tanto più che, bancariamente parlando, avete fatto un fiasco clamoroso, tanto vale prendere atto delle cosa e metterci dentro i fiaschi veri, al posto di quelli finanziari. Abbasso il capitalismo, evviva l'etilismo!

giovedì 31 gennaio 2013

I meccanismi della fatalità


Ieri notte, in provincia di Terni, c'era una ragazza che tornava a casa, in macchina, al paese suo. Come puntualmente informano i giornali, aveva trascorso la serata col fidanzato. Questo, da un lato, può corrispondere alla verità, sebbene non abbia alcuna importanza ai fini di quel che è accaduto in seguito; dall'altro, serve senz'altro a creare pathos. Diverso, a tale scopo, sarebbe stato se avesse trascorso la serata a lavorare, o a fare qualsiasi altra cosa.

Ieri notte, sempre in provincia di Terni, due tizi entrano in casa di un altro tizio e lo rapinano di euro 50 (cinquanta) e di un'automobile Ford Fiesta. L'automobile serve loro per scappare dopo quel popo' di poderosa rapina, e il tizio derubato chiama le forze dell'ordine. In ordine d'importanza, è molto probabile che le chiami più per la macchina che per i cinquanta euro; sembra che la macchina sia dotata di satellitare, e quindi facilmente intercettabile coi moderni mezzi tecnologici. Ne ammazza più la tecnologia, si potrebbe dire.

Sto scrivendo queste cose, peraltro senza stabilire nessun inutile "link" alla notizia di cronaca (che ho letto su un giornale qualsiasi, stamani), perché m'interesserebbe poter stabilire, anche in un singolo caso, i meccanismi della cosiddetta "fatalità". La "fatalità" non va mai in pensione, sin dai tempi in cui il fato veniva considerato superiore anche agli dèi e questi dovevano inchinarvisi, come gli esseri umani. Con il passaggio dagli dèi al "monodìo" mediorientale, le cose sono cambiate soltanto in apparenza; il Fato è stato sovente sostituito dalla sua "volontà" (o "decisione"), ma non per questo è stato abbandonato. Tutt'altro. E quando si ha il concorso tra il Padreterno e il Fato, una semplice ragazza che torna a casa, una data notte, nel suo paese in provincia di Terni, nulla può.

Così si arriva al luogo prescelto, una curva su una strada. Grazie al satellitare, infatti, i due tizi che hanno rapinato l'altro tizio e gli hanno preso la macchina, sono stati intercettati dai Carabinieri. I quali si sono messi ad inseguirli a folle velocità. Gli inseguimenti, nei film o telefilm, piacciono a tutti; sono, come si dice, altamente spettacolari. Poi hanno un'altra caratteristica: generalmente, non muore mai nessuno. Si hanno degli scontri incredibili, voli, salti, capriole, e tutti restano illesi. Addirittura le macchine continuano a andare anche se mezze distrutte. Quando però dal film si passa alla realtà, ritrovarsi fatalmente nel mezzo di un inseguimento tra guardie e ladri, può costare la vita. Infatti la ragazza della provincia di Terni, che se tornava al suo paese, si è fermata alla curva. Presa in pieno dalla macchina dei ladri di euro cinquanta inseguita dai carabinieri da euro mille, milleduecento al mese. Senza nessuno scampo.

Nell'urto, frontale, muore anche uno dei rapinatori. In questi casi, il riportatore di notizie, per qualsiasi gazzetta scriva, ha due compiti precipui. Del primo abbiamo già parlato, vale a dire verificare immediatamente dove e con chi la vittima innocente abbia trascorso le sue ultime ore di vita, con la speranza malcelata che ci sia di mezzo una relazione sentimentale. Il colpo più ambito è senz'altro la scoperta che la vittima stesse per sposarsi. Avrebbe dovuto eccetera. Il secondo compito è scoprire la nazionalità, o etnia, dei malviventi che hanno provveduto al disastro: in questo particolare caso tutto sembra essere andato come previsto e, direi, anche sperato. Albanesi. Uno di loro, quello che non guidava, muore pure sul colpo; parecchi fruitori della notizia avranno quindi pensato al pareggio. Uno a uno. L'innocente ragazza e il maledetto albanese ladro. L'altro, quello che guidava, rimane ferito ed è piantonato in ospedale accusato di rapina a mano armata, furto e omicidio.

