sabato 13 settembre 2008

Convocazione


"ALITALIA, ROTTE LE TRATTATIVE
FANTOZZI CI CONVOCHI"

(Titolo di "Repubblica" Online, 13 settembre 2008).

sabato 6 settembre 2008

My ball is back


Non so cos'è che ci lega alle cose, dico proprio agli oggetti. Qualcosa, credo, è la forza di associazione che genera i ricordi lunghi, quelli che non se ne vanno; sono cose in generale semplici, spesso addirittura dozzinali. Come, ad esempio, una banalissima palla di plastica gialla, marca “Super Tele”. In vendita nelle cartolerie, nelle mesticherie, ai mercatini per pochi spiccioli.

Diciott'anni fa, nel 1990, ce ne avevo una. Me l'ero portata in Grecia, per le vacanze (probabilmente immeritate anche allora) per giocarci in mare, perché fare a pallonate in mare m'è sempre piaciuto. Ero sull'isola di Spetses. Un pomeriggio di caldo infernale, quando stare in acqua era appunto l'unica salvezza.

Ci stavo giocando da solo quando un refolo di vento, una di quelle ventate che anche nei giorni più caldi, al mare, arrivano a dare dieci secondi di frescura, me la portò via. Ebbi un moto di sufficienza, pensando di poterla raggiungere facilmente; ma non ci fu nulla da fare. Prese il via in mare; quando mi accorsi che era troppo tardi, che s'era beccata una perfida corrente e che si stava allontanando nel mar Egeo per farsi la sua personale Odissea di palla gialla, mi prese un moto di disperazione.

Non ero un bambino, avevo ventisette anni. Ma quella palla banale, comune, mi ricordava probabilmente di quand'ero bambino, di quando giocavo per ore in mare all'Elba. O forse mi ci ero semplicemente affezionato, perché sono uno che lo fa sempre nei confronti degli oggetti qualsiasi. Non ci posso fare niente. Come se avessero una vita, un'anima. Come se le mani che li hanno fatti fossero in qualche bizzarro modo in contatto con me. Qualunque momento di gioia, di pace o di chissà qual altra cosa mi regalino, diventano una parte di me.

Sembra che fui colto dalla ragazza che era con me allora e da altri bagnanti mentre, in piedi in mare e con aria da ragazzino disperato gridavo “My ball! My ball!”. In inglese, chissà perché. Mi venne spontaneo, quasi a volermi far capire da tutti. Ma niente. Nessuno andò a ripigliarmela, la palla “Super Tele” gialla. La vidi allontanarsi nel mare, e scomparire rapidamente. E ogni tanto mi capitava di ripensarci.

Senonché oggi, 6 settembre 2008, è successa una cosa. Avevo steso i panni fuori, e sono andato a controllare se erano asciutti. Giusto pochi minuti fa. Ho aperto la porta e sono andato a toccare le magliette e gli asciugamani. Proprio davanti allo stendipanni c'era una cosa.

Una palla “Super Tele” gialla, completamente identica a quella persa in un'isola greca diciott'anni prima. Lì per terra, nel cortile, immobile.

Mi dispiace per il bambino che l'ha persa, se lo sentirò gridare o piangere giuro che vado a ricomprargliela seduta stante. Ma era tornata. Aveva fatto il suo lungo, lunghissimo giro per il mondo. Aveva visto terre lontane, e mari, ed occhi e mani; felice chi, come Ulisse, ha fatto il suo viaggio, e poi è tornato, dopo tante traversate, al paese dei suoi verdi anni.

