domenica 17 aprile 2011

Ogni giorno


Noi non ne avremmo mai il coraggio. Figuriamoci: piantare ogni cosa, e non dico soltanto una vita comoda (perché lo è) ma anche una militanza altrettanto comoda, fatta di prese di posizione di varia gradazione, di manifestazioni, di riunioni, di blog. Tutte cose che, certo, hanno una loro importanza; ma la solidarietà, quando vuol essere chiamata davvero con questo nome, necessita di decisioni drastiche, di quelle che cambiano la vita e che la mettono in ballo e a repentaglio. Vittorio Arrigoni lo ha fatto, ed è anche per questo che il suo assassinio (che sia stato commissionato agli "estremisti islamici" di fiducia o che sia avvenuto per purissima stupidità umana, oppure ancora per entrambe le cose) ci ha così colpiti. Tutte, tutti.

Al tempo stesso, credo che sia necessario non fare quel che Vittorio Arrigoni stesso, probabilmente, non avrebbe mai voluto. Essere trasformato in "eroe". Le persone come Vittorio Arrigoni vivono la propria scelta come una normale concatenazione di pensieri e fatti; persone che, ad un certo punto, danno realmente seguito a quel che hanno dentro. Sono poche. La vita di ognuno, che lo si voglia o meno, incatena. Quando iniziamo a pensare certe cose, a indignarci, a desiderare ardentemente di "fare qualcosa" e quant'altro, la logica e l'umanità vorrebbe che lo facessimo; ma, nella stragrande maggioranza dei casi, restiamo invece degli ibridi. La sincerità dei propri pensieri e della propria rabbia non viene messa in discussione, ma il fosso non lo saltiamo. Di motivi possono anche essercene parecchi, a cominciare dall'istinto di conservazione; Vittorio Arrigoni sapeva benissimo quel che rischiava, non per questo rinunciando alla propria normalità. Uno che vi rinuncia non dice di "restare umani". Non è un'affermazione da "eroe", questa, ma da essere umano che agisce quando vede altri esseri umani calpestati.

Proviamo per un attimo ad immaginare di vedere il proprio nome su una lista di eliminazione. Sapere che, per le tue attività e per i calli che inevitabilmente pesti, ti vogliono morto. E non ti vuole morto un qualche singolo che ce l'ha con te, ma uno Stato. Il normalissimo ragazzo Vittorio Arrigoni il suo nome lo ha letto; è rimasto là, a Gaza, a fare quel che faceva tutti i giorni. Aiutare, salvare, informare. Non agendo da generico "pacifista", ma a mio parere tutto al contrario; un "pacifista" non intitola il proprio blog informativo "Guerrilla Radio". Stava conducendo, assieme ai volontari dell'ISM, una guerra ancorché senza armi da fuoco (anche se è possibile che, in una situazione come quella di Gaza, un kalašnikov almeno qualche volta lo abbia preso in mano). Conduceva una guerriglia fatta di pescatori, di aiuti, di quotidianità in una città sotto assedio. Vorrei associare il suo nome non solo a quello di Enzo Baldoni, ma anche a quello di Rachel Corrie e di Dino Frisullo. Tutte persone normalissime, e tutte morte. Non erano in "missione di pace", per usare quell'orrendamente falsa espressione tanto cara a ogni potere e ad ogni suo servo. Erano a fare una guerra, una guerriglia. Erano, autenticamente, a lottare. Senza "eroismi" di sorta alcuna. Tutto sommato, credo che Vittorio Arrigoni, pur avendo affermato di essere disposto a morire per quello che faceva (cosa che, purtroppo, è avvenuta), avrebbe preferito di gran lunga vivere. Da morto, in modo schifosamente disgraziato, serve a poco. A parte, forse, convincere qualche sparuto altro a fare la stessa cosa; lasciare tutto e andare a combattere in una zona della Terra dove si muore. Non so perché, ma il nome del "Movimento di Solidarietà Internazionale" mi ricorda da vicino le Brigate Internazionali. La Spagna del 1936 è forse l'unico luogo che ne ha visti a migliaia, di Vittorio Arrigoni; e, come lui, non erano "eroi", pur avendo compiuto atti che difficilmente riusciremmo a immaginare. Così come non riusciamo affatto a immaginare quel che viveva Vittorio Arrigoni a Gaza. Nonostante le sue cronache puntuali, nonostante la sua "Guerrilla Radio", nonostante le sue azioni che venivano rese note.