Questi sarebbero dunque i meccanismi della Fatalità. Restano fuori, naturalmente, i Carabinieri. I Carabinieri non conoscono altro verbo che dovere. Passano la vita a dovere, senza mai potere. Potevano, ad esempio, evitare di mettersi a inseguire due disgraziati che avevano rubato cinquanta euro e una macchina, senza -almeno sembra- torcere un capello al derubato. Potevano lasciarli andare senza mettere a repentaglio tutta una serie di vite umane, comprese le loro stesse, per degli stupidi oggetti. La macchina, oramai individuata, l'avrebbero lasciata da qualche parte e sarebbe stata ritrovata e restituita al proprietario. A piedi sarebbero stati probabilmente arrestati entro mezz'ora. Sarebbero finiti nella solita galera. Invece ci sono stati due morti, un ferito grave, e il proprietario si ritrova oltretutto con la macchina completamente distrutta.

Nella percezione collettiva non si parla quasi mai di meccanismi, ma di colpa. A differenza dei meccanismi, la colpa ha il vantaggio di poter essere quantificata, percentualizzata. Posto ovviamente che la povera ragazza che tornava a casa non ne ha e non può averne assolutamente nessuna, essa dovrebbe essere divisa tra i ladri e le guardie. Ma è una divisione che è ben lungi dal poter essere messa in atto. La colpa è, e deve essere, esclusivamente dei maledetti ladri; i Carabinieri, infatti, stavano effettuando il loro preciso dovere di inseguire a centomila chilometri all'ora i ladri su una buia strada provinciale della provincia di Terni, a mezzanotte meno un quarto. Nessun ragionamento elementare, del tipo: Ehi, ma se la smettessimo di fare questa cosa, rischiando di ammazzarci e di ammazzare qualcun altro? Scalata di marcia, freno motore, cinquanta all'ora e i ladri se ne vadano coi loro cinquanta euro e la Fiesta. Le assicurazioni, carissime, che esisteranno a fare?

Invece hanno proseguito, fino ad arrivare alla fatale curva dove il Fato stava facendo passare la ragazza in senso contrario. Fine di tutta la storia. I meccanismi della Fatalità hanno agito al meglio delle loro possibilità. I Carabinieri sono, naturalmente, del tutto esclusi dalla colpa; non si pone neppure il problema, né sui giornali e né nella coscienza delle persone (si noti che non uso, volutamente, la parola gente). I rapinatori, essendosi messi nell'illegalità, devono beccarsela tutta quanta, e pagare per questo. Con la vita e con la galera. Inseguiti com'erano, e a velocità folle, dalla legalità costituita, dovevano semplicemente arrendersi; accostare da una parte e lasciarsi ammanettare e portare via. Sono, come si vede, meccanismi del tutto perversi, quelli della presupposta Fatalità; perversi, e soprattutto costantemente evitabili. 

Resta, in fondo a tutto questo, una ragazza di venticinque anni che non è più. Però non intendo minimamente creare (o aggiungere) pathos. E' il famoso singolo caso di cui si parlava più avanti, anche se non è certamente l'unico del genere che è accaduto; anzi, è successo che diversi scontri mortali siano avvenuti non con i ladri, ma direttamente con le guardie. E' accaduto anche che le guardie non stessero affatto inseguendo i ladri, ma semplicemente scortando qualcuno d'importante, o recandosi da qualche parte per un intervento, oppure passando col rosso a un incrocio per portare una pericolosissima delinquente (una prostituta ucraina) in centrale per degli accertamenti. Beccando in pieno uno scooter con a bordo un'altra ragazza, ancora più giovane di quella di Terni, e ammazzandola sul colpo. Sullo scooter c'era anche il fidanzato della ragazza; e così, anche in quel singolo caso, il pathos fu salvo.

