Mi ritrovo in uno strano pomeriggio, steso sul letto di casa. Mi sono svegliato da poco, perché un'ora e mezzo prima mi era presa una di quelle spossatezze da giornate di tempo cattivo, da giornate in cui ci si sveglia troppo presto perché il sonno notturno finisce di botto, senza una spiegazione.
Accendo la lampada di fianco a letto e prendo il libro che sto leggendo,
Lavorare uccide di Marco Rovelli. Storie di operai, storie di persone morte sul lavoro. In realtà, quel bel libro l'ho già letto; me lo sto rileggendo per vedere se per caso non mi sia sfuggita una cosa, una cosa che manca, l'unica cosa che veramente manca. Una semplice frase, due parole: il lavoro ammazza. Non un dato lavoro:
il lavoro. Ché la fine della morte si avrà soltanto con la fine del dover lavorare. Non l'ho trovata alla prima lettura; eppure è una cosa semplice, logica. Finire di morire quando non si dovrà più essere costretti neppure a contemplare che la propria vita sia affidata a un padrone, a un ingranaggio, a un mercato. Ché nel lavoro non può, per definizione, esservi nessuna
sicurezza. Così rileggo; magari non me ne sono accorto.
E rileggo, all'inizio del libro, la storia di Andrea. Schiacciato da una pressa che serve ad imprimere scritte sui frontalini delle lavatrici e delle lavastoviglie. Si capisce cos'è esattamente? Si vada alla propria lavatrice. Sul frontale sono impressi i tipi di programmi coi relativi disegnini, le temperature attorno alle manopole, il nome della marca; queste cose le fa una macchina. Si chiama macchina tampografica. Mi è capitato persino, anni fa, di tradurre il manuale di istruzioni di una di queste macchine, in tedesco, con tutto il suo bel capitoletto sulle
norme di sicurezza. Ciò serve a dare anche a me il senso perfetto dell'inutilità del mio lavoro, cartaccia che nessuno legge, stronzate a norma europea, puttanate su carta patinata. Vengo pagato per questo.
La macchina tampografica alla quale lavorava Andrea in una ditta marchigiana, perché esistono fabbriche apposite per stampare disegnini e scritte sul frontale di una lavatrice, si chiama Mag 1000. Esistono fabbriche apposite, spesso, nelle zone dell'indotto di una grande azienda; e là attorno ce n'è una, di queste grandi aziende, di quelle
competitive, di quelle che tirano ancora il
made in Italy. Produce, per l'appunto, elettrodomestici. Marco Rovelli spiega bene come funziona la produzione col sistema del
just in time. Produzione continua, senza più scorte di magazzino. Il magazzino e le scorte costano. Coi costi non sei più
competitivo, altrimenti il mercato te le fa fare, le lavatrici, in India, in Thailandia, in Cazzinculia, dove un esercito di schiavi produce prima a due soldi all'ora, e nel più perfetto silenzio. E quindi bisogna lavorare, lavorare, lavorare. Con turni massacranti. Sennò il lavoro lo perdi. Sennò, magari, ti prende la voglia di darti fuoco per la disperazione, come quel ragazzo siciliano a Torino, in questi giorni, il cui padre si era dato pure fuoco undici anni fa perché non trovava lavoro. Essere schiavo, oggi, è diventato un privilegio.
Come Andrea, anni 23. Quella macchina, la Mag 1000, non funzionava da tempo. Aveva un difettuccio, nonostante le probabili belle parole del manuale di istruzioni, in sette o otto lingue magari. La si metteva in stand-by per gli interventi di manutenzione, e quella ripartiva da sola. Così Andrea, tornato al suo turno di lavoro alle sei di mattina dopo cinque ore di sonno, è morto. La macchina non stampa più bene. Allora lui la ferma e si stende sul piano di lavoro per controllare gli inchiostri. Mentre è sul piano di lavoro, la macchina riparte. Da sola. E schiaccia Andrea con la sua pressa da otto tonnellate.
Il titolare della fabbrica e il costruttore della macchina vengono messi sotto inchiesta. Viene dato loro, praticamente, un buffetto sulla testa. E, soprattutto, la macchina non viene affatto fermata, o meglio: non viene distrutta a martellate dai colleghi di Andrea, come dovrebbe essere, come direbbe non solo la logica ma anche l'umanità. Tutt'altro. Tutti zitti. Tutti immediatamente di nuovo a lavorare. Immagino una squadra di pulitori a togliere dal piano di lavoro il sangue, i frammenti di ossa, le viscere di Andrea; e poi, via di nuovo. Il
just in time non può aspettare. Appena in tempo per morire. E nessuno parla. Se si parla, si perde lo sgobbo. Se non si lavora, la ditta chiude, la grande azienda leader non ti fa più commissioni, e allora addio frontalini, addio disegnini di mastelli, addio persino ai manualetti per i traduttori.