Me la sono presa in mano e toccata, e non ci ho pensato nemmeno due secondi: l'ho infilata nel bagagliaio della macchina. E guai a chi me la tocca, perdio. No, non la riporterò al mare; ci fosse mai un'altra ventata assassina che me la riporta via! My ball is back, e sto sorridendo.

venerdì 5 settembre 2008

Mille lire




Di Napoli ho sempre parlato poco, e scritto ancor di meno; semplicemente perché non la conosco. Probabilmente non ha mai avuto una vera occasione di attenermi, e magari questa è una mia mancanza, una lacuna. Lo sarà senz'altro. I napoletani veraci che ho conosciuto si contano sulla punta delle dita, uno si è messo con una ragazza cui facevo il filo a sedici anni provocandomi una crisi eterna durata 42 minuti (il tempo di scrivere una melanconica e orripilante poesia adolescenziale) e un altro era un democristiano del cazzo, ma aiutatemi a dire del cazzo. Quanto alla città in sé, ci sarò stato tre volte in croce e tutte superficiali; l'ultima mi è toccato guidarci la macchina e mi sono ripromesso, se mai ci dovessi o volessi tornare, che mi ci muoverò rigorosamente a piedi; ché, poi, è il miglior modo di vedere e conoscere le città.

Ma di Napoli, stasera, m'è venuta la voglia di parlare per una storiellina piccina picciò, forse l'unico vero ricordo incancellabile che ho di quella città. Come quasi sempre accade, il ricordo più vivo è anche quello più lontano; e siccome la natura, aiutata dalla Settimana Enigmistica, mi ha dotato di una memoria simil-pichiana, posso anche dire che questo ricordo risale agli ultimi giorni di maggio del 1972. Non avevo ancora nove anni.

Mio padre era un tipo decisamente curioso, e nelle due accezioni principali del termine. Curioso perché letteralmente roso dalla voglia di vedere quel che una giovinezza da guerra e dopoguerra gli aveva impedito; e curioso perché aveva il dono dell'imprevedibilità. Per esempio, non era prevedibile che in quegli ultimi giorni di maggio del '72 incoraggiasse me e mio fratello maggiore a disertare l'ultima settimana di scuola perché aveva una voglia matta di saltare in macchina con tutta la famiglia e andarsene al sud. Un sud sconosciuto. Illuc erant leones. Se ne parlava alla tv, c'erano ancora gli emigranti, gli albanesi e i rumeni dell'epoca erano i siciliani o i napoletani; e, naturalmente, anche allora i meridionali si dividevano in “onesti” e “disonesti”. “E' siciliano ma è tanto bravo”, dicevano le massaie dal pizzicagnolo; subito dopo però arrivava la notizia del furto in appartamento e la stesse massaie dicevano: “Sarà stato un napoletano di sicuro”. Come dire: non cambiano i tempi, cambiano solo i bersagli.

Così mio padre comunicò alla famigliuola la sua improvvisa decisione di inscatolarci tutti sull'850 beige e farci fare una “gita”. Le “gite” di mio padre somigliavano a quel che ora sono “Avventure nel mondo” o roba del genere; ci ho un amico che passa le vacanze nel Tagikistan o fra gli Uiguri del Turkmenistan cinese, ma lo sfiderei volentieri a farsi Firenze-Reggio Calabria nel 1972 a bordo di un'850 con ottantamila chilometri già sul groppone. Quello fu. Tappe massacranti, la prima da Firenze a Salerno, poi da Salerno a Reggio passando per strade interne (da mio padre ho ereditato l'odio profondo per le autostrade), poi da Reggio a Taranto e infine da Taranto a Firenze. In otto giorni. Mi rivedo sempre assetato, vestito generalmente in modo ridicolo (con delle bermude blu stinte e un paio di occhiali da sole che sembravano televisori). Ce ne successero di tutti i colori: in una specie di albergo a Salerno, dove ci avevano sistemati tutti in una cameraccia con letto matrimoniale, lettino singolo e mobile-letto a chiusura, quest'ultimo durante la notte mi si chiuse veramente addosso sbarbando anche una lampadina che pendeva dal soffitto. Vicino a Serra San Bruno, in Calabria, l'850 rimase senza benzina e a mio padre toccò farsi otto chilometri a piedi fino a un distributore. A Taranto ci venne la malsana idea di farci un bagno nel Mar Piccolo, e se ne uscì fuori sporchi di petrolio o che accidenti era d'appiccicaticcio e puzzolente. A Bitonto capitammo esattamente nel giorno dove avevano ritrovato i cadaveri di tre bambine gettate in un pozzo, tutti allegri e giulivi a chiedere informazioni dove mangiare mentre in paese l'aria si affettava col coltello. E così via. Le piccole avventure nel mondo della famiglia Venturi.

