martedì 9 novembre 2010

Chiese e fascismi (2a parte)


Chiese e fascismi
Una collezione di dati, di conoscenze ed altre cose per questi santi giorni, assemblata e compilata da Riccardo Venturi

2a parte
(it.politica, 10 aprile 2005)

Nella Germania Hitleriana, grazie alla politica di Von Papen, il Zentrum (centro cattolico) vota la legge dei pieni poteri (Vollmachtgesetz) nel marzo 1933; ed i suoi voti sono determinanti. Un atteggiamento del tutto opportunista che va nel medesimo senso della lettera pastorale dei vescovi cattolici tedeschi del 10 giugno 1933, nella quale si legge testualmente: "È proprio perché, nella chiesa cattolica, l'autorità occupa un posto particolarmente importante, che i cattolici non hanno alcun problema nell'accettare il nuovo movimento autoritario nato nel nuovo Stato tedesco, e nel sottomettervisi." (7)



Franz von Papen (1879-1969)

Questo, poi, non impedisce affatto a Hitler di sciogliere il Centro Cattolico alla fine dello stesso mese di giugno del 1933; ma Pio XII non se ne preoccupa affatto, non ha alcuna brennende Sorge e, non più di un mese dopo, firma tranquillamete il concordato tra il Vaticano e la Germania oramai nazificata. Tale concordato, tra le altre cose, prevedeva la prestazione del giuramento di fedeltà al regime da parte dei vescovi. Non c'è di che stupirsi, quindi, se durante
tutta la guerra i silenzi di Pio XII furono oggettivamente di buon ausilio al regime hitleriano.

Dopo il 1945 il Vaticano si adoperò con successo affinché il buon cattolico Von Papen non fosse condannato a Norimberga, ed organizzò diverse fughe sotterranee di criminali nazisti. Da una recente inchiesta (8) è risultato che il 76% delle SS tedesche erano, almeno come origine, dei cattolici praticanti o provenienti da famiglie cattoliche osservanti.

Per quanto riguarda i protestanti, una parte della chiesa luterana (assai minoritaria) si oppose a Hitler, mentre la parte autoproclamatasi "Cristiani Tedeschi" (ugualmente minoritaria, va detto) si schierò apertamente con il nazismo. Nel gennaio 1934 alcuni pastori dei "Cristiani tedeschi" rinnovano "La loro fedeltà incondizionata al III Reich ed al suo Führer. I capi della Chiesa condannano nel modo più vivo tutte le macchinazioni della criticarivolta allo Stato" (9) Tra questi due estremi, la "maggioranza silenziosa" e sedicente "neutrale" dei protestanti tedeschi non evitò loro, in nome del preteso tradizionale rispetto dei luterani nei confronti dell'autorità civile, dei pesantissimi compromessi con la propria coscienza.


Engelbert Dollfuß (1892-1934)

Nell'Austria del cancelliere Engelbert Dollfuß (detto spregiativamente dai viennesi Millimetternich, a causa della sua scarsa statura fisica e politica) la strada verso il totalitarismo (il cosiddetto "Austro-fascismo") del "piccolo cancelliere" fu aperta da monsignor Ignaz Seipel, presidente del Partito Socialcristiano (di fatto cattolico e conservatore) e capo del governo per due volte, tra il 1922 e il 1929. In Austria si instaurò un vero e proprio (e poco noto) regime fascista clericale, che si manifestò soprattutto con l'attività anti-operaia dello Heimwehr ("Milizia Patriottica"), una milizia finanziata da Mussolini. Quanto a quest'ultimo, è troppo nota la vicenda della firma del Concordato tra il Vaticano e lo stato fascista (11 febbraio 1929) per parlarne a lungo qui; ricordiamo solo che Pio XI definì il Duce come "L'uomo inviato dalla Provvidenza".

NOTE alla 2a parte

7 Pierre Gaxotte, Histoire de l'Allemagne, tome II, Paris 1963, p.
490.
8 Edouard Chambost, L'or du Reich, Pully, 1995, p. 316.
9 Pierre Gaxotte, op. cit, pp. 491-492.

(2. continua)

lunedì 8 novembre 2010

Chiese e fascismi (1a parte)


Un tempo, vale a dire prima dell'era di Facebook, esistettero e fiorettero fiorirono delle cose dette "Newsgroups" (o "niusgruppi", dato che anche allora ci garbava molto storpiare l'inglese). Ed è un tempo talmente remoto, che neppure quasi esistevano i blogghi. Il qui presente, in quella lontanissima epoca, frequentava parecchi di questi gruppi in rete; tra il 2004 e il 2006 si diede da fare anche sul più marasmatico e caotico di quelli della rete Usenet in lingua italiana, vale a dire it.politica. Credo che esista ancora, seppur come tutti viva un'assai grama vita; ma allora, in mezzo alla confusione più totale, alle tonnellate di troll e di spam e ad altra roba, a volte si riusciva persino a scrivere qualcosa di minimamente articolato. Mi è venuto quindi in mente, dato che negli ultimi tempi la mia attività postatoria autonoma è piuttosto in ribasso (e ne fa fede il post "kavafiano" che precede questo, che ritengo uno dei più brutti e pretenziosi che abbia mai scritto), di ripostare un piccolo ciclo di scritti vagamente storici che avevo giustappunto inserito su it.politica a partire dal 10 aprile 2005. Un secolo fa, capirete. In tutto sono dieci post, che vi intratterranno a cadenza giornaliera a partire da stasera. Non abbiate timore: sono già tutti scritti da anni, e quindi non sono soggetti alla regola dei miei "feuilletons", che cominciano, si interrompono, e un giorno riprenderanno (quando mi andrà). Li lascio così come sono, anche con gli immancabili "riferimenti interni" al newsgroup che ovviamente saranno non facilmente coglibili, e con gli altrettanto ovvi riferimenti epocali (anche personali: all'epoca abitavo in Svizzera); le uniche "novità" rispetto all'originale sono l'iconografia (consistente per lo più in autentiche facce di merda) e l'uso del corsivo e del grassetto: tutte cose che in quell'antidiluviano mezzo telematico che furono i newsgroups erano impossibili. Spero che il loro argomento potrà interessare qualcuno; buona lettura, se e quando vorrete. [RV]