E noi, ovviamente, ce ne restiamo qui. Con le nostre rabbie confortate magari da un bicchierino di sambuca, da un figlio appena nato, da un'occhiata alla partita della squadra del cuore. E, peraltro, con queste cose dovremo conviverci finché non ci decideremo a partire per Gaza, per la Palestina. Andiamo ai presidi per i prigionieri politici palestinesi senza aver mai provato cosa significa essere prigioniero politico. Nelle carceri israeliane ce ne sono a migliaia, di prigionieri politici; così come nelle carceri di qualsiasi paese del mondo, compreso il nostro. Comandi militari e statali, colpe spesso non commesse, arbitrio, tortura, violenza psicofisica, morte. Ogni tanto, un ricordo verso chi, come Vittorio Arrigoni, ci ha rimesso le penne perché il suo "basta" era andato a gridarlo in loco, e senza tanti berci ma con i fatti. Non dico certamente questo per instillare inutili sensi di colpa personali o collettivi, ma semplicemente perché è la realtà delle cose e, come tale, domanda di essere espressa nella sua crudezza. Anche per questo ho scelto di declinare il nome di Vittorio Arrigoni, che non conoscevo di persona, per intero. Nome e cognome. Nessun "Vik". Lo chiamerò, tra me e me, "Vik" quando sarò a bordo di una flottiglia che va a Gaza; cioè mai. Lo chiamerò "Vik" quando arriveranno da me dei bastardi che mi preleveranno per ammazzarmi; cioè rimai, perlomeno a Gaza. Questo mi potrebbe, a rigore, succedere anche in via dell'Argingrosso; ci ho un Salafita che, ogni tanto, mi lascia dei bigliettini terribilmente minatori sul parabrezza perché lascio la macchina nello scivolo condominiale (cosa proibitissima).

E così discutiamo, ci incazziamo, magari ci diamo addosso l'un l'altro; e così, ogni giorno o quasi, eccoci qui a "postare" sui nostri "blog" (o su Facebook, o su qualsivogli'altra diavoleria del ventunesimo secolo). Che almeno non ricordiamo solo quando ammazzano un normalissimo Arrigoni Vittorio, proveniente da una banale Besana Brianza, perché era "dei nostri" (o così almeno lo percepivamo) e perché ci mette in moto qualche rotellina di cattiva coscienza. A Gaza si crepa ogni giorno. In Palestina si è messi in galera. Nelle nostre città vivono centinaia di esuli palestinesi; ogni giorno dovremmo ricordare e fare, anche senza avere il coraggio necessario per andare laggiù. Ogni giorno, anche se Vittorio Arrigoni non fosse mai esistito. Ma fortunatamente lo è, e la sua è un'esistenza che è stata ben spesa.

venerdì 15 aprile 2011

Omicidio su commissione.


Davanti ad un assassinio, la domanda elementare è: a chi giova.

Nel caso dell'assassinio di Vittorio Arrigoni, la risposta è estremamente semplice e mi si faccia almeno il piacere, in questo momento spaventosamente triste, di non imbastirci sopra contorcimenti di sorta alcuna o esercizi di "fuori dal coro", autoreferenziali quanto stupidi.

L'assassinio di Vittorio Arrigoni giova a coloro che hanno interesse nell'uccidere tutta Gaza, nello sterminare per fame la sua popolazione, nell'eliminare quel che rimane della solidarietà internazionale, nello spegnere una fonte di informazione autenticamente libera.

Ieri Enzo, oggi Vittorio.

Un omicidio su commissione. Vittorio Arrigoni e l'IMS nel mirino dei sionisti; Vittorio Arrigoni assassinato dagli "estremisti islamici". Quelli che si definiscono "soldati di dio": davvero una bella accoppiata. I loro dèi di merda e la loro guerra di merda. E, soprattutto, i loro interessi di merda. Oggi gli "estremi" brindano, ma sono soltanto estremi di morte. Con le loro stelle di David e coi loro scarabocchi "coranici". Siano maledetti tutti.

Ciao, Vittorio.

Il solo fatto che abbiano voluto ammazzarti per quel che facevi a Gaza e per Gaza significa che stavi facendo la cosa giusta. "Restiamo umani", dicevi: lo resteremo, ad ogni costo. I morti sono loro, non tu.

giovedì 14 aprile 2011

Vittorio Arrigoni libero!


L'unica cosa da fare, di fronte a questa immagine, è fare tutta la pressione possibile su Hamas perché si adoperi per la liberazione immediata di Vittorio Arrigoni. Pressione che è possibile esercitare anche dal proprio piccolo blog. Nulla di intentato. E, soprattutto, per favore, nessuna profonda analisi, e nessuna giustificazione di sorta per i pezzi di merda bigotti che lo hanno rapito. Basta.

Vittorio, a Gaza, non c'è solo per aiutare, per cooperare. C'è per dare fastidio, come Enzo Baldoni. C'è per dire quello che non si può dire, come ha fatto fino a poche ore fa. Non a caso era stato fatto target per essere ucciso. Dagli israeliani invasori. Bersaglio sia per gli invasori nazi-sionisti, sia per il gruppo ultraintegralista dei Salafiti. Bersaglio per tutti coloro che vogliono soltanto guerra, e guerra, e guerra.

Dichiaro fin da ora che non me ne frega un cazzo né di eventuali attente disamine sui Salafiti, di chi siano, di quali scopi abbiano. Già ci toccherà sorbirci il vomito dei cialtroni nostrani, di ogni risma; non intendo sorbirmi anche quello dei bruciori filointegralisti di chicchessia. Di fronte a una persona come Vittorio Arrigoni c'è soltanto da alzarsi e togliersi il cappello; uno che piglia e va, rischiando la vita per chi non ha voce.