Termina qui questa cosa che si è occupata dei meccanismi della Fatalità. Del resto, tanto per restare vagamente in tema, dicevano gli Antichi che muor giovane colui che agli Dèi è caro. In alcuni casi, evidentemente, gli Dèi, o Dio, o chi per loro, si mettono in azione per cinquanta euro, un'utilitaria, per il Dovere, e per tutta una serie di cose per le quali bisognerebbe, a mio parere, andare più a fondo anche in altri meccanismi, parecchio più terreni e volgari.

mercoledì 30 gennaio 2013

Nascono le Ricette Asociali


Se nasce un blog nuovo, bisognerà pur fargli un minimo di réclame iniziale; poi, come è ovvio, camminerà da sé. Insomma, da oggi l'Asocial Network aumenta di uno, con un blog, pensate un po', di ricette di cucina: si chiama, come dubitarne, Ricette Asociali. Da oggi, putacaso v'interessi, lo trovate anche nell'apposita sezione "Asocial Network" nel blogroll. 

Dice "Ricette Asociali": Il libro di cucina dell'Asocial Network approvato da Max Stirner. Ricette inventate, singolari, rigorosamente Monodose e Antifamiglia. Le ricette sono tutte testate su me stesso: l'Unico e la sua Cucina. Quel che vi aspetta dovrebbe essere già abbastanza chiaro da queste poche righe; viene delucidato maggiormente nel post introduttivo, che in questo primo ed ultimo caso riproduco integralmente:


" Da oggi l'Asocial Network si arricchisce: dopo il blog principale, le tregge e la gatta Pampalea, ecco le ricette di cucina. A dire il vero, l'idea mi "covava" da un bel po' di tempo; però le mie cove durano parecchio e devono passare per tutta una serie di fasi. La fase decisiva è, peraltro, sempre la solita: consiste nella domandona, ma chi te lo fa fare di aprire un altro blog? In un mondo oramai dedito a Facebook, Twitter e ad altri social networks, in effetti, la forma "blog" sta già declinando. Il blog è una pagina bianca, e la pagina bianca fa sempre più paura dato che è necessario riempirla con qualcosa che non siano gli oramai universali centoquaranta caratteri di idiozie. Io, però, proseguo imperterrito e anche nella forma che mi è del tutto congeniale: quella del totale rifiuto dell' "interazione virtuale" e della "comunicazione in Rete". Come vale per gli altri blog dell'Asocial Network, anche qui i commenti sono bloccati: se volete dirmi qualcosa, scrivetemi un'e-mail o telefonatemi. Contatto diretto e senza mediazioni zuckerberghiane. Anche per quanto riguarda le ricette di cucina.

Fatto il preambolo, parliamo brevemente di questo nuovo blog. 

Io sto da solo (con un gatto nero che va e viene liberamente, quando gli va e come gli va perché odio mettere in una gabbia qualunque essere vivente), e ci sto benissimo. Fine delle considerazioni simil-filosofiche; alla mia età, la convivenza forzata (e più o meno istituzionalizzata) con un altro essere umano mi risulterebbe assolutamente insopportabile. Naturalmente, tutto questo comporta tutta una serie di cose, tra le quali doversi fare da mangiare; e, debbo dirlo sinceramente, nonostante i miei recenti e non lievi problemi di salute sono rimasto (e rimarrò) una buona forchetta (e un ottimo bicchiere). Non crediate con questo che io mi ritenga un gran cuoco, o cucinatore; tutt'altro. Ho una specie di culto per i limiti personali, e soprattutto per la mia pienissima coscienza di averne e di accettarli. Però, tutto sommato, un po' di cose ho imparato a farle e, soprattutto, ho cercato di sviluppare, anche ai fornelli, l'arte della fantasia e dell'inventiva. Rigorosamente con le cose che ho a disposizione al momento.

Le ricette che troverete in questo blog, quindi, sono tutte create dal sottoscritto (che le ha provate rigorosamente su se stesso, con risultati non di rado orrendi alla prima...). Col tempo, e se la cosa prenderà piede, si potranno accettare anche ricette altrui, ma sempre secondo il medesimo principio. Niente è ripreso da libri, riviste, trasmissioni radiotelevisive, siti Internet o altro; le ricette qui contenute hanno da essere originali.

