mercoledì 1 ottobre 2008

Verso il 18. 1, Porte Aperte e Porte Chiuse.


Con questo post vorrei iniziare una serie di cose che porteranno “verso il 18”. Che cosa sia questo diciotto, per ora, non lo dico. Lo dirò quando sarà il momento. L'intenzione è quella che tutte queste cose siano legate da alcuni particolari, un po' come nel film “Il fantasma della Libertà” di Luis Buñuel. Da dove partire, in questo viaggio verso il 18? Da casa. Da casa mia.

Quella che si può vedere nella foto, è casa mia. Forse non è comune, nella bloggosfera, vedere un luogo così privato come la propria casa; addirittura, all'estrema destra in basso, sul tavolino bianco, si vede il computer sul quale, in questo preciso momento, sto scrivendo questa cosa. E tutte le altre. Dal quale parte l'‘Eκβλόγγηθι Σεαυτόν che in questo momento, amica o amico, nemica o nemico che tu sia, stai leggendo. So bene che, con una foto, non si entra in realtà da nessuna parte; ma in chiar di luna sotto ai quali la diffidenza, la paura e l'insicurezza artificiale sono le dominatrici del mondo e degli umani rapporti, anche una semplice foto può “fare il suo”, almeno simbolicamente. Vorrebbe significare: Io paura non ne ho. E né diffidenza, e né insicurezza. Potete venire qui quando vi pare, se vi punge vaghezza di farlo. Abito a Firenze, in via dell'Argingrosso al numero 65/C; guardate pure un po' di quello che c'è dentro. Se siete dei ladri, debbo dirvi che i libri sono in buona parte grammatiche, corsi e dizionari delle lingue più astruse del mondo. Il quadro col paesaggio toscano immaginario l'ho comprato a un'esposizione che si teneva nell'osteria di San Casciano dove andavano a “fare merenda” Pietro Pacciani e i suoi amici; vale 270 euro. L'adesivo appiccicato sul televisore dice “PCI – Partito Ciclista Italiano”. I mobili sono quasi tutti dell'Ikea. Il quartiere si chiama Isolotto, e ci va l'autobus linea 9 da via del Prato. A nemmeno 500 m da casa c'è un campo nomadi. A nemmeno 1 km ci sono Ugnano e Mantignano.

Oggi è cominciato ottobre, e una volta qualcuno mi diceva che gli assomigliavo, addirittura che il mio passo e il mio modo d'entrare in casa glielo ricordava. Forse, chissà, allora ero un po' più leggero e aggraziato d'ora; passi pesanti ne ho però sempre avuti tutte le volte in cui mi son trovato a dover entrare, di corsa, e sovente dopo affannose corse per rampe e rampe di scale, in case visitate di fresco dalla Morte. E, non di rado, addirittura assieme a quella Signora là, che saliva le scale assieme a me e agli altri della squadra; ma lo zaino dei farmaci, le apparecchiature e le bombole d'ossigeno sono pesanti. In generale, Lei fa le scale più veloce di noi.

Le avete mai sentite le urla disperate di chi si vede morire davanti un proprio caro o un amico? Vi siete mai ritrovati ad avere davanti, a nemmeno mezzo metro, una famosa e terribile scena del film Trainspotting, e a cercare di fare una rianimazione a un neonato? E io lì, assieme agli altri, davanti a porte chiuse che si son dovute spalancare per far entrare la Morte e chi prova a ritardarla per qualche tempo. Sono frangenti in cui si misura il senso della violenza, perché violentemente si deve agire. Rovesciare tavoli, strappare vestiti, sporcare di sangue l'intimità di una casa. E, alla fine, comunque sia andata, non si rimette niente a posto. Rimane tutto lì, una stanza sconciata, cocci di fiale, vasi rovesciati, l'attaccapanni preso di corsa dall'ingresso per reggere le fisiologiche. Il massaggio cardiaco comincia con un cazzotto sullo sterno, un cazzotto che, dicono alcuni medici, per essere efficace deve rompere un paio di costole. Ne ho dati non so quanti. A che cosa serve chiudere le porte? Non è mai servito a nulla. C'è Qualcuno che, un giorno o una notte, entra senza fare complimenti. E si porta via ogni cosa, mentre nello sfacelo combinato da vivi con strani apparecchi restano le foto dei nipotini, le ciabatte, il libro per sempre fermo a pagina 126, i pupazzetti di pelouche, la fettina con l'insalata che si stava mangiando agli arresti domiciliari, a volte la televisione accesa.