Non intendo sentire lezioncine magistrali, sarcasmini da salotto, avvitamenti sociopolitici, e quant'altro. Altrimenti un Vittorio Arrigoni va bene se lo vogliono ammazzare gli israeliani, e non va più bene se invece lo vogliono ammazzare gli ultraislamisti o che cazzo sono. Noto fra l'altro che, ancora una volta, il gruppuscolo va a colpire proprio chi sta realmente cercando di fare qualcosa. Di Gaza non se ne parla più; ora vanno di moda le primavere. Ma a Gaza è inverno da anni, e inverno quotidiano.

Bersaglio perché informa. Bersaglio perché porta concretamente una solidarietà internazionale alla popolazione di Gaza stremata dall'infinito assedio sionista e del suo esercito. Bersaglio perché ha capito benissimo la vera e propria comunanza di intenti tra i due apparenti "estremi". Tipo questo gruppuscolo che, sotto i deliri della "corruzione morale", agisce contro Hamas esattamente come Israele. E quando i fini politici sono gli stessi, è legittimo sospettare anche una qualche forma di comunanza più che fattiva.

Vittorio Arrigoni, e con lui tutto l'International Solidarity Movement, è una persona che fa scomodo a tutti. Deve essere liberato subito. Deve tenere duro. Lo scopo è quello di sbarazzarsi di lui, perché la sua morte sarebbe graditissima anche dalle parti di Tsahal e del Mossad. Non dobbiamo permetterlo. E un sentito vaffanculo a tutti i giustificatori in panciolle di coloro che fanno soltanto sporchi giochi, e neppure così tanto poco chiari, perché a Gaza e altrove non cambi realmente mai niente.

Il popolo di Gaza è quello che scrive in sovraimpressione, sul video di Vittorio diffuso su YouTube, i suoi veri sentimenti: "Il popolo di Gaza si dispiace per quello che questi bigotti hanno fatto a Vittorio. Siamo sicuri che sarà presto libero e salvo." E con questo, spero, sono serviti anche i razzistelli nostrani, gli islamofobi da due soldi bucati, i gli stupidi sofisteggianti che non capiscono che il rapimento di una persona come Vittorio Arrigoni serve soltanto ai nemici di Gaza e della pace, sia quelli con la stella di David che quelli con le spade di un finto islam. Il vero dio di entrambi non si chiama né YHWH né Allah, ma guerra.

Vittorio libero ora!
Free Vittorio now!

lunedì 11 aprile 2011

Risotto alla Cantonale


È bene riprovare un po' di sano razzismo elvetico sulla propria pelle; oltretutto, stavolta, mica dagli Schwarzenbach o dai Dupont: no, dai Bernasconi e dai Mazzacurati. Dai ticinesi riunitisi in Lega, eh sì. Primo partito del cantone dei grotti, della gazzosa mescolata al vino, degli esuli sdegnosi & danarosi stile Benedetti Michelangeli o Mina Mazzini, dei casinò e dei risotti. Proprio un bel risotto alla cantonale è stato servito all'Italia, non c'è che dire!

Normalmente, queste sarebbero cose che dovrebbero far meditare. La campagna anti-italiana della Lega dei Ticinesi (da ieri primo partito del cantone con oltre il 29%) è stata fondata sull'immagine degli italiani come ratti (che vanno, immagino, a rodere il buon formaggio svizzero, anche se in Ticino non se ne produce poi tanto e non di qualità eccelsa). Gli ingredienti di questo formaggio li conosciamo benissimo: ci rubano il lavoro, ci rubano i soldi, portano criminalità; nella campagna dei ratti ("Bala i ratt"), inoltre, due italiani (Fabrizio e Giulio) sono associati a un rumeno (Bogdan). Direi che ce n'è abbastanza prima per mettersi a ridere, e poi a pensarci bene su; noi che abbiamo affibbiato ai rumeni la cultura dello stupro, ora ci ritroviamo associati ai rumeni nella cultura dei ladri. Quando le cose sono meritate, non c'è né da incazzarsi, e né da rispolverare il vecchio desiderio (3° classificato nel famoso sondaggio di Cuore sulle dieci cose per cui vale la pena vivere) dell'invasione della Svizzera. In Italia, facciamo esattamente lo stesso. La Svizzera agli svizzeri, l'Italia agli italiani. Il Canton Ticino ai ticinesi, il Veneto ai veneti. E così via. La cosa più bella, ora come ora, sarebbe la formazione e il successo di una Lega Sanmarinese; tutta una serie di föra da i ball incrociati.