Un'altro principio basilare sono gli ingredienti comuni, di facilissimo reperimento e di basso costo. Qui dentro non vi sarà mai cucina "di lusso". Particolare risalto avranno gli avanzi, anche di due o tre giorni prima (se siete schizzinosi, quindi, levatevi immediatamente dai coglioni da questo blog e andate a seguire la Clerici).  Si tratta di ricette generalmente molto facili, e anche di rendimento non sempre assicurato. Del resto, ci posterò quel che garba a me e sta a voi decidere cosa fare (cosa della quale, francamente, non me ne frega assolutamente nulla). Traduzione: se sputerete tutto al primo boccone e/o i vostri eventuali commensali vi piglieranno a padellate sul muso, non pigliatevela con me.

Infine, tutte le ricette saranno invariabilmente espresse in dose singola. Per UNA persona. Questo è un libro di cucina prettamente Stirneriano: l'Unico e la sua Cucina. Sarebbe veramente ora di finirla con le dosi espresse tipo "per quattro persone": sempre la solita menata della "famiglia". A tavola si dev'essere per forza almeno in quattro: e formati famiglia, e trepperdùe, e carrellate di stronzate varie. Per questo, nell'intestazione del blog, si specifica a chiare lettere che le ricette sono "Antifamiglia". Niente cenoni natalizi, niente zii a pranzo la domenica, niente bambini rompiscatole (che, casomai, possono essere opportunamente cucinati in mille modi). Quindi, ricette Monodose. Se alle volte a tavola siete in due, raddoppiate la dose. Se siete in tre, la triplicate. Arrivo persino a dire che, se siete addirittura in quattro, la quadruplicate. Che ve l'hanno insegnato, a scuolina, a fare le moltiplicazioni? Ci riesco persino io, che sono sempre stato negato per l'aritmetica...

Non aspettatevi mai grandi cose. Io stesso sono quasi sempre molto critico nei confronti di ciò che faccio, roba da mangiare compresa. Nelle ricette saranno peraltro espressi rigorosamente e esclusivamente i miei gusti (ad esempio, sono abituato da sempre a infilare nelle pietanze quantità enormi di peperoncino, e non ho la minima intenzione di toglierlo o ridurlo). Non intendo "insegnarvi" alcunché, ma se per caso qualcosa vi piacerà ne sarò contento anche se non lo verrò mai a sapere.

Un'ultimissima cosa, sommamente importante: non è certo a caso che ci siano, qui, Max Stirner e l'Anarchist Cookbook. Qui si anarca, e parecchio, anche in cucina. Come Unico sono io, Unici siete pure voi. Più che "ricette", potrete pigliare tutto quel che ci sarà qua dentro come spunti (e spuntini, anche). In breve: fateci quel che volete. Modificate gli ingredienti, se vi va. Agite secondo i vostri gusti come io agisco secondo il mio. Introducete variazioni di ogni genere, queste sono ricette e non ordinanze ministeriali. Buttate via il Talismano della felicità e fregatevene anche della "buona cucina italiana", che è senz'altro buona ma qui si piglia l'argomento da un'angolazione leggermente differente. Eliminate quindi ogni stupidissimo nazionalismo anche dalle pentole e dalle padelle; vedrete quanti begli ibridacci ci saranno qua dentro. "

Buon appetito!

martedì 29 gennaio 2013

Missili, risarcimenti.