Ma ero partito col voler parlare di Napoli e di quel ricordo, già. Successe durante la prima tappa, perché ovviamente a mio padre era venuta la voglia di entrare un po' dentro Napoli; e altrettanto ovviamente si perse. Confidando nei cartelli d'indicazione dell'autostrada, ad un certo punto si accorse che tali cartelli erano spartiti. Dissolti nel nulla. Ci ritrovammo in un quartiere, credo San Giovanni a Teduccio, senza sapere dove andare a sbattere il muso. Ad un tratto il miracolo: ricominciano i cartelli. Solo che sono fatti di cartone e la scritta “autostrada” è fatta col pennarello. “Mah”, disse mio padre, “sarà stata qualche anima buona visto che non hanno messo i cartelli veri...”

Segue fiducioso i cartelli artigianali, e ci ritroviamo come bischeri, con l'850 beige in un giorno già torrido, ad un baracchino di lamiera. Oltre il baracchino, una rampa di accesso (forse un'antico ingresso di lavoro ai cantieri, dimenticato lì) che dà su quello che sembra l'autostrada; scoprimmo poi che era un raccordo che portava a un casello. Dentro il baracchino un ometto con addosso una spolverina nera coi bottoni, di quelle da scrivano d'ufficio alla Policarpo de' Tappetti, e accanto a lui un bambino forse della mia età che fumava una sigaretta. Sopra, l'ennesimo cartone, ma più grosso, con scritto “AUTOSTRADA”. Mio padre si ferma esterrefatto e chiede: “Ma di qui si entra...?” L'ometto gli risponde qualcosa in napoletano, in cui si capisce solo “Mille lire”. La rampa è chiusa da una barriera fatta con una spranga arrugginita retta su due blocchi di cemento.

Mio padre, che scemo proprio non era, non ci sta a pensare nemmeno un secondo. Caccia fuori dal portafoglio mille lire e le dà all'ometto; il bambino, tranquillo, va alla spranga, la solleva e ci lascia passare; poi la riappoggia sui blocchi. Eccoci sul raccordo, prima in silenzio e poi a ridere quando davvero si arriva al casello, qualche chilometro dopo. Ecco cosa avevano escogitato l'ometto e il bambino, sicuramente un suo figliolo, per mandare avanti la baracca. Si erano accorti della rampa dimenticata e l'avevano trasformata in un finto casello autostradale, prezzo unico mille lire. Non è da escludere che i cartelli “ufficiali” che indicavano l'autostrada ci fossero stati, e che li avessero levati di mezzo loro per instradare al casello di famiglia. Mille lire. Alla fine della giornata, vuoi che non ci fossero passati dieci o quindici polli smarriti, il rappresentante romano, il camionista trentino, il motociclista olandese o gli avventurosi gitanti fiorentini? E il bello è che tutti quanti i polli, esattamente come noi, dopo esserci cascati si mettevano probabilmente a sganasciarsi dalle risate e a fare i complimenti a quel padre e a quel figlio.