Bogdan il rumeno indossa una canottiera con le stelle dell'Unione Europea; ma toh, o non erano i nostri leghisti che volevano applicare alla Romania condizioni speciali, espulsione compresa, pur essendo entrata oramai da anni nella UE? E Bossi che andava a Lugano con tutte le truppe per celebrare Carlo Cattaneo? E il grande intellettuale, il professor Miglio, che magnificava l'ordinata noia svizzera prima di schiattare e di farsi intitolare i plessi scolastici di Adro? E i ticinesi, che nel resto della Svizzera sono considerati nient'altro che degli italiani capitati là per qualche capriccio della storia? Una delle fissazioni dei ticinesi è infatti proprio questa: cercare di essere più svizzeri degli svizzeri. Il loro sogno collettivo è che il resto dei cantoni, tedeschi e romandi, li applaudano e dicano loro: "sì, ragazzi, ora finalmente siete diventati svizzeri sul serio". Con questa mossa credo che ci stiano riuscendo.

O che siamo forse, indignati? Chi, noi? E saranno magari indignati pure i rumeni, che nel loro piccolo sono fior di razzisti nei confronti dei Rom? Ora ci pensano i ticinesi, in questa specie di matrioska della rozzezza e dell'imbecillità che però dovrebbe avere il vantaggio di mettere a nudo un portentoso chi la fa, l'aspetti. I ratti svizzeri fabbricano i ratti italo-rumeni. I ratti padani fabbricano i ratti siciliani e magrebini. I ratti pratesi fabbricano i ratti cinesi. I ratti rumeni fabbricano i ratti zingari, peraltro ben coadiuvati dagli italiani. E più sopra? Che cosa c'è sopra? Tra i link di questo blog forse qualcuno avrà notato che c'è quello allo Svalbardposten, il "giornale più a nord del mondo"; sopra di loro c'è soltanto il Polo, e hanno tutti sotto. Auspico la formazione di una Superlega delle Isole Svalbard che ratteggi tutti quanti; ne avrebbero in fondo ben diritto, a 81 gradi di latitudine nord. Che diano di ratti agli schifosamente meridionali razzisti olandesi di Geert Wilders, o ai fiamminghi del Vlaams Belang. Che diano di topi di fogna al Front National e ai ticinesi della Lega, il cui leader, un panzone di nome Bignasca, vuole costruire un muro a Chiasso così come a tanti, in Italia, piacerebbe costruirlo sempre a sud della propria regione fino a arrivare al muro di Lampedusa.

Stasera, senz'altro, mi preparerò un risotto. Mi spiace di non avere con me una bottiglia di un ottimo vino rosso ticinese, chiamato Selezione d'Ottobre; un nome che, almeno per me, ha una piacevole assonanza con un'altra cosa. Sono davvero contento di questo ceffone, che peraltro non farà accadere niente perché oramai, in quest'Europa di merda, siamo tutti intrisi di razzismo, di nordismo, di superiorità. Ci ratteggiamo fra di noi, e ci divertiamo tanto. Tutti imbevuti di popoli, di identità, di patrie e di bandiere (quella del Canton Ticino, peraltro, è identica a quella del Bologna); addio alla solidarietà e all'appartenenza di classe, e addio anche a Lugano. Del resto, anche nel famoso canto anarchico di Pietro Gori, i cavalieri erranti sono trascinati a nord. Forse cercavano il loro futuro risotto.

mercoledì 6 aprile 2011

Riondinoff


Lo dico fin da subito: questo non è un post moralistico (Iddio ce ne scampi e liberi, dalle morali!), e men che mai "contro David Riondino". Ma figuriamoci. Casomai è un post contro me stesso, e contro tutti gli imbecilli come me che ancora ci hanno qualche buffa forma di illusione (e che, per questo, di soldi non ne hanno fatti e non ne faranno mai). Per lo più, poi, si tratta di illusioncine decisamente bischere, per nulla originali e senza alcun fondamento logico. Insomma, il Riondino David, sicuramente con pieno merito e con la sua indiscussa genialità, deve aver fatto i dindini; o, perlomeno, ne deve aver fatti a sufficienza per permettersi di pigliare un milione e mezzo di euri e di buttarli via nelle mani del Madoff dei Parioli, in compagnia della Guzzanti, di cuochi famosi, di ex calciatori, di 'ndranghetisti, di "signori della sanità" e via discorrendo. Poi, naturalmente, ci ha scherzato sopra; e l'ironia è una gran cosa, anche se sospetto che in privato qualche bel moccolo a Cristo, alla Madonna e a tutti i santi ce lo abbia comprensibilmente tirato. Insomma, anche ad averceli, un milione e mezzo di euri non sono noccioline; gli auguro, ovviamente, di poterli ricuperare, e magari di essere anche meno fava in futuro. Ma comprati case, perdio, se proprio ci hai voglia di investire; ma è anche chiaro che ognuno fa ciò che vuole dei propri quattrini, anche affidarli all'ennesimo furbacchione che poi, regolarmente, ti frega. Finendo a volte in galera, ma a volte anche scappando col malloppo.