Fratello...
Io non nutro alcun rancore nei tuoi confronti.
Chiunque tu sia, per qualunque compito sia stato creato, qualsiasi intento nascondessi fra le tue rapide giravolte nei cieli, io semplicemente, non ti odio.
Lo so che non puoi parlare, che non puoi ascoltare.
Lo so che non hai coscienza alcuna.
Ma so che il destino ha voluto farci incontrare nell'attimo fatale che disegna il solco fra la vita e il suo contrario.
E se la tua sagoma ha sfiorato la mia, se il tuo profilo breve si è celato nel cono d'ombra del mio mantice di cavalli impazzito dal dolore e dalle ferite che solo un vigliacco poteva infliggermi. Ebbene, ironia della sorte, ora noi ci troviamo qui. Di nuovo. L'uno di fronte all'altro. Uniti per sempre da una storia che non è più soltanto la mia o la tua. E nemmeno delle ottantuno anime che da quel giorno io rappresento. No. Questa, oggi, è la storia di tutti.
È la storia di chi lavora, di chi viaggia, di chi studia, di chi si impegna e di chi si diverte; di chi opera alla luce del sole e di chi trama nel segreto di quattro mura. È storia che appartiene a tutti coloro che hanno inteso il mio e anche il tuo sacrificio. Ed è storia che si ripete idealmente ogni qualvolta un nostro fratello alato si leva al cielo, ogni volta che la sua rotta si profila nel quadrante luminoso del pannello di comando. Ogni volta che un viaggiatore si reca ignaro sulla soglia che lo separa dal vuoto.
Sarà così fino a quando coloro che sanno non decideranno di raccontare ciò che noi -io e te- abbiamo avuto le ventura di vivere sulla nostra pelle di metallo.
Fin quando la dignità di queste 81 anime -nonché quella del tuo pilota- sarà calpestata dalla menzogna e dal raggiro, noi sventoleremo le bandiere della memoria.
E se a te, fratello, non sarà dato modo, allora vorrà dire che sarò io a farlo per entrambi.
Ché per questo siamo stati chiamati a testimoniare. E, nell'oscurità dei vizi incomprensibili degli umani, a resistere.

Na stizza di munnu ti vulissi dari
Rintra li negghi ri stu celu anticu
Nu ciavuru tunnu di sti mani ranni
Rintra li vogghi ri stu viddìcu
E chianciu sinza sapiri nenti
E nenti io vogghiu sapiri
Sulu li to occhi mi ponnu taliari
Sulu li to pinseri mi ponnu tuccari. 

Cinzia Andres, 24 anni
Luigi Andres, 32 anni
Francesco Baiamonte, 55 anni
Paolo Bonati, 16 anni
Alberto Bonfietti, 37 anni
Alberto Bosco, 41 anni
Maria Vincenza Calderone, 58 anni
Giuseppe Cammarata, 19 anni
Arnaldo Campanini, 45 anni
Antonio Casdia, 32 anni
Antonella Cappellini, 57 anni
Giovanni Cerami, 34 anni
Maria Grazia Croce, 40 anni

 Na stizza di munnu ti vulissi dari
Rintra li negghi ri stu celu anticu
Nu ciavuru tunnu di sti mani ranni
Rintra li vogghi ri stu viddìcu
E chianciu sinza sapiri nenti
E nenti io vogghiu sapiri
Sulu li to occhi mi ponnu taliari
Sulu li to pinseri mi ponnu tuccari.  

Francesca D'Alfonso, 7 anni
Salvatore D'Alfonso, 39 anni
Sebastiano D'Alfonso, 4 anni
Michele Davì, 45 anni
Giuseppe Calogero De Cicco, 28 anni
Rosa De Dominicis (Allieva assistente di volo Itavia), 21 anni
Elvira De Lisi, 37 anni
Francesco Di Natale, 2 anni
Antonella Diodato, 7 anni
Giuseppe Diodato, 1 anno
Vincenzo Diodato, 10 anni
Giacomo Filippi, 47 anni
Enzo Fontana (Copilota Itavia), 32 anni
Vito Fontana, 25 anni
Carmela Fullone, 17 anni
Rosario Fullone, 49 anni

E chianciu sinza sapiri nenti
E nenti io vogghiu sapiri
Sulu li to occhi mi ponnu taliari
Sulu li to pinseri mi ponnu tuccari.