Ecco, Napoli. Stanotte dovevo pagarle quel lontano ricordo. Ci metto sempre un po' di tempo a pagare, lo ammetto; ma prima o poi lo faccio. E se magari qualche napoletano o napoletana leggesse questa cosa, mi piacerebbe che mi parlasse di lei e di che cos'è; che mi desse quell'occasione per attenermi che ancora non ho mai avuto. Magari non accadrà, e resterà per sempre una sconosciuta e un casello finto; chissà che ne sarà stato di quell'uomo e di quel bimbo. Se esisterà ancora quella rampa, o se l'hanno abbattuta. Di sicuro non esiste più mio padre, e comunque Napoli la devo ringraziare, stanotte, per avermelo rimesso nella mente.

martedì 2 settembre 2008

Lebbrosi



Il fatto più o meno lo conoscono tutti: l'aggressione, da parte di alcuni banditi, ai frati del santuario di Belmonte, nel Canavese. I “malviventi” (chissà, i “benviventi” sono forse quelli delle sante famigliuole che quotidianamente si scannano in questo paese, specie per mano del maschio capofamìgghia) sono penetrati in quel santyssimo luogo ed hanno preso a mazzate quattro frati mentre, poveretti, stavano mangiando.

Lungi da me giustificare in qual modo si voglia quest'atto che è semplicemente vigliacco, come vigliacca è ogni aggressione a persone inermi (specialità riconosciuta, quest'ultima, di polizie bolzanete varie). Però, ieri, sembra che al santuario di Belmonte ci sia stata la “messa di riconciliazione”, officiata nientepopodimeno che dal cardinale arcivescovo di Torino in persona, Poletto. E qui comincia il bello, non senza avere augurato ai frati aggrediti una prontissima guarigione ed il buon ritorno alla loro ascetica vita.

Il cardinale Poletto, officiando la messa di “riconciliazione”, ha pronunciato delle palabras de fuego, ay de mí. “Persone di questo genere non sono degne di stare nella nostra società”, ha detto. “Vanno recuperate, non dobbiamo condannarli a morte, ma non sono degne di stare nella società come i lebbrosi di un tempo venivano allontanati perchè contagiavamo la comunità”.

Bisogna davvero plàudere a questo fulgido esempio di carità crystiana. Il cardinale ha emesso la sentenza, e menomale che non ha ritenuto opportuno applicare la pena capitale che tanti suoi predecessori avrebbero applicato senza battere ciglio e in nome d'iddìo. E' il cardinale che decide chi è degno e chi è indegno di stare in questa società; da oggi sappiamo che oltre ai banditi ci sono i lebbrosi. Ovvero persone colpite da una malattia terribile. Coloro che “venivano allontanati perché contagiavano la comunità”, messi ai margini, espulsi.

E non bastano certo gli esempi dei cristiani che, in mezzo ai lebbrosi, ci sono andati volontariamente. Non vorrei sbagliarmi, ma fra di essi ci dev'essere stato anche un certo Gesù Cristo; oppure, quand'anche mi sbagliassi, decine e decine di missionari che, in mezzo agli stermini di popolazioni native cui hanno dato il loro prezioso contributo (tipo in Sudamerica), ogni tanto si sentivano qualche toc toc nella coscienza e tra i lebbrosi, gli appestati e i malati di AIDS ci sono andati per cercare di fare qualcosa per quei fratelli. Per il cardinale Poletto, invece, i lebbrosi sono come i banditi: indegni, colpiti da un “virus”.

Chissà, magari è lo stesso virus dell'AIDS cui Santa Madre Chiesa ha dato un bell'aiutino con le sue campagne contro ogni tipo di anticoncezionale, preservativo in primis. Ma non è nemmeno questo il punto. Non sono uno che fa bandiera di ateismo, e gli ateismi cretini mi fanno lo stesso schifo delle religiosità cretine. Mi fa orrore l'ipocrisia di quest'uomo, lo stesso orrore che mi fa la violenza di alcune persone che aggrediscono dei vecchi che stanno mangiando in santa pace nel loro convento. Mi fa orrore l' “appello alle istituzioni” di un uomo che ha appena paragonato degli aggressori a degli innocenti colpiti da una malattia. Mi fa orrore l'invito al “ravvedimento” da una persona che ha vomitato tutto questo durante un atto di “riconciliazione”. Mi fa orrore perché è una cosa vera, perché è ciò che veramente hanno dentro grattata la patina della “carità”.