Chiese e fascismi
Una collezione di dati, di conoscenze ed altre cose per questi santi giorni, assemblata e compilata da Riccardo Venturi

1a parte
(it.politica, 10 aprile 2005)

Le chiese ufficiali europee, ed in particolare la chiesa cattolica, sono state più o meno tutte quante compromesse con i regimi autoritari del periodo tra le due guerre. Smetto quindi per un po' i panni del "batti e ribatti" più o meno sterile e indosso quelli dello storico: il presente piccolo saggio raccoglie come dei flebili echi soffocati dalle divine trombe e dai tamburi nella storia contemporanea, senz'altra pretesa che quella di chiarire un po' dei fatti tenuti accuratamente nell'ombra.

Per quanto riguarda la chiesa cattolica (già sotto il papato di Pio XI) sembra sussistere una spiegazione ben precisa: "La condanna del comunismo era stata assai più decisa di quella del nazismo, [poiché] esso era percepito come il male minore", scrive Georges Bensoussan (1). Ma andiamo per ordine.

António de Oliveira Salazar (1889-1970)

I compromessi iniziarono, dal punto di vista strettamente geografico, con il Portogallo di Salazar, il cui regime era esaltato dal fascista cattolico francese Robert Brasillach, nel 1939, con queste parole: "Un corporativismo intelligente, misurato e cristiano." (2) L'ultratradizionalista cattolico svizzero Gonzague de Reynold (3) così giudicava la situazione politica portoghese del 1937: "Il regime di Salazar è quello per cui nutro più simpatia: è un regime che cerca di liberare la personalità umana. È l'opposto di un regime totalitario: è un regime autoritario, è il prototipo dello Stato Cristiano" (4). Ma andiamo avanti, perché la lista è lunga: la Spagna di Francisco Franco nasce dalla "santa violenza" di cui parla ancora Brasillach, a proposito della Falange. Brasillach dichiara, nel 1938: "Le fiamme della guerra di Spagna hanno finalmente dato a queste immagini la loro colorazione religiosa" (5); suo cognato, Maurice Bardèche, parla apertis verbis di "cristianesimo fascista" e proprio in questo modo intitola un suo articolo (pubblicato nel luglio 1938), sulla rivista fascista (e poi collaborazionista) parigina "Je suis partout".




Ricordiamo anche, tra molti altri esempi, la lettera collettiva dell'alto clero spagnolo redatta nel luglio 1937 dal cardinal Goma, arcivescovo di Toledo, probabilmente su istigazione di Franco stesso, ed inviata ai vescovi del mondo intero; in tale lettera, gli eminenti prelati non esitano a dichiarare "teologicamente ineccepibile" il sollevamento militare contro la Repubblica. Tranne il clero basco, cui la gerarchia cattolica spagnola rimproverava da tempo "di non avere ascoltato la voce della chiesa", solo due dignitari ecclesiastici si rifiutano di firmare la lettera: si tratta dell'arcivescovo di Vitoria (che peraltro si trova già in esilio) e di quello di Tarragona, che fugge nel 1939 (6).


Philippe Pétain (1856-1951)

Nella Francia di Pétain, decisioni quali la creazione del "Servizio d'Ordine della Legione dei Combattenti" (Service d'ordre de la légion des combattants), già dal 1940 braccio armato della repressione politica, la promulgazione dello "Statuto degli Ebrei" (ottobre 1940) o la creazione della Milizia (dicembre 1942) non vengono assolutamente criticate dalla gerarchia cattolica francese e vaticana; le sole eccezioni furono quelle del vescovo di Montauban, mons. Théas, dell'arcivescovo di Tolosa, mons. Salièges; e il cardinal Gelier, arcivescovo di Lione, pure critica blandamente tali decisioni ma resta defilato. Il silenzio della chiesa fu largamente ricompensato dal regime di Vichy; la chiesa cattolica francese stende la sua longa manus fatta di compromessi e connivenze con fascisti e nazisti, bene esemplificata nell'aiuto fornito a Paul Touvier, il torturatore e fucilatore di ebrei e partigiani, che dopo la liberazione fu nascosto in un convento con il beneplacito delle alte sfere e che, grazie alle sue altolocate amicizie all'arcivescovado parigino e in Vaticano, riuscì a sfuggire più volte alla giustizia francese finché non fu definitivamente arrestato e condannato il 20 aprile 1994. Scrive David Stout del "New York Times" del 18 luglio 1996:


Paul Touvier (1915-1996)

"Revelations that he had been sheltered over the years by the Catholic church hierarchy in Lyon and later by right-wing clerics elsewhere reminded the French people of something many would prefer to forget: the comfortable wartime relationship between the French Catholic hierarchy and the puppet Vichy government, regarded by many clergymen as a savior from leftist politicians and ideas."