Niente moralismi, d'accordo. Anche se, debbo dirlo, mi fa una certa impressione pensare al ventenne del collettivo Víctor Jara impegnato, qualche anno dopo, nel far fruttare fior di soldoni con interessi altissimi, assieme ai vippi, a cura del Madoff dei Parioli. Già nel sentire il nome dei Parioli mi piglia un certo nonsocché, più o meno come se il Riondino avesse affidato i suoi quattrini al Popoff di San Babila; poi mi capita di ripensare a Víctor Jara, quello del collettivo, mentre lo torturavano, mentre gli spezzavano le mani, mentre lo ammazzavano nell'Estadio Chile. Mi viene da ripensare ai Rombi e alle Milonghe, e a quando David Riondino lo ho curiosamente sfiorato, mettiamola così. All'università, tanti e tanti anni or sono. C'era un tipico esame "tappabuchi", facile facile, quello di letteratura ungherese; lo davano tutti per far numero, certi che il professor Miklós Hubay, noto letterato di quel paese scappato dopo la rivolta del '56, a chiunque sapesse pronunciare decentemente il nome di Sándor Petöfi o di Attila József (Endre Ady no, quello era troppo facile anche per lui) dava automaticamente il trenta e lode. Insomma, anch'io ne approfittai biecamente; nell'aula, poco prima che mi toccasse l'esamino, mi ritrovai con la famosa faccia nota, anch'ella pronta a farsi magiara per dieci minuti, e azzardai a dirle: "Ma assomigli tremendamente a David Riondino!" E lui, con aria anche un po' scocciata e un sorrisetto: "Ma io sono David Riondino". Fine dell'incontro. Ero al vecchio Teatro Tenda il 16 gennaio 1979, qualche anno ancora prima, quando il medesimo faceva da apriconcerto a Fabrizio de André e alla Premiata Forneria Marconi; la prima volta che sentii una delle sue parodie, lo Gniegnio che faceva il verso a Branduardi con l'indimenticabile trota salmonata, in un tripudio di bucolici cinguettii; ero, una volta, in piazza San Marco, diciassettenne verdesporco esangue in compagnia della pischellina che sembrava una bertuccia, a cantare su una panchina assieme a lei Ci ho un rapporto e Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir s'incontravano in un bar. E giù risate. Potrei fare un post moralistico contro David Riondino? Ma nemmeno se lo volessi.

Nemmeno rivedendolo al Pidduista Show diretto peraltro dall'autore di Contessa dai campi e dalle officine; nemmeno ora, nell'apprendere della sua disavventura economica con il signor Landi, o come si chiama. Oddio, una discreta figuruccia di merda ce l'ha fatta, al pari della Guzzanti; ma pazienza. Però.

Però questa se la becca, ché tanto non ci farò nemmeno un quattrino; la base, del resto, l'ha scritta lui (anzi no, l'ha scritta Francesco del Gregorio):



Riondino che investe il dindino
in quest'Italia berlusconiana
assieme a cuochi e agli 'ndranghetisti
e tutti quanti vogliono la grana, vogliono la grana
Con la sorella che fa il teatro
e la compagna che pure investe
in quest'Italia dentro al baràtro
loro stan fuori dalle peste...

O Daviddino mi domando e dico
c'era bisogno di quei mariuoli
e d'investire il tuo quattrino amico
con quel Madoffe dei Pariuoli?
Li hai guadagnati facendo l'artista,
ma veramente valeva la pena,
tu che magari eri comunista
e che sonavi pure la quena?

Ma se volevi buttarli via
dandoli a quei loschi figuri,
non li potevi dare a tua zia,
non li potevi dare al Venturi?
E lo diceva i' tu' poero nonno
mentre sparava sull'Ortigara
"I mi' nipote gli è un poco un tonno,
però gli è bravo e fa Victor Jara"

Però oramai hai preso il botto
devi affrontare il tuo disavanzo,
magari vinci al Superenalotto
magari torni pure da Costanzo
oppure traffichi tra i fornelli
assieme al cuoco anche lui fregato,
giochi a pallone con Rizzitelli,
tu che da piccolo eri negato...

E t'è venuta la Finanza a casa,
"O sor Riondino, la venga qua,
i su' quattrini son tabula rasa",
ti s'è sentito gridare Aaaaaaaaaaaa!....
Ma poi l'hai presa con ironia
mentre volavi dal quarto piano,
sembrava tutta una parodia,
e hai rimbalzato sull'ortolano

O Riondino spiegami perché
ti sei cacciato in questa situazione,
che poi magari mi tocca a me...
...proprio a me...
di portarti in rianimazione....!