Vito Gallo, 25 anni
Domenico Gatti (Comandante pilota Itavia), 44 anni
Guelfo Gherardi, 59 anni
Antonino Greco, 23 anni
Berta Gruber, 55 anni
Andrea Guarano, 37 anni
Vincenzo Guardi, 26 anni
Giacomo Guerino, 19 anni
Graziella Guerra, 27 anni
Rita Guzzo, 30 anni
Giuseppe Lachina, 58 anni
Gaetano La Rocca, 39 anni
Paolo Licata, 71 anni
Maria Rosaria Liotta, 24 anni
Francesca Lupo, 17 anni
Giovanna Lupo, 32 anni

Na stizza di ventu mi catamia lu cori
Che è nivura di petra ri lava
N'anticchia di suli m'arruspigghia la peddi
Che mi quaria li brazza li manu lu coddu
Amuri lu sai ca lu tempu è un cavaddu
Biancu di ciuri e di razza patruna
Amuri lu sai ca lu tempu pirdutu
È russu di sangu e nun pirduna.

Giuseppe Manitta, 54 anni
Claudio Marchese, 23 anni
Daniela Marfisi, 10 anni
Tiziana Marfisi, 5 anni
Rita Giovanna Mazzel, 37 anni
Erta Dora Erica Mazzel, 48 anni
Maria Assunta Mignani, 30 anni
Annino Molteni, 59 anni
Paolo Morici (Assistente di volo Itavia), 39 anni
Guglielmo Norrito, 37 anni
Lorenzo Ongari, 23 anni
Paola Papi, 39 anni
Alessandra Parisi, 5 anni
Carlo Parrinello, 43 anni
Francesca Parrinello, 39 anni
Anna Paola Pelliccioni, 44 anni
Antonella Pinocchio, 23 anni
Giovanni Pinocchio, 13 anni
Gaetano Prestileo, 36 anni

Amuri lu sai ca lu tempu è una stidda
C'è cu lu chianci, c'è cu l'addisìa
e c'è cu lu perdi jucannu e s'annaca,
Ma io lu me tempu lu dugnu a tia.

Andrea Reina, 34 anni
Giulia Reina, 51 anni
Costanzo Ronchini, 34 anni
Marianna Siracusa, 61 anni
Maria Elena Speciale, 55 anni
Giuliana Superchi, 11 anni
Pierantonio Torres, 32 anni
Giulia Maria Concetta Tripiciano, 45 anni
Pierpaolo Ugolini, 33 anni
Daniela Valentini, 29 anni
Giuseppe Valenza, 33 anni
Massimo Venturi, 31 anni
Marco Volanti, 36 anni
Maria Volpe, 48 anni
Alessandro Zanetti, 18 anni
Emanuele Zanetti, 39 anni
Nicola Zanetti, 6 anni.


Una goccia di mondo ti vorrei dare
dentro alle nebbie di questo cielo antico
un profumo rotondo di queste mani grandi
dentro alle voglie di questo ombelico
e piango senza sapere niente
e niente voglio sapere
solo i tuoi occhi mi possono guardare
solo i tuoi pensieri mi possono toccare.

Una goccia di mondo ti vorrei dare
dentro alle nebbie di questo cielo antico
un profumo rotondo di queste mani grandi
dentro alle voglie di questo ombelico
e piango senza sapere niente
e niente voglio sapere
solo i tuoi occhi mi possono guardare
solo i tuoi pensieri mi possono toccare.

E piango senza sapere niente
e niente voglio sapere
solo i tuoi occhi mi possono guardare
solo i tuoi pensieri mi possono toccare.

Una goccia di vento mi muove il cuore
che è  nera di pietra di lava
un po' di sole mi risveglia la pelle
che mi scalda le braccia le mani il collo
amore lo sai che il tempo è un cavallo
biancofiore di razza padrona
amore lo sai che il tempo perduto
è rosso di sangue e non perdona.

Amore lo sai che il tempo è una stella
c'è chi lo piange, c'è chi lo brama
e c'è chi lo perde al gioco e si trastulla,
io il mio tempo lo dono a te.

(Testi tratti da: Ultimo Volo, Orazione Civile per Ustica di Pippo Pollina. Monologo Quarto - Canzone Quarta.)