Ricordiamo anche che l' "affare Touvier" era stato sollevato nel 1988 dal giornalista Claude Moniquet, in un suo saggio intitolato significativamente "Un miliziano fascista protetto dalla chiesa" ("Un milicien fasciste à l'ombre de l'Eglise", Parigi 1989).

NOTE alla 1a parte

1 Histoire de la Shoah, Paris, 1996, p. 91.
2 Anne Brassié, Robert Brasillach, Paris, 1987, p. 158.
3 Pierre-Marie Dioudonnat, Je suis partout 1930-1944. Les maurrassiens
devant la tentation fasciste, Paris, 1973, p. 150.
4 Ibid.
5 Anne Brassié, op. cit., p. 158 et p. 162.
6 Hugh Thomas, La guerre d'Espagne, Paris, 1961, p. 455

(1. continua)

Мέρες τoυ Noεμβρίου 2010


Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui alcuni persistono nel festeggiare alcuni giorni che sconvolsero il mondo, lontani come alberi pietrificati, o vicini come pietre dalle quali germogliano nuove e stentate foglie

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui arrestarono un giovane per aver messo -dicono- una bomba di carta e una palma davanti a un palazzo di carta, al mattino d'una festa che glorifica l'eterna servitù

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui si prescrivono accuse, e se ne formulano altre come in un cerchio senza fine, e le porte si schiudono agli incubi sistematici dell'invenzione potenziale

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui l'anziano cinegeta minaccia una famiglia per un suono di tromba, e gli viene trovato un arsenale intero nel portabagagli senza che questo meriti attenzione

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui il complice prova a rifarsi una verginità con la solita faccia serena e la cravatta intonata alla camicia

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui svanisce il sogno dei romagnoli, spariscono gli osanna e incombe l'ultimo posto dopo troppe, facili e insincere lodi da parte delle bave

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui si sente avanzare un odore di putrido senza che neppure esista il pretesto di fogne maleodoranti, già tutte empite senza ritegno

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui ho abbracciato un sangue verde nel quale si vedeva galleggiare la morte comminata dall'uomo all'uomo in nome della vitamina C

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui i poeti, che sono strane creature e che quando parlano è una truffa, se ne sono definitivamente andati; ma la truffa è rimasta

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui si sente qualcosa che non si riesce a trattenere per una migliore comprensione perché ci siamo disabituati al pensiero osservante

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui si enunciano inutili umorismi, dimenticando che un tempo che genera troppo umorismo è un tempo nero, cupo e idiota

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui si intasano gli occhi di sorelle morte, e di sbarre, di avvoltoi che avevamo creduti sconfitti, di miserie e di ottusi rifugi in chissà cosa

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui le socialità si fanno night club pronti per l'assalto delle iene decorative, ammasso di imbecillità e tradimenti, di polveri e fegati, di travestito vuoto

Giorni in cui piove a dirotto

Giorni in cui imparare a guidare un'automobile significa pubblica umiliazione da parte di un malfunzionario, e non c'è più nemmeno un'Ade dove farlo sprofondare

Giorni in cui piove a dirotto

E sono giorni in cui albe livide non fanno presagire altri giorni
Giorni di fine senza alcun inizio
Giorni in cui occorre alzarsi
Sollevarsi
Dire no.

venerdì 5 novembre 2010

Come d'ordinanza


Su, dai, forza. Ma come, non vi siete ancora accorti che da poche ore c'è un altro angelo che è volato in cielo? E Chillavvisto? E la Vita in diretta? E portapporta? E le troupes? E gli striscioni? E le gitarelle sui luoghi? Eppure è morta, ammazzata, una ragazzina di tredici anni. E sua sorella quindicenne ferita gravemente. Dal loro padre. Il figlio maschio, che pure era in casa, non è stato invece toccato. Poi, naturalmente, il padre assassino si è suicidato. Come d'ordinanza, e qui d'ordinanza proprio si tratta: non era uno zio contadino, ma un carabiniere. Anzi, addirittura un maresciallo. E, a quanto mi risulta, non è neppure il primo. Per il suo raptus non ha dovuto nemmeno servirsi di spaghi, di martelli o di semplici ma faticose botte: gli è bastato prendere la sua pistola. Padre padrone d'ordinanza, femminicidio d'ordinanza, pistola d'ordinanza, vigliaccheria da suicida d'ordinanza, angelo d'ordinanza e, naturalmente, articolo assolutorio di "Repubblica", organo ufficiale del Comitato Centrale dei Giustificatori. È accaduto a Subiaco, una di quelle belle cittadine umbro-laziali che ultimamente sono state le sedi preferite delle fiction a base di carabinieri e preti. Tipo Gubbio, Città della Pieve o Viterbo. Marescialli Rocca, Don Mattei e tutta quella merda del genere.