E mi fa orrore che, tra gli astanti, ci fosse anche un nazista come Borghezio. Ma credo che, davvero, fosse al suo posto. Il suo posto naturale accanto al cardinale che espelle i lebbrosi. E Gesù Cristo? Magari c'è andato lui a parlare a quei banditi; magari sta lì ad ascoltare perché l'hanno fatto. Iddio non voglia che ci sia stato pure un motivo.

mercoledì 27 agosto 2008

Un sub normale



Non contenti di averci un "presidente della camera" fascista, ce lo ritroviamo anche subacqueo. D'accordo che, da buon fascista, forse gli servirà per cavarsela nelle fogne; qui lo possiamo capire. Però, che per esercitarsi con maschera, pinne e bombole debba non solo servirsi dei mezzi dei vigili del fuoco, ma anche prendere e andare a immergersi nelle oasi superprotette, mi sembra leggermente troppo.

Oasi superprotette e, ovviamente, vietatissime; tutto questo nel paesello dei divieti. Quello, per intenderci, dove non si possono stendere i panni alle finestre o mangiare un panino per strada, pena salatissime multe. Ma tutto questo, ovviamente, non vale per il fascistone law & order; bel bello, se ne piglia i "suoi" vigili del fuoco, se ne va all'isola di Giannutri (area "a protezione integrale" nel parco dell'Arcipelago Toscano) e va a fare glu glu in quel mare incontaminato -che con la sua presenza diviene automaticamente inquinato.

Questa sarebbe, udite udite, la terza carica dello Stato. Caricaaaa! Ora dice che "è stata una leggerezza" e che "pagherà la multa"; intanto, ovunque vada a immergere il suo augusto culo pinnato, ci son sempre i vigili del fuoco; ma che avrà paura di incendiarsi in mare?

Viene a mente senz'altro una famosissima "gaffe" di Mike Bongiorno, che poi non si sa neppure se sia vera o se sia una leggenda metropolitana. Si narra che, rivolgendosi al vecchio "Rischiatutto" a un celebre concorrente, il sub dilettante Enzo Bottesini (quello che poi mandò all'aria un tentativo di record mondiale di apnea a Enzo Majorca, che saltò fuori dall'acqua bestemmiando come un ossesso), gli abbia detto: "Ma noooo! Io non sono un sub speciale come lei, io sono un sub normaleeee!"

lunedì 25 agosto 2008

L'immeritato ritorno, including Contro la Francigena




Di ritorno dalle immeritate vacanze, e con la prospettiva assolutamente certa di impiegare i prossimi giorni (diciamo fino a sabato) in un trasloco almeno per una volta non di mia stretta competenza -per il quale mi trovo in un'afosa trasferta piacentina di fin'estate, vado rigorosamente a ruota libera.

In realtà, di raccontare quel che ho fatto durante le vacanze non mi va neanche troppo. Far scoprire un po' d'isola d'Elba -specialmente con il commovente tonno ai pistacchi dell'Osteria Libertaria di Portoferraio, ritrovarmi a Galenzana un'altra volta assieme ad una persona amata, lo scirocco appiccicoso e fetente, e mia cugina che ha atteso le sue ferie d'operaia per beccarsi la varicella a 38 anni suonati; cose normali, impreziosite dal buon San Gaetano -patrono di Marina di Campo- che durante la sua festa del 7 agosto ha pensato bene di dar fuoco a qualche barchètta ormeggiata in porto mediante il generoso spettacolo pirotecnico annuale. Ci ripenso sempre con qualche risata, immaginandomi le bestemmie dei proprietari delle imbarcazioni; figurarmeli poi devoti di paparazzingher o di padrepìe è come mettere il tabasco sui tacos. Aggiunge gusto.