martedì 5 aprile 2011

Amore al vocativo



In questa foto, coperto di neve, Karel Kryl ha vent'anni o giù di lì. Nel 1968, quando alla Cecoslovacchia fu prodigato l'aiuto fraterno da parte dell'URSS e del Patto di Varsavia, ne aveva ventiquattro (era nato, durante l'occupazione nazista, in una cittadina morava nota per la coltivazione intensiva di segni diacritici, Kroměříž). La sigarettona in bocca, l'aria da ragazzaccio, e una gioventù che forse si fa fatica a immaginare, noialtri, ora. Era uno di quelli che non ci stava, mai. Non ci stava a farsi insegnare la retta via del socialismo reale da una masnada di geronti. Non ci stava a farsi ingabbiare nelle guerre, fredde o calde che fossero, e dai servizi militari. Non ci stava a starsene buono buono davanti alla stupidità e all'inumanità di un regime di stracatamerda. Dopo l'invasione scrisse un album di canzoni (intitolato Chiudi la porta, fratellino!) che lo avrebbe portato senz'altro diritto in galera; dovette andarsene via, in Germania. Poi finì il regime, nel famoso 1989; finalmente la libertà tanto agognata! Karel Kryl tornò in Cecoslovacchia, ma non aveva perso il vizio di non starci. Quel che stava vedendo non era la libertà, ma la svendita. Non era la democrazia, ma il mercato. Non era il disgelo, ma il nuovo inverno del liberismo selvaggio post-comunista. Se ne accorse rapidamente, e se ne ritornò in Germania. Morì d'infarto poco dopo aver compiuto cinquant'anni, nel 1994, a Passau.

Quella che segue è una sua canzone, forse la più famosa. Dico "famosa" nel suo paese, perché le canzoni d'autore hanno il terribile vizio di essere scritte nella lingua di chi le compone; e non può essere sempre la nostra. Esistono, al riguardo, tutti i naturalmente possibili; naturalmente qualsiasi traduzione non rende bene l'originale, naturalmente senza una pur minima traduzione non può essere altro che una musica più o meno bella accompagnata da una serie di fonemi incomprensibili (come del resto quelli dell'inglese, dato che la maggior parte di coloro che disquisiscono di blues, funky, jazz, soul eccetera in un paese di lingua inglese non saprebbero chiedere nemmeno del cesso), naturalmente il cantautore canta male, naturalmente suona anche peggio. Prediamo ad esempio la canzone che state incautamente per ascoltare: si intitola Amore, ma è al caso vocativo. Qualcuno se ne ricorda dal latino delle medie o del liceo? Lupus, al vocativo, fa lupe: o lupo! Anche il ceco, la lingua di Karel Kryl, ha i casi come il latino; vocativo compreso. E così, láska, cioè amore, al vocativo fa lásko. O amore!

Schiere di traduttori, che sono i veri paria della terra, si addannano con le lingue più bizzarre ben sapendo che le critiche più feroci le riceveranno proprio da coloro che non saprebbero nemmeno distinguere un soggetto da un complemento oggetto (ad esempio, il 97,48% dei giornalisti italiani). Tra le altre cose, a volte s'innamorano perdutamente di cantautori di paesi strani; già di per sé la canzone d'autore viene considerata pallosa, perché tutto deve essere rrrrritmo, e figurarsi se poi è, che so io, in ceco. Pazienza. Vorrà dire che una cosa come questa non la conosceranno mai; si ascolteranno, naturalmente con una gran voglia di dormire (ma non si può dire, pena l'ostracismo), il loro jazz. A me il jazz fa addormentare, che ci volete fare! E se proprio non ho sonno, mi fa venire en bloc due paia di coglioni come quelli di Martin Berta.

E va a finire che, poi, i traduttori vanno a fare sempre altro. Li ritroviamo come impiegati, macellai, autisti di ambulanze, geometri, trippai o chissà che altro. Quando si ostinano a restare traduttori, altro che precari; i traduttori erano già precari quando di precariato non si parlava nemmeno di striscio. La vita agra raccontata da Bianciardi. Eppure mantengono sempre il loro amore al vocativo e a tutti gli altri casi delle loro lingue, compreso il comitativo dell'ungherese, il preposizionale del russo e l'essivo del finlandese. Compresi i toni del loro cinese o del loro yoruba. Comprese le classi nominali del loro swahili. Compresi i segnetti e le canzoni del ceco. Questa canzone parla di un ragazzo e dello schifo di vita che fa in caserma sotto un regime orrendo, un regime che gli fa considerare, disperatamente, la guerra come la sua ragazza. Lásko! A proposito: secondo me Karel Kryl canta da fare schifo e suona come un cane; però c'era un cantautore che tutti capiscono, che diceva che i fiori nascono dalla merda e non dai diamanti.



Un po' di avanzi per i ratti nella scodella del gulash
Lettere d’amore con le carte da mariash *
Prima del lungo viaggio ci togliamo le scarpe sudate
E poi sotto la coperta sogniamo masturbandoci.

Amore, chiuditi nella stanza,
Amore, la guerra è la mia ragazza,
con lei faccio l’amore, quando mi accorcio le notti.
Amore, hai il sole sul ventaglio,
Amore, due ciliegie su un piatto
ti regalerò, quando sarò tornato.

Neanche vent’anni, un distintivo sul berretto
Con sorriso da adulti si tira fuori la sigaretta
La pistola carica alla cintura
Andiamo al passo cantando vicino al bordello.