Al padre-padrone con la pistola sembra non piacesse che la figlia stesse su Facebook. Ora, sapete bene che chi scrive non è certamente un grande amico dell'invenzione del signor Zuckerberg; ma, stavolta, non è proprio di Facebook che voglio parlare. Facebook non c'entra proprio un bel nulla. C'entrano invece le solite, solitissime cose. Al padre-padrone in versione sbirro non piace niente. Gli piace l'autorità. Gli piace l'educazione rigida e severa del pater familias. È un uomo d'ordine, di sani princìpi; sennò non sarebbe potuto diventare maresciallo. Guai a sgarrare. Ci ha la lite al telefono con la figlia, e forse nemmeno con quella che poi è stata ammazzata, a proposito di Facebook perché in quel momento era l'occasione per mostrare tutto il suo potere di gallo nel pollaio familiare. Poteva essere, la lite, a proposito di qualsiasi altra cosa. Pensate un po': una ragazzina che osa contraddire il Re del Focolare. E bisogna immaginarsi la lite che continua in casa.

A questo punto, ecco che interviene il famoso raptus. Certo che è un raptus piuttosto articolato, quello in cui il maresciallo decide di estrarre la pistola e di sparare alle figlie. Sono gesti che hanno bisogno di sapere come si fa. Bisogna puntare e prendere la mira. Cosa che il padre padrone ha fatto alla perfezione: un colpo al capo di una tredicenne che voleva stare su Facebook. Invece magari di studiare, o di aiutare la mamma, o di comportarsi come si deve. Più che un raptus, a me sembra un'esecuzione capitale in piena regola. Del resto i carabinieri sono nati proprio per quello, a suo tempo: per fucilare i disertori. E guai a chi diserta anche per un momento dal carcere domestico, sia pure per una piccola ribellione della prima adolescenza, sia pure per una parola o per un tono della voce. E così sono pressoché tutti i cosidetti raptus di questi ometti: autorità messa in crisi. Se poi chi la mette in crisi è una ragazzina, una mocciosa, una futura donna, allora l'autorità può prevedere la condanna a morte. Tanto poi c'è il suicidio e ci sono gli angeli. Tanto poi qualcuno dirà che bisogna capire. A questi padri-padroni nessuno pensa per un momento di dare la qualifica di orco.

La riprova è la descrizione che viene fatta, sempre come d'ordinanza, del boia di famiglia. Eccola, in tutto il suo splendore: "Il maresciallo viene descritto come un militare 'irreprensibile', un uomo tranquillo che non aveva mai dato segni di squilibrio o reazioni violente. L'uomo da un anno prestava servizio al nucleo operativo della compagnia di Subiaco. Ma prima, per diversi anni, era stato nel centro reclutamento nazionale dell'arma. Un ruolo affidatogli proprio per le sue capacità. Il maresciallo oggi, come tutti i giorni, aveva lavorato nel suo ufficio fino al tardo pomeriggio."

I
rreprensibile, tranquillo, equilibrato, addirittura "reclutatore nazionale". Ci sarebbe da pensare seriamente chi recluti questa gente; poi ci si stupisce che vengano reclutati anche i Placanica (il quale, peraltro, è finito sotto inchiesta per molestie sessuali a una bambina di undici anni). Le "capacità" del maresciallo si sono viste bene oggi; evidentemente servivano per insegnare obbedienza agli ordini, disciplina e sottomissione. Le belle qualità di ogni fedele servitore dell'ordine costituito. Ma si dev'essere inceppato qualcosa. Dev'essere più facile imporre la disciplina alla truppa che tra le mura domestiche. L'appuntato e il brigadiere dicono signorsì, la figlia tredicenne no. E allora si piglia la pistola d'ordinanza. Che non si inceppa affatto. E si procede. Dal centro reclutamento carabinieri al centro reclutamento angioletti. Con il beneplacito della stampa e delle coscienze. Fra un po' interverrà lo stress d'ordinanza. Ma come sono stressati, questi omuncoli con la pistola. Però, dopo avere lavorato in ufficio fino al tardo pomeriggio, li aspetta il caldo nido della famigliuola d'ordinanza. Dove si può finalmente continuare la propria missione d'ordine.

E come sono tranquilli, equilibrati, irreprensibili. A questo punto, fossi una tredicenne che vuole starsene su Facebook (anche perché là fuori ci sono gli zingari, gli stupratori rumeni, i negri, gli albanesi, gli estremisti, gli anarcoinsurrezionalisti e Berlusconi, e quindi il papà fuori non ti manda di certo), starei attentissima. Preferirei quasi quasi un padre agitato, matto e reprensibile. Preferirei un padre anarchico. Preferirei anzi non avercela proprio, quel mattatoio che è la famiglia italiana. Ci sarebbero molti meno rischi di rimetterci la pelle e di essere passata per le armi. Ad ogni ragazzina consiglio di guardarsi bene dai padri tranquilli e equilibrati, visto che sono quelli che ti ammazzano nel 99% dei casi. E se Facebook può servire a qualcosa, che vadano a cercare come procurarsi un giubbetto antiproiettile. E che lo indossino quando il paparino con la pistola torna a casa, stanco, il tardo pomeriggio.