Beninteso, un ragionamento che mi capita spesso di fare tra me e me è il seguente: ma come mai, nei posti di mare, le feste dei santi patroni cadono tutte in luglio e agosto? Mai, che so io, un tredici di gennaio o un ventisette di novembre. 'Sti santi! Anche loro debbono dare il loro contributo all'industria turistica e cadere rigorosamente in alta stagione; e poi qualche maledetto senzadìo dice che la religione è una cosa inutile!

Un'estate passata saltapicchiando dall'iperrazionalità di Piergiorgio Odifreddi (irresistibile a volte, esagerato altre e insopportabile altre ancora) alle storie di Lansdale, uno che mi ha fatto pensare spesso ai miei tentativi di raccontare cose e all'abisso che mi separa dal saperlo davvero fare; all'ultima pagina di Tramonto e polvere, coi capelli rossi di Sunset in testa, mi è presa la voglia di rileggermela subito, quella storia, e di mangiarmela. Come fosse una piattata di croste di parmigiano fritte nell'olio, che è il troiaio mangereccio che più mi fa impazzire, e da una vita intera.

Poi, una giornata passata tra la luce abbacinante di una Volterra infuocata, salsicce e patatine in una specie di posada messicana spiaccicata sulla strada per Saline -Old River, si chiama-, e una serata matta assieme a un amico e ai suoi parenti nella loro “Porcilaia” -una serata anch'essa di storie dietro a un fico, e storie belle; ma a parte l'accenno che l'amico in questione ha fatto nel suo blog, ne avrò a riparlare, e a riparlare estesamente. E infine eccomi qui, momentaneamente sdraiato sulla pianura Padana che sto cominciando a rivalutare da quando mi è toccato vivere per anni in mezzo ai monti. Belli, bellissimi i monti; ma non sono fatti per me. Troppo faticosi, troppo cupi, troppo silenziosi. La pianura assomiglia di più al mare, e stasera a Piacenza c'era un tramonto da mozzare il fiato. Condito anche dall'aver trovato casualmente l'unico tifoso della Fiorentina in tutta Piacenza, che mi ha invitato mercoledì sera a casa dei suoi genitori a vedere sulla tv porno che ha acquisito i diritti la partita di ritorno del preliminare di Champions' League.

Il bello è che ero partito, per questo post, con l'idea di scrivere una sorta di pamphlet contro la via Francigena. Non ne posso più della via Francigena, mi perseguita da una vita e mezzo. Quando stavo nelle campagne senesi, stavo su un pezzo della Francigena. A Volterra mi aspetto gli Etruschi, e invece c'è un'insalata di pezzi di Francigena. Sono a Piacenza e mi ritrovo i cartelli della via Francigena. Come mi muovo sono inseguito dalla via Francigena. Ma che cazzo di via era, perdiana? Non si sa da dove partisse, toccava in rapida successione Stoccolma, Reims, Samarcanda, Sinalunga, Timbuctù, Altopascio, Reggio Calabria, Bucarest, Campiglia Marittima, Piacenza e Santander, per poi ritrovarsi a Santiago de Compostela a fare un focherello di radici cristiane. Nulla da fare; ovunque mi giri, mi ritrovo Francigene addosso. Dovrò fondare finalmente un'associazione per l'eliminazione della via Francigena, con cancellazione dei cartelli, asportazione dei pezzetti di strada e loro sostituzione con comodissime autostrade a quattro corsie, rasatura al suolo di antichi ostelli, abbazie eccetera; per poi magari scoprire che la via Francigena è tutta un'invenzione degli enti turistici. Del resto, non so perché, a me Santiago de Compostela mi ricorda tanto la penna dell'arcangelo Gabriele della famosa novella del Decamerone; e il Decamerone, perdiana, è una lettura che avrò fatto decine di volte e che non mi stanco mai di rifare. Altro che Francigene, e evviva Calandrino, Buffalmacco e Ser Ciappelletto!