Amore, chiuditi nella stanza,
Amore, la guerra è la mia ragazza,
con lei faccio l’amore, quando mi accorcio le notti.
Amore, hai il sole sul ventaglio,
Amore, due ciliegie su un piatto
ti regalerò, quando sarò tornato.

Un po' di avanzi per i ratti, e la borsa per le cartucce
la latrina con le scritte, non adatte alle signore,
non c'è tempo per riposare, la morte ci sta addosso
Prima che sbronzi crolliamo sul pancaccio.

Amore, chiuditi nella stanza,
Amore, la guerra è la mia ragazza,
con lei faccio l’amore, quando mi accorcio le notti.
Amore, hai il sole sul ventaglio,
Amore, due ciliegie su un piatto
ti regalerò, quando sarò tornato.

* gioco di carte praghese (ndt)

venerdì 1 aprile 2011

Clamorosi outing di Matteo Renzi: "Sono bisex e tifo Juve"


Clamorose dichiarazioni del sindaco di Firenze al mensile cittadino Reporter: "Mia moglie ha sempre saputo tutto, ma è una donna dalla mentalità moderna e aperta; vorrei vedere la signora D'Alema come la prenderebbe". "Ho avuto una breve relazione con Mike ai tempi della Ruota della Fortuna". "La Fiorentina? Come sindaco la sostengo, ma il mio cuore è bianconero. Il mio idolo era Beppe Furino." Reazioni sconcertate in città; la lunga intervista sul numero di maggio del mensile distribuito gratuitamente a tutti i fiorentini.

Le agenzie battono la notizia, e Firenze si risveglia all'improvviso dai primi torpori primaverili: in una lunga intervista concessa da Matteo Renzi al mensile "Reporter" (la rivista distribuita gratuitamente a tutti i fiorentini, suddivisi per quartiere di appartenenza), il "sindaco più amato" rilascia delle dichiarazioni a dir poco scioccanti. Ad una domanda dell'intervistatrice a proposito di certe voci che già circolavano insistentemente negli ambienti politici non soltanto fiorentini, Matteo Renzi ha deciso di mettersi a nudo senza reticenze. Riportiamo qui il clamoroso outing:

- Guardi, le dirò con tutta la mia sincerità: sono bisex fin dalle mie prime esperienze sessuali. In questo, probabilmente, l'ambiente degli Scouts ha giocato un ruolo decisivo. Se finora non mi ero deciso a dirlo apertamente, è stato per non fornire facili appigli ai miei avversari esterni e interni in un paese ancora non avvezzo a queste cose, ed anche per tutelare la mia famiglia...lei capisce, con il ruolo politico che ho rivestito prima come presidente della Provincia di Firenze, e poi come sindaco a partire dal 22 giugno 2009, non ritenevo opportuno palesarlo....

- Signor Sindaco, sicuramente tutta la cittadinanza apprezzerà questo suo impeto di trasparenza, anche per quanto riguarda la sua vita privata...

- Per una persona che riveste il mio ruolo, è necessaria; una cosa che, forse, qualcun altro non deve avere ben capito...

- Si riferisce a Silvio Berlusconi?

- Non soltanto a lui, mi creda. Ma ora come ora non posso dirle altro...Però tengo a precisare una cosa: vorrei vedere come la prenderebbe, che so io, la signora D'Alema. O la signora Fassino se il marito le dicesse d'essere stato assieme a Marchionne.

- Torniamo a lei: come ha vissuto questa sua predilezione per entrambi i sessi nel suo ambiente, particolarmente in quello familiare?

- Mia moglie ne è sempre stata a conoscenza, fin dai tempi del fidanzamento; e, debbo dirle, ha sempre rispettato la mia scelta perché è una donna dalla mentalità moderna e aperta. La cosa non ha mai avuto influenze sul nostro ménage e sulla nostra bella famiglia. Non le ho mai nascosto nulla, a partire dalle prime esperienze...

- Naturalmente non le chiederò con chi sono avvenute...

- Certamente non potrei mai dirglielo, però da questo punto di vista decisiva è stata la mia partecipazione alla "Ruota della Fortuna", il quiz condotto dall'indimenticabile e compianto Mike Bongiorno....

- In che senso decisiva, mi scusi?

- Ho avuto con Mike una relazione, piuttosto breve ma molto appassionata. Mike passava per il campione del conformismo all'italiana, ma in realtà era una persona assolutamente ricettiva verso ogni tipo di esperienza, si veda ad esempio quando scalò il Cervino (era il Cervino, mi sembra...) per pubblicizzare la grappa Bocchino...non si facciano facili ironie, la prego...allora ero molto giovane, ma il pur breve legame con Mike mi ha fatto capire che la sessualità deve essere vissuta nel profondo, senza vergognarsene e anzi approfittando del senso di autentica completezza dato dalla bisessualità. Da questo punto di vista devo dichiarare di essere in piena sintonia, nonostante le ovvie differenze, con quella corrente giovanile...come si chiamano...

- Gli Emo?

- Esattamente. Come lei sa, sono bisessuali.

- Naturalmente non le chiedo altro; mi dica però un'ultima cosa. Ha delle relazioni in corso?

- Una relazione saltuaria con un giovane commercialista pisano, ma ci vediamo abbastanza poco.

- Anche di questo naturalmente sua moglie è a conoscenza...

- Certamente e non mi ostacola, come del resto non ha mai fatto.

- Signor sindaco, lei è altrettanto aperto anche nei confronti di eventuali relazioni bisex di sua moglie?

- Senz'altro, anche se lei non me ne ha mai parlato. Se ne avesse avute, sicuramente lo avrebbe fatto. Le ripeto: in casa Renzi viviamo davvero nel XXI secolo, contemperando il tutto con la nostra fede cattolica. Non ci appartengono né le veteroideologie, né la veterosessualità. Tutte mentalità, mi permetta di dirlo, da...

- Rottamare?

- Esattamente. Come da rottamare sarebbero molte altre cose, anche in questa città.

- Passiamo ad altro, signor sindaco; sul lato Fiorentina?

- Guardi, colgo l'occasione per liberarmi anche da questo punto di vista. Ho sempre tifato per la Juventus.

- Scusi?....

- Ha capito bene. Fin da piccolo sono un bianconero sfegatato, sul comodino in camera mia avevo la foto di Furino...centrocampista roccioso che era il mio non facile idolo....tutti con Bettega, con Anastasi, con Platini, con Bignè Boniek... io invece ammiravo quell'umile lavoratore del pallone, una colonna...


- Si rende conto dell'effetto di una simile dichiarazione, signor sindaco, in una città come Firenze?

- Me ne rendo conto. I fiorentini potranno digerire la mia bisessualità, ma non la mia juventinità, lo so benissimo. Ma anche qui è in gioco la sincerità che si richiede a un rappresentante delle istituzioni. Sia chiaro: sono fiorentino, e come tale sostengo la Fiorentina senza se e senza ma, ad ogni livello. Ma il mio cuore era, è e resterà bianconero. Del resto, la mia relazione con Mike iniziò proprio parlando della nostra comune fede calcistica, che lui mi giurò di non rivelare...e ha mantenuto la promessa. Caro, meraviglioso Mike!

- Si ripresenterà allo stadio dopo questa dichiarazione?

- Confido nella capacità di comprensione dei fiorentini, anche se è possibile che...

- Che la riducano in polpette?

- È un rischio da correre a viso aperto. Tornerò allo stadio per sostenere la squadra della mia città, come si confà ad un buon sindaco. Tranne in occasione di Fiorentina-Juventus...

Le dichiarazioni di Renzi, come prevedibile, hanno suscitato un autentico vespaio in città. Se l'assessore alla mobilità e al decoro, Massimo Mattei, parla di "autentica rivoluzione copernicana che fa onore all'umanità del Sindaco ed alla sua chiarezza anche sulla sua vita privata", ironico è l'ex "sceriffo" Graziano Cioni: "Parigi ha un sindaco gay, Londra lo stesso, ma a Firenze non ci riesce fare altro che le cose a metà..." Dietro ad un "no-comment" si trincerano altri componenti della giunta Renzi, mentre il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, si concede una battuta: "Renzi bisex? Io lo batto, sono trisex". Di fronte alle dichiarazioni del Sindaco, il portavoce dell'Arcivescovo Betori si mostra prudente ma preoccupato: "Aspettiamo di leggere l'intera intervista, ma non possiamo fare a meno di esprimere l'inquietudine che ci attanaglia, tanto più che le dichiarazioni del sindaco Renzi gettano fango sull'istituzione degli Scouts." Un inaspettato soccorso giunge a Renzi da Franco Zeffirelli: "Questa volta solidarizzo col sindaco di Firenze, ed alla mia età questo mi previene da secondi fini. Un bravo a Matteo: ha avuto coraggio!" Di diverso tenore le dichiarazioni degli esponenti del PDL fiorentino: se il consigliere Alberto Locchi parla di "attentato alla famiglia e, soprattutto, alla Fiorentina", Giovanni Galli ironizza pesantemente: "Mi hanno dato del traditore perché sono andato a giocare nel Milan, ora che diranno? Ma delle sue preferenze sessuali non m'importa." Il consigliere Francesco Torselli parla apertamente di destituzione del sindaco: "Renzi è indegno di rappresentare Firenze, Berlusconi perlomeno va solo con le donne." L'ex candidata alla presidenza della Regione, Monica Faenzi, esprime invece indifferenza, sospettando che dietro alle dichiarazioni di Renzi ci sia l' "ennesima trovata pubblicitaria". Da segnalare infine le dichiarazioni dei tifosi Viola che si ritrovano presso lo storico Bar Marisa del Viale Fanti: "Renzi è un traditore, dopo essere andato da Berlusconi ora vada pure dagli Agnelli così si chiude il cerchio." Soltanto il solito bastian contrario fa presente che il bar Viola per antonomasia si chiama "Marisa", che era il soprannome di Boniperti...