Alla ragazza uccisa, stavolta, non è stato neanche un nome fittizio. Non si saprà mai neppure come si chiamava. E non ci sono né cieli, né angeli e né piccole stelle. Non esiste nessuna di queste immonde cazzate. Esisteva soltanto la vita di una ragazza, dell'ennesima. Spezzata in casa, un posto che somiglia sempre più a una casa di reclusione. Esisteva e non esiste più. Tredici anni prima, uno spermatozoo del suo assassino la aveva fatta nascere. Come t'ho fatta ti disfo, come t'ho fatta ti disfo. Pio, pio, pio, piooo...

giovedì 4 novembre 2010

Evler


Sto qui, in casa mia, da solo. È una giornata assolutamente radiosa, da starci in maniche di camicia; non sembra nemmeno novembre, o forse lo sembra eccome. Sto in piedi, cammino e guardo; dopo quasi tre anni che ci abito, avrebbe proprio bisogno di una rinfrescatina. Il pezzo di parete sotto il tavolo da lavoro è ridotto a un concio dai segni delle pedate; e pare che da un po' di tempo, intere famiglie di aracnidi si siano date convegno in via dell'Argingrosso al sessantacinque cì. In un impeto vindice, pochi giorni fa mi sono comprato al supermercato un ragnatore; sapete, di quegli aggeggi col manico e col bruschino triangolare, che servono a levare las telarañas. Bella 'sta parola castigliana, rovesciata rispetto a quella toscana; noi ragnatele, e loro telaragne. Le lingue, le lingue.

E guardando, mi viene fatto di pensare che, con tutte le sue telaragne, le pedate sui muri, i manifesti degli anarchici bretoni e la marmotta che, se la pigi, ronfa a pile, questa è casa mia. C'est à moi, merde à Dieu. Ci amo e ci caco. Ci rido e ci piango. La apro e la chiudo quando ne ho voglia. Ci arrivo e ci parto. Avete mai provato a vivere in una casa che non è vostra? Sì che ci avete provato. Tutti. Tutte. In una casa non nostra ci viviamo fin da quando nasciamo. È la casa della famiglia, di chi ti ha messo al mondo, e tutto il resto; per un po', forzatamente, non ce ne rendiamo conto. Arriva poi un momento in cui la cosa appare chiarissima. Non è casa tua. Gli spazi che hai, se li hai, ti sono stati concessi. È una casa dove niente, in realtà, è tuo. Devi sottostare a regole e intrusioni; e se non ti stanno bene, c'è sempre qualcuno che ha l'autorità di dirti che le devi rispettare per forza, de iure. È la minorità, che si protrae anche ben dopo che la legge t'ha detto che puoi votare, fare testamento e andare nelle galere dei grandi; è l'anticipo di galera che è la famiglia, in sé. Naturaliter. A un certo punto vorresti scappare; ma dove vai? Non hai un reddito, non hai possibilità, non hai niente.

Arrivi a un punto che, comunque, fuggi. Nei modi consueti, vale a dire con fughe verso altre galere; ti sposi, ti fai la tua famiglia -sempre che ti sia permesso-, vai a lavorare altrove, conosci la bella fanciulla che ti ammalia. Una mattina, fai le valigie e parti; e lo sa chi è partito con un biglietto di sola andata, oppure col portabagagli pieno di simboli e ricordi di una vita. Perché non si parte mai carichi di cose "utili", di pentole e stracci; si parte col pupazzetto di vent'anni prima, con il libro sfogliato in quel dato momento, con gli oggetti che definiscono. Ti fai il viaggio, e sbarchi in un'altra casa non tua. Magari in un bugigattolo che, a sua volta, non è neppure di chi vi abita; approdi in affitti di periferie malsane, in monolocali ai piedi della montagna, in confusioni zingaresche. E lo sai bene. Piano piano, forzatamente, cerchi di ritagliarti un tuo mondo, magari in un ingresso angusto, magari in un semplice angolo d'una camera. Cerchi, ingenuamente e disperatamente, di crearti una casa. Ma non c'è. Ci stipi i tuoi libri, le cose che sei riuscito a portarti, ci appiccichi roba al muro; ma niente è tuo. Non puoi fumare. Non puoi tirarti una sega in santa pace. Se c'è da pulire devi uscire. Se qualcuno viola le tue fissazioni, devi stare zitto perché non sei in casa tua. Ogni convivenza, forzata o meno, ha in sé i germi del ricatto; cosa che non tarda, del resto, ad esplicarsi con parole più che chiare. Al primo gesto di fastidio, alla prima cosa che non va, al primo anelito di ribellione, ti viene messa in faccia la realtà. O fai così, o te ne vai. A volte non c'è neppure il primo elemento dell'aut-aut: te ne vai e basta. Ed è una cosa che mi è capitata, questa. Nemmeno una volta sola. Mi è successo persino di sentirmelo dire in lingue diverse dalla mia, e fa un effetto strano. Alors, tu remballes tes trucs, et pars. Le lingue non s'imparano proprio sui libri, credetemi. S'imparano con la vita, con le sue gioie e i suoi dolori. E quando le impari anche nel dolore, le hai imparate bene. Una frase come quella prima, non la si impara nelle poesie di Victor Hugo e nemmeno di Rimbaud, proprio mentre un manifesto con Rimbaud ti guarda da una parete.

Treni, automobili altrui, biglietto di solo ritorno. Alla fine, in un autogrill, scopri che il tempo è passato. E prendi la decisione del Corvo di Edgar Allan Poe: Nevermore. Basta. Comunque vada, ti metti all'opera. È ora che nessuno, sia pur con le motivazioni più giuste e comprensibili, ti cacci via da casa sua, o semisua. È ora che nessuno più ti ricatti e ti chieda di remballer tes trucs. Ci avrai da penare. Ci avrai da sperare nella buona occasione. Ci avrai, a volte, persino da attendere che qualcuno passi dall'altra parte e ti lasci un po' di soldi. Brutta, bruttissima cosa da dire; però è così, e è così e basta. Quando si pensano certe cose, si augura sempre una lunga vita con la speranza che sia invece passabilmente breve.

Mi è successo. È la casa che guardo, quella da dove nessuno mi chiederà mai più di ripartire. È piccola, è un ex garage, ci sono generazioni di ragni e le grammatiche aramaiche (l'aramaico fa sempre scena). E ci sono io. E poiché sono un paradosso semovente, casa mia non è mai chiusa a nessuno. Spalancherei la porta anche al mio peggior nemico senza buttarlo fuori. Ci fuma chi vuole, persino due della DIGOS che sono venuti una quindicina di giorni fa a consegnarmi qualche rimostranza e un invito a presentarsi. Ci entra e ci esce chi vuole. La lascio a chi vuole starci per qualche giorno, e me ne vo a dormire altrove; capirai che problema. Ho dormito in tutti gli altrove del mondo, e sono stato un altrove io stesso. Casa. Case.

E allora si capiscono immensamente meglio diverse altre cose. Si capisce quando ti arriva un esercito di invasori in casa, con le sue ruspe e la sua dinamite, e te la distrugge. Si capisce il dissesto idrogeologico che ti reca la morte mentre sei alla televisione. Si capisce L'Aquila, si capisce l'Irpinia, si capisce il Belice. Si capiscono le tendopoli eterne che devono farti da casa. Si capisce chi una casa non ce l'ha, e non può averla perché magari il borgomastro ci ha da contentare gli stronzi che lo hanno eletto. Si capiscono gli odori forti e la tv accesa 24 ore su 24 di una baracca o di una cascina nel putridume invernale di una periferia bresciana. si capisce quando uno stato assassino ti viene a strappare da casa tua all'alba, e ti associa ad un'altra casa, ma circondariale. Si capiscono alla fine anche i ragni e le pedate sui muri, sotto il tavolo dove sta il computer dal quale sto scrivendo, in questa radiosa giornata di novembre che non sembra novembre e lo sembra, seccamente, tutto.

Il titolo del post significa "case" in lingua turca. La ragione è una canzone nella quale sono immerso da ieri sera. Parla di spegnere le luci e chiudere la porta. Ora provate, se volete, a rileggere questo post ascoltandola. Ci provo anch'io perché non l'ho ancora fatto.



mercoledì 3 novembre 2010

Un paese per vecchi


Lo si vede nelle piccole cose, banali, quotidiane, quanto sia per vecchi questo paese. Nemmeno un'ora fa stavo fermo a uno stop, in corrispondenza di un attraversamento con le strisce; stavano passando due anziane monache. È sbucato fuori il solito anziano, alla guida del solito SUV. Nemmeno se n'è accorto. Si è fermato a tre centimetri da me, e immaginatevi cosa sarebbe stato l'impatto di un SUV contro una Fiesta scassata; non sarei stato qui a scrivere questo post. Le due monache ferme sulle strisce, inorridite. L'autista del 14 già sceso con le mani nei capelli. E l'anziano con una faccia beata, tranquilla, facendo le spallucce mentre gli dicevo gentilmente che alla sua età sarebbe stato meglio guidare un monopattino invece che uno di quegli inutili troiai, accidenti a loro e a chi li ha inventati. E quello, zitto e con un sorrisetto assente, mentre la moglie seduta accanto lo riempiva di improperi dicendogli che in macchina co' lui 'un ci veniva più cascassimmòndo. Però il mondo stava per cascare sì, ma per me. Ci sono mancati tre centimetri.

E lo si vede in ogni cosa, in questo gerontocomio di paese; il bello è che, anni fa, ci si beava pure di additare al pubblico ludibrio la gerontocrazia sovietica. C'era, a Firenze, un famoso gerontologo, mi sembra si chiamasse Antonini, che compariva sovente in televisione per magnificare quant'era bella la terza età; per lui di sicuro, che ci aveva il villone in campagna coi cavalli e gli ulivi. 'Sti altoborghesi, da vecchi, diventano tutti contadini come il preside Primerano, quello che denuncia i suoi alunni al liceo Michelangelo. Diceva, l'Antonini gerontologo, che era ora di finirla: bisognava dare il potere ai vecchi. E giù applausi a scrosci dalla platea. Come se i vecchi non ce lo avessero il potere, in questo paese qui. È un potere fatto, da sempre, di casse da morto semoventi. E mentre l'Antonini parlava con il suo bel sorrisone e i denti bianchi, magnificando l'attività fisica, i viaggi e persino il sesso oversettanta, migliaia di suoi coetanei con la pensione al minimo (se ce l'hanno), senza ville e ulivi, si crepavano la vita fra paure, solitudini e stenti. Perché è una caratteristica dei paesi di vecchi, questa: se ne fregano anche dei vecchi stessi. I loro unici scopi sono la distruzione e l'autodistruzione. Sono poi gli stessi che cianciano di Italie, di orgogli, di salvaguardie e quant'altro, mentre firmano le leggi che costringono le forze vitali e generanti, ormai provenienti solo da lontano, all'emarginazione, alla privazione dei diritti, alla prigionia. Hanno paura di qualcosa che comunque avverrà, e non ci potranno fare niente perché saranno, finalmente, morti.

Lo si vede in ogni cosa, ogni giorno. E sono vecchi sempre più feroci, incancreniti, totalizzanti. Ora ci si stupisce e indigna perché il caporione è un vecchio porco che si fa le ragazzine; ma la cosa appartiene semplicemente alla più ferrea logica, nel paese dove i vecchi al bar non si peritano neanche un momento di giustificare gli stupri delle quindicenni perché sono vestite troppo poco. E, intanto, si giocherella all'indignazione appellandosi all'autorità di un ottantacinquenne malfermo, mentre un ottantatreenne ci si intrufola in camera e nella vita, pretendendo di dettare legge in base alle sue sacre panzane. Basta con questi babbioni. Basta coi padri. Una società dove i figli non sono capaci di far fuori i padri è condannata all'estinzione, e al ridicolo della senilità generalizzata.

E lo si vede anche nei giovani, invecchiati anzi tempo, senza più nessuno slancio, senza più nessun futuro. Al tempo stesso, tutti a riempirsi la bocca coi valori. La società che meno ne ha, di valori, è sempre quella che li biascica e li proclama a ogni pie' sospinto. I loro valori, del resto, sono sempre gli stessi: fascismi, moralismi ipocriti, porcate, repressione. Quei pochi che ancora davvero non si arrendono, sono distrutti con il precariato, con l'emarginazione, con la galera. Hanno steso su tutto un paese la loro paura della morte che si avvicina, soffocandolo; a questa morte hanno dato il nome di istituzioni. Grevi, volgari, gonfi di bava, puzzolenti. Hanno bloccato ogni cosa, tranne la putrefazione; compresi alcuni vecchi Revoluzzer che si nutrono di disprezzo verso tutti e verso tutto, ma rigorosamente immobili al calduccio, immersi nei loro mitici passati e confortati da un reddito fisso, da una bottiglia e magari anche da una ragazzotta. Divieti, disprezzi, disillusioni, degradi, decori; sembra tutto cominciare con la "d", come "decomposizione".

Ecco, ora si muove tutto il teatrino. C'è pure uno più giovane, in giacca e cravatta, che fa la videolettera. Qualcuno, sempre più flebilmente, cerca di urlare che se ne dovrebbero andare tutti; qualcun altro addirittura che dovrebbero essere spazzati via. Ma non è questione di una classe politica, sarebbe questione di qualcosa di ben più vasto. Domani, magari, se ne andrà via il vecchio caporione maiale, e tutti saranno contenti, tutti coi loro decori, tutti con le loro dignità, tutti coi loro governi tecnici, le loro alleanze, i loro meno peggio o più meglio; e avanti il prossimo. A chi non si rassegna a starci, si impone la legalità, vale a dire la decomposizione con la "d"; quando un paese intero si è trasformato in un cadavere, è il minimo da aspettarsi.

Se c'è ancora un barlume di vita da queste parti, lo si deve esclusivamente a coloro che, in realtà quasi sempre piccolissime e sottoposte costantemente ad ogni tipo di attacco repressivo, mediatico, poliziesco e giudiziario, si ostinano a portare avanti iniziative politiche e sociali che rifiutano di uniformarsi alla tomba a cielo aperto che è diventata questo paese. Chi decide di mettere piede in quelle realtà non ha età, o ha soltanto quella del no alla morte. Per questo mi occupo di loro, e cerco di agire assieme a loro. Per questo non mi appassiona affatto "Nichi Vendola" così come non mi interessa dalla fine ingloriosa dell'idolo Obama. E non mi interessano più nemmeno i presupposti duri e puri la cui durezza e purezza consiste esclusivamente nell'invecchiare alla meno peggio. Mi interessa, invece, che questo paese di vecchi sia ringiovanito, con le buone o con le cattive. Ringiovanire comporta dei rischi pesanti. I vegliardi sono delle carogne, e ci hanno presidenti, governi, parlamenti, istituzioni, giornali, televisioni, banche, scuole. Ci hanno spinti in dei ghetti, ma nei ghetti sta accadendo qualcosa; per questo vogliono la sicurezza. Non la avranno. L'unica sicurezza possibile, nei paesi di vecchi, è la morte. Contro i necrofili della sicurezza, accadranno mille Rosarno. E chi non ha voglia di crederci, o di crederci più, si accomodi pure tra i vecchi del suo bel paese e guardi soprattutto di crepare alla svelta.


lunedì 1 novembre 2010

Strade larghe


Alle nove e mezza del mattino del 1° novembre 1755, l'intera città di Lisbona fu rasa al suolo da uno dei terremoti più disastrosi della storia. All'epoca dicono contasse circa 250.000 abitanti: ne morirono, secondo le stime, novantamila.

Il sisma si era formato in mare, circa a cinquecento chilometri di distanza dalla costa portoghese. Fu un disastro di dimensioni incalcolabili. Non soltanto Lisbona: il porto di Setúbal semplicemente scomparve, inghiottito nel mare. Ad Algeri si ebbero altri diecimila morti. Una cittadina di ottomila abitanti presso Marrakech, in Marocco, fu inghiottita invece dalla terra assieme a tutto il bestiame; poco dopo, la voragine si richiuse. La scossa fu avvertita fino in Norvegia e in Finlandia; alcuni laghi svizzeri e il Loch Lomond, in Scozia, ebbero paurose variazioni di livello.