lunedì 4 agosto 2008

Immeritate vacanze



Rendendo sempre grazie al Colonnello Kurtz e al suo blog, dove ogni tanto si lancia a castigare e fustigare certe diffuse idiozie linguistiche (fomentate perlopiù dai giornali e dai media in genere, ma non soltanto), mi accingo a prendermi qualche giorno di immeritata vacanza. Non perché m'importi qualcosa se le mie vacanze siano o meno doverose, dato che tendo comunque a cercare di vivere dignitosamente facendo il minimo sforzo possibile; ma perché, ad un certo punto, fin da quando se ne comincia a parlare, le vacanze sono sempre "meritate".

"Meritate" perché si lavora, si sgobba, si fatica, si suda, si dà al sor padrone una cospicua parte della propria vita per due soldacci cani? E quale merito ci sarebbe in questo? E le vacanze eterne di quei millecinquecento esseri umani all'anno che sono morti per quei due soldacci cani, e a volte neppure per quelli? Saranno "meritate"? Certe parole sono la quintessenza dell'ipocrisia e della disonestà. Quelli che chiamano "meritate" le vacanze sono spesso gli stessi che ti farebbero lavorare fino a ottant'anni, se potessero. Sono gli stessi che hanno trasformato il lavoro nella fiera del precariato -inventando peraltro le solite parolette ad hoc, "mobilità", "flessibilità" e quant'altro. Sono quelli, amica mia, amico mio, le cui gesta, una volta impegnato nelle "meritate vacanze", leggerai sui rotocalchi da spiaggia. E quali gesta!

Ma siccome aborro indulgere a qualsivoglia tipo di morale -china la quale questo post di temporaneo congedo sta incominciando très dangereusement a percorrere-, mi limiterò a fare i migliori auguri a tutti quanti. Certo, una volta le ferie non esistevano nemmeno. Ci pensò il Front Populaire francese, nel 1936, a concedere le prime ferie pagate ai lavoratori. Prima di allora nessuno aveva osato dire che le vacanze erano "meritate"; chi sgobbava si meritava soltanto di sgobbare vita natural durante. Sono del tutto certo che, se il padronato potesse abolire questa fastidiosa incombenza anche domani, l'epiteto di "meritate" scomparirebbe all'istante.

Per questo, domani, mi prendo delle immeritatissime vacanze e me ne vado per qualche giorno nella "mia" isola d'Elba. Non intendo meritarmi assolutamente nulla, specialmente in questi tempi in cui la meritocrazia sta (ri)diventando assioma, invocata a gran voce anche da quella specie di sottoprodotto, di debased form della sinistra che ci ritroviamo in questo ed in altri paesi. La "sinistra da LIDL", come mi viene a volte da chiamarla. L'hard discount delle idee. Ma andàa a ciapà i ratt!

Immeritatissime, le mie vacanze, perché non ho nessun merito e non ne voglio. Perché grattata la patina del "merito" appaiono le solite cose, le cose di sempre: lo sfruttamento, i privilegi per chi già ha, lo stantio paternalismo capitalista che non è mai morto, le logiche assolute e assolute del mercato. Il vero merito sarebbe rifiutarle, queste logiche. Non un merito, ma un ribelle immerito. Da voi, brutti stronzi, non voglio meritare niente. Le mie immeritate vacanze, l'Elba e tutto il resto, me le prendo anche se non ho prodotto quanto vorreste, anche se ho lavorato poco e male, anche se non me ne importa una sega di come ti ho consegnato un elemento della catena del superfluo.

Statemi bene e non lavorate troppo in vacanza.

Vacanza vuol dire: ripigliarsi il gusto e il dovere di non fare assolutamente niente.

E arrivederci a quando mi andrà di farmi rivedere.