Marco Rovelli parla di essersi reso conto di che cosa sia, o cosa fosse, la solidarietà di classe. Se ne rende conto constatando la sua assenza, la sua fine. Nessuno si ferma. Meglio riportare le sue parole, da pagina 23 del libro.
"Ecco, è solo adesso che capisco veramente il senso di quell'espressione arcinota e usurata che è 'coscienza di classe'. La coscienza di essere il soggetto centrale nella catena della produzione, e la relativa pratica solidale di rivendicazione dei diritti. Qui, davanti alla Mag 1000, di fronte a questa selvaggia mano sinistra di un dio cattivo, si rende manifesta la sua scomparsa, almeno per il momento. Paura di parlare, prima e dopo. Paura di prendere la parola, ovvero di essere soggetto. Paura prima, quando si sarebbe trattato di dire 'fermiamo la macchina', e se la macchina non si ferma in nome delle sacre necessità della produzione ci fermiamo noi. Paura dopo, quando si preferisce tacere piuttosto che testimoniare, perché il posto di lavoro oggi è quasi un privilegio."
Poso il libro, e mi viene all'improvviso a mente un'altra cosa. Una cosa che ho visto oggi al telegiornale. Oggi, 20 maggio, sarebbe il nono anniversario dell'uccisione del professor Massimo D'Antona da parte delle "Nuove" Brigate Rosse.
Vedo la commemorazione sul luogo dell'attentato. Vedo facce. Veltroni. Veltroni è il primo. Viene ancor prima della vedova del giuslavorista. Parla Sacconi, l'attuale ministro, l'autore assieme a Marco Biagi del famoso
Libro bianco. Vedo tutta l'attuale Italia. Il "democratico" Veltroni, il "berlusconiano" Sacconi, tutti belli pasciuti e incravattati a commemorare il morto, sotto una grossa lapide. Lingua in bocca così come lo sono in parlamento, così come lo sono quando c'è da cacciare via i rom, così come lo sono quando c'è da erodere tutte le libertà che è possibile erodere in nome del loro schifoso potere. Ed è un senso di schifo quel che mi attanaglia.
Naturalmente parlano di vittime. Parlano, loro, di non dimenticarle, le vittime. Basta che siano vittime del
terrorismo rosso. In questo paese, di altre vittime non ce ne sono. Solo chi è stato ammazzato dalle Brigate Rosse ha diritto al ricordo, alla giustizia infinita, alla persecuzione senza fine dei colpevoli, alle autorevoli prese di posizione di Napolitano con relative làgrime. Per le altre vittime, non c'è nulla. Per gli Andrea schiacciati dalla pressa come per i ragazzi ammazzati dalle forze dell'ordine. Per gli operai della Thyssen Krupp o della Truck Center come per le decine di Carlo Giuliani, come per gli Zibecchi e gli Ardizzone. Nessuno più si ricorda neanche i nomi di queste persone. Ditemi i nomi dei mille e cinquecento morti sul lavoro annuali in Italia. Ditemene almeno uno se siete capaci. Ditemi se sapete chi è Ion Cazacu.
Qui deve intervenire la famosa
umana pietà a calmarmi. Devo pensare al professor D'Antona, che era pur sempre un uomo disarmato con delle borse in mano. Devo pensare ai suoi ultimi momenti, a quando si è reso conto che lo stavano aspettando, a quando si è reso conto di morire. Devo mettermi nei panni di un uomo che sta agonizzando su un selciato. Devo in qualche modo controbilanciare, anche se è difficilissimo. Devo ricacciare indietro i pensieri di vendetta. Devo dirmi che la morte non risolve mai niente. Devo dirmi che nessun atto del genere può avere una giustificazione. Ma mi accorgo anche che sto utilizzando di continuo il verbo "dovere".
Pensare che mi ero svegliato, anzi ero stato svegliato da una telefonata, proprio nel mezzo di un sogno bellissimo. Uno dei più belli che io abbia mai fatto. Si svolgeva in una città dove ho vissuto fino a poco tempo fa. C'erano tutti. I miei amori, quelli passati e quello presente. I miei amici. La mia famiglia, compresi i morti. Un sogno complicatissimo, una bella casa piena di piante, l'armonia. Entravo, a un certo punto, in un appartamento direttamente con l'automobile, e tutto era normale, provocava risate di allegria. Facevo una passeggiata notturna per la città avvolto in una specie di poncho che, poi, mi sono accorto che era identico al mio copritavola peruviano. Mi fermavo a una bancarella che, in piena notte, esponeva libri religiosi, pieni di polvere. Poi mi raggiungeva mio fratello, e facevamo un giro in taxi. Scendevamo per una scalinata, al cui termine c'era una tavolata con tutti quanti, abbracciati e felici, a cantare.
La storia di Andrea è raccontata da Marco Rovelli anche su "Nazione Indiana".