Mente Lisbona crollava e bruciava sotto una lunghissima scossa (durò, secondo le testimonianze dell'epoca, sei minuti), accadde un fatto curioso. Il mare, nella zona del porto e dei moli, si ritirò completamente. Comparve il fondale, con tutto quel che c'era dentro: navi, battelli, scheletri e casse di ogni genere. E nelle casse in fondo al mare, di solito, ci sono dei tesori. Un migliaio di persone, del tutto incuranti di quel che stava accadendo, si precipitarono allora nel fondale del porto messo a nudo per impadronirsi di tutto quel che potevano arraffare. Nemmeno dieci minuti dopo, uno tsunami di quindici metri si abbattè su di loro e sui resti della città, mentre franavano completamente anche le colline che la circondano. Di Lisbona non rimase niente.

Si salvarono il re e il primo ministro. Il re fu salvato da un capriccio della regina, che proprio quella mattina aveva insistito per partire in una villeggiatura fuori stagione. Anche il palazzo reale fu polverizzato; e il re ne riportò una claustrofobia inguaribile. Passò il resto della sua vita in una lussuosa tendopoli approntata per lui e per la sua famiglia. Il primo ministro, invece, sopravvisse per puro caso, non avendo lasciato la città. Si chiamava, con uno di quei famosi nomi chilometrici portoghesi che non sono affatto prerogativa dei nobili, Sebastião José de Carvalho e Melo de Oeiras; ma è più noto come Marchese De Pombal.

Poche ore dopo il disastro, qualcuno gli chiese: "E ora che facciamo?"; senza scomporsi, con la massima calma, rispose: "Seppelliamo i morti e diamo da mangiare ai vivi". Lo fece, con un'efficienza e un pragmatismo che ancora sono degni di essere ricordati. Nemmeno un anno dopo, a Lisbona non c'era più traccia di macerie, non si era verificata nessuna epidemia e la città era già in ricostruzione. La volle rifare con strade diritte e larghe, e con i primi edifici antisismici della storia. L'intelaiatura delle nuove case e dei nuovi palazzi fu provata rigorosamente facendo marciarvi sopra dei soldati per simulare un terremoto; per la ricostruzione, il marchese De Pombal mise infatti all'opera l'esercito intero. È la Lisbona che si vede oggi, settecentesca, ariosa. La Baixa Pombalina. Durante la ricostruzione, il marchese de Pombal fece redigere un questionario e lo distribuì a tutte le parrocchie del paese: vi si leggevano domande come "Il livello dei pozzi si è abbassato?", oppure "I cani ed altri animali si sono comportati in modo anomalo prima del terremoto?". Questo perché il terremoto di Lisbona fu il primo caso nella storia in cui fu notato il comportamento dei cani nelle ore precedenti il sisma. Moltissimi scapparono, andando a rifugiarsi nelle zone più alte. Furono fatte recensire tutte le abitazioni e le costruzioni distrutte; gli scienziati portoghesi furono così in grado di ricostruire l'evento, facendo nascere la moderna sismologia.

Il Marchese de Pombal era un uomo rapido, preciso e conciso. A chi gli contestava la larghezza delle nuove strade che stava facendo costruire, rispose glaciale: "Un giorno le troveranno strette". Acquisì un potere immenso, trasformandosi de facto in un dittatore; ma un anno e mezzo dopo, nella nuova Lisbona non restavano tracce del terremoto, a parte un convento in rovina e poche altre cose. Schiacciò nel sangue una congiura nobiliare per uccidere il re, fece espellere i Gesuiti dal Portogallo (e ne confiscò i beni), e governò il Portogallo con potere assoluto fino alla morte del re Giuseppe I. La Regina che gli succedette, Maria I, lo detestava: era imparentata con la famiglia che aveva guidato la congiura di anni prima. De Pombal fu licenziato, e fu emanato un decreto con il quale gli si imponeva di restare sempre a una distanza minima di venti miglia dalla famiglia reale.

Fu nelle strade larghe fatte costruire dal marchese de Pombal, sul suo Terreiro do Paço e vicino alle rovine del convento do Carmo, che 219 anni dopo tornarono a marciare i soldati, e assieme a loro un popolo intero che si liberava da una dittatura di cinquant'anni. Non so se la profezia del marchese si era avverata, e se i portoghesi del 25 aprile 1974 trovavano quelle strade, che avevano invaso al grido di Vitória! Vitória!, ancora larghe oppure strette. Larghi erano i gesti del capitano Maia Salgueiro, che ritto su un carrarmato in tutto il suo metro e cinquantacinque di statura, rispose ad un giornalista che gli aveva chiesto che cosa intendessero fare: Estamos aqui para derrubar este governo de merda. Derrubar non significa "derubare", ma abbattere. E ogni volta che rivedo quelle immagini, ho un groppo alla gola.



Arrivato in fondo, perché in fondo sono arrivato, non so nemmeno perché. Il terremoto si confonde con la rivoluzione. Il marchese con il capitano. L'esercito che marcia sui palazzi da ricostruiti, e l'esercito che marcia per una libertà ricostruita. Soldati ragazzini. Ragazzini nella gente. Ragazzi che non volevano più morire lontani, per un impero coloniale cui il terremoto di 219 anni prima aveva già dato un colpo mortale. E marciavano per quelle strade, strette o larghe che fossero, facendo il loro terremoto e il loro tsunami che si abbattevano sul fascismo. Tutto il mondo era lì, compreso chi non era ancora nato.