Case povere, case ricche. Mi è successo di abitare in tante case altrui. Mi è successo di sentirmi dire che la casa dove abitavo momentaneamente “puzzava di povertà”; e la stessa persona che me lo stava dicendo abitava in una bella casa là sugli ameni colli, una casa che avevo visto nascere. Porte, cancelli, cellule fotoelettriche, antifurto; bisogna aspettare che qualcuno le apra, a volte con meccanismi complicati e lenti. Porte di alberghi, con il maître che sussurra contrariato se per caso non si possa rimuovere, cortesemente ma con sollecitudine, il cadavere dell'anziano turista inglese morto mentre faceva l'amore con la giovane moglie, visto che il viavai di procuratori della Repubblica e di medici legali nella suite potrebbe nuocere al buon nome dell'hôtel. “Potete per caso portarlo fuori, sul marciapiede?” Porte che mi si sono aperte per mezz'ora e poi richiuse. Case. La porta di casa dell'Elba che, una volta, nemmeno veniva chiusa a chiave la notte. E tutte le porte che, camminando, si vedono chiuse o socchiuse. L'enorme e antico portone d'un palazzo di via Lambertesca spalancato da una carica di tritolo piazzata in un furgone, una notte di maggio.

Davanti a tutte queste porte sono stato; e mi piace, quando posso, e sfruttando la mia alta statura, sbirciare nelle finestre illuminate, sul far della sera. Tavole apparecchiate, scaffali di libri, arredi, ordini e confusioni che fanno parte di un'unica porta aperta che dovrebbe chiamarsi vita. Cerco d'immaginarmi quali storie possano esserci dentro, quali pene, quali felicità; con la rassicurante certezza di sbagliarmi sempre.

E il marcantonio mezzo impazzito che, una notte d'agosto, proprio qui all'Isolotto, tanti anni fa, stava gettando da una finestra del quarto piano tutta la sua casa. Mobili, suppellettili, libri, pentole, il calendario di Frate Indovino, la foto della mamma che per poco non mi planò sul capo. Poi scese tranquillo le scale e si fece portare via dicendo: Tranquilli, io so' bono come una pappa ma della mi' mamma e della su' casa 'un ne potevo più. Porte di paesi stranieri, strane chiavi, e nella foto c'è quel che si trova dietro la porta di casa mia. Non tutto, e ancora non è terminata. Sono lentissimo. Prima o poi, nello spazio di parete vuoto tra l'armadio e la cassettiera rossa ci andrà un bizzarro specchio che una ragazza con un numero nel cognome mi sta fabbricando.

Verso il 18 il primo passo.



12 commenti:

franco senia ha detto...

mmmmmmmhhhhhhh
il primo passo ....
io mi sarei mantenuto sulle storie autoconclusive ... ;-)

salud

Venturik ha detto...

Ma questa non è una "storia" (o forse, boh, storie sono tutte...). Potrebbe, chissà, essere fatta anche da due sole parti :-) O forse no. Ad ogni modo...è una cosa che per me è molto importante, ma non voglio dire altro, davvero.

PS. Hai notato che nella foto ho messo la parte opposta alla cucina? :-PPP

franco senia ha detto...

Storie son tutte!
Nell'accezione positiva e negativa (quella che dice "non raccontare storie", oppure "non fare storie").
E quando sento che .... non vuoi dire altro ... allora sì .... ehehehehehe
Magari un giorno farai una storia sul cimitero delle storie non concluse ;-)
Come quella della cucina (avevo notato, avevo notato :-))

salud

Io Non Sto con Oriana ha detto...

La storia di questa cucina occuperebbe ormai un paio di MB, anche se scritta con il "vi editor"...

Venturik ha detto...

Stranamente ma non troppo, Franco, con la cosa del cimitero hai...anticipato il secondo passo. Anche se non sarà un cimitero di storie, almeno per ora...

franco senia ha detto...

vabbé aspetteremo st'altro 18 ottobre ...

salud

Venturik ha detto...

Aspetteremo, aspetteremo.

Salut!

franco senia ha detto...

Oppure, alternativamente, possiamo andare a ri-leggere il post del 18 ottobre 2007. Sempre su questo blog! ;-)

salud

Venturik ha detto...

Il post di giovedì 18 ottobre 2007, su questo blog, è in realtà del 20 maggio 2002 e proprio non ci azzecca nulla con quel che sto scrivendo in questi giorni :-)
Fortuntamente, mi permetto di aggiungere...

Salut!

franco senia ha detto...

Ah allora si vede che quello farà riferimento al 30 dicembre 1993 oppure al 28 giugno 1997. ;-)

salud

Venturik ha detto...

Casomai al 30 dicembre 1992; il 28 giugno 1997, se ben mi ricordo, ero impegnato nel trasloco da Monteriggioni a Livorno :-))

Salut!

franco senia ha detto...

Ah, ecco. Volevo ben